:: Recensione de Le bambine di Sugar Beach di Helene Cooper a cura di Nicoletta Scano

18 ottobre 2010 by

978-88-541-1670-2Anche se quest'opera viene presentata come un romanzo, questo racconto presenta davvero tante caratteristiche tipiche dell'autobiografia e del memoir.

Se da una parte la progressione dei capitoli tenta di rispettare un ordine cronologico che ripercorre le tappe salienti della vita dell'autrice e di quella della sua famiglia, le sensazioni descritte, i ricordi che emergono pian piano, collegati senza un apparente ordine logico, ma suscitati da sensazioni, coincidenze, nostalgie, rendono la narrazione particolarmente complessa e al contempo viva.

L'autrice riesce perfettamente a presentare i numerosi e salienti eventi storici che la sua famiglia nel corso di una trentina d’anni si trova ad affrontare in viaggio tra la Liberia, gli Stati Uniti, ed infine, quando la narrazione segue la protagonista impegnata nel proprio lavoro come cronista del Wall Street Journal,  in diversi punti del pianeta, senza perdere di vista una dimensione più umana e sicuramente più tragica degli avvenimenti, che in qualche modo permette al lettore di entrare veramente all'interno di una vicenda singolare eppure rappresentativa di tanti altri gruppi familiari costretti ad emigrare, ad adattare la propria vita al corso storico, a superare le difficoltà dettate da scelte politiche o semplicemente economiche contingenti.

D'altra parte, sarebbe riduttivo affermare che la descrizione storica presentata in questo libro sia solo di contorno: probabilmente grazie al taglio giornalistico professionale del narratore protagonista, gli eventi sono presentati con grande attenzione e rigore. La storia del proprio paese d'origine, la Liberia, non è presentata unicamente attraverso gli occhi dell'autrice, allora bambina, che assiste allo scoppio della guerra civile: al contrario, anche in quella fase, la narrazione viene arricchita da frammenti di cronaca, da dati e ricostruzioni storiche accurate.

Il grande merito di questo libro, è sicuramente il grande sforzo che l'autrice ha profuso nel tenere aperti più piani, quello storico, quello personale ed emotivo, quello autobiografico e di amore per la propria famiglia, attraverso il quale ha cercato di ricostruire l'epopea di un intero clan.

Se da una parte questo tentativo è sicuramente apprezzabile e piuttosto singolare, è innegabile considerare che in alcuni tratti la fluidità della narrazione ne risente un po' e non sempre è facile immedesimarsi in una storia continuamente focalizzata su piani differenti.

A questo proposito, tuttavia, bisogna segnalare il grande talento dell'autrice, che grazie alla sua scrittura piuttosto essenziale e sicuramente scorrevole, compensa con il proprio stile di narrazione la grande complessità degli eventi rappresentati.

Questo libro è sicuramente una lettura consigliata per chi voglia approfondire o almeno conoscere la storia di un paese africano nella sua corsa alla democratizzazione e nella sua travagliata storia civile, cogliendo al contempo l'opportunità offerta dalla struttura della narrazione di affrontare questi cambiamenti e le tematiche dell'abbandono della propria terra, dell'immigrazione in un paese straniero, del ricongiungimento familiare, attraverso gli occhi di una donna in crescita dall'adolescenza all’età adulta, che offre una visione assolutamente realistica ed umana circa una vicenda realmente accaduta.

:: Recensione di Il male stanco di Luigi Bernardi a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2010 by

Il male stanco di Luigi BernardiPropongo ai lettori di Liberidiscrivere un libro interessante, edito da Zona nel 2003, scritto da Luigi Bernardi e quanto mai attuale in questi giorni in cui la cronaca nera sembra aver trasceso i limiti della dimensione umana. Non cito il caso più eclatante ormai da giorni al centro dell’attenzione di quotidiani e programmi televisivi per riportare il discorso al di là del morboso e dello sconcertante su temi seri e dolorosi che bene o male ci coinvolgono tutti analizzati da uno studioso che non vuole fare del facile cinico sensazionalismo ma vuole indagare, scavare nei lati più bui e tragici della società, per capire, riflettere, giungere a delle conclusioni.
Sette capitoli, scarni, obbiettivi, che aggiungono alla freddezza del reportage fatto di statistiche una profonda riflessione sociale scevra da pregiudizi e compiacimento. Bernardi racconta come ha iniziato a interessarsi di crimini e cronaca nera spinto forse da una buona dose di curiosità intellettuale e da un coinvolgimento personale che preferisco non anticiparvi lasciandovi alle parole dell’autore nelle prime pagine del libro.
La prima riflessione che sicuramente è degna di nota è che questi fatti pur nella loro atrocità che delinea una cattiveria di fondo degli autori, sorpendentemente sembrano evidenziare qualcosa di più ampio, collettivo, una perdita di responsabilità. Poi un’altra riflessione riguarda gli addetti ai lavori stessi di questi fatti, i giornalisti per esempio che trattano la cronaca nera nei quotidiani e nelle televisioni e che lo fanno condizionati da una certa frettolosità poichè devono agire in tempo reale senza una visone di lungo respiro e devono rispondere ai propri committenti finali.
Tragicamente il pubblico dei lettori e dei telespetattori vuole il “mostro”, vuole il linciaggio mediatico e il giornalista si trasforma suo malgrado in un boia per procura, lasciando sullo sfondo le vere motivazioni che spingono certe persone a diventare “mostri”, ad uccidere, a commettere delitti sempre più spesso maturati nell’ambito familiare, ma anche che coinvolgono sconosciuti che magari si incontrano per caso e iniziano a litigare per futili motivi.
Una ventina di casi emblematici, e a loro modo unici, singolari , efferati che ci permettono di aprire una finestra sulla nostra società, malata, voyeuristica, infetta. Bernardi definisce il male  “stanco” e fa di più considera che la progettualità del male sembra implosa. Molti delitti non vengono commessi per trarne un beneficio, uccidere non è più uno strumento di promozione ma un gesto che ha valore in quanto tale.
Solo comprendendo questo si può fare luce sul passato per capire il nostro presente e progettare il nostro futuro. Consiglio la lettura di Il male stanco come antidoto alla banalità che ci circonda perchè il male non è mai banale, è frutto di vigliaccheria, debolezza, follia ma fa parte del nostro quotidiano, più di quanto a volte ci farebbe comodo pensare.

Altrisogni rivista di narrativa: horror, sci-fi , weird

16 ottobre 2010 by

Da sempre Liberidiscrivere è attenta alle piccole realtà editoriali che sorgono in Italia e oggi con estremo piacere informa i suoi lettori della nascita di Atrisogni un magazine digitale di narrativa fantastica, horror, sci-fi e weird, realizzata in formato PDF e ePub. Venerdì 17 settembre è stato pubblicato il primo numero della rivista: 86 pagine di articoli e racconti a soli 2,88 euro. Ma veniamo nel dettaglio. Altrisogni è un progetto editoriale atipico ma innovativo affrontato nel modo più professionale possibile, rivolto alla narrativa di genere e ai giovani talenti e va notato, fatto più che unico che raro, che retribuisce gli autori dei racconti che pubblica. Se sete curiosi come lo siamo stati noi vi segnalo che sul sito Internet dell'editore, alla pagina dedicata ad Altrisogni è possibile scaricare gratuitamente una versione dimostrativa della rivista, una selezione di 20 pagine del giornale completo.

(http://www.dbooks.it/libreria/scheda/54/6/narrativa/altrisogni-01.html),

:: Blueeyedboy – Il ragazzo dagli occhi blu- Il blog dell'assassino

16 ottobre 2010 by

blueIl 28 ottobre uscirà in libreria per Garzanti il nuovo romanzo di Joanne Harris, 'Il ragazzo con gli occhi blu'.Intanto chi è Blueeyedboy? Chi si nasconde dietro questo pseudonimo? Nelle comunità online, nei social network nessuno è davvero ciò che sembra essere e può nascondersi un assassino. Chi è la ragazza dal cappotto rosso?

Blueeyedboy ha un blog se avete tempo dateci un'occhiata: http://blueeyedboy1.blogspot.com/

:: Recensione di Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania Post-comunista di Marco Belli e Lorenzo Mazzoni

15 ottobre 2010 by

porno blocESCE LA RISTAMPA DI PORNO BLOC, QUANDO LA PORNOGRAFIA DIVENTA SENZA PREGIUDIZI

E' stato ristampato da poco Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista, del fotografo Marco Belli e dello scrittore Lorenzo Mazzoni, edito dalla neonata casa editrice LineaBN (staccatasi, dopo un percorso durato più di due anni, da la Carmelina Edizioni).

Un libro che va a collocarsi nell'attualità di questi tempi, con le spinose relazioni fra l'Italia e gli immigrati e il problema dell'integrazione. Il romanzo fotografico, ultimo nato dalla scuderia della Linea BN (attivissima in questi ultimi mesi), è ambientato in una Bucarest estiva, calda e caotica, dove un oscuro personaggio, un italiano residente in Romania, in balia dei propri vizi e delle proprie debolezze, dovrà partecipare a una ‘misteriosa conferenza’.

Durante i suoi allucinati pellegrinaggi metropolitani incontra una ragazza e inizia con lei un gioco di perversione e follia. Attraverso bambini di strada, bloc di periferia, locali notturni e un’umanità in disfacimento, l’uomo muove i suoi incerti passi fino al sorprendente, inevitabile finale. Un libro dove fotografia e testo si rincorrono e si intrecciano, creando uno strano e morboso rotocalco contemporaneo, su una realtà, quella della capitale romena, inedita e fascinosa.

Senz'altro un libro che farà discutere per i temi trattati, ma come scritto anche da Mihai Mircea Butcovan (giornalista romeno de “il manifesto” e “Internazionale” curatore della postfazione): “gli autori, sapendo che “domandare è un ottimo modo per sapere” hanno fatto domande alle persone, ai libri, ai luoghi, ai colori, al passato ed al presente, all’immaginato o sperato futuro di quel paese e di coloro che lo abitano. Hanno capito più di quello che hanno visto e ci restituiscono qualcosa, una parte, senza la pretesa di raccontare tutto”.

Con un tono asciutto che rimanda a una narrativa nichilista che va da Camus per arrivare a Houellembecq e una fotografia scarna, ruvida e di grande effetto, il libro spicca per l'originalità dei temi trattati e per la perfetta simbiosi realizzata dai due autori.

Marco Belli, fotografo autore, fra l'altro, degli scatti di Dal comunismo al consumismo (scritto da Mihai Mircea Butcovan ed edito sempre da LineaBN Edizioni) e attivo nel campo dell'integrazione romena in Italia, e Lorenzo Mazzoni, prolifico narratore, autore, fra l'altro della saga dell'ispettore Malatesta (outsider strampalato all'interno della poco fantasiosa polizia italiana), stanno continuando il loro percorso di scoperta delle capitali dell'Est Europa (previsti un libro su Sofia e uno su Tirana), per cercare di mettere in luce gli aspetti meno conosciuti di realtà culturali differenti ma anche molto simili a quella del nostro Paese.

PORNO BLOC. ROTOCALCO MORBOSO DALLA ROMANIA POST POST-COMUNISTA (LINEABN EDIZIONI, 2010)
EURO 12,00
ISBN 978-88-903300-8-7
WWW.LINEABN.COM

:: Recensione di Tre di Melissa P. a cura di Giovanni Choukhadarian

15 ottobre 2010 by

imagesQuesto libro si chiama Tre, ha 164 pagine e costa 16 euro. Vi si raccontano le storie di Günther, George e Larissa, più svariati altri, che hanno svariati obiettivi nella vita: mangiare (male), bere (peggio), spostarsi da un luogo all’altro senza una ragione precisa, ammucchiarsi senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come da dettato costituzionale. Il racconto è diviso a metà fra Roma e Buenos Aires, che potrebbero essere anche Torino e Lima: i luoghi fisici non hanno grande importanza, i paesaggi costruiti nemmeno. All’autrice, che 7 anni fa era una ragazzina e ora, comprensibilmente, non più, interessano i corpi; beninteso vissuti fino al degrado, maltrattati e strapazzati come si conviene a un romanzo italiano oltraggioso pubblicato presso Stile Libero. Come in ogni buona fiction da prima serata di Rai1, sovrabbondano i dialoghi.
Siccome l’oggetto del libro è di poco rilievo, si possono prendere frasi non casuali per dar l’idea di cosa si legge: “La pancia si gonfiava, riempita di pensieri viziati che si raccoglievano tra l’esofago e lo stomaco e intasavano i condotti, nuvole nere si condesavano lì” (amore intestinale, a pag. 37);  “Vomitò sul divano di velluto viola. Gunther si allontanò con un salto all’indietro, George vide il suo piede pestare una chiazza di vomito rigettata contro il marmo, ma non trovò la forza per avvertirlo” (amore ginnico, pag. 57); “Era la prima volta che faceva l’amore da quando aveva scoperto di essere incinta. All’inizio, quando George scivolò sotto di le e Gunther l’afferrò per i fianchi quasi a volerli staccare, Larissa non sentì il suo corpo mutato” (amore triadico-prenatale, pag. 138).
Giudizio della  Commissione Nazionale Valutazione Libri della Cei: futile, superficiale, inaccettabile.

p.s: (all’editore: barboni, Günther si scrive con la umlaut, che sull’alfanumerica è alt+129)

:: Intervista a Paolo Roversi a cura di Valentino G. Colapinto

14 ottobre 2010 by

90-anni-buon-compleanno-bukowski-L-1Benvenuto Paolo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Come da tradizione iniziamo con le presentazioni. Sei nato a Suzzara, sulla riva mantovana del Po, nel 1975, ti sei laureato in Storia contemporanea all'Università di Nizza e risiedi a Milano, dove lavori come scrittore, giornalista e promotore culturale. Hai fondato e dirigi il famoso sito dedicato alla letteratura gialla, noir e thriller “MilanoNera” – che è anche una free press, una web tv, una società per eventi e una libreria – il “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival” e “Milano in Bionda”. Vuoi aggiungere altro?

Direi che c'è tutto. Posso solo aggiungere che da poco abbiamo lanciato un nuovo portale generalista che si chiama “Hotmag”, cui hanno già aderito una cinquantina di blogger. Se siete curiosi, dateci un'occhiata: www.hotmag.me  

Roversi e Bukowski, Bukowski e Roversi. Una passione, anzi quasi una felice ossessione, che ha prodotto finora ben tre libri tra biografie, raccolte di aforismi e “romanzi bukowskiani”. Apparentemente non sembri avere nulla in comune con Hank, il barbone sbronzo e misantropo: come nasce quest'affinità con il poeta maledetto losangelino?

Se scrivo romanzi, lo devo proprio a Bukowski. È infatti dopo aver letto il suo Post Office che ho desiderato diventare uno scrittore, anche se col mio autore non ho nulla in comune: non scrivo come lui, non tratto i suoi argomenti e la nostra narrativa è profondamente diversa. Il Vecchio, però, mi ha insegnato a non mollare, a tenere duro di fronte alle delusioni – inevitabili quando sei un esordiente – perché la scrittura è fatica e gli obiettivi si raggiungono solo coi sacrifici. Lui ha dovuto aspettare i cinquant'anni per essere considerato uno scrittore. Io ho ancora quindici anni di tempo per darci dentro… 

Ritieni che ci saranno altre opere ispirate a lui nel tuo futuro?

No, ormai ho dato. Magari parteciperò alla sceneggiatura, se trarranno un film da “Taccuino di una sbronza”, così come ne hanno tratto uno spettacolo teatrale… 

Questa biografia nasce anche grazie all'apporto della scomparsa Fernanda Pivano. Tu che hai avuto la fortuna di conoscerla da vicino vuoi raccontarci qualcosa di lei e del vostro rapporto?

Nanda amava gli scrittori ed era aperta e disponibile con tutti quelli che si interessavano a loro. Io quando l'ho contattata ero un emerito sconosciuto, un ventenne con una grande passione per Bukowski. A lei è bastato per aprirmi la sua casa e raccontarmi del nostro scrittore. 

Non hai mai potuto conoscere Charles Bukowski di persona, anche perché lo hai scoperto nel 1994, l'anno stesso della sua morte. Se potessi usare la macchina del tempo e incontrarlo in carne ossa, cosa gli chiederesti?

Niente di speciale. Come diceva lui stesso: gli scrittori è meglio conoscerli dai loro libri anziché di persona. Con Buk mi limiterei a fare una capatina al bar dove gli offrirei qualche drink… Magari gli farei provare il mio Mojito Radeschi. 

Quest'anno è uscito anche un tuo romanzo “Pescemangiacane” [VerdeNero, 2010], dove affronti con il meccanismo della crime fiction la tematica dello stupro ambientale subito dalla tua amata Bassa. Ritieni che un buon noir debba contenere sempre un pizzico d'impegno? E cosa rispondi a chi accusa i noir italiani di essere a volte troppo buonisti e politicamente corretti?

Il noir – ma anche il giallo – deve sempre prendere spunto da un fatto reale, da un problema della società. Almeno, i miei lo fanno. Altrimenti non ha senso scrivere se non per raccontare qualcosa che ti sta veramente a cuore. Non mi stancherò mai di ripetere che non scriviamo questo tipo di romanzi solo per svelare il nome del colpevole. C'è moltissimo di più. 

Con l'apprezzata serie di romanzi dedicati all'hacker Enrico Radeschi ti sei affermato come uno dei più validi noiristi italiani. Un tempo si riempivano le pagine culturali delle riviste con feroci discussioni sulla “morte del romanzo”, oggi invece va di moda parlare di “morte del noir” – vedi da ultima l'inchiesta condotta da Marilù Oliva sul blog “lapoesiaelospirito” – e c'è chi si spinge a teorizzare il “post-noir” (Raul Montanari e altri) o addirittura il “porn-noir” (Stefano Di Marino dixit). Tu che cosa ne pensi a proposito? Il noir ha ancora qualcosa da dire?

Questa diatriba è vecchia di un anno, o forse più. Ciclicamente se ne torna a discutere senza un apparente motivo a mio avviso. Per me si tratta solo di etichette che lasciano il tempo che trovano… Per quanto mi riguarda, comunque, la risposta migliore l'ho già data un anno fa, proprio di questi tempi a Roma, durante la presentazione de “L'uomo della pianura” con Giulio Leoni. Cosa ho detto? Non vi voglio rovinare il gusto della sorpresa, perché ve la potete gustare qui: http://www.youtube.com/watch?v=3IBX6mNAUWQ al minuto 2,10 c'è la mia risposta definitiva a riguardo. Non ne rimarrete delusi 😉 

Un'ultima curiosità: sei impegnato in mille attività diverse. Come riesci a conciliarle e a farti bastare ventiquattro ore al giorno? Puoi raccontarci una tua giornata tipo? E qual è il tuo metodo di lavoro?

La notte è principalmente dedicata alla scrittura, così come quasi tutti i momenti liberi e i viaggi –  tantissimi su e giù per l'Italia – in treno. Durante il giorno lavoro in una multinazionale dove faccio l'informatico, il nerd, e questo mi è stato molto utile per la creazione del mio Enrico Radeschi, protagonista di quattro romanzi, che oltre al giornalista è appunto un hacker. Comincio a scrivere un romanzo solo quando ho tutta la storia in testa e una scaletta meticolosa già su carta. Trovo molto più semplice lavorare così e anche con una scadenza tassativa di consegna. Mi aiuta a concentrarmi, a canalizzare le energie e a non disperdere le forze in altro. Certo, per chi mi sta accanto, gli ultimi giorni prima della consegna sono infernali. E anche per me, in realtà, ma sotto stress rendo meglio, non ci posso fare nulla.

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Il sole sorge sul Vietnam di Lorenzo Mazzoni e Tommy Graziani

14 ottobre 2010 by

sole vietnamSORGE SUL VIETNAM, TENERO E ORIGINALE OMAGGIO AL PAESE ASIATICO 
  

Nel 2005, il 30 aprile, in concomitanza con il trentennale della Liberazione di Saigon, il coraggioso editore modenese Edizioni Kult Virtual Press, pubblica in rete un e-book, scaricabile gratuitamente e democraticamente. Il sole sorge sul Vietnam con testi di Lorenzo Mazzoni e fotografie di Tommy Graziani.
Non un reportage giornalistico, non un vero e proprio diario di viaggio, non un racconto di fantasia, ma un insieme di tutto questo, miscelato con arte e supportato da istantanee suggestive.
Fra ricette culinarie, estratti de La guerra di popolo del generale Giap, poesie d’amore, reportage dai bassifondi di Ho Chi Minh Ville, accenni alle guerre combattute da questo eroico popolo, l’e-book si snoda avvincente, in una riuscita sinergia di immagini e parole. Un tributo ad un Vietnam contemporaneo e antico.
Sono presenti le belle liriche di Ho Chi Minh, il suo commovente addio alla nazione. Annotazioni prese in fretta dalla spiaggia di Nha Trang. Scatti rubati per le strade caotiche di Huè. Consigli utili per viaggiare nel Vietnam evitando gli altri turisti. E c’è la rubrica “spendere una cifra socialista in un paese socialista” che consiste semplicemente nell’adattarsi.
I due, all’epoca collaboratori de “il reporter”, sempre per lo stesso editore, hanno fatto uscire un secondo e-book, un portfolio sul Laos, Mekong Blues (Edizioni Kult Virtual Press, 2007). Un viaggio all’interno dello sconosciuto paese del sud-est asiatico, con mezzi locali, insieme alla gente del luogo. Un e-book che mescola con sapienza il classico reportage giornalistico d’avventura con accenni e notazioni storiografiche.
Del resto, anche nella sua carriera di romanziere, Lorenzo Mazzoni non ha mai abbandonato il piacere per il reportage vero e proprio. Accenni ai suoi “cattivi maestri” Kapuscinski, Hartley e Greene, sono presenti sia nella spy-story Ost. Il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), sia nel surreale Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), dove le descrizioni della città infestata dai fumi venefici sembrano dettate dal compianto reporter polacco.
Oggi, dopo cinque anni da quell'importante prima edizione, LineaBN Edizioni ha deciso di ripubblicare Il sole sorge sul Vietnam impreziosito da foto inedite di Tommy Graziani e da estratti di Mekong blues e anche in questa veste cartacea la forza principale del libro rimane nella capacità di descrivere un paese così distante come il Vietnam, togliendogli la patina, molto spesso sgradevole, dell'attrazione turistica ed esotica. Un libro dove I brani storici e i disagi del viaggio sono raccontati in poche righe e i volti delle persone ritratte , rendono l'idea di un percorso intimo aperto all'altro, al nuovo.

IL SOLE SORGE SUL VIETNAM (MEKONG BLUES), DI LORENZO MAZZONI E TOMMY GRAZIANI
LINEABN EDIZIONI
EURO 13,00
ISBN 9788896437155

:: Recensione di Charles Bukowski di Paolo Roversi a cura di Valentino G. Colapinto

13 ottobre 2010 by

90-anni-buon-compleanno-bukowski-L-1Il vero Bukowski svelato da Paolo Roversi 

Charles Bukowski. Scrivo racconti e poi ci metto il sesso per vendere. La vita, la poesia e i segreti di uno scrittore maledetto” di Paolo ROVERSI: 192 pp. Ill. in brossura, prezzo di copertina € 16 [Castelvecchi – I Timoni, 2010]. 

C'è lo scrittore e c'è il suo mito. Spesso le due cose si confondono fino a diventare indistinguibili, come nel caso di Henry Charles Bukowski (Andernach, 1920 – San Pedro, 1994), per tutti “Hank”, e del suo doppio letterario, Henry Chinaski, amatissimi tutti e due soprattutto in Europa – e in Italia in particolare – più che nella loro patria, gli USA.

A cercare di mettere ordine, distinguendo la storia dalla leggenda, ci pensa adesso lo scrittore e giornalista Paolo Roversi (Suzzara, 1975) con la riedizione aggiornata di questa meritevole biografia (già pubblicata nel 2005 da Stampa Alternativa).

Sul poeta sbronzo e maledetto di Los Angeles esiste già una ricca bibliografia, ma ci sentiamo senz'altro di consigliare quest'opera a tutti i suoi fan, perché Roversi è innanzitutto egli stesso un fan e in più uno dei più grandi studiosi della vita e delle opere di Bukowski – scoperto per caso in biblioteca proprio nel 1994, anno della sua morte, dopo averlo scambiato erroneamente per un autore russo alla Bulgakov.

Su di lui Roversi ha scritto ben tre libri: oltre alla succitata biografia, una raccolta di aforismi, “Seppellitemi vicino all'ippodromo così che possa sentire l'ebbrezza della volata finale” [Stampa Alternativa – Millelire, 1997] e il sorprendente “Taccuino di una Sbronza” [Kowalski, 2008], in cui Bukowski si reincarna addirittura in un tranquillo (fino ad allora) ragazzo milanese, che comincia a frequentare una certa “Jolanda Bivano”, amica di Buk e dei poeti della Beat Generation…

Quasi un'ossessione quella per il più etilico degli scrittori e i risultati si vedono. Quest'agile vademecum, infatti, permette al lettore di impossessarsi in poco tempo di tutto l'universo bukowskiano, osservandolo quasi dal buco della serratura. Anche per chi ha letto tutto o quasi Bukowski, infatti, le sorprese non mancano.

È strano, per esempio, venire a sapere che il cantore dei peggiori bar losangelini non era poi così maledetto (nell'ultima fase della vita s'imborghesì non poco) e squattrinato (godette di una ricca eredità paterna) come amava invece far credere.

Il libro si avvale di un ricco e interessante apparato fotografico e della collaborazione della mai troppo rimpianta Fernanda Pivano (1917-2009), la quale raccontò anni orsono al giovanissimo Roversi molti aneddoti curiosi e particolari poco conosciuti sull'amico Buk, di cui aveva diffuso la fama nel nostro paese. Un'amicizia bizzarra eppure sincera, quella che questo libro ha il merito di rievocare, tra uno degli alcolisti più impenitenti mai vissuti e una traduttrice astemia fin dalla nascita, che non andava oltre la coca cola.

Ne viene fuori il Bukowski che non ti aspetti. Sensibile, timido, quasi romantico, mentre accoglie la Fernanda nazionale con un fiore in mano. Ben lontano, quindi, dall'immagine stereotipata del barbone ubriaco, misantropo e rissoso, che gira sempre con un coltello in tasca. Un tipo da cui sarebbe saggio restare ben alla larga. E non era poi tanto vero neppure che il vecchio ubriacone fosse così innamorato degli ippodromi, dove ci andava più per studiare il pubblico che per osservare i cavalli.

Queste divertenti rivelazioni nulla tolgono, ovviamente, al vigore e alla bellezza delle sue poesie e racconti, tra i più significativi della letteratura novecentesca non solo americana, perché anche in casi come quello di Bukowski – i cui scritti sono quasi completamente autobiografici – non bisogna mai confondere l'autore con la sua opera.

Molto interessanti i capitoli dove si citano tutti i cantanti ispirati dal Nostro, tra cui c'è – udite, udite – perfino Ambra Angioini, oppure quelli dove si raccontano i mitici reading ad altissimo contenuto alcolico e inoltre la leggendaria comparsata televisiva ad Apostrophes di Bernand Pivot, su cui non sapremo forse mai la verità dei fatti.

Scoprirete, inoltre, che esistono molti locali italiani ispirati a Bukowski, che pure non vi mise mai piede nel Belpaese, e tutti i film tratti dai suoi scritti, nonché un elenco completo delle sue opere tradotte e pubblicate in Italia con tanto di annotazioni critiche.

Insomma, se siete fan di Bukowski non potete non avere questo libro e se non lo siete questa è la migliore introduzione possibile a un grandissimo e inimitabile autore. 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Ambigue utopie – Autori Vari a cura di Riccardo Falcetta

12 ottobre 2010 by

Ambigue utopie – Autori Vari (a cura di G. F. Pizzo e W. Catalano), Bietti, 2010, pp. 400, € 22.

Nei paesi anglosassoni la fantascienza è detta “science fiction” o, più opportunamente, “speculative fiction”: un tipo di narrazione che, come poche altre, sa speculare sulle possibilità del Reale e della Storia, attraverso il Fantastico e gli sviluppi della tecnologia, adottando modelli e suggestioni dalla scienza, dalla filosofia, dalla psicologia, dall’antropologia, e dalle teorie fenomenologiche. In tal senso, la fantascienza è il più teorico tra i generi che nacquero dalla tradizione narrativa ottocentesca e mentre (data la sua carica rivoluzionaria e spettacolarizzante) si impadroniva di ogni mezzo disponibile sul panorama mediale, attenuava la propria carica escapista (trasferita al fantasy), calandosi sempre più, come un termometro, tra le increspature della realtà, parlando di “guerre del futuro, manipolazioni genetiche, problemi religiosi, tecnologia e società totalitarie”: producendo una “social science fiction”.Oggi, il bilico del mondo tra progresso tecnologico e il baratro dei confitti, delle crisi economiche e delle catastrofi climatiche, sta ingenerando una rinnovata sensibilità verso un genere che negli ultimi anni ha sofferto una crisi di idee e di mercato. Due i sintomi: autori rinomati e non avvezzi al genere (il McCarthy di “The Road”, su tutti) che si (ri)appropriano degli stilemi della fantascienza per elaborare inquietudini sul presente, e il proliferare di operazioni antologiche. In quest’ultimo settore, spicca per qualità e portata storica “Ambigue utopie”, recente antologia che raccoglie “19 racconti di fantaresistenza”, vecchi e nuovi, corredati da puntuali interventi storico-critici dei curatori Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano. Il titolo è un chiaro riferimento al sottotitolo de “I reietti dell’altro pianeta” di Ursula Le Guin, romanzo cardine della cultura libertaria degli anni ’60, nonché a “Un’ambigua Utopia”, pubblicazione che nel ‘77 per prima diede vita a quella che fu definita come un’invasione di “MarxZiani” ! – il promotore di quell’avventura, Antonio Caronia, chiude questo volume con un saggio. In effetti, a dispetto di quanti negarono che l’arretratezza sociale e culturale del nostro paese potesse permetterne uno sviluppo (“A Lucca mai!”, sostennero all’epoca, con piglio sarcastico, due intellettuali come Fruttero e Lucentini), in Italia la fantascienza fiorì eccome, e non evitò di trattare i rivolgimenti di quei decenni, compresa la lotta ideologica. Dunque, proprio in un momento di deriva per il nostro paese, “Ambigue utopie” giunge, come un affondo, a mappare mezzo secolo di narrazione avveniristica italiana “a sinistra”, “una sorta di inventario delle tematiche e degli autori che hanno agitato in senso ribellistico, critico, politicizzato il Fantastico dagli anni Settanta ad oggi”. Un rivolo della nostra letteratura che per molte stagioni ha prodotto piccoli e grandi gemme di scrittori ormai tradotti e considerati anche fuori dai patri confini. Su tutti: Vittorio Curtoni, tra i padri fondatori della fantascienza nazionale (il suo profetico racconto risale alla storica “Fant’Italia”, antologia del ‘72, in cui il tema della fantapolitica portò alla prima grande divaricazione tra scrittori di sinistra e di destra nel nostro paese) e lo storico militante e scrittore Valerio Evangelisti, che ipotizza una guerra preventiva a Marte. Claudio Asciuti riscrive il tragico G8 di Genova in una immaginifica metafora sulla Memoria e sul sentimento di lotta. Bellissimo il racconto di uno dei curatori, Walter Catalano, quel “Nekropol” in cui il sogno del collettivismo diviene incubo che moltiplica il deliri del dottor Frankenstein… “E’ piacevole sentirsi insieme a condividere la ‘visione’ di una possibile rinascita politica e culturale di questo paese. La fantascienza traccia mappe, prospetta possibilità, lancia allarmi…”.Registriamo, infine con vivo interesse la presenza dei due nostri conterranei: si tratta di Vittorio Catani, scrittore leccese tra i più audaci e innovativi del genere, con l’utopia di “Area 52” (un uomo osserva il mondo che muore, ma basta uno sguardo vero, voluto, necessario, per capire che un mondo nuovo è possibile) ed Enzo Verrengia, giornalista culturale e scrittore, presente con la geniale e inquietante burla cospirazionista, ai confini della realtà, de “La sindrome di Casablanca”. Un libro necessario.

:: Intervista a Giulietto Chiesa a cura di Giulietta Iannone

11 ottobre 2010 by

Giulietto ChiesaBenvenuto Signor Chiesa su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Giornalista, scrittore, politico. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giulietto Chiesa?

Sono un uomo fortunato. Mi sono trovato coinvolto nei principali eventi del secolo scorso e li ho descritti. Ho fatto studi scientifici, mi sono quasi laureato in Fisica ci tengo a dirlo. Oltre allo studente ho fatto per anni il dirigente politico, sono stato dirigente del Partito Comunista Italiano, e conclusa questa esperienza sono diventato giornalista. Sono stato fortunato perché mi sono sempre divertito, quando uno si diverte vuol dire che non lavora.

È stato corrispondente da Mosca in piena Guerra Fredda per l’Unità e La Stampa, oltre che per numerose reti televisive. È editorialista per diverse testate e riviste (La Stampa, Megachip, Il Manifesto). Ci parli di come è nato il suo amore per il giornalismo.

Sono anche direttore della rivista COMeta un trimestrale di critica della Comunicazione, promossa dalle associazioni Megachip e Pentapolis. Il nome della rivista richiama i temi ispiratori del progetto: comunicazione, etica, ambiente. L’amore per il giornalismo è nato dall’analisi della politica internazionale, dall’amore per la storia e dalla volontà di capire il mondo e fare il punto della rotta.

Ha scritto numerosi libri sull’Unione Sovietica prima e sulla Russia poi, storia, cronaca,  reportage. Ci parli della sua Russia. Un ricordo, un’impressione di questa terra, dei suoi abitanti.

È un paese straordinario. Devo molto a quella esperienza, mi ha fatto capire tante cose su me stesso, sul mondo. Poi è un paese immenso, che ha avuto una grande influenza segnando il futuro del nostro pianeta. Sì la Russia è cambiata, è l’emblema di una realtà difficile, ma a mio avviso è cambiata solo esteriormente,  in profondità  è mutata molto poco.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

È sparito. È morto. Ammazzato dalla televisione. Tutto è diventato spettacolo. Come dice Guy Debord nel suo saggio La società dello spettacolo. Da produttori e cittadini siamo diventati consumatori. Come tali non abbiamo bisogno né di essere informati, né di essere colti. Più infantili siamo meglio consumeremo. E infatti il sistema mediatico è incaricato di farci regredire collettivamente alla fase dei bisogni primari. Ci vogliono, come diceva Freud, perversi e polimorfi.

Ci racconti  un avvenimento avventuroso o divertente della tua carriera di inviato.

A dire il vero ce ne sono molti. Posso citare due episodi tra i tanti. Uno non è affatto divertente ma molto significativo. Ho visitato la Cecenia durante la guerra. Quando la gente sta morendo tutt’intorno a te ci si fa un sacco di domande sulla vita e sulla morte. È stato terribile camminare tra i cadaveri di donne, uomini e bambini. Forse non molti di voi hanno potuto vedere un cadavere da vicino ma assicuro che è un’esperienza che ti cambia la vita. Un altro episodio riguarda l’ex vice-presidente russo Janaev, recentemente scomparso, l’uomo del golpe contro Gorbaciov. Durante la conferenza stampa guidata da Janaev, ricordo che noi giornalisti credevamo tutti che Gorbaciov fosse stato ammazzato. Janaev mi diede la parola, sapeva che ero stato corrispondente dell’Unità e pensò di darmi la parola. Credeva probabilmente che fossi dalla  sua parte. Mi venne spontaneo chiedergli – stavo osservando che le sue mani tremavano – : “Ma la sua salute com’è?”. Quando andò in onda alla tv, quella stessa sera, la mia domanda,  capii che il golpe era stato sconfitto. Alla Casa Bianca dopo poche ore, la mia domanda era già scritta sui cartelli e appesa nelle bacheche “Ghennadij, (questo era il nome di Janaev), come sta la sua salute?” Divenni famosissimo in tutta la Russia.

Ha mai pensato di scrivere un’autobiografia?

No. Sono stato testimone di grandi avvenimenti che ho parzialmente raccolto in Russia Addio e Roulette russa. Ma ci sarebbero da scrivere volumi. Non è comunque escluso che lo faccia. Potrei intitolarla “Le mie memorie della Russia” (sorride).

Lei è molto critico con il sistema contemporaneo dei media che esercita un’influenza sempre più forte sull’opinione pubblica. Quale è il limite tra informazione e manipolazione?

Un po’ di  manipolazione c’è sempre stata, sin dai tempi di Sofocle e di Tucidide,  però quello che contesto è che ci sono persone che dicono che le cose sono sempre andate così. Non è vero. Un tempo c’era un giornalismo vero, che, pur di parte, sapeva dire verità e raccontare la realtà. Ora le notizie non ci sono più. L’agenda del giorno di molti direttori di giornale è totalmente manipolata, ed è così per tutti. Tutti elencano una fila di temi ma i veri problemi non sono quelli. Così  milioni di persone hanno perduto il senso del mondo. Tutto questo processo non è avvenuto in un giorno, è stato graduale, è successo negli ultimi 40 anni. Ora è la pubblicità che decide tutto. E i giornalisti non possono più fare liberamente  il loro lavoro. Perché farlo significa sottrarre al Potere il controllo delle menti e dei cuori.

Assieme a Megachip ha promosso un gruppo di lavoro che indaga sulle vicende dell’11 settembre 2001, fortemente critico nei confronti delle interpretazioni ufficiali ed è anche autore, insieme a Franco Fracassi, di Zero – Inchiesta sull’11 settembre, un film documentario. A che conclusioni siete giunti? Si arriverà mai alla verità?

Sì, alla verità si arriverà. Altri misteri nascosti hanno avuto bisogno di un potere fortissimo per essere tenuti celati. Questa volta il potere dell’impero degli Stati Uniti d’America si sta sgretolando e non potrà nascondere più a lungo la verità. C’è un libro interessante “Family of Secrets: The Bush Dynasty, the Powerful Forces That Put It in the White House, and What Their Influence Means for America” del giornalista Russ Baker, che spero verrà tradotto presto in Italia, in cui si elencano le implicazioni di Bush padre nell’assassinio dei Kennedy, sia di John prima che di Robert in seguito. Quello che rivelò al mondo la commissione Warren, ovvero che Lee Harvey Oswald fosse l’unico esecutore del delitto fu una colossale bugia. C’è una valanga di dati che attestano che si trattò di un complotto politico in cui erano implicati, tra i capi della congiura, Bush padre, membri della CIA e la consorteria dei petrolieri. La dinastia dei Kennedy venne estirpata e al suo posto subentrò la dinastia dei Bush che governò fino al 2001, vero e proprio anno di svolta. Ormai è in atto una crisi definitiva. L’America è un impero in declino e non s’innalzerà più. Si è innescato un processo di crisi irreversibile, per arrestare il quale è stato organizzato l’11 settembre. Ma sono riusciti solo a dilazionare il crollo. Che, nel 2007, ha ripreso con una virulenza ancora maggiore. Cosa avverrà dopo non lo so. Posso solo dire che sarà necessario un cambiamento radicale dell’economia, della politica, della società.   

Cosa ne pensa del sito Wikileaks fondato dal ex hacker australiano Julian Assange con lo scopo di raccontare cosa i media non dicono, divulgando migliaia di documenti top-secret sulla guerra in Iraq e in Afghanistan?

Una sola parola: Bravi.

Di prossima pubblicazione per la casa editrice Il ponte alle grazie Il candidato lettone. Inedite avventure di un alieno in Europa. Ce ne può parlare?

In questo mio libro racconto la mia campagna elettorale dell’anno scorso come candidato della Lettonia per le elezioni europee nella la lista “Per i diritti umani in una Lettonia unita“. Nessun partito italiano mi ispirava così ho deciso di candidarmi in Lettonia essenzialmente per dare risalto ad una realtà che quasi nessuno conosce, ovvero la violazione dei diritti umani che subisce la minoranza russa. Ho visto che da quel paese si poteva guardare l’Europa, riflettere sul mondo contemporaneo. Andiamo incontro ad un processo di transizione da una società ad un’altra. La gente non si interroga, vive come se tutto, le risorse, le ricchezze, l’energia, non dovessero mai finire e invece i limiti allo sviluppo esistono e li ha posti la natura. Le risorse si stanno esaurendo. Quelli che pensano che la tecnologia sopperirà al problema si illudono, non pensano che siamo già in overshooting, consumiamo più risorse di quanto se ne producano. Il capitalismo finanziario esiste in quanto si espande, ma questa espansione non è più possibile. E’ una contraddizione insanabile.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Ho attivato un laboratorio politico che si chiama “Alternativa”, già dal nome si dovrebbe capire gli obbiettivi che persegue. Molte cose la gente non le sa ed è urgente che le conosca. Forse diventerà un partito politico in cui la comunicazione sarà al centro della sua azione politica. È bene che più persone possibile vengano coinvolte. I partiti attuali sono stati stravolti, uccisi, hanno perduto di senso. Io pongo l’informazione al centro del dibattito perché non si tratta più solo di libertà di parola. Ci è stata rubata la verità e noi dobbiamo riappropriarcene. Vorrei dare una mano a questa battaglia.

Il primo capitolo di Il mio primo omicidio di Leena Lehtolainen Fanucci Editore

9 ottobre 2010 by

fanucciIl mio primo omicidio di Leena Lehtolainen
Traduzione dal finlandese di Nicola Rainò
Per gentile concessione della Fanucci Editore

Preludio
Jyri si svegliò con un atroce bisogno di orinare. In bocca quel sapore acre che in genere ti lasciano whisky, birra, aglio e una serie infinita di sigarette. Si domandò se in casa avrebbe trovato della Fanta. Il mattino dopo una sbornia era quella la sua medicina preferita, se la situazione non era grave al punto da richiedere una birra.
La mattina era divinamente bella. Tuulia e Mirja erano sedute in terrazza e s’occupavano della colazione. Tutto quel ciarlare sulle virtù dei vari formaggi lo divertì – in realtà le due donne non si sopportavano. Ma dal momento che una era il miglior soprano e l’altra il miglior contralto dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali di Finlandia, erano costrette a fare buon viso a cattiva sorte. Mirja era la perfetta incarnazione del contralto, bruna, rotondetta, tenebrosa. Perfetta per la parte della zingara nel Trovatore di Verdi: come si chiamava poi… la zingara, insomma.
Il sole abbagliante lo colpì agli occhi, tanto che il capo gli rintronò. Per sicurezza mandò giù due tachipirine, anche se era convinto di essere ormai immune al trattamento Fanta non ne trovò, ma c’era succo d’arancia. Il mondo gli si mostrava nel suo splendore più deprimente: il mare scintillava, gabbiani strepitavano vicino al pontile, si annunciava un pomeriggio canicolare. Cantare con quella calura non sarebbe stato tanto facile.
«Allora, Jyri, pesante la spranghetta?» fece Tuulia in tono canzonatorio. Anche lei aveva un’aria pallida, di sicuro nessuno aveva dormito granché quella notte. Ma che problema c’era? Alavorare si andava solo l’indomani.
«Gli altri dormono ancora?»
«Piia è andata a fare un bagno. Altri non ne ho visti. Sarebbe ora che si alzassero, se vogliamo combinare qualcosa.»
Mirja lo disse con un tono acido, i poltroni non le garbavano affatto. Il miglior doppio quartetto dell’ASPROF si era radunato nella villa dei genitori di Jukka in vista di un impegno importante, a suo parere, per fare le prove e non per fare baldoria.
Tutto qui. Per cui sveglia, un bel caffè in canna, poi sotto coi vocalizzi. Jyri si tirò su. Un bel bagno non sarebbe stato una cattiva idea. L’acqua era sui venti gradi, quel che ci voleva. Si diresse caracollando verso il pontile di legno. Sulla spiaggetta accanto alla sauna scorse Piia, decentemente ricoperta da un bikini. Jyri non se la sentì di andare così lontano, per cui, alla faccia del pudore, giù le brache e oplà, in mare. Anche Jukka era in mare, galleggiava sull’acqua bassa vicino agli scogli. Doveva avere un mal di testa furibondo, almeno a giudicare dal buco enorme che esibiva sul cranio. Per il resto, non aveva l’aria troppo sveglia… Jyri si sentì rivoltare lo stomaco, e precipitarsi a vomitare sulle canne vicino alla riva fu l’unico sollievo.
Gli ci volle un paio di minuti per risollevarsi e riuscire a tornare sulla veranda, dove adesso c’era anche altra gente. La sua voce limpida e invidiata di primo tenore non bastò ad articolare chiaramente le parole.
«Che diavolo ci fai, così, con le chiappe al vento?» gli fece Tuulia.
«Jukka… là, al pontile, oh Cristo… Forse è morto! Annegato! »
«Ma di che cazzo parli?»
Antti si precipitò verso la riva, Mirja gli corse dietro. Un attimo, e la donna tornò indietro per fiondarsi sul telefono. I numeri delle emergenze erano nitidamente riportati accanto all’apparecchio.
Dalla terrazza udirono la sua profonda voce di contralto rivolgersi affannata alla polizia, e solo dopo cercare un’ambulanza.
 
Capitolo 1
 
Dove mai ti trascina la corrente?
 
Ero sotto la doccia, impegnata a sciacquare via il sale dalla pelle, quando il telefono squillò. Sentii il mio annuncio nella segreteria, poi la voce di un collega che mi chiedeva di richiamare al più presto. Il riposo domenicale era durato, con mia sorpresa, più del previsto, ma non ero riuscita a rilassarmi, nemmeno sulla spiaggia. Per qualche motivo m’ero sentita in dovere di trascorrere la prima bella giornata libera dell’estate a indorarmi al sole, sebbene detestassi fare vita di spiaggia.
Per tutto l’inverno avevo frequentato assiduamente la palestra, ragion per cui il mio fisico era presentabile come non accadeva da anni. Aparte qualche cuscinetto di cui non mi sarei mai sbarazzata, visto il ritmo con cui mandavo giù le birre.
Interruppi la segreteria e composi il numero del commissariato. Il centralino mi passò Rane.
«Ciao, bellezza! Tra un quarto d’ora sarò davanti a casa tua. Ho già impacchettato tutto. C’è un cadavere a Vuosaari, una pattuglia ce l’ha segnalato una mezz’oretta fa. Serve niente dal tuo ufficio? Arrivo!»
Si riparte, mi dissi, mentre cercavo nell’armadio qualcosa di presentabile da indossare. La gonna della divisa l’avevo lasciata in ufficio, a Pasila, sicché dovevo ricorrere ai miei jeans più decenti. I capelli erano bagnati, ma il fon non avrebbe fatto altro che scarruffare la mia zazzera rossiccia. Mi sforzai di stendere una specie di trucco sulla faccia arrossata, e feci un paio di smorfie nello specchio. L’immagine che mi rimandava era tutt’altro che quella di una rispettabile poliziotta: gli occhi verdognoli sembravano presi a prestito da un gatto, riccioli stopposi e ribelli con riflessi rossastri accentuati dalla tintura («il segreto chi lo sa, solo io e Melody…»). Il tratto che in me destava l’impressione più irriverente era il nasino all’insù che il sole aveva picchiettato di lentiggini. La mia bocca qualcuno l’aveva definita sensuale, il che significava, in soldoni, che avevo il labbro inferiore accentuato.
Era proprio questo donnino, adesso, con l’aria di una mocciosetta, che doveva andare a far rispettare la legge e l’ordine là in fondo all’estremo lembo di Vuosaari?
La sirena di Rane si fece sentire da lontano. Lui adorava farla andare a tutto volume, come metà dei poliziotti finlandesi. I morti non c’era rischio che se la filassero, ma questo la gente non era tenuta a saperlo.
«Quelli della scientifica sono andati avanti» annunciò Rane con tono professionale quando saltai accanto a lui sulla Saab.
«Allora, c’è un cadavere a Vuosaari, annegato, ma pare che ci sia qualcosa che non quadra. Un tipo sulla trentina, un certo Peltonen. C’era una decina di persone che passavano il fine settimana in una villa, fanno parte di un coro, e stamattina hanno ritrovato il corpo di questo Peltonen in mare.»
«Ce l’ha spinto qualcuno?»
«Non si sa. Come dati non c’è arrivato granché.»
«Cos’è questa faccenda del coro?»
«Un gruppo di gente che canta, immagino.» Rane diede una brusca sterzata per inserirsi sul raccordo est, tanto che andai a sbattere contro la portiera col gomito, un male della madonna.
Con un sospiro di rassegnazione mi allacciai quella detestabile cintura di sicurezza: fissata ad altezza di poliziotto maschio, a me serrava la gola.
«Dove diavolo
è finito Kinnunen, e tutti gli altri? Non dovevi avere anche tu la giornata libera?»
«I ragazzi sono tutti su quell’accoltellamento di ieri. Kinnunen ho cercato di contattarlo per tutta l’ultima mezz’ora, ma tu sai come tracanna, la domenica… Starà smaltendo la ciucca al tavolino di qualche bar.»
Rane scrollò le spalle, rassegnato. Nessuno aveva voglia di approfondire quel discorso. Il responsabile della nostra squadra, il commissario Kalevi Kinnunen, era un alcolista. Punto.
Io ero quella che veniva dopo, nella gerarchia, e dovevo occuparmi del caso fino a quando non si fosse rimesso dalla sbornia. O dai postumi. Punto.
«Rane, stammi a sentire. Forse quel tizio che è morto lo conosco, o lo conoscevo… È una faccenda un po’imbarazzante, per me…»
«Le mie ferie cominciano domani, e ho tutta l’intenzione di prendermele. Questo caso è roba tua, che ti piaccia o no. In questo mestiere c’è poco da scegliere.»
Il tono di voce di Rane lasciava intendere che avrei fatto meglio a proseguire con gli studi e fare magari l’avvocato, avrei così potuto scegliermi i casi di mio gradimento. Rane m’aveva sempre guardata con diffidenza, come tanti altri colleghi della centrale di polizia di Helsinki. Ero una donna, ero giovane e, diversamente da loro, non ero una vera funzionaria di polizia reclutata in pianta stabile, ma solo una sostituta, cui restavano solo due mesi di servizio.
Dopo la maturità m’ero presentata con successo al concorso della scuola di polizia, con grande sorpresa di quanti mi conoscevano. Al liceo, in effetti, ero stata una ribelle, una punk col giubbotto di pelle, che oltre tutto se l’era cavata bene coi voti finali. Per dire, l’altra punk della classe, e la più grande lavativa, era poi diventata maestra di scuola. Io avevo la testa piena di ideali di giustizia sociale. M’ero immaginata, da poliziotta, di poter aiutare tanto i criminali quanto le vittime, e di cambiare il mondo. Il mio sogno era entrare nella buoncostume.
Ma già la scuola s’era rivelata una delusione, per quanto, a paragone dei maschi, me la cavassi sorprendentemente bene. A quel punto ero ormai abituata a essere una di loro, al liceo suonavo il basso in un gruppo rock prevalentemente maschile e mi dedicavo al calcio col resto della banda.
Ero abituata a essere la prima della classe, e non riuscii a evitarlo nemmeno alla scuola di polizia. Ma quel lavoro lo trovavo, alla fin fine, insopportabile. Due anni a redigere rapporti, a perquisire prostitute e a sbrogliare i problemi sociali di piccoli taccheggiatori, ne avevo abbastanza. Non utilizzavo che una parte di me stessa, quella più noiosa e zelante. Nessuno sentiva alcun bisogno della mia simpatia, e il mio cervello – che avevo sempre amato tenere in funzione – girava a vuoto.
La passione per gli studi mi si era risvegliata dopo un paio d’anni in polizia. Mi feci l’uno dopo l’altro due corsi di formazione quadri. C’era carenza di personale femminile, e forse per questo ebbi l’avanzamento più celermente della media. Questo scatenò, da parte di colleghi maschi gelosi, ogni genere di insinuazioni. Ciò che sembrava scocciarli particolarmente era il fatto che non fossi soddisfatta del mio lavoro. Alla fine passai l’esame d’ammissione alla facoltà di giurisprudenza, e in quel momento ebbi la sensazione di aver trovato la mia strada.
L’amministrazione della giustizia continuava a interessarmi, e a quel punto, a ventitré anni, credevo di sapere cosa desiderassi dalla vita.
Negli anni degli studi avevo fatto da sostituta, l’estate, o compiuto singole missioni al servizio della polizia; e adesso, cinque anni dopo, rieccomi in servizio. Studiare m’era cominciato a venire a noia, e passare sei mesi alla centrale di Helsinki, nella squadra mobile, m’era sembrata una buona idea, soprattutto tenuto conto che m’ero specializzata in diritto penale.
Avevo pensato di staccarmi per un mezz’anno dagli studi per aprirmi nuovi orizzonti. Ma per il momento anche questo proposito era disatteso. Le indagini non mi lasciavano tempo per pensare ad altro che non fosse il lavoro, giusto una birra di tanto in tanto, o più spesso un po’ di palestra o una corsetta.
Per completare il quadro, va detto che il mio diretto superiore non faceva più del dieci per cento del suo lavoro. Il resto del tempo beveva o si curava i postumi delle sbornie. Non riuscivo assolutamente a capire come mai non l’avessero mandato a disintossicarsi già da qualche anno. I doveri trascurati da Kinnunen ricadevano su noialtri, e soprattutto in estate, come adesso, la situazione era intollerabile. I fondi per trovare sostituti s’erano esauriti già in aprile, e le ferie estive ormai incombevano sul personale esausto.
Io poi non mi ritrovavo più una pellaccia dura come credevo da giovane, ma riconoscerlo sarebbe stato un grave errore. I colleghi maschi tenevano d’occhio soprattutto i miei nervi, scrutavano avidamente le mie reazioni mentre esaminavo il corpo ricoperto di vomito e le viscere corrose di un barbone che aveva bevuto acqua corretta con acido solforico. Anche loro erano nauseati, non c’è dubbio, ma io avevo meno degli altri il diritto di far vedere il mio disgusto – perché ero una donna.
E così tenevo duro e raccontavo le storielle più trucide alla mensa della centrale, anche se poi quello spezzatino di pollo facevo una fatica bestiale a mandarlo giù.
A ogni modo, per il mio aspetto esteriore non potevo farci niente: avevo disperatamente l’aria di una donna. Ero costretta a tenere i capelli lunghi, altrimenti, accorciandoli, i miei riccioli si sarebbero rizzati in tutte le direzioni. In rapporto alla statura media degli uomini, ero una tappetta. Per colpa della mia taglia avevo corso il rischio di essere scartata alla scuola di polizia, ma poi sul certificato medico quei cinque centimetri mancanti m’erano stati aggiunti da un amico medico. La mia corporatura è una strana combinazione di curve femminili e muscolatura virile. Sono robusta, per essere una donna di queste proporzioni, e consapevole della mia forza quanto basta per non aver paura in situazioni di pericolo. Ma in questo momento, comunque, avrei gradito il conforto di uno chignon finto e di un’uniforme.
Fino a questo momento tutti i casi di cui m’ero interessata, si trattasse di fatti di sangue o d’altri crimini, erano stati in qualche misura impersonali. Questa volta invece quelle parole, ‘coro’ e ‘Peltonen’, le sentivo stridere minacciosamente. Se i miei cattivi presentimenti si rivelavano fondati, mi sarei ritrovata davanti a persone che conoscevo, almeno in parte, e che conoscevano me in tutt’altra veste.
Durante il mio primo inverno all’università avevo condiviso con altri studenti un angusto bugigattolo nella periferia est di Helsinki, a Itäkeskus. Tra i miei coinquilini era un litigio continuo, poiché una di loro, Jaana, passava metà del tempo a cantare. Avolte dalla sua cameretta venivano i vocalizzi di un quartetto intero, in cui faceva da basso il ragazzo di Jaana.
Jukka Peltonen, Jukka il bello, che aveva gli occhi di Paul Newman e la pelle del viso conciata sulla barca a vela. Jukka, su cui Jaana s’interrogava per serate intere, se era il caso di trasferirsi da lui, questione sulla quale mi aveva ogni tanto invitata a riflettere insieme nella sua stanza, in compagnia di una bottiglia di rosso.
Dopo quei barbosi culturisti della polizia, Jukka aveva rappresentato un autentico regalo per gli occhi. I vocalizzi di Jaana non mi disturbavano più di tanto, dal momento che cantava piuttosto bene, e poi quando ne avevo abbastanza della classica, potevo sentir
e con le cuffie stereo il mio gruppo rock preferito, i Popeda.
Poi era morta la prozia e gli eredi avevano deciso di non mettere in vendita il suo monolocale nel quartiere di Töölö, sperando in una risalita dei prezzi. E io ero stata incaricata di badare all’appartamento, pagavo solo le bollette. Il valore era poi lievitato, e a quel punto avevo temuto di perdere il mio alloggio. Ma la famiglia, per avidità, aveva deciso di aspettare un’ulteriore impennata del valore dell’immobile, finendo poi per mordersi le mani all’arrivo della crisi col conseguente crollo dei prezzi. Ecco perché continuai a stare lì, a due passi dal ristorante Élite. In seguito mi era capitato di incontrare un paio di volte Jaana, all’università, e lei m’aveva detto della rottura con Jukka. Più avanti, nel corso di una tournée del coro in Germania, si era innamorata del figlio della famiglia che l’ospitava ed era rimasta là come Hausfrau. Ci scambiavamo cartoline di auguri a Natale, come si conviene tra vecchi coinquilini.
Degli altri amici di Jaana avevo ricordi piuttosto vaghi. Ma nomi e volti mi tornarono ben presto in mente. Aparte Jukka, c’era anche un altro bel tomo… M’era anche capitato di scolare qualche birra con quelli dell’ASPROF. Nutrivo quindi forti dubbi di ritrovare delle vecchie conoscenze a Vuosaari, dato che parecchi s’intrufolavano nei cori studenteschi per guadagnarsi un residuo di giovinezza. Non c’è dubbio che i coristi formino una razza a parte, una banda di masochisti che godono a intonare solfe prive di senso in compagnia di altra gente che canta peggio di loro sotto la direzione di un sadico che fa gesti incomprensibili.
La strada che conduceva alla villa si inoltrava serpeggiando per un verde paesaggio estivo. Rane non aveva attivato la sirena, ma procedeva comunque ben al di sopra della velocità consentita. Un altro lusso che la polizia può permettersi. Seguendo le istruzioni, riuscii a indicargli dove svoltare. Perdere la strada era infamante per dei poliziotti, a me era successo un paio di volte, e sempre la colpa era ricaduta sulle mie spalle.
In fondo ai campi il mare mandava riverberi luminosi, una lepre attraversò la strada con saltelli flemmatici, una vespa faceva del suo meglio per intrufolarsi nell’abitacolo dal finestrino aperto.
«In questa zona ci sono vecchie residenze signorili restaurate da gente piena di soldi» mi spiegò Rane. Arrivammo finalmente su una specie di penisoletta superando una striscia di terra larga una decina di metri, e oltrepassammo un portone sormontato da un arco. Una targa di ottone indicava il nome del luogo, Villa Maisetta. Una stradina stretta, invasa dall’erba, conduceva nel fiabesco cortile della villa, uno di quei posti dove avevo sempre sognato di abitare.
Due piani, finestre incorniciate di bianco, frangiate di lambrecchini. Sul prato del cortile si trovava una macchina della polizia e un vecchio catorcio, la Volvo della scientifica.
«Hanno fatto presto. Dove sarà, il nostro cantiere?» M’ero sagomata addosso un atteggiamento cinico, persino aggressivo. Niente lacrime davanti al cadavere dell’amichetto carino di una vecchia coinquilina.
Uno degli agenti della pattuglia ci venne incontro, accompagnato da una brunetta dall’aria arcigna. Alle presentazioni, i due mi scrutarono con aria interrogativa, e per quanto mi fossi preparata a un’accoglienza piena di diffidenza, pure mi diede non poca noia. La giovane aveva un che di familiare, e il nome Mirja mi riportò alla mente i commenti assai poco lusinghieri di Jaana sulla componente più sofistica del coro.
Mirja non beveva nemmeno un goccio d’acquavite, e in quel giro, almeno cinque anni prima, era un crimine imperdonabile. Mirja ci accompagnò sulla spiaggia, dove quelli della scientifica erano intenti a effettuare i rilievi fotografici del corpo disteso sugli scogli, vicino alla riva. Anche il medico era sul posto.
Mi resi conto che ci aspettavano ormai da un pezzo, visto che avevano terminato il lavoro. Mi sembrò stupido che avessero atteso me perché esaminassi il cadavere prima di estrarlo dall’acqua. Non avrei voluto nemmeno vederlo, quel cadavere, né riconoscere Jukka, né vedere quel che gli avevano fatto.
«Che te ne pare?» domandai al medico legale coi suoi cinquanta chili in sovrappeso e l’eterno cigarillo in bocca, che mi detestava quasi quanto io lui. La differenza era che io sapevo quanto lui conoscesse il suo mestiere, mentre lui di me non pensava lo stesso.
«Dov’è Kinnunen?» chiese con aria supponente il dottor Mahkonen.
«È là dove si trova» risposi io aggressivamente. «Qui non possiamo stare ad aspettarlo, l’indagine deve andare avanti. Allora, di che pensi sia morto?»
«A giudicare dal volto, direi che è annegato. Però quel buco in testa è di un certo interesse, tanto che non so cosa pensare.
Va rivisto con l’esame autoptico.» Mahkonen, nel dire ciò, non si rivolgeva a me, ma alla punta delle scarpe di Rane.
«È possibile che sia stato prima colpito e successivamente gettato in acqua?» domandò Rane.
«Assolutamente. Quella ferita non è certo insignificante, e ha una forma curiosa. Mi piacerebbe sapere con che cosa è stato colpito.»
«E che ne diresti di un sasso?» Rane rivolse lo sguardo verso la riva, ricoperta di pietre di tutte le dimensioni, facilmente raggiungibili.
«Sì… Oh, avranno un bel da fare i ragazzi, se volete passare al setaccio tutti i sassi della spiaggia» bofonchiò il medico. Autorizzai il personale dell’ambulanza a tirar fuori il corpo dall’acqua. Lo rigirarono con precauzione. Sotto i capelli biondi appiccicati dal sangue e dal sale, il viso aveva un’espressione grottescamente familiare. Nemmeno il gonfiore riusciva a dissimulare l’espressione di terrore degli occhi rimasti spalancati, che luccicavano come segnali d’allarme azzurrini in mezzo
alla faccia violacea. Alghe ornavano la giacca a vento bianca, i jeans erano incollati alle gambe abbronzate.
L’immagine di Jukka il bello, com’era qualche anno prima, mi trafisse per un istante. Doveva avere un paio d’anni più di me, di sicuro non ancora trenta. Di morti più giovani ne avevo visti, ma col corpo devastato dall’alcol o dalla droga. Inghiottii le lacrime e cercai di schiarirmi la gola. Poi presi a tormentare quelli della scientifica: cosa poteva aver provocato quella ferita sul cranio, era possibile che fosse scivolato sul pontile? Roba del genere. Sapevo bene che quelle mie insistenze,
invece che nasconderlo, finivano per rivelare ancor più il mio nervosismo. Ma se il nostro ministro della difesa era arrivato a piangere in pubblico, quello a me non era ancora concesso.
«Andiamo a sentire che cosa ne sanno quegli altri dentro» feci a Rane, e mi avviai verso il villino frangiato. Fu solo a questo punto che mi accorsi del gruppo seduto sulla veranda di fronte al mare. I miei strepiti dovevano di sicuro essere arrivati fin là, ma nessuno s’era voltato dalla nostra parte, quasi a negare la presenza stessa della polizia.
Vista da vicino, la costruzione si rivelava un po’ posticcia: forse era solo la copia di qualche arzigogolo villereccio preesistente.
L’esterno, a giudicare dal colore sbiadito, non era stato riverniciato da una ventina d’anni, ma la struttura stessa non doveva avere molti anni più di me.
Sulla veranda batteva il sole, e io maledii ancora una volta i miei jeans troppo caldi. Il settetto che se ne stava là a sedere mi parve in parte familiare.
«Maria!» e
sclamò sorpresa una voce cristallina. «Ma tu sei nella polizia? Non ti ricordi di me? Sono Tuulia.» Me la ricordavo perfettamente. Era venuta più volte nell’appartamento da me condiviso, e forse qualche volta avevamo preso insieme un caffè in facoltà. La trovavo simpatica, avevamo lo stesso senso dell’umorismo. Era più bella di quanto ricordassi, e il portamento maestoso esaltava la sua taglia di donna matura.
«Ricordo, sì.» Non ce la feci a sorridere. «Certo… Sono l’ispettore Maria Kallio della squadra mobile, salve. E questo è il sovrintendente Lahtinen. Potreste magari cominciare a presentarvi
e riferirmi gli eventi della notte scorsa.» La frase suonò ridicola, anche alle mie orecchie, così non me la sentii di guardare in faccia nessuno in particolare.
Mirja aveva l’aria di quella che comandava. Prese la parola esprimendosi in tono uniforme, come leggesse un memoriale. Magari aveva preparato quella replica da un pezzo.
«Sono Mirja Rasinkangas. Siamo tutti membri del coro dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali.
L’azienda per cui lavorava Jukka Peltonen doveva organizzare una festa, e volevano un po’ di musica. Avevano promesso un bel cachet, e così Jukka aveva messo insieme un doppio quartetto vocale.»
Il gruppo era composto, a sentire Mirja, del quartetto diretto da Jukka e da altri quattro cantanti che si trovavano in città per quell’estate. I genitori della vittima erano attualmente a bordo della loro imbarcazione a vela, per cui la villa di famiglia s’era ritrovata disponibile per le prove.
Il doppio quartetto s’era riunito il pomeriggio precedente, aveva cantato un paio d’ore, per poi dedicarsi alle attività tradizionali delle estati finlandesi: sauna e baldorie. Era passata mezzanotte quando alla spicciolata se n’erano andati a dormire, ma a quel che aveva fatto Jukka nessuno sembrava averci fatto attenzione. L’ultima volta che l’avevano visto ancora vivo era stato intorno alle due.
«Ero sorpresa di non vederlo, stamattina» spiegò Mirja. «Poi è arrivato Jyri urlando che Jukka era annegato, e lui era là… in acqua.» La sua voce subì un leggero tremito.
«Quando è andata a vederlo, ha spostato il cadavere?»
«Ho cercato di sentirgli il polso. Ma non l’abbiamo mosso di là» disse seccamente dal fondo della veranda una voce di basso. «Sono Antti Sarkela, se ti ricordi. Il polso non c’era più, e poi si vedeva benissimo che era annegato, non era più il caso di tentare nulla.»
Certo che mi ricordavo di Antti. M’ero ritrovata persa per lui quasi due settimane, dopo che una volta era venuto a sedermi accanto sul tram e aveva cominciato a parlarmi del libro di Henry Parland che stavo leggendo. Quanti altri ragazzi sapevano semplicemente della sua esistenza? Avevo deciso di dimenticare Antti per dedicarmi al culto di Henry, ma dopo questa conversazione lo trovavo irritante e attraente al tempo stesso. Mi piaceva fisicamente. Viso magro da indiano,
grande naso aquilino, quasi due metri d’altezza. Un’espressione negli occhi difficile da decifrare, in cui si mescolavano tristezza e paura. Mi ricordai che Antti era molto amico di Jukka.
«Bene. Al momento sono io a occuparmi del caso, per cui continueremo gli interrogatori alla centrale di Pasila. Nell’interesse dell’inchiesta, suggerisco che abbandoniate la villa, immediatamente. Vorrei cominciare a sentirvi stasera stessa, e se qualcuno ha bisogno di un passaggio c’è posto in macchina. Non mi pare di aver visto fermate d’autobus nei paraggi.
Per ora, comunque, avrei bisogno di conoscere almeno per grandi linee le vostre identità, professione, indirizzo e roba del genere. Vuoi prendere nota, Rane? Tu, chi sei?» feci a un ragazzo esile, dall’aria molto giovanile, seduto lì accanto, e sul punto di vomitare.
«Jyri Lasinen» dichiarò con un’alta e cristallina voce tenorile.
«Ho ventitré anni e studio matematica e informatica all’università. » Dava l’impressione di rispondere come fosse a un colloquio per un posto di lavoro.
«Io sono Mirja Rasinkangas» ripeté la brunetta ben piantata. «Ventisei anni, studio storia.»
«Piia Wahlroos.» Poco più di un sussurro. La giovane aveva grandi occhi marroni, capelli castani, alle dita due fedi con pietre preziose, un corpo slanciato, un vestitino estivo elegante…
Registrai i particolari senza riuscire a ordinarmeli in mente. «Ho ventisei anni, studio lingue nordiche.»
«Sirkku Halonen, ventitré anni. Studentessa di chimica. Sono sorella di Piia, ma lei è sposata, perciò abbiamo cognomi diversi.» Sirkku non era che una pallida e banalissima copia della delicata bellezza di Piia. Seduto accanto a lei c’era un giovane tracagnotto dai capelli ispidi, che le teneva la mano con aria rassicurante. Evidentemente il fidanzato.
«Timo Huttunen, ingegnere forestale. Venticinque.»
«Tuulia Rajala, ventinove anni. Sfaccendata.»
«Antti Sarkela. Assistente di matematica all’università. Ventinove anni. Anche se non capisco che c’entri la nostra età in questa faccenda.» Rane sbuffò, aveva trascritto automaticamente ‘anche se…’ e lanciò a Sarkela un’occhiataccia, come fosse stata colpa sua.
«Bene… radunate i vostri effetti, così ce ne andiamo quanto prima.» Me ne tornai verso la riva per continuare il discorso con quelli della scientifica. Sul sentiero incrociai due portantini che venivano su con la barella. Jukka aveva come destinazione successiva l’istituto di medicina legale.
Quando feci ritorno alla villa, Mirja stava svuotando il frigo.
«Praticamente… dov’è che avete dormito, tutti?»
«La stanza di Jukka è di sopra, sul corridoio. Jyri e Antti hanno dormito in quella di suo fratello, di fronte. Timo e Sirkku in fondo al corridoio, nel letto dei genitori di Jukka, mentre io, Piia e Tuulia siamo state qui sotto, sul parquet del salone.»
«Così Jukka era l’unico a dormire da solo?»
«Certo, sì. Anche se non credo che nessuno abbia dormito granché, ho avuto la sensazione che ci fosse movimento tutta la notte. C’era gente che andava nei bagni, anche Jyri è sceso per quello, per quanto ce ne sia un altro di sopra. Io ho dormito malissimo, perlomeno all’inizio. Tuulia russava spaventosamente, e per quanto mi sforzassi di svegliarla, niente, tutto inutile.»
«Spiacente di averti privata del sonno» fece Tuulia entrando in cucina. «Quanto a Piia, penso che facesse fatica ad addormentarsi, forse la cattiva coscienza…» Poi gettò un’occhiata nel frigo. «E tutti quei crostacei, che peccato. Venga a mangiare da noi, quando avrà finito con questo terzo grado. Un’ultima cena, in memoria di Jukka… E poi la salsa di pomodoro è cruenta quanto basta. Peccato che ci sia solo del vino bianco.»
«Tuulia, basta con gli scherzi» sbottò Mirja, senza cogliere il tremito nella voce della compagna. Lasciai lì le due donne e salii fino all’anticamera del primo piano, dove Jyri era intento ad arrotolare il suo sacco a pelo. Da lì si apriva la vista sul mare. Proseguendo poi per un angusto corridoio, si arrivava a un’ampia camera da letto, probabilmente quella dei padroni di casa. La porta era socchiusa, scorsi delle gambe femminili sul letto. La mano di un uomo le accarezzava. Senza dubbio Sirkku
e Timo.
La camera da letto vuota era quella di Jukka: la cameretta di un adolescente, che negli ultimi dieci anni non doveva aver registrato alcun cambiamento. Tessuti blu, poster alle pareti con barche a vela, due bottiglie vuote di Cutty Sark su una mensola della libreria, libri sulla navigazione e una chitarra. Un maglione abbandonato su una sedia, scarpe ficcate sotto il letto.
La notte della sua morte, Jukka se n’era andato in giro a piedi scalzi – evidentemente non aveva voluto svegliare nessuno. Il letto era disfatto, sembrava indicare che s’era dapprima coricato
e che aveva previsto di tornare a farlo anche dopo.
Antti Sarkela s’era disteso sul lettino angusto dell’ultima camera, le mani dietro la nuca. Al vedermi, si sollevò di colpo come una recluta alla vista del suo superiore.
«Trovato indizi?» Il tono era decisamente ostile.
«Può darsi. Hai dormito in questa stanza?»
«Sì.»
«Tu conosci… o conoscevi Jukka piuttosto bene. Verresti nella sua stanza a vedere se manca qualcosa?» Antti sembrava troppo grande per quella cameretta.
«Non lo saprei dire, così, se manca qualcosa.» Lanciò un’occhiata nel guardaroba. «Gli stessi stracci di prima. Jukka teneva qui la sua roba di campagna, non aveva altro che uno zainetto
con sé, ieri. Che poi è quello… Vediamo cosa c’è dentro, spartiti, calzini puliti… Tutto, almeno in questa stanza, mi pare uguale a prima.»
Gli occhi di Antti si posarono su una raccolta di canti per coro misto, piuttosto consumata, posata sul tavolo. Era aperta alla pagina del canone Dove mai ti trascina la corrente. Per quanto fossi poco amante della poesia classica, avevo sempre apprezzato il testo di questa poesia di Eino Leino, musicata da Toivo Kuula. Jukka aveva aggiunto a margine della partitura diverse annotazioni. Antti stornò lo sguardo, e io notai che si mordeva le labbra.
«È questo che avete provato ieri?» domandai tanto per dire qualcosa.
«Anche questo. Ci erano stati richiesti canti finlandesi.»
Il portafoglio di Jukka era posato accanto alle partiture, e io lo raccolsi. Avevo come la strana sensazione di essermi lasciata sfuggire qualcosa di importante in quella camera. Alla fine lasciammo la villa. La scientifica proseguiva le ricerche per cercare di rintracciare l’arma del delitto, e l’accesso alla spiaggia restava interdetto. Gli agenti della pattuglia restarono sul posto per ricevere i genitori di Jukka che dovevano rientrare in serata.
Lanciai un’occhiata a quel gruppetto di gente smarrita che avrei dovuto interrogare. Non si poteva escludere, in linea di principio, che un qualche estraneo avesse assistito all’uccisione di Jukka, o che magari ne fosse il responsabile. Nel corso dell’estate, nell’area metropolitana, c’erano stati diversi casi di furto. Magari Jukka aveva sorpreso un ladro sopraggiunto dalla parte del mare.
Al momento, comunque, i personaggi chiave erano i sette membri rimasti del doppio quartetto. Ciascuno di loro sapeva indubbiamente più di quanto m’aveva raccontato. E forse qualcuno di loro era l’assassino. In questo caso non mi sarei trovato di fronte un criminale incallito, ma una persona normale sulla quale il peso della colpa avrebbe presto avuto il sopravvento, pensai con ottimismo.
Antti e Tuulia lanciarono strani richiami in direzione della spiaggia, sembravano spiegare qualcosa agli agenti.
«Che succede?» domandai mentre mi avvicinavo per intimargli di partire.
«Einstein. Il mio gatto» rispose Antti. «Non s’è visto per un paio d’ore e non vorrei andarmene senza.»
«Credi che si sia perso?» chiese Tuulia con un’espressione agitata.
«Ma no, è nato qui! Sarà in giro da qualche parte.»
«Preferirei comunque che adesso tu partissi, e magari tornassi più tardi a cercare il tuo gatto» feci con un tono più secco di quanto non avrei voluto. Ordinai ai colleghi che restavano sul posto di tenere gli occhi aperti e di catturare l’animale, se si faceva vivo, e gli agenti mi fissarono come fossi un po’ suonata. «Non ci mancava che questo, correre dietro ai gatti» brontolò uno acidamente.
Per il momento la macchina di Jukka sarebbe rimasta alla villa, per i primi rilievi della scientifica. Successivamente qualcuno l’avrebbe portata al laboratorio. Le chiavi le avevano trovate
attaccate al cruscotto. La BMWdi Piia Wahlroos poteva caricare cinque persone. Era inutile far sorvegliare i cantanti per impedire loro di concordare degli alibi, avendo avuto tutto il
tempo necessario per mettersi d’accordo prima dell’arrivo della polizia. Ci avrei scommesso che Mirja Rasinkangas e Antti Sarkela sarebbero stati gli unici ad accettare di venire con noi. E avrei vinto la scommessa. Sentii le lunghe gambe di Antti premere contro il mio schienale, allora spinsi il sedile in avanti. Quel contatto mi irritava.
«Maria, cos’è che fai nella polizia?» mi chiese Antti non appena dal sentiero sbucammo sul raccordo. «L’ultima volta che ti ho vista eri alla facoltà di giurisprudenza.»
«Ho fatto la scuola di polizia. Poi è capitata una sostituzione.»
«E ne hai risolti parecchi di questi… omicidi?»
«Abbastanza.»
«Non sottovalutare l’intelligenza della piccoletta, sta’ tranquillo che lo acchiappa, il colpevole» fece Rane in un tono un po’ sarcastico. La cosa mi divertì. La sindrome di Napoleone aveva colpito ancora. Rane superava di pochissimo la taglia minima richiesta, e si comportava istintivamente con aggressività con quanti erano nettamente più alti di lui. Non mi presi la briga di commentare quel ‘piccoletta’, per una volta che prendeva le mie difese. Solidarietà per i colleghi, prima di tutto.
«Ah, tu sei quella coinquilina di Jaana» sbottò Mirja. «Adesso mi ricordo…» Era come se quei ricordi che mi riguardavano non fossero del tutto positivi. Forse era per via di quella serata
in cui avevamo bevuto birra e io m’ero lasciata andare a sproloqui sull’intrinseca inutilità del canto corale. Dovevo telefonare a Jaana, in Germania. Lei era stata con Jukka, forse possedeva informazioni utili. Conosceva probabilmente gran parte dei coristi del giro della vittima – dopo
tutto da quel fatale viaggio in Germania non erano passati più di due anni.
Il resto del tragitto si compì in silenzio. Io cercavo di mettere in ordine nella mia mente le informazioni di cui disponevo, prima di avviare gli interrogatori. In base ai primi rilievi del medico legale, Jukka aveva ricevuto un colpo sul cranio dall’alto verso il basso, con un corpo contundente ottuso di forma indeterminata. Probabilmente o l’assassino era chiaramente più grande di Jukka – caso in cui Antti era l’unico candidato possibile tra i presenti – oppure Jukka era in posizione seduta o ginocchioni. Non chino, comunque, perché allora il colpo avrebbe avuto un’altra angolazione. Aveva forse convenuto un incontro sul pontile con qualcuno che lui voleva vedere in assoluta tranquillità? Oppure era uscito per fare due passi e s’era fatto sorprendere?
Non c’era altra soluzione, volendo trovare una risposta, se non svolgere quel lavoro ingrato, interrogare e ascoltare la gente. Fino a questo momento, i fatti di sangue su cui avevo indagato erano stati semplici: un coltello piantato nel petto di un compagno di bisbocce o un colpo d’accetta sul cranio di una moglie. Tutti casi di omicidio involontario. Era dunque questo il mio primo cas
o di omicidio volontario?