::Intervista ad Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo a cura di Valentino G. Colapinto

23 novembre 2010 by

HORROR_ROCK__LA__4cc81ad3431d7Liberi di Scrivere intervista Lazzati e Vitolo 

Liberidiscrivere pubblica eccezionalmente una doppia intervista ad Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo, autori del saggio musicale “Horror Rock – La Musica delle Tenebre” [Edizioni Arcana, 2010].  

Chi è Eduardo Vitolo? 
Eduardo: Uno che il Rock (e soprattutto il Metal) lo segue sin dalla sua adolescenza, scalcinata e avventurosa, in una piccola cittadina del Meridione. Un amore ancora felicemente corrisposto, in barba a moralisti e detrattori. Attualmente, lo celebro in radio e con il saggio “Horror Rock – La Musica delle Tenebre.”  

Chi è Alessio Lazzati?

Alessio: Un tizio che ha comprato il suo primo disco rock a undici anni, ma che ha sempre avuto scarso feeling con la musica suonata. Per fortuna, sua e degli altri, è passato a scrivere di musica… 

Com'è stato scrivere a quattro mani? Ci puoi raccontare un pregio e un difetto del tuo collega? 
Eduardo:
Davvero un'ottima esperienza. Ho imparato molto sia come autore che come uomo. Confrontare idee e progetti con un'altra persona è sempre costruttivo e avvincente.

Il pregio migliore di Alessio è che è uno splendido professionista e un grandissimo esperto di cose editoriali e di Progressive. Difetto (se si può definirlo come tale) è che segue ancora l'Hard Rock anni '80. Un genere che non digerisco facilmente. Mea culpa. 
Alessio: Divertente e interessante. Tantissime cose sono nate dal confronto e dalla visione di elementi da prospettive diverse. Il pregio principale di Eduardo (ne ha parecchi a dire la verità) è di certo la sua enorme preparazione in materia. Un difetto? Non gli piace l'hard rock anni '80. Non sono riuscito a fargli ascoltare una singola nota dei Bonfire in tutta la lavorazione. 

Ti ritieni più rock o più horror? E qual è il tuo gruppo o cantante “horror rock” preferito? 
Eduardo:
Non ci crederai, ma io amo (e seguo) entrambi i generi. Considero entrambi come due facce diverse della stessa medaglia. Non a caso abbiamo scritto un saggio per dimostrarlo. Quindi mi considero Horror Rock al 100%. Gruppo/Artista preferito? King Diamond. 
Alessio: Senza ombra di dubbio più rock. Posso vivere senza il secondo fattore (l'horror), ma non senza il primo! Per quanto riguarda il preferito… ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno in ambito horror rock, scelgo Alice Cooper.
 

Leggendo Horror Rock, è inevitabile notare come la maggioranza dei gruppi e cantanti citati appartenga all'universo Metal. Certo, ci sono eccezioni nel campo del rock tout court o della psichedelia, del progressive o del punk, ma il binomio horror-metal sembra fortissimo. È una cosa dovuta ai vostri gusti personali o piuttosto un dato di fatto? E come mai, per esempio, non avete dato un po' più di spazio alla dark wake (Bauhaus, Cure, ecc.)? 
Eduardo:
Il Metal è da sempre il genere “elettivo” dell'Horror. Se fai un censimento su tutte le band nell'universo Rock tout court, che hanno sviluppato temi “orrorifici” ad ampio raggio, le band metal saranno maggioritarie in numero schiacciante. Quindi ti rispondo che è un dato di fatto, che travalica i gusti personali. Io poi amo enormemente il Grunge, quindi.. 
Il Dark c'è, e con esempi lampanti: Bauhaus, Fields of Nephilim, Sopor Aeternus, Arcana, Raison D'Etre ecc. Ovviamente, sono band che hanno a che fare con i temi del saggio. La nostra ricerca è stata ad ampio raggio nei limiti delle nostra possibilità (di spazio e tempo). Poi è normale che qualcosa ci è potuto sfuggire. 
Alessio: A me, a dire il vero, sembra che ne esca vincitore il prog… scherzi a parte, dico spesso che abbiamo scritto un saggio, non un'enciclopedia o un dizionario, anche per poter stravolgere gli equilibri dovuti all'importanza storica di certi generi e band, ed essere liberi di seguire la traccia che avevamo in mente.

Poi i gusti personali entrano sempre in gioco, sarebbe ipocrita negarlo. Proprio per come abbiamo impostato il lavoro, troverai che band storiche hanno avuto in proporzione meno spazio di altre meno famose, ma più in linea con quello che avevamo in testa noi. 

Puoi anticiparci i tuoi progetti futuri? Sono previste altre collaborazioni tra voi due? 
Eduardo:
Da buon meridionale scaramantico non amo parlare di progetti futuri. L'unica cosa che posso dirti è che scriverò ancora, stanne certo. Se poi sarà con Alessio, tanto meglio. 
Alessio: Abbiamo idee che ci frullano in testa e ne abbiamo anche parecchie. La loro realizzazione, sia singolarmente che in due, dipende da una molteplicità di fattori. Ti assicuro che un libro così, scritto in sette mesi, ti lascia desideroso di ripartire ma anche stanco morto. 
Personalmente, mi concentrerò sul mio lavoro di traduttore, e intanto metterò giù le tracce dei futuri progetti. 

Dopo Horror Rock scriverete anche SF Rock e Fantasy Rock? 
Eduardo:
Il fantasy è un genere che ben si accosta al vasto panorama del Rock/Metal, ma andrebbe sempre indirizzato su temi e contenuti ben precisi, altrimenti viene fuori un polpettone. Sullo SF Rock sono abbastanza scettico. Comunque è ancora presto per parlarne, godiamoci Horror Rock! “Del doman non c'è certezza…”

Alessio: Scriverei più volentieri Horror Rock volume due, ma non si sa mai… 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di “Horror Rock” di Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo a cura di Valentino G. Colapinto

22 novembre 2010 by

HORROR_ROCK__LA__4cc81ad3431d7Il Rock fa ancora paura 

“Horror Rock. La musica delle tenebre” Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo: 479 pp. ill. in brossura, prezzo di copertina €24,00 [Arcana Editore, 2010]. 

Chiariamo subito un facile equivoco: l'horror rock NON È il rock satanico, bensì tutta la musica rock che trae ispirazione dalla ricchissima letteratura e cinema dell'orrore.

Ufficialmente, l'horror rock non esiste. È piuttosto un fenomeno trasversale che interessa l'hard rock come la psichedelia, l'heavy metal classico come il death o black metal. Pioniere italiano nello studio del rock orrorifico è stato Stefano Marzorati, storico collaboratore della Sergio Bonelli Editore, che nel 1993 dà alle stampe il primo saggio dedicatogli, “Dizionario dell'horror rock”.

In un'esplosiva prefazione, Alan D. Altieri spiega come, dopo quarant'anni di vita, l'horror rock sia forse la frontiera definitiva della critica sociale. Non musica meramente escapista, dunque, ma anche fortemente sovversiva e forse proprio per questo così tanto demonizzata da media e tutori dell'ordine. Una musica apocalittica adatta ai nostri giorni sempre più inquieti. Citando ancora Altieri, alla fine abbiamo incontrato il demone… E il demone siamo noi.

L'Horror Rock nasce alla fine degli anni '60 quando – svaporata come un breve sogno la summer of love – comincia a emergere il “lato oscuro” della contestazione, da Charles Manson alla diffusione delle droghe pesanti. Sono proprio gli anni in cui sale le classifiche il gruppo seminale di tutto il rock dell'orrore, i Black Sabbath di Ozzie Ousborne e compagni.

Ma quali sono i numi tutelari dell'horror rock? Il primo, forse il maggiore, è senza dubbio il Solitario di Providence, H.P.Lovecraft, che ha ispirato un numero probabilmente senza fine di gruppi musicali e concept album, canzoni e umori, tanto che si potrebbe parlare di un vero e proprio “lovecraftian rock”, ma su tutti primeggiano secondo gli autori i Blue Öyster Cult.

In secondo luogo abbiamo i serial killer. Non solo il già citato Manson, ma anche Albert H. DeSalvo, lo Strangolatore di Boston, Ed Gein (ispiratore sia di Norman Bates che di Leatherface), Ted Bundy, Jeffrey Dahmer o Theodore Kaczynski, l'Unabomber americano.

E poi ancora scrittori gotici come Edgar Allan Poe o Bram Stoker, creature fantastiche come i vampiri o i fantasmi e tanto altro ancora, fino ad arrivare inevitabilmente allo shock rock di Alice Cooper e Marilyn Manson, figli del Grand Guignol parigino, e al rock più o meno satanico di gruppi come i Deicide contrapposto al christian rock tipicamente americano.

Si scopre col senno di poi che l'Italia (come al solito) è stata all'avanguardia anche nel campo dello shock rock e dell'horror rock con gruppi storici come i Death SS, che poco avevano da invidiare ad Alice Cooper o King Diamond, o Jacula, che con il suo mood ha precorso horror band d'oltremanica come i celebri Black Sabbath.

In definitiva, il libro curato dai preparatissimi Alessio Lazzati (Varese, 1976) ed Eduardo Vitolo (Sarno, 1974) è un saggio davvero completo ed enciclopedico, corredato da un ricchissimo apparato fotografico, e costituisce una gioia sia per il lettore appassionato sia per il neofita, il quale avrà modo di scoprire un'infinità di gruppi e album degni di nota. Un punto di partenza per mille ricerche ed esplorazioni di quell'enorme oceano oscuro e affascinante che è ancora oggi il rock dell'orrore.

Il saggio è impreziosito da interviste a protagonisti della scena italiana come Trevor o il simpatico Frate Metallo oppure al dylaniato Stefano Marzorati, nonché da gustosissime appendici dedicate ai fumetti e cinema horror e agli album e film fondamentali. Insomma, un lavoro fatto davvero con amore e dedizione, che speriamo abbia presto un seguito. Perché non pensare, infatti, anche al “rock fantastico”, ossia tutto quello influenzato dalla fantascienza o dal fantasy?

Valentino G. Colapinto

Segnalazioni

20 novembre 2010 by

Segnalo ai lettori di Liberidiscrivere due interessanti incontri che si terranno a Roma, tenuti dal filosofo Federico Sollazzo. Si tratta di due diverse attività, in due diverse librerie Rinascita: i Seminari di Filosofia e la Presentazione del suo pregevole lavoro di Dottorato che abbiamo avuto modo anche di recensire.
 
Seminari di Filosofia "La filosofia e la società tecnologica avanzata" presso la Libreria Rinascita: Via Gasperina, 161 Roma

Martedì 21 dicembre ore 18,30
"Antropologia e tecnica in Arnold Gehlen"

Martedì 28 dicembre ore 18,30
"La questione della tecnica in Martin Heidegger"

Martedì 4 gennaio ore 18,30
"Neutralità della tecnica e (ri)orientamento della tecnologia in Herbert Marcuse"
  
Presentazione del lavoro di PhD "Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica"  presso Libreria Rinascita : Via Savoia, 30 Roma il giorno 7 Gennaio 2011 alle ore 18.30.

Invito alla lettura: in anteprima La Ragazza che rubava le stelle, il nuovo romanzo di Brunonia Barry Garzanti

19 novembre 2010 by

Barry-Ragazza_che_rubava_le_stelleOggi ho il piacere di segnalare ai lettori di Liberidiscrivere  La ragazza che rubava le stelle, il nuovo romanzo di Brunonia Barry autrice della Lettrice bugiarda che uscirà in libreria per Garzanti il 25 Novembre. E' un romanzo commovente, bizzarro e anticonvenzionale, venato da un'insolita anarchia. In anteprima vi presento la trama e le prime 16 pagine del libro. Ladra di stelle, la protagonista del romanzo, ha anche un profilo Facebook. http://www.facebook.com/#!/profile.php?id=100001657729397

TRAMA È notte e il silenzio avvolge la baia di Salem. Zee Finch è ferma sul molo e fissa il mare. Il tempo pare essersi fermato. Le stelle brillano nel cielo senza luna e si riflettono sulle acque dell’oceano disegnando un sentiero luminoso.
Una volta Zee conosceva bene quel sentiero. Aveva tredici anni e passava le notti in mare aperto a guidare barche rubate, ma trovava sempre la strada di casa grazie alle stelle. Eppure, un giorno, aveva perso quella rotta, e aveva giurato a sé stessa di non percorrerla più. Perché quel giorno sua madre si era suicidata, all’improvviso.
Zee era fuggita da tutto e da tutti, dedicandosi agli studi in psicologia. Sono passati quindici anni da allora. Ma adesso è venuto il momento di ripercorrere quella rotta perduta. Il suicidio di Lilly Braedon, una delle pazienti più difficili di Zee che ora fa la psicoterapeuta, la costringe a fare ritorno. Le analogie fra il caso della donna e quello della madre sono troppe.
Zee è sconvolta, ma non ha altra scelta: l’unico modo per fare luce sulla morte di Lilly è capire la verità sul suo passato irrisolto. Un passato pieno di menzogne e segreti che molti, nella chiusa comunità di Salem, hanno cercato di rimuovere. Zee non si può fidare di nessuno. Forse nemmeno di suo padre, ormai un uomo vecchio e malato. Non le resta che fare affidamento su sé stessa, imparare a non dare nulla per scontato, rimettere tutto in discussione, anche quando la fuga sembra l’unica via d’uscita. Ma deve fare in fretta. Perché una nuova spirale di violenza rischia di rendere ogni sforzo vano. La verità corre su un’unica strada, che Zee ha dimenticato per troppo tempo ma che, se troverà il coraggio di ripercorrerla, la porterà a casa. Qui potrà finalmente realizzarsi il destino che le spetta.
Dopo il grandissimo successo della Lettrice bugiarda, per mesi nelle classifiche dei libri più venduti di tutto il mondo, torna Brunonia Barry con il romanzo più atteso dell’anno. Libro di punta delle librerie indipendenti americane e in classifica sul «New York Times» grazie al passaparola, racconta una storia di menzogne e misteri, amore e odio, violenza e redenzione, perdono e peccato, ma anche di speranza, la speranza di trovare finalmente il proprio posto nel mondo. 
 
L’AUTRICE Brunonia Barry, nata e cresciuta nel Massachusetts, ha studiato letteratura e scrittura creativa ed è tra i fondatori della Portland Stage Company, la più grande compagnia teatrale del New England. Il suo amore per il teatro l’ha portata a Chicago, dove si è occupata di importanti campagne promozionali e ha scritto diverse commedie di successo. Oggi vive a Salem con suo marito e Byzantium, il loro amato golden retriever. Con Garzanti ha pubblicato La lettrice bugiarda.

I venti, le maree e le tempeste possono facilmente
spingere la nave fuori rotta. Ogni errore si somma
ai precedenti, alterando il tragitto in modo critico,
spesso con esiti tragici. Per questo motivo,
i naviganti finirono per adottare il metodo
della navigazione astronomica.
Le stelle sono una costante.
La Terra gira, ma le stelle restano ferme nel cielo.
Persino il cielo più tempestoso prima o poi
si schiarisce e mostra le stelle.
 

PROLOGO
Negli anni in cui il suo soprannome era Guaio, Zee aveva l’abitudine di rubare barche. Il padre non ne aveva il minimo sospetto e le lasciava massima libertà in quei primi tempi dopo la morte della madre. E poi era occupato a impersonare il ruolo del pirata, un passatempo eccentrico per un uomo che aveva trascorso la vita a studiare letteratura. Ma quelli erano giorni disperati, ed entrambi erano stanchi di portare sulle spalle il peso della perdita, incapaci di scrollarselo di dosso se non nei fugaci momenti in cui riuscivano a buttarsi in qualcosa fuori dalla portata dei ricordi.
Nel mondo creato dalla sua fantasia, l’unica realtà in cui poteva perdonarsi per ciò che era successo quell’anno, a Zee piaceva pensare che il padre, Finch, sarebbe stato orgoglioso della sua abilità di ladra. E nei sogni più sfrenati se lo immaginava complice delle sue avventure: un bel salto per un professore,
ma non per il pirata che stava rapidamente diventando.
Prediligeva i motoscafi veloci. Qualsiasi imbarcazione che facesse più di trenta nodi era una facile preda. Le misure di sicurezza erano scarse a quei tempi e le chiavi – se esistevano – erano quasi sempre nascoste sulla barca stessa, e di solito nei posti più ovvi.
Era facile come un gioco. Sceglieva un motoscafo dalla linea elegante e veloce, si dava esattamente cinque minuti di tempo per fare irruzione a bordo e mettere in moto, e si dirigeva fuori dal porto in pieno
oceano. Superati i confini di Salem, dava gas al motore e puntava la prua in direzione di Baker’s Island. Più tardi, la sera stessa, restituiva la barca rubata.
Il gioco aveva una sola regola: non doveva mai riportare un motoscafo allo stesso ormeggio dal quale lo aveva preso. Era una buona norma, non solo perché creava un’ulteriore sfida, ma anche perché era sensata. Se avesse riportato la barca al posto di partenza, avrebbe corso il rischio di essere arrestata. Tutti sanno che l’ultima cosa che fa un ladro in gamba è tornare sul luogo del delitto.
Di solito la lasciava a una delle banchine pubbliche disposte lungo il litorale di Salem, spesso quella davanti a Salem Willows, il parco dei salici, la prima che si incontrava entrando nel porto. Ma quando i poliziotti avevano cominciato a darle la caccia, Zee aveva deciso di riportare le barche in posti meno
ovvi. Talvolta occupava l’ormeggio di qualcun altro. Oppure abbandonava il motoscafo al Derby Wharf, il molo dal quale le era facile fuggire perché era vicinissimo a casa sua.
Le era capitato solo una volta di trovarsi in difficoltà perché aveva sbagliato a valutare il livello del carburante. Era nei pressi di Singing Beach, la spiaggia di Manchester-by-the-Sea famosa per i suoni creati dal vento sulla sabbia, quando il motore si spense. All’inizio non pensò di essere a secco di benzina, ma appena controllò il serbatoio comprese il suo errore. Cercò di escogitare un piano per combattere il panico che si stava impadronendo di lei. Avrebbe potuto nuotare facilmente fino a riva, ma la barca sarebbe stata sospinta in alto mare dalla corrente, oppure si sarebbe sfracellata sulle rocce. Per la prima volta ebbe paura che la prendessero. Si sentì stranamente sollevata che intorno non ci fossero altre imbarcazioni, nessuno a cui chiedere aiuto. Non sapendo cos’altro fare, lasciò che il motoscafo andasse alla deriva.
Alzò lo sguardo al cielo senza luna: non aveva mai visto stelle più brillanti. Il riflesso si scioglieva nell’acqua intorno a lei come una medicina effervescente in grado di dissolvere anche le sue paure. Abbandonandosi al flusso della corrente e fissando il cielo, sentì che tutto sarebbe andato per il meglio. Quando riabbassò lo sguardo sulla linea dell’orizzonte per cercare di orientarsi, si accorse di essere stata
trasportata verso riva. Con la coda dell’occhio vide un profilo scuro e si voltò per capire cosa fosse. Era un molo, con alle spalle una casa buia su una collina. Prese un remo e cominciò a dirigere la barca a terra, ma un’onda sulla fiancata la spinse verso il molo. Afferrò una cima e saltò sul pontile, scivolando e procurandosi una lieve distorsione alla caviglia, ma riuscendo a evitare che la barca vi sbattesse
contro. Ormeggiò con cura fissando la prua e la poppa prima di scavalcare faticosamente le rocce per raggiungere la spiaggia. Poi prese la strada che saliva alla stazione ferroviaria, zoppicando un po’ per il dolore alla caviglia. Tutto considerato, non era andata poi così male.
Voleva tornare a Salem, ma era mezzanotte passata e non c’erano più treni. Prese in considerazione l’idea di dormire sulla spiaggia. Era una notte tiepida e non c’erano pericoli, ma non intendeva dare un’altra preoccupazione al padre: ne aveva già abbastanza. E poi non voleva essere nelle vicinanze quando avrebbero trovato la barca rubata.
Così finì per fare l’autostop. Una decisione un po’ imprudente, pensò mentre si avvicinava all’automobile che si era fermata una ventina di metri più avanti e stava facendo retromarcia.
Alla guida c’era una donna fra i quaranta e i cinquanta, leggermente sovrappeso, con i capelli lunghi e gli occhi azzurri che brillavano alla luce delle auto di passaggio. All’inizio le disse che poteva portarla solo fino a Beverly, ma poi cambiò idea e decise di accompagnarla a casa, perché temeva che la ragazza
facesse ancora l’autostop e venisse raccolta da un assassino o uno stupratore. Mentre percorrevano
la Route 127, la donna raccontò a Zee le storie più orribili che conosceva sugli autostoppisti e si fece promettere che non avrebbe mai più chiesto un passaggio a uno sconosciuto. Zee promise, giusto per farla tacere.
«Le ragazze promettono sempre, ma poi fanno di testa loro», disse la donna.
Zee avrebbe voluto replicare che non faceva mai l’autostop, che non era certo il tipo della vittima, e che quella sera aveva chiesto un passaggio solo per coprire un reato da lei stessa commesso: il furto di un motoscafo. Ma temeva che una simile confessione avrebbe dato il via ad altri predicozzi, perciò tenne la
bocca chiusa.
Mentre scendeva dalla macchina, si voltò verso la sconosciuta per ringraziarla. Ma invece di dire «grazie», chiese con una voce che sembrava uscita da un cartone animato della sua infanzia: «Vuoi essere la mia mamma?».
Era solo un gioco, ma la donna ebbe un crollo nervoso. Cominciò a piangere come se non potesse più fermarsi.
Zee le spiegò che stava scherzando. Aveva già una madre, aggiunse, anche se non era vero, non più.
Niente di ciò che diceva riusciva a calmarla, e così alla fine pronunciò le parole che avrebbe dovuto dire fin dall’inizio: «Grazie per il passaggio».
Naturalmente Zee non le aveva dato il suo vero indirizzo: non voleva che magari le venisse in mente di entrare in casa e parlare a Finch. Si sarebbe nascosta nell’ombra finché l’auto non fosse stata lontana e poi avrebbe attraversato i prati dei vicini per arrivare a casa. Ma alla fine decise che poteva tranquillamente camminare per la strada. La donna stava piangendo troppo forte per notare dove
andava o come ci arrivava.
Dieci anni dopo, mentre faceva il tirocinio di psicoterapia – dopo essersi liberata del nomignolo Guaio –, la rivide in un gruppo in cura per gli attacchi di panico sotto la guida della sua mentore, la dottoressa Liz Mattei. La donna non si ricordava di lei, ma Zee l’avrebbe riconosciuta ovunque per i suoi luminosi
occhi azzurri, ancora lucidi di pianto. Aveva perso una figlia adolescente che era scappata di casa, disse. Alla ragazza era stato diagnosticato un disturbo bipolare, come alla madre di Zee, ma si era rifiutata di continuare a prendere il litio perché la faceva ingrassare. Era stata vista per l’ultima volta mentre faceva l’autostop sulla Route 95, in direzione sud, con un cartello scritto a mano su cui si leggeva
NEW YORK.
Era l’inverno del 2001 ed erano passati dieci anni da quando la donna aveva perso la figlia. Le Torri Gemelle erano crollate da poco. Il «gruppo attacchi di panico» era cresciuto, ma i pazienti originari erano stranamente diventati più calmi e si aiutavano l’un l’altro, come se la loro ansia fluttuante alla fine avesse preso forma, mentre il resto della nazione cominciava a sperimentare lo stesso terrore che
loro avevano provato ogni giorno per anni. Era la prima volta, per quanto Zee poteva ricordare, che i pazienti si guardavano in faccia. E quando la donna parlò di sua figlia, come faceva ogni settimana da quando erano cominciati gli incontri, gli altri membri del gruppo finalmente la ascoltarono.
«Così può ribaltarsi il mondo, in un attimo!» disse la donna.
«In un battito di ciglia», aggiunse qualcuno.
Si passarono i fazzoletti e piansero insieme per la prima volta; piansero per la ragazzina e per l’inevitabile perdita dell’innocenza: la sua e, naturalmente, la loro.

Di recente la diagnosi di disturbo bipolare era diventata molto frequente. Mentre all’inizio si credeva che cominciasse dopo la pubertà – com’era stato il caso della figlia della donna con gli occhi azzurri –, adesso veniva diagnosticato anche nei bambini a partire dai tre anni. Zee non sapeva cosa pensarne. Ultimamente le capitava spesso di avere due opinioni su molte cose. Non si era resa conto dell’ironia di questa novità finché Liz Mattei non glielo aveva fatto notare, convinta che lo facesse apposta. Ma Zee le aveva detto che era davvero così, che parlava seriamente. Per quanto fosse certa che il disturbo bipolare fosse una malattia da curare e che, se non veniva trattata, portasse a esiti quasi sempre devastanti, le sembrava sbagliato intervenire troppo presto con i farmaci. Questo era più in linea con le esigenze delle compagnie assicuratrici e delle case farmaceutiche che con il genere di aiuto che Zee si era preparata per anni a fornire.
La dottoressa Mattei, famosa a livello internazionale, aveva abbandonato da tempo il gruppo di pazienti affetti da attacchi di panico e ne aveva lasciato la supervisione nelle mani di Zee e di un altro psicologo. Liz adesso era concentrata sulla sua ultima intuizione per un sicuro best seller: la teoria che ogni figlia cerca di portare a compimento i sogni irrealizzati della madre. Ciò accade con allarmante regolarità – sosteneva la Mattei – anche se non conosce quei sogni, anche se non sono mai stati espressi apertamente. Non era un’ipotesi nuova. Ma era nuovo ritenere che si verificasse con maggiore probabilità proprio quando i sogni non erano mai stati espressi, nello stesso modo in cui chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo.
Zee aveva ripensato spesso alla donna con gli occhi lucidi, che era tornata alla seduta di gruppo solo una volta dopo quella sera. Si chiedeva quali fossero i suoi sogni irrealizzati, espressi o meno, e se la figlia, quando aveva fatto l’autostop sulla Route 95 e accettato il passaggio di uno sconosciuto diretto a sud, avesse messo in atto qualcosa per la madre.
Zee era stata contenta che la donna avesse lasciato il gruppo prima che Liz enunciasse la sua nuova teoria. Quella madre si incolpava già abbastanza della sparizione della figlia, chiedendosi giorno dopo giorno se avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi dandole qualcosa che non aveva saputo darle, forse qualcosa di tangibile e persino banale come il vestito rosso nella vetrina dei magazzini Filene’s a Bos ton che non le aveva comprato. O la settimana al campo scout femminile che la ragazza aveva desiderato per anni.
Nessuno capiva meglio di Zee il concetto del «se solo». Lo viveva ogni giorno, e non aveva bisogno di cercarne il motivo. Pensava di sapere cosa aveva voluto la madre quel giorno di tanti anni prima, cosa avrebbe potuto aiutarla a risollevarsi dalla depressione. Era un libro di poesie di Yeats che suo padre Finch aveva regalato alla moglie Maureen il giorno delle nozze, ed era uno dei tesori di sua madre. Ma il «se solo» di Zee funzionava al contrario. Se solo non avesse dato alla madre ciò che voleva quel giorno, se solo non l’avesse lasciata da sola, forse avrebbe potuto salvarla.
 
1.
Lilly Braedon era in ritardo.
Liz Mattei infilò la testa nell’ufficio di Zee. «Fa un caldo del diavolo là fuori», disse. «Oddio, non sei in seduta, vero?»
«Dovrei», rispose Zee guardando l’orologio. Erano le tre e un quarto.
Mentre parlava, Liz cominciò a rivestirsi, calciò via le scarpe da jogging e si infilò la giacca del tailleur. Faceva tutti i giorni otto chilometri lungo il fiume Charles, con qualsiasi tempo. Quando aveva un surplus di appuntamenti, il che succedeva quasi sempre, teneva le sedute passeggiando sul fiume – la chiamava meditazione in movimento – e diceva ai pazienti che si sarebbero aperti più facilmente senza il suo sguardo indagatore fisso su di loro. Dopo la prima settimana di sedute all’aperto, tutti gli strizzacervelli di
Boston avevano cominciato a imitarla e ad andarsene in giro con i loro pazienti.
«Mio Dio, non sarà ancora quell’agorafobica! » Era una delle battute di spirito di Liz. Circa la metà dei loro pazienti soffriva di forme più o meno gravi di agorafobia, una patologia che nel migliore dei casi riduceva la percentuale di presenza alle sedute e che ultimamente aveva spinto la Mattei a far pagare gli
appuntamenti mancati con un aumento del cinquanta per cento, benché Zee applicasse raramente la nuova regola ai suoi pazienti.
Quel giorno Liz stava cercando di farla ridere con più determinazione del solito, il che significava che Zee era di nuovo accigliata. La sua espressione naturale era evidentemente così corrucciata da ispirare un approccio scherzoso, spesso da parte di completi estranei che sentivano la necessità di risollevarle in
qualche modo il morale. Proprio quella mattina, un anziano signore che aveva trascurato di raccogliere le feci del suo cane in Louisburg Square le era andato incontro e le aveva ordinato di sorridere.
Lei lo aveva fissato.
«Non può andare così male», aveva detto l’uomo.
Se non fosse stato più anziano di suo padre Zee gli avrebbe risposto di andare al diavolo, che quella era la normale espressione della sua faccia, e che una persona incurante di raccogliere gli escrementi del suo cane non dovrebbe avere il permesso di girare liberamente. Invece era riuscita a sfoderare un vago
sorriso.
«Allora, seriamente, di quale paziente si tratta?» Liz aspettava una risposta.
«Lilly Braedon.»
«La signora Perfezione», puntualizzò. «Ah, no, dimenticavo, quella sei tu.»
«Non ancora», rispose Zee un po’ troppo in fretta.
«Ah!» disse Liz. «Semplice semplice. Il caso è chiuso. Fanno trecentocinquanta dollari.»
«Molto divertente», commentò Zee mentre Liz raccoglieva le scarpe da corsa e lasciava la
stanza.

All’inizio era stato il marito di Lilly Braedon a cercare aiuto presso la clinica della dottoressa Mattei. La gente arrivava da tutto il mondo per farsi curare da lei. Grazie agli studi a Harvard e a un periodo di lavoro nella famosa clinica universitaria Johns Hopkins, la dottoressa Mattei era una psichiatra che poteva vantare notevoli credenziali.
Zee pensava spesso che una delle ragioni per le quali la dottoressa Mattei l’aveva assunta fosse la storia di sua madre. Il caso clinico di Maureen poteva diventare ottimo materiale per un nuovo libro. Ma Liz non aveva mai affrontato l’argomento con lei. Una volta Zee aveva espresso questa teoria, ma lei le aveva risposto che si sbagliava: in realtà l’aveva assunta per i suoi capelli rossi.

:: Intervista a Sergio Paoli

18 novembre 2010 by

365-storie-cattive-300x198Grazie Sergio di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Parla di te ai nostri lettori. Chi è Sergio Paoli?
 
Ho iniziato pubblicando una raccolta di racconti brevi, per una iniziativa di beneficenza. Chi volesse questo libretto mi può scrivere a
sergio@sergiopaoli.com, lo invierò gratis. Nel 2009 ho pubblicato “Ladro di sogni” e quest’anno “Monza delle delizie”, entrambi con l’editore Frilli. Sono due romanzi (classificati da altri come noir): nel primo il tema è il razzismo, il leghismo, l’incapacità di capire e apprezzare le diversità. In “Monza delle delizie” racconto invece una storia di poteri e malaffari, una specie di profezia del bunga bunga insomma. Credo in una letteratura che faccia pensare, che sappia intrattenere il lettore lasciandogli lo spazio per usare il cervello, per camminare in uno spazio libero. In qualche modo i miei romanzi si possono definire seriali, legati l’uno all’altro dalla presenza del vice commissario Marini, della sua amica Viola e di altri personaggi. I miei romanzi sono ambientati tra Monza e Milano, nel cuore del movimento leghista e nelle vicinanze dei palazzi (veri del potere). Arcore è da quelle parti, per intenderci.
 
Raccontaci come è nato il tuo amore per la scrittura?
 
Leggendo. Sono un cultore della massima “leggi mille pagine e scrivine una”. La prendo molto alla lettera e scrivo con lentezza, lasciando maturare le storie nella mia mente e nel mio cuore. Un buon romanzo fa bene e entrambi, e riuscire in questo, nei confronti dei lettori, è quello che desidero.
 
L’8 novembre è uscito 365 storie cattive. Si tratta di una raccolta di 365 racconti di massimo 365 parole scritti da autori affermati ed emergenti. Ce ne vuoi parlare?
 
Paolo Franchini, di cui sono stato ospite a Varese per la presentazione di LADRO DI SOGNI mi ha contattato ai primi di agosto. L’idea mi è piaciuta subito e ho accettato, anche se non era facile.
 
Tutto nasce da un’ idea dello scrittore varesino  Paolo Franchini ed è per una buona causa. L’intero ricavato andrà devoluto alla fondazione A.I.S.EA Onlus, che promuove la ricerca per conoscere e curare una malattia neurologica infantile: l’emiplegia alternante. Il lavoro di uno scrittore può diventare davvero importante, d’aiuto per gli altri. Come ti hanno coinvolto?
 
L'Emiplegia Alternante è una malattia neurologica infantile molto rara le cui cause sono ancora del tutto sconosciute e per la quale non esiste una cura risolutiva. Io faccio solidarietà in vari campi, ma sono affari miei. Quando mi chiamano in causa, cerco di rendermi sempre disponibile. Poi era davvero una piccola cosa da scrivere. Difficile, ma piccola.
 
Come avete fatto a trovare un editore? E’ difficile trovare un editore quando si scrive per una buona causa?
 
Fin da subito Paolo ha chiarito che si sarebbe rivolto a un editore “on demand”, per semplificare la faccenda dei soldi e dei rendiconti. A me in questo caso andava benissimo. Il libro infatti lo potete acquistare
qua, oppure qua(ci sono due versioni con due copertine diverse, e anche questa è un’ottima idea). Trovare un editore è difficile sempre, scrivere per una buona causa non aiuta per niente.
 
Parlaci del tuo racconto. E’ davvero cattivo?
 
E’ cattivissimo. E’ la storia di una vendetta non premeditata, legata ai temi del lavoro e della televisione commerciale. Si chiama “Italia uno!”.  Ogni riferimento è voluto.
 
E’ difficile scrivere un racconto in 365 parole? Come ti sei organizzato?
 
Difficilissimo. Ho recuperato idee che avevo già scritto e pubblicato altrove, con un minimo di editing.
 
Come ti è nata l’idea per il racconto?
 
Mi sono immaginato quello che può succedere a chi passa tutta la vita lavorando e subendo, e ho pensato alla gocciolina che fa traboccare il vaso. Cioè quando non se ne può più di essere presi per il culo, insomma.
 
Che genere hai scelto giallo, noir, horror, thriller, gotico, fantascienza, spy-story?
 
Surreale-noir, se si può dire-
 
Ha già raggiunto un buon successo di vendite. Ve lo aspettavate?
 
Io lo speravo e spero che continui così. Per Paolo, soprattutto.
 
Oltre a te quali scrittori hanno aderito?
 
Altri 364. Fare l’elenco è dura, ti cito solo i più noti: Bucciarelli, Cappi, Tilde Ingrosso, Roversi, Franchini stesso…
 
Parteciperai di nuovo in futuro a iniziative come questa?
 
Basta chiedere. ^_^

:: Intervista a Marco Polillo editore della collana “I Mastini” Polillo Editore a cura di Cristina Marra

18 novembre 2010 by

Marco Polillo

La crime story “Bunny Lake è scomparsa” di Evelyn Piper inaugura la nuova collana “I Mastini” della Polillo Editore. Con “I Mastini” arrivano in libreria romanzi inediti o imperdibili del filone del giallo nato negli USA intorno agli anni Venti e definito “Hard Boiled School”, del genere suspense, del poliziesco procedurale e d’azione.

Gli “allievi” della Scuola dei Duri scrivono romanzi in cui l’enigma e la scoperta del colpevole sono soppiantati dalla violenza, dalla tensione e dalle durezze fisiche e psicologiche della realtà sociale del tempo. Nata intorno alla rivista “Black Mask” diretta da Joseph T. Shaw, questa narrativa poliziesca aderisce allo spirito sociale americano del periodo tra la Grande Depressione e il New Deal di Roosvelt. Shaw chiede ai suoi autori di raccontare le loro storie nel modo più diretto possibile e in prima persona per provocare nei lettori eccitamento e tensione. La violenza, i gangsters, il sesso sono argomenti presenti quotidianamente sui giornali e il loro passaggio in opere narrative è quasi inevitabile. Il genere diventa popolare con le opere di Dashiell Hammett, principale esponente insieme a Raymond Chandler, ma sono tantissimi gli autori forse meno noti che hanno dato un grande contributo anche alle sue evoluzioni . Dalla Scuola dei Duri ai successivi filoni che trasformarono il giallo tradizionale in un romanzo specchio delle angosce e delle violenze contemporanee, “I Mastini” si propongono come il completamento della già famosa e apprezzata collana “I Bassotti” dedicata alle detective stories della Golden Age del giallo.

L’editore Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori è un cultore del giallo classico ed è autore di due romanzi “Testimone invisibile” e “Corpo morto” editi da Piemme.

Com’é nata la collana “I Mastini”?

“Nel periodo del massimo splendore del giallo a enigma erano stati scritti libri di genere “hard-boiled” che meritavano di essere presentati al pubblico italiano, ma che non potevano trovare spazio nei Bassotti per motivi legati alle caratteristiche del contenuto. Questa mancanza andava sanata. Così sono nati i Mastini”.

A chi sono rivolti “I Mastini”?

“Credo che i lettori dei Bassotti qualche titolo dei Mastini lo prenderanno. Poi immagino i lettori dei gialli o thriller contemporanei e quelli che in qualche modo vogliono farsi una “cultura” storica anche sul genere poliziesco/thriller. Senza dimenticare che all’interno della collana ci saranno anche autori in qualche modo classici – per esempio Ross Macdonald o Henry Kane – che dovrebbero catturare l’attenzione di tutti quelli che ne hanno sentito parlare, ma che li conoscono ancora poco o niente affatto”.

Da lettore, lei preferisce le detective o le crime stories?

“Detective stories, senza ombra di dubbio. E infatti prima ho pubblicato i Bassotti e solo ora i Mastini”.

La Polillo si è affermata come casa editrice d’eccellenza nel settore della narrativa gialla classica. Progetti futuri?

“Per ora no. Il progetto -meglio l’obiettivo -immediato è quello di far sì che anche i Mastini riscuotano il successo che ha contraddistinto i Bassotti. E’ una collana forse più difficile, perché è meno caratterizzata, ma ha il vantaggio di offrire una maggiore varietà di trame”.

Perchè la scelta di pubblicare solo autori stranieri?

“Perché in quegli anni gli autori italiani non si cimentavano se non marginalmente in quel campo (e quelli che l’hanno fatto sono già stati ripubblicati e riscoperti in tempi anche recenti), e poi perché le patrie del giallo sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Ci sarebbe anche la Francia, in realtà, almeno per il genere Mastini, e non è escluso che qualche autore di quella nazione prima o poi trovi posto nella collana.

Molte crime stories diventano film e addirittura cult movie come è successo a “Bunny Lake é scomparsa”. Che ne pensa della trasposizione cinematografica dei gialli?

“Ne penso bene. In molti casi l’ho trovata adeguata, in altri ha addirittura migliorato la storia. Certe volte, invece, l’atmosfera dell’autore del testo non è stata rispettata, ma di sicuro il cinema e la televisione hanno aiutato il giallo (così come quest’ultimo ha a sua volta aiutato il cinema e la televisione)”.

Marco Polillo é anche scrittore di gialli, a quando il terzo romanzo?

Sorpresa! Il terzo romanzo è appena terminato. L’ho consegnato ieri alla mia agente letteraria e quindi spero di avere presto buone notizie. Quello che posso dire per ora è che il protagonista è sempre il vicecommissario Zottìa e che anche questa volta l’ambientazione è molto particolare: il lago d’Orta”.

:: Dal 27 novembre: Slittamenti progressivi della RAI il folle romanzo di Simone Sarasso

17 novembre 2010 by

slittamenti_raiFabio: Che ne dici di questa copertina? È come la volevi, no?
Io: Sì, c’è l’idea della Rai e degli slittamenti, ma forse si vede
ancora poco il concetto di golpe.
Riesci a metterci un po’ più di golpe? Ce la fai?
Fabio: Un po’ più di…?
Io: Golpe.
Fabio: Ah, un po’ più di golpe… adesso è chiaro. Nessun problema (ma che cazzo…).

Dove sarà arrivata la RAI tra due anni? La perdita di credibilità e autorevolezza continuerà a sgretolare il prestigio del servizio pubblico fino al suo completo disgregamento? La carcassa dell'emittente spolpata fino al midollo dalle quote partito, e dilaniata da conflitto di interessi ed esternalizzazioni cosa avrà lasciato della Tv di Stato? Nel suo feroce breve romanzo Simone Sarasso mette in scena in una documentatissima e calibrata ucroina (il flash forward rispetto all'attualità è di soli due anni), quello che sarà il destino della Radiotelevisione se le cose continueranno ad andare come vanno. Negli Slittamenti progressivi della RAI Carlo Rubini lavora in Rai. Da venticinque anni varca la soglia del civico 27 di Corso Sempione a Milano, passa i controlli di sicurezza, timbra il cartellino. Una mattina, però, si accorge che qualcosa non quadra: i dipendenti volatilizzati, le guardie giurate sparite, la desolazione che abbraccia l'intero edificio. Carlo non fa in tempo a chiedersi cosa sia successo: viene tramortito e perde i sensi. Al suo risveglio si ritrova chiuso in uno sgabuzzino insieme ad altri tre colleghi: Gennaro La Porta (il vecchio usciere napoletano), Sandra (la bomba sexy delegata di produzione padana) e il misterioso Dirigente. I quattro condivideranno un'esperienza al limite della paranoia, incerti se essere i protagonisti di un sequestro o di un macabro reality show. Durante la prigionia forzata, discuteranno animatamente del passato e del futuro della Rai, della sua progressiva perdita di quote di democrazia (parallela alla graduale privazione di libertà del Paese). Intorno a loro, lentamente, il mondo scivolerà nel baratro della follia.
Un romanzo grottesco e spietato, a metà strada tra The Big Kahuna, The running man e un dialogo platonico.
Un'analisi feroce e accorata delle (pessime) condizioni di salute della Televisione di Stato.

Dice l'autore:

"Slittamenti progressivi della RAI è un folle romanzetto (centocinquantamila battute) sul passato, sul presente e soprattutto sul disastroso futuro della TV di Stato. Il tutto raccontato alla mia maniera, ça va sans dire".
_________________________________

L'autore: Simone Sarasso, classe '78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. È suo il soggetto della serie inerattiva FRAMMENTI, andata in onda su Current TV (Canale 130 di Sky) nel 2009, e nel 2010 ha collaborato come soggettista con la casa di produzione TAODUE. Ha scritto racconti apparsi in diverse antologie (molte delle quali targate effequ) e, di quando in quando, firma articoli e recensioni per "Carmilla", "MilanoNera", e "FilmTV". Ha pubblicato i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d'Italia dal dopoguerra a Tangentopoli: Confine di Stato (Marsilio 2007, finalista al premio Scerbanenco) e Settanta (Marsilio 2009) È autore insieme a Lorenza Ghinelli e Daniele Rudoni di Jast (Marsilio 2010), il primo serial tv su carta. Sempre con Daniele Rudoni è autore della graphic-net-novel United We Stand (Marsilio 2009), futuro ideale della trilogia. Per effequ, nel 2007, è uscito Turkemar, strampalata biografia del più grande corner italiano di tutti i tempi, Fred Buscagione.
Slittamenti progressivi della RAI – di Simone Sarasso, Effequ, pp.120, euro 7,50

Recensione di “Ecosofia” di Paolo La Torre, Et/Et 2010 a cura di Riccardo Falcetta

17 novembre 2010 by

ecosofia_mediumPadre Paolo ha occhi che hanno visto il degrado del dolore divenire carne, vita degli “invisibili”; tessuto connettivo tra migliaia di persone lontane dall’occidente iperesposto e oltre il margine di ogni vivere che possa considerarsi civile. C’è severità nello sguardo e nelle parole di questo sacerdote, nessuno spazio per la retorica: parole che recano gelo, per il peso della loro verità, una severità che nel farsi denuncia rimane espressione di rigore e speranza, nonostante tutto.
Da anni Paolo Latorre, missionario comboniano, vive e opera presso Korogocho, una tra le oltre duecento baraccopoli che, ai bordi di Nairobi, raccolgono metà dei cinque milioni di abitanti di tutta la capitale del Kenia. Un paese che dall’Occidente attrae interessi economici e accoglie nei propri resort da sogno torme di turisti più o meno ignari dell’incubo di quell’umanità che si consuma a pochi passi.
San Daniele Comboni, la fondò nel 1967: dopo dieci anni sarebbe divenuto primo vescovo in Africa. Il suo piano per la rigenerazione di quel continente contemplava due principi rivoluzionari per la chiesa e il mondo di allora: l'evangelizzazione dell'Africa doveva attuarsi con l'opera diretta degli africani (salvare l'Africa con l'Africa, era il suo motto); evangelizzazione e promozione umana dovevano procedere insieme.
Padre Paolo e confratelli, da anni si battono per il recupero dei ragazzi che lavorano nelle discariche inquinanti, le cui esalazioni mietono vittime nell’intera popolazione dello slum. Come l’alcol, di pessima qualità, prodotto dalle donne per il guadagno. Come la prostituzione – la paura più grande non è per loro quella di poter morire, ma quella di rimanere incinte. I comboniani lavorano per evangelizzare e, soprattutto, istruire; tentano di restituire un tessuto sociale sano e autonomo a una comunità e a una terra che l’opulenza dell’Occidente continua a preferire eternamente “bambina”, mentre resta terreno di sfruttamento. L’Africa è il ripostiglio della nostra civiltà, dice padre Paolo.
Ma cosa possiamo fare noi, qui, nel nostro piccolo?, chiede qualcuno. Le offerte sono certamente un aiuto dice il frate, ma non sono la via maestra. Non vanno vissute come consolatorie o in senso pietistico. Serve soprattutto rendersi conto che uno sviluppo globale più equo è possibile, a partire dai piccoli cambiamenti apportabili alle nostre vite. Meno spreco, di spazi e risorse: la condivisione. Serve un ripensamento della nostra vita, prima che anche per noi sia troppo tardi”.
 
Può, dunque, il puro spirito ambientalista sposare le istanze della teologia cristiana? Considerando alcuni passi della Bibbia, l’enciclica “In Caritas Veritate”, di Papa Benedetto XVI, e gli insegnamenti di quel San Francesco che dopo Cristo fu la vera coscienza rivoluzionaria della Chiesa cattolica, sì, parrebbe possibile. Anzi, “Ecosofia – per abitare il mondo”, erige l’ecologia a condizione del pensiero, forse ad autentico precetto di fede. Nel libretto, pubblicato dalla Et/Et, nella nuova collana “Riflessioni”, Paolo La Torre,  rivede i temi classici dell’ecologia, e dunque, il rispetto per l’ambiente, per il pianeta e le sue diversità, e la condivisione delle risorse, attraverso la parola evangelica. È estremamente importante proteggere il genere umano  dall’autodistruzione. C’è bisogno di una ecosofia, una ricerca del saper abitare questo mondo, mantenendo l’armonia tra il creato e l’Umanità. E ancora: La crescita e lo sviluppo significano cambiamento, i cambiamenti richiedono scelte e ogni scelta comporta un rischio, passando dal conosciuto all’ignoto. L’AMORE di Dio è presente in questo straordinario viaggio.
Punto di vista condivisibile o meno, a seconda che sia la Fede a guidarci o una visione laica. Chi scrive, è convinto che una idea antropocentrica come quella cattolica, totalmente imbevuta di specismo, nella misura in cui vede l’uomo al centro e come amministratore e custode del Creato (Dio li benedisse e disse loro: – siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, e soggiogatela. Abbiate dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. Genesi 1:27-28) dia adito da sempre a fraintendimenti. Commentando, La Torre prosegue: Sottomettere la terra non è un invito a trattarla come ci pare e piace […] dovrebbe essere inteso come l’esercizio della nostra autorità e capacità a risolvere situazioni in cui la natura può sembrare difficile da viverci e ostacolare la nostra attitudine a continuare, completare la creazione… Un concetto che sposta più in là il pensiero cristiano ma che, a nostro avviso, antropocentrico e limitante, tuttavia, resta.
Allora forse bisognerebbe spiegare all’Uomo come egli non sia che una parte della “creazione”, in un breve arco della Storia e che non sarà per sempre. Il mondo non gli appartiene se non nella misura in cui lui stesso è parte di una biodiversità che non ha il diritto di calpestare in nome di una superiorità biologica e morale (morale??) che rischia anche, per le sue azioni, di tracollare ed estinguersi prima del tempo.
L’impianto teologico dello scritto, poco o nulla toglie, comunque, al peso universale delle riflessioni di padre Paolo. Comboniano, si diceva, di stanza nelle baraccopoli di Korogocho, in Kenia.
Un paese che dell’Occidente emula l’espansione urbanistica selvaggia, fatta di spazi divorati dal privilegio, innalzata da grattacieli imponenti e semideserti. Un’attitudine predatoria e neocolonialista che reca squilibrio a spese dei più poveri, producendo sui margini centinaia di slums: baraccopoli, metastasi di un corpo malato. Soltanto Korogocho conta 120.000 abitanti, e sette “villaggi”, stipati in soli 1,5 Km2.  Per casi simili, tutt’altro che sporadici, in Africa e altrove, la sola freddezza delle statistiche può indurci a riflettere.
L’upgrading, il risanamento di baraccopoli come Korogocho deve considerare che da una parte del mondo (o di Nairobi stessa) si vive quattro persone in uno spazio enorme, sprecato, e dall’altra parte si vive con una altissima densità di popolazione, dove lo spazio manca ma non il profumo della vita vissuta in profondità!Questo dell’urbanizzazione è il  tema pressante e terribile del secondo capitolo e delle appendici fotografiche del libro. Tutto ciò che consumiamo in più in termini di spazi e risorse, rispetto a quanto è necessario, lo sottraiamo a qualcun altro che rimane più povero di noi. Per questo a Korogocho non vogliamo frigoriferi. Fondamentale: acquistando “Ecosofia”, con soli 5 euro contribuirete all’opera dei missionari comboniani nei villaggi del Kenia.
http://www.comboniani.org
Riccardo Falcetta

:: Il ghigno di Arlecchino di Adriano Barone a cura di Stefano Di Marino

17 novembre 2010 by

il_ghigno_dellIL GHIGNO DI ARLECCHINO di Adriano Barone- Asengard- 9.90 euro
Stefano Di Marino
Lo dicevo io… Adriano Barone lo conosco da un sacco di anni. Si presentò a un festival di Udine sul cinema asiatico. Era stato studente della mia amica Nicoletta Vallorani. Un ragazzo pieno di entusiasmo e interessi. All’epoca era agitatissimo. Aveva appena consegnato un  soggetto a Johnnie To per un film. Non so come andò a finire. Non se la prenda Adriano (con cui abbiamo lavorato anche in un corso di scrittura): la sua professionalità è pari solo alla sua’ faccia’ o mancanza di tale che lo spinge a essere… ecco diciamo weird, come il filone narrativo in cui si è lanciato anima e corpo (affermazione non casuale perché  tutto l’essere di Adriano come persona e autore ha qualcosa di  estremamente  ‘fisico’). Quando lessi per presentare la sua antologia di racconti  Carni (e)strane(e) trovai la conferma di un grande talento. Il racconto d’esordio ‘Minibimbi’ è una fucilata al cervello che innesca il desiderio di entrare (a proprio rischio) nel suo universo fantastico. Il  Ghigno di Arlecchino prosegue per la strada del Weid. Non un genere facile, non un genere per tutti e credo che l’autore ne sia più che consapevole. Nondimeno una strada interessante da battere. Spero che sia considerato un complimento ma la lettura di questo romanzo complesso ma perfettamente strutturato ed eseguito con un linguaggio adeguato (che è lo specchio del suo autore) mi ha ricordato i testi di Jodorowski. La casta dei Metabaroni illustrata da Jimenez, le fantasie dell’autore di Psicomagia rese graficamente da Cadelo, da Bouq. Non che Adriano abbia copiato ma sicuramente l’influenza del maestro che ci ha regalato El Topo e La montagna  sacra si sentono e che io citi paragoni fumettistici e cinematografici non è casuale. Ecco, forse vi siete fatti un’idea. Be’, preparatevi a ribaltare completamente la vostra opinione perché uno dei tratti più weird di questo romanzo è il continuo ribaltamento di fronte. Come se i tracciati attraverso i quali ci si muove (o ci si vorrebbe muovere?) creati da Adriano mescolassero le carte. Essere unico o duplicazione di un tiranno? Osceno anti eroe o angelo di purezza costretto in un mondo di follia? Il Ghigno di Arlecchino merita anche una nota all’illustratrice-Rom che meglio non avrebbe potuto cogliere lo spirito del romanzo. Se credete di aver visto tutto nel fantastico… perdete ogni speranza o voi che entrate… vi aspettano cose che voi umani non immaginate neanche.

:: Recensione di L’uomo inquieto di Henning Mankell (Marsilio, 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2010 by

inquietoEra da quest’estate che aspettavo L’uomo inquieto di Henning Mankell, edito da Marsilio e tradotto da Giorgio Puleo, ultima avventura, dopo dieci anni di silenzio, del mitico ispettore di Ystad,  Kurt Wallander, portato sullo schermo sia da Kenneth Branagh per la BBC, che da Krister Henriksson e da Rolf Lassgard per la televisione svedese.
Ho avuto modo di leggere tutti i libri dedicati a Wallander e vedere tutti gli episodi delle trasposizioni televisive, (tranne forse gli ultimi della serie Henriksson),  per cui ho un’ idea del tutto personale di Kurt Wallander, e ci tengo a dire che  è uno dei personaggi letterari che nel bene e nel male mi hanno più colpito, non fosse altro che l’autore è una persona davvero singolare, che da anni tento di intervistare (invano).
Tutti ricorderanno quando questa primavera era a bordo della Sofia, l’imbarcazione svedese della Freedom Flottilla, la flotta di attivisti che portavano soccorsi agli abitanti della Striscia di Gaza, pesantemente attaccati dall’esercito israeliano. In quell’occasione Mankell, in cui ricordiamolo fu anche arrestato e rilasciato quasi subito grazie alla notorietà che ormai ha a acquistato a livello internazionale come romanziere, ebbe modo di rilasciare diverse dichiarazioni tra le quali disse: “Chi parla di solidarietà non capisce che quel che conta sono le azioni. È attraverso le azioni che dimostriamo di sostenere quello che riteniamo importante“. Ecco questa frase sicuramente caratterizza un uomo che crede in certi valori ed è pronto a rischiare in prima persona, mettendosi anche in pericolo, con coraggio e determinazione.
Premesso questo, mi sono avvicinata a L’uomo inquieto con una sorta di malinconica tristezza, innanzi tutto perché è un addio, con questo libro Kurt Wallander si congeda definitivamente dai suoi lettori e in un certo senso mi dispiace, come dispiacerà a molti fan della serie.
Ma Mankell ha scelto di far invecchiare il suo personaggio, di portarlo ad uno stadio di non ritorno, per dare conclusione ad un periodo della sua carriera di scrittore e dedicarsi ad altri obbiettivi, quasi volesse disfarsi di un compagno ormai ingombrante, seppure molto amato.
L’uomo inquieto, diciamolo subito non è un classico poliziesco con delitto, assassino e indagine; può averne le parvenze, ma è molto di più: è un’amara riflessione sulla vita, sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte, sull’incapacità di adattarsi ad una società sempre più ostile. C’è un pessimismo di fondo, che non mi pare di aver riscontrato in altri libri della serie, che mi riporta ad altri narratori del Novecento come Camus e Kafka.
Ma analizziamo in breve la trama che potrebbe rimandarci ad un racconto spionistico, seppur tenuto conto delle premesse fatte.
Hakan von Enke, ex capitano di corvetta in pensione, (era stato al comando di sommergibili e cacciatorpedinieri e aveva fatto parte del comando militare che autorizzava le unità della marina ad aprire il fuoco contro navi straniere che avessero violato le acque territoriali), oltre che futuro suocero della figlia di Wallander, Linda, scompare un mattina d’inverno, durante la sua consueta passeggiata per le vie di Stoccolma.
Il commissario Wallander, turbato dalle recenti confidenze che gli aveva fatto durante la sua festa di compleanno su aspetti oscuri di un’ enigma politico-militare risalente a circa trent’anni prima, – di cui non è ben certo di aver compreso le inaspettate e complesse implicazioni- , inizia a indagare e più cerca di scoprire la verità, più si trova ad aver a che fare con un ginepraio di segreti e mistificazioni, alla cui base si trova un pericoloso segreto di stato che se rivelato potrebbe cambiare gli equilibri internazionali e che difficilmente potrebbe essere reso noto. Finale amaro e in un certo senso triste come un pomeriggio invernale in cui pian piano si spegne ogni luce.

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

Recensione di “Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro” di John Brockman a cura di V. G. Colapinto

16 novembre 2010 by

Futuro Prossimo Venturo 

Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro” di John Brockman (trad. di Irene Bartolozzi, Silvia Bencivelli e Chiara Roglieri): 371 pp. in brossura, prezzo di copertina €23 [il Saggiatore, 2010]. 

John Brockman (Boston, 1941) è un personaggio unico. Agente letterario di scienziati e divulgatore scientifico lui stesso, ha fondato nel 1988 la “Edge Foundation”, sito web e forum online con il compito di promuovere la cosiddetta “terza cultura” (termine da lui stesso coniato), ossia un luogo d'incontro tra cultura umanistica e scientifica in cui nascono forme di scienza-arte come la biomimetica, che si ispira alle soluzioni messe a punto dalla natura, o la neurocosmetica, che utilizzerà la stimolazione cerebrale profonda per modificare la nostra personalità. Perché a nuovi strumenti corrispondono nuove percezioni e grazie alla scienza creiamo nuove tecnologie che finiscono per ricreare noi stessi.

Il principio ispiratore di Brockman è che per arrivare alle ultime frontiere della conoscenza occorre cercare le menti più complesse e sofisticate e riunirle in una stessa stanza, affinché si pongano l'un l'altra le domande che rivolgono a loro stesse. Internet rende molto più facile il procedimento.

Ogni anno Edge pone alle menti più brillanti del mondo un quesito. La domanda del 2009 è “Che cosa cambierà tutto? Quale idea capace di stravolgere le regole del gioco ti aspetti di vedere nel corso della tua vita?” e questo libro raccoglie ben 133 risposte date da molte delle più autorevoli voci della scienza e della cultura contemporanee. Rispondono personaggi come J. Craig Venter, Richard Dawkins, Ian McEwan, Brian Eno, Nick Bostrom e molti altri. Le risposte sono, ovviamente, le più diverse possibili ma tutte o quasi interessanti, a volte sconcertanti.

Per Craig Venter costruiremo in laboratorio organismi viventi in grado di creare nuovi combustibili naturali o riciclare l'anidride carbonica, risolvendo così i grandi problemi che ci affliggono.

Secondo Sherry Turkle presto avremo robot di compagnia; ad accudirci nella vecchiaia non ci sarà una badante rumena ma un robot socievole (per la felicità dei movimenti xenofobi), i nostri nipotini giocheranno con un pet-robot (ideale per i bambini allergici) piuttosto che con un cagnolino e quando diventeranno più grandi forse preferiranno una fidanzata-robot a una in carne e ossa, molto più esigente e meno affidabile. Oggi discutiamo sui matrimoni gay, domani litigheremo su quelli tra uomini e robot. E le chiese poi riconosceranno un'anima ai robot intelligenti?

Richard Dawkins pone come uno dei prossimi obiettivi quello di combattere lo specismo, infrangendo la distinzione assoluta tra umano e animale. Questo avverrà probabilmente quando avremo ricreato in laboratorio l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia, Lucy seconda.

Ian McEwan immagina città ricoperte da enormi pannelli fotovoltaici, le cui titaniche torri solari soppianteranno simbolicamente le vecchie cattedrali medievali.

Sono stati interpellati anche degli italiani, spesso cervelli in fuga, come l'arch. Stefano Boeri, che dà la risposta più lapidaria: “scoprire che qualcuno dal futuro è già venuto a trovarci”, la filosofa Gloria Origgi, secondo cui stiamo passando dall'Era dell'informazione all'Era della reputazione o il neuroscienziato Marco Iacoboni.

E ancora: scoperta della materia oscura o della vita su altri pianeti, bambini su misura o telepatia sintetica (con interfacce cervello-macchina), durata della vita estesa a mille anni o macchine coscienti, geoingegneria o fusione in laboratorio, genomica da banco o computer quantistici portatili.

Forse gli eventi in assoluto più pronosticati sono il contatto con civiltà aliene e l'avvento della Singolarità Tecnologica, ossia di un'intelligenza artificiale e dello sviluppo esponenziale che ne deriverà. Si spera anche che i progressi scientifici permetteranno una nuova età dell'abbondanza come quella del passato dopoguerra, allontanando i fantasmi di penuria, siccità e disastri ambientali che tormentano gli uomini del nuovo millennio. Il futuro che ci aspetta potrebbe quindi rivelarsi meraviglioso e sorprendente, sfatando il catastrofismo oggi tanto di moda, ma nulla è certo e deciso.

Alla fine della lettura, credo si possa riaffermare – come diceva il Nobel per la fisica Dennis Gabor, padre del laser – che “il futuro non si prevede, si inventa”. Di fronte a noi abbiamo un'infinità di possibilità, tutte straordinarie e tutte concretizzabili. Starà a noi decidere quali realizzare. Saremo noi a scegliere tra utopia e distopia, tra estinzione del genere umano o suo superamento con una super-specie nata dalla fusione tra uomini geneticamente modificati e macchine intelligenti. 

Valentino G. Colapinto

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

15 novembre 2010 by

‘Immagine: Tattoo Studio “La rue des Bons Enfants” http://www.tattoobonsenfants.it/

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard.

                                                                        (Stephane Mallarmé)

Tutte le storie sono, per loro natura, incompiute; le mie non fanno eccezione.

«Dimmelo se vuoi che venda il culo», aveva detto. Ma questo succedeva all’inizio. Le era bastato dirlo una volta, una sola, per non doverla minacciare mai più. Bastava tornare a casa, sbattere la porta con falsa, calcolata, rabbia, e chiedere dei soldi. Non c’era neppure bisogno di preavviso. Non più.

«Mamma, ho bisogno di soldi».

E i soldi arrivavano, perché, pur di non trovarsi esposta a quelle minacce, la donna teneva sempre, in casa, una piccola scorta di contante.

Le prime volte, rimasta sola, aveva pianto, attenta a non fare rumore, la faccia schiacciata contro il cuscino.

Tutto inutile: sua figlia non era in casa, e non l’avrebbe sentita comunque.

Ma almeno non era sui viali.

Forse.

A due isolati di distanza, il taxi scivolò verso il marciapiede, frenò dolcemente fermandosi di fronte alla Camera del Lavoro. La ragazza salì; aveva l’aria imbarazzata. Non credeva che avrebbe rincontrato lo stesso uomo al quale, una volta, aveva giurato di farla finita: cazzo, almeno non quella sera.

-Corso Emilia, angolo Corso Giulio Cesare,- disse.

–Ancora lui?– Le chiese l’uomo al volante, e lei annuì, imbarazzata.

Non le rinfacciò la sua promessa.

Staccò l’auto dal marciapiede, affrontando lentamente le strade deserte. Guardò la ragazza nello specchio centrale e si maledisse per aver smesso di fumare.

–Almeno hai una sigaretta?– le chiese, mentre svoltava mollemente a destra, e lei gliene passò una al di sopra del bracciolo.

Il tassista mise in bocca la sigaretta e continuò a guidare senza accenderla, gettando vaghe occhiate dallo specchio centrale.

Su Corso Brescia si vedevano pochi pedoni, quasi tutti immigrati appiedati, di ritorno verso casa. I locali notturni erano chiusi da tempo; da quando il quartiere era finito in mano agli “stranieri”, e i torinesi non ci si avventuravano più.

Solo una coppia di bar aperti tutta la notte vomitava sfocati riquadri di luce diafana, algidi bagliori da tubo al neon, sui marciapiedi grigi coperti di cicche e sputi.

Per il resto era tutto chiuso: anche le piccole drogherie-supermercato nigeriane e cinesi che fino a pochi giorni prima avevano lavorato ventiquattro ore su ventiquattro.

I sigilli della polizia, ben visibili anche dall’interno della vettura, bloccavano la porta di un mini-market bangladese.

Evasione fiscale, gioco d’azzardo, alimenti scaduti e in cattive condizioni di conservazione: erano necessari ulteriori accertamenti, aveva fatto sapere il dirigente del commissariato Dora Vanchiglia. I giornali ne avevano parlato, e il tassista lo sapeva, ma da allora non gli era ancora capitato di passare lì di fronte.

–Si può sapere perché una come te si perde dietro ad una coglione simile? Non potresti fare come tutte le ragazze della tua età? Cazzo, sei una bambina.– Di solito cercava di moderare il linguaggio, ma con quella non gli riusciva proprio. Solo quattordici anni. Due più di sua figlia.

Intanto, erano arrivati in Corso Giulio Cesare.

–Accosta– disse lei, –eccolo lì.

Era vero, anche se lui non lo aveva visto. Una testa ricciuta sporgeva leggermente da una porta chiusa, proiettando un’ombra tenue sul marciapiede.

Lo spacciatore lanciò un fischio mentre la ragazzina lanciava le gambe fuori dallo sportello; un fischio rivolto alla minigonna portata senza calze, alla canottiera corta e scollata, al trucco pesante, e ai tacchi alti.

Andando avanti a quel modo, prima o poi ci sarebbe finita davvero, sui viali.

Nonostante la spessa tenda marrone chiaro e i doppi vetri, una luce gialla e deprimente filtrava nella piccola sala conferenze.

Il questore non si scomodava mai per così poco.

Il comandante della mobile sedeva annoiato: era l’addetto stampa a parlare.

Una fila di giornalisti svogliati -scarti di redazione destinati a un caso piccolo come quello- occupava, scomposta, i due lati del tavolone di legno giallo. In fondo alla stanza, un foglio da proiezione sporco e gualcito mostrava una piccola serie di facce ordinate a piramide: la segnaletica di un vecchio boss al vertice, e sotto una serie di foto di ragazzi, i volti via via più infantili man mano che si scorreva con lo sguardo verso la base.

–Si tratta di un’organizzazione?– Chiese una donna dal viso stanco e appannato dal caldo. Aveva mani corte e tozze, le dita macchiate d’inchiostro da biro: evidentemente passava le giornate a prendere appunti, e non si capiva come fosse arrivata fin lì senza imparare a non sporcarsi.

–No, è un semplice scambio di favori,– intervenne il capo della mobile continuando a carezzarsi la barba con languidi movimenti circolari di pollice e indice.

–Agli spacciatori faceva comodo che la ragazza avesse soldi per comprare la “roba” al suo innamorato, e allo strozzino faceva comodo che la madre andasse a prenderli in prestito da lui. Riteniamo che sia stato uno dei nordafricani a segnalare al vecchio il nome della donna.

I giornalisti scarabocchiarono qualche appunto.

–E come lo avete scoperto?– chiese un uomo in giacca di tweed e pantaloni marroni di fustagno.

–Un tassista li ha denunciati: pare che avesse visto la ragazza comprare la droga altre volte, e che avesse cercato di dissuaderla; ieri sera alla fine del turno si è stufato di aspettare ed è venuto da noi.

–Ci dice il nome?

–Eh no, mi spiace, questo no… non ve lo diciamo–.

(Responsabilità altrui e favori personali espressi al singolare, negazioni al plurale: l’eterna ricetta del successo politico).

Sulla porta, gli incaricati delle tv locali, le uniche interessate al caso, spingevano in attesa delle interviste.

L’addetto stampa si rivolse ai cronisti. Pareva non ci fossero altre domande. I giornalisti scossero le teste, ritirarono copie sgualcite del pallido comunicato stampa, strinsero qualche mano e se ne andarono.

Al risveglio aveva mal di gola e sentiva la bocca impastata. Gli era bastata una sola sigaretta, fumata davanti alla porta del commissariato. Be’, se fosse ricapitato, ci avrebbe pensato due volte.  Fece la doccia, lavò i denti e si concesse un’approssimativa rasatura elettrica. Perse un minuto a guardarsi nello specchio e poi, dato che sua moglie non era in casa, decise di regalarsi una colazione al bar. Erano le undici e mezzo.

Di fronte alla macchinetta del caffè, pensionati in maniche di camicia discutevano dell’ultima di campionato; qualcuno agitava la gazzetta rumoreggiando. Undici e mezzo: un orario infame per la colazione al bar.

Si spostò in fondo al bancone trascinandosi dietro la tazzina del caffè, e diede un’occhiata ai giornali del mattino. Solo le notizie principali, così non si rese conto di essere finito a pagina tredici. Non che ci fosse la sua foto –a dire la verità non c’era neppure il nome–: il giornalista riferiva succintamente il caso di una quattordicenne che, per procurarsi i soldi necessari alle “dosi” del suo ragazzo, minacciava la madre di andare a prostituirsi. A quanto pareva, la donna, una vedova che viveva di pulizie in case private e della reversibile del marito, aveva impegnato tutto il possibile, salvo la fede nuziale. Poi era finita in mano a uno strozzino, ora ricercato dalle forze dell’ordine. L’autore concludeva con qualche stronzata ritrita sulla crisi economica ed elogiava la moralità di un anonimo tassista che, venuto a conoscenza dei fatti, aveva sporto denuncia.

Il tassista finì il caffè e uscì in strada, lasciando il giornale in un angolo.

Da quando aveva smesso di fumare la giornata di lavoro sembrava più lunga.

Aveva rispolverato la vecchia abitudine di leggere per tirare avanti nelle pause tra una corsa e l’altra.

In giro faceva caldo, e la gente cominciava a camminare più volentieri. Questo, per lui, significava meno lavoro e più libri. In circostanze normali, la cosa avrebbe dovuto irritarlo, invece, in un giorno come quello, non gli dispiaceva affatto.

Tirò fuori il taxi e guidò fino allo spiazzo. Si mise in coda e accese il gps per segnalare l’inizio del turno. Non era frequente che gli toccasse attaccare prima dell’una il giorno dopo aver fatto il notturno, ma non era un problema.

A parte il mal di gola si sentiva bene: aveva fatto la cosa giusta.

Prima di prendere la decisione si era informato: anche i colleghi si ricordavano di quella ragazzina gracile e bruna, con i grandi occhi scuri sempre meno spaventati man mano che prendeva confidenza con i pusher della zona. Quella storia doveva finire.

Parcheggiò in terza posizione, inclinò leggermente lo schienale del sedile del passeggero, e tirò fuori il tascabile dal cruscotto. Era la riedizione di un romanzo francese letto un secolo prima. All’epoca non gli era piaciuto, e non era arrivato alla fine.

Ora la vedeva diversamente.

Mentre leggeva teneva l’autoradio spenta. Era al posteggio, e non avrebbe ricevuto segnalazioni sul gps; poi era in terza posizione, quindi poteva sperare in una buona ventina di minuti di pace.

«Arrivò a Auxerre sul tardi, si fermò in un hotel dando il nome di Georges Gaillard, mangiò male e dormì poco».

Sfilò la bottiglietta d’acqua ancora fresca dal portabibite e rovesciò un sorso sulla gola bruciante, senza smettere di leggere.

«Gerfault prese il metrò, cambiò alla gare de l’Est e scese a Opéra. Provava un gran piacere a ritrovarsi in città. Non ne aveva coscienza. Portava la borsa di tela di Carlo con la Beretta dentro e qualche vestito».

Un borghese qualunque che si libera di una banda di killer e -ne era sicuro, anche se mancava ancora una trentina di pagine alla fine- del loro mandante. Chissà poi se era possibile.

Restò seduto a leggere fino alle tre, poi fece un paio brevi corse verso il centro e lungo il fiume, e si fermò per una pausa.

Il telefono squillò; la ragazza della postazione numero quattro premette un tasto e il ronzio della linea si diffuse, lieve e disturbante, nel suo auricolare.

–Prontotaxi. Come posso esserle utile?– Era in servizio da poco, ma aveva già mandato a mente le formule di routine. La griglia di risposte che veniva fornita a tutti i neoassunti, quasi non le serviva più.

–Sì, salve,– era una voce maschile, un uomo poco oltre la trentina, calcolò, ma era inesperta, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–Avrei bisogno di un’informazione.

–Sì?

–Ieri sera uno dei vostri taxi mi ha portato a casa, in Corso Giulio Cesare… sa, stavo un po’ male e be’…– tentennava –be’, sì, avevo bevuto troppo, mi piacerebbe ringraziare l’autista. Sa, mi ha accompagnato fino in ascensore e, insomma volevo sapere se…– una pausa dalla durata perfetta. Finì nel momento in cui la ragazza espirava nel piccolo microfono. –Be’, se poteva darmi il suo nome. Se le è possibile risalirci.

–Non saprei,– disse –sa, di solito non diamo questo genere di informazioni,–  ma qualcosa in quella voce tentennante l’aveva convinta: stava già calcolando il modo più rapido per risalire al nome dell’autista.

L’uomo dall’altro lato attese. Ora non c’era più niente che potesse fare. Era solo un fatto di fortuna.

La ragazza scorse con un’occhiata i registri elettronici.

–Dove ha detto? Corso Giulio Cesare? Lei è fortunato. In serata ci sono state solo due corse, e le ha prese entrambe Corsini.

–Grazie, lei è davvero gentile.

–Maurizio Corsini. Vettura 2246.

–Grazie mille signorina. Un’ultima cortesia, non è che posso chiederle dove si trova ora, questo Corsini?

La centralinista si pentì di avergli dato il nome: sul momento aveva creduto di avere qualcosa da dimostrare, col fatto che era l’ultima arrivata e tutto il resto, ma nei modi dell’uomo c’era una curiosità che ora le sembrava sospetta.

Ma era sempre l’ultima arrivata, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–No, mi spiace, su questo non posso proprio aiutarla,– disse.

L’uomo riagganciò. Frugò nelle tasche dei pantaloni marroni di fustagno, assolutamente inadatti alla stagione, prese una sigaretta e la accese, poi estrasse il cellulare e compose a memoria il numero di un telefono fisso.

–Allora?

L’ufficio dall’altro lato del telefono era silenzioso e vuoto. Il silenzio d’attesa risuonava gonfio dei ronzii bassi del neon e del condizionatore.

–Maurizio Corsini.

-Dov’è?

-Non sono riuscito a saperlo.

–Ma che cazzo ce ne facciamo di un nome? Niente fotografie, non sappiamo dov’è, non abbiamo uno straccio di segnalazione…

In giro in cerca di Corsini c’era già una mezza dozzina di persone. Senza contare il giornalista.

E Corsini era nel posto più ovvio: Corso Vittorio, angolo Via Madama Cristina, fermo in seconda posizione nello spazio riservato alla sosta dei taxi.

Leggeva seduto sul sedile del passeggero per evitare l’intralcio del volante, il libro poggiato contro il vetro del finestrino. Ogni tanto gettava al marciapiede un’occhiata distratta: un irregolare flusso di passanti frettolosi, uomini e donne accaldati, le fronti già imperlate di sudore, che correvano trasportando buste di plastica da mercato, impazienti di rinchiudersi a casa, abbassare le tapparelle e sedersi nella penombra. Magari a godersi il condizionatore nuovo.

Era secondo in fila, ma erano solo le cinque, e gli sarebbe toccata qualche altra corsa prima di staccare.

Un uomo piuttosto malconcio ciondolava su e giù per il marciapiede guardandosi intorno con aria d’attesa. Portava logori pantaloni di velluto e due maglie di cotone infilate una sull’altra, come se, al momento di vestirsi, non si fosse accorto della temperatura, o non se ne fosse curato minimamente.

Lo conosceva da una vita, Tonin ‘lfieul, “il giovane”, che ormai tanto giovane non era: faceva su e giù per quel marciapiede da decenni. Gli sembrò che guardasse verso di lui e gli facesse un cenno.

-Posso chiedere a lei per l’aeroporto?- chiese un tizio in completo di lino e camicia scura. Portava una ventiquattrore di pelle nuova, la copia senza marchio né personalità di un ormai classico modello “The Bridge”.

-No, mi spiace, c’è prima il collega.- disse, ma nello stesso momento un secondo uomo fece un passo avanti e saltò sulla vettura in prima posizione.

-Fanculo- pensò. Mancavano poco più di 20 pagine alla fine del romanzo.

Si mise dietro al volante scavalcando il freno a mano, senza scendere dall’auto.

-All’aeroporto, allora?-

-Sì.-

In linea puramente teorica, oltre a tenere il conto della durata delle corse, il navigatore satellitare installato sulla sua Wolksvagen Touran bianca, avrebbe dovuto suggerirgli il percorso più breve, tenendo conto delle condizioni del traffico aggiornate in tempo reale.

Quel pomeriggio, secondo i calcoli del navigatore, l’itinerario più rapido verso l’aeroporto era lo stesso di sempre: Via della Rocca, Via Mazzini, Corso Cairoli, Lungo Po Diaz, Lungo Po Cadorna, Corso San Maurizio, Corso Regio Parco, Lungo Dora Savona, Ponte Bologna, Lungo Dora Firenze, Corso Giulio Cesare, Piazza Derna, Via Botticelli, Corso Grosseto e il Raccordo Autostradale 10. Il tempo di percorrenza stimato era di venticinque minuti.

In venti minuti erano arrivati appena in Corso San Maurizio. Sembrava che gli aggiornamenti del traffico non fossero esattamente in tempo reale.

Alle cinque e quarantasette la Wolksvagen era incolonnata all’imbocco di Corso Grosseto. Gli automobilisti di ritorno dal lavoro, fermi in coda, fumavano attraverso i finestrini aperti, incuranti del caldo.

L’aria bollente era tutto un rombare di clacson e motori sopra il ronzare più o meno basso delle autoradio.

Quindici minuti prima, il cellulare del passeggero aveva squillato, rompendo il silenzio dell’abitacolo. L’uomo si era limitato ad ascoltare. –Cambiamento di programma. Devo fare una piccola deviazione,- aveva detto, -Via Giachino 46.

Corsini vedeva la fine del turno allontanarsi sempre di più.

A quella velocità, “piccola deviazione” inclusa, poteva sperare di tornare a casa per le sette e mezza.

Ci vollero “solo” trentasei minuti ad arrivare sul posto. Le sei e ventitré minuti.

Via Giachino 46, come gli pareva di ricordare, era l’indirizzo di un pub. Ancora chiuso, a quell’ora improbabile, e in piena estate.

Di fronte alla palazzina bassa, non c’era nessuno.

Il passeggero estrasse la pistola dalla fondina ascellare, passò la canna tra lo schienale del sedile e il poggiatesta, e la premette alla base del collo dell’autista.

-Spegni il motore.

Il taxi si avvicinò lentamente al marciapiede. Con la canna incastrata a quel modo, c’era poco da fare: neppure una manovra  brusca sarebbe servita.

-Sfila le chiavi, apri e scendi.

Le sicure si sollevarono con uno scatto minaccioso; l’autista discese senza voltarsi.

Lo sportello posteriore si aprì e l’uomo scese con calma, la pistola ancora fissa nella mano destra.

-Chiavi,- disse, e allungò la sinistra.

-Furto?- si chiese Corsini, anche se, tecnicamente, il termine corretto sarebbe stato “rapina”. Ma l’uomo non aveva l’aria del ladro, o del rapinatore. Qual’era poi l’aria del ladro? E perché, invece di pensare ad una via di fuga, si concentrava su quei particolari?

Questo modo di fare, questo concentrarsi sui dettagli, perdendo di vista il quadro generale gli sembrò, improvvisamente, l’errore della sua vita: così si era ritrovato sposato e “vecchio”. Così si ritrovava ad avere due figlie. Così il taxi. Così il mutuo da pagare. Aveva mai veramente scelto qualcosa? In quel momento, gli pareva di no.

Il passeggero prese il mazzo di chiavi e lo scagliò lontano, sul basso e piatto tetto del locale.

Era un gesto inutile: ora lo avrebbe ucciso, Corsini ne era certo, ma non se ne spiegava il motivo.

Il tassista si era voltato, trovandosi faccia a faccia con l’uomo, per la prima volta.

Era una specie di piccolo gorilla, più basso di lui di almeno quindici centimetri, ma molto più grosso. Il petto quadrato tirava i bottoni della camicia elasticizzata, e lo spessore dei bicipiti sformava le maniche della giacca di lino.

Come avesse fatto a prenderlo per un qualunque uomo d’affari era un mistero.

Ma d’altra parte lui faceva il tassista, e della professione dei passeggeri non gliene era mai fregato niente.

Mica come certi colleghi, che sceglievano il notturno per offrire passaggi alle puttane sui viali, sperando (e spesso ottenendo) in cambio, rapide, sterili, prestazioni sui sedili posteriori. Comunque, quella era un eccezione. E poi stava continuando a divagare.

L’uomo ripose la pistola nella fondina ascellare.

Si avvicinò e lo colpì al volto con un corto diretto destro. Un buon colpo, per chi ama il genere “picchiatore”, pensò Corsini, ma non un colpo da pugile.

Tutto si aspettava, meno che una rissa.

-Kick boxing, savate, o qualche merda del genere- pensò.

-Il capo non ha gradito la denuncia.- Disse il gorilla.

-Denuncia? Allora è questo…- pensò, -vorranno mica ammazzarmi per così poco?-.

Tirò su le mani chiuse a coppa e si dispose ad una bella battuta, tentando di riparare il volto, e sperando che l’altro decidesse di picchiare al corpo.

I colpi ai fianchi lasciano meno segni e abbattono più in fretta: se si coprono i genitali e si esclude il rischio di rompersi le costole, le cose non possono andare poi così male. Basta un colpo, uno solo, al fegato, ai reni o alla bocca dello stomaco, e si finisce knockout: in questo sperava Corsini; e allora, forse, quell’uomo lo avrebbe lasciato stare.

Non aveva neanche in mente di reagire. Poi, vide arrivare un calcio circolare abbastanza forte da sfondargli il fianco. Lo sentì affondare nel fegato.

-Forse, tutto sommato, vogliono ammazzarmi di botte,- ricalcolò, ma ebbe almeno la prontezza di riflessi di afferrare la gamba tesa del suo aggressore. La bloccò sotto il braccio sinistro.

Incredibilmente respirava ancora. La fitta improvvisa al fegato non era stata sufficiente a stenderlo. Adrenalina pura.

Colpì il ginocchio disteso del suo aggressore con una gomitata obliqua e sentì la rotula che fuoriusciva dalla sua sede. Allora lasciò andare la gamba e colpì l’altro ginocchio con un calcio frontale sinistro. Mentre il nemico cadeva, tradito dalla gamba d’appoggio, Corsini sganciò l’anca, ruotò sulla punta del piede, e gli regalò un lungo diretto destro alla radice del naso.

Sapeva per esperienza che quel colpo faceva vedere le stelle.

Letteralmente.

Il setto del gorilla boccheggiante rispose con un clac -rumore di cartilagine spezzata- e le narici cominciarono a buttare sangue.

L’uomo era a terra, accartocciato su se stesso, le braccia strette intorno al ginocchio destro. Corsini gli rifilò due calci al costato. Di punta. Il secondo fece partire un colpo –inconvenienti delle fondine ascellari- e il tizio smise di muoversi. Una macchia di sangue scuro si allargò rapidamente sotto il suo corpo.

Il tassista non ci pensò un attimo: trasse di tasca il telefono cellulare e compose il 113.

Da quando un gancio sinistro gli aveva sfondato la mascella, aveva sempre ripensato al suo maestro di boxe tailandese con un misto di rispetto e sfiducia –a noi tassisti ci pagano a corse, e quello mi ha regalato cinque giorni di vacanza in ospedale, senza contare i trenta di minestre e passati…–; ora, per la prima volta, rivide con affetto il suo volto scavato e lucido. 

Al termine di quella tardiva rievocazione, si sentiva come un soldato di ritorno dalla prima missione. Cazzo, proprio lui che odiava gli eserciti ed era sempre stato ostile al concetto di autorità. Ma il paragone gli era venuto naturale.

Forse un giorno, a dispetto dei suoi gusti e della sua ritrovata superiorità morale, le sue ceneri sarebbero valse quanto quelle di tutti gli altri, ma per ora gli sembrava difficile crederlo.

-Grazie,- pensò, e si avviò, senza fretta, verso il taxi.

-Polizia?- disse una voce femminile arrochita dall’incontro tra caldo secco e sigarette, mentre Corsini si guardava intorno alla ricerca delle chiavi. Allora, quattro gomme a mescola morbida stridettero per una sterzata brusca sull’asfalto surriscaldato.

Un finestrino si abbassò alle sue spalle, e la canna di una pistola a tamburo fece capolino dall’abitacolo.

Il tamburo ruotò nell’ultimo sole con un riverbero, un bagliore luminoso da vecchio film, e il fischio degli pneumatici si chiuse con un rumore secco da detonazione.

Il tassista, impegnato in una rapida torsione del busto, crollò a terra esanime; il suo ultimo pensiero andò al revolver: dove cazzo credevano di essere, in un film western?

-Chiamate il capo, e ditegli che quello che si doveva fare è stato fatto,- disse l’uomo con la pistola richiudendo il finestrino.

L’abitacolo, invaso dall’odore di cordite, era fresco d’aria condizionata.