:: Recensione di Il silenzio del ghiaccio di Tess Gerritsen

9 giugno 2011 by

il silenzio del ghiaccioOttavo episodio della serie con protagonista la coppia tutta al femminile formata dalla detective della omicidi di Boston Jane Rizzoli e dall’anatomopatologa Maura Isles Il silenzio del ghiaccio (Ice cold) è il nuovo medical thriller di Tess Gerritsen pubblicato dalla Casa Editrice Longanesi. L’inizio è decisamente all’altezza del genere e anzi con in più una spruzzatina horror che non guasta. Maura Isles decide di partecipare ad un convegno medico tra le nevi del Woyming, un po’ per cambiare aria , un po’ per riflettere sulla sua dolorosa relazione con un prete cattolico non ancora deciso del tutto a lasciare il suo Dio per lei. Tra i partecipanti del convegno incontra un vecchio compagno di college Doug Comley affascinante e spericolato che le propone una gita tra le montagne innevate in onore dei vecchi tempi. Maura accetta e così con Grace la figlia di Doug e una coppia di amici partono all’avventura. A causa della scarsa visibilità dovuta ad un abbondante nevicata il loro suburban finisce fuori strada. Escono tutti illesi ma il veicolo impantanato nella neve gli impedisce di continuare il viaggio così l’unica scelta possibile è continuare a piedi in cerca di aiuto. Maura intravede tra la neve un cartello che indica l’inizio di una strada privata e di un villaggio dal nome insolito Verrà il regno. Raggiuntolo fanno un' inquietante scoperta, tutte le case del villaggio sembrano essere state abbandonate in tutta fretta e degli abitanti non c’è più alcuna traccia. Un’ aura malefica aleggia tra quelle abitazioni dando a tutti la sensazione che qualcosa di terribile sia avvenuto per costringere quella gente a lasciare i cibi nei piatti, le porte e le finestre aperte, le auto nei garage e gli animali da compagnia a morire al gelo. Strani incidenti iniziano a funestare il soggiorno e ben presto si materializza la certezza che non sono soli. Nel frattempo a Boston Jane Rizzoli preoccupata per la scomparsa dell’amica dopo le insistenti pressioni di padre Daniel Brophy, l’amante di Maura, decide di partire per Jackson con il marito agente dell’Fbi  e lo stesso Brophy per scoprire cosa sia successo. L’accoglienza della polizia del luogo non può rivelarsi più gelida tanto da accrescere la certezza che tutti nella valle stiano nascondendo un terribile segreto. Ma Jane, seppure gli indizi sembrano far credere che sia successo qualcosa di drammatico, è convinta che Maura sia ancora viva e pur di ritrovare l’amica è pronta a tutto. Ciò che scoprirà andrà al di la della più fervida immaginazione fino al finale sorprendente e decisamente inatteso. Il silenzio del ghiaccio è uno di quei thriller che si leggono tutti d'un fiato caretterizzati da continui colpi di scena e da un mistero inquietante apparentemente senza spiegazione. L'inizio è bellissimo, carico di suspence e aspettative, si percepisce un' aura malasana e inquetante che ci accompagnerà per tutta la lettura del libro e il capitolo iniziale apparentemente slegato dal resto della narrazione ci anticipa i temi che poi saranno svolti nella parte finale. Si parla di una setta religiosa capeggiata da uno strano individuo da brivido, di persone plagiate e costrette a seguire regole rigide e fuori dal tempo, di donne costrette a subire la volontà di uomini prevaricatori e violenti. Il villaggio Verrà il regno è decisamente un luogo sinistro, le abitazioni tutte uguali, senza energia elettrica, prive di personalità sembrano uscite da uno degli episodi di Ai confini della realtà, la spruzzata horror poi è decisamente coinvolgente e molto kinghiana. Per chi ama la serie Rizzoli & Isles, che dato il successo è diventata anche una serie tv già andata in onda anche in Italia su Maya e da settembre in chiaro su Mediaset, un libro da non perdere.

Il silenzio del ghiaccio di Gerritsen Tess Editore Longanesi collana Nuova Gaja scienza Prezzo di copertina € 18,60,  2011, 344 p., rilegato Titolo originale Ice cold  Traduttore Adria Tissoni.

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:: Intervista con Patrick Fogli a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2011 by

Non voglio il silenzio di Patrick FogliBenvenuto Patrick su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Patrick Fogli? Punti di forza e di debolezza?

Se comincio ad andare in crisi con la prima domanda sono messo bene. Vediamo. Uno che cerca di raccontare storie meglio che può. E che non ti dirà mai quali pensa che siano i suoi punti di forza e di debolezza.

Hai esordito con il thriller Lentamente prima di morire. Per Piemme hai poi pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto. Un ingegnere prestato alla letteratura o il contrario?

Il limite è difficile da cogliere. Dal mio punto di vista non c’è differenza, sono sempre la stessa persona. E cerco di fare i due lavori con la stessa serietà.

Con il giornalista investigativo Ferruccio Pinotti sei l’autore del romanzo Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi. Edizioni Piemme. Come è nata l’idea di scrivere questo libro e perché avete scelto la struttura del thriller?

Conosco Ferruccio da parecchi anni. Un giorno c’è stato uno scambio di messaggi su una notizia di cronaca e, nello stesso momento, ci siamo scritti “bisognerebbe raccontarla”. A quel punto ci siamo presi in parola. Perché un thriller? Perché lo era la storia. Tutto il resto, è funzionale a quello che volevamo raccontare.

Raccontaci Ferruccio Pinotti come se fosse un personaggio di un tuo libro. Come vi siete conosciuti, come avete deciso di collaborare?

Ferruccio è uno che crede molto in quello che fa e che lo fa, malgrado tutto. L’ho contattato ai tempi delle ricerche per “Il tempo infranto” e abbiamo continuato a sentirci. La prima volta che l’ho sentito ero in un parcheggio, faceva un caldo infernale e c’era un cane che non la smetteva di abbaiare. Dopo è andata molto meglio.

Siete sempre stati concordi durante la stesura di Non voglio il silenzio, che metodo di scrittura avete utilizzato, la parte relativa alla documentazione chi l’ha svolta?

Sì. Abbiamo pensato e strutturato la storia insieme. Poi, dal momento che il romanzo è il racconto di una voce sola, il grosso del lavoro di scrittura è mio. Ma è a tutti gli effetti un romanzo a quattro mani. Anche il lavoro di ricerca è stato comune. Alcune cose le avevo io, altre lui.

Impegno civile, dovere morale, senso di dignità. Cosa ha prevalso?

Tutte e tre le cose. Fatico a pensare che possano essere separate. Ti dirò che non amo molto l’espressione “impegno civile”, presuppone che ce ne sia uno incivile. Un po’ come “scrittore impegnato”. Da cittadino, non da scrittore, sente la responsabilità di essere civile. Il resto è una conseguenza.

Sciascia scriveva “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.” Il potere più è arrogante più genera paura, incertezza, rassegnazione. Il mondo civile che armi ha per contenere questo arbitrio, perché di arbitrio si tratta, il mondo civile ha speranza di uscire vincitore?

Il dovere di tenersi informati. Il dovere di farsi domande su quello che viene raccontato, il che non significa diventare complottisti o dietrologi, ma – è solo un esempio – non pretendere la foto del cadavere di Bin Laden per credere alla sua morte e restare indifferenti di fronte a un Parlamento che vota la bugia che Ruby è la nipote di Mubarak. Farsi domande è anche il primo antidoto contro l’insicurezza, contro la paura che è sempre il sistema migliore per amministrare il potere. Essere cittadini, oltre che persone, per tornare alla risposta precedente.

Definiscimi il coraggio. Quali sono le doti che rendono un uomo coraggioso?

Fare quello che ritiene giusto. Non essere incosciente. Valutare i rischi, per affrontarli nel modo migliore. Resistere. Credere in quello che fa e continuare a mettersi in discussione.

Parlaci del tuo protagonista, un uomo senza nome, ex giornalista, scrittore di libri per bambini, figlio, marito, padre. Un uomo qualunque forse ma pronto a tutto per seguire una traccia, per capire, per scoprire la verità. Ti riconosci in questo personaggio?

Mi riconosco nell’importanza che dà alle persone che ama. Nella testardaggine e nella voglia di raccontare una storia che nessuno vuole sentire. Nella voglia di mettersi in discussione e – in qualche modo – di sfidare se stesso. A parte questo e tolti i mille particolari miei che sono sparsi nei personaggi del romanzo, siamo molto diversi. La sua, d’altra parte, è una storia molto più tragica della mia. E questo conta.

Quali sono i modelli a cui ti sei ispirato? C’è qualcuno che con il suo esempio, con i suoi consigli ti ha spinto ad andare oltre alla logica comune del qualunquismo ad esporti in prima persona?

No. Credo che sia una storia che andava raccontata. Lo abbiamo pensato subito, tutti e due. È stata l’unica molla e non sono per niente pentito.

Pensi che il tuo libro faccia paura? Hai ricevuto pressioni, minacce, solleciti consigli di occuparti d’altro? 

A me ne ha fatta. Cerco di spiegarmi. È stata la prima volta in cui, finendo di lavorare a tarda sera, ho avuto paura a pensare alla storia che stavo scrivendo. E non perché abbia ricevuto minacce o consigli, non è capitato. Ma perché quella storia, quei fatti, mi spaventavano. Se quella è una parte della nostra storia, quella che nei tempi più recenti ci ha accompagnati fin qui, non credi che dovrebbe spaventare?

Non è paradossale che proprio i giornalisti, alcuni giornalisti almeno, siano scesi in prima linea contro la Mafia, svolgano inchieste, stilino reportage a volte pagando un prezzo altissimo, fin anche la vita? Non è ingiusto che l’ultimo baluardo della civiltà sia costituito da uomini disarmati, o meglio armati solo di una tastiera di computer e magari di una macchina fotografica?

Raccontare storie è sempre stato pericoloso. E quello dovrebbe essere il lavoro dei giornalisti. Non lo è sempre, nel senso che non tutti lo intendono così. Ma se ti occupi di quelle storie, se vai a mettere il naso dove l’aria puzza, può capitare che qualcuno non sia contento. E non sono affatto sicuro che una pistola, un fucile, un cannone o del tritolo siano un’arma meno efficace di una storia. Una storia resta. Rimane anche dopo che chi l’ha raccontata non c’è più. E quello che non puoi far sparire, che devi nascondere, ma che non puoi cancellare, ha un potere infinitamente più grande di qualsiasi essere umano o qualsiasi proiettile.

Siamo sommersi da tante menzogne, tante false verità costruite a tavolino che intossicano l’opinione pubblica, a cui molti fingono di credere per calcolo, comodo, codardia. Il tuo romanzo può essere considerato un atto di accusa contro questo stato di cose?

Mi accontenterei che scatenasse delle domande, che fosse una fonte di curiosità, che aiutasse, in qualche modo a dubitare di quello che si racconta. Se è un atto di accusa contro qualcosa, lo è contro tutti quanti. Di certo è il romanzo di un protagonista arrabbiato. Non con la vita, ma con i suoi simili.

Stragi, attentati, strategia della tensione, sinceramente pensi che ci sia un regista occulto dietro a tutto questo? La Mafia è davvero vista da alcuni come un mezzo e non più un avversario?

Cosa Nostra e le mafie in generale sono sempre state viste come un’opportunità più che un avversario. Sono state usate – per lo sbarco in Sicilia, per esempio, nella seconda guerra mondiale o in funzione anitcomunista – e trasfromate in socio d’affari. Hanno molti soldi e grandi capacità di investimento. Hanno i mezzi che servono, i contatti, gli appoggi. È quasi naturale che sia andata così. Se la mafia, una parte della politica e dell’imprenditoria non avessero stretto legami molto stretti, la criminalità organizzata non sarebbe così forte. Proprio per questo non credo ai registi occulti. Credo agli interessi comuni. E quando l’interesse del sorvegliante e del sorvegliato coincidono, la sroveglianza va a farsi benedire.

Senza svelare troppo del libro Ignazio Solara o meglio ciò che lui rappresenta esiste davvero?

Ti rispondo così. Non credo che esistano i servizi segreti deviati. Credo che esistano i servizi segreti. Punto. E se non esistono i servizi segreti deviati, allora esiste Ignazio Solara.

Sei ottimista? Credi che i giovani siano stanchi di intrallazzi, malaffare, collusioni più o meno velate con i poteri “deviati” che sembrano governare occultamente il nostri paese?

Vorrei essere ottimista, ma temo di essere troppo razionale.  Molti, non solo i giovani, sono stanchi di quello che vedono, ma non sono sicuro che basti.

Chiudi il romanzo con la frase E se fosse tutto vero. Un monito, un avvertimento, uno spunto di riflessione?

Tutte e tre le cose.

Nel salutarci, ringraziandoti per la tua disponibilità, anticipaci i tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo un nuovo romanzo?

Proprio ora, mentre rispondo alle tue domande. L’unica cosa che posso fare, però, è darti due nomi. Alessia e Gabriele. Oltre a ringraziarti per le domande.

:: La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori a cura di Gea Polonio

7 giugno 2011 by
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Quando hai a che fare con Paolo Nori non sai mai come andrà a finire. Il suo affabulare è un torrente in piena, le parole scorrono con energia rimbalzando e deviando dal letto prestabilito ingrossate dal fluire dei pensieri.
È una raccolta di discorsi, questa, che detto così sembrerebbe quelle cose autocelebrative e un po’ pedanti, chissicredediesserequestoCalvino? Ma stiamo parlando di Nori, e qualunque categoria mentale, qualunque schema salta: senza botti, eh, quietamente, in un morbido e inesorabile tracimare di pensieri.
È a suo modo un unico saggio, questo: su concentrazione e scrittura, sull’onestà intellettuale, sull’importanza di restare nelle proprie braghe. Sulla memoria e la letteratura, sull’illusione di capire tutto in un mondo di esperti da divano, tra mamme che discutono di aeronautica senza aver mai messo piede su un aereo e nonni che invece avevano chiaro il concetto di quanto sia meravigliosamente utile un filo a piombo, sulla libertà interiore, che solo tu puoi portarti via. Su Tolstoj, su Benjamin, su Cage, sul liscio, sul viaggiare in treno e in macchina, sui matrimoni che non sembrano matrimoni e gli scrittori che non sembrano scrittori. E viceversa.
È una raccolta di saggi, questa: sulla fantascienza, dove si parla di Fruttero e Lucentini; sulla letteratura della DDR, dove si parla di bicchieri infrangibili e tele bianche, sull’arte moderna spiegata ai ciechi, e si parla del nonno, e di come ciò che non può essere spiegato debba essere taciuto; su democrazia e anarchia, e si parla di Daniil Charms. E se ne parla così felicemente che l’unica cosa da fare è correre in libreria e prcurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c’è quasi soluzione di continuità tra l’uno e l’altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l’umorismo e la passione sono costanti di entrambi.
Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento.  È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico.
E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare.
Per dirla con l’ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c’era tanta gente, siamo stati bene.

Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, Marcos y Marcos, 2011
Daniil Charms, Disastri, trad. di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011.

Source: libri del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Recensione di Día de los muertos di Kent Harrington

6 giugno 2011 by

dias de los muertosDía de los muertos di Kent Harrington è un nero di confine, anzi un nerissimo piccolo capolavoro simile ad un tizzone sputato dall’inferno. Un classico che la Meridiano Zero rispolvera in grande stile in una nuova edizione che farà felici non solo i vecchi appassionati di noir come me, ma anche coloro che si accostano per la prima volta al genere e vogliono iniziare con i capisaldi del noir americano sporco e cattivo per intenderci, quello senza redenzione e senza luce anche se ambientato nell’assolata e bollente Tijuana, città feticcio del genere, da quando James Ellroy (chi non si ricorda di Tijuana Mon Amour), l’ ha eletta capitale mondiale dei disperati, dei maledetti da Dio e dagli uomini.
A Tijuana si va per fare impunemente tutto ciò che nelle rispettabili città dell’America perbenista e bacchettona non si può fare. E’ un asilo di reietti, un rifugio di anime dannate schiave del gioco d’azzardo, delle donne e della droga.
A Tijuana tutto è concesso. Tutto.
Lo sa bene Vincent Calhounun perdente con le ore contate che se non lo fa fuori il virus che gli scorre nelle vene ha una sfilza di nemici pronti a sparare il proiettile fatale.
Come c’è finito in quell’angolo di niente con le spalle al muro, senza via d’uscita? E’ una lunga storia che ci riporta ad un tempo in cui era un onesto professore precario in un piccolo paesino rurale della California.
Tutto andava per il meglio finchè non posò gli occhi su una donna, una studentessa Celeste Stone e come nelle peggiori favole nere che si rispettino fu l’inizio della fine. Scacciato dalla scuola con disonore, interdetto dall’insegnamento per tutti i secoli a venire per essere stato scoperto con le braghe calate in compagnia della ragazza, arrestato, in alternativa alla galera non poté far altro che arruolarsi nel corpo dei Marines e ora si trova a Tijuana agente della Dea suo malgrado, pieno di debiti fin sopra i capelli a causa della sua irresistibile passione per le corse dei cani, e non può far altro per pagare i suoi debiti che trasportare clandestini al di la del confine tra un accesso di febbre e l’altro.
Día de los muertos è il resoconto tragico e disperato del suo ultimo giorno di vita e Vincent Calhoun sputerà sangue credetemi ma lo farà conservando qualcosa di raro e di prezioso, conservando se stesso.
Come ha detto lo stesso Harrington il debito verso Jim Thompson è evidente ma nello stesso tempo è bene dire che non risulta una sbiadita copia dell’originale. Harrington ha un suo stile, una sua singolarità che in un certo senso lo rende unico e dannatamente politicamente scorretto.
Vincent Calhoun può esser visto come una sorta di Philippe Marlowe maledetto, capace di toccare il fondo del barile pur continuando ad andare avanti. Non troverà una morte eroica, il suo sogno di lasciare tutto e scappare con la sua donna in un altrove lontano verrà inesorabilmente tradito, pur tuttavia conserva un che di grandioso.
Tifiamo per lui fino alla fine, non ostante tutto sia contro, consci che non ci sarà un finale lieto ad attenderci, ma nello stesso tempo pronti a tendergli una fune, a fermare quella dannata macchina che corre verso l’orizzonte con a bordo la sua donna, lasciandolo solo nella resa dei conti finale.

:: Intervista con John Harvey a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2011 by

John HarveySalve Mr Harvey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?

A parte alcune terribili poesie scritte quando ero adolescente e i primi tentativi di giornalismo, non ho mai avuto alcuna ambizione di diventare uno scrittore. Tutto è nato in gran parte per caso, e perché dopo aver insegnato nelle scuole per 12 anni ero alla ricerca di qualcos’altro da fare. Un amico, che, a quel tempo era uno scrittore di successo di pulp fiction, mi ha suggerito di provare a fare lo stesso e questo è quanto.

Leggi altri autori contemporanei?

Per tutto il tempo! Quest’anno ho letto James Salter, Tom Franklin, Maile Meloy, e Peter Temple per esempio, ed anche riletto altri scrittori del ventesimo secolo – Graham Greene, DH Lawrence e, naturalmente, Hemingway.

In alcune interviste hai detto che sei stato molto influenzato da Elmore Leonard. Corrisponde al vero quanto dico?

È vero, nel senso che stavo leggendo e mi divertiva parecchio Leonard alla fine degli anni ’80 cosa che mi ha fatto desiderare di fare un nuovo tentativo e scrivere un nuovo romanzo poliziesco,  avevo già provato in precedenza ma semplicemente non aveva funzionato. Non molto bene, comunque. Quello che mi piaceva di Leonard era come ideava i dialoghi, e anche il modo in cui sapeva ribaltare gli stati d’animo così del tutto all’improvviso. Oh, e c’erano sempre una buona quantità di donne che oltre ad essere attraenti erano anche molto capaci e volitive. In particolare sono stato influenzato da La Brava, dai capitoli iniziali di Bandits, e anche molto da Freaky deaky – le scene di dialogo tra Chris e Greta e Chris e suo padre sono semplicemente perfette credo, e anche adesso rileggendole di volta in volta sono una meraviglia. Ma chi mi ha influenzato di più senz’altro è stato Hemingway. E, tra gli autori di romanzi gialli, Peter Temple, KC Costantine e Brian Thompson.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho anticipato sopra, ho cominciato facendo i primi passi nei panni di un altro. Laurence James aveva scritto una serie di libri sugli Hell’s Angels con lo pseudonimo di Mick Norman, il suo editore, New English Library, voleva un nuovo libro della serie e Laurence era impegnato altrove, così mi suggerì di scrivere un libro sugli Hell’s Angels sotto uno pseudonimo diverso – ho letto i suoi libri e l’idea mi è piaciuta, e così mentre ero alla ricerca di un lavoro come insegnante iniziai a scrivere, Laurence comunque mi ha aiutato con la trama e raccomandandomi al suo editor NEL. Hanno fatto alcuni suggerimenti per piccole modifiche, dopo di che hanno acquistato il libro, che è stato pubblicato come “Avenging Angel” di Thom Ryder. Dopo ho scritto un secondo libro di Thom Ryder e così è iniziata la mia strada, scrivevo una media di 12 romanzi pulp all’ anno per i primi quattro anni, molti dei quali western.

Hai pubblicato oltre 90 libri con nomi diversi, e hai lavorato su sceneggiature per la tv e per la radio. Quale è il tuo lavoro preferito?

O mi sono divertito a scrivere in tutte le forme, anche se il numero di riscritture necessarie per un’ opera per la TV è molto più faticosa! Scrivere per la radio è molto divertente siccome lo scrittore può stare vicino agli attori in un modo che non è possibile in TV – è anche bello lavorare in modo collaborativo con altre persone invece che da soli. Idealmente, mi piacerebbe fare una combinazione tra scrittura narrativa e scrittura per drammi radiofonici, ma non è questo il modo in cui le cose funzionano e così non ho più scritto per la radio per quattro o cinque anni.

John sei famoso per la serie di romanzi con protagonista l’appassionato di jazz Charlie Resnick, ambientati nella città di Nottingham. Puoi dirci qualcosa su Charlie?

Charlie è un uomo di mezza età, un po’ sovrappeso, un uomo serio e compassionevole, che prende molto sul serio il suo lavoro come ufficiale di polizia, di solito mostra anche una grande comprensione  verso le persone che fanno le cose che fanno. Gli piace ascoltare musica jazz, soprattutto quelle che è stata registrata tra il 1940 e il 1970 o giù di lì. Gli piacciono le donne, sebbene la sua storia di relazioni non sia in realtà molto felice e il suo unico matrimonio è finito senza figli e con un divorzio.

Perché hai deciso di scrivere il primo romanzo Resnick, Lonely Hearts?

Avevo scritto 4 romanzi Private Eye – la serie di Scott Mitchell – in precedenza, e, purtroppo, anche se sono stati pubblicati, non penso che fossero molto buoni. Forse erano la cosa migliore che potessi fare in quel momento. Ma circa 10 anni più tardi, dopo aver letto e apprezzato Elmore Leonard, ho pensato che avrei potuto provare a scriverne un altro – e così è nato “Lonely Hearts“.

Quanto è durato il processo di scrittura di Lonely Hearts ?

Un paio di mesi di preparazione, per parlare con gli agenti di polizia a Nottingham, dove è ambientato il libro, e per raccogliere le idee sul personaggio principale con un amico scrittore, il più anziano dei Dulan Barber, dopo di che ho scritto le prime 10.000 parole e una bozza, che il mio agente ha inviato a tutti i principali editori britannici, l’unico interessato fu Viking/Penguin  e così ho scritto un altro capitolo, dopo il quale mi ha commissionato il romanzo. Quindi, suppongo, il tempo di scrittura per il primo progetto è stato di circa 6 mesi, seguito da un altro mese di riscrittura.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sedimentavano molti altri romanzi police procedural sul retro della mia mente, che mi dimostravano la possibilità di scrivere un buon romanzo crime con ambientazione urbana e  con un forte senso sociale e politico – “Laidlaw” di William McIlvanney, la serie Martin Beck dalla coppia svedese Sjöwall e Wahlöö e il film di Harold Becker di Joseph Wambaugh “The Black Marble“.

Raccontaci qualcosa sulla nuova serie di Frank Elder.

Volevo scrivere un libro o dei libri che fossero più thriller che police procedural – anche per allontanarmi da Nottingham e per farlo volevo scrivere qualcosa appunto ambientato in un luogo diverso e forse anche con una trama più complessa.

Il primo romanzo di questa serie, è Flesh and Blood. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

L’idea per i personaggi principali mi è venuta da un mio racconto, “Drive North“, in cui Frank Elder, la moglie e la figlia adolescente appaiono per la prima volta. Ciò che ho voluto fare nei tre libri che compongono la trilogia è stato di concentrarmi sul rapporto tra Frank Elder e sua figlia.

Qual è il tuo romanzo standalone preferito ?

Sono molto affezionato a In a True Light in quanto, benché forse le cose non si amalgamano bene come dovrebbero, mi ha permesso di scrivere a lungo di pittura e pittori e anche di arte, di poesia e della scena jazz della New York del 1950.

Dimmi un verso o due della tua poesia preferita.

“Chet Baker” ( di John Harvey)

si affaccia dalla sua stanza d’albergo
attraverso l’Amstel verso la ragazza
in bicicletta lungo il canale che alza
la sua mano e la muove in un saluto quando
lei sorride lui è tornato ai tempi
in cui ogni produttore di Hollywood
voleva trasformare la sua vita
in quella storia dolce amara
dove le cose vanno male, ma solo
in amore con Pier Angeli,
Carol Lynley, Natalie Wood;
quel giorno arrivò in studio,
nell’autunno del cinquantadue, e suonò
con nitidezza perfetta
gli accordi di ‘My Funny Valentine’ –
e adesso quando alza gli occhi dalla
sua finestra e vede il suo sorriso che passa
nel blu di un cielo perfetto
sa che questo è uno di quei
rari giorni in cui lui può davvero volare.

Ecco l’intera poesia.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ha! Tutto dipende se mi inviteranno e, in caso affermativo, se non starò lavorando ad un nuovo libro. Oh, e se potessi fare il viaggio in treno, piuttosto che in aereo sarebbe perfetto.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro ?

Mi alzo intorno 6.00/6.30 – a volte faccio una passeggiata di 50/60 minuti, a volte no – doccia, un caffè, mi siedo al mio computer, e poi, faccio un break con un caffè a metà mattina, poi lavoro per circa 4 ore. Tutto qui.

I tuoi libri sono stati tradotti in diversi paesi. È eccitante?

E ‘sempre emozionante vedere i libri, quando arrivano da un editore di in un paese diverso, naturalmente, e, più tardi, se vendono (!) ci si rende conto che ci sono persone in questo paese che hanno amato le storie che ho raccontato.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Una o due, e di solito, meritatamente, quando il libro in particolare, non era buono come avrebbe dovuto essere. Questo può essere molto utile è una sorta di campanello d’allarme. Ma penso di essere stato molto fortunato, i miei libri hanno avuto sempre una buona accoglienza  – in America e in Francia in particolare.

Cosa stai leggendo in questo momento?

O ho appena finito di leggere un libro destinato principalmente ai bambini di David Almond intitolato “Il mio nome è Mina“, e prima  un meraviglioso libro di racconti, “Last Night” di James Salter. I libri precedenti che ho letto sono stati “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi e (per la terza volta), “Tears of Autumn” di Charles McCarry.

Hai una base di fan molto affezionata. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Spesso faccio molte letture pubbliche qui nel Regno Unito o anche in Francia, e  sono sempre sorpreso e contento di come alcune persone accolgono bene i miei libri e di quanto li amino – e molti si identificano anche con alcuni dei personaggi, Charlie Resnick in particolare. Ricevo molte email, e anche lettere, dai lettori di volta in volta, di solito positive, e cerco sempre di rispondere. Posso essere contattato via e-mail all’indirizzo info@mellotone.co.uk

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento?

In questo momento, sto riscrivendo un romanzo intitolato ‘Good Bait‘ che ha per protagonista l’ufficiale di polizia nero, Karen Shields, già apparsa in “Cold in Hand” e “Ash & Bone“.

:: Il gioco degli occhi di Sebastian Fitzek (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2011 by

Il gioco degli occhi di Sebastian FitzekAlexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il  gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Diciamolo subito Sebastian Fitzek non è un autore che ama il lieto fine. Immaginatevi dunque quando l’epilogo ve lo mette all’inizio e i capitoli vanno a ritroso. Una follia direte come quella di creare un personaggio che al semplice tocco vede le cose che succedono, un azzardo, per lo meno inverosimile e invece sembra che nasca tutto da un fatto reale. Nei ringraziamenti finali, che consiglio davvero di leggerli e non saltarli perché sono davvero divertenti, veniamo a sapere che principalmente l’idea per Il gioco degli occhi è stata data a Fitzek  dalla sua fisioterapista Cordula Jungbluth che davvero mentre manipola i suoi pazienti in complicate pratiche shiatsu sente le cose e Fitzek ne ha avuto la prova in svariate occasioni. Siete propensi a credergli? Non so, sono anche io dubbiosa come voi ma so per certo che la polizia americana si avvale di sensitivi nella ricerca di persone scomparse per cui un fondo di verità ci sarà senz’altro anche se sono scettica di natura. Ma torniamo a parlare del libro dopo questa piccola digressione che mi sembrava necessaria. Innanzitutto lo stile di Fitzek fluido e dinamico non è cambiato. Chi ha amato i suoi libri precedenti troverà un Fitzek in gran forma, amante della tensione, e del gioco psicologico portato all’estreme conseguenze. Il personaggio del serial killer che ha subito traumi e sevizie da bambino e per questo fa le cose che fa è un po’ abusato e tipicamente americano quindi l’originalità diciamo è quella di vedere all’opera un serial killer tedesco, decisamente propenso a dare troppe spiegazioni nell’email finale. Dunque vanitoso, egocentrico, sadico, affatto simpatico, un cattivo tout court senza spiragli di umanità. Forse è un limite, forse è necessario all’economia della trama, tutto dipende dai punti di vista. Va anche considerato che è difficile provare simpatia per un pazzo che toglie un occhio ad un bambino morto, anche se personaggi all’ Hannibal Lecter erano capaci di creare una sorta di empatia con il lettore pur dopo mille efferatezze. Fitzek preferisce concentrarsi nella creazione del protagonista dotandolo di varie sfumature e preso atto di questo la lettura scorre veloce e sicura. Si legge davvero in poche ore e arrivati all’ultima pagina si comprende con certezza che ci sarà una seconda parte. Fitzek ama giocare con i suoi lettori, e per divertirsi bisogna stare alle sue regole, accettato questo è un libro intrigante sicuramente di qualità superiore rispetto ai consueti thriller. Traduttore Claudia Crivellaro.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Recensione di Il Perfezionista di Hervé Le Corre a cura di Stefano Di Marino

4 giugno 2011 by

3102706Se il marketing e le mode editoriali non imponessero che i thriller ormai abbiano tutti i titoli uguali (Il suggeritore, L’analista, L’ipnotista, L’inseguitore, L’allieva…) e che ogni storia vagamente gotica presenti con qualche variante un uomo con cilindro e bastone, il romanzo di Hervé le Corre avrebbe mantenuto il suo titolo originale L’Homme au lévres  de sapphir ben più suggestivo e una copertina capace di dar vita alla Parigi  sanguinosa, appassionata, ribelle ritratta in quest’opera raffinata, da non confondere con altri gialli d’epoca. L’ambiente è ricreato da Le Corre con sapienza, padronanza di un linguaggio letterario ma che all’occorrenza sa recuperare il nerbo asciutto dei migliori thriller senza dimenticare la passione politica. La Parigi della Comune, dei quartieri malfamati, delle fabbriche, dei locali dove si riuniscono dandy e  prostitute. Un girone dantesco che esercita una strana e ambigua fascinazione sul lettore, proprio come l’opera maledetta che ispira il suo feroce protagonista. Forse non tutti sanno cosa sono I canti di Maldoror, opera in sei parti pubblicata ma subito scomparsa nel 1869, firmata da tale conte di Lautrèamont. Un viatico per il serial killer, un insieme di visioni e delitti raccapriccianti di cui si perse traccia ma non memoria, tanto che il regista Alberto Cavallone (non per nulla attivo in quella fase della cinematografia nostrana più prolifera e libera) trasse un film che pare sia stato montato e programmato in Turchia, almeno parzialmente, e poi scomparve del tutto. Censura, complotto? O forse nelle pagine del Maldoror c’era veramente qualcosa di insano, malato capace con la sua ferocia di anticipare i tempi. La modernità è qualcosa che la gente comune non comprende,un’apoteosi di sangue che conduce a tempi nuovi. Sembra quasi una citazione di From Hell e il richiamo a Jack Lo Squartatore non è casuale. Ma qui siamo in Francia ed Henri Pujol, trasformista, sadico, sessualmente turbato ma soprattutto fanatico ammiratore dei canti, tanto da disprezzarne il vero autore quando questi li rinnegherà. I suoi delitti, compiuti principalmente ai danni di giovani biondi scalpati e sventrati in vari punti della capitale coinvolgono un poliziotto onesto di origine basca, un giovane arrivato a Parigi in cerca di lavoro e riscatto, un paio di prostitute coraggiose e sventurate e tutto un universo che assiste egualmente impotente alle gesta del maniaco come alla ferocia degli scontri di piazza. Benché la fase propriamente politica suoni un po’ troppo sottolineata (per il mio gusto almeno) bisogna riconoscere a Le Corre grande capacità di documentazione e la naturale dote dell’affabulazione. In quegli scontri di piazza che occupano un lungo capitolo sembra proprio di starci in mezzo. Ma è sulla follia omicida di  Pujol, evidente sin da principio, che si concentra l’attenzione del lettore. Non una semplice vicenda di precursori di serial killer ma il diario di un’ossessione. Lo stesso diario che l’assassino perde dopo aver commesso un delitto particolarmente spettacolare a Place Vendome e che costituisce un po’ il McGuffin della storia. Libro non facile per contenuti e stile Il perfezionista costituisce una lettura intelligente, ricercata, degna di una seconda riflessione. E, al momento, scusate se è poco.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Dopo la guerra ha vinto il Premio Le Point 2014.

:: Intervista con Douglas Preston e Lincoln Child a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2011 by

Douglas Preston e Lincoln ChildSalve Mr Preston e Mr Child. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuti su Liberidiscrivere. Raccontateci qualcosa di voi. Punti di forza e di debolezza.

Doug: Faccio la maggior parte del lavoro e Linc siede tranquillo occupato a dare consigli.
Linc: Non è vero! In realtà, ci dividono 300 miglia di distanza per cui scriviamo i nostri libri insieme usando per lo più il telefono e, ovviamente, Internet.
Doug: Ognuno di noi ha le sue aree di competenza. Io mi occupo di archeologia, storia, matematica e fisica, mentre Linc è l’esperto di computer, decodifica, cibo, vino, e delle cose belle della vita.

Raccontateci qualcosa del vostro background, i vostri studi, la vostra infanzia.

Doug: Sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Wellesley, alla periferia di Boston.
Linc: E io sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Westport, Connecticut. Cosa che abbiamo in comune. Doug, crescendo è stato quasi un criminale, in difficoltà per tutto il tempo, mentre io ho sempre obbedito alla legge.
Doug: Siamo ancora così. Linc è l’ onesto cittadino rispettoso della legge, mentre io sono un po’ un fuorilegge.

Quando avete capito che avreste voluto diventare scrittori?

Doug: Quando avevo otto anni, ho scritto un libro con un amico che si intitolava Animal Valley.
Linc:  Anche io ho iniziato a scrivere seriamente circa alla stessa età.

Leggete altri autori contemporanei?

Doug: Adoro i libri di Michael Crichton, Nelson DeMille, Ruth Rendell, così come molti classici inglesi del 19 ° secolo come Arthur Conan Doyle, Wilkie Collins e Charles Dickens.
Linc: Aggiungi Dennis Lehane a quella lista, insieme con HP Lovecraft e M. R. James.

Raccontateci qualcosa del vostro debutto. La vostra strada verso la pubblicazione. Avete ricevuto molti rifiuti?

Il nostro primo romanzo, Relic, è stato rifiutato da cinque o sei case editrici. Poi ci ha dato grandi soddisfazioni quando è diventato un bestseller enorme, e poi la Paramount ne ha fatto un film.

Avete scritto molti romanzi gialli e una serie di altri romanzi. Quale è il vostro preferito?

Penso che siamo entrambi d’accordo che The Cabinet of Curiosities potrebbe essere il nostro miglior romanzo.

I vostri romanzi polizieschi con protagonista l’ agente speciale Pendergast sono stati tradotti in molte lingue. È stato eccitante?

Proprio così. In realtà riceviamo molte, molte e-mail dai nostri lettori italiani, che amano Pendergast. Dal momento che Doug legge e scrive in italiano risponde a tutte le email. Gli serve per fare pratica linguistica.

Potete dirci qualcosa in più sul vostro protagonista principale, Aloysius XL Pendergast?

Lui è unico, un gentiluomo del 19 ° secolo intrappolato nel mondo corrotto del 21 ° secolo. Ma i suoi principi sono inflessibili, la sua mente è brillante come una fiamma. Si rende conto che la gente lo vede come una figura piuttosto eccentrica, ma non se ne cura. Lui è molto impaziente con la gente, ma l’unica cosa che davvero non può sopportare è la stupida e inflessibile burocrazia.

Perché avete deciso di scrivere Relic?

La maggior parte dei nostri romanzi sono in parte o prevalentemente ambientati a New York City, e spesso in giro per il Museo Americano di Storia Naturale. La storia di come siamo arrivati ​​a scrivere sul Museo è curiosa. Avevo scritto una colonna della rivista Storia Naturale, pubblicato dal Museo, dove ho lavorato. Un editor della St. Martin’s Press, che aveva letto i miei pezzi, mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo scrivere una storia ambientata nel Museo. Ho detto di sì – e ciò divenne il mio primo libro, Dinosaurs in the Attic. Dopo che il libro è stato pubblicato, assieme all’editor abbiamo fatto un giro del Museo a mezzanotte. Gli ho mostrato tutti i posti migliori nel Museo a cui ho avuto accesso – le ossa di dinosauro nella sala di stoccaggio, la raccolta di 30.000 ratti in vasi di alcool, il bulbo oculare raccolto da una balena, lo stomaco di un mastodonte conservato con il suo ultimo pasto, ed molte altre cose insolite. Siamo finiti nella Sala dei Dinosauri intorno alle 2.00, con solo le luci di emergenza accese, e gli scheletri nel buio più completo intorno a noi – e l’editor si rivolse a me e mi disse: “Doug, questa è il palazzo più spaventoso e maledetto di tutto il mondo. Scriviamo un thriller ambientato qui “. E questa fu la nascita di Relic, che poi divenne un grande best-seller e, infine, sbancò il botteghino del cinema. Questo editor era Lincoln Child. Entrambi abbiamo scoperto che condividevamo la stessa visione distorta e malata del mondo. Fu così che iniziò la nostra lunga e proficua collaborazione.

Quanto è durato il processo di scrittura di Relic?

Circa due o tre anni. Stavamo entrambi lavorando su altri libri.

Cemetery Dance è un altro dei vostri libri tradotti in italiano. Potete dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Un giornalista di New York City è selvaggiamente aggredito nel suo appartamento da un killer che i testimoni oculari giurano sia morto due settimane prima … La moglie non si fermerà davanti a nulla per conoscere la verità. Gli elementi di prova riportano ad un culto solitario e ad un rituale oscuro, a sacrifici di animali e ad una pratica per rianimare i morti. Ma più scopre indizi e più cresce il pericolo, finché la sua vita sarà minacciata in un modo impensabile … Quali segreti sono sepolti nelle profondità della antica chiesa all’interno del Inwood Hill Park di Manhattan?

Ci descrivete una vostra tipica giornata di lavoro?

Io lavoro come chiunque altro, circa otto ore al giorno.
Io vado al lavoro verso le otto e stacco circa alle quattro o alle cinque. Lavoro spesso troppo anche il Sabato mattina presto.

Progetti di film tratti dai vostri libri?

Un bel po ‘. Da Gideon’s Sword è stata fatta tutta una serie di film dalla Paramount. Da Il Mostro di Firenze è stato tratto un film interpretato da George Clooney. Da Riptide è stato fatto un film per la 20th Century Fox. E abbiamo altri libri in opzione.

Chi sono i vostri autori viventi preferiti?

David Morrell, Steve Berry, James Rollins, Lynds Gayle, Mario Spezi.

Cosa state leggendo in questo momento?

Life on the Mississippi di Mark Twain (Doug)
Au rebours da Huysmans Joris-Karl (Linc, in francese)

Vi divertite a fare tour promozionali? Raccontateci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci divertiamo moltissimo a fare tour insieme. Abbiamo spesso discussioni molto animate su chi deve scrivere le scene di sesso nei nostri libri. Ognuno di noi pensa che le scene di sesso degli altri  siano patetiche e ci sentiamo entrambi dispiaciuti l’uno per la moglie dell’altro.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei vostri libri? Che ne pensate della editoria elettronica?

Internet per noi è fondamentale, dal momento che viviamo così lontani. Fare ricerche è molto più facile. Ora, invece di passare una settimana ricercando un fatto, siamo in grado di ottenere le stesse informazioni in dieci minuti. Google Street View ci dice persino l’aspetto di posti specifici. Per quanto riguarda gli ebooks, c’è un grande cambiamento in atto. Anche se siamo entrambi legati ai libri di carta vecchio stile, accogliamo con favore il cambiamento.

Quali cambiamenti avete notato nel mondo della fiction dal momento in cui avete iniziato a scrivere?

Naturalmente molti autori sono andati e venuti, e i gusti sono cambiati. Troppi giovani non leggono e passano la maggior parte del loro tempo al computer. Ma ci sarà sempre spazio per i buoni libri, e ci saranno sempre i lettori. Di questo ne siamo entrambi convinti.

Qual è il vostro rapporto come con i lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ci piace interagire con i nostri lettori. Ognuno di noi ha la sua pagina personale su Facebook, oltre ad una pagina per i fan, che abbiamo creato assieme. I lettori italiani sono invitati a inviare i loro messaggi in italiano – abbiamo molti amici italiani. Doug risponde ai loro messaggi in italiano. Venite a trovarci al http://www.facebook.com/PrestonandChild.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa state lavorando in questo momento?

Il nostro prossimo romanzo con Pendergast, si intitolerà Cold Vengeance, e sarà pubblicato negli Stati Uniti nel mese di agosto. E Doug sta lavorando sul mostro di Firenze, che diventerà un film interpretato da George Clooney.

:: Segnalazione Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica di F. Sollazzo

1 giugno 2011 by

4051Nel panorama contemporaneo è sempre più difficile trovare testi che spieghino in modo semplice e diretto concetti anche complessi che in un certo senso sono al centro della vita di tutti i giorni. Totalitarismo, democrazia, etica pubblica di Federico Sollazzo edito da Aracne Editore ha questo pregio grazie al quale molti lettori che di solito non leggono saggi filosofici avranno la possibilità di avvicinarsi a concetti difficili e argomentati ma nello stesso tempo resi fruibili dal linguaggio semplice e discorsivo dell'autore capace di rivolgersi sia ad un pubblico specialistico che ai comuni lettori.
Totalitarismo, democrazia, etica, sono fra le parole oggi maggiormente abusate, strumentalizzate, monopolizzate, rese didascalie al servizio di interessi specifici e quindi annichilite nel loro significato concettuale, nella loro potenzialità di essere allusioni a ragionamenti che non si riducono in esse. Di fronte a questa problematica, è urgente (ma ancora possibile?) recuperare la dimensione alludente, metaforizzante delle parole, a partire da quelle che maggiormente incidono sulla costruzione del mondo. Il volume è suddiviso in grandi ambiti argomentativi che rendono sinteticamente la complessità dell’esistente: Filosofia morale, Filosofia politica, Etica. Questo sia per agevolare il lettore (che si troverà così di fronte una sorta di mappa filosofica della modernità), sia per rendere l’idea di una complessa modernità a mosaico, il che non inibisce affatto, anzi, una sua ricostruzione in immagine unitaria, a patto che essa non derivi da una visione uniformante, assolutizzante, totalizzante, ma dai giochi, cristallizabili solo con un atto di forza, di interazione, scambio, de- e ri-costruzione permanente dei tasselli che la compongono.

Per acquistare il libro e per richiedere copie come Docenti o Giornalisti: http://store.aracneeditrice.com/it/libro_new.php?id=5917

:: Recensione di La donna segreta di Marta Boneschi a cura di Elena Romanello

31 Maggio 2011 by

donnasegretaLA METILDE VISCONTINI DI MARTA BONESCHI
 
"La donna segreta" è l'ultima fatica di Marta Boneschi, giornalista, scrittrice e storica, ed è il suo omaggio personale al Risorgimento italiano, raccontando la vicenda di Metilde Viscontini, nobildonna milanese prima sotto il dominio napoleonico e poi sotto la Restaurazione, amante di Foscolo e amata invano da Stendhal al punto di ispirargli le protagoniste de "La Certosa di Parma" e "Il Rosso e il nero", i suoi due romanzi più famosi.
«Il mio è un libro infatti innanzitutto sul Risorgimento, visto da una delle sue protagoniste meno note, sulla quale ho trovato tanto materiale attraverso gli occhi di Foscolo e di Stendhal», ricorda Marta Boneschi, «ho raccontato come un romanzo un libro di storia, ma dentro è tutto documentato. Non è la prima volta che mi occupo di una protagonista di quel periodo, prima avevo scritto un libro su Giulia Beccaria, madre di Manzoni e intellettuale per certi aspetti oggi più nota di Metilde Viscontini, Metilde mi raccomando, non Matilde, il nome Matilde era sconosciuto nella Milano di allora malgrado fosse di derivazione germanica e si fosse da un certo punto in poi sotto la casata asburgica».
«Metilde Viscontini è stata una ribelle, un'anticonformista e può dire ancora molto alle giovani donne di oggi, che spesso per paura non osano andare contro quello che si chiede loro», continua Marta Boneschi, «sposò giovanissima Jan Dembowski, ufficiale napoleonico di diciassette anni più vecchio di lei, violento e oppressivo, ed osò ribellarsi, chiedendo la separazione, cosa consentita all'epoca ma sempre manipolata dagli uomini. Andò contro lo strapotere maschile, sia dicendo di no ad una situazione comune allora, quella di essere mogli maltrattate, sia rifiutando la corte di Stendhal. Il tutto senza contare il suo impegno politico, come affiliata alla Carboneria e coinvolta nei moti del 1821.»
Interessante un particolare del suo impegno politico, l'amicizia con Giuseppe Pecchio: «Per molto tempo Pecchio fu bollato come traditore, oggi lo si vede come uno degli eroi dimenticati del nostro Risorgimento. Compagno di scuola di Manzoni e Confalonieri, funzionario amministrativo napoleonico a Milano, aderì nel 1821 alla cospirazione capeggiata da Confalonieri del quale non condivideva gli ideali aristocratici, lui era più democratico e repubblicano. Quando il tutto fallì, Confalonieri lo accusò di aver tradito, ma Metilde lo difese a spada tratta, finendo anche sotto inchiesta della polizia austriaca, e uscendone a testa alta ricordando il suo rango, anche se ormai viveva separata dal marito.»
Metilde morì nel 1825, a soli trentacinque anni. «Credo come molti che si sia consumata nella lotta per la libertà dell'Italia, in una Milano che attraversò prima della Restaurazione un momento di pura grazia, culturalmente e socialmente, ma dove sia prima che dopo c'erano tanti germi contemporanei, il malaffare, la corruzione, di cui Metilde fu anche vittima, anche se in qualche caso cercò di girarle a suo vantaggio», conclude Marta Boneschi.
Elena Romanello

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:: Dal Mississipi al Po 2011 Settima edizione del Festival Musicale e letterario di Piacenza

30 Maggio 2011 by

Nuova immagineTorna per il settimo anno il festival musicale-letterario “Dal Mississippi al Po”, collocato come di consueto nella città di Piacenza. Il festival ripropone la propria formula vincente, che prevede incontri letterari conditi da tanta musica dal vivo e concerti introdotti dalle sapienti parole di chi fa della scrittura la propria ragione di vita.

A quarant’anni esatti dalla scomparsa di Jim Morrison, il festival ha deciso di dedicare al carismatico totem della poesia rock uno spazio privilegiato, invitando uno degli amici più stretti del cantante dei Doors, quel Frank Lisciandro che più di ogni altro ha i titoli per parlare della figura umana di Morrison, spogliandola del fumo della leggenda.

Amico, guida nei momenti cupi, fotografo, biografo e persino coproduttore di Jim Morrison e dei Doors (in parte sua la produzione dell’album postumo An American Prayer), Lisciandro allestirà una mostra (in larga parte inedita per il nostro paese) di grandi scatti dei Doors e di altre grandi band degli anni ’60, restando a disposizione per tutti i visitatori, con tanto di domande e curiosità.

A suggello dell'attenzione speciale dedicata al fenomeno Jim Morrison-Doors, verrà presentato in anteprima nazionale lo splendido libro “Riders on the Storm”, l'autobiografia di John Densmore, batterista della band di Los Angeles, uno spaccato onesto, tranciante, a volte persino spietato del mondo musicale, con non poche sorprese per i fan.

Gli anni ’60, dunque, una stagione irripetibile, l’età dell’oro della musica rock. Lo stesso Lisciandro ne parlerà con la sua classica onestà intellettuale al pubblico piacentino: della serie quando la musica diventa scrittura.

Ma la scrittura è di per sé musica e le atmosfere dei romanzi degli scrittori americani invitati a Piacenza lo testimonia. Inutile parlare del ritmo voodoo di Joe Lansdale e della intensità di Tim Willocks, ormai due travi portanti del festival.

Meglio spendere due parole sui “nuovi”: scenari torbidi di un’America provinciale sempre ricca di spunti intriganti, nelle pagine di Anthony Neil Smith (con il suo Minnesota innevato che tanto ricorda la Fargo dei fratelli Cohen), oppure ambienti suburbani la cui normalità può risultare agghiacciante se scalfita con gli strumenti giusti (Linwood Barclay, con il suo humour nero ne è testimone).

Ma quest’anno si è deciso di sterzare leggermente e di dare spazio alla contingenza. Ecco il motivo di un evento dedicato ai “Venti di Cambiamento” dell’universo islamico, più che mai vicino a noi con i suoi aneliti di libertà e le difficoltà a fare i conti con millenni di sopraffazioni. Chi meglio di uno scrittore può aprirci gli occhi? E se gli scrittori sono diversi e tutti provenienti da quell’universo in transizione, tanto meglio.

Gli spunti sono tantissimi. La “Scrittura come Catarsi” risulta dunque un tema naturale da sviscerare con chi fa della lotta al male e al lato oscuro dell’uomo la propria quotidianità. Michele Giuttari, stimato ufficiale di polizia, David Monti, magistrato, Alessia Micoli, criminologa, e Giacomo Cavalcanti, camorrista strappato al crimine dalla forza interiore e dagli slanci creativi.

Se si parla di autori italiani, non si può fare a meno di menzionare due dei massimi esponenti della letteratura noir italiana, Massimo Carlotto (tra l'altro grande appassionato di blues), un gradito ritorno al festival, e il geniale Andrea G. Pinketts, che invece è alla sua prima apparizione.

E, siccome un festival per essere tale deve vivere in comunione con la città che lo ospita, ancora una volta saranno i luoghi storici di Piacenza a fare da cornice a tutti gli eventi, compresa una mostra di strumenti musicali, con tanto di laboratorio di liuteria mobile, ospitata nello splendido cortile del Palazzo Farnese.

Una piccola novità, per finire, la scelta di promuovere direttamente un libro del festival: Il Blues del Delta di William Ferris, una delle opere più illuminanti sulla nostra musica, pubblicata da Postmedia con il patrocinio del festival “Dal Mississippi al Po” e del festival gemello “Roots’n’Blues’n’Food Festival”.

PROGRAMMA

Domenica 19 ANTEPRIMA FESTIVAL – Salsomaggiore Terme (ospiti del festival 18E20)

18:00 Andrea Villani presenta Joe Lansdale e Paolo Colagrande. Musica di Kasey Lansdale & N-Rose

Lunedì 20 Palazzo Farnese ore 18,30 Inaugurazione mostra fotografica di FRANK LISCIANDRO alla presenza dell’autore
Mercoledì 22 ANTEPRIMA FESTIVAL – Milano
18:00  presso Libreria FNAC di Via Torino, Milano. Presenta Luca Crovi.
Giovedì 23 17:00 Paolo Pasi e Peppe Lanzetta Due artisti eclettici, si stuzzicano sul tema della creatività, tra il serio e il faceto.

17:30 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Tony Washington, Watermelon Slim e Super Chikan si presentano al pubblico.

18:00-19:30 IL NEMICO DELLA PORTA ACCANTO R.J. Ellory e Linwood Barclay ci parlano delle incognite che si nascondono nella quotidianità americana. Presenta: Sebastiano Triulzi.

“Spazio concerti” – Teatro Municipale Piacenza

21:00 Anthony Neil Smith e Lance Leadbetter presentano: Spiritual & Delta Blues

DOPOFESTIVAL 23:30 presso il Bullone Pub Due chiacchiere, un hamburger, una birra e un po’ di musica, nel locale più americano di Piacenza. Luca Bottura incontra Joe R. Lansdale Musica di Kasey Lansdale

Venerdì 24 Piazza Duomo  Piacenza 17:00 Andrea G. Pinketts Con quella faccia un po’ così: il talking blues di uno scrittore italianissimo con un nome che parla inglese. Presenta Andrea Villani.
17:45 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Rick Estrin e Andy J. Forest si presentano al pubblico.

18:00-19.30 LA PROVINCIA CHE UCCIDE Storie di varia umanità, tra un Winchester, un bicchiere di bourbon, una chitarra bottleneck, dal cuore dell’America più vera. Giuliano Aluffi presenta Joe R. Lansdale, Keith Lansdale e Anthony Neal Smith.

“Spazio concerti” – Teatro Municipale Piacenza

21:30 Joe R. Lansdale e Tim Willocks presentano: Blues Harp Night

DOPOFESTIVAL 23:30 presso il Baciccia He was a friend of mine. Seba Pezzani presenta Riders on the Storm, autobiografia di John Densmore, in anteprima nazionale, lasciando che sia Frank Lisciandro a spiegare chi era davvero Jim Morrison, l’uomo, l’antieroe, il poeta, lontano dai falsi miti e dai lustrini dello star system.

Sabato 25 Palazzo Farnese  Piacenza LA CITTADELLA DELLA MUSICA
11:30 Blues Di-Vino. L'aperitivo blues come non l'avete mai goduto. Una piccola casa discografica indipendente, un uomo solo con la sua passione. Nel solco dei grandi ricercatori della cultura musicale americana, quello dei giganti come Harry Smith, Moe Asch e Alan Lomax, etnomusicologi che hanno fatto innamorare Bob Dylan e diverse generazioni di musicisti. Seba Pezzani fa quattro chiacchiere in libertà con Lance Leadbetter, deus ex-machina della Dust-to-Digital.
Piazza Duomo  Piacenza

17:00 Il Blues del Delta. Marino Grandi e Lance Leadbetter raccontano le radici della  nostra musica attraverso il formidabile saggio di William Ferris, un caposaldo della letteratura blues, quest'anno reso disponibile al pubblico italiano grazie a uno sforzo congiunto del nostro festival e dell'editore Postmedia.

17:45 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Alvin Youngblood Hart si presenta al pubblico.
18:00-19.30 SCRITTURA E REDENZIONE Quando la scrittura diventa una cura contro le brutture del mondo. Giacomo Cavalcanti  – Michele Giuttari (Direzione Investigativa antimafia e capo della Squadra Mobile di Firenze) – David Monti (magistrato della procura di Firenze) – Alessia Micoli (criminologa) Presenta: Gaetano Rizzuto
“Spazio concerti” – Teatro Municipale Piacenza
21:00-22:30 Linwood Barclay e Lance Leadbetter presentano: The guitar is my blues   
Domenica 26
Palazzo Farnese  Piacenza LA CITTADELLA DELLA MUSICA
11:00 Blues Di-Vino. L'aperitivo blues come non l'avete mai goduto. Il blues nel sangue, il blues in gola, il blues nella penna. Andy J. Forest, un musicista sanguigno ben noto al pubblico dell'Italia, sua seconda patria, ci parla di una passione nata tra i bayou di New Orleans e sfociata in tanti anni di concerti, dischi e persino in un romanzo, Letters from Hell. A contenere gli slanci vulcanici del bluesman della Louisiana, l'aplomb ligure di John Vignola.
11.30 Guerre di uomini, guerre di religione. Tim Willocks, Massimo Carlotto ed Edorta Jimenez, in un magico triangolo letterario ispano-anglo-italiano, per ricostruire un periodo di lotte marinare aspre. Quando la storia si ripete… A fare da timoniere a questa illuminante battaglia navale Beppe Sebaste.
Piazza Duomo  Piacenza
17:00 Massimo Carlotto: Un maestro del romanzo sociale italiano e un grande appassionato di blues. Presenta Matteo Strukul, giornalista e romanziere del Nordest che con Massimo Carlotto condivide i natali e la passione del raccontare.

17:45 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Sonny Landreth si presenta al pubblico.

18:00-19.30 VENTI DI CAMBIAMENTO Secoli di immobilismo del mondo arabo o cecità dell’Occidente? I sussulti di libertà di una serie di paesi a noi vicini geograficamente e storicamente ci spingono a interrogarci sui cambiamenti di questi mesi. Studioso, scrittori e giornalisti della grande galassia islamica cercano di fornircene una chiave diversa, chiacchierandone in libertà: Ahmad Gianpiero Vincenzo, Amara Lakhous, Younis Tawfik.

Spazio concerti – Teatro Municipale Piacenza
21:00 – 22:00 Una stagione irripetibile: a quarant’anni dalla scomparsa di Jim Morrison e dalla fine di un’epoca, Frank Lisciandro, Tim Willocks e Claudio Gargano ci parlano delle loro molteplici esperienze umane e artistiche insieme a John Vignola, timoniere d’eccezione.

Frank Lisciandro ed Edorta Jimenez presentano: The Slide Man *Sonny Landreth Quartet

:: Recensione di Otherside di Giancarlo Narciso a cura di Riccardo Falcetta

30 Maggio 2011 by

otherside_narcisoOtherside – Giancarlo Narciso, Perdisa, 2011, pp. 350, € 18,50
di Riccardo Falcetta
 
 
Sono pochi gli scrittori che possono vantare nel proprio curriculum i due premi più prestigiosi del noir italiano. Giancarlo Narciso è nella rosa di privilegiati: se li è aggiudicati con “Singapore sling” (Premio Tedeschi per il miglior Giallo italiano del 1998) e “Incontro a Daunanda” (Premio Scerbanenco per il miglior noir italiano del 2006), due romanzi dei dodici scritti in oltre quindici anni di carriera letteraria. Una doppietta più che meritata.   
     Con le sue storie a base di intrighi e movimentate vicende criminose, quasi sempre calate in scenari esotici, questo simpatico giramondo dalla biografia avventurosa resta tra i pochi autori italiani che con passione e competenza continuano a credere nella tradizione dei generi avventurosi. Una tradizione che con autori come Joseph Conrad ed Emilio Salgari ha saputo guardare alla straordinaria ricchezza del mondo intero, alle sue diversità e che tanta popolarità ha poi goduto anche nel nostro cinema, soprattutto nei decenni Sessanta e Settanta.
 
     Per leggere un romanzo di Giancarlo Narciso, in effetti, non serve essere lettori accaniti di narrativa; basta essere grandi sognatori, fruitori di cinema e di generi popolari come il fumetto: cominci a sfogliare un libro di Jack e ti ritrovi totalmente immerso nella visione di un film d’avventura.
     “Otherside” nasce come uno spin-off diBanshee”, la serie che l’autore pubblica su Segretissimo Mondadori come Jack Morisco. Giocando con un repertorio consolidato e in continua evoluzione, l’autore affida questa volta il ruolo principale a Sergio Biancardi, già compagno d’avventure di Oliver ‘Banshee’ McKeow, asso dell’ Intelligence di Singapore.
     Prototipo di antieroe duro e tormentato dal proprio passato, Sergio Biancardi è un ex ufficiale dei carabinieri del Tuscania, dimessosi dall’Arma in seguito al coinvolgimento in  uno scandalo e divenuto un contractor, anzi “una delle migliori pistole in vendita nell’intero sud est asiatico”. All’inizio, l’incontro Gloria,  giovane donna attraente, la cui fragilità e leggerezza dei modi celano una natura oscura, da femme fatale. I due intrattengono una relazione, finché la ragazza trascina l’uomo in un furto con assassinio e scompare, abbandonandolo con un esiguo gruzzolo di banconote false, in preda a una pericolosa banda di narcotrafficanti. Per Sergio è l’inizio di una fuga e al tempo stesso di una ricerca disperata, un percorso lungo false piste, nel gorgo delle identità multiple, in compagnia di vecchie ‘conoscenze d’armi’, avventuriere con pochi scrupoli, bizzarri killer. Con l’aiuto di Banshee, qui nel ruolo di guest supporter, Biancardi attraversa tutta l’Asia sud-orientale, finendo poi sull’ ‘altro lato’, in  pieno deserto messicano, dove sorge il fortino di una leggenda del narcotraffico.
         Si avverte costante durante la lettura una riflessione sul confronto di civiltà, su come mutino le procedure del crimine e delle agenzie di intelligence e come restino invece immutabili le storture e le debolezze care agli uomini. Ma qui il noir e la spy story sono innanzitutto detonatori di emozioni, garantiscono intrattenimento, divertimento e vigorose scariche di adrenalina.
     Dalla sua Jack ha la qualità di una scrittura visiva, che si alimenta di sequenzialità, di cinema tout court. E , a differenza di scrittori che ‘caricano’ i propri action-novel con effetti di prosa iperrealista ed espressionista, lui punta a un’asciuttezza e a una essenzialità che ha nella passionalità di caratteri realistici e amari e nei set esotici, i suoi veri punti di forza.    
     E una volta tanto non ‘cinematizza’ il racconto per renderlo trasferibile sullo schermo, ma con procedura inversa (cara, nel cinema, a gente come Rodriguez e Tarantino) lo ‘filma’ direttamente attingendo al potere icastico e retorico di sequenze che sono già antologia. Le fughe sui cornicioni, il “Titty Twister”, locale di mariachi e spogliarelliste per camionisti e ranchero del deserto, aperto ‘dal tramonto all’alba’ il ventoso villaggio western di Santa Teresa, e la resa dei conti nel forte dei narcos, sono momenti che affiancano all’avventura di ampio respiro, la passione cinefila e il gusto del gioco citazionista. Cinema e letteratura, classico e (post)moderno all’unisono, in un cocktail pulp che sta benissimo tra un Lansdale e un Crumley, o tra un Leonard ed un Eisler.
     Col benestare di Conrad e Salgari, Peckimpah e Leone i quali possono tutti riposare in pace. L’Avventura può continuare.

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