Il primo capitolo di Il mio primo omicidio di Leena Lehtolainen Fanucci Editore

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fanucciIl mio primo omicidio di Leena Lehtolainen
Traduzione dal finlandese di Nicola Rainò
Per gentile concessione della Fanucci Editore

Preludio
Jyri si svegliò con un atroce bisogno di orinare. In bocca quel sapore acre che in genere ti lasciano whisky, birra, aglio e una serie infinita di sigarette. Si domandò se in casa avrebbe trovato della Fanta. Il mattino dopo una sbornia era quella la sua medicina preferita, se la situazione non era grave al punto da richiedere una birra.
La mattina era divinamente bella. Tuulia e Mirja erano sedute in terrazza e s’occupavano della colazione. Tutto quel ciarlare sulle virtù dei vari formaggi lo divertì – in realtà le due donne non si sopportavano. Ma dal momento che una era il miglior soprano e l’altra il miglior contralto dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali di Finlandia, erano costrette a fare buon viso a cattiva sorte. Mirja era la perfetta incarnazione del contralto, bruna, rotondetta, tenebrosa. Perfetta per la parte della zingara nel Trovatore di Verdi: come si chiamava poi… la zingara, insomma.
Il sole abbagliante lo colpì agli occhi, tanto che il capo gli rintronò. Per sicurezza mandò giù due tachipirine, anche se era convinto di essere ormai immune al trattamento Fanta non ne trovò, ma c’era succo d’arancia. Il mondo gli si mostrava nel suo splendore più deprimente: il mare scintillava, gabbiani strepitavano vicino al pontile, si annunciava un pomeriggio canicolare. Cantare con quella calura non sarebbe stato tanto facile.
«Allora, Jyri, pesante la spranghetta?» fece Tuulia in tono canzonatorio. Anche lei aveva un’aria pallida, di sicuro nessuno aveva dormito granché quella notte. Ma che problema c’era? Alavorare si andava solo l’indomani.
«Gli altri dormono ancora?»
«Piia è andata a fare un bagno. Altri non ne ho visti. Sarebbe ora che si alzassero, se vogliamo combinare qualcosa.»
Mirja lo disse con un tono acido, i poltroni non le garbavano affatto. Il miglior doppio quartetto dell’ASPROF si era radunato nella villa dei genitori di Jukka in vista di un impegno importante, a suo parere, per fare le prove e non per fare baldoria.
Tutto qui. Per cui sveglia, un bel caffè in canna, poi sotto coi vocalizzi. Jyri si tirò su. Un bel bagno non sarebbe stato una cattiva idea. L’acqua era sui venti gradi, quel che ci voleva. Si diresse caracollando verso il pontile di legno. Sulla spiaggetta accanto alla sauna scorse Piia, decentemente ricoperta da un bikini. Jyri non se la sentì di andare così lontano, per cui, alla faccia del pudore, giù le brache e oplà, in mare. Anche Jukka era in mare, galleggiava sull’acqua bassa vicino agli scogli. Doveva avere un mal di testa furibondo, almeno a giudicare dal buco enorme che esibiva sul cranio. Per il resto, non aveva l’aria troppo sveglia… Jyri si sentì rivoltare lo stomaco, e precipitarsi a vomitare sulle canne vicino alla riva fu l’unico sollievo.
Gli ci volle un paio di minuti per risollevarsi e riuscire a tornare sulla veranda, dove adesso c’era anche altra gente. La sua voce limpida e invidiata di primo tenore non bastò ad articolare chiaramente le parole.
«Che diavolo ci fai, così, con le chiappe al vento?» gli fece Tuulia.
«Jukka… là, al pontile, oh Cristo… Forse è morto! Annegato! »
«Ma di che cazzo parli?»
Antti si precipitò verso la riva, Mirja gli corse dietro. Un attimo, e la donna tornò indietro per fiondarsi sul telefono. I numeri delle emergenze erano nitidamente riportati accanto all’apparecchio.
Dalla terrazza udirono la sua profonda voce di contralto rivolgersi affannata alla polizia, e solo dopo cercare un’ambulanza.
 
Capitolo 1
 
Dove mai ti trascina la corrente?
 
Ero sotto la doccia, impegnata a sciacquare via il sale dalla pelle, quando il telefono squillò. Sentii il mio annuncio nella segreteria, poi la voce di un collega che mi chiedeva di richiamare al più presto. Il riposo domenicale era durato, con mia sorpresa, più del previsto, ma non ero riuscita a rilassarmi, nemmeno sulla spiaggia. Per qualche motivo m’ero sentita in dovere di trascorrere la prima bella giornata libera dell’estate a indorarmi al sole, sebbene detestassi fare vita di spiaggia.
Per tutto l’inverno avevo frequentato assiduamente la palestra, ragion per cui il mio fisico era presentabile come non accadeva da anni. Aparte qualche cuscinetto di cui non mi sarei mai sbarazzata, visto il ritmo con cui mandavo giù le birre.
Interruppi la segreteria e composi il numero del commissariato. Il centralino mi passò Rane.
«Ciao, bellezza! Tra un quarto d’ora sarò davanti a casa tua. Ho già impacchettato tutto. C’è un cadavere a Vuosaari, una pattuglia ce l’ha segnalato una mezz’oretta fa. Serve niente dal tuo ufficio? Arrivo!»
Si riparte, mi dissi, mentre cercavo nell’armadio qualcosa di presentabile da indossare. La gonna della divisa l’avevo lasciata in ufficio, a Pasila, sicché dovevo ricorrere ai miei jeans più decenti. I capelli erano bagnati, ma il fon non avrebbe fatto altro che scarruffare la mia zazzera rossiccia. Mi sforzai di stendere una specie di trucco sulla faccia arrossata, e feci un paio di smorfie nello specchio. L’immagine che mi rimandava era tutt’altro che quella di una rispettabile poliziotta: gli occhi verdognoli sembravano presi a prestito da un gatto, riccioli stopposi e ribelli con riflessi rossastri accentuati dalla tintura («il segreto chi lo sa, solo io e Melody…»). Il tratto che in me destava l’impressione più irriverente era il nasino all’insù che il sole aveva picchiettato di lentiggini. La mia bocca qualcuno l’aveva definita sensuale, il che significava, in soldoni, che avevo il labbro inferiore accentuato.
Era proprio questo donnino, adesso, con l’aria di una mocciosetta, che doveva andare a far rispettare la legge e l’ordine là in fondo all’estremo lembo di Vuosaari?
La sirena di Rane si fece sentire da lontano. Lui adorava farla andare a tutto volume, come metà dei poliziotti finlandesi. I morti non c’era rischio che se la filassero, ma questo la gente non era tenuta a saperlo.
«Quelli della scientifica sono andati avanti» annunciò Rane con tono professionale quando saltai accanto a lui sulla Saab.
«Allora, c’è un cadavere a Vuosaari, annegato, ma pare che ci sia qualcosa che non quadra. Un tipo sulla trentina, un certo Peltonen. C’era una decina di persone che passavano il fine settimana in una villa, fanno parte di un coro, e stamattina hanno ritrovato il corpo di questo Peltonen in mare.»
«Ce l’ha spinto qualcuno?»
«Non si sa. Come dati non c’è arrivato granché.»
«Cos’è questa faccenda del coro?»
«Un gruppo di gente che canta, immagino.» Rane diede una brusca sterzata per inserirsi sul raccordo est, tanto che andai a sbattere contro la portiera col gomito, un male della madonna.
Con un sospiro di rassegnazione mi allacciai quella detestabile cintura di sicurezza: fissata ad altezza di poliziotto maschio, a me serrava la gola.
«Dove diavolo
è finito Kinnunen, e tutti gli altri? Non dovevi avere anche tu la giornata libera?»
«I ragazzi sono tutti su quell’accoltellamento di ieri. Kinnunen ho cercato di contattarlo per tutta l’ultima mezz’ora, ma tu sai come tracanna, la domenica… Starà smaltendo la ciucca al tavolino di qualche bar.»
Rane scrollò le spalle, rassegnato. Nessuno aveva voglia di approfondire quel discorso. Il responsabile della nostra squadra, il commissario Kalevi Kinnunen, era un alcolista. Punto.
Io ero quella che veniva dopo, nella gerarchia, e dovevo occuparmi del caso fino a quando non si fosse rimesso dalla sbornia. O dai postumi. Punto.
«Rane, stammi a sentire. Forse quel tizio che è morto lo conosco, o lo conoscevo… È una faccenda un po’imbarazzante, per me…»
«Le mie ferie cominciano domani, e ho tutta l’intenzione di prendermele. Questo caso è roba tua, che ti piaccia o no. In questo mestiere c’è poco da scegliere.»
Il tono di voce di Rane lasciava intendere che avrei fatto meglio a proseguire con gli studi e fare magari l’avvocato, avrei così potuto scegliermi i casi di mio gradimento. Rane m’aveva sempre guardata con diffidenza, come tanti altri colleghi della centrale di polizia di Helsinki. Ero una donna, ero giovane e, diversamente da loro, non ero una vera funzionaria di polizia reclutata in pianta stabile, ma solo una sostituta, cui restavano solo due mesi di servizio.
Dopo la maturità m’ero presentata con successo al concorso della scuola di polizia, con grande sorpresa di quanti mi conoscevano. Al liceo, in effetti, ero stata una ribelle, una punk col giubbotto di pelle, che oltre tutto se l’era cavata bene coi voti finali. Per dire, l’altra punk della classe, e la più grande lavativa, era poi diventata maestra di scuola. Io avevo la testa piena di ideali di giustizia sociale. M’ero immaginata, da poliziotta, di poter aiutare tanto i criminali quanto le vittime, e di cambiare il mondo. Il mio sogno era entrare nella buoncostume.
Ma già la scuola s’era rivelata una delusione, per quanto, a paragone dei maschi, me la cavassi sorprendentemente bene. A quel punto ero ormai abituata a essere una di loro, al liceo suonavo il basso in un gruppo rock prevalentemente maschile e mi dedicavo al calcio col resto della banda.
Ero abituata a essere la prima della classe, e non riuscii a evitarlo nemmeno alla scuola di polizia. Ma quel lavoro lo trovavo, alla fin fine, insopportabile. Due anni a redigere rapporti, a perquisire prostitute e a sbrogliare i problemi sociali di piccoli taccheggiatori, ne avevo abbastanza. Non utilizzavo che una parte di me stessa, quella più noiosa e zelante. Nessuno sentiva alcun bisogno della mia simpatia, e il mio cervello – che avevo sempre amato tenere in funzione – girava a vuoto.
La passione per gli studi mi si era risvegliata dopo un paio d’anni in polizia. Mi feci l’uno dopo l’altro due corsi di formazione quadri. C’era carenza di personale femminile, e forse per questo ebbi l’avanzamento più celermente della media. Questo scatenò, da parte di colleghi maschi gelosi, ogni genere di insinuazioni. Ciò che sembrava scocciarli particolarmente era il fatto che non fossi soddisfatta del mio lavoro. Alla fine passai l’esame d’ammissione alla facoltà di giurisprudenza, e in quel momento ebbi la sensazione di aver trovato la mia strada.
L’amministrazione della giustizia continuava a interessarmi, e a quel punto, a ventitré anni, credevo di sapere cosa desiderassi dalla vita.
Negli anni degli studi avevo fatto da sostituta, l’estate, o compiuto singole missioni al servizio della polizia; e adesso, cinque anni dopo, rieccomi in servizio. Studiare m’era cominciato a venire a noia, e passare sei mesi alla centrale di Helsinki, nella squadra mobile, m’era sembrata una buona idea, soprattutto tenuto conto che m’ero specializzata in diritto penale.
Avevo pensato di staccarmi per un mezz’anno dagli studi per aprirmi nuovi orizzonti. Ma per il momento anche questo proposito era disatteso. Le indagini non mi lasciavano tempo per pensare ad altro che non fosse il lavoro, giusto una birra di tanto in tanto, o più spesso un po’ di palestra o una corsetta.
Per completare il quadro, va detto che il mio diretto superiore non faceva più del dieci per cento del suo lavoro. Il resto del tempo beveva o si curava i postumi delle sbornie. Non riuscivo assolutamente a capire come mai non l’avessero mandato a disintossicarsi già da qualche anno. I doveri trascurati da Kinnunen ricadevano su noialtri, e soprattutto in estate, come adesso, la situazione era intollerabile. I fondi per trovare sostituti s’erano esauriti già in aprile, e le ferie estive ormai incombevano sul personale esausto.
Io poi non mi ritrovavo più una pellaccia dura come credevo da giovane, ma riconoscerlo sarebbe stato un grave errore. I colleghi maschi tenevano d’occhio soprattutto i miei nervi, scrutavano avidamente le mie reazioni mentre esaminavo il corpo ricoperto di vomito e le viscere corrose di un barbone che aveva bevuto acqua corretta con acido solforico. Anche loro erano nauseati, non c’è dubbio, ma io avevo meno degli altri il diritto di far vedere il mio disgusto – perché ero una donna.
E così tenevo duro e raccontavo le storielle più trucide alla mensa della centrale, anche se poi quello spezzatino di pollo facevo una fatica bestiale a mandarlo giù.
A ogni modo, per il mio aspetto esteriore non potevo farci niente: avevo disperatamente l’aria di una donna. Ero costretta a tenere i capelli lunghi, altrimenti, accorciandoli, i miei riccioli si sarebbero rizzati in tutte le direzioni. In rapporto alla statura media degli uomini, ero una tappetta. Per colpa della mia taglia avevo corso il rischio di essere scartata alla scuola di polizia, ma poi sul certificato medico quei cinque centimetri mancanti m’erano stati aggiunti da un amico medico. La mia corporatura è una strana combinazione di curve femminili e muscolatura virile. Sono robusta, per essere una donna di queste proporzioni, e consapevole della mia forza quanto basta per non aver paura in situazioni di pericolo. Ma in questo momento, comunque, avrei gradito il conforto di uno chignon finto e di un’uniforme.
Fino a questo momento tutti i casi di cui m’ero interessata, si trattasse di fatti di sangue o d’altri crimini, erano stati in qualche misura impersonali. Questa volta invece quelle parole, ‘coro’ e ‘Peltonen’, le sentivo stridere minacciosamente. Se i miei cattivi presentimenti si rivelavano fondati, mi sarei ritrovata davanti a persone che conoscevo, almeno in parte, e che conoscevano me in tutt’altra veste.
Durante il mio primo inverno all’università avevo condiviso con altri studenti un angusto bugigattolo nella periferia est di Helsinki, a Itäkeskus. Tra i miei coinquilini era un litigio continuo, poiché una di loro, Jaana, passava metà del tempo a cantare. Avolte dalla sua cameretta venivano i vocalizzi di un quartetto intero, in cui faceva da basso il ragazzo di Jaana.
Jukka Peltonen, Jukka il bello, che aveva gli occhi di Paul Newman e la pelle del viso conciata sulla barca a vela. Jukka, su cui Jaana s’interrogava per serate intere, se era il caso di trasferirsi da lui, questione sulla quale mi aveva ogni tanto invitata a riflettere insieme nella sua stanza, in compagnia di una bottiglia di rosso.
Dopo quei barbosi culturisti della polizia, Jukka aveva rappresentato un autentico regalo per gli occhi. I vocalizzi di Jaana non mi disturbavano più di tanto, dal momento che cantava piuttosto bene, e poi quando ne avevo abbastanza della classica, potevo sentir
e con le cuffie stereo il mio gruppo rock preferito, i Popeda.
Poi era morta la prozia e gli eredi avevano deciso di non mettere in vendita il suo monolocale nel quartiere di Töölö, sperando in una risalita dei prezzi. E io ero stata incaricata di badare all’appartamento, pagavo solo le bollette. Il valore era poi lievitato, e a quel punto avevo temuto di perdere il mio alloggio. Ma la famiglia, per avidità, aveva deciso di aspettare un’ulteriore impennata del valore dell’immobile, finendo poi per mordersi le mani all’arrivo della crisi col conseguente crollo dei prezzi. Ecco perché continuai a stare lì, a due passi dal ristorante Élite. In seguito mi era capitato di incontrare un paio di volte Jaana, all’università, e lei m’aveva detto della rottura con Jukka. Più avanti, nel corso di una tournée del coro in Germania, si era innamorata del figlio della famiglia che l’ospitava ed era rimasta là come Hausfrau. Ci scambiavamo cartoline di auguri a Natale, come si conviene tra vecchi coinquilini.
Degli altri amici di Jaana avevo ricordi piuttosto vaghi. Ma nomi e volti mi tornarono ben presto in mente. Aparte Jukka, c’era anche un altro bel tomo… M’era anche capitato di scolare qualche birra con quelli dell’ASPROF. Nutrivo quindi forti dubbi di ritrovare delle vecchie conoscenze a Vuosaari, dato che parecchi s’intrufolavano nei cori studenteschi per guadagnarsi un residuo di giovinezza. Non c’è dubbio che i coristi formino una razza a parte, una banda di masochisti che godono a intonare solfe prive di senso in compagnia di altra gente che canta peggio di loro sotto la direzione di un sadico che fa gesti incomprensibili.
La strada che conduceva alla villa si inoltrava serpeggiando per un verde paesaggio estivo. Rane non aveva attivato la sirena, ma procedeva comunque ben al di sopra della velocità consentita. Un altro lusso che la polizia può permettersi. Seguendo le istruzioni, riuscii a indicargli dove svoltare. Perdere la strada era infamante per dei poliziotti, a me era successo un paio di volte, e sempre la colpa era ricaduta sulle mie spalle.
In fondo ai campi il mare mandava riverberi luminosi, una lepre attraversò la strada con saltelli flemmatici, una vespa faceva del suo meglio per intrufolarsi nell’abitacolo dal finestrino aperto.
«In questa zona ci sono vecchie residenze signorili restaurate da gente piena di soldi» mi spiegò Rane. Arrivammo finalmente su una specie di penisoletta superando una striscia di terra larga una decina di metri, e oltrepassammo un portone sormontato da un arco. Una targa di ottone indicava il nome del luogo, Villa Maisetta. Una stradina stretta, invasa dall’erba, conduceva nel fiabesco cortile della villa, uno di quei posti dove avevo sempre sognato di abitare.
Due piani, finestre incorniciate di bianco, frangiate di lambrecchini. Sul prato del cortile si trovava una macchina della polizia e un vecchio catorcio, la Volvo della scientifica.
«Hanno fatto presto. Dove sarà, il nostro cantiere?» M’ero sagomata addosso un atteggiamento cinico, persino aggressivo. Niente lacrime davanti al cadavere dell’amichetto carino di una vecchia coinquilina.
Uno degli agenti della pattuglia ci venne incontro, accompagnato da una brunetta dall’aria arcigna. Alle presentazioni, i due mi scrutarono con aria interrogativa, e per quanto mi fossi preparata a un’accoglienza piena di diffidenza, pure mi diede non poca noia. La giovane aveva un che di familiare, e il nome Mirja mi riportò alla mente i commenti assai poco lusinghieri di Jaana sulla componente più sofistica del coro.
Mirja non beveva nemmeno un goccio d’acquavite, e in quel giro, almeno cinque anni prima, era un crimine imperdonabile. Mirja ci accompagnò sulla spiaggia, dove quelli della scientifica erano intenti a effettuare i rilievi fotografici del corpo disteso sugli scogli, vicino alla riva. Anche il medico era sul posto.
Mi resi conto che ci aspettavano ormai da un pezzo, visto che avevano terminato il lavoro. Mi sembrò stupido che avessero atteso me perché esaminassi il cadavere prima di estrarlo dall’acqua. Non avrei voluto nemmeno vederlo, quel cadavere, né riconoscere Jukka, né vedere quel che gli avevano fatto.
«Che te ne pare?» domandai al medico legale coi suoi cinquanta chili in sovrappeso e l’eterno cigarillo in bocca, che mi detestava quasi quanto io lui. La differenza era che io sapevo quanto lui conoscesse il suo mestiere, mentre lui di me non pensava lo stesso.
«Dov’è Kinnunen?» chiese con aria supponente il dottor Mahkonen.
«È là dove si trova» risposi io aggressivamente. «Qui non possiamo stare ad aspettarlo, l’indagine deve andare avanti. Allora, di che pensi sia morto?»
«A giudicare dal volto, direi che è annegato. Però quel buco in testa è di un certo interesse, tanto che non so cosa pensare.
Va rivisto con l’esame autoptico.» Mahkonen, nel dire ciò, non si rivolgeva a me, ma alla punta delle scarpe di Rane.
«È possibile che sia stato prima colpito e successivamente gettato in acqua?» domandò Rane.
«Assolutamente. Quella ferita non è certo insignificante, e ha una forma curiosa. Mi piacerebbe sapere con che cosa è stato colpito.»
«E che ne diresti di un sasso?» Rane rivolse lo sguardo verso la riva, ricoperta di pietre di tutte le dimensioni, facilmente raggiungibili.
«Sì… Oh, avranno un bel da fare i ragazzi, se volete passare al setaccio tutti i sassi della spiaggia» bofonchiò il medico. Autorizzai il personale dell’ambulanza a tirar fuori il corpo dall’acqua. Lo rigirarono con precauzione. Sotto i capelli biondi appiccicati dal sangue e dal sale, il viso aveva un’espressione grottescamente familiare. Nemmeno il gonfiore riusciva a dissimulare l’espressione di terrore degli occhi rimasti spalancati, che luccicavano come segnali d’allarme azzurrini in mezzo
alla faccia violacea. Alghe ornavano la giacca a vento bianca, i jeans erano incollati alle gambe abbronzate.
L’immagine di Jukka il bello, com’era qualche anno prima, mi trafisse per un istante. Doveva avere un paio d’anni più di me, di sicuro non ancora trenta. Di morti più giovani ne avevo visti, ma col corpo devastato dall’alcol o dalla droga. Inghiottii le lacrime e cercai di schiarirmi la gola. Poi presi a tormentare quelli della scientifica: cosa poteva aver provocato quella ferita sul cranio, era possibile che fosse scivolato sul pontile? Roba del genere. Sapevo bene che quelle mie insistenze,
invece che nasconderlo, finivano per rivelare ancor più il mio nervosismo. Ma se il nostro ministro della difesa era arrivato a piangere in pubblico, quello a me non era ancora concesso.
«Andiamo a sentire che cosa ne sanno quegli altri dentro» feci a Rane, e mi avviai verso il villino frangiato. Fu solo a questo punto che mi accorsi del gruppo seduto sulla veranda di fronte al mare. I miei strepiti dovevano di sicuro essere arrivati fin là, ma nessuno s’era voltato dalla nostra parte, quasi a negare la presenza stessa della polizia.
Vista da vicino, la costruzione si rivelava un po’ posticcia: forse era solo la copia di qualche arzigogolo villereccio preesistente.
L’esterno, a giudicare dal colore sbiadito, non era stato riverniciato da una ventina d’anni, ma la struttura stessa non doveva avere molti anni più di me.
Sulla veranda batteva il sole, e io maledii ancora una volta i miei jeans troppo caldi. Il settetto che se ne stava là a sedere mi parve in parte familiare.
«Maria!» e
sclamò sorpresa una voce cristallina. «Ma tu sei nella polizia? Non ti ricordi di me? Sono Tuulia.» Me la ricordavo perfettamente. Era venuta più volte nell’appartamento da me condiviso, e forse qualche volta avevamo preso insieme un caffè in facoltà. La trovavo simpatica, avevamo lo stesso senso dell’umorismo. Era più bella di quanto ricordassi, e il portamento maestoso esaltava la sua taglia di donna matura.
«Ricordo, sì.» Non ce la feci a sorridere. «Certo… Sono l’ispettore Maria Kallio della squadra mobile, salve. E questo è il sovrintendente Lahtinen. Potreste magari cominciare a presentarvi
e riferirmi gli eventi della notte scorsa.» La frase suonò ridicola, anche alle mie orecchie, così non me la sentii di guardare in faccia nessuno in particolare.
Mirja aveva l’aria di quella che comandava. Prese la parola esprimendosi in tono uniforme, come leggesse un memoriale. Magari aveva preparato quella replica da un pezzo.
«Sono Mirja Rasinkangas. Siamo tutti membri del coro dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali.
L’azienda per cui lavorava Jukka Peltonen doveva organizzare una festa, e volevano un po’ di musica. Avevano promesso un bel cachet, e così Jukka aveva messo insieme un doppio quartetto vocale.»
Il gruppo era composto, a sentire Mirja, del quartetto diretto da Jukka e da altri quattro cantanti che si trovavano in città per quell’estate. I genitori della vittima erano attualmente a bordo della loro imbarcazione a vela, per cui la villa di famiglia s’era ritrovata disponibile per le prove.
Il doppio quartetto s’era riunito il pomeriggio precedente, aveva cantato un paio d’ore, per poi dedicarsi alle attività tradizionali delle estati finlandesi: sauna e baldorie. Era passata mezzanotte quando alla spicciolata se n’erano andati a dormire, ma a quel che aveva fatto Jukka nessuno sembrava averci fatto attenzione. L’ultima volta che l’avevano visto ancora vivo era stato intorno alle due.
«Ero sorpresa di non vederlo, stamattina» spiegò Mirja. «Poi è arrivato Jyri urlando che Jukka era annegato, e lui era là… in acqua.» La sua voce subì un leggero tremito.
«Quando è andata a vederlo, ha spostato il cadavere?»
«Ho cercato di sentirgli il polso. Ma non l’abbiamo mosso di là» disse seccamente dal fondo della veranda una voce di basso. «Sono Antti Sarkela, se ti ricordi. Il polso non c’era più, e poi si vedeva benissimo che era annegato, non era più il caso di tentare nulla.»
Certo che mi ricordavo di Antti. M’ero ritrovata persa per lui quasi due settimane, dopo che una volta era venuto a sedermi accanto sul tram e aveva cominciato a parlarmi del libro di Henry Parland che stavo leggendo. Quanti altri ragazzi sapevano semplicemente della sua esistenza? Avevo deciso di dimenticare Antti per dedicarmi al culto di Henry, ma dopo questa conversazione lo trovavo irritante e attraente al tempo stesso. Mi piaceva fisicamente. Viso magro da indiano,
grande naso aquilino, quasi due metri d’altezza. Un’espressione negli occhi difficile da decifrare, in cui si mescolavano tristezza e paura. Mi ricordai che Antti era molto amico di Jukka.
«Bene. Al momento sono io a occuparmi del caso, per cui continueremo gli interrogatori alla centrale di Pasila. Nell’interesse dell’inchiesta, suggerisco che abbandoniate la villa, immediatamente. Vorrei cominciare a sentirvi stasera stessa, e se qualcuno ha bisogno di un passaggio c’è posto in macchina. Non mi pare di aver visto fermate d’autobus nei paraggi.
Per ora, comunque, avrei bisogno di conoscere almeno per grandi linee le vostre identità, professione, indirizzo e roba del genere. Vuoi prendere nota, Rane? Tu, chi sei?» feci a un ragazzo esile, dall’aria molto giovanile, seduto lì accanto, e sul punto di vomitare.
«Jyri Lasinen» dichiarò con un’alta e cristallina voce tenorile.
«Ho ventitré anni e studio matematica e informatica all’università. » Dava l’impressione di rispondere come fosse a un colloquio per un posto di lavoro.
«Io sono Mirja Rasinkangas» ripeté la brunetta ben piantata. «Ventisei anni, studio storia.»
«Piia Wahlroos.» Poco più di un sussurro. La giovane aveva grandi occhi marroni, capelli castani, alle dita due fedi con pietre preziose, un corpo slanciato, un vestitino estivo elegante…
Registrai i particolari senza riuscire a ordinarmeli in mente. «Ho ventisei anni, studio lingue nordiche.»
«Sirkku Halonen, ventitré anni. Studentessa di chimica. Sono sorella di Piia, ma lei è sposata, perciò abbiamo cognomi diversi.» Sirkku non era che una pallida e banalissima copia della delicata bellezza di Piia. Seduto accanto a lei c’era un giovane tracagnotto dai capelli ispidi, che le teneva la mano con aria rassicurante. Evidentemente il fidanzato.
«Timo Huttunen, ingegnere forestale. Venticinque.»
«Tuulia Rajala, ventinove anni. Sfaccendata.»
«Antti Sarkela. Assistente di matematica all’università. Ventinove anni. Anche se non capisco che c’entri la nostra età in questa faccenda.» Rane sbuffò, aveva trascritto automaticamente ‘anche se…’ e lanciò a Sarkela un’occhiataccia, come fosse stata colpa sua.
«Bene… radunate i vostri effetti, così ce ne andiamo quanto prima.» Me ne tornai verso la riva per continuare il discorso con quelli della scientifica. Sul sentiero incrociai due portantini che venivano su con la barella. Jukka aveva come destinazione successiva l’istituto di medicina legale.
Quando feci ritorno alla villa, Mirja stava svuotando il frigo.
«Praticamente… dov’è che avete dormito, tutti?»
«La stanza di Jukka è di sopra, sul corridoio. Jyri e Antti hanno dormito in quella di suo fratello, di fronte. Timo e Sirkku in fondo al corridoio, nel letto dei genitori di Jukka, mentre io, Piia e Tuulia siamo state qui sotto, sul parquet del salone.»
«Così Jukka era l’unico a dormire da solo?»
«Certo, sì. Anche se non credo che nessuno abbia dormito granché, ho avuto la sensazione che ci fosse movimento tutta la notte. C’era gente che andava nei bagni, anche Jyri è sceso per quello, per quanto ce ne sia un altro di sopra. Io ho dormito malissimo, perlomeno all’inizio. Tuulia russava spaventosamente, e per quanto mi sforzassi di svegliarla, niente, tutto inutile.»
«Spiacente di averti privata del sonno» fece Tuulia entrando in cucina. «Quanto a Piia, penso che facesse fatica ad addormentarsi, forse la cattiva coscienza…» Poi gettò un’occhiata nel frigo. «E tutti quei crostacei, che peccato. Venga a mangiare da noi, quando avrà finito con questo terzo grado. Un’ultima cena, in memoria di Jukka… E poi la salsa di pomodoro è cruenta quanto basta. Peccato che ci sia solo del vino bianco.»
«Tuulia, basta con gli scherzi» sbottò Mirja, senza cogliere il tremito nella voce della compagna. Lasciai lì le due donne e salii fino all’anticamera del primo piano, dove Jyri era intento ad arrotolare il suo sacco a pelo. Da lì si apriva la vista sul mare. Proseguendo poi per un angusto corridoio, si arrivava a un’ampia camera da letto, probabilmente quella dei padroni di casa. La porta era socchiusa, scorsi delle gambe femminili sul letto. La mano di un uomo le accarezzava. Senza dubbio Sirkku
e Timo.
La camera da letto vuota era quella di Jukka: la cameretta di un adolescente, che negli ultimi dieci anni non doveva aver registrato alcun cambiamento. Tessuti blu, poster alle pareti con barche a vela, due bottiglie vuote di Cutty Sark su una mensola della libreria, libri sulla navigazione e una chitarra. Un maglione abbandonato su una sedia, scarpe ficcate sotto il letto.
La notte della sua morte, Jukka se n’era andato in giro a piedi scalzi – evidentemente non aveva voluto svegliare nessuno. Il letto era disfatto, sembrava indicare che s’era dapprima coricato
e che aveva previsto di tornare a farlo anche dopo.
Antti Sarkela s’era disteso sul lettino angusto dell’ultima camera, le mani dietro la nuca. Al vedermi, si sollevò di colpo come una recluta alla vista del suo superiore.
«Trovato indizi?» Il tono era decisamente ostile.
«Può darsi. Hai dormito in questa stanza?»
«Sì.»
«Tu conosci… o conoscevi Jukka piuttosto bene. Verresti nella sua stanza a vedere se manca qualcosa?» Antti sembrava troppo grande per quella cameretta.
«Non lo saprei dire, così, se manca qualcosa.» Lanciò un’occhiata nel guardaroba. «Gli stessi stracci di prima. Jukka teneva qui la sua roba di campagna, non aveva altro che uno zainetto
con sé, ieri. Che poi è quello… Vediamo cosa c’è dentro, spartiti, calzini puliti… Tutto, almeno in questa stanza, mi pare uguale a prima.»
Gli occhi di Antti si posarono su una raccolta di canti per coro misto, piuttosto consumata, posata sul tavolo. Era aperta alla pagina del canone Dove mai ti trascina la corrente. Per quanto fossi poco amante della poesia classica, avevo sempre apprezzato il testo di questa poesia di Eino Leino, musicata da Toivo Kuula. Jukka aveva aggiunto a margine della partitura diverse annotazioni. Antti stornò lo sguardo, e io notai che si mordeva le labbra.
«È questo che avete provato ieri?» domandai tanto per dire qualcosa.
«Anche questo. Ci erano stati richiesti canti finlandesi.»
Il portafoglio di Jukka era posato accanto alle partiture, e io lo raccolsi. Avevo come la strana sensazione di essermi lasciata sfuggire qualcosa di importante in quella camera. Alla fine lasciammo la villa. La scientifica proseguiva le ricerche per cercare di rintracciare l’arma del delitto, e l’accesso alla spiaggia restava interdetto. Gli agenti della pattuglia restarono sul posto per ricevere i genitori di Jukka che dovevano rientrare in serata.
Lanciai un’occhiata a quel gruppetto di gente smarrita che avrei dovuto interrogare. Non si poteva escludere, in linea di principio, che un qualche estraneo avesse assistito all’uccisione di Jukka, o che magari ne fosse il responsabile. Nel corso dell’estate, nell’area metropolitana, c’erano stati diversi casi di furto. Magari Jukka aveva sorpreso un ladro sopraggiunto dalla parte del mare.
Al momento, comunque, i personaggi chiave erano i sette membri rimasti del doppio quartetto. Ciascuno di loro sapeva indubbiamente più di quanto m’aveva raccontato. E forse qualcuno di loro era l’assassino. In questo caso non mi sarei trovato di fronte un criminale incallito, ma una persona normale sulla quale il peso della colpa avrebbe presto avuto il sopravvento, pensai con ottimismo.
Antti e Tuulia lanciarono strani richiami in direzione della spiaggia, sembravano spiegare qualcosa agli agenti.
«Che succede?» domandai mentre mi avvicinavo per intimargli di partire.
«Einstein. Il mio gatto» rispose Antti. «Non s’è visto per un paio d’ore e non vorrei andarmene senza.»
«Credi che si sia perso?» chiese Tuulia con un’espressione agitata.
«Ma no, è nato qui! Sarà in giro da qualche parte.»
«Preferirei comunque che adesso tu partissi, e magari tornassi più tardi a cercare il tuo gatto» feci con un tono più secco di quanto non avrei voluto. Ordinai ai colleghi che restavano sul posto di tenere gli occhi aperti e di catturare l’animale, se si faceva vivo, e gli agenti mi fissarono come fossi un po’ suonata. «Non ci mancava che questo, correre dietro ai gatti» brontolò uno acidamente.
Per il momento la macchina di Jukka sarebbe rimasta alla villa, per i primi rilievi della scientifica. Successivamente qualcuno l’avrebbe portata al laboratorio. Le chiavi le avevano trovate
attaccate al cruscotto. La BMWdi Piia Wahlroos poteva caricare cinque persone. Era inutile far sorvegliare i cantanti per impedire loro di concordare degli alibi, avendo avuto tutto il
tempo necessario per mettersi d’accordo prima dell’arrivo della polizia. Ci avrei scommesso che Mirja Rasinkangas e Antti Sarkela sarebbero stati gli unici ad accettare di venire con noi. E avrei vinto la scommessa. Sentii le lunghe gambe di Antti premere contro il mio schienale, allora spinsi il sedile in avanti. Quel contatto mi irritava.
«Maria, cos’è che fai nella polizia?» mi chiese Antti non appena dal sentiero sbucammo sul raccordo. «L’ultima volta che ti ho vista eri alla facoltà di giurisprudenza.»
«Ho fatto la scuola di polizia. Poi è capitata una sostituzione.»
«E ne hai risolti parecchi di questi… omicidi?»
«Abbastanza.»
«Non sottovalutare l’intelligenza della piccoletta, sta’ tranquillo che lo acchiappa, il colpevole» fece Rane in un tono un po’ sarcastico. La cosa mi divertì. La sindrome di Napoleone aveva colpito ancora. Rane superava di pochissimo la taglia minima richiesta, e si comportava istintivamente con aggressività con quanti erano nettamente più alti di lui. Non mi presi la briga di commentare quel ‘piccoletta’, per una volta che prendeva le mie difese. Solidarietà per i colleghi, prima di tutto.
«Ah, tu sei quella coinquilina di Jaana» sbottò Mirja. «Adesso mi ricordo…» Era come se quei ricordi che mi riguardavano non fossero del tutto positivi. Forse era per via di quella serata
in cui avevamo bevuto birra e io m’ero lasciata andare a sproloqui sull’intrinseca inutilità del canto corale. Dovevo telefonare a Jaana, in Germania. Lei era stata con Jukka, forse possedeva informazioni utili. Conosceva probabilmente gran parte dei coristi del giro della vittima – dopo
tutto da quel fatale viaggio in Germania non erano passati più di due anni.
Il resto del tragitto si compì in silenzio. Io cercavo di mettere in ordine nella mia mente le informazioni di cui disponevo, prima di avviare gli interrogatori. In base ai primi rilievi del medico legale, Jukka aveva ricevuto un colpo sul cranio dall’alto verso il basso, con un corpo contundente ottuso di forma indeterminata. Probabilmente o l’assassino era chiaramente più grande di Jukka – caso in cui Antti era l’unico candidato possibile tra i presenti – oppure Jukka era in posizione seduta o ginocchioni. Non chino, comunque, perché allora il colpo avrebbe avuto un’altra angolazione. Aveva forse convenuto un incontro sul pontile con qualcuno che lui voleva vedere in assoluta tranquillità? Oppure era uscito per fare due passi e s’era fatto sorprendere?
Non c’era altra soluzione, volendo trovare una risposta, se non svolgere quel lavoro ingrato, interrogare e ascoltare la gente. Fino a questo momento, i fatti di sangue su cui avevo indagato erano stati semplici: un coltello piantato nel petto di un compagno di bisbocce o un colpo d’accetta sul cranio di una moglie. Tutti casi di omicidio involontario. Era dunque questo il mio primo cas
o di omicidio volontario?

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