:: Intervista a Giancarlo “Jack” Narciso

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Senza nomeBenvenuto Giancarlo su Liberidiscrivere e grazie dell’intervista. Iniziamo con il tuo identikit: età, peso, numero di scarpe, colore degli occhi, pregi e difetti.
 
Età indefinibile, sono in giro da molto, molto tempo e conosciuto sotto molti nomi diversi. Peso 77 kili, altezza 180 centimetri, porto il 42 di scarpe, ho gli occhi castani. Come i capelli, anche se certa gente maligna sostiene che ormai siano bianchi. Difetti, ovviamente, nessuno, mentre i pregi sono troppi per essere enumerati. Uno su tutti?  la modestia, no doubt.
 
Alias Jack Morisco. Come è nato questo pseudonimo?
 
L’uso dello pseudonimo me lo ha imposto la Mondadori quando Sandrone Dazieri ha dato il via al fenomeno della Italian Foreign Legion di Segretissimo, ovvero gli scrittori italiani di spionaggio che all’epoca dovevano celarsi sotto pseudonimi stranieri, meglio se inglesi o francesi. All’inizio la cosa era tenuta rigorosamente nascosta, poi, qualcuno ha fatto la spia ed è diventata di dominio pubblico. Perché ho scelto Jack Morisco? Allora, innanzitutto Jack Morisco è scozzese ma ha un nonno corso, da cui il cognome. Poi ho scelto Jack perché all’estero è impossibile far capire Giancarlo e Jack è l’equivalente inglese di Gian. Morisco perché, un tempo, avevo i capelli scuri e una fidanzata bionda che mi chiamava Moro, successivamente evolutosi in Morisco.
 
A questo punto non puoi evitare di parlami di questa famigerata Legione Straniera. Chi siete, un aggettivo per ognuno.
 
La cosa migliore per capire in fretta di cosa stiamo parlando è recuperare l’antologia Legion, pubblicata da Segretissimo Mondadori nel giugno 2008, che della Legione è un po’ il manifesto. Diciamo che i più rappresentativi e prolifici fra i miei colleghi sono Stefano Di Marino, alias Stephen Gunn, che finora deve avere firmato qualcosa come cinquanta romanzi, e Andrea Carlo Cappi, alias François ‘Paco’ Torrent, autore versatile e in grado di assumere diversi registri narrativi a seconda dei casi. Poi non dimentichiamo il chief editor della collana, che non disdegna, quando il tempo glielo permette, di firmare romanzi con il suo nome d’arte di Alan D. Altieri. Poi ancora Jo Lancaster Reno, alias Gianfranco Nerozzi, Frank Ross, alias Massimo Mazzoni, ma anche alcuni che si firmano con il loro vero nome, la raffinata Claudia Salvatori e, last but not least, Secondo Signoroni, che con il suo Dario Costa è stato l’apripista della spy story italiana.
 
Sei un gran viaggiatore, hai praticamente visitato tutti i luoghi interessanti del mondo dall’Asia all’America. Qual è il viaggio che ancora ti manca?
 
Un intero continente, l’Africa. Non ci ho mai messo piede ma credo che provvederò presto. E poi una serie di località un po’ fuori mano da cui sono molto attratto, come la Mongolia, l’Uzbekistan e via dicendo.
 
L’isola di Lombok in Indonesia è per te un rifugio o semplicemente un luogo che chiami casa? Raccontami come la descriveresti a una come me che non c’è mai stata.
 
Lombok, quando l’ho scoperta nei tardi anni ’70 – e di scoperta è proprio il caso di parlare visto che ai tempi nessun, non dico occidentale, ma nemmeno, che so, giavanese, si sognava di metterci piede, almeno nella parte sud – sembrava uscita da un film d’avventura. E ancora oggi la zona è teatro di faide, violenze, battaglie fra villaggi, tanto da scoraggiare i vari tentativi di trasformarla in resort turistico, e conserva gran parte del suo fascino originario. Per me è un po’ il mio rifugio segreto, la mia bat-caverna, ci vado a riprendermi quando sento il peso degli anni e la depressione che incalza. Tre mesi a Lombok e torno ringiovanito di dieci anni.
 
Come ha deciso un “filibustiere” di diventare scrittore?
 
Non c’è molta differenza fra un pirata e un contastorie. Entrambi hanno bisogno di avventura, vissuta o immaginata che sia.
 
Quali sono i libri che leggevi quando eri ragazzo?
 
Dipende dai periodi. Da bambino Verne e Dumas ma non solo, a nove anni ho scoperto la fantascienza e per quattro anni c’è stata solo quella, che divoravo in quantità industriali e a quindici sono arrivati i gialli, polizieschi, thriller, noir e via dicendo, che hanno continuato a farmi compagnia per lungo tempo. Il tutto intervallato, come è giusto, da mainstream, sia classica che contemporanea.
 
Parliamo ora dei tuoi libri e iniziamo dal tuo esordio nel 1994 I guardiani di Wirikuta pubblicato dalla mitica casa editrice bolognese Granata Press. Un tesoro maledetto, il selvaggio Messico, l’avventura. Raccontaci dopo anni che ricordi hai di questo libro.
 
I guardiani di Wirikuta è stato il mio primo titolo a essere pubblicato ma l’onore di essere stato il primo romanzo spetta a Le zanzare di Zanzibar, che è una elaborazione romanzata di una parte della mia vita giovanile on the road. Tornando a Wirikuta, è stato fortemente ispirato dal posto dove mi trovavo in quel momento, una ghost town sulla Sierra Madre messicana che sembrava uscita da un film di Sergio Leone e in cui circolavano leggende di fantasmi e tesori nascosti. Diciamo che è un connubio fra Il tesoro della Sierra Madre e una storia di spettri pellerossa. Secondo alcuni resta ancora oggi il mio romanzo migliore. Io non sono d’accordo ma la cosa non mi dispiace.
 
 
Nel 1998 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2602 è la volta di Singapore Sling poi ristampato da Fazi nel 2003.. Un titolo che per me ha un valore personale mi ricorda infatti un racconto che scrissi anni fa. Il cocktail venne creato nel 1915 da Ngiam Tong Boon, barman dell' hotel Raffles di Singapore ed è composto con Gin, Cherry Brandy, succo di limone e Soda Water. Parlaci un po’ del libro e dicci quale è il tuo ultimo Singapore che hai bevuto.
 
Singapore Slingè dichiaratamente un remake del mio romanzo preferito, Il lungo addio, del grandissimo Raymond Chandler. Il protagonista, Rodolfo Capitani, è lo stesso de Le zanzare di Zanzibar, e in questa avventura è chiamato al difficile compito di impersonare Philip Marlowe, aggiornandolo e italianizzandolo. Del Singapore Sling come cocktail mi piace soprattutto il nome, il gusto è un po’ troppo dolce, ma a questo proposito sentiamo un po’ cosa il mio amico Jack Morisco fa dire al suo personaggio Banshee in Furia a Lombok:
 
Banshee sbirciò il bicchiere della sua compagna.
“Come fai a bere il Singapore Sling? È disgustoso.”
“A me non dispiace. In fin dei conti ha un nome patriottico, anche se sembra un titolo di romanzo giallo.”
“Sciocchezze. Solo un idiota sceglierebbe un titolo del genere per un libro.”
 
Poi è nato Butch Moroni, un tipo tosto, fuori dagli schemi, che forse ti somiglia. Quanti libri hai scritto dedicati a lui? Come è cambiato nel tempo il personaggio?
 
In realtà il mio vero alter ego è Rodolfo Capitani, che compare nella trilogia formata da Le zanzare di Zanzibar, Singapore Sling e Incontro a Daunanda. Più che a me, Butch Moroni somiglia al mio scomparso fratello Roberto, anche lui veterinario, come il personaggio. Finora Butch, che negli anni è diventato solo un po’ meno ingenuo, è comparso solo in Sankhara e Solo Fango. Prima o poi arriverà anche il terzo della serie.
 
Nel 2002 per i Segretissimo di Mondadori hai iniziato la serie di romanzi di spionaggio sulla spia Oliver ‘Banshee’ McKeownfirmandoti Jack Morisco. La spy story ha grandi maestri  come Eric Ambler, John Le Carrè, Frederick Forsyth, Robert Ludlum, eJohannes Mario Simmel. Ti hanno in qualche modo influenzato o la tua spy story è meno intrigo e più avventura?   
 
Banshee è nato su richiesta della Mondadori e quindi le sue storie si sono dovute conformare alle caratteristiche della collana Segretissimo. Però questo non vuol dire che col tempo i suoi romanzi non abbiano assunto una precisa connotazione. Diciamo che cerco di basarli su precise realtà geopolitiche in una parte del mondo in cui ho abitato a lungo, il sud est asiatico, e che preferisco anteporre intrighi politici realistici alla azione pura, battaglie, inseguimenti, etc, che mi annoiano. Il vero agente segreto non è un super eroe come James Bond ma un professionista che deve far funzionare molto bene il cervello. Per quanto riguarda gli autori, quelli che più mi hanno influenzato sono stati Len Deighton e Robert Littel.
 
“Solo fango” (Verdenero, 2010) un noir diverso dal solito, un noir che unisce impegno ambientale ai soliti temi del disincanto. Cosa ti fa più arrabbiare quando si parla di ambiente?
 
Credo di essere un sano egoista, per cui vado molto più in bestia quando toccano me rispetto a quando toccano gli altri. E siccome io vivo in Trentino e in Trentino, contrariamente a quanto si pensa, il diluvio di soldi che piove da Roma finisce in gran parte a finanziare intrallazzo, appalti inutili,  e cementificazione, e coprire gli scandali delle discariche di rifiuti tossici che inquinano la falda acquifera, alla fine sono andato in bestia e ho deciso di scrivere un romanzo per sfatare il mito del Trentino felice oasi ambientale. Se non che poi, investigando sul caso di una discarica costruita a due passi da casa mia, ho scoperto un inquietante legame con la tragedia di Stava, che mi ha portato su una pista completamente diversa da quella prevista. Comunque il romanzo è un noir la cui trama è saldamente legata a un fatto tristemente reale, la strage di Stava, appunto, le cui dinamiche vengono fedelmente ricostruite.
 
Ti sei molto documentato per scriverlo. Hai consultato verbali, articoli giornalistici, dossier dell’incidente. Quale è la testimonianza che ti ha impressionato di più?
 
Ho letto molto, sì, ho consultato documenti e verbali di tribunale, ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato parlare con i parenti delle vittime. Quando vedi in faccia una persona che è andata a lavorare al mattino e al suo ritorno non ha più trovato né la casa, né la moglie, né i suoi quattro bambini, non resti indifferente e tutto quello che hai pensato fino a un momento prima cambia completamente.
 
Oltre ai romanzi hai scritto numerosi racconti. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto?
 
Non lo so, penso che scrivere racconti sia molto più difficile che scrivere romanzi e in proporzione richiedano un tempo infinitamente maggiore. A meno che uno non sia folgorato da un’idea, ma questo succede molto di rado. Spesso comincio a scrivere senza sapere dove vado poi, ad un certo punto, la narrazione prende forma e si snoda da sola. Ma preferisco di gran lunga scrivere romanzi.
 
Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l’unico libro che salveresti e perché?
 
Così, a bruciapelo? Non il mio preferito, Il lungo addio, ma solo perché l’ho letto almeno dieci volte, in tre lingue diverse, e lo so quasi a memoria. Forse Round the bend, un libro quasi sconosciuto di Nevil Shute che, per motivi che ignoro, mi ha commosso.
 
Progetti per il futuro non solo letterari?
 
Il prossimo romanzo in arrivo in libreria è una tosta avventura tarantiniana ambientata fra sud est asiatico e Messico, Otherside, per Perdisa, in marzo 2011. E per quell’epoca sarò già avanti con la stesura di un thriller politico italiano su cui non anticipo nulla. Per la parte non letteraria, non lo so, vorrei tanto avere una casa in un posto dove si possa andare in giro a cavallo. Si vedrà.
 
Ah dimenticavo l’ hai poi aperto il Writers’ Café a Lombok?
 
Ahimé, no, per sopraggiunte complicazioni. Ma non demordo, prima o poi lo farò. 


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