:: Lezioni di tenebra, terza indagine di Les Italiens di Enrico Pandiani autore di culto del noir alla francese

21 febbraio 2011 by

Lezioni di tenebra

Torna la squadra di poliziotti della Brigata Criminale parigina, quasi tutti di origine italiana, tranne qualche corso e alsaziano, capeggiata dal bizzoso commissario Jean Pierre Mordenti, nata dalla penna al vetriolo del torinesissimo Enrico Pandiani, ormai più francese di un francese e vero e proprio, autore di culto tra gli amanti del noir. Reduci dalle fatiche di Les Italiens e Troppo Piombo i nostri Italiens Alain Servandoni, Michel Coccioni, Leila Santoni e Didier Cofferati o italiani del cazzo, a seconda dei casi, tanto per dire quanto sono amati tra i flic loro colleghi d’oltralpe, questa volta se la devono vedere con un’ indagine che metterà a serio rischio e pericolo l’integrità mentale e azzardiamo anche un parolone morale del loro capo, deciso a prendere seriamente, troppo seriamente, lezioni di tenebra dal destino.
L’esordio è come nello stile di Pandiani veloce, violento e subito al centro dell’azione. Mordenti che in questa indagine ci narra i fatti in prima persona e la sua compagna  Martine Delvaux fotografa di punta dello studio Art-en-Images, dopo una cena tra amici tornano a casa un po’ di fretta perché qualcosa non va. Il commissario indebolito da una nausea innaturale, solo dopo sapremo che qualcuno gli ha somministrato una massiccia dose di ketamina, non tanta per ucciderlo ma decisamente abbastanza per metterlo fuori gioco, trova l’appartamento sottosopra e una donna. Un metro e settantacinque di altezza, un impermeabile di vinile nero, i capelli rossi, tagliati a caschetto, sicuramente una parrucca, gli occhi troppo azzurri,  il viso nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca e con tra le mani guantate una strana pistola, di quelle in uso nei paesi dell’est con i proiettili silenziati. Mordenti tenta una minima parvenza di reazione ma la donna lo aggredisce, lo immobilizza e inizia a legargli mani e piedi con un complicato intrigo di nodi che gli esperti del bondage chiamano Shibari. E’ questione di un attimo e l’arrivo di Martine scatena nuova violenza. La donna mascherata senza la minima esitazione mira al cuore e la uccide. Poi fruga freneticamente nella sua borsa in cerca di qualcosa che con rabbia sembra non trovare prima di scomparire lasciando Mordenti a lottare con il suo dolore.
Così ha inizio il suo personale viaggio al termine della notte, il suo scontro incontro con la metà oscura della sua anima, che non credeva di avere, ingombrante, violenta, vendicativa fatta anche di debolezza poco adatta ad un supereroe integerrimo e politicamente corretto. Affiancato dalla bella e ricca  tenente di polizia Maëlis Deslandes che lo seguirà come un’ ombra, unica condizione perché i suoi capi gli affidino l’inchiesta, Mordenti e la sua squadra si troverà ad indagare tra club privè dove si pratica il bondage, collezionisti pazzoidi e visionari, falsari geniali, nobildonne rumene con nomi da vampire, guardie del corpo pelate con la lista dei precedenti lunga come film russi, alti prelati, dee del sesso, e lasciata Parigi approderà nel suo doppio in terra italiana, Torino, sulle tracce di un delirante mecenate dell’arte intenzionato a fare il colpo del secolo per dare lustro alla sua improbabile e improponibile collezione, un furto così folle che pure il nostro commissario stenterà a crederlo possibile.
La verve ironica è immutata e corrosiva, più cattiva se vogliamo di quella di Frédéric Dard creatore della saga di Sanantonio, di cui Pandiani è in un certo senso debitore per quel mix di violenza e ironia ben dosati che ricordano i grandi maestri come Chandler ma forse soprattutto Hammett e André Héléna a mio avviso più taglienti e oscuri. E mentre Mordenti scruta nell’abisso facendo ben attenzione a non caderci dentro, anche se persegue la sua vendetta fino all’estreme conseguenze, il lettore di addentra nei meandri di questa indagine poliziesca mai così intricata e complessa e cosa sorprendente si diverte. Già perché chi l’ ha detto che un poliziesco per essere fatto bene deve essere una sequela noiosissima di stereotipi e pistolotti moraleggianti e macchinosi. Ben venga il sorriso, la risata liberatoria, l’ironia graffiante, il gioco sporco ai limiti dell’estremo. E per ottenere questo Pandiani non risparmia gli effetti speciali. Decine e decine di personaggi, ognuno caratterizzato da tratti decisi e  distintivi, ambientazioni accurate e  suggestive, a partire da Parigi che sembra scorrere sotto gli occhi del lettore con le sue vie, i suoi sensi vietati, i sui caffè, i suoi monumenti, i suoi palazzi eleganti, per finire a Torino con i suoi alberghi eleganti, le sue ville in collina fino ai dintorni del Duomo dove la storia avrà la sua rocambolesca risoluzione, tutto concorre a dare sapore e colore all’azione, ai pedinamenti, agli inseguimenti e non c’è che dire Monsieur Pandianì mi si perdoni l’accento sulla i  si dimostra un maestro di cerimonie raffinato e impeccabile capace di giocare con le parole con straordinaria abilità e un tantino di faccia tosta ammettiamolo. Lunga vita a Les Italiens.

Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani Instar Libri collana FuoriClasse Prezzo di copertina € 16,00 2011, 359 p., brossura

:: Recensione di La gabbia criminale di Alessandro Bastasi

18 febbraio 2011 by

gabbia_criminale_webAvete presente Peppone e Don Camillo, il sindaco comunista e il combattivo parroco di Brescello nella riduzione cinematografica, personaggi letterari creati dalla penna di Giovannino Guareschi, emblemi della Bassa Padana nell’ Italia rurale e provinciale del dopoguerra. L’Italia di Coppi e Bartali, per intenderci, altra coppia antagonista questa volta del ciclismo, quando sport, politica e società  era un tutt’uno e rispecchiavano il contrapporsi di due Italie quella comunista di ispirazione laica e quella democristiana cattolica e conservatrice. Se ci aspettiamo un idilliaco scontro culturale, fatto di stima e rispetto reciproco dobbiamo ricrederci, non fu affatto così. Alessandro Bastasi ci ricorda che democristiani e comunisti si odiavano davvero e non era vero quello che si vedeva al cinema nei film su Don Camillo e Peppone dove litigavano tanto ma poi in fondo erano solidali. Tanto che quando uscì il film un prete di Bologna di nome don Lorenzo Tedeschi si scagliò contro Guareschi scrivendo su un periodico: “L’irenismo di Don Camillo è un pernicioso equivoco… Una terribile realtà di abdicazione” e un vaticanista scrisse sulla Gazzetta del Popolo di Torino: “Gli ambienti vaticani contro l’ormai famoso romanzo di Guareschi”. Bastasi per delineare bene il clima scrive: “Alla Messa della domenica il parroco, invece che amore cristiano, predicava odio contro i comunisti scomunicati, immorali e senza Dio”. Ecco in questa Italia e per la precisione nel dicembre del 1953 ha inizio il noir la Gabbia criminale. In un borgo alla periferia di Treviso vengono rinvenuti cadavere due anziani, Saverio Dotto, ucciso con tre coltellate nella schiena e la moglie ancora in camicia da notte con una coltellata al cuore. Un delitto sanguinario che scuote il torpore di una città della Bassa in cui l’attività principale è tagliare i panni addosso, dire maldicenze, sparlare di vicini e conoscenti con morbosa cattiveria ma per vigliaccheria, quieto vivere o pigrizia veri delitti non se ne compiono. E’ una zona tranquilla, certo durante la guerra di fattacci ne sono accaduti, ma erano circostanze eccezionali, scusabili, altri tempi. Saverio Dotto proprietario di vigne e di immobili, un infame arricchito in tempo di guerra con la borsa nera, ex fascista della milizia, usuraio, capace di correre dietro ai bambini con il fucile se vedeva minacciata qualche sua proprietà, ne aveva di scheletri nell’armadio, di gente che lo odiava, come Caterina la matta che quando lo vedeva sussurrava piano: “stupratore e assassino”. Molti hanno una ragione per vederlo morto, forse tra tutti una ragione in più ce l’ ha Carlo Bettini, uno dei comunisti immorali e senza Dio, bersaglio dei preti come sopra accennato, che quando morì Stalin piansero e si misero al braccio la fascetta del lutto. Si mormora in paese che fu il Dotto a violentargli e  uccidergli la moglie nel 44 e tanto basta per servirgli da movente. Una vendetta insomma e così lo portano via, lo processano e lo condannano a vent’anni, poco importa se per il crepacuore non scontò interamente la pena morendo nel 1965, poco importa se era poco più che un capro espiatorio. Alberto Sartini, un bambino all’epoca dei fatti, dopo anni trascorsi a Brescia a fare il professore di filosofia, ormai in pensione torna nella vecchia casa dei genitori e inizia a interrogarsi su quegli antichi delitti. Fu davvero il Bettini l’assassino, o non fu altro che una scelta di comodo e il vero colpevole nascosto dall’omertà di un paese bigotto e rinchiuso nella gabbia criminale del titolo, l’ ha fatta franca e impunito ha vissuto per anni nel rispetto e nella considerazione della comunità? Sartini vuole sapere la verità e quello che scopre perché alla fine la verità la scopre, cambierà per sempre la sua vita e il suo futuro. La Gabbia criminale del noir più che del giallo classico ha molti elementi, ci sono le vittime che suscitano ben poca pietà, ci sono gli innocenti fatti passare per colpevoli, c’è chi cerca la verità ma alla fine avrebbe preferito non scoprirla, c’è un affresco sociale che rispecchia in maniera fedele il perbenismo bigotto di un’Italia di provincia che ancora vive nei piccoli borghi rurali dove tutti si conoscono, dove l’asfissiante maschera fatta di ipocrisia e falsità nasconde odi, rancori, vendette,  rivalità e tutto si fa in nome dell’apparenza, l’unica cosa da salvare in un mondo gretto e ottuso e schiavo di quel che dice la gente. Quest’ultima a mio avviso e la parte più riuscita del romanzo, capace da sola di tenere in piedi l’impalcatura su cui si regge. Se devo trovargli un limite forse la sovrapposizione dei piani temporali rende un po’ faticosa la lettura ma spinge semplicemente a fare più attenzione e ad evitare una lettura frettolosa. Bastasi scrive bene, è attento ai particolari ci sono elementi che da soli racchiudono un’atmosfera, basta citare la descrizione della cucina, una delle scene del delitto: “ il tavolo di legno con le quattro sedie, la credenza con il pane, il santino di papa Pio XII sul muro, la cucina economica con il fuoco acceso, l’acqua che bolle nella grossa pentola, la boule sul tavolo pronta per essere riempita” basta questo per descrivere l’interno di una semplice casa contadina, se ne sente la familiarità, l’intimità e si respira più agghiacciante per contrasto l’aura mefitica del delitto che si è appena commesso.

La gabbia criminale di Alessandro Bastasi Prezzo di copertina € 12,00, 2010, 248 p. Editore Eclissi collana I Dingo

:: Recensione di Cantavamo Power to the People di Andrea Grassi

17 febbraio 2011 by

power to the peopleCi sono libri che nascono per un’esigenza intima di raccontarsi, di raccontare una realtà che per molti versi ha segnato un’epoca, un’Italia che forse non c’è più ma  che vive ancora nei ricordi, nei discorsi tra amici, di una generazione che aveva vent’anni nel ’68. Andrea Grassi, ex operaio Dalmine a Massa, con un passato sindacale nella Fiom-Cgl, primo dottore operaio d’Italia,  tra il romanzo, il saggio sociologico e il libro di memorie, ha voluto lasciare una testimonianza scritta alle nuove generazioni su cosa significasse vivere la condizione operaia negli anni successivi al boom economico, esperienza che ha vissuto sulla sua pelle con conseguenze sulla sua salute, sul suo sviluppo intellettuale, sulla sua presa di coscienza critica. I più giovani leggeranno con un misto di stupore e di meraviglia pagine dove si accenna che tra le posizioni conquistate nella lotta sindacale alle disuguaglianze ci fu il diritto alla pausa pranzo, o il diritto allo studio. “Passo attraverso gli accordi sindacali aziendali, poi fu fatto proprio dal contratto collettivo nazionale di lavoro il diritto per il quale fosse consentito a ciascun operaio di usufruire, nell’arco delle otto ore, di una pausa di trenta minuti per mangiare. Anche prima di questo accordo gli operai potevano mangiare durante il lavoro, ma dovevano farlo di nascosto(….) Mangiare di nascosto significava farlo senza che il ritmo perdesse una battuta”. Diritti che oggi sembrano sacrosanti e inviolabili ma basta un referendum aziendale come è successo recentemente alla Fiat per spazzare via anni e anni di lotta, di conquiste, di sudore versato se non sangue. Ci ricorda che la contestazione era un privilegio dei figli della media borghesia, degli impiegati statali, degli insegnanti , dei dipendenti della pubblica amministrazione, non degli operai. Ci parla di quando come grande atto di ribellione non volle piegarsi a chiedere scusa  quando fu colto a leggere La montagna incantata di Thomas Mann durante il turno di lavoro rischiando ben più di una ramanzina se non il licenziamento. Il protagonista di Cantavamo power to the people di nome semplicemente A. ci porta così nel suo mondo, un mondo fatto di fatica, di macchine implacabili che obbligano ad una turnazione continua, di piccole soddisfazioni come quando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò in fabbrica ad incontrare gli operai e si commosse con le lacrime agli occhi sentendo il suo discorso di accoglienza e sussurrò ad A “Chiamami compagno”. E nel finale quando gli propongono di lasciare la condizione di operaio e di passare al ruolo di impiegato, di imparare a fare il programmatore Cobol A. accetta ma con un senso di frustrazione se non di rimpianto e nel viaggio verso Nord con il suo collega Corrado si trova in auto a cantare a squarciagola la canzone di John Lennon Power to the people “la canzone cantata da un’ intera generazione, la generazione dei giovani del 68, la generazione che aveva sognato l’abolizione delle ingiustizie sociali” e mentre canta si sente parte di una comunione di ideali e di speranze e si appropria della sua identità di essere umano prima che di lavoratore. Uscito nel 2008 per l’Editore il Filo avrebbe meritato più attenzione e fortuna e sicuramente un editore che avesse investito di più in promozione e diffusione.

:: Recensione di Tredici Ore di Deon Meyer

17 febbraio 2011 by

product_img_279_300x200.jpgDue giovanissime turiste americane vengono aggredite durante una vacanza in Sud Africa. Una viene uccisa l’altra riesce a fuggire e viene inseguita da un gruppo di giovani intenzionati a far sparire una testimone scomoda. Rocambolescamente la ragazza riesce a mettersi  in contatto con suo padre in America e gli chiede aiuto. Da quel momento la polizia sudafricana coordinata dall’ispettore capo della polizia dei Città del Capo Bennie Griessel si mette alla sua ricerca in una lotta contro il tempo con i suoi inseguitori. Nel frattempo un discografico di musica Afrikaans viene ucciso e lasciato nella sua villa davanti alla moglie ubriaca. Anche in questo caso la polizia indaga e più indaga e più scopre che dietro due semplici omicidi c’è la faccia oscura del Sud Africa di oggi, un Sud Africa affatto solare o rassicurante su cui la faccia paterna e benevola di Nelson Mandela, svetta inquieta. Questo lo scenario, questi i personaggi di un thriller davvero insolito sia per ambientazione, sia per approccio. La struttura narrativa del poliziesco pone infatti le basi per scandire una storia in cui l’elemento che caratterizza l’intreccio è la corsa contro il tempo per trovare la ragazza, tredici ore, in cui si giocherà una partita con la morte. Nella storia del cinema e della letteratura la corsa contro il tempo è un elemento cardine per creare suspencee sorpresa come non pensare al treno che corre verso un ponte pericolante impossibile da fermare, o all’eroe a cui è stato somministrato un veleno letale che corre verso l’antidoto. Deon Meyer conosce bene le regole della suspence e le dosa in modo da creare con il lettore un rapporto di simbiosi e nello stesso tempo da vita  ad un racconto emozionante che riflette le contraddizioni di una società in cui il razzismo più del denaro che del colore della pelle striscia implacabile e domina l’apparente fusione pacifica di razze e di etnie. Una realtà sociale e culturale complessa nata dalle ceneri dell’apartheid che traspare come in filigrana durante tutta la narrazione. Tredici ore per le Edizioni E/O tocca temi che di solito un poliziesco non affronta e si ricollega in un certo modo all’approccio sociale del giallo scandinavo non ostante mille miglia, non solo geografiche, li separino.

Tredici ore di Deon Meyer Prezzo di copertina € 19,50, 2010, 516 p., rilegato Traduttore Claudia Valeria Letizia  Editore E/O collana Thriller e/o

:: Recensione di Cent'anni di Márquez. Cent'anni di mondo di Marilù Oliva

17 febbraio 2011 by

oliva3Gabriel Garcia Marquez più che uno scrittore è un’icona del mondo sudamericano, un autore capace sia con la sua vita che con le sue opere di ottenere una fama che assume inarrestabilmente i connotati della leggenda. Il ritratto che ne fa Marilù Oliva nel suo saggio monografico Cent’anni di Marquez. Cent’anni di mondo con prefazione di Omero Ciai  oltre ad essere brillante e approfondito, anche se non esaustivo, è impreziosito dal rispetto e dalla devozione che legano un’ allieva al suo maestro e dall’amore che l’Oliva nutre per l’America Latina, un amore forte, ricambiato, a volte tenero a volte doloroso quando la sua voce si incrina parlando di dittatura, dislivelli sociali, guerriglia,  desaparacidos e  violencia. La natura rigogliosa, piena di piante di ogni genere dal banano al lussureggiante palmizio, il caldo tropicale, la sensualità, la lentezza, la poesia e il canto muto di una terra che non è solo una dimensione geografica ma qualcosa di più universale e complesso, sono tutti tasselli di un mosaico composito e colorato e non sorprende che proprio i colori della frutta del mercato la mattina presto, rispecchiano i colori del paese: il giallo banana, il rosso papaya, l’arancione granadilla, il verde mango, un tripudio esotico che ricorda il trionfo di colori che ricreano l'atmosfera dei quadri di Frida Kahlo. Gabriel Garcia Marquez  emerge come un uomo oltre il mito, un uomo con passioni concrete come il suo amore per il wiskey, il baseball, la musica popolare del suo paese in particolare bolero, vallenatos, rumba, e la diplomazia segreta.  Con gusti variegati ed eclettici: Bela Bartok come musicista, Francisco Goya come pittore, Orson Welles e Akira Kurosawa come registi, Il generale della Rovere di Roberto Rossellini e Jules e Jim di Francois Truffaut come film, Edipo re come tragedia e Gargantua e Pantagruel come libri. Un uomo che nelle sue opere ha infuso l’essenza stessa della sua terra, creando personaggi quasi mitologici “poetas y mendigos, musicos y profetas, guerreros y malandrines” e il cui cuore “resta affacciato sul Golfo del Caribe, là dove il vento soffia soavi brezze atlantiche sui porti di città coloniche depredate secoli fa dai pirati”. Gabriel Garcia Marquez è senz’altro associato indissolubilmente al realismo magico, quasi un ossimoro che ben sintetizza l’uso dell’immaginazione e del mito per caratterizzare la realtà e l’Oliva ben approfondisce questa tematica analizzando che il realismo marqueziano non è  affatto naturalistico anche  se non utilizza la formula magica. Marquez sintetizzando concretezza e magia diede un impulso innovativo alla letteratura ispanoamericana e soprattutto come altri autori tra cui Cortazar, Fuentes, Vergas Llosa, affrontò la tematica del potere calato nel contesto della società rivestendo un ruolo essenziale nel processo di riscatto dell’America latina. Su questo tema fondamentale della poetica marqueziana rimando a Gabriel Garcia Marquez e la definizione dell’eroe di Margherita Lecco in Gabriel Garcia Marquez, Materiali critici AAVV, Casa editrice Tilger, 1979.    
Oltre ai dati più prettamente biografici l’Oliva si sofferma sulla sua produzione letteraria anticipandoci, con brevi pennellate capaci di racchiudere il cuore della narrazione, un vero e proprio invito alla lettura, partendo dalle prime opere, Occhi di un cane azzurro, Foglie morte, La mala ora, Nessuno scrive al colonnello, I funerali della Mama Grande, per poi dedicare il terzo capitolo a Cent’anni di solitudine, L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera. Consiglio questo saggio, che a dire il vero si legge come un romanzo e non ha affatto la pesantezza dei classici testi di critica letteraria, a tutti coloro che per la prima volta si avvicinano a Gabriel Garcia Marquez, ai lettori di saggistica, e soprattutto agli studenti di letteratura sudamericana che potranno giovarsi di un ricco apparato bibliografico raccolto dopo anni di studio da una vera appassionata, spunto sicuramente per tesi, temi, ricerche scolastiche e articoli giornalistici.
 
Cent'anni di Márquez. Cent'anni di mondo di Marilù Oliva Editore CLUEB collana Salmagundi 2010, 139 pagine, Prezzo di copertina € 13,00

:: Recensione di Slittamenti progressivi della Rai di Simone Sarasso

16 febbraio 2011 by

slittamenti_raiViaggio al confine del paradossale attraverso quattro personaggi dipendenti RAI ricoprenti varie mansioni che da visuali differenti interpretano il lavoro che svolgono, l'azienda che li dirige, la nazione che li governa. Provenienti da realtà culturali differenti e perseguendo obbiettivi a volte contrapposti, si ritroveranno a condividere in un piccolo spazio una non ben specificata situazione tra fiction e realtà, distanti mille miglia gli uni dagli altri, ma accomunati da uno stesso destino che li farà discutere aspramente sullo stato di degrado della televisione pubblica senza preoccuparsi troppo della condizione di concorrenti-ostaggi, un ruolo all'apparenza molto rischioso. Slittamenti progressivi della Rai del novarese Simone Sarasso è un pamphlet acido e corrosivo che analizza con pungente intelligenza il nostro mondo, la nostra realtà dominata da quell' orripilante oggetto un po' kitsch presente in ogni casa che si chiama televisore. La civiltà dell'immagine ne esce a pezzi, con un occhio nero e molte piaghe insanabili. Sarasso non perdona l'ottusità e la scoraggiante narcolessia che un po' tutti ci coinvolge. Con irriverenza e uno spirito critico politicamante scorretto e un po' volteriano ci rivela che il re è nudo e chi finge di non accorgersene è in mala fede. Grottesco, surreale, tragicomico, irriverente Slittamenti lascia nel lettore non poco amaro in bocca ma anche la consapevolezza che se lasciamo le cose così il finale che ipotizza non è poi tanto lontano da un eventuale futuro possibile.

Slittamenti progressivi della Rai di Simone Sarasso Effequ collana libri volanti 2010, pagine 128 Prezzo di copertina 7,50

:: Recensione di Il libro dell'angelo di Alfredo Colitto

15 febbraio 2011 by

LDAangeloIl libro dell’angelo è un bellissimo thriller storico, l’ultimo di una trilogia di ambientazione medioevale che vede protagonista il medico anatomista dello Studium di Bologna, Mondino de ' Liuzzi, personaggio storico realmente esistito di indubbio fascino, che l’autore Alfredo Colitto ci ha fatto amare, appassionandoci alle sue indagini, già nei precedenti episodi Cuore di Ferro e il sorprendente I discepoli del fuoco che inaspettatamente, sbaragliando un’ agguerrita concorrenza, ha vinto la scorsa edizione del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir. Questa volta lasciata Bologna Mondino giungerà a Venezia, cuore pulsante della Serenissima, nel vano tentativo di salvare un vecchio ebreo, Eleazar da Worms, mercante di stoffe e sapiente, accusato ingiustamente di aver barbaramente crocifisso e ucciso con una ferita al costato tre bambini cristiani. Mondino ben presto si rende conto di essere al centro di un intrigo che vede protagonisti i notabili della città e un misterioso libro, il libro dell’angelo appunto che da il titolo al romanzo, Sefer-ha-Razim, il Libro dei Misteri precisamente, inciso da Noè sotto dettatura dell’angelo Raziel su una tavoletta di zaffiro. Questo “libro” sacro dotato di poteri taumaturgici è appunto l’oggetto del quale Vettor Gradenigo, il patrizio veneziano e membro del Consiglio dei Dieci che ha ordinato l’arresto di Eleazar, vuole a tutti i costi  entrare in possesso avendo scoperto che l’ebreo è l’ultimo di una generazione di suoi custodi che con solenne giuramento si impegnarono a nasconderlo e difenderlo dai tempi di Salomone fino all’avvento del Messia. Vettor Gradenigo decide inoltre di far arrestare anche il figlio Davide e minacciando di torturarlo fino a che l’ebreo non svelerà il nascondiglio del Sefer-ha-Razim obbligherà il vecchio a togliersi la vita. Ma prima di morire Eleazar lascia sulle pareti della sua cella un inquietante e macabro messaggio scritto in latino con il suo sangue: “Omnino insons, denego donum tibi” la cui traduzione significa “Del tutto innocente, ti nego il dono”. La chiave per trovare il Sefer-ha-Razim. A Mondino non resta altro che interpretare l’enigma, svelandone il mistero, scoprire l’assassino degli sventurati bambini di cui sa solo che è un adepto delle scienze occulte, e far pace con la sua donna ormai rassegnata a dividere il suo amato con la sua passione per la giustizia e la difesa degli innocenti. Il libro dell’angelo è un’ opera che indubbiamente appassionerà sia  i cultori del romanzo storico classico che gli amanti del thriller e colpisce oltre che per il fatto che è ben scritta, per la capacità che ha l’autore di farci vivere in un’ epoca così lontana dalla nostra rispettandone la mentalità, gli usi e i costumi. La cosa più antipatica in questo tipo di romanzo e vedere i personaggi ragionare e comportarsi come uomini del XXI secolo, Colitto con sorprendente bravura evita questa trappola, e ricrea atmosfere, ambientazioni, pensieri, situazioni realistiche  senz’altro grazie ad un approfondito studio di testi dell’epoca e ad un’ attenta documentazione non improvvisata. Mondino de ' Liuzzi ne esce un personaggio a tutto tondo, sembra davvero un uomo del 1300, e questo a mio avviso è la parte più difficile e riuscita del romanzo. Altra componente fondamentale poi è sicuramente l’abilità di creare una forte tensione narrativa, un mistero che pian piano si svela tra enigmi, oscuri intrighi, cabale, leggende e in più una forte parte investigativa che crea l’ossatura dell’intreccio e si svela solo nel finale dove la tensione si stempera e l’apparente lieto fine da la sensazione che la storia non sia del tutto conclusa. Ci sarà un seguito? Chissà, noi ce lo auguriamo e un po’ ci domandiamo se la bella Adia Bintabia, l'affascinante alchimista araba che dà l'avvio a questa storia,  non è destinata a intrecciare di nuovo il suo destino con quello di Mondino. Ma a questa domanda e a molte altre ahimè solo Colitto può dare un’esauriente risposta.

Il libro dell'angelo di Alfredo Colitto, Piemme, 2011, 358 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 18,50

Intervista a Andrea Vaccaro di Hypnos Edizioni a cura di Maurizio Landini

14 febbraio 2011 by

logohypnosHypnos è un’editrice del fantastico. Ha inaugurato la sua “Biblioteca dell’Immaginario” con due titoli: Robert W. Chambers Il Re in Giallo e altri racconti, a cura di Giuseppe Lippi e Andrea Vaccaro e Jean Ray. "Il Gran Notturno", a cura di Francesco Lato.

Ne abbiamo parlato con Andrea Vaccaro.

Il progetto Hypnos è nato come magazine per poi “estendersi” in una Casa Editrice. Un percorso obbligato?

Entrambi i progetti sono molto “personali” e nascono più come esigenza da parte del lettore (me stesso in primis) che come progetto editoriale: quando nacque Hypnos (un po’ per gioco e un po’ per scommessa) l’idea era quella di creare un canale dove poter proporre ai lettori uno sguardo su autori ignorati o troppo presto dimenticati nel nostro paese. Col tempo è stato piacevole scoprire che tale esigenza era sentita non solo dal sottoscritto ma anche da molti altri appassionati, quindi si è aperto un piccolo spiraglio per poter pensare di proporre non solo qualche racconto qua e là, ma opere più corpose. Si può dire che, se Hypnos ha cercato di aprire un piccolo spiraglio verso un mondo letterario spesso ignorato, i volumi della collana Biblioteca dell’Immaginario (la collana a cui appartengono i primi due titoli, “Il Re in Giallo” di Chambers e “Il Gran Notturno”, di Jean Ray) cercheranno di spalancare la porta.

Il primo titolo di Hypnosè "Il re in giallo" di Robert William Chambers. Cosa ti ha spinto a scegliere un'opera di questo autore americano per inaugurare l'Editrice?

“Il Re in Giallo (e altri racconti fantastici)” ben rappresenta quello che è il percorso intrapreso. Infatti si tratta del primo di quattro volumi che presenteranno tutta l’opera weird di Robert W. Chambers, autore molto prolifico nell’ambito del fantastico, ma in Italia noto esclusivamente per i racconti del Re in Giallo. Al di là di scrittori ormai considerati classici (il cui status è stato raggiunto negli ultimi decenni anche da Lovecraft), per la maggior parte degli autori del fantastico manca un’edizione completa e critica, ed è anche questa grossa lacuna che speriamo di poter, seppur in minima parte, di colmare. Il libro contiene altri due racconti oltre a quelli del “Re in Giallo”, “Il fabbricanti di Lune” e “Una piacevole serata”, mentre il prossimo volume presenterà la raccolta “The Mystery of Choice”, il cui valore artistico non è lontano dal suo più noto capolavoro. Altro aspetto che mi ha convinto a esordire con questo titolo è la conoscenza solo nominale tra i giovani appassionati di letteratura weird e horror, del “Re in Giallo”, grazie anche ai suoi legami col mondo lovecraftiano. Sebbene sia quindi noto al pubblico, pochi lo hanno effettivamente letto, vista la sua scarsa reperibilità sul mercato. La speranza è che “Il Re in Giallo” non sia più solo il nome di uno pseudobiblion, come il Necronomicon, ma un libro a tutti gli effetti.
 
Esiste una tradizione italiana della Weird fiction?

Non credo esista una vera e propria tradizione del weird in Italia. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo ci sono stati autori che spesso hanno esplorato il fantastico e il macabro, ma per lo più come “deviazione” da una via improntata al realismo. Solo raramente vi sono stati autori in cui il fantastico, il macabro e il sovrannaturale ha ricoperto un ruolo centrale: mi viene in mente il misconosciuto Giovanni Magherini Graziani, che per una strana serie di concatenazioni, fu l’unico autore italiano ad apparire negli anni ’30 su Weird Tales. Di certo non vedo una tradizione che nel tempo si sia consolidata, solo episodi isolati, tanto che oggi forse il solo Michele Mari può dirsi un autore “weird”.

Quanto secondo te permane ancora di "weird" nella fantascienza moderna?

Negli ultimi anni le mie letture di fantascienza si sono limitate per lo più a racconti e a qualche romanzo, tuttavia la sensazione è che la fantascienza moderna non abbia molti punti in comune con il weird. L’irruzione del bizzarro, dello “strano” in una realtà familiare, lascia poco spazio a una letteratura, come la fantascienza, che tende più a spiegare, a creare un universo razionalizzato. Inoltre gran parte della fantascienza moderna si basa più sul noto che sull’ignoto, mentre nella fantascienza degli anni d’oro era un continuo varcare nuovi confini. Solo alcuni grandi del passato sono riusciti a coniugare due mondi così apparentemente antitetici, come hanno fatto, pur in maniera molto differente, due geni del fantastico quali Fritz Leiber (e mi riferiscono soprattutto ad alcuni suoi racconti o al romanzo “Nostra Signora delle Tenebre”) o il sottovalutato R. A. Lafferty, che ha saputo creare un universo che non esiterei a definire weird. Inoltre ormai l’immaginazione latita, e le strade della fantascienza mi paiono sempre più ripiegate su se stesse, lasciando poco a qualsivoglia intrusione.

Potresti rivelarci qualcosa sui prossimi titoli in uscita?

Il prossimo volume in uscita sarà il primo di due tomi dedicati a Fitz-James O’Brien, considerato il più grande autore “americano” (O’Brien era irlandese ma si trasferì presto negli Stati Uniti, dove produsse la quasi totalità delle sue opere) di racconti nel periodo a cavallo tra Poe e Lovecraft. Sebbene il suo nome sia sconosciuto ai più, alcuni suoi racconti sono considerati ormai dei classici del fantastico e di fantascienza, come “Che cos’era?” (What Was It?) e “La lente di diamante” (The Diamond Lens). Il volume avrà un’accurata presentazione di Pietro Guarriello, uno dei massimi esperti italiani su O’Brien. Vedrà poi la luce una nuova collana, a fianco della Biblioteca dell’Immaginario, che presenterà opere singole, di autori che non sono considerati classici del weird, ma che, spero, susciteranno ugualmente l’interesse dei lettori, mentre per fine anno è previsto il secondo volume dei racconti di Chambers, “The Mystery of Choice”.

:: Recensione di Stanze nascoste L’autobiografia di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2011 by

1Stanze nascoste è essenzialmente un libro di memorie, lo sforzo di un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia, forse anche la morte, e vuole fare un bilancio della propria vita ricorrendo ad un’arma a doppio taglio, un’arma impropria in fondo che se mal maneggiata può fare solo danno: l’uso sconsiderato della verità.
Se consideriamo che scrisse di suo pugno

“Vengo da una famiglia in cui la menzogna era la norma, al punto che era inevitabile affinare il linguaggio per non lasciarsi scappare la verità”

diventa subito chiaro come per lui fu una vera lotta corpo a corpo perseguire il vero senza lasciarsi sedurre dalle lusinghe abbellendo i fatti e le riflessioni per farsi vedere dagli altri nella sua luce migliore. Questa lotta impari e titanica durò per tutte le 335 pagine di Stanze nascoste e ci lascia un po’ storditi e quasi sgomenti.
Anche confrontarsi con Derek Raymond infatti è una vera lotta corpo a corpo, la sua scrittura ha qualcosa di magico, di inarrivabile, è così magistrale che qualsiasi cosa si scriva può suonare falsa e di maniera a meno che non decida di fare una serie continua di citazioni, ipotesi che non ho scartato del tutto considerato che nessuno sa parlare di Derek Raymond come Derek Raymond.
Dicevo che era un libro di memorie ma non solo, Raymond si preoccupa di annoiare i lettori che non amano i libri, perché  di libri parla, di scrittura, di noir, del processo misterioso e nascosto che opera nelle stanze buie della sua anima e lo porta a creare trame, dialoghi, personaggi.
Le sue lezioni sono fulminanti. Ci affascina quando parla del piacere della scrittura.

“La frase perfetta è come una bella donna che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra è solo per te. Questo è il piacere che provo nel mio lavoro, quelle poche volte che succede quando il linguaggio appartiene completamente al personaggio, è ciò che dice. Quando accade non lo dimentichi e ti ripaga di tutti gli sforzi che hai fatto.”

Ci fa riflettere sul rapporto tra lingua scritta e quella parlata.

“Devi ascoltare quello che scrivi. Se non ci riesci, per quanto rumore tu faccia, c’è sempre silenzio.”

Dà una sua personale definizione di stile.

“Per me è vitale continuare a scrivere in modo che la lingua si muova nella mente del lettore non meccanicamente ma spontanea, realistica, autentica. È questo che intendo per stile. La struttura ha le sue regole e funzioni inconsce come il corpo che normalmente passano inosservate, si notano solo quando mancano.”

Ci commuove quando parla di solitudine.

“Non conosco il valore dell’intimità finchè non resto solo. Allora capisco tutto. Il problema sta tutto qui, eppure è questo che fa di me un cantore della solitudine e degli orrori che l’accompagnano.”

Per chi voglia capire davvero cosa sia il noir, immergersi nelle pagine della sua autobiografia è davvero un’esperienza  insostituibile.

“Sono sicuro che fu quando mi opposi per la prima volta ai miei genitori che capii che per ottenere qualcosa di buono e tangibile bisogna soffrire. Siccome il noir, come lo concepisco io, parla di questo, è molto importante essere chiari quando si usano termini come bene, male, costrizione, pazzia, assenza e non fermarsi al primo significato che spesso si dà a questa parola”.

O ancora sul finale

“Il noir parla di tutta questa bellezza e anche di questa tristezza. Porta il lutto non per il crimine, che è l’ultima espressione della disperazione, ma per la realtà e la compassione che la gente per bene, se ce ne è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli ad un’esistenza lenta e fredda. Il noir questo vicolo nero e stretto, è l’unico scopo della mia scrittura, il mio tentativo di capire la condizione umana, dopo aver vagato tra paradiso e inferno come un cliente indeciso tra due pub, uno da un lato e uno dall’altro della strada.”

Continuerei a lungo a citare Raymond perché quasi ogni sua frase è una piccola epiphany joyciana ma tanto vale rimandarvi alla lettura del libro. Quello che so per certo è che leggere Raymond nel mio piccolo ha migliorato il mio stile, sbloccato meccanismi, reso più fluido il distacco tra ciò che penso di voler scrivere e la pagina scritta. È un’ esperienza che consiglio di fare a tutti, specie agli aspiranti scrittori che forse non impareranno a scrivere come Raymond ma sicuramente impareranno a  conoscere meglio se stessi.

Traduzione di Federica Alba e Pamela Cologna.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994.
Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Protagonisti dell’Unità di Italia 6 saggi nel 150° anniversario.

12 febbraio 2011 by

saffiNel 150° anniversario dell’Unità di Italia l’editore Carta Canta con il patrocinio del comune di Forlì ha realizzato una collana di monografie dedicate ai Protagonisti dell’Unità di Italia, sei saggi documentati e illustrati con foto d’epoca provenienti dagli archivi di collezioni private e musei in cui si narrano le gesta dei Forlivesi illustri che associarono il loro nome indissolubilmente al Risorgimento italiano: Aurelio Saffi, Giorgina Saffi, Alessandro Fortis, Antonio Fratti, Piero Maroncelli, Achille Cantoni e gli altri garibaldini. Tra questi saggi ne ho scelti due quello dedicato a Giorgina Saffi, l’unica donna del gruppo, e quello dedicato a Piero Maroncelli, di cui sapevo ben poco oltre all’ episodio della rosa che regalò al barbiere improvvisatosi chirurgo che durante la sua prigionia allo Spielberg gli amputò in modo impreciso e devastante una gamba, episodio piuttosto noto nei sussidiari e libri di storia di qualche generazione fa. Oggi questi nomi sono quasi del tutto scomparsi nell’immaginario comune e campeggiano solitari solo nelle targhe commemorative di qualche piazza, danno il titolo a qualche scuola o a qualche via. Ma chi furono veramente? Fare luce sulle loro vite è una sorta di dovere civico che fa si che analizzando il nostro passato si possa capire meglio e più approfonditamente il nostro presente. L’Italia di Mazzini, Garibaldi, Cavour non era un’ entità puramente astratta, oltre all’ideale romantico ci furono ragioni concrete  economiche, politiche, sociali che portarono alla dichiarazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo1861 attraverso i moti del 1848, celebri le cinque giornate di Milano, la prima e la seconda guerra d’Indipendenza contro maroncellil’Austria, la spedizione dei Mille. Iniziamo con il volumetto dedicato a Giorgina Craufurd Saffi, moglie del più celebre Aurelio Saffi, madre premurosa, amica di Mazzini, patriota devota alla causa Italiana non ostante fosse di nazionalità inglese.  Flavia Bugani, attiva nel campo della ricerca storica dal secolo XIX ai giorni nostri ci parla di una donna schiva e silenziosa, che non amava apparire anzi stralciò documenti, lettere che avrebbero potuto mettere più in luce il suo ruolo attivo nella sua causa di liberazione dell’Italia dal dominio straniero. Particolarmente attenta alla condizione della donna non senza coraggio e andando contro ai dettami dell’epoca lottò assiduamente contro la prostituzione femminile, lotta che prese le mosse dall’Inghilterra ad opera di Josephine Butler. Linee guida del suo pensiero furono che la missione della donna doveva svolgersi principalmente nel suo privato cosa non del tutto arbitraria se si pensa che nella concezione mazziniana il privato è preparazione dell’impegno pubblico, che ideali e azione dovevano essere strettamente correlati, che l’emancipazione femminile doveva considerarsi sia come il raggiungimento di virtù individuali e civiche sia considerando che uomini e donne in quanto creature umane senza distinzione hanno pari dignità, diritti e doveri di fronte alla legge eterna di Dio. Il saggio dedicato a Piero Maroncelli curato da Mirtide Gavelli vice-direttrice del Museo del Risorgimento di Bologna da ampio spazio alla biografia del forlivese descrivendo dettagliatamente gli anni della sua formazione, il suo impegno nella Carboneria, la sua lunga reclusione allo Spielberg e l’esilio che lo porterà a terminare i suoi giorni negli Stati Uniti poco più che cinquantenne. La vita del Maroncelli non fu facile anzi fu oscurata da numerosi fatti drammatici a partire dalle condizioni economiche non felici della sua famiglia d’origine, alla detenzione alla Spielberg che lo minò nel fisico e nello spirito, all’esilio più o meno volontario sempre amareggiato dalla miseria, dalla malattia e dalla lontananza dalla sua amata Italia. Musicista, poeta, amico di Silvio Pellico con il quale condivise il periodo di detenzione prima della grazia concessagli dall’imperatore d’Austria e Ungheria  Francesco I Maroncelli fu in un certo senso messo in ombra dall’amico che scrivendo Le mie prigioni in un certo senso lo obbligò moralmente per non mettersi in concorrenza a non scrivere le proprie memorie se non delle aggiunte al volume più celebre del Pellico. Ecco leggere uno di questi saggi è un modo partecipe e consapevole di partecipare ai festeggiamenti del 17 marzo, un modo per riflettere e farsi opinioni personali e proprie di un tema che per quanto ad alcuni possa sembrare fuori moda, ci coinvolge tutti in prima persona. Il prezzo non è eccessivo, 10 Euro, un invito alla lettura.         

:: Intervista a Matteo Righetto, il Devil Dog della letteratura italiana a cura di Valentino G. Colapinto

10 febbraio 2011 by

righettoMatteo Righetto è nato nel 1972 a Padova, dove vive e insegna Lettere alle scuole superiori. Ha pubblicato Savana Padana (Zona, 2009) e nello stesso anno ha cofondato il movimento letterario Sugarpulp con la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler. È appena uscito il suo secondo romanzo Bacchiglione Blues (Perdisa Pop, 2011), ambientato come sempre nella Bassa Padovana. 

Com'è nato il movimento letterario Sugarpulp e quali sono le sue caratteristiche? In cosa vi sentite diversi dai noiristi degli anni '90 come la Scuola dei Duri di Pinketts o il Gruppo 13 di Lucarelli, Macchiavelli, Fois, ecc.?

Sugarpulp è nato da un'amicizia tra me e Matteo Strukul e dalla comune idea di creare una sorta di manifesto che contemplasse la quintessenza di alcune dimensioni letterarie che hanno sempre incontrato il nostro gusto, come certe voci di genere americane, innestate però sul nostro territorio, a nostro parere troppo spesso dimenticato dagli scrittori del nordest. La barbabietola infatti è il simbolo che abbiamo scelto per rappresentare un prodotto tipico della pianura padano-veneta.

Io personalmente non mi sento noirista (tra l'altro in Italia vi è stato nel corso degli ultimi anni un abuso imbarazzante del termine “noir”: quando penso che perfino Cammilleri è definito noirista mi viene da ridere…). Io mi sento semplicemente un narratore, che cerca di raccontare storie forti, politicamente scorrette, con la speranza di scuotere i lettori, smuoverne le emozioni. Perché credo che la buona narrativa abbia il compito di far provare vibrazioni forti, smuovere, anche “percuotere”. Perché no? 

Nei tuoi romanzi c'è un forte legame con la tua terra d'origine, il Veneto e per l'esattezza la Bassa Padovana. Anche il tuo prossimo noir sarà ambientato da quelle parti oppure hai in mente qualcosa di completamente diverso?

Io racconto il Veneto perché, nonostante nella mia vita abbia viaggiato molto, questa è la mia terra e questa terra voglio raccontare. Il mio prossimo romanzo sarà ambientato sempre in Veneto, ma sarà tutta un'altra cosa… 

Cosa ne pensi dell'attuale panorama del noir italiano? Ritieni fondate le accuse da parte di alcuni di omologazione e conformismo, sintetizzate nell'ormai famoso “Commissario Cliché”, epitome di tanti malinconici investigatori di provincia politicamente corretti?

Non penso niente se non il fatto che è pieno di libri che si assomigliano, questo lo penso eccome. 

Si è parlato a proposito dei tuoi libri di polenta-western. Personalmente mi hanno anche un po' ricordato i western pugliesi di Omar Di Monopoli, autore che tu stesso apprezzi e hai contribuito a far conoscere. Ritieni che la contaminazione con il western e più in generale il pulp possa fornire nuova linfa vitale al noir italiano?

Io adoro Di Monopoli, non ne ho mai fatto mistero. È una delle voci narrative più originali, forti e suggestive che ci siano in circolazione. Certo, il western, il pulp sono fondamentali per reinventare il noir. D9altronde, è proprio per questo che io e Strukul abbiamo dato vita a Sugarpulp, no? 

Quali sono i tuoi modelli ispiratori? Oltre Lansdale e Gischler, ovviamente…

I miei modelli sono molti, e non solo letterari. Limitandomi però a qualche nome fra questi ultimi, a parte Lansdale (che mi ha soprannominato Devil Dog) dico: Mark Twain, Jack London, Pancake, Caldwell, Faulkner, Leonard, Brautigan, Cormack McCarthy, Fante. Praticamente tutti americani. 
 

Valentino G. Colapinto 

IL MANIFESTO DI SUGARPULP

(www.sugarpulp.it) 

“Sugarpulp affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora legata alle tradizioni arcaiche, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria ma anche impietosamente perseguita.

Sugarpulp è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometrica crescente che rende lo scrivere più alcolico, più tossico, più anfetaminico.

Sugarpulp è narrazione a duecento all'ora, è scrittura montata in modo ipercinetico, è dialogo-azione-dialogo-azione, è un modo di scrivere che mescola il linguaggio cinematografico della sceneggiatura con i profumi di sangue e zucchero della Bassa, dei campi di mais, delle case coloniche, le osterie, i colli, gli ippodromi, il mito della Romea e del Delta.

Sugarpulp non accetta le storie di riflessione, i solipsismi, le contemplazioni dell'ombelico. Sugarpulp vuole mandare a memoria la lezione americana della spettacolarizzazione della scrittura, prendendo a modello le nuove avanguardie di una new wave a stelle e strisce che annovera nelle sue file autori di grande successo come Cormack McCarthy, Joe Lansdale, Victor Gischler, Elmore Leonard. Sono solo alcuni esempi, certo, ma i modelli citati costituiscono il calco di un imperativo: creare una narrativa giovane, fresca, veloce, che racconti storie slabbrate, rabbiose, piene di humour nero e dissociazioni mentali.

Le storie Sugarpulp sono girandole impazzite, sono pastiche di piombo e noir, di tradimenti e devianze, sono la nuova grande frontiera di uno scrivere che vuole celebrare la liturgia di una terra e una realtà sociale tipiche del Nordest.

Perché il Nordest, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più – da oggi – un Paese per vecchi.” 

Matteo Righetto e Matteo Strukul

Intervista con Carla Gozzi e Enzo Miccio autori di Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look.

9 febbraio 2011 by

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Benvenuti Carla e Enzo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. E’ un vero piacere per me iniziare questa simpatica serie di domande. Allora iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi ai nostri lettori.

Carla Gozzi: Carlà (come la premiere dame Sarkosy) per i colleghi e il mio direttore creativo… perché mantengo sempre  il  controllo della situazione  anche quando tutto è un caos come il backstage della sfilata!

Enzo Miccio: Enzo Miccio? Si! Quello alto, magro e pelato… Quello intransigente, rompiscatole, perfezionista sempre “alla ricerca del bello perduto”.

Ognuno mi racconti pregi e difetti dell’altro.

CG: Enzo un perfezionista un vero… rompiscatole… 🙂

EM: Grande professionalità, dedizione, puntualità… ma e’ troppo “buona”… neanche noi siamo perfetti!

Siete famosissimi grazie al programma Ma come ti vesti? Un simpatico format dove rifate il guardaroba di ragazze che per un motivo o per l’altro trascurano il proprio aspetto, carta vincente nei rapporti con gli altri. Quanto conta l’immagine? E’ davvero così lontana dalla sostanza?

CG: L’immagine fa il monaco! È l’unico modo di comunicare di oggi… in un mondo di visivi!

EM: L’immagine va a braccetto con la sostanza. Il primo modo di comunicare con gli altri e’ attraverso la propria immagine. Credo molto nella sostanza ma la forma in certi casi e’ una sorta di doveroso rispetto verso se stessi e gli altri.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

CG: Ci siamo conosciuti su set di “ma come ti vesti?!” e ricordo di Enzo il suo ascot chicchissimo al collo!

EM: La casa di produzione stava selezionando una partner da affiancarmi in questa nuova avventura e ne ho conosciute diverse altre prima di lei… che naturalmente ho “fatto fuori”… poi e’ arrivata Carla ed e’ stato subito amore!

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti.

CG:Direi  che il dietro alle quinte per noi non ha segreti… ci diciamo sempre tutto! È questo che ci rende così forti come coppia!… però vediamo magari Enzo ha qualche sassolino…?!

EM: No, non ci sono cose non dette, ci diciamo davvero tutto anche quando prima di andare in onda, fuori dal camerino, ci guardiamo e ci diciamo: Ma come ti Vesti? 🙂 Ridiamo un sacco!

La moda non è solo apparenza, è molto di più, è una forma d’arte, un modo per esprimere la propria personalità, per ispirare fascino, bellezza, armonia. Cosa rende davvero un uomo o una donna elegante?

CG: L’eleganza è naturalezza, armonia, notare le persone, rendersi conto di loro perché rimane un mood un sogno un’ apparizione… come Grace Kelly,  Jacqueline Kennedy, il duca di Windsor…

EM: Nulla! L’eleganza purtroppo non può essere conquistata indossando un abito di gusto e raffinato. L’eleganza e’ quella dote innata che si esprime in mille forme e che rende un uomo o una donna speciale quando entra in un ristorante, quando scende da un auto, quando parla, quando sta a tavola… Un abito può solo essere indossato con eleganza!

Datemi una vostra personale definizione di fascino.

CG: Lo noti, la noti, colpisce la tua attenzione,  ti attira,  e in fondo… non sai perché… fantastico!!

EM: Il fascino e’ il risultato di una serie di componenti che si fondono con armonia ed equilibrio: eleganza, buon gusto, autostima, sicurezza, intelligenza, femminilità/virilità.

Per Rizzoli è da pochi mesi uscito il vostro libro Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look. Un vero e proprio vademecum pieno di consigli, suggerimenti, una vera e propria scuola illustrata di tutto ciò che una donna deve avere nel proprio armadio. A chi è venuta per prima l’idea di scriverlo? Ce ne volete parlare.

CG:Ad entrambi! Ci siamo detti… prima lo stile lo raccontiamo in televisione poi lo mettiamo nero su bianco… e … forse finiremo di vedere quegli orrori per le strade?  Ci siamo detti!

EM: E’ stato magnifico quando la Rizzoli ci ha proposto il progetto. L’abbiamo accolto con entusiasmo e gli abbiamo dedicato tempo e cura. Ore e ore dal vivo io e Carla o appuntamenti telefonici notturni dove parlavamo della lunghezza di una gonna, la trasparenza di un organza, la trama di un pizzo… folli ma felici di poterci dedicare ad un progetto che ci coinvolgeva totalmente a quattro mani apportando tutto il nostro bagaglio personale e professionale. Il momento più divertente? La scelta dei tessuti. E’ stato bellissimo abbinare colori e tessuti alle diverse occasioni d’uso.

Consigli per le ragazze un po’ pienotte. Cosa smagrisce, tessuti, tagli, abbinamenti?

CG: Tolgono una taglia i colori scuri, il nero, i tacchi, i capi interi e non spezzati, i modelli scivolati e non aderenti i tessuti fluidi come la viscosa la seta.

EM: Ti direi d’impulso tutto ciò che e’ indossato con disinvoltura ma aggiungo anche che il jersey e’ un amico fedelissimo, che le ruches sono bandite, che i drappi sono vietati, che il plissé va dimenticato, che la stampa floreale va usata con cautela, che le mini solo se i polpacci non somigliano a due prosciutti cotti e il bianco solo dietro prescrizione di Enzo e Carla.

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

CG: Per ultimo “La versione di Barneys” di Richeler.

EM: Tutto ciò che leggo o per meglio dire che leggo fino alla fine mi emoziona, mi diverte, mi fa sognare, piangere o ridere. Ho pochissimo tempo libero purtroppo e tutto ciò che decido di leggere deve essere “terapeutico” sia esso Baudelaire o una ricetta per il tiramisù … In ogni caso adoro Buzzati, Bassani ma anche la Kinsella naturalmente!

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

CG: Il più divertente… per me… quando un noto buyer internazionale che era in show room da me e che rimaneva in Italia per lunghi periodi mi disse… sai ho visto per un attimo una trasmissione ieri sera in tv… non so cosa fosse ma parlavano di moda  e lei ti somigliava tantissimo!! Potresti pensarci anche tu a mostrati in televisione! In fondo il mestiere ce l’ hai! Meglio di quella lì… di sicuro! Con un italo-inglese buffissimo!

EM: Aneddoti mille, non dimenticare che organizzo matrimoni quindi ne vedo quotidianamente di tutti i colori… Sposi che non arrivano e che devo andare a cercare, spose in preda a crisi di panico o meglio di ripensamento, invitati non sempre con un look appropriato etc…

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

CG: No non litighiamo mai… al  limite dissentiamo… sulle scelte reciproche di stile… ma poi alla fine le strade parallele convergono! Ed esce “Ma come ti vesti?!”

EM: Mai.