Intervista ad Andrea G. Colombo a cura di Valentino G. Colapinto

12 novembre 2010 by

cover_DIACONOLiberi di Scrivere intervista Andrea G. Colombo 

“Ho visto il futuro dell'horror italiano e si chiama Andrea G. Colombo.” Parafrasando Stephen King, potremmo così definire lo sfolgorante esordio costituito dal Diacono, un libro importante che dimostra quanto sia vivo e talentuoso l'horror letterario italiano. Ecco a voi “Libertini” un'intervista monstre (e poteva essere altrimenti?) all'Autore. Dieci domande dieci per metterlo sotto torchio. 

Grazie Andrea per aver accettato la nostra intervista; iniziamo con le presentazioni. Sei nato a Legnano nel 1968, hai praticato per molti anni arti marziali e da tempo sei uno dei più attivi promotori dell'horror sia letterario che cinematografico in Italia. Hai creato il primo sito web italiano dedicato, Horror.it, e sei stato l'ideatore e direttore del mensile Horror Mania e del suo cugino Thriller Mania. Hai già scritto numerosi racconti, ovviamente horror, e curato diverse antologie. Il Diacono è il tuo primo romanzo. Vuoi aggiungere altro?

Non senza il mio avvocato… Grazie per la bella introduzione, Valentino. Ho deciso che ogni volta che sarò giù di morale, ti chiederò di farmi un'intervista così mi tiri su subito! È strano per me essere intervistato: di solito le interviste le faccio io. Ora so come ci si sente. Una specie di esame a scuola. Posso partire con l'argomento a piacere? 

Dopo aver letto Il Diacono, la domanda sorge spontanea: credi nel Diavolo o in altre forze maligne soprannaturali? Sei cristiano? In ogni caso, immagino che l'Esorcista sia uno dei tuoi film preferiti.

Ci ho creduto ciecamente, finché non ho messo la parola “fine” in fondo al manoscritto. Non puoi pretendere di riuscire a sospendere l'incredulità del lettore, se tu per primo non ti metti in gioco. Per quasi due anni ho cercato di essere assolutamente ricettivo, ho alzato le antenne e ho lasciato che i personaggi del romanzo (dei sociopatici, lasciamelo dire) fossero per me reali, persone fisiche delle quali mi limitavo a raccontare la storia, senza inventare nulla. Molte delle scelte operate in corso d'opera sono state del tutto inaspettate e dettate solo dal susseguirsi degli eventi e dal profilo psicologico dei personaggi. In poche parole, sono stato un biografo, niente di più. 

Sul fatto che io creda o no nel diavolo, posso solo dirti che ho appena preso un micino tenerissimo, che adoro da morire: è nero, ha gli occhi gialli e l'ho chiamato Lucifero. I casi sono due: o sono un insidioso adoratore del demonio, o non me ne può fregare di meno… 

Del resto la Chiesa stessa non ha ancora deciso se credere o no a Satana. Gli insegnamenti ai sacerdoti sono all'insegna del razionalismo, e Satana è stato declassato allo status di allegoria delle umane debolezze. Che fine ingloriosa per il Principe delle Tenebre. Posso solo immaginare quanto starà rosicando. 

Detto questo, lasciami aggiungere che – a mio avviso – le tematiche affrontate dalla religione sono il materiale più interessante in assoluto per un autore di horror. Per me l'horror teologico/apocalittico è l'horror tout court, non faccio distinzioni. Parliamo di anima, di bene e male, di vita dopo la morte, di lotta per la salvezza del genere umano o della sua dannazione, di creature soprannaturali terrificanti, di metafisica, vita e morte… Si può chiedere di più? 

Com'è nato il personaggio del Diacono? In qualche misura ritieni che ti rispecchi?

Devo andare indietro di almeno venticinque anni. L'idea mi venne mentre ero in vacanza, sulla riviera romagnola. C'era un tempo schifosissimo, ma andai lo stesso in spiaggia: mi piacciono i temporali e vederli scatenarsi sul mare è uno spettacolo unico. I fulmini che scoccano tra un mare di piombo e il cielo di ardesia… i tuoni che ti vibrano dentro da tanto sono forti e vicini. Era uno scenario potente, esaltante e oscuro. Immaginai lì l'idea alla base del romanzo, la rivelazione finale. Per questo ne Il Diacono piove sempre. 

Sul come e perché mi venne quell'idea, però, non ho spiegazioni. Arrivò e basta. Spesso succede così. Davanti a quel mare in tempesta mi venne un pensiero lucido: “Cosa succederebbe se…” 

Da lì in poi ho continuato a modificare, aggiungere, ripensare, cancellare e rifare daccapo, ma non mi sentivo pronto ad affrontare l'impresa del romanzo. Così ho iniziato a scrivere e pubblicare racconti, considerandoli una palestra per arrivare ad acquisire la “resistenza” necessaria a calarmi nell'universo che avevo creato senza venirne spappolato. Non volevo sprecare l'occasione, così ho lavorato a testa bassa fino a quando decisi di testare il personaggio su Horror Mania. Dovetti modificare un po' di cose per renderlo più semplice e gestibile dai lettori, e non svelai mai il segreto custodito alla base della storia. Segreto che, ovviamente, nel romanzo diventa il fulcro centrale della vicenda. 

Ho aspettato che Horror Mania chiudesse, ho lasciato decantare un po' le cose e quando Paolo De Crescenzo mi ha convinto che era tempo di buttarsi, mi sono buttato. Ritengo che scrivere un romanzo debba essere un atto consapevole, e volevo che tutto fosse pronto per quello che considero un “evento” nella mia vita. Sapevo che scrivere questa storia mi avrebbe provato e così è stato. Però sono sopravvissuto ed è quello che conta, no? 

Riguardo alla seconda parte della tua domanda, credo che ci sia qualcosa di me in ogni personaggio. Magari solo un granello di sabbia, ma buoni o cattivi che siano, c'è. Forse io sono tutti loro, mentre nessuno di loro è me. Quindi, da oggi, puoi chiamarmi Legione.

Non è molto rassicurante come risposta, vero? Come puoi vedere, quando poco fa ti dicevo che scrivere Il Diacono mi ha provato, non scherzavo. 

Come scrive giustamente Paolo De Crescenzo nella prefazione al Diacono, hai uno stile molto cinematografico ed essenziale, privo sbavature e inutili fronzoli e degno di un autore maturo. Quali ritieni essere i tuoi modelli e maestri, se ce ne sono?

Certo che ce ne sono, e ce ne sono tanti, perché da ogni autore si può imparare qualcosa. Si deve leggere tantissimo, autori diversi e non solo autori tradotti. La maturazione di uno stile è un processo lungo e difficile; sono solo all'inizio del mio percorso, un viaggio che credo non debba finire mai, perché quando ci si ferma, quando si smette di studiare e imparare, allora tanto vale smettere. Tutti i grandi della narrativa horror e thriller contemporanea mi hanno dato qualcosa; chi in termini di stile, chi per il ritmo o per l'uso dei dialoghi, ma sto cercando di metabolizzare ogni spunto per proporlo seguendo la mia sensibilità, lasciando a briglia sciolta la mia creatività per ottenere un unico risultato: prendere alla gola il lettore sin dalla prima riga e non mollarlo finché non scrivo la parola fine.  

Non può esserci altro m
odo di scrivere per me. Impatto diretto, velocità e ritmo, nessuno sconto, nessuna censura, ma nemmeno nessun compiacimento per inutili scene di bassa macelleria. Per ottenere questo risultato, ne Il Diacono ho fatto diverse scelte “drastiche”. 

Mi piace rischiare. 

Sei uno dei maggiori esperti italiani di horror. Secondo te, è ancora possibile riuscire a spaventare un lettore smaliziato con un romanzo dell'orrore, dopo tutta l'abbuffata di splatter e horror più o meno estremo che abbiamo assimilato in questi decenni al cinema, in tv, nei fumetti e nei videogiochi?

Credo che la narrativa non possa né debba inseguire il cinema nello spavento della porta che sbatte o dell'urlo improvviso. Si possono usare come espedienti – non dico di no – aggiungono un pizzico di sale, ma non reggono la distanza. Il cinema ne fa largo uso, perché non ha i mezzi della narrativa, mentre nel romanzo – viceversa – non hai colonna sonora né gli effetti speciali: gli unici effetti speciali sono la testa dello scrittore e quella del lettore. Si lavora in coppia, quindi non puoi barare, né lasciare che la tua vanità ti porti a mostrare quanto sei bravo perdendoti per strada il lettore. Se si accorge che reciti, sei fottuto e si distrae.   

Per questo non amo i fronzoli, per questo detesto sentire la voce dell'autore. La lingua che si usa è importante. Mentre scrivo, io non esisto, ci sono solo loro, i miei personaggi. L'autore è un'inutile, noiosa zavorra; si deve levare di mezzo e lasciare che i personaggi volino, sfreccino come missili dritti al cervello e al cuore del lettore, o resteranno solo fantocci di carta. Quando in una pagina la voce dell'autore sovrasta quella dei personaggi, provo un senso di fastidio. La percentuale di libri che sto mollando a metà lettura a causa di questo vizio, si è alzata drasticamente.  

La narrativa horror, oggi, deve fare i conti con cinema e videogame: montagne russe emotive che svezzano i ragazzini, creando macchine da guerra pronte a tutto. Se non si capisce questo, se si va avanti a scrivere horror come lo si faceva venti o trent'anni fa, la scommessa è persa. Tanti saluti, game over. I meccanismi della paura sono sempre gli stessi, ma sono cambiate le modalità per metterle in atto e ne Il Diacono ho provato a forzarne i limiti.  

Credo che ci siano ancora margini per fare di peggio. Molto peggio. Vedremo col mio prossimo esperimento fin dove riuscirò a spingermi… 

Passiamo all'horror cinematografico. Non ritieni altresì che i film dell'orrore – troppe volte, purtroppo, stereotipati e indirizzati a una platea di teenager – siano stati forse superati in “orrore” dalla realtà stessa, vedi l'11 settembre, le decapitazioni in diretta tv o le torture praticate dall'esercito americano? Qual è il senso dell'horror oggi e a quali obiettivi deve puntare?

Come sostengo da qualche tempo, l'horror cinematografico è schiavo del fardello del budget, per questo campa di remake o di teen movies. Una stanza, due personaggi e tanto sangue finto. Questo è il film che viene fatto e rifatto all'infinito, cambiando dettagli e riscaldando la minestra. L'horror al cinema è una macchina per soldi, perché con poco realizzi un film che puoi vendere in tutto il mondo. Però non significa che se incassi tanto hai fatto un bel film… 

Poteva ancora funzionare nei gloriosi anni '80, ma per la miseria son passati trent'anni: quanti Evil Dead, Chainsaw Massacre, Venerdì 13 e Amityville dovremo rifare, prima di capire che non si può stiracchiare all'infinito lo stesso canovaccio? L'ultimo vero evento di cui abbia memoria è stato il The Ring di Gore Verbinski. 

L'errore madornale – più o meno incidentale – è stato quello di voler a tutti i costi proporre un horror sempre meno soprannaturale, sempre più concreto, ed è qui che iniziano i guai, perché sai che c'è? A me terrorizza di più un telegiornale che Saw. Saw mi diverte, il TG mi crea ansia.  

Non potrai mai sorpassare le nefandezze della realtà, perché da una parte c'è gente che muore davvero, dall'altra no. Facile e terribile al tempo stesso, non credi? 

Se la platea fa il tifo durante le torture degli sfigati di turno, come regista – mi spiace – ma hai fallito il tuo obiettivo. Stai mettendo in scena un Luna Park, non un horror movie. Solo che adesso si fanno film per far sghignazzare le platee… Io le voglio ammutolite dalla paura, agghiacciate di terrore, altro che sentire sgranocchiare il pop corn! 

Il caso Halloween è per me emblematico: il cult di Carpenter, nelle mani del pur capacissimo Rob Zombie, è diventato uno slasher qualsiasi. Troppe spiegazioni, troppe giustificazioni, troppa macelleria, poco coraggio. Occorre lasciare zone oscure, parlare di cose che non potremo mai spiegare, creare il disagio, non spiegarlo! Il mostro deve restare mostro e non me lo devi psicanalizzare, sennò diventa un disadattato qualsiasi e bruci tutto il fascino dell'ignoto. 

L'horror è buio e mistero, inspiegabile e sublime terrore. Se non lo capisci, se non lo accetti per quello che è, il thriller è il genere che fa per te allora. È un genere degno che funziona benissimo. Ma occorre decidere da che parte stare. 

Scendendo più nei particolari, preferisci l'horror viscerale e materialistico del torture porn (Hostel, Martyrs, À l'intérieur…) oppure quello più sottile e psicologico dell'estremo oriente (The Ring, The Grudge, Two Sisters…)?

Non amo i torture porn, perché mi annoiano. L'idea del primo Hostel era stimolante, ma il seguito mi ha deluso. Vedere una sequenza di morti, più o meno creative, non mi trascina. Mi disgusta, magari, mi disturba, ma non colpisce la mia immaginazione e io sono uno che si stufa in fretta. Sono film “bidimensionali”: se ti occupi solo del mio stomaco e non del mio cervello, non stai facendo bene quello che fai. Vorrei vedere più film come The Ring (quello USA), come quelli di Carpenter (su tutti Il Signore del Male), oppure L'Esorcista (il primo), L'avvocato del Diavolo, Angel Heart, 30 giorni di buio, Alien, Punto di non ritorno, Hellraiser… Chiedo troppo? 

Tra vampiri, licantropi, zombi, fantasmi o altro, qual è il tuo mostro preferito e perché?

Spettri. Sono gli unici di cui ho scritto tra quelli che hai nominato. 

I vampiri li hanno conciati davvero malissimo, poveracci. I Licantropi non hanno mai davvero avuto un vero pubblico; tornano fuori ogni tanto, ma non sono delle “star”. Al massimo dei comprimari. Gli zombi mi piacciono: conservano una loro integrità (a differenza dei vampiri), ma sono forse un po' troppo sfruttati. Mi sta piacendo The Walking Dead, mentre la saga di Resident Evil mi ha davvero esasperato. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari e non?

Un documentario per la TV sul cinema horror, poi una cosa che ha a che fare con gli zombi e che coinvolgerà molta gente (un progetto un po' strano, vedremo se e come si concretizzerà) e un nuovo romanzo. Quale sarà il romanzo a cui lavorerò di qui a qualche mese ancora non lo so. Ci sono tre trame che sgomitano: quella che mi convincerà di più, la p
iù definita che la spunterà nel momento in cui mi pruderanno i polpastrelli, vince. Tra queste, c'è anche il ritorno dei miei monaci… 

Un'ultima domanda, che è ormai diventata un vero e proprio tormentone: secondo te è Alien è un film fantascientifico o piuttosto horror? Motiva la tua scelta!

È un horror. L'horror non ha ambientazioni obbligate. È un parassita che infetta le realtà, deformandole. Per questo ci sono i western-horror, i fantasy-horror, ecc. ecc. 

La prova è che la stessa trama in un castello medioevale o in un ospedale abbandonato avrebbe funzionato ugualmente. L'astronave è del tutto accessoria. Solo un espediente scenografico. 

E poi Ripley va in giro in canottiera e si sa: se a un certo punto del film, c'è una ragazza mezza nuda o in canottiera, non ci sono santi. È un horror… 😉 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di L'assassino dentro di me di Jim Thompson a cura di Stefano Di Marino

10 novembre 2010 by

2Dove nasce il Male? Domanda ineludibile di fronte alle migliori opere ‘noir’. Già… ogni volta che prendo in mano un romanzo di Jim Thompson mi dico ‘Questo è senz’altro il migliore’, eppure, ogni volta, che  ne inizio un altro mi devo ricredere. Di certo questo The killer Inside Me da cui è tratto il film di Michael Winterbottom con Casey  Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson non risparmia colpi allo stomaco. Sono anche curioso di vedere il lavoro di adattamento del veterano  John  Curran perché non è un testo facile da portare sullo schermo. La voce narrante  qui, più che in altri romanzi, non è solo cifra stilistica ma parte integrante dello svolgimento del plot. Il romanzo in sé è già uno shock, soprattutto se pensiamo che fu pubblicato nel 1952. Un’America rurale, per certi versi retrograda al confine tra l’era moderna e quella del Wild West. Central City, fondata nel 1870 è, a tutti gli effetti, una città del West e il suo sceriffo, Lou Ford, è il frutto di quell’America che ha costruito se stessa con una facciata di perbenismo, torta di mele e bandierone a stelle e strisce ma cela un animo selvaggio. Questa, più che la trama gialla in sé; è  la lama che  Thompson rigira così bene nelle menti dei lettori. Può sembrare bizzarro ma l’identificazione con la parte oscura di Lou, i suoi segreti, i suoi obiettivi e i mezzi per realizzarli diventa quasi istantanea. Sembra che a ogni pagina, a ogni virgola ammicchi e chieda la tua complicità. Manipolandoti come fa  (o cerca di fare?) con coloro che gli stanno intorno. Forse perché ha delle ragioni. Forse perché la sua è una malattia. Forse perché, nella complessa trama di dark lady, di uomini di legge, disgraziati, arroganti, ingenue e perfide fidanzate di gente vera  insomma, il lato più spietato di Lou ha un risvolto  sinistramente vicino a quello di chi legge. Un mondo senza speranze? E   quando mai ne ha avute? Come a un fatale appuntamento cui si va con i soldi in tasca e la speranza di poter rimettere a posto le cose con un trucco e poi ti accorgi che in trappola ci sei finito tu, in qualche modo, speri sempre che la storia svolti in una direzione consolatoria. Ma non è così. Non sarebbe Thompson. Non sarebbe il ‘miglior nero’ di un  autore maledetto che ogni volta si gioca di te perché il suo ‘miglior nero’ è quello che stai leggendo. Cominciate da questo per scoprirlo.

James Myers Thompson, detto Jim (Anadarko, 27 settembre 1906 – Hollywood, 7 aprile 1977), è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense di genere noir.
Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni quaranta alla metà degli anni cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della società, altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore è quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profondità della sua comprensione degli abissi della follia criminale è quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio. (Fonte Wikipedia).

:: Recensione di Il Paradiso degli Orchi di Daniel Pennac a cura di Diego Di Dio

9 novembre 2010 by


IL PARADISO DEGLI ORCHI (di Daniel Pennac)


“Il paradiso degli orchi” è il primo romanzo di quelli dedicati a Malausséne da Daniel Pennac. Il protagonista, Malaussène appunto, di mestiere fa il “capro espiatorio” ai Grandi Magazzini. Il suo compito è quello di muovere a compassione i clienti che sono rimasti scontenti e indurli, con occhioni lucidi e false storie stucchevoli, a ritirare reclami e denunce. E quindi evitare guai per sé, per i suoi superiori, per i Grandi Magazzini.

Malaussène vive in una famiglia assurda: niente papà, la mamma sempre via per fughe d’amore, e una pletora di fratelli e sorelle che più strani non si potrebbe: dalla veggente sensitiva alla fotografa, dal fratellino genio e pestifero al Piccoli con i suoi incubi natalizi.


Ma la storia, inaspettatamente, si tinge di giallo, quando una bomba esplode ai Grandi Magazzini. Pennac, da questo punto in poi, è un maestro a nascondere, dietro la burla familiare e l’ironia del protagonista, quella che è una vera e propria trama thriller.


Le esplosioni si susseguono e crescono, per un motivo o per un altro, i sospetti sul povero Malaussène.


Il libro scorre bene. È ironico, sagace, a tratti sorprendente. In sporadiche occasioni, l’autore si fa prendere un po’ troppo la mano dal suo atipico modo di scrivere, pieno zeppo di parentesi, divagazioni e subordinate, ma “Il paradiso degli orchi” resta un vero gioiello. Sui generis, senz’altro. Ma sempre un gioiello.


Stefano Benni definisce Daniel Pennac “un talento fuori dalle scuole”. Mai definizione è stata tanto azzeccata.

:: Intervista con Cristiana Danila Formetta a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2010 by

Benvenuta Cristiana su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata a Salerno nel 1972, sei una blogger e una scrittrice di narrativa noir ed erotica, ami la musica rock e il cinema, sei amante della cultura fetish. Descriviti ai nostri lettori: pregi e difetti.

Pregi e difetti? Diciamo che sono una persona dotata di una forte etica, per mezzo della quale tengo a bada una innata immoralità. Per il resto sono una persona ordinaria, con una grande passione per la tecnologia. Mi conquista di più l’ultimo modello di processore che un paio di Loboutin, e da tempo ho messo in disparte i miei CD per fare spazio agli hard disk rimovibili pieni di mp3. Insomma, sono una feticista dell’high tech, anche se per prendere appunti per i miei libri uso ancora carta e penna.

Sei approdata alla scrittura quasi per caso partecipando ad un concorso letterario della casa editrice Transeuropa. Come è iniziato il tuo amore per la scrittura?

Il mio amore per la scrittura è una conseguenza del mio amore per la lettura, e questo lo devo a mio padre. È stato lui a mettermi tra le mani il primo libro, quando avevo sei anni. Penso l’abbia fatto perché mi annoiavo e piangevo, e così sperava di distrarmi e farmi stare zitta almeno per un quarto d’ora. Invece ha creato un mostro, perché da quel giorno io ho cominciato a leggere tutto quello che trovavo per casa, dai vecchi libri di Liala di mia madre, ai fumetti di Diabolik che mio zio ogni tanto dimenticava a casa nostra, fino ai libri gialli, che mi piacevano tanto anche se ero troppo piccola per capirli. Per fortuna papà è sempre stato poco attento alla mia educazione, così ho letto praticamente di tutto, senza filtri o censure. E quando a casa sono terminati i libri da leggere, ho cominciato a scrivere io stessa delle storie, su quaderni che etichettavo meticolosamente, suddividendoli per annate, con un ordine maniacale che hanno in comune solo due categorie di persone: gli scrittori e i sociopatici.

L’incontro con lo scrittore inglese Maxim Jakubowski segna una svolta nella tua produzione artistica. Vuoi raccontarci come l’ hai conosciuto, in che modo ti ha affascinato da cambiare così radicalmente il tuo concetto di arte e letteratura?

La scrittura erotica è un tipo di narrativa tra i più difficili da portare avanti, nonostante i preconcetti e la diffidenza che il genere attira su di sé, specialmente qui in Italia. Nell’erotica, più che nel noir o in altri settori, bisogna saper dominare la scrittura, tenerla quasi sottotono, senza mai forzare i caratteri o le situazioni. Un solo errore, e l’erotismo scade in pornografia.

In questo senso, l’incontro con Maxim è stato fondamentale perché lui mi ha insegnato la differenza tra erotismo e pornografia, una differenza che consiste sostanzialmente nella presenza o nell’assenza di una pretesa artistica, qui intesa come la capacità di suscitare emozioni ed empatia nel lettore.

Quando scrivo un libro, comincio col fare uno schema dei personaggi, successivamente racconto cosa fanno e cosa pensano, rivelo cosa sentono e do loro una vita che va al di là della camera da letto. Così anche in una scena di puro sesso, il lettore sarà comunque consapevole che i personaggi sono persone, o che avrebbero potuto esserlo, fuori dal libro. Invece nel racconto pornografico non c’è nemmeno un indizio di rapporto tra i personaggi. Non c’è empatia, non c’è un motivo preciso che giustifichi la loro esistenza, eccetto il sesso. Così il loro agire non ha finalità artistiche ma rappresenta solo un mero aiuto alla masturbazione.

Perché secondo te parlare di sesso crea ancora scandalo, quando il vero scandalo dovrebbe essere la guerra, la miseria, le notizie tragiche con cui i media ci bombardano ogni giorno, propagandando un vero e proprio voyeurismo dell’orrore?

Davvero i media ci bombardano con notizie sulla guerra e sulla miseria? A me non sembra, anzi penso che la maggior parte dei TG sia più interessata all’ultimo paio di mutande indossate da Belen che ai morti in Afghanistan o alle leggi ad personam promulgate un giorno sì e l’altro pure. A dire la verità, oggigiorno non fa scandalo né il sesso, né la morte. Siamo abituati a tutto e pronti al peggio, alle carneficine come al bunga bunga. Al massimo, queste cose destano curiosità. Solo quando il sesso e la morte sono collegate, scatta quello che tu chiami voyeurismo dell’orrore, che viene comunque opportunamente indirizzato a favorire un più alto indice di ascolto, come testimonia il caso di Sarah Scazzi.

Perché hai scritto Fetish Sex edito da L’orecchio di Van Gogh ? Quale è stata la tua motivazione principale?

Ero molto stanca di come i mass media continuavano (e continuano) a proporre il mondo fetish, come se i feticisti fossero fenomeni da baraccone da mostrare alle telecamere mentre vengono portati a spasso al guinzaglio, quando queste cose sono out anche nelle peggiori discoteche di Riccione. Per questo motivo, Fetish Sex racconta invece di persone normali, perfetti vicini di casa svelati in otto storie ispirate ad otto diversi feticismi, dal sadomaso allo spanking, dal bondage alla cura ossessiva del corpo. Storie molto diverse tra di loro, ma tutte calate nel quotidiano di una tranquilla vita borghese. In tal caso, un libro come Fetish Sex funziona come il buco della serratura che ci permette di sbirciare dentro otto vite diverse e solo all’apparenza anonime.

Www.cooletto.com . Ce ne vuoi parlare?

l blog di Cooletto fa parte del network di IsayBlog, ed è insieme la mia passione e il mio lavoro. È un blog erotico, ma non solo. Lo ritengo una mosca bianca nel panorama dell’eros online, innanzitutto perché la redazione è composta da sole donne, e poi perché dedichiamo ampio spazio alla cultura erotica, alla moda sexy, al burlesque e alla letteratura piccante, con un approccio intelligente al fetish e al BDSM. Insomma, Cooletto è una piccante fonte di ispirazione per uomini e donne che vogliono rompere le regole e sperimentare una sessualità creativa e più appagante.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Al linguaggio trasgressivo preferisco il sentimento trasgressivo. Di conseguenza, l’amore resta la trasgressione più genuina e autentica.

Sei femminista? Se si, ha ancora un senso ai nostri giorni nell’arte considerare categorie separate quella maschile e femminile. O quello che conta è l’individualità dei singoli individui, dei singoli artisti?

Non mi considero una femminista, preferisco evitare le categorie e pensare a me stessa come un individuo che fa le sue scelte, anche letterarie, e che per queste merita rispetto. Sono per l’individualità delle persone e degli scrittori e/o artisti, anzi rifiuto la distinzione di certa critica tra scrittura femminile e scrittura maschile. Che significano oggi queste categorie? C’è solo buona scrittura e cattiva scrittura, il resto è fuffa.

Una persona, un profumo, un atteggiamento cosa deve avere per essere sensuale?

La prima cosa che vedo in un uomo è il sorriso. Trovo che una bella risata sia estremamente seducente, specie se esce dalle labbra di un gran figlio di puttana. Ai profumi invece preferisco l’odore della pelle al naturale.

Cosa fa secondo te naufragare l’erotismo in perversione?

L’erotismo sottintende un’unità di intenti che rafforza la solidità della coppia. Quando il desiderio sessuale non è condiviso da entrambi i partner, allora l’erotismo si mescola alla prevaricazione, e di conseguenza non ha più la funzione di avvicinarci all’oggetto amato ma al contrario ci allontana da esso, trasformando il normale rapporto di coppia in una relazione perversa.

L’esibizione del corpo sia femminile che maschile nudo ha per molti connotazioni pornografiche; cosa lo trasforma in arte?

L’assenza di malizia nell’occhio di chi guarda.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

Assolutamente no, oggi le donne parlano di orgasmo, anzi di diritto all’orgasmo, con la stessa nonchalanche con cui chiedono al salumiere un etto di prosciutto crudo. Con la differenza che un etto di crudo dura molto di più.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade . Anche tu hai agito in questo modo?

Per carità, sono troppo poco intelligente per raccogliere sfide più grandi di me.

Amore e morte, un binomio spesso presente in molte opere letterarie, che puoi dirmi al riguardo?

L’amore porta sempre con sé delle forze oscure. Quanto più è grande e violento è il sentimento, tanto più si fa palese la fragilità della vita, perché l’amore è una tempesta che destabilizza i nostri valori convenzionali. Penso alle dark lady, alle donne fatali della letteratura americana che portano solo guai a chi ha la sfortuna di innamorarsene. Ma soprattutto penso all’italianissima Fosca raccontata da Iginio Tarchetti. Una donna brutta e malata, ma capace di una fascinazione quasi morbosa con la quale trascinerà poi il suo amato nella tomba. Una figura tragica che riunisce in sé i germi dell’amore e quelli della morte, proprio come le donne vampiro dell’epoca vittoriana.

Definiscimi il concetto di libertà.

Libertà vuol dire pensare, agire, e amare senza costrizioni e senza sensi di colpa. Perché solo così sei una persona e non un pupazzo.

E per finire parlami del libro a cui stai lavorando in questo momento e se puoi raccontaci anche i tuoi progetti per il futuro.

A fine gennaio uscirà per l’editrice Pendragon “Sesso senza vie di mezzo”, una guida di seduzione e insieme un manuale dove elenco tutti i pro e i contro di una relazione bollente, ma spiegati in una maniera ironica e molto divertente. Nel frattempo ho rip
reso un vecchio romanzo che avevo nel cassetto, e che spero di finire entro l’anno.

:: Recensione di Il professionista: Morte senza volto di Stephen Gunn (Mondadori Segretissimo 2010) a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2010 by

Morte senza voltoChance Renard è tornato su Segretissimo, la collana della Mondadori dedicata alla spy story e all’action thriller, dai primi di novembre in tutte le edicole in Il professionista: Morte senza volto, nuovo romanzo di Stefano Di Marino, per la precisione il 29° dedicato al Professionista, firmato con lo pseudonimo di Stephen Gunn. La spy story non è mai stata così dura, cattiva, senza regole. L’azione riprende dove terminava Guerre segrete, episodio uscito questa estate in Supersegretissimo speciale che la Mondadori ha dedicato ai 15 anni del Professionista, e vede il nostro eroe alle prese con nuovi nemici sempre più spietati, feroci, inesorabili. Ma anche Chance non scherza, è pronto a sporcarsi le mani assieme ai suoi fidati alleati e alla bellissima Antonia Lake, personaggio femminile decisamente originale rispetto alle eroine dei romanzi di genere in un certo senso vicina all’affascinante killer Nikita di Besson, nata nella saga di Vlad apparsa su Segretissimo dove Di Marino si firmava con lo pseudonimo di Xavier LeNormand. Di Marino, pur proseguendo una tradizione consolidata e cara a tutta la spy story classica a partire dal fortunato James Bond di Fleminghiana memoria dove agenti segreti affascinanti, in smoking elegantissimi,  sempre intenti a sorseggiare Vodka Martini agitati non mescolati, pieni di gadget avveniristici scorrazzavano su auto di lusso con neanche un capello fuori posto, ci mette del suo e sporca l’eroe di umane debolezze rendendolo non un cliché ma un uomo in carne ed ossa, che invecchia, che sanguina se ferito, che piange gli amici morti, non comprimari senza importanza che svaniscono meccanicamente senza lasciare traccia, che mantiene una moralità e una triste melanconia episodio dopo episodio e forse questo è il segreto che ha fatto entrare Chance Renard nell’immaginario collettivo, facendone uno dei personaggi di thriller più amati dal pubblico italiano. O forse c’è dell’altro, individuabile in quel tocco di esotismo che nasce dal profondo amore di Di Marino per l’Oriente, amore non nato unicamente dai libri, dai film, dai fumetti ma vissuto in prima persona in lunghi viaggi che l’ hanno portato a conoscere bene una realtà che traspare con vivido realismo dai suoi libri in cui l’ambientazione è precisa e documentata e non improvvisata. L’amore per l’azione, aggiunto poi ad una sana sensualità ci dona quel valore aggiunto che riporta l’avventura in primo piano facendo del prolifico scrittore milanese un maestro del genere da cui molti giovani hanno imparato lezioni fondamentali sull’arte della scrittura. Ultimo ma non meno importante è la precisa padronanza delle scene d’azione in cui ogni colpo, ogni mossa è sincronizzata e realistica come in un autentico combattimento dettagli che non possono sfuggire agli appassionati del genere e che lo pongono ad anni luce da molti autori anche stranieri. E poi Chance Renard è Stefano Di Marino, mai simbiosi tra autore e personaggio è mai stata così completa e profonda. Che dire d’altro, Chance Renard è tornato e vi aspetta in edicola, non fatelo aspettare che potrebbe arrabbiarsi.

In appendice il racconto “Requiem del coccodrillo” di Serena Bertogliatti.

Stephen Gunn  Il Professionista: Morte senza volto. Segretissimo, novembre 2010. Euro 4,50. In edicola.

Intervista a Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto (traduzione di Andrea Scatena)

8 novembre 2010 by

loureiroLiberi di Scrivere intervista Manel Loureiro

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è un avvocato, giornalista e scrittore galiziano. Il suo primo romanzo, “Apocalisse Z” (2008), che racconta un’epidemia di zombi in Galizia, è diventato un caso editoriale e da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre librerie. Questa è la prima intervista che Loureiro concede alla stampa italiana.

Negli ultimi tempi gli zombi sono tornati di gran moda, come negli anni ’80 per intenderci. Questa tendenza è cominciata dai videogiochi (Resident Evil per primo) e in seguito ha raggiunto anche il cinema (a partire dal film di Resident Evil e 28 giorni dopo) e la tv (Dead Set e The Walking Dead), permettendo tra l’altro a George Romero di proseguire la sua trilogia. Adesso sembra arrivato il momento della letteratura con successi come “Orgoglio e pregiudizio e zombie” di Seth Grahame-Smith e il suo Apocalisse Z. A cosa pensa sia dovuto questo revival in grande stile dei morti viventi?

In effetti, gli zombi (o morti viventi) non sono mai andati fuori moda. È un genere a parte, ma finora è sempre stato visto come un genere minore, underground e destinato a un pubblico di nicchia. Ma da qualche anno (forse meno di dieci anni), gli zombi sono esplosi e adesso sono mainstream. Stanno diventando un prodotto di massa, perché sono stati ormai accettati come creature della cultura popolare. Finalmente, gli zombi si sono liberati dalla maledizione delle produzioni di serie B. Oggi la gente ama essere spaventata dai morti viventi.

È successo lo stesso per i vampiri anni addietro. All’inizio le storie di succhiasangue interessavano solo un piccolo pubblico di amanti del gotico. Erano viste come qualcosa di stravagante e particolare. Poi è arrivata Anne Rice con i suoi romanzi e, dopo questi, i film tratti dai romanzi e i vampiri sono divenuti mainstream. Infine abbiamo avuto Twilight, dove i non morti dei Carpazi, gotici e tormentati, sono diventati teenager innamorati che brillano alla luce del sole. La mia opinione è che, nel tempo, i personaggi immaginari si evolvono e vengono trasformati per raggiungere una platea maggiore, ma talvolta queste metamorfosi sono molto bizzarre.

Ora è il tempo dei Morti Viventi. Finalmente sono entrati nell’immaginazione collettiva. Ma stavolta sono così forti, che resta solo da vedere dove ci porteranno. Nel frattempo ci stiamo godendo le migliore storie di zombi di sempre (per es. The Walking Dead o 28 giorni dopo). 

A partire dal successo planetario di Twilight siamo stati sommersi da romanzi di vampiri di più o meno dubbia qualità. Vampiri, licantropi o gli stessi angeli sono diventati protagonisti di storie romantiche, stile Harmony. Cosa ne pensa di questa trasformazione dell’horror classico in paranormal romance? Gli zombi potrebbero costituire un sano antidoto contro i vampiri effeminati e bellocci degli ultimi tempi?

Certo, sono la loro antitesi. Paragonati a vampiri o angeli, esseri affascinanti e decadenti, gli zombi sono mostri molto diversi. Non sono belli né intelligenti, non sono veloci né volano, non sono ben vestiti né seducono; in effetti, sono goffi e hanno un aspetto repellente, ma sono anche i mostri definitivi, perché sono gli unici che non possono essere sconfitti.

Pensateci. Un vampiro può essere eliminato trapassandolo con un paletto, un licantropo con una pallottola d’argento, ma non c’è niente che possa fermare un’epidemia di zombi. Niente. Puoi ucciderne uno, ucciderne dieci, ucciderne un migliaio. Ma loro continueranno ad arrivare a migliaia, ventiquattro ore su ventiquattro, 365 giorni l’anno. Sono invincibili e instancabili. Ed è proprio questo che li rende così spaventosi e così attraenti: sono imbattibili.

Inoltre, i morti viventi non sono degli stravaganti, come i vampiri, che appartengono a un gruppo elitario. Gli zombi sono gente comune. ESSI sono NOI. Chiunque può essere uno di loro, se è poco fortunato. E questo è realmente terrificante. 

Una delle cose più intriganti del suo romanzo è sicuramente l’ambientazione. Siamo di solito abituati a vedere vagare gli zombi per le metropoli americane, non per i vicoli dei paesi galiziani. Com’è nata l’ispirazione per il suo romanzo? Immagino che i morti viventi abbiano turbato spesso i suoi sogni di bambino e adolescente…

Sì, naturalmente! La “Notte dei Morti Viventi” di Romero fu uno dei primi film che mi spaventò davvero. Avevo otto anni e vidi il film alla tv, senza i miei genitori, dopodiché ebbi gli incubi per settimane.

L’idea di situare la storia di Apocalisse Z in Europa ha il suo perché. Siamo abituati a vedere questo genere di storie da un punto di vista americano. Il protagonista è sempre uno yankee che vive alla periferia di New York, Atlanta o qualche altra metropoli d’oltreoceano. Ovviamente è bello, intelligente e atletico; guida ogni genere di veicolo; ha un intero arsenale di armi a sua disposizione e non ha mai paura.

Tutto ciò è inverosimile. Le persone reali non sono così. La gente è maldestra, impaurita, fa errori. E in Europa quasi nessuno ha una pistola sotto il cuscino. Volevo raccontare una storia che fosse quanto più vicina possibile alla realtà. Se cominciasse un’epidemia zombi, come reagirebbe una persona vera? Che cosa succederebbe nei sobborghi di Genova, Roma o Madrid? Questa era la storia che volevo raccontare, quasi come se fosse un documentario. 

Apocalisse Z diventerà il primo capitolo di una trilogia, dopo il seguito “Los Días Oscuros”? Ci può anticipare qualche altro suo progetto?

Sì, proprio adesso sto finendo l’ultimo volume della trilogia, dove – guarda caso – ci sono un sacco di personaggi italiani. Nel mondo di Apocalisse Z molti sopravvissuti parlano italiano! 

Un’ultima domanda: quali sono gli scrittori che ammira di più? C’è tra loro qualche italiano?

Naturalmente Stephen King è uno dei miei scrittori preferiti. Anche Collen MacCullough (probabilmente una delle migliori scrittrici viventi: la sua serie su Roma è formidabile), Juan Gomez-Jurado e pure parecchi italiani! Umberto Eco, Paolo Giordano, Roberto Saviano, Rita Monaldi e Francesco Sorti (autori del caso editoriale “Imprimatur”, da noi ormai introvabile causa boicottaggio del Vaticano, N.d.T.). 

Valentino G. Colapinto

 

:: Recensione di Mondo matto di Atak- Orecchio Acerbo Editore a cura di Cristina Marra

5 novembre 2010 by

Mondomatto.coverIl “mondo matto” è un mondo alla rovescia in cui ogni ordine é invertito: il topo insegue i gatti, il cavallo monta il fantino, il leone é a guardia dello zoo, il ricco chiede l’elemosina, i porcellini cacciano il lupo. Un topolino legge il “rap delle bugie” che anticipa quello che sarà il suo viaggio di scoperta del mondo sottosopra tra le pagine del libro di Atak. Lascia la casetta di legno e va a passeggio in un mondo che non rispetta le regole e vede una lepre che punta il fucile contro il cacciatore, i pompieri che appiccano il fuoco in case invase dall’acqua, gli animali dello zoo che ammaestrano esseri umani, giraffe ed elefanti che camminano tra i ghiacci. Sta sognando o è uno scherzo? Perché Atak disegna un mondo che non rispecchia quello reale? Non si ferma il topolino, anzi prosegue il suo cammino e niente gli fa impressione. La sorpresa e lo stupore del topolino di fronte a quel mondo gli fanno credere che forse il mondo reale non é poi così giusto e che non bisogna farsi domande o darsi risposte superficiali. Il mondo dei disegni di Atak invita alla riflessione su diverse questioni che riguardano i rapporti tra uomo e natura, tra rispetto ed equilibrio, tra priorità e emergenze, tra libertà e soprusi. Un mondo senza condizionamenti, senza convenzioni, in cui ogni elemento segue il proprio ritmo. Il topolino torna a casa esausto e va a letto e dalla finestra guarda l’albero che ospita una famiglia di pipistrelli, anche  loro non dormono più nella stessa posizione.

Atak_S011_Saeugling_Mama_4c“Mondo matto” (pag.32, euro 15,00) é un libro illustrato per ragazzi consigliato anche agli adulti, come tutte le pubblicazioni della casa editrice romana “Orecchio Acerbo” che propone “libri per ragazzi che non recano danno agli adulti, libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”. L’intento dell’editore é quello di “curare” insufficienze d’immaginazione, abuso di videogiochi, eccesso di conformismo. Le sue pubblicazioni sono rivolte a ogni lettore che lascia libero sfogo alla proprio fantasia e che “entra” nei libri scevro da ogni preconcetto o pregiudizio. Ogni storia é illustrata da grandi designers di fama internazionale. Questo di Atak è un autentico bijou in cui il colore e i disegni non lasciano spazio alle parole. É un racconto per immagini, un viaggio che il lettore compie seguendo il topolino che con discrezione si inserisce nei disegni e li osserva. Atak é lo pseudonimo dell’artista tedesco Georg Barber che, cresciuto nell’ambiente alternativo della musica punk e del fumetto underground di Berlino Est, é diventato docente all’Università delle Arti di Berlino a all’Istituto d’arte di Stoccolma. É illustratore, fumettista, graphic designer e giornalista e uno degli esponenti più noti e brillanti della scena dell’arte contemporanea berlinese. I suoi numerosi libri nascono da un mix di elementi tratti dal mondo della pubblicità, del cinema, dei fumetti e sono pubblicati in molti paesi europei. Il suo stile è un incontro originale e bizzarro tra cultura pop americana e tradizione espressionistica tedesca. Nel suo mondo la finzione rincorre la realtà e viceversa. Dietro ai disegni di Atak, a volte semplici e infantili, si nasconde un mondo complesso, complicato e molto attuale dal quale traspaiono l’inquietudine, l’attesa, la voglia di libertà.

Recensione di “Apocalisse Z” di Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto

4 novembre 2010 by
loureiroGli zombi sono tornati, più affamati che mai 

Apocalisse Z” di Manel Loureiro (trad. di Claudia Marinelli): 416 pp. in brossura, prezzo di copertina €16,60 [Edizioni Nord, 2010]. 

Oggi 4 novembre, grazie alle Edizioni Nord, arriva in tutte le librerie uno dei romanzi horror più attesi, “Apocalisse Z” di Manel Loureiro (Pontevedra, 1975), soprannominato lo “Stephen King spagnolo” per il grande successo tributatogli in patria da critica e pubblico.

Dopo l’abbuffata di vampiri in tutte le salse, sembra arrivato il momento degli zombi, vedi per esempio il fortunato “Orgoglio e pregiudizio e zombie” di Seth Grahame-Smith – pubblicato sempre dalla Nord nel 2009 – o il bestseller per young adults “Una foresta di mani e denti” (2009) di Carrie Ryan, una sorta di Twlight con zombi non ancora arrivato da noi.

Fino a pochi anni fa, infatti, non erano molti i libri (almeno quelli di qualità) dedicati ai morti viventi, che invece dal 1978 – anno d’uscita del mitico “Zombi” di Romero – hanno imperversato nei film, fumetti e videogiochi.

Tra questi pochi ma buoni, ricordiamo la storica antologia “Il Libro dei Morti Viventi” (1989) che fu tra i capisaldi dello splatterpunk, il “Manuale per combattere gli Zombi” (2003) e “World War Z” (2006) di Max Brooks, la trilogia zombesca (2004-5) di David Wellington, i romanzi di Brian Keene e Z.A.Recht (purtroppo non ancora tradotti in Italia) e Apocalisse Z (2008), che finalmente è stata resa accessibile al pubblico italiano.

Loureiro è avvocato, giornalista e scrittore galiziano e il suo libro ha una storia curiosa. È nato infatti come blog nel 2005 e solo dopo aver conquistato un grandissimo successo (3 milioni di contatti e 500.000 messaggi in bacheca circa), è diventato un libro vero e proprio, pubblicato nel 2008 in Spagna. Stranamente la stessa cosa accadde anche con l’ottimo Monster Island di Wellington: segno che gli editori tradizionali hanno paura a pubblicare romanzi sui morti viventi?

Ma torniamo al nostro libro. L’autore ha amato molto i film di Romero e si vede, a partire dalla celebre citazione iniziale: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra.”

Nella sua opera prima, lo scrittore galiziano racconta una classica “zombie apocalypse” romeriana, narrata però in prima persona da un blogger senza nome, che sembra in tutto e per tutto simile allo scrittore stesso; un avvocato trentenne che vive a Pontevedra, nella piovosa e selvaggia Galizia. Ed è qui l’innovazione che rende più interessante e convincente il tutto.

Siamo abituati, infatti, a vedere vagare i nostri amati morti viventi tra le strade delle metropoli americane (gli zombi sono mostri a stelle e strisce, figli del consumismo, a differenza di vampiri, licantropi e mummie, che appartengono alla tradizione romantica europea), ma adesso Loureiro li catapulta nel nostro vecchio continente e, così facendo, li rende anche più credibili e spaventosi. Sono dei veri e propri mostri della porta accanto: disgustosi e familiari, come i nostri vicini. In più, l’ambientazione galiziana è suggestiva e originale.

Per intenderci, qui siamo lontani dal weird di un Wellington: l’origine degli zombi viene attribuita in maniera pseudo-scientifica a un misterioso virus (a metà tra l’ebola e la rabbia), diffusosi da un misterioso laboratorio del Daghestan a seguito di un maldestro attentato terroristico. Da lì l’infezione si trasmette molto rapidamente e in poche settimane la pandemia dilaga ormai incontrollabile nel mondo intero; ciò nonostante, le autorità preferiscono tenere all’oscuro la popolazione, che solo alla fine scoprirà la terribile verità.

Le prime pagine raccontano ottimamente il crescendo di tensione provocato dal precipitare della situazione internazionale, visto con gli occhi di un uomo qualunque che vive nella sua tranquilla cittadina di provincia, finché dopo venticinque giorni il protagonista si ritrova solo, barricato in casa e assediato dagli zombi. Forse l’unico sopravvissuto nell’arco di centinaia e centinaia di chilometri. Una situazione angosciante che non può non far venire in mente il classico “Io sono Leggenda” di Richard Matheson.

L’autore esordiente si dimostra molto abile nell’avvinghiare il lettore fin dalle prime pagine con una trama ricca di colpi di scena e di suspense, che non lascia scampo fino al finale. Seguiamo così con apprensione e partecipazione le peripezie del protagonista senza nome, che portandosi dietro l’amato gatto Lucullo – sua unica compagnia – lascia il suo rifugio sicuro per cercare qualche altro sopravvissuto all’apocalisse, perché – come ripete più volte – l’uomo è un animale sociale e rischia di impazzire senza la compagnia dei suoi simili. Ma quando infine li troverà, scoprirà che forse sono più pericolosi gli uomini degli zombi.

In definitiva, un’ottima prova d’esordio. Un thriller-horror serratissimo e inquietante, non privo di un pizzico di sana auto-ironia, che lascia ben sperare su questo giovane e talentuoso scrittore.

Alla fine del 2009 è uscito il seguito di Apocalisse Z, “Los Días Oscuros”, finendo subito in cima alla classifica dei libri più venduti in Spagna. Speriamo a questo punto di poterlo leggere presto anche in italiano. 

UN ESTRATTO

25 gennaio, ore 18.38

C’era un silenzio sepolcrale, rotto unicamente dal rumore dei piedi trascinati sull’asfalto e da qualche sporadico gemito. Erano migliaia – maledizione! – e si sono diretti verso il centro della città. Instancabili. Imperterriti. Inarrestabili…

Alcuni mostri gironzolano ancora nei dintorni. Uno di loro continua a battere sul portone della casa qui accanto. È da ore che va avanti così. Finirò per impazzire.

Sta per scendere di nuovo la notte.

Spero di rivedere la luce del giorno.

Valentino G. Colapinto

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:: Recensione di Il Diacono di Andrea G. Colombo a cura di Stefano Di Marino

3 novembre 2010 by

cover_DIACONOIL DIACONO-  di Andrea  G. Colombo- Gargoyle edizioni- pp 490- 15,00 euro  di Stefano Di Marino

Era realmente molto tempo che  aspettavamo un romanzo del genere. Anche se, conoscendo Colombo e la sua carriera di alfiere dell’horror in Italia, si potrebbe definire Horror anche il suo monolitico  testo sulla lotta finale tra  Bene e Male, mi pare restrittivo  applicargli questa etichetta. Vero, esce per i tipi di un editore specializzato, il tema principale riguarda una lotta tra  Esorcisti e Demoni che risale a tempo immemorabile, il sangue scorre come la pioggia incessante che grava sull’intera vicenda ma… c’è qualcosa di più. È mia personale opinione che IL DIACONO potrebbe accostarsi ai primi romanzi di Altieri e soprattutto ai lettori di Città oscura e Città di Ombre lo raccomando. Siamo in Italia ( con numerose escursioni interre lontane e maledette) ma l’intreccio a dir poco labirintico dei personaggi e delle vicende ha la struttura del romanzo  apocalittico. La componente sovrannaturale’ senz’altro, ma il fulcro della storia, è un gorgo in cui cambiano continuamente fronte  demoni ed esorcisti, cardinali, militari, giornalisti, medici, posseduti e possessori. La divoratrice di anime è qui, recita il refrain che ci accompagna dal principio alla fine, ma la nozione più sconcertante è che tutti ma proprio tutti, (anche voi che leggete) sono ‘porte’. E una volta involucri del male non c’è rimedio, non c’è redenzione. L’aspetto che più colpisce e che Andrea mi conferma essere documentato sin dai primi esorcisti (quelli di Cristo) è la fisicità dell’atto. Quando  Cristo scacciò Legione non si mise paramenti, non recitò formule astruse. Afferrò l’indemoniato e ordinò ‘esci’. Il Diacono (chiunque esso sia) affronta le Legioni della Divoratrice (chiunque essa sia) con la medesima feroce determinazione fisica. Visionario, complesso, carico di richiami inseriti per essere raccolti dal lettre attento ma non tediare chi segue la storia come un film, Il Diacono è un romanzo fortemente personale, vicino agli accadimenti della nostra epoca malgrado il clima di ‘ surrealtà’ che lo permea. Di sicuro un’opera svolta con estremo coraggio dall’autore che rifiuta archetipi  obsoleti e strade già battute. E onore all’editore che in un periodo in cui sembrano straripare dagli scaffali delle librerie romanzi gotici e horror fatti in serie (per di più non per spaventare ma per solleticare pruriginose fantasie adolescenziali) propone un romanzo che, quando cessa la pioggia maledetta, i fulmini si acquietano e la polvere si deposita, lascia interrogativi inquietanti su più di un argomento. Interpretazione del  terzo Segreto di Fatima in primis. Provate a fare qualche ricerca in rete anche sui siti ufficiali e vedrete che, come dice l’autore, Niente accade per caso.

:: Intervista con Alessio Puleo

2 novembre 2010 by

copertina_LonganesiCiao Alessio, benvenuto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori. Parlaci dei tuoi studi, della tua infanzia, della tua famiglia. Chi è Alessio Puleo?

Ho 29 anni, sono nato in un piccolo paesino in provincia di Palermo, Cinisi, dove tutt’ora vivo e lavoro. Mi sono diplomato geometra, ma nella mia vita non ho mai fatto nulla di attinente al titolo acquisito. Da piccolo odiavo le classiche recite scolastiche di fine anno, e stranamente, con il passare del tempo mi sono ritrovato a lavorare in uno dei teatri più prestigiosi di Palermo, con il titolo di “attore professionista”. Sono il più piccolo di tre fratelli, e per evitare il problema del “sono senza lavoro”, i miei genitori hanno aperto una pasticceria attualmente gestita da me e i miei fratelli. La “gente” dice che Alessio Puleo è un matto che non si ferma davanti a niente e che riesce a fare mille cose contemporaneamente. Ovviamente la cosa non può che farmi piacere. Attualmente gestisco la pasticceria di famiglia, lavoro in teatro…e scrivo libri(di notte). 

Raccontaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. Come hai conosciuto l’editore Ottavio Navarra?

Quando venni a conoscenza della storia di Mimma Lupo, capii di avere tra le mani qualcosa di unico e speciale: una storia che non poteva essere dimenticata. Decisi così di metterla nero su bianco con la speranza di riuscire a farne un film. Dopo quattro intensi anni di lavoro fatti di studi e interviste varie, riuscì a terminare la sceneggiatura e cominciai a proporla ad alcune case di produzione cinematografica. Il progetto fu subito preso in considerazione da diverse case di produzione, ma trattandosi di un film in costume, i costi di produzione erano parecchio alti e la cosa ebbe qualche difficoltà a partire. Nel frattempo pensai che in qualsiasi modo questa storia doveva arrivare alla gente e così, decisi di lanciare il progetto in forma editoriale avvalendomi della collaborazione del mio caro amico Filippo Vitale. In breve tempo, la trasposizione letteraria della sceneggiatura fù terminata e cominciai a proporre il romanzo ad alcune case editrici. Tra queste, c’era la “Navarra Editore” capitanata da Ottavio Navarra con cui ho sin da subito instaurato un rapporto amichevole: decisi così di pubblicare questo favoloso romanzo con il loro marchio. 

Come è nato in te l’amore per la scrittura, quando hai deciso di mettere nero su bianco le tue riflessioni? 

L’amore per la scrittura, è nato con la mia infanzia e con precisione all’età di 17 anni. Quella per cui ero più portato, era la scrittura cinematografica, e appassionato dall’idea di mettere “in scena” la biografia “movimentata” di un diciassettenne, cominciai a scrivere i vari episodi comici della mia infanzia. Ovviamente il tutto era arricchito dalla presenza di un vasto gruppo di amici con cui ho condiviso momenti di pura felicità. Ne uscì fuori un lavoro abbastanza carino, ma nessuno a quei tempi prese in considerazione la proposta di un diciassettenne. Dopo qualche anno di tentativi che consistevano nel cercare di convincere qualche produttore, mi arresi e accantonai il progetto “chiudendolo nel cassetto”. Però, l’idea di scrivere maturava in me sempre di più e stavo sempre alla ricerca di storie da raccontare fino a quando incontrai Domenica Lupo, detta “Zia Mimma”. 

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Adoravo i fumetti, cominciai con Topolino fino ad arrivare ai classici della Marvel. Riuscivano ad immergermi in un mondo tutto mio, dove i cattivi venivano sempre puniti dai diversi super eroi. Poi cominciai a leggere i fantasy, triller (come i piccoli brividi), quelli di attori comici e con il tempo cominciai a leggere di tutto, indipendentemente dal genere che li distingueva.

Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?

Tipica giornata da scrittore? In effetti non credo di averla mai avuta. I miei molteplici impegni non mi permettono giornate di routine. Di giorno lavoro nella pasticceria dei miei genitori, la sera prove di teatro con i miei colleghi…e di notte, quando gli amici lo consentono vado a dormire.

Quando scrivo? Esattamente tra una cosa e l’altra, dedico alla scrittura tutto il giorno, ma non in modo esclusivo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Beh..direttamente non ringrazio nessuno, ma indirettamente vorrei ringraziare Leonardo Pieraccioni che con i suoi film mi ha sempre emozionato, tanto da “smuovere” in me la voglia di scrivere con la speranza di poter anch’io trasformare un giorno le mie “emozioni” in film.

Sei siciliano? Raccontaci un po’ qualcosa della tua Sicilia. E’ una terra che ami con i suoi colori, i suoi sapori, le sue contraddizioni?

Si, sono un siciliano orgoglioso di esserlo! La Sicilia è la mia terra, se sono ciò che sono è anche grazie al terreno in cui vivo. Purtroppo gli aspetti negativi che la coinvolgono sono tanti ma gli aspetti positivi sono anche di più. Il suo calore, la sua accoglienza, i tantissimi splendidi luoghi presenti,  fanno di lei una terra unica e speciale.

Zia Mimma è un personaggio singolare, come l’hai conosciuta, come hai pensato di scrivere la sua storia ne “La mamma dei carabinieri”?  

Nel 2001, decisi di prestare il servizio di leva nell’Arma dei carabinieri. Fu proprio in quell’anno che ho conosciuto Zia Mimma, durante uno dei miei servizi di vigilanza svolti davanti casa del buon giudice Paolo Borsellino. Lei abitava proprio di fronte quella casa e al primo giorno di servizio mi si presentò davanti, con il cappello dell’Arma e i gradi sulla giacca. Inizialmente pensavo fosse fuori di testa, ma quando cominciò a parlare, capii che quella donna  ragionava perfettamente bene. Tutti le portavano rispetto: dai gradi semplici, agli ufficiali. Lei ci stava sempre accanto, ci dava consigli…e anche rimproveri. Stava con noi 24 ore su 24, sotto il sole, sotto la pioggia. Ci comprava sempre di tutto: caffè, thè, panini…e tanto altro ben di Dio. Fu proprio per questo che è stata da noi ribattezzata con il nome di “Mamma dei carabinieri”. Si comportava come una vera mamma, e per tutti quei giovani carabinieri provenienti da altre regioni e quindi lontani dagli affetti familiari, lei era un vero punto di riferimento con cui confidarsi e chiedere consigli. Io intuì subito che alla base di questo suo comportamento c’era qualcosa sotto, e così domanda dopo domanda, in quelle sei ore giornaliere passate insieme a lei, scoprii cos’era che la spingeva a fare tutto questo: un’incredibile storia d’amore con un brigadiere dei carabinieri, cha cominciava nella Palermo degli anni 30. Decisi che quella storia non poteva andare persa quando un giorno lei se ne fosse andata per sempre: era una storia che tutti dovevano conoscere!                       

Ci sono progetti cinematografici al riguardo?

L’idea del progetto cinematografico non mi ha mai abbandonato. Parallelamente al lancio del progetto editoriale, ho sempre continuato a lottare per far partire anche il progetto cinematografico. Al momento, il progetto è nelle mani di un’importante produzione cinematografica e la regia è stata affidata al noto regista Giorgio Serafini ( regista delle fiction “Orgoglio”, “Gente di mare”, “Il bene e il male”, “Il falco e la colomba”).

 Hai subito suscitato l’interesse di molte testate giornalistiche, di programmi televisivi e radio, come hai gestito quest’improvviso successo? 

Confesso che in un certo senso mi aspettavo che il progetto avrebbe avuto successo sin da subito, ma non mi aspettavo un successo così grande. Fortunatamente sono riuscito a gestire il tutto tranquillamente, perché la cosa che importa di più in queste situazioni, è continuare a essere se stessi e stare sempre con i piedi per terra.

E’ vero che quando eri nei carabinieri hai fatto funzioni di sorveglianza della casa del giudice Paolo Borsellino? Che ricordi hai di quel periodo?

Tengo a precisare che il mio periodo di servizio davanti casa Borsellino, risale al 2000: il “grande” giudice ormai non c’era più. Stare davanti quella casa lo consideravo un onore.  Bisognava stare sempre con gli occhi ben aperti, anche se ormai la mafia aveva preso ciò che voleva!

Rita Borsellino ha voluto scriverti la prefazione, avrete discusso del libro? Quali sono state le sue riflessioni? Vuoi parlarcene?

La Signora Rita, conosceva Mimma ma non conosceva il triste calvario che questa donna aveva vissuto. La prima pubblicazione del libro, era uscita senza prefazione. Portai subito una copia alla signora Rita e la richiamai dopo qualche giorno per chiederle un parere. Lei mi confessò che mai si sarebbe aspettata una storia del genere che allo stesso tempo l’aveva affascinata. Le chiesi se le andava di scrivermi la prefazione e lei accettò subito.

Borsellino, Falcone, Dalla Chiesa sono grandi personaggi nella lotta contro la Mafia, ma quanto conta il coraggio spesso sottovalutato di molti semplici Carabinieri? E’ a loro che hai dedicato il tuo libro?

Difficile dire a chi dedico il mio libro. La mamma dei carabinieri vuole essere una testimonianza del passato, è solo un racconto, ma in quelle poche pagine purtroppo abbraccia la realtà nuda e cruda di quei tempi. Ho cercato di evidenziare il mestiere dei carabinieri perché anch’io penso che sia sottovalutato. Sono uomini che devono essere lodati per la sola scelta di vita. È un mestiere rischioso. Quindi penso che il mio libro non sia stato scritto per loro ma con loro. È un omaggio per tutti coloro che credono nel coraggio che molti uomini hanno avuto per affrontare i mali della Sicilia, ma in realtà è dedicato a tutti coloro che non ci credono, infatti è dedicato a tutti i scettici, con la speranza che durante la lettura si possano riconoscere in qualcuno e magari cambiare idea.

Ultimamente un editore famoso ha ripubblicato La mamma dei carabinieri, vuoi parlarcene?

Nonostante il grande successo o tenuto con Navarra Editore, il libro era stato distribuito solo in Sicilia. Il compito che però mi ero prefissato, era quello di mettere questa storia a conoscenza di tutti gli italiani. Così un bel giorno ho deciso di rivolgermi al secondo gruppo editoriale italiano: Mauri Spagnol. Il gruppo ha subito creduto in me e ha acquisito i diritti del libro. Dal 13 Maggio il libro si trova in tutta Italia con marchio Longanesi. Di questo ne sono molto orgoglioso. È una bella soddisfazione soprattutto perché finalmente il libro ha distribuzione nazionale e tutti possono così conoscere meglio la stupenda e avvincente storia de “La mamma dei carabinieri”

Quali sono i tuoi blogs letterari più amati?

Non c’è un blogs che amo più degli altri. Sono tutti molto interessanti e spiccano per i diversi temi affrontati.

Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?

Certo che vi conosco, come potrei non farlo! Siete molto famosi. Penso che il vostro sito sia molto utile per la scoperta dei nuovi talenti e valorizzare chi davvero merita!

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

Da bravo sostenitore del genere femminile posso dire che mi piace molto leggere i libri Oriana Fallaci, penso che sia stata una grande donna, sia per l’esperienze vissute sia per l’intelletto che la caratterizza. Per il resto mi piace leggere un po’ di tutto da Dan Brown, Ken Follet, Paulo Coelho a Massimo Gramellini. Per quanto riguarda il libro che sto leggendo attualmente la mia risposta è nessuno. Sto cercando di iniziare un terzo libro e non posso rischiare di lasciarmi influenzare da idee altrui.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Consiglierei solo di credere davvero in qualcosa e non smettere di lottare neanche dopo averla ottenuta. La tenacia e perseveranza nel raggiungere un obiettivo sono di fondamentale importanza. Anche quando tutto và nel verso sbagliato dovete continuare a credere in voi stessi. Il traguardo è molto difficile da raggiungere ed infiniti saranno gli sforzi da impiegare ma se lo volete davvero … quel traguardo sarà la vostra ricompensa.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore? 

Le qualità dipendono dal tipo di romanzo che si vuole scrivere. Un bravo sognatore scriverà dei fantasy. Uno scienziato scriverà libri di cultura e così via. Credo che l’aspetto principale sia riuscire ad immergere il lettore nel mondo che noi abbiamo creato, in modo che si possa estraniare dal mondo reale, sfuggendo anche per un po’ dalla routine quotidiana.  

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Qualche giorno fa sono stato invitato a presentare il libro in un istituto alberghiero. Durante la mia entrata, mi sono ritrovato nel gran chiasso fatto dagli alunni. Il numero di alunni era di molto maggiore rispetto ad altre presentazioni fatte in altre scuole. Mi sono subito detto: “E chi mi ascolterà adesso?!”. Non appena ho preso parola per parlare del libro, è calato il silenzio assoluto: tutti ad ascoltare me! A fine presentazione, il preside sbalordito dal fatto che fossi riuscito a mettere in silenzio tutti fino alla fine, sapendo che nella vita lavoro anche nella pasticceria di famiglia, mi ha chiesto di fare un corso di pasticceria agli alunni perché nessuno degli insegnanti esterni era mai riuscito ad attirare così tanto la loro attenzione.

Come è il tuo rapporto con la critica? C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?

Per fortuna sino ad oggi non ho mai ricevuto critiche pesanti da digerire. Per quanto riguarda la recensione che mi è piaciuta di più, devo confessare che mi piacciono tutte, ogni volta che leggo il mio nome e il frutto del mio lavoro su un giornale nazionale e non, sono molto fiero.

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici?

Grazie al mio sito ufficiale www.alessiopuleo.ite alla mia pagina di facebook ho l’occasione di parlare direttamente con i miei lettori. Ricevo tantissime lettere e mi piace rispondere sempre a tutti. Anche io da lettore, sarei felice di ricevere una risposta dal mio autore preferito: sarebbe il massimo! Quindi perché non regalare le stesse emozioni a chi crede veramente in me?!…lo meritano!

Raccontaci qualcosa del tuo prossimo libro “Il mio cuore ti appartiene”. Tratta il delicato tema dei trapianti, qual è il tuo punto di vista sull’argomento?

Questo è un romanzo adoloscenziale di genere comico-sentimentale. Attraverso un contesto piacevole e appassionante, ha il preciso compito di far capire ai giovani quanto sia importante diventare donatori di organi. L'Italia nonostante sia al secondo posto in Europa come alto numero di donatori, non riesce comunque a soddisfare il fabbisogno interno, per cui è davvero importante divulgare in qualsiasi modo questa campagna. Ho così pensato che l'unico modo far bene entrare questo messaggio nella testa dei giovani, era proprio quello di scrivere un romanzo giovanile, piacevole, appassionante e divertente…: quello che i giovani vogliono oggi, è proprio questo genere di storie. Nel mio piccolo, sono sempre stato un sostenitore di questa campagna per la donazione e un bel giorno, ho capito che per avere un buon riscontro bisognava lanciare un messaggio in modo indiretto, che avrebbe indotto inconsapevolmente la gente a rendersi conto di quanto è veramente importante donare.

Per finire raccontaci i tuoi progetti per il futuro.

Veramente non vorrei dirvi nulla in proposito. Sappiate solo che sto pensando ad un terzo romanzo e che sono molto determinato nel non fermarmi qui! Un grandissimo abbraccio a voi e a tutti i lettori di “Liberidiscrivere”.

J.A.S.T. BLOG TOUR – TREDICESIMA TAPPA – Donna e scrittrice di Lorenza Ghinelli

1 novembre 2010 by

Liberidiscrivre partecipa al primo blog tour italiano organizzato da Marsilio Editore per l’ uscita di J.A.S.T. Just another spy tale, un innovativo romanzo collettivo firmato a 6 mani da Lorenza Ghinelli, Simone Sarasso e Daniele Rudoni. Oggi abbiamo il piacere di pubblicare un intervento di Lorenza Ghinelli che ci parlerà del suo ruolo di donna e scrittrice.  

jast1Donna e scrittrice: in quale modo la femminilità influenza la scrittura di Lorenza Ghinelli  

Uomo e scrittore, in quale modo la virilità influenza la scrittura? Questa domanda non viene mai posta. In effetti, se la ribaltiamo è ridicola e straniante. Lungi da me dare inizio a un dibattito femminista, non sono femminista, ma cerco di liberarmi da una matrice maschilista in cui tutti cresciamo e che ci fa scordare che l’intelligenza non conosce distinzioni di genere. Io filtro il mondo attraverso ciò che sono, e sono anche donna.

Per quanto concerne J.A.S.T. è innegabile che Simone cercasse una voce femminile, come è altrettanto innegabile che io abbia apportato un contributo più emotivo alla scrittura. Ma credo che queste differenze abbiano a che fare con la cultura e non col genere. Detto in soldoni le donne crescono coltivando certe attitudini mentre gli uomini ne coltivano altre, ma non è prerogativa del femminile sapere rendere fruibili le emozioni, come non è prerogativa maschile l’action, la cronaca, la politica. Credo che indagare a fondo la storia e la cultura della società di appartenenza possa portarci a destrutturare questi pregiudizi. Pensate per esempio alla scrittura di Yukio Mishima. È un uomo capace di rendere l’universo femminile meglio di tantissime scrittrici donne. Pensate a Mary Shelley, mai avrebbero immaginato al tempo che Frankeistein potesse essere stato scritto da una donna.

Ci sono donne che hanno proiettili al posto della penna, e uomini che con la penna sanno parlare dritto al cuore. Scavalcando gli stereotipi si incontra la letteratura, le storie che sanno entrarti nel sangue e dirottare il pensiero.

Simone e Daniele sono artisti capaci, lavorare con loro è stato stimolante, mi hanno portato a riflettere sulla sintesi e sul ritmo come non avevo mai fatto prima. È nel lavoro di scrittura collettiva che uno scrittore si misura realmente coi suoi limiti. E nel confronto costante che un’artista cresce.

Credo che la cosa che differenzi maggiormente la mia scrittura da quella di Simone e di Daniele non sia il fatto che loro sono uomini e io donna, ma in tutta una serie di interessi e percorsi che ci differenziano da sempre e che ci arricchiscono reciprocamente. I libri che ci hanno dato nutrimento sono diversi, diverse sono le storie che ci hanno ispirato e che hanno nutrito il nostro immaginario. Questo ci rende unici. Mettere il nostro bagaglio, i nostri stili e i nostri talenti a servizio di un progetto comune è stata un’esperienza grandiosa.

È preoccupante pensare che ancora oggi si dubiti di una scrittrice in quanto donna, pensando che magari possa essere più carina che brava. Certo, questo è possibile. Ma il libro andrebbe letto. Il pregiudizio che affiora sempre prima e fa lo sgambetto al buon senso porta l’odore delle occasioni mancate. 

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:: Recensione di La clessidra d'avorio di Davide Cassia e Stefano Sampietro

30 ottobre 2010 by

clessidra-avorio-cover-230x328La clessidra d’avorio edito nella collana Mezzanotte di Edizioni XII e scritto a quattro mani da Davide Cassia e Stefano Sampietro è senz’altro una piacevole sorpresa per gli amanti dell’avventura e dell’esoterismo. Tutto ha inizio a Salisburgo nel 1592. Un anziano maestro alchimista invita alla sua presenza un giovane apprendista italiano Giacomo Bandini e questo incontro è l’occasione per iniziare un’ appassionante partita a scacchi, scopo della quale non è tanto vincere o perdere, più che altro è l’occasione per l’anziano maestro di soppesare l’indole del giovane allievo per scoprire se sia degno di conoscere i più profondi e misteriosi segreti dell’alchimia, la trasmutazione dei metalli, il segreto dell’immortalità. Bandini diventato anche egli alchimista scriverà in seguito un diario, scritto con sorprendente bravura dagli autori in italiano antico,  in cui nasconde una mappa e una terzina di versi, decifrati i quali si potrà infine scoprire il luogo dove è nascosta la clessidra d’avorio, oggetto con un alone sacro che conduce al compimento della Grande Opera alchemica, al segreto della trasmutazione del piombo in oro e al dono dell’immortalità, della lunga vita meglio conosciuto come l’elisir di lunga vita. “Ove i leoni erano agnelli, ove L’Arte non può rimediare sic habebis gloriam totius mundi” questa è la misteriosa terzina. Anche se aveva paura che la clessidra finisse nelle mani sbagliate Bandini era anche preoccupato che non rivelando niente la scoperta andasse perduta per sempre per cui nel diario nascose anche le indicazioni per ricostruire la mappa se si agirà seguendo una partita di scacchi. Secoli dopo in una Francia di inizio Ottocento, appena conclusa l’epoca del Terrore, uno studioso, Darius Berthier De Lasalle,  suo figlio, Sebastien  e un avventuriero Moran De la Fuente si mettono sulle tracce di Giacomo Bandini alla ricerca della clessidra d’avorio. Ma non sono i soli, membri della Chiesa, emissari di Napoleone tutti vogliono a tutti costi il prezioso manufatto. Infine in una Bologna dei giorni nostri, un discendente di Giacomo Bandini entra in possesso del diario e incontra un misterioso discendente di Sebastien De Lasalle che gli propone anch’egli di cercare la preziosa clessidra. I piani temporali si intrecciano e si alternano in questo avvincente romanzo in cui il mistero e l’alchimia hanno il ruolo di protagonisti. Essenzialmente è un libro d’avventura che piacerà ad adulti e ragazzi con venature thriller che aggiungono un tocco di suspense ad una storia ben costruita fatta di viaggi, rischiosi inseguimenti, indecifrabili trabocchetti, scelte difficili e lealtà verso ideali superiori perfino all’amore che lega un padre ad un figlio.

La clessidra d'avorio di Davide Cassia e Stefano Sampietro Edizioni XII Anno  2010 Formato 330 pp, brossura, con risvolti Collana  Mezzanotte – n. 6 Prezzo  17,00 euro