:: Intervista con Anthony Neil Smith

23 giugno 2011 by

yellowmedicineCiao Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Neil Smith? Punti di forza e di debolezza.

Sono un uomo del sud "esule" nel gelido nord (Minnesota). Sono uno scrittore di crime che ha iniziato ad amare la narrativa pulp già in tenera età. Sono un po' grasso, perché mi piacciono i tacos. Sono un professore universitario e dirigo il Corso di Laurea di Scrittura Creativa. Punti di forza sono schivo, creo orribili storie piene di efferati delitti , e guardo tanta TV. Sono debole a golf e nel ballo. Mi piace il golf, ma non mi piace ballare.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto sulla Costa del Golfo del Mississippi, non lontano da New Orleans, così che quella cultura – i frutti di mare, la spiaggia, il Mardi Gras, il blues-  è entrata dentro di me. Mio padre morì in un incidente stradale quando avevo dieci anni. Quindi forse questa esperienza mi ha spinto ulteriormente verso il macabro. Mia mamma era molto interessata al processo legato alla morte e alla sepoltura. Entrare nei dettagli aiuta ad affrontare le situazioni, e per un po’ ha venduto anche bare. Ho fatto anche parte della Chiesa pentecostale per circa otto anni. Si chiamano “holy rollers " giù al Sud, perché saltano, ballano, urlano, e parlano in lingue differenti durante i servizi. Ma non faceva per me. Così sono andato all’università e mi sono specializzato in scrittura creativa e letteratura. E’ stata la miglior decisione che abbia mai preso, perché davvero mi ha aperto un nuovo mondo davanti a me. Dopo la laurea ho trovato lavoro in Michigan, facevo l'insegnante, e pochi anni dopo, ho trovato il mio attuale lavoro in Minnesota. Adoro insegnare ai nostri studenti scrittura, e mi piace soprattutto quando essi iniziano ad apprendere come tutto funziona.

Quando ti sei reso conto che quello che davvero volevi fare era fare lo scrittore?

Molto presto, probabilmente quando avevo sette o otto anni. Amavo i fumetti, e nella biblioteca della scuola, trovai un libro della serie Hardy Boys con una grande copertina (alcuni ragazzi intrappolati in un piccolo aereo che si avviava verso l'oceano), e volevo scoprire a tutti i costi cosa fosse successo dopo. Il bibliotecario pensò che fossi troppo giovane per il libro, ma poi mi diede una chance, e così gli dimostrai che lo potevo leggere. Da allora in poi non ho più smesso .

Leggi altri autori contemporanei?

Tanti, davvero tanti. Penso che uno scrittore abbia bisogno di sapere che cosa i suoi coetanei stiano facendo piuttosto che nascondere la testa sotto la sabbia o dire: "Ho letto solo i classici." Ho un sacco di amici scrittori, e mi piace leggere il loro lavoro. Per esempio, Victor Gischler, Sara Gran, James Lee Burke, James Ellroy, Vicki Hendricks, Stephen Graham Jones, Kyle Minor, tanti altri, e anche scrittori non-crime come John Banville, Sherman Alexie, China Mieville, e così via .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio primo romanzo, Psychosomatic, fu rifiutato circa 27 volte prima che trovassi una piccola casa editrice. Il mio agente odiava il mio secondo romanzo The Drummer, così dovetti licenziarlo e trovarmi un editore per conto mio. Con il tempo ho incontrato Allan Guthrie il mio attuale agente, e avevo già finito un altro romanzo che non riuscivamo a vendere, quando finalmente Yellow Medicine ha rotto l’incantesimo. Ci sono voluti quasi nove mesi prima di riuscire a venderlo, ma sono contento di aver resistito. Prima di scrivere romanzi, ho pubblicato un sacco di storie brevi, troppe, ma devo dire che mi ha aiutato. Ho affrontato circa 900 rifiuti se conto tutti i miei tentativi di vendere racconti, anche se solo circa 40 sono stati poi pubblicati. Ho sempre creduto in quelle storie, e alla fine ho trovato gli editori che erano d'accordo con me.

Parliamo di Yellow Medicine appena pubblicato in Italia con Meridiano Zero. Perché hai deciso di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Mi ero appena trasferito in Minnesota, e l'atmosfera del luogo – intendo il modo in cui le persone mi guardavano e mi parlavano- , era un po' fredda. Per non parlare del gelido inverno con tanto ghiaccio, neve e vento. Ero infelice durante il mio primo semestre in Minnesota. Mentre Victor Gischler era venuto a trovarmi, gli stavo raccontando del luogo, passammo davanti ad un cartello che diceva, "Yellow Medicine County", dove avevo preso in affitto una casa. Egli mi disse: "Questo è un gran bel titolo. È necessario che usi questo." Non passò molto tempo che la mia rabbia mi portò a creare il vice sceriffo Lafitte, che aveva il potere di fare qualcosa per risolvere i suoi problemi, un distintivo e una pistola. Così ho vissuto indirettamente attraverso di lui, maledicendo tutto quel maledetto posto. Quando ho incontrato la donna che poi ho sposato, lei mi ha fatto scoprire cose sul Minnesota che non avevo visto fino ad allora, e mi sono innamorato di lei e dello stato al tempo stesso. Così, mentre Yellow Medicine nasce dalla rabbia, nello stesso tempo ha portato nella mia vita invece qualcosa di molto più bello.

Puoi raccontarci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Un cattivo poliziotto riceve una seconda possibilità in Minnesota, dove diventa anche peggio. Billy Lafitte è un esule dell’Uragano Katrina. Il suo ex-cognato così gli propone di diventare il suo vice sceriffo. In Minnesota, Billy se la cava bene con i vecchi trucchi, infrangendo la legge e proteggendo dei piccoli spacciatori, ma poi arriva gente di fuori città ed inizia a provare a spingersi nel suo territorio. Da questo momento in poi tutto comincia ad andare male.

Quanto hai impiegato a scrivere Yellow Medicine?

Circa un anno. Come la maggior parte dei miei romanzi impiego circa un anno a scriverli e un paio di mesi per rivedere il tutto.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Penso che la serie televisiva The Shield abbia avuto un grande impatto. Ho pensato spesso al protagonista, Vic Mackey, sorprendentemente cattivo e carismatico, ma sempre molto legato alla sua famiglia. Sì ho creato il mio cattivo poliziotto sul suo tipo anche se prende in un certo modo le distanze dalla sua famiglia. Penso che anche i romanzi di Dave Robicheaux di James Lee Burke abbiano avuto una certa influenza  su di me anche se ho fatto di tutto per combatterla. Ma si può dire che ho letto un sacco di Burke.

Puoi dirci qualcosa in più sul tuo protagonista, Billy Lafitte?

Billy è il tipo di ragazzo a cui offriresti qualcosa da bere in un bar perché le sue storie sono affascinanti, ma poi lui avrebbe il sangue freddo di chiederti un passaggio a casa. Ho voluto creare un personaggio per cui fai il tifo e contemporaneamente ti fa rabbrividire. Nel libro successivo, Hogdoggin ', si inizia a vederlo da una diversa angolazione, e si vede anche quanto lontano è disposto ad andare per rimanere vivo e libero.

Chi ha disegnato la copertina italiana?

In realtà non lo so. Spero di scoprirlo al più presto. Tutto quello che so è che un giorno, Matteo Strukul (di Merdiano Zero) ha mostrato su Facebook tre versioni della stessa copertina e poi ha chiesto ai lettori quale era quella che preferivano. Non sorprende, che abbia vinto quella con  più giallo! Amo la bellezza austera di questa cover.

Descrivici una tipica giornata di lavoro.

Scrivo in estate circa dalle 9 o 10 del mattino fino all' 1 o 2, a seconda di ciò che sta succedendo in quel giorno. Scrivo direttamente sul mio computer, e ascolto molta musica durante la scrittura, una gran varietà di generi, qualunque pezzo sembri corrispondere all'energia del giorno. Durante i semestri scolastici, scrivo meno forse 3 o 4 giorni alla settimana. Mi piace di più scrivere la mattina. Mi sento davvero bene. Ma non troppo presto (prima prendo il caffè e guardo la TV ) e mai di notte (sembra che i miei poteri creativi chiudano dopo le  5:00). Invidio i ragazzi che conosco e che possono rimanere alzati fino a tarda notte e scrivere. Io non ci riesco proprio. Vado a letto presto, prima di mezzanotte.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Assolutamente. E 'veramente fantastico. Mi ricordo il mio traduttore svedese che mi chiedeva cose che davo per scontate- per esempio cosa fossero le caramelle M & M , che lui pensava fossero una "droga", o il gioco Twister, quindi sono davvero impaziente di parlare con Luca Conti. Quando leggo i libri tradotti, spesso mi chiedo perché il traduttore abbia scelto un determinato fraseggio o determinate parole, e mi immagino come sarebbe stato leggere il libro in lingua originale (in particolare mi è capitato durante la lettura di Murakami in inglese). E sono entusiasta di sapere che Luca ha anche tradotto il lavoro del mio amico Victor. Mi chiedo spesso come sia pensare le nostre parole in un'altra lingua. E ha anche lavorato traducendo Chester Himes, un altro dei miei autori preferiti in assoluto.

Progetti di film tratti dai tuoi libri? Se Hollywood si facesse viva, chi suggeriresti per la parte di Billy Lafitte?

Oh, non c’è alcuna prospettiva reale per i film in questo momento, anche se so che il grande scrittore, Bill Rabkin, sta lavorando su una sceneggiatura tratta da Yellow Medicine. Prima che firmassi, c'era un po 'di interesse in televisione, ma mai nulla di concreto. Se potessi scegliere chi far recitare la parte di Billy, sarei indeciso tra due ragazzi: Sam Rockwell e Johnny Knoxville. Se Knoxville riuscisse a tirar fuori la sua parte "seria", allora sarebbe davvero perfetto per il ruolo.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Moltissimi. Mi limiterò a dirti quelli che mi fanno impazzire. Allora: James Lee Burke, James Ellroy, Richard Price, T. Jefferson Parker, Sara Gran, Kyle Minor, Stephen Graham Jones, Megan Abbott, Victor Gischler, Vicki Hencricks, Daniel Woodrell, e Sean Doolittle

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo di James W. Hall Tropical Freeze and Hell’s Bay. Mi piacciono molto i suoi romanzi con Thorn. Inoltre, del mio grande amico Frank Bill Crimes in Southern Indiana, che è stato uno dei libri rivelazione dell'anno. Mi piacerebbe molto se ne facessero una traduzione italiana.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace promuovere il mio lavoro on line con il mio blog, con alcuni video, o altri scritti. Sto vendendo molti ebooks con Feacbook e Twitter. Ma il discorso cambia quando sono in tour, sono molto agitato. A volte si sono presentate solo due persone  (e allora non acquistavano un libro), o mi è successo che abbia prenotato una libreria solo per scoprire che il proprietario odiava il mio libro, e non mi voleva lì. Naturalmente, il mio libro era elencato sul sito web del suo negozio. Una volta mi hanno chiesto se volevo fare una presentazione, con firma dei libri,  in una libreria di New Orleans, ma avrei dovuto dargli una cinquantina di nomi, indirizzi e numeri di telefono delle persone che sarebbero state presenti. Così ho iniziato a fare la lista, erano un bel po', ma anche così mi è stato detto dal negozio che, anche se avevo inviato la lista, ancora non mi permettevano di fare la presentazione. Poi però, vi posso anche dire che in diversi negozi mi trattano come uno di famiglia:. Once Upon a Crime a Minneapolis, Murder by the Book a Houston, I Love a Mystery a Kansas City, Square Books ad Oxford, MS., sono stati tutti meravigliosi. Ed è sempre meglio viaggiare con gli amici, ho avuto grandi soddisfazioni con Sean Doolittle e Victor Gischler. Molto meglio che farlo da soli.

Raccontaci qualcosa sugli altri tuoi libri ancora non tradotti in Italia.

Il prossimo romanzo di Billy Lafitte, Hogdoggin ', dovrebbe uscire per Meridiano Zero fra poco. Non sono ancora sicuro sulla data. Ma ho tre altri romanzi editi Psychosomatic, The Drummer, and Choke on Your Lies che potrebbero interessare ai miei lettori italiani. Hanno tutti troppo sesso e violenza e per questo  motivo alcune persone negli Stati Uniti li odiano e altri li amano. Chiamo Psychosomatic il mio "cartoon noir" perché è decisamente sopra le righe.

Sai se Meridiano Zero tradurrà in italiano qualche altro tuo libro?

Credo che tradurrà Hogdoggin , ma come per gli altri, spero che la gente convinca Marco a tradurli tutti!

Verrai in Italia a presentare di nuovo i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe tornare in Italia e vedere di più il vostro paese, e incontrare i miei  lettori italiani. Il mio amico Victor è stato più di tre o quattro volte ormai, e sono un po 'geloso, quindi spero di fare come lui e di essere invitato a tornare più volte.

Parlami del rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto te?

Mi piace parlare con i miei lettori. Molti di loro sono scrittori, troppi a dire il vero, e chiedono il mio parere sul loro lavoro. Sono sempre onesto, brutalmente anche, ma apprezzano. Sono anche felice di trovare nuovi lettori e sentire la loro. Mi possono seguire su Twitter @ DocNoir, o visitare il mio blog e lasciare commenti: http://anthonyneilsmith.typepad.com.

Infine, nel salutarci l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando al terzo romanzo con protagonista Billy Lafitte, così come ad alcuni racconti brevi che parlano dei suoi giorni da poliziotto in Mississippi. Allo stesso tempo, sto lavorando ad un follow-up di un thriller che ho finito di recente e ho intitolato All the Young Warriors. Spero di trovare presto un editore in modo che possa scrivere una nuova serie con protagonista un ex capo banda che diventa un "bravo ragazzo".

:: Recensione de “L’ultimo lupo mannaro” di Glen Duncan a cura di Valentino G. Colapinto

22 giugno 2011 by

Lultimo_lupo_mannaroL’ultimo lupo mannaro” di Glen Duncan: 480 pp., prezzo di copertina €16,90 [ISBN, 2011].
 
Gli appassionati di vampiri e lupi mannari si erano ormai rassegnati a vedere le loro amate creature dell’orrore ridotte a icone glitterate del paranormal romance, la versione aggiornata e fantastica dei romanzi rosa di una volta. Tutta colpa di Twilight (2005) e del suo enorme successo (abbastanza inspiegabile, visto che la Meyer scopiazza a destra e a manca). Be’, si sbagliavano.
Le creature immaginarie, lo sappiamo, si prestano a mille reinterpretazioni, ognuna di per sé legittima. E il britannico Glen Duncan (Bolton, 1965) con L’ultimo lupo mannaro riesce in un’impresa che molti credevano per l’appunto impossibile: ridare credibilità e vitalità agli uomini lupo, sottraendoli alle storie d’amore teenager-oriented per riportarli nel loro ambito naturale, l’orrore.
Perché di vero horror si tratta, seppure scritto con uno stile letterario, ricco di citazioni e allusioni, divertito e autoironico. Un horror con solide venature filosofiche ed erotiche: insomma, uno splendido banchetto per noi affamati lettori, perennemente alla ricerca di qualcosa di valido e originale.
 
Primo di una trilogia i cui diritti cinematografici sono già stati acquisiti dai fratelli Scott (Ridley e Tony), gran parte del romanzo è narrata in prima persona dal bicentenario Jacob Marlowe, l’ultimo lupo mannaro rimasto in vita. Tutti i suoi simili, infatti, sono stati sterminati dal WOCOP, un’associazione paramilitare segreta il cui scopo è dare la caccia alle creature soprannaturali (vampiri esclusi, giacché con loro hanno stipulato un proficuo accordo).
Finora Jacob l’ha sempre fatta franca, grazie anche all’aiuto del fedele Harley – membro del WOCOP ma suo amico da sempre, poiché gli deve la vita –, ma adesso è stanco di tutto e di tutti. Stanco di scappare e stanco della vita da uomo lupo, tutta imperniata sulla mensile trasformazione in bestia affamata di vite umane. A proposito, Jacob finora ha ne ha divorate circa 1.650, assimilandone dentro di sé i ricordi.
 
Altra ossessione licantropesca è quella del sesso. Vista la mancanza di un’esponente femminile della propria specie con cui accoppiarsi (un misterioso virus impedisce il contagio delle donne), Jacob è costretto a ricorrere a costose escort, pur di saziare i suoi appetiti animali.
Sì, perché la prima vittima del nostro poco fortunato eroe – aggredito per sbaglio da un lupo mannaro durante una scampagnata nei boschi – è stata proprio l’adorata moglie, per di più incinta di suo figlio (unica possibilità per lui di diventare padre, giacché i licantropi sono sterili), dopodiché ha deciso di rinunciare per sempre all’amore.
 
Arrendersi, quindi, e farla finita. Questa i progetti di Jacob, che saranno però imprevedibilmente scombinati da molti colpi di scena. I cacciatori del WOCOP, infatti, non gradiscono vincere facile, mentre i vampiri per qualche misteriosa ragione lo vogliono vivo e, come se non bastasse, forse Jacob non è davvero l’ultimo della sua specie…
Di più non diciamo per non rovinare la sorpresa al lettore, ma è evidente che qui abbiamo roba ben più sostanziosa dei soliti romanzetti per young adults e che i lupi mannari di Duncan, assassini, amorali e dotati di una fortissima carica sessuale, poco o nulla hanno a spartire con quelli della Meyer e molto col superuomo di Nietzsche.
 
Da segnalare il sito dedicato della casa editrice:
http://isbnedizioni.it/l-ultimo-lupo-mannaro/, dove tra le altre cose troverete le informazioni per partecipare a un interessante concorso. In palio un soggiorno alla Buchmesse di Francoforte, dal 14 al 16 ottobre 2011, e la possibilità di pubblicarne il reportage su Rolling Stone. Non dovrete fare altro che scrivere l’incipit del secondo capitolo della trilogia. E non perdetevi neppure il sito del WOCOP: http://www.thelastwerewolf.org/
 
Valentino G. Colapinto

Acquistalo su Libreriauniversitaria http://www.libreriauniversitaria.it/ultimo-lupo-mannaro-duncan-glen/libro/9788876382222

:: Intervista con Adriano Barone a cura di Riccardo Falcetta

21 giugno 2011 by

il_ghigno_dellTendenze recenti della narrativa fantastica italiana – Intro
 
Prima di entrare nel cuore del discorso, urge qualche considerazione preliminare.
 
Prima considerazione: il fantastico letterario è, per propria essenza originaria, il luogo primo e privilegiato della creazione. Lo è dai tempi dei miti: Genesi, Teogonia, Edda cos’erano se non storie inventate per raccontare (spiegare/ordinare) in resoconti simbolici l’origine delle cose? I racconti mitici sono da sempre principio e canone di ogni narrazione, fantastica e non. Va da sé allora che il fantastico, prima di ogni altra forma narrativa, è la ‘letteratura di idee’ per eccellenza. Non ci ingannino, nell’era dell’arte al consumo, desacralizzata e riproducibile, i meccanismi seriali, gli universi condivisi, le migliaia di storie nate da dispositivi paraletterari come i giochi di ruolo o come epigone di modelli esemplari. Il fantastico è una letteratura che non può rinunciare alle radici della narrazione (essendo essa stessa il terreno in cui dette radici affondano), e quelle radici le ripercorre coi flussi di sensibilità storiche e artistiche sempre diverse, spesso del tutto nuove.
 
Seconda considerazione: il racconto fantastico, per tale sua costituzione, è probabilmente la modalità narrativa più potenzialmente autoreferenziale, vale a dire la più incline non solo a produrre miti, ma anchequellapiù orientata a riflettere il valore mitopoietico dei racconti.
 
Terza considerazione: coincidendo coi primordi della narrazione tout-court, e con l’esigenza di rendere comprensibile il caos della storia e del reale, il fantastico è il luogo della narrazione popolare. Cosa sono gli archetipi narrativi se non modelli d’esperienza umana stilizzati, resi universali per essere comprensibili alle masse? Non serve forzare il discorso per arrivare a considerare gli archetipi (l’eroe, la nemesi, l’Ombra, il Messaggero…) come miti pop ante-litteram, caratteri di riferimento per l’immaginario collettivo. Eterni, riproducibili all’infinito, e ogni volta ‘altri’. Ogni volta: ‘creazione’.
 
     I preamboli erano doverosi al fine d’introdurre un discorso su alcunenuove tendenze che si delineano tra i lavori recenti di giovani scrittori italiani. Essendo storicamente accertato il sospetto con cui il mainstream culturale guarda alle letterature che considera ‘di consumo’, era importante ricordare alcuni dei motivi per i quali non è strano ma persino naturale che certi fenomeni si realizzino nell’ambito di un produzione di massa, intrisa di caratteri di genere, come quella fantastica.
     Eccomi al dunque.
     Nella primavera del 2009 Marsilio pubblica “Pan”, un romanzo dello scrittore horror Francesco Dimitri. L’anno dopo l’autore replica con “Alice nel paese delle vaporità” e, qualche mese più tardi, la giovane e intraprendente editrice Asengard lancia “Il sentiero di legno e sangue” e “Il Ghigno di Arlecchino”  rispettivamente di Luca Tarenzi e Adriano Barone.
Urban fantasy, steam fantasy, new weird, le etichette con cui si tenta una ‘sistemazione’ di opere che alle definizioni sfuggono per una sorprendente originalità concettuale. Romanzi diversissimi che per scelte, modalità e procedure denotano una certa coincidenza di intenti.
     La coincidenza principale è che tutti i testi citati, sin dai titoli, fanno rilevare corrispondenze evidenti con classici della tradizione moderna occidentale: sono tutte reinterpretazioni, riletture libere di opere o figure immortali della letteratura fantastica. Un corpus di opere che documenta una profonda conoscenza dei miti, delle favole e degli archetipi di tempi e tradizioni diverse, riletti in modi eclettici, filtrati attraverso idee speculative (biologia, universi paralleli, campi morfici…), la passione per le arti visive (surrealismo, metafisica, astrattismo e biomeccanica), il cinema e fumetto più anarchici e radicali.
     Un approccio comune che denota una possibile evoluzione del fantastico, che su binari molteplici e paralleli, sembra viaggiare qui da noi verso una definiva maturità. La questione merita il tentativo di un dibattito.
     Per questo nostro viaggio prevediamo, tre tappe. Ogni tappa affronterà una discussione con uno degli autori sopra citati. Partiamo dall’ultimo e andiamo a ritroso. Partiamo subito, la nascita di un inquietante buffone ci porta nel vivo della prima discussione.
 
1-     Il Barone e “Il ghigno di Arlecchino”
 
Un Multiverso sconvolto. Devastato da una guerra tra semidei (allusivi i loro nomi: Odin, Apollo) detti Tracciatori, entità che viaggiano tra le realtà del Multiverso e ambiscono al controllo assoluto.
     Nel tracciato di Sophia, il Barone, sorta di Frankenstein con un indice di pazzia all’ennesimo livello, ha già tentato di viaggiare tra le realtà del Multiverso ma i tutori dell’Ordine lo hanno respinto. Nondimeno al Barone rimane ben poco di umano: con la follia di una scienza ormai non più distinguibile dalla magia, dà vita a organismi di improbabile mostruosità, come la cavia con cui potrà sperimentare il passaggio tra i Tracciati del Multiverso. Ma, ontologicamente superiore per potere e mostruosa intelligenza, l’umanoide sfugge al controllo del suo padre/padrone per intraprendere un viaggio tra gli universi, verso il compimento della sua essenza divina primordiale: il trionfo del Caos!
     Adriano Barone, conosciuto per i racconti di “Carni (E)strane(e)”(Epix Mondadori) e per graphic novel come “L’era dei titani”, straccia i decaloghi delle regole del fantastico e li ricompone in modi narrativamente estremi, terminali. “Il ghigno di Arlecchino” è un romanzo che reca il fascino incerto e assillante che ti prende quando sei al cospetto di qualcosa di totalmente nuovo e alieno. Un’opera viscerale, di geniale osticità, a un passo dalla totale autoreferenzialità – che in casi come questo può non essere affatto un limite. “Il ghigno di Arlecchino”  è un racconto allegorico sull’essenza caotica e sul potere della Creazione, quando nasce e si libera dalle redini del proprio demiurgo, per esistere da sé, per sondare possibilità e ricreare interi rivoli di immaginario.
     La prima domanda all’autore viene ovvia:
 
     Per delineare il tuo ‘demone del caos’ ti rifai alla figura di Arlecchino, personaggio tra i più noti della Commedia dell’Arte italiana che però vanta una lunga e curiosa tradizione: la sua origine è infernale. Lo hai riletto come un trickster, un’ombra, con riferimenti estetici a “The Killing Joke” di Alan Moore e alla cultura neogotica. Vuoi raccontarci queste scelte e il processo di nascita di un personaggio tanto composito?
 
     Mi piace l’idea dell’outsider che crea scompiglio in una comunità chiusa. In generale preferisco i rompipalle agli eroi. Il trickster è un casinista, a me piacciono le persone e i personaggi così. La mitologia comparata poi è da sempre uno dei miei interessi e mi intrigava l’idea di far ‘collassare’ in un personaggio solo tutte le idee sul trickster. Tutte queste identità avevano bisogno di un collante e, pensando al racconto “Pentiti Arlecchino, disse l’Uomo del Tic-Tac” (di Harlan Ellison, nda), dove appariva un Arlecchino portatore di disordine in una società iper-organizzata, ho immaginato che la maschera di Arlecchino fosse la più adatta allo scopo.
     Poi, dato che il mio immaginario è prevalentemente visivo, i personaggi che mi sono venuti in mente per primi sono stati il Gatto del Cheshire di Carroll e il Joker. Tuttavia, la filosofia del mio Arlecchino è diversa rispetto a quella del Joker in “The Killing Joke”: lì il Joker proclama che la risata sia la risposta all’assurdità dell’universo. Arlecchino compie una riflessione sul suo ruolo di ‘re dell’inferno’, poi va oltre: decide di non distruggere, ma di creare – in diversi miti il trickster è anche il creatore dell’universo. Creando, Arlecchino lotta contro l’entropia: ogni atto creativo è un atto di ribellione contro l’universo. E la risata e l’atto creativo sono fondanti nella mia vita: ovvio che volessi scriverne.
 
     Il tuo Arlecchino però non sembra una creazione positiva, ordinatrice, ma distruttrice e caotica. È l’halle konig originario, il re dell’inferno, il serpente cristiano, il Loki norreno. Tutto, dallo stile (a volte semplice e scarno, altre destrutturato, delirante) alle figure narrative (ripescate e reinventate in modo eccentrico), dalla coesistenza di bio-scienze e magia, fino al densomelting di influenze estetiche, ogni elemento sembra veicolare una visione orgiastica, instabile di un Multiverso che appare come un gigantesco verminaio. Fino alle ultime pagine quando il buffone dice alla sua creatura: “non mi interessa portare la morte, voglio solo Caos, ma il Caos come morte è il sogno di un bambino”. E verso la fine “…non c’è più bisogno di essere me ed essere voi, di stare in un luogo o in altro, di essere un corpo o tanti corpi, stare dentro o fuori, essere presente (…), possiamo essere l’una e l’altra cosa (…) l’uomo è l’animale che lega il tempo ma noi libereremo il tempo”. Le immagini successive sono quelle di una profonda catarsi che forse sbeffeggia e annulla quello che era il senso del racconto mitico, la sua funzione ordinatrice sulla realtà. Tutto il senso della Creazione e della libertà sembra generarsi dall’annientamento, dalla distruzione delle categorie preesistenti  – corporee, teologiche, cosmologiche, estetiche, ideologiche, linguistiche, temporali.
 
    Come ho già accennato, il finale di Arlecchino parla di creazione e non di distruzione. La distruzione, se c’è, è dell’ordine pre-esistente e da quella deve nascere qualcosa di nuovo.
     Arlecchino comprende che la distruzione fine a sé stessa aiuta l’entropia, che distruggendo non provoca caos, ma accelera soltanto la fine delle cose. In quel momento Arlecchino capisce che il caos della creazione è un modo molto più radicale di opporsi: è il momento dell’acquisizione di consapevolezza del trickster, come creatore. Il mio romanzo è il racconto di come la figura mitologica diventa tale.
    
     Nella tua raccolta precedente, rileggevi a modo tuo alcuni episodi del “Genesi”. Adesso quelle suggestioni ritornano e paiono il tentativo di fondare una sorta di personale cosmogonia, tanto delirante quanto coerente. Com’è nato questo interesse per i racconti della Bibbia e l’esigenza di rileggerne il senso, gli avvenimenti? Come definiresti le tue ‘riletture’? La citazione di Giorgio Manganelli,  maestro di reinterpretazioni eclettiche, sembra dare indizi sul valore iconoclastico che queste assumono nella tua narrazione: “Non c’è una leggenda extra canonica che parla di una gran risata di Adamo morente? Dio dovette rimanere profondamente sconcertato.”
 
     Parto dal fondo: la citazione di Manganelli ha una doppia funzione. Innanzitutto è contestuale rispetto al mio personaggio, buffone cosmico che deride ogni cosa, perfino Dio. Manganelli lo tiro in ballo perché certi critici utilizzano il suo “Il rumore sottile della prosa” come un manuale di scrittura e di vita, dimenticando che l’ironia era una delle doti principali di Manganelli, il quale non stava scrivendo un testo prescrittivo/normativo, ma descrittivo (e soggettivo). E visto che si tratta di critici e scrittori estremamente accademici, che il fantastico non se lo cagano nemmeno di striscio, mi faceva ridere l’idea che in un romanzo come il mio, che certa critica considera automaticamente ‘inferiore’, venisse citato uno dei testi sacri di riferimento della letteratura ‘alta’. Insomma, la mia è una presa in giro. In perfetta linea con lo spirito del romanzo e del protagonista, no?
     Il motivo per cui riscrivo la Bibbia è semplice: la Bibbia è il libro. Un’opera fondante culturalmente e narrativamente, al pari dell’Epopea di Gilgamesh, dell’Iliade e l’Odissea. Per rifondare un’idea del mondo e un’idea di narrativa è quindi il libro da riscrivere. Comunque, nel racconto in cui riscrivo la storia di Caino e Abele, cito testualmente alcuni brani della Bibbia. Quindi la mia non è sempre ‘riscrittura’, a volte mi limito a citare parti della Bibbia che non sono note, ma che sono parte integrante del testo accettato canonicamente dalla Chiesa. Parti solitamente molto, molto, molto crudeli…
 
      L’impressione è che il discorso sia lungi dall’essersi esaurito o forse, è volutamente annegato nell’oceano di simboli. Arlecchino si riconosce nel serpente, il Male biblico. Poi introduci un ‘melaserpente’, facendo coincidere il frutto del peccato originario con il male stesso. Arlecchino afferra il melaserpente e lo costringe a mordersi la coda, dando origine a una sorta all’Oruborus e il contatto con l’essere divide  l’androgino originario in due parti – presumibilmente l’uomo e la donna. Ti va di spiegarci un po’ meglio il senso di questa tua visione?
 
     Ah, questo è un trip visivo, prima di tutto: il serpente senza la mela non avrebbe potuto avere effetti sull’umanità, la mela, da sola, senza un ‘agente provocatore’ sarebbe rimasta lì fino a che non fosse caduta sulla testa di Newton (questo ragazzo è un piccolo genio del male! Ndr J). Chiaramente, i due elementi avevano ragione d’essere soltanto se combinati, io adoro il principio di sintesi, quindi perché non applicarlo anche ai miti? Un ‘melaserpente’ è più efficiente di un serpente che fa mangiare una mela.
     Il mito dell’androgino esiste in diverse mitologie (e in alchimia) come simbolo della coincidenza degli opposti, una sorta di ‘perfezione originaria’ che mi sembra un mito molto più interessante della cacciata dall’Eden. Che probabilmente doveva essere un posto noiosissimo.
 
     Circa mistura di scienza e magia che hai attuato nell’Arlecchino: per autori che hanno precorso strade simili, (pensiamo al Jack Vance de “La terra morente”) la scienza regrediva fino a coincidere con l’antica magia. Nel tuo romanzo complessi apparecchi tecnologici e scienza di confine coesistono con il mito e gli incantesimi. C’è un confine tra le due dimensioni?
 
     Masamune Shirow in “Appleseed” faceva dire a uno dei suoi personaggi: “Che differenza c’è tra scienza e magia?” La risposta era: “Nessuna. Dipende dall’utente.” Concordo.
 
     La Genesi non è l’unico riferimento ai miti antichi. I Tracciatori sono divinità come Apollo e Odin, rispettivamente del periodo Ellenico e della mitologia Norrena. Ah Puk, parto di Arlecchino, si riconosce come Hel, la divinità infera dell’Edda. Lo stesso Arlecchino  parla, ragiona e da un certo punto in poi agisce come una divinità: è contemporaneamente maschio e femmina, è in grado quindi di partorire; inoltre per lui le categorie temporali e spaziali non hanno molto senso. Tu che senso dai ai concetti di ‘mito’ e di ‘divino’?
 
     Guarda, il nome di Ah Puch è azteco. Le mitologie delle civiltà pre-colombiane mi hanno sempre affascinato, anche perché all’università ho studiato letteratura ispanoamericana. Solo che è un nome maschile, quindi ho ‘ricordato’ la natura femminile della figlia di Arlecchino con il nome Hel, tratto dalla mitologia nordica, abbastanza inequivocabile. I miti nordici sono molto suggestivi e sempre molto vivi per un nerd dei fumetti Marvel, e quelli ellenici, per un nerd che ha fatto studi classici, sono un riferimento altrettanto presente.
     Ho “scelto” coscientemente alcuni miti piuttosto che altri perché le vicende del trickster in quelle mitologie erano episodi di acquisizione di esperienza e consapevolezza che volevo vivesse anche il mio personaggio. Nel romanzo ci sono riferimenti anche ai miti Navajo, e in generale a quelli dei nativi americani. Solo che avevo una storia da raccontare e il mio libro non è un saggio di mitologia comparata sulla figura del trickster, quindi ho evitato di metterci tutto quello che trovavo sul trickster solo per il gusto di far vedere quanti libri avevo letto sull’argomento.
 
     Si parla dell’etichetta di new weird, cui afferirebbero sia il “Ghigno” sia “Il sentiero di legno e sangue” di Tarenzi. Lo scrittore inglese Jeff Vander Meer definisce il new weird come un tipo di racconto “ambientato in un ‘mondo secondario’ e caratterizzato dalla fusione di elementi fantasy, fantascientifici e, talvolta, horror”.  Ti faccio notare come questa etichetta sia davvero limitante per i vostri romanzi. A mio avviso si tratta di sottoetichette acquisite dall’ambito anglosassone che dividendo non aiutano a far rilevare i caratteri ricorrenti di queste opere.
 
Mah, tanto in libreria finiamo tutti sullo scaffale fantasy, al massimo su quello dell’horror che solitamente è a fianco (in effetti l’Arlecchino, assieme agli ultimi citati romanzi di Tarenzi e Dimitri, sono tutti quanti finiti nella sezione fantasy del ‘Premio Italia 2011’, ndr). In teoria certe etichette aiutano i lettori a capire cosa trovi dentro ai romanzi: spiegare che una storia è ambientata in una città contemporanea piuttosto che in un ipotetico medioevo o in passato alternativo da almeno un’idea minima dei contenuti di un romanzo. Non della sua qualità, certo.
 
     La prima tendenza comune è l’evidente attitudine alla reinterpretazione/commistione di caratteri e fabule preesistenti, pratica che esiste da sempre nella narrazione ma che qui diviene cifra stilistica consapevole, dichiarata e comune tra autori di uno stesso ambito letterario e della stessa generazione!
 
Affrontare la scrittura di un archetipo, rende inevitabile il fatto che la tua scrittura sia in realtà ‘riscrittura’. Non so dirti perché ci sia questo punto in comune con le opere di alcuni colleghi. Forse perché si è consapevoli che si sta in un certo senso fondando una ‘nuova’ tradizione italiana del fantastico, inscrivibile in un contesto ‘internazionale’, e non solo erede del fantastico nazionale, per cui esiste un bisogno di appoggiarsi ad archetipi molto forti. Forse.
 
     La seconda costante rintracciabile è il nutrirsi, da parte di queste opere, ossessivamente di arte tout court. L’Arlecchino contempla una quantità impressionante di riferimenti all’arte figurativa (surrealismo, metafisica, astrattismo, biomeccanica, fumetto), investendo non solo i fondali, ma intere scene e il senso della narrazione, conferendole un’eccezionale qualità simbolica e tentando una visione cosmica totalizzante.
 
     Questo è semplice: molti dei lettori di fantastico sono dei nerd. Questo è un aspetto che ogni critico che vorrà dare un’immagine precisa della nuova letteratura fantastica italiana dovrà tenere in considerazione. Certo, potranno essere trovati punti di continuità con il fantastico italiano precedente, da Buzzati a Calvino, ma la verità è che i nostri romanzi potranno essere capiti solo in un’ottica comparativista: non si potrà prescindere da Stephen King, da Clive Barker, da Neil Gaiman (faccio solo qualche nome), in generale dai grandi narratori anglosassoni e dalle letterature di cui ciascuno di noi è appassionato.
     Se si legge “Carni (e)strane(e)”, uno dei riferimenti sono “I racconti di pioggia e di luna” di Akinari Ueda, ma anche Angela Carter, Julio Cortàzar.  In “Arlecchino” è fondamentale l’influenza di William Burroughs. Quale italianista, mi chiedo, sarà mai in grado di parlare di competenza di libri che partono da letterature così diverse, sia diacronicamente che diatopicamente?
     Non si potrà prescindere, inoltre, dall’estetica dei cartoni animati giapponesi e delle serie TV americane.
 
     A proposito di Giappone: dalla visceralità delle immagini e della ‘scenografia’ generale del romanzo, cupissima, ho dedotto un amore per certo cinema estremo e underground giapponese. Osservando il tuo Arlecchino in azione, la violenza espressiva, i fluidi, le mutazioni, mi è venuto in mente un film come “Pinocchio 964”. Non mancano nemmeno i robot giapponesi in una zona tra le più oscure del tuo romanzo…
 
     I film orientali sono gli unici che guardo. Conosco Shinya Tsukamoto, adoro Takashi Miike (che non mi sento di definire ‘estremo’). In generale, come già detto, la mia immaginazione è ‘visiva’. Quindi: fumetti, telefilm, film, fotografia, arte, tutto entra nel calderone marcio del mio cervello ed è portato al punto di fusione. Le sperimentazioni linguistiche di Arlecchino hanno origine, tra le altre cose, anche come tentativo di tradurre in linguaggio le sperimentazioni registiche di certo cinema giapponese e hongkonghese.
 
     Nella produzione orientale però le innovazioni viaggiano alla stessa velocità della violenza espressiva che propongono. A questo punto allora mi interessa anche sapere il tuo parere di autore sulla necessità di una simile radicale carnalità in un romanzo fantastico che presumibilmente può facilmente essere acquistato anche da ragazzini non ancora ‘mature readers’. Che attenzione dai quando scrivi alle questioni di vendibilità, mercato e target, in un genere che a sembra vivere di certe precise fasce di pubblico?
 
     Mah, sinceramente sono convinto che abituare i lettori a immaginari alternativi sin da giovani sia una cosa molto sana. In Arlecchino c’è sesso, c’è violenza e un sacco di volgarità. È esattamente quello che vogliono i ragazzini, che sono molto più mature readers (= ‘sgamati’) di quanto si pensi. So per certo che il libro è stato letto da un’insegnante di scuola superiore a Trento e che i ragazzi sono stati entusiasti. Quindi no, non ho in mente specifiche fasce di pubblico. Per un grosso editore le politiche di target sono molto più specifiche e lì sicuramente dovrei pormi il problema.
 
     Tra le caratteristiche che ti accomunano ai tuoi colleghi c’è infine l’impulso speculativo e meta-letterario. “Il Ghigno” è narrazione che si interroga apertamente sui meccanismi creativi, sulla natura dell’opera d’arte e sul ruolo del creatore. Arlecchino è il magnus opusche permetterà al Barone di esplorare nuove possibilità attraverso la sua immaginazione. Ma la Creazione sin dalla sua nascita è consapevole, dotata di intelligenza propria, si conosce e cerca di sottrarsi alle angherie del proprio creatore e al Tracciato di Sophia – anche qui un concetto speculativo. La Creazione vuole rendersi autonoma. E il Caos, forza propulsiva e motore del racconto; elemento essenziale, necessario, della (tua) Creazione. Scrivi pensando ai molteplici livelli di lettura?
 

     Purtroppo ho una formazione accademica, il che vuol dire che c’è uno snob fighetto dietro la mia spalla che parla con la R moscia e mi fa pensare a sperimentazioni stilistiche a cui non vorrei/dovrei pensare. Mentre scrivo una storia, che resta il mio obiettivo principale, i sottotesti vengono fuori. Se hai una visione del mondo, è chiaro che con la storia emergerà anche ‘altro’, senza che per questo il testo sia appesantito da quella cosa che alcuni chiamano “Messaggio” (con la maiuscola). Insomma, devi essere prima un essere umano per essere uno scrittore, non viceversa.
     Essendo il trickster  un archetipo di figura creatrice, non potevo esimermi dal non ragionare sul principio di creazione, che per uno scrittore è rappresentato dalla scrittura stessa. Quindi quando il romanzo ha cominciato a sfuggirmi di mano, ho pensato che fosse logico che il creatore del personaggio (un essere che lui non riesce a controllare) fossi io. È un gioco meta-narrativo che ho già compiuto nel mio fumetto “Tipologie di un amore fantasma”, dove il protagonista ha la mia faccia (ma in quel caso non sono io).
 
     Non c’è quindi nessun tipo di ‘piattaforma programmatica’ tra voi autori, una discussione in atto sul vostro lavoro? L’impressione è che queste pratiche stiano portando a un movimento squisitamente autonomo, forte di caratteri propri e adulti, ormai ai confini tra le nicchie.
 
     Uhm, non che io sappia. Io mi confronto su base quasi giornaliera con Luca Tarenzi e anche con altri scrittori come Samuel Marolla, perché siamo prima amici e poi colleghi. Chiaramente, essendo sia amici che colleghi che grandissimi nerd, si finisce a parlare dei prossimi libri, poi però ciascuno di noi ha in mente piani e strategie diverse. No, direi che il movimento, se si formerà, sarà più un’operazione di marketing, perché di piani comuni non ne vedo proprio. Il tipico egotismo autoriale italiano.
    
     Nel racconto acquista particolare importanza simbolica il ghigno del protagonista. Il suo sorriso beffardo si configura come principio di sovvertimento dell’ordine.
 
     Come dicevo all’inizio, la risata possiede una forza incredibile: non risparmia nessuno, neanche i potenti. La risata sfida l’autorità e il principio di autorità. E io ho grossi problemi con chiunque voglia impormi un qualsiasi tipo di autorità. La risata ha (anche) un profondo valore politico.
 
     Voglio provocarti: qualche esperto della ‘vecchia guardia’ ritiene che “roba del genere non porterà a nulla, che si tratta di polpettoni intellettualoidi, sterili, velleitari che faranno involvere il fantastico, allontanando il pubblico, che avrebbe ben altre esigenze quando sceglie di leggere un certo tipo di cose”. Insomma per qualcuno quella qui delineata è una tendenza troppo autoreferenziale. Al di là delle idee di ognuno, la domanda necessaria è: come mai tanta urgenza teorica? Pensi che un certo grado di auto riflessività nelle opere possa dare al fantastico una sua dimensione piu adulta e consapevole?
 
     Boh, in realtà non ho nessuna urgenza teorica. Come ha scritto un collega sul suo blog, quando ho un’urgenza, vado in bagno (qui l’autore attinge alle altezze auliche della sua ‘formazione accademica’ , d’altra parte l’intervistatore ammette di essersela cercata! Jndr) Scherzi a parte, se avessi urgenza teorica scriverei dotti saggi sull’argomento. Io invece scrivo romanzi, racconti e fumetti. E spero film, prima o poi. I saggi li lascio agli accademici. L’auto riflessività non credo sia fondamentale. L’importante è raccontare buone storie e avere molta immaginazione per creare mostri fighissimi.
 
     Darai un seguito all’Arlecchino?
 
     Direi proprio di no. Mi interessava raccontare di un personaggio quasi onnipotente, ma troppo stupido per sfruttare poteri che tra l’altro non controlla e con un forte deficit emotivo: un personaggio profondamente imperfetto. “Il ghigno di Arlecchino” è un po’ l’archetipo del ‘Trickster Year One’, un personaggio ancora nella condizione di rookie, che non ha ancora compreso come usare i suoi poteri. Un personaggio totalmente onnipotente e perfetto sarebbe stato noiosissimo! Come disse Warren Ellis parlando del suo speciale su Solar, un personaggio a fumetti che era in definitiva Dio, chiese: “How can you tell the monthly adventures of God? Mi piacerebbe prima o poi dedicare uno spin-off ad Ah Puch, magari solo un racconto breve.
 
     Nell’ideale divisione tra coloro che scrivono ‘per sé’, assecondando le proprie ossessioni (“cosa può significare per me raccontare questa storia?”) e coloro che scrivono con un occhio al pubblico (“cosa può significare per la gente questa storia? Cosa aggiungerà a quanto già detto da altri?”), sebbene il fantastico penda da sempre verso la seconda categoria, questo tuo libro dimostra di voler stare per forza nella prima, ma per starci del tutto, nel cosiddetto ‘mainstream’, potrebbe risultare troppo estremo, di confine. Cosa è per te la scrittura? Perché hai scelto il fantastico, anzi questo tipo di fantastico – radicale, d’avanguardia, ultra contaminato – per raccontare?
 
     In realtà, ho scritto Arlecchino pensando che lo stile dovesse andare di pari passo con la stranezza degli eventi narrati. Forma e contenuto sono imprescindibilmente connessi. Pensa a un Arlecchino scritto in maniera tradizionale: forse sarebbe stato meno oscuro, avrebbe richiesto meno sforzo al lettore per entrare nel suo mondo. Mentre io volevo un mondo che disorientasse. E per disorientare doveva essere raccontato come l’ho raccontato.
     Quindi sì, scrivo ‘per me’, nel senso che scrivo libri che non trovo in libreria, ma come dicono gli scrittori di ‘bizarro fiction’, vorrei che i miei libri finissero in un’ipotetica sezione cult delle librerie (le quali, tra poco a causa degli e-book, probabilmente spariranno, anche se con un processo più lento di quello che sta avendo luogo in USA). Quindi scrivo anche per i lettori, ma per lettori curiosi di roba strana. Di gente che fa mainstream (di buona qualità o meno) ce n’è già.
 
     Tu hai anche lavorato nel campo del videoclip e del fumetto. Vuoi parlarci degli aspetti di quelle esperienze connesse alla tua produzione letteraria? Ritieni ci sia qualche legame tra quanto stai realizzando nella scrittura e quanto hai realizzato in quei campi?
 
     , il legame c’è perché sono sempre io che scrivo.
     No, perché in campo video non ho ancora prodotto niente di cui mi senta soddisfatto. Poi non percepisco differenze nella scrittura di prosa o per il video. Certo, per il video c’è la limitazione del budget, ma non ne percepisco altre.
 
      So che hai appena concluso la stesura di un nuovo romanzo breve. Vuoi dirci qualcosa a proposito, anche in relazione a quanto dibattuto? Come mai la preferenza di una forma breve in un periodo in cui il volume dei libri è direttamente proporzionale all’attenzione da essi ricevuta?
 
     Prima di tutto ‘breve’ è il formato della collana in cui apparirà. E poi perché come al solito con le idee con cui altri autori ci fanno una trilogia di libri ‘ciccionissimi’ io ci faccio un romanzo breve.
     Il titolo è “Zentropia” ed è un romanzo che ho fatto fatichissima a scrivere, perché, fondamentalmente, si tratta di un romanzo realistico. Cioè, come vedo io il reale, quindi non proprio la realtà generalmente condivisa. Comunque uscirà per la collana “Inchiostro Rosso” (http://rivoltanoir.wordpress.com) di Agenzia X e se dovessi definirlo in sintesi, direi che si tratta di un romanzo ‘distopico-zen’, come l’avrebbe scritto Tarantino: molto tamarro, spero anche divertente, che faccia ridere, o almeno che lasci un ghigno sul viso del lettore.
 
(a cura di Riccardo Falcetta)

:: Intervista con Sergio “Alan” D. Altieri a cura di Giulietta Iannone

20 giugno 2011 by

altieriBenvenuto Sergio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. È un grande onore averti sulle nostre pagine. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora ora ti dico tutto quello che so di te poi tu aggiungerai quello che manca. So innanzitutto che sei lombardo come me, nato a Milano nel 1952, ti sei laureato in ingegneria meccanica, hai vissuto negli Stati Uniti, oltre a fare il direttore editoriale sei uno scrittore, un traduttore e uno sceneggiatore. Ora a te la parola.

Anzitutto, un profondo ringraziamento per ospitarmi sulle vostre pagine, un doppio rigraziamento per lo spazio e l’interesse che dedicate agli Autori e alla scrittura. Non dimentichiamoci che la media della lettura in Italia è 0,75 libri all’anno pro-capite. Non esattamente incoraggiante. Per cui, chiunque decida d’interessarsi di autori narratori, libri, scrittura… well, gets my vote. Venendo al mio lavoro, la sintesi che ne fai è pienamente centrata. Posso aggiungere di essermi formato da ragazzino proprio sulle collane da edicola Mondadori — Giallo, Segretissimo, Urania — delle quali poi ho avuto il privilegio di diventare Editor. Quello che definisco “il demone di raccontare storie” mi ha posseduto fino dall’eta’ di circa quattordici anni. Piccoli racconti sostanzialmente di SF, molto derivati dal lavoro dei grandi maestri come Asimov, Clarke, Simak, Heinlein.

Il tuo romanzo di esordio si intitolava Città Oscura un thriller d’azione molto adrenalinico, ambientato in una Los Angeles in bilico tra Fuga da Los Angeles di Carpenter e Sin City dei fumetti di Frank Miller. Che ricordi hai dei tuoi inizi, della tua strada verso la pubblicazione?

Ti ringrazio di avere citato “Citta’ Oscura”, il mio primo libro pubblicato che ancora oggi viene da molti considerato l’antesignano dei “thriller metropolitani”. Ecco pero’ un aneddoto forse poco conosciuto sui miei esordi. In realta’, iniziai il mio primo “libro grosso” nei primi anni ’70, e gia’ da allora ero affascinato da vicende catastrofiche. Quel libro NON ERA “Citta’ Oscura”. Al fulcro della storia — inevitabile effetto della dura situazione di scontro politico e sociale di quegli anni — c’era un colpo di stato militare in Italia, seguito da guerra civile da disgregazione su vasta scala, suggerita ma mai chiaramente definita. Era gia’ un testo di grossa lunghezza, superiore alle 700 cartelle dattiloscritte: considera che a quel tempo non esisteva ancora quel meraviglioso giocattolo oggi chiamato “personal computer”. Per quel primissimo lavoro — tralascio i dettagli della presentazione del lavoro medesimo sulla scena editoriale — riuscii addirittura a ottenere un contratto di pubblicazione con un valido editore. A cui segui’ un editing prolungato e approfondito. Quell’editing — a opera di uno straordinario uomo di libri di nome Vincenzo Accame — a tutt’oggi rimane per me tra le esperienze di apprendimento piu’ fondamentali in materia di scrittura e tecnica narrativa. Purtroppo, i tempi editoriali per la pubblicazione si dilatarono su un arco di anni. Fast-forward. Tra il 1978 e il 1980 avevo gia’ scritto il mio secondo romanzo: “Citta’ Oscura”. Un diverso editore — il grandissimo Andrea Dall’Oglio, che poi divenne il mio editore primario nel marchio Corbaccio — decise di pubblicare “Citta’ Oscura” in tre settimane dopo che glielo ebbi presentato. Questo porto’ a una situazione di conflitto quasi paradossale. La mia opera prima, ormai narrativamente e politicamente “datata”, sarebbe apparsa dopo “Citta’ Oscura” e con  un diverso editore. Un conflitto che mi costrinse a prendere la tutt’altro che facile decisione di NON pubblicare l’opera prima, rimanendo poi con l’editore Dall’Oglio. Ti posso garantire, fu un boccone all’acido cianidrico. Ma ancora oggi ritengo sia stata la cosa sensata da fare. Dopo “Citta’ Oscura”, pubblicato nel 1981, esattamente trent’anni da oggi, il demone della scrittura ormai era “al top”. In meno di due anni scrissi — prima a mano e poi con la macchina da scrivere — altri due libri: “Alla fine della notte”, thriller spionistico da Guerra Fredda, e “L’occhio sotterraneo”, il mio primo, vero thriller apocalittico. Nel 1983, ebbe poi inizio la mia esperienzza negli Stati Uniti, lavorando come “story-editor” — l’equivalente di editor per una compagnia di produzione cinematografica — per il leggendario, purtroppo compianto mega-produttore Dino De Laurentiis.

Negli anni ’80 hai lavorato molto nel cinema, faccio due nomi Velluto blu e L’anno del dragone. Raccontaci un episodio bizzarro, divertente, imbarazzante che ti è successo sul set di questi film.

La domanda e’ estremamente provocatoria e pertinente. Ed e’ proprio per questo che mi piace. Da “trentenne rampante immigrato” quale ero, lavorando per Dino De Laurentiis, mi ritrovai a contatto con registi del calibro di David Lynch, Micheal Cimino, David Cronenrberg, John Carpenter, solo per citare le “leggende”. Tutti questi grandi maestri furono con me di straordinaria umanita’ e gentilezza. In “Blue Velvet” — nella “location” Wilmington, North Carolina —  David Lynch mi permise di “guidare il taxi” nella scena in cui Kyle McLachlan scende di fronte alla casa di Isabella Rossellini. Sto ovviamente parlando dei personaggi del film. Ci vollero’ quattro “takes” perche’ riuscissi a fermare il taxi proprio nel punto giusto della ripresa. In quei quattro “takes” Kyle si rivelo’ uno dei esseri umani piu’ simpatici e inaspettati che abbia mai incontrato. Osando di tutto e di piu’ — nella lavorazione de “L’anno del dragone” — cenai con Michael Cimino in uno di quei ristoranti di New York dove servono bistecche alla brace alte due dita. Gli posi una domanda che mi stava sullo stomaco fin da quando avevo visto quello che ancora e’ considerato il suo capolavoro: “The Deer Hunter” (Il Cacciatore). Ecco la domanda: “Michael, ma perche’, alla fine di tutta quella tragedia, fai cantare ai tuoi personaggi l’inno americano?” La sua risposta, straordinariamente sincera e disarmante: “Perche’ non hanno trovato niente di meglio da cantare.” D’accordo, quella cena mi e’ costata centoventi dollari. Ma ne e’ valsa centoventi volte la pena.

Cambiando del tutto genere recentemente hai scritto una trilogia a sfondo storico Magdeburg composta da L’eretico, La furia e Il Demone. Vuoi parlarcene?

Ack! La classica domanda da un milione di dollari (credo il dollaro valga ancora qualcosa). Battute discutibili a parte, la “Trilogia di Magdeburg” e’ verosimilmente il “pezzo duro” del mio percorso di narratore. Parlarne per esteso richiederebbe uno spazio web che non mi sento di infliggere ne’ a te ne’ ai nostri lettori. Cercherò quindi di metterla in forma forse anche troppo sintetica:

— il mio primo concetto arriva dagli anni del liceo, in cui appresi che in Europa, tra il 1618 e il 1648, era stata combattuta una guerra chiamata “Guerra dei Trent’Anni”;

— domanda: come accidenti e’ possibile che una guerra possa andare avanti per trent’anni?;

— risposta: non avevo ancora il concetto di “guerra generazionale”, vale a dire un conflitto in cui il bastone del testimone viene passato senza soluzione di continuita’ da una generazione alla successiva…

… fino al paradosso che ci si dimentica del perche’ si combatte. L’esempio piu’ classico di “guerra generazionale” che abbiamo a tutt’oggi e’ il coflitto tra israeliani e palestinasi.

— anni dopo, era il 1974, vidi un film chiamato “The Last Valley” (L’Ultima Valle), un grandioso affresco proprio sulla Guerra dei Trent’anni scritto e diretto dal grande autore australiano James Clavell, il cui testo letterario piu’ celebre e’ “Sho-Gun”, la saga del navigatore britannica John Blackthorne nel Giappone imperiale del XVII Secolo;

— quel film e “Madre Coraggio e i suoi figli” il capolavoro teatrale di Berthold Brecht intitolato, sono le radici di “Magdeburg”;

— quasi trent’anni piu’ tardi — la sintesi dell’intera trilogia e’ del 1993 e i primi capitoli de “L’Eretico” vennero scritti nel 2000 — con sette anni di scrittura e duemila pagine di testo, ecco quindi la “Trilogia di Magdeburg”, il mio “pezzo duro” di narrativa storica;

— in questo trittico, con l’intrigo dei personaggi in rimo piano, sullo sfondo cerco di rappresentare l’equivalente di quell’epoca, la prima meta’ del XVII Secolo, di una guerra nucleare di oggi.

— se io sia riuscito o meno nell’intento, che siano i lettori a giudicarlo.

Ho letto una tua bella e divertente intervista di Marilù Oliva dove si accenna ad un tuo vago accento da Cowboy. Tutto vero?

Ho grande simpatia per Marilu, e grande stima per il suo lavoro di Autrice. Il suo “Tu la pagaras” e’ un vero gioiello del noir contemporaneo. Quanto al mio accento da “cowboy”, con quei vent’anni di Stati Uniti alle spalle, immerso nella lingua americana, well, I guess, it’s just about inevitable, to pick up some of that drawl… Ooops, mi e’ scappato di nuovo.

Come è la situazione editoriale in Italia rispetto alla tua esperienza negli Stati Uniti?

Direi che la differenza piu’ sostanziale sia la percentuale dei lettori. L’Italia rimane uno dei paesi al mondo nei quali si legge di meno: in media 0,75 libri all’anno pro-capite, ultimo posto in Europa per la lettura dei quotidiani. Il web, in tutte le sue forme sia d’informazione che di diffusione testi, ha un po’ alzato le percentuali, ma comunque non in modo significativo. Il “mostro con un occhio solo” — la televisione, per intenderci — e’ l’idrovora che continua a fagocitare tutto e tutti. Un unico esempio che trovo molto significativo: il quotidiano piu’ venduto in Italia, il Corriere della Sera con le sue ottocentomila copie (in una buona giornata), a confronto con il telegiornale meno visto in Italia, il TG4 con quasi 4 milioni di spettatori. Al contrario, il lettore medio americano legge da 3 a 5 libri all’anno. Inoltre, nelle grandi citta’ — dove si concentra la meta’ della popolazione degli Stati Uniti — i grossi quotidiani come NY Times, LA Times, Washington Post, Chicago Tribune, tra vendite dirette, abbonamenti cartacei e utenti web hanno percentuali di lettura nell’ordine dei milioni di copie. L’altra sostanziale differenza tra la situazione editoriale italiana e quella americana e’ il rapporto tra edizioni rilegate ed economiche. In Italia, il rilegato copre i quattro quinti delle vendite. Negli Stati Uniti, il tascabile copre i due terzi delle vendite. Infine, il mercato in ascesa degli e-book: Italia 2 percento, Stati Uniti, 15%. Solamente numeri, ma a non trattarli con il massimo rispetto tornano a vendicarsi.

Hai tradotto per i Meridiani di Mondadori Raymond Chandler e Dashiell Hammett due autori che adoro in assoluto, veri maestri del hard boiled, confrontami i loro stili, i loro punti deboli e quelli di forza.

Concordo appieno con l’adorazione verso questi due straordinari maestri. In particolare, nei due volumi del meridiano Chandler, ho avuto l’onore di lavorare al fianco con la grandissima Laura Grimaldi, che considero uno dei miei mentori sia per la narrativa che per l’editoria. Tornando all’opera di Hammett e Chandler, parlare di punti deboli e’ impossibile. Semplicemente non esistono punti deboli ne’ nella loro “filosofia letteraria” ne’ nei loro scritti. Al fulcro sia di Hammett che di Chandler, la figura del “cavaliere in armatura di flanella grigia”, il detective privato duro ma non necessariamente puro, comunque ancora dotato di etica in una societa’ gia’ corrotta, forse irrimediabilmente corrotta, nel profondo. Da traduttore — ma e’ molto piu’ corretto che vi rimandi agli eccezionali i saggi critici che accompagnano entrambi i Meridiani — direi che le differenze nel lavoro di questi straordinari maestri siano sostanzialmente due:

— l’approccio al protagonista: piu’ distaccato e cinico l’investigatore di Hammett, piu’ esistenziale e crepuscolare l’eroe di Chandler;

— gli stili: essenziale fino a diventare quasi barocca la scrittura di Hammett, di cartesiana eleganza e raffinatezza quella di Chandler.

Ancora oggi voglio ringraziare Renata Colorni ed Elisabetta Risari, le due golden ladies dei Meridiani Mondadori, per avermi dato la lusinghiera opportunita’ di rendere onore al lavoro degli autori che piu’ qualsiasi altro hanno influenzato il mio lavoro di narratore.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Dal mio personale punto di osservazione, negli ultimi anni il paesaggio narrativo italiano ha acquisito una fenomenale vitalita’. Molti nuovi autori, molti nuovi lavori, molte nuove sfide. In cima alla lista degli Autori italiani che piu’ rispetto e dei quali non mi perdo un solo libro si trovano, ex-aequo:  Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Raul Montanari, Danilo Arona, Franco Forte, Nicolo’ Ammanniti, Gianni Biondillo, Alessandro Defilippi, Mauro Marcialis, Alfredo Colitto, Giulio Leoni, Gianfranco Nerozzi, Stefano Di Marino, Bruno Arpaia, Claudia Salvatori, Elisabetta Bucciarelli, Nicoletta Vallorani.

In tutta onesta’, la parola “esordiente” non mi piace troppo. Un narratore resta comunque un narratore, sia che i suoi lavori appaiaono sul web che in rilegato da un grande editore.Sempre restando sugli italiani, ritengo che possiamo contare su almeno due nuove generazioni di talenti in rapida ascesa. Mi limito a citare solo i nomi a me piu’ vicini:

Roberto Riccardi, Piernicola Silvis, Stefano Pigozzi, Samuel Marolla, Barbara Baraldi, Adriano Barone, Vincenzo Spasaro, Simonetta Santamaria, Zarini & Novelli, le Sorelle Martignoni.

Diversissimi per tematiche e stili, ma uniti nella straordinaria voglia di narrare. Go for it, Kids!

Progetti per il futuro?

In questo scorcio pre-estivo 2011, assieme al grande maestro Gaetano Staffilato — uno tra i piu’ straordinari linguisti italiani — sono impegnato nella traduzione del nuovo, attesissimo volume della monumentale saga fantasy di George R.R. Martin “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. A proposito: non perdete l’ottima serie televisiva prodotta dalla HBO del primo volume della saga, “Il Gioco del Trono” (A Game of Thrones). Per quanto riguarda la mia di scrittura, ho non meno di cinque libri gia’ completamente strutturati. Tra essi, i due volumi che dovrebbero concludere la “Pentalogia dello Sniper” Russell Kane, e quello che potrebbe essere il “pilot” di una nuova serie d’impianto decisamente futuristico. Al tempo stesso, il progetto al quale vorrei davvero dedicarmi nel 2012, well, okay, so be it: “Magdeburg 4: La Via della Spada”. E’ un testo che definirei un “prequel parallelo” al trittico di Magdeburg — ambientato quasi interamente nel Giappone imperiale successivo alla fine delle guerre feudali — in cui descrivo come Wulfgar e’ diventato Wulfgar. Potrei mettere altri “hamburgers on the grill” (tornando all’accento da cowboy che piace tanto a Marilu, ma credo possa bastare cosi’.  Un grande grazie a tutti per avermi seguito. E ricordate: leggere-leggere-leggere!

:: Intervista a Andrea Pelfini boss di Pegasus Descending

18 giugno 2011 by

Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere. Nei rapporti di buon vicinato tra blog letterari è d’obbligo segnalare gli amici e i colleghi di cui si segue assiduamente il lavoro. Dunque facciamo le presentazioni, ti chiami Andrea Pelfini sei il curatore poco convenzionale di Pegasus Descending. Parlaci un po’ di te, uomo per certi versi misterioso, descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.

Beh, prima di tutto grazie per il tuo essere una lettrice di Pegasus Descending. Sai, una delle tante balle che si raccontano nel mondo della letteratura – e di quello che intorno a questa arte ci gira intorno – da sedicenti intellettuali con in brandy in mano è che la gente scriva per se stessa. Cazzate. Tutti scrivono per gli altri, scrivono per essere letti da altre persone, alla ricerca di fama e immortalità o, più semplicemente, per sbarcare il lunario. Chi dice il contrario mente, perché esiste solo quello che si percepisce e uno scrittore o un blogger non letto non esiste. Quindi grazie per farmi esistere! Venendo alle presentazioni, bah, non è che ci sia molto da dire: sì, il nome è giusto, presente. Ho iniziato la mia carriera scolastica tre il 1985 e il 1986 in un asilo di suore – ho ancora gli incubi a pensarci – e non ho ancora finito. Ho studiato medicina e scienze politiche, ora mi sto specializzando in scienze cognitive. Non so se serva, ma studiare è una cosa che mi appaga e, nonostante tutto, a volte, riesce a sedare un poco la mia curiosità. Intanto lavoro in una casa editrice di enigmistica, dopo aver passato cinque anni in un Blockbuster a noleggiare film e vendere videogiochi e aver fatto due figli. Non al Blockbuster, quelli, ma a casa. Fisicamente credo di non essere particolarmente originale, qualche milione di anni di evoluzione mi hanno forgiato con due braccia, due gambe e un naso, oltre a tutto il solito corredo di attrezzi che ci portiamo addosso: milza, intestino, cervello, stomaco etc. Ah, se può interessare i tuoi lettori, e a differenza di alcuni di loro, non ho più l’appendice. Credo sia interessante saperlo.

Pegasus Descending un blog che segnalo tra i più interessanti in circolazione dedicato alla narrativa e al cinema di genere pulp, thriller, hard boiled, noir. Un blog tosto insomma. Come è nato?

È nato per caso. Prima di Pegasus Descending avevo fondato una piccola rivista online di cultura e politica, L’Idea, in cui cercavo di parlare di questi temi con ragione e pacatezza, non rinunciando alla dialettica, ma sempre mediata dall’argomentazione oltre gli steccati ideologici che incatenano le menti (cavolo, mi sembra di parlare come Vendola…). Voleva essere un punto di incontro collettivo per giovani e meno giovani che avessero voglia di scrivere e confrontarsi, condividendo quello che uno sa con il prossimo e garantendo, così, un giovamento reciproco. Beh, la cosa non ha funzionato, non aveva accessi e nessuno sembrava avere una gran voglia di scrivere, dovevo pregare le persone per un pezzo da dieci righe etc. Sono stato fermo per un po’, poi, però, la voglia di scrivere e parlare di quello che vedevo e leggevo era troppo forte. Collegato alla rivista avevo un blog, L’Ideablog, e un giorno in cui non ero particolarmente impegnato ho postato una recensione su un film di Fausto Brizzi, Ex, che avevo appena visto al cinema. Qualche tempo dopo ho comprato, ancora una volta per caso, Un sudario non ha tasche di Horace McCoy e ne ho scritto una recensione. È anche grazie a quel libro che ho conosciuto Luca Conti, leggendo una sua postfazione e poi cercando il suo blog su internet. Mi sono detto: perché non provare a tenere un blog sul thriller, noir, pulp e affini? Poi la cosa ha preso piede e da un post ogni tanto sono diventati due, poi tre, infine cinque alla settimana. Hanno cominciato a contattarmi autori più o meno noti e uffici stampa, ho iniziato a fare interviste a scrittori italiani e stranieri o ad andare a presentazioni di libri a Milano. Il nome del blog, ancora una volta, è nato per caso: stavo leggendo Prima che l’uragano arrivi di James Lee Burke, il cui titolo originale è proprio Pegasus Descending. Mi piacque subito e decisi di intitolare così il blog.

Nel tuo blog si danno appuntamento semplici lettori e traduttori, editori. Sei diventato una sorta di punto di riferimento. Come vivi questo ruolo di maestro di cerimonie?

La cosa mi fa piacere, soprattutto perché è un riconoscimento del mio lavoro, del fatto che qualcosa di buono c’è. Poi credo molto nel creare un punto di contatto tra lettori, editori e tutte quelle altre persone che lavorano nel mondo dell’editoria, traduttori in primis. Credo che, a maggior ragione in questo periodo non splendente per l’editoria, sia fondamentale per gli editori coltivare un proprio pubblico, prestare particolare attenzione alla sua voce e alle sue esigenze che, permettimi di dirlo, sono sempre e solo legate alla qualità del prodotto che viene messo in vendita. Puoi fare una megacampagna pubblicitaria, ma se il libro non è buono lo freghi solo una volta, il lettore. E alla fine io non cerco di fare altro che quello, dire: attenzione, quel libro è buono e quell’altro no, per questo motivo o per quello. Ovviamente sempre e solo secondo me, una recensione è per definizione soggettiva. Ho un gran rispetto per i soldi di chi legge Pegasus Descending – perché, già, i libri sono un prodotto che si paga – e analogamente a quanto detto per gli editori, li potrei fregare una volta sola. Perché tutto si gioca su sincerità e autorevolezza. Nient’altro.

Hai la fama di uno che non le manda a dire, di uno senza peli sulla lingua. Capacissimo di spaccare il culo ai passeri. Iniziamo quindi con le domande difficili. Sei un profondo conoscitore della materia quindi vado sul sicuro. Nel panorama odierno c’è per te un autore sottovalutato, italiano o straniero non importa, chessò perché gli editori non lo promuovono abbastanza, perché è troppo politicamente scorretto per calamitare il grande pubblico, che ti piacerebbe avesse più visibilità e che ne venissero finalmente riconosciuti i meriti?

Una premessa: sono un grande amante dei passeri e non potrei mai fare loro del male. Figurati che quando vivevo in Ossola avevo pure una mangiatoia tutta per loro in giardino, per l’inverno. Era una sorta di Caritas passeriforme. Detto questo veniamo a noi: i sottovalutati sono molti, anche se non sempre per colpa degli editori, a volte ci sono autori straordinari e ben sponsorizzati e promossi che, però, non trovano un analogo riscontro da parte del pubblico. La cosa mi dispiace molto. Se leggi Pegasus Descending sai già di chi parlo: Jim Nisbet, James Lee Burke, Dave Zeltserman sono tre grandi che temo avremo qualche difficoltà a leggere ancora in Italia. La Fanucci aveva fatto un buon lavoro su questi autori, ma evidentemente hanno venduto poco e la loro pubblicazione continua a essere rimandata. Figurati che un lavoro di Zeltserman, Pariah, se non ricordo male, è già anche stato tradotto, la sua pubblicazione era prevista per febbraio 2011 ma se ne sono perse le tracce. Invece si continuano a sfornare thriller nordici solo perché fanno figo, anche se la cosa che non smette di stupirmi è come questi libri vendano più della gente detta sopra. Proprio non capisco. Boh. Per questo, forse, faccio un altro lavoro, invece dell’editor! Eh eh.

Che cosa ti piace e non ti piace dell’editoria italiana?

Non mi piace che è paracula, cioè, va bene fare soldi e chiudere il bilancio in attivo, ci mancherebbe, e però si potrebbe anche fare, ogni tanto, un lavoro di tipo culturale, puntare su qualche autore e promuoverlo, sbattersi, investire su di lui anche se non vende 50.000 al primo romanzo, ma è in grado di reggere nel tempo e di lasciare qualcosa ai suoi lettori. Poi, sai, parlare di editoria, così, generalizzando, è anche profondamente sbagliato, perché ci sono realtà come la Meridiano Zero – guarda caso realtà medio-piccole – che invece cercano vie alternative, per sfangare il bilancio puntano sulle idee. La necessità, è proprio vero, aguzza l’ingegno. Mi piace che c’è gente come Fazi che ripubblica Caldwell. Comunque non è tutta e solo colpa dell’editoria, ma anche dei lettori. Siamo sempre lì, alle due curve: una della domanda e una dell’offerta.

Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?

Nessuna recensione è mai difficile o, all’opposto, lo sono tutte. Alla fine non sono un recensore o un critico, figuriamoci, sono solo uno a cui piace leggere e scrivere e, allo stesso tempo, discutere con altri appassionati delle cose che legge e scrive. Quindi prendo un libro e ne parlo, cercando di dire perché mi è piaciuto o perché no, motivando quello che dico. Poi, certo, ci sono libri più impegnativi e altri più da cazzeggio e, come forse ti sarai accorta, anche il mio tono, il mio stile – chiamiamolo così – si adegua alla lettura fatta, diventando più o meno seriosa, anche se il mio riferimento stilistico è e rimane Hunter S. Thompson e il suo gonzo journalism, un misto di narrativa, cronaca e impressioni personali. Per quel che riguarda la seconda parte della tua domanda: no, non è mai capitato o, almeno, non sono mai stato insultato. E questo è già un successo. Magari perché scrivo su Pegasus Descending e non sul Corriere della Sera, non sposto migliaia di copie e non decreto il successo o l’insuccesso di nessuno. A me, comunque, piace pensare che gli scrittori siano persone sufficientemente intelligenti da comprendere che le opinioni altrui, quando educate e motivate, anche se negative, sono pur sempre un arricchimento, un guardare la stessa cosa – il proprio lavoro – da un punto di vista diverso. Certo, alcuni autori, con cui sono stato più o meno critico, non mi hanno più chiesto di recensire i loro lavori o con Valerio Varesi  ho avuto uno scambio di mail dopo aver tacciato come “banalità” le sue idee sulla montagna e sul suo sviluppo. Sai, da montagnino mi sono sentito toccato nel vivo su un argomento in cui ho sentito, da ormai quasi trent’anni, una marea di puttanate. E le cose, poi, sono rimaste sempre le stesse e i problemi insoluti. Quindi, quando sento dire che la montagna dovrebbe rimanere territorio da solitudine new age per filosofi in pensione, beh, mi parte l’embolo!

Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Ti è mai capitato di ricevere pressioni?

No, non credo ci sia questo tentativo e ti spiego il perché: i giornali, anche quelli, sono pieni di paraculi, nani e ballerine che elogiano e stroncano per tutta una serie di motivi che esulano la critica e qualità letteraria. Le case editrici, magari, fanno pure pressione, ma sono i salotti il vero cancro della libertà di pensiero, le chiese e la teoria del partigiano. Il noi e il voi. L’ingroup e l’outgroup. Non c’è un elemento esterno, a mio avviso, che prema per imbavagliare qualcuno, ma sono gli stessi recensori, giornalisti e scrittori a imbavagliarsi da soli, per i motivi appena espressi. Però c’è la rete, ci sono i blog, quelli che non piacciono alla Mastrocola ma che sono la frontiera dell’impegno sociale e culturale del nostro Paese. io, per me, prendo spunto per le mie letture, ormai, solo dai blog e dai blogger di cui mi fido, che so dire pane al pane e vino al vino. Ecco, spero che anche in questa frontiera, però, non entrino i salottini, gli amichetti del quartierino, ma, all’opposto, che i blogger rimangano essenzialmente lettori che sanno anche scrivere e hanno voglia di far risparmiare soldi ad altri lettori o spendere tempo ed energie per invitare a leggere questo o quell’autore. Anche questo è impegno civico. Mi è capitato di ricevere pressioni, sì, anche se nella grande maggioranza dei casi, in questi due anni e più di attività, ho avuto la fortuna oltre che di incontrare scrittori in grado di accettare le critiche, anche uffici stampa e responsabili di case editrici consci che se un libro non piace non equivale a insultare la loro mamma. Però, certo, alcuni non mi hanno più invitato a leggere cose da loro edite. E vabbè, ce ne faremo una ragione, no?

Cosa ne pensi della critica letteraria italiana istituzionale e clandestina (per clandestina intendo quella fatta da noi umili blogger)?

In parte ho già risposto sopra: i blogger sono la frontiera della critica indipendente e credo che la gente, piano piano, se ne stia sempre più accorgendo. Forse non i lettori occasionali, quelli che andando a sbattere contro una pila alta due metri di copie di un romanzo lo comprano quasi per inerzia, ma i lettori forti, quelli che realmente mandano avanti l’industria libraria in Italia, sì. O, almeno, questa è la mia sensazione, anche dai commenti che vengono lasciati su Pegasus Descending o nelle mail che ricevo. L’importante, ribadisco, è che tutti noi blogger continuiamo a essere dei lettori, senza prenderci troppo sul serio ma lavorando seriamente.

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

Tutti quelli che sono nel blogroll di Pegasus Descending. Non sono uno smanettone, uno che passa ore e ore a leggere in mille siti ogni giorno. Ho pochissimo tempo e lo impiego per leggere – altrimenti di che scrivo? – e per scrivere, oltre che a rispondere a chi mi contatta, pubblicamente o in privato. Come potrai vedere scorrendo la breve lista, sono tutti blog o siti personali, di indipendenti, per il discorso fatto pocanzi.

Mi ha molto colpito la tua recensione di Così si muore a God’s Pocket di Pete Dexter. In poche parole cosa diresti per consigliarne la lettura?

Intanto ti ringrazio. Dexter era uno scrittore che non avevo mai letto, nonostante avessi già da anni suoi libri in casa. Come tutti i lettori forti compro dieci e leggo due. Ma se un libro non lo hai, come fai a leggerlo? Su Così si muore a God’s Pocket: beh, per una analisi un po’ più approfondita rimando alla mia recensione su Pegasus Descending. Pete Dexter è un po’ come James Lee Burke: uno che scrive talmente bene da farti venir voglia di piangere.

Un discorso a parte meritano i traduttori. Ancora molto sottovalutati, ma se ci si pensa bene molti autori stranieri sono amati solo grazie al lavoro di questi preziosi più che traduttori, interpreti del pensiero. Quali sono i tuoi traduttori preferiti? Quale è la traduzione più sensazionale che ti viene in mente?

Risposta facile: Luca Conti. E non solo perché con lui credo si sia consolidato un rapporto anche personale, seppur solo via blog. Ho letto decine di lavori da lui tradotti e la sua conoscenza della lingue inglese – e italiana – non ha, al momento, paragoni. Un fuoriclasse. Inoltre Conti traduce una materia, la letteratura di genere e non solo, che destreggia con una competenza eccezionale. Penso che sia realmente uno dei maggiori conoscitori di giallo e affini che abbiamo in Italia. E questa conoscenza si trasmette nelle sue traduzioni, nella voce che è capace di imprimere ai suoi lavori. Se autori di lingua anglosassone come Elmore Leonard – per me un Maestro – possono vantare una nuova giovinezza nel nostro Paese lo si deve anche all’eccezionale lavoro che sta facendo Conti. Basta prendere una vecchia edizione di Leonard e poi una tradotta da Conti per accorgersi della differenza. Ma finché non si fa questo sforzo, vincendo anche una naturale pigrizia, non si capirà mai fino in fondo l’importanza dei traduttori e della loro competenza. E citando Leonard credo anche di aver risposto alla seconda parte della tua domanda. Infine permettimi di citare Giuseppe Manuel Brescia, traduttore di Nic Pizzolatto.

Di’ una cattiveria terribile verso uno scrittore mediocre che si crede Dostoevsky. Puoi anche non fare nomi non vorrei che poi ti trovassi i cortei sottocasa.

Guarda, credo di essere una persona estremamente buona o, comunque, mi impegno ogni giorno per esserlo. Uno dei miei difetti, per esempio o tornando alla tua prima domanda, è che faccio molta fatica a dire “no”, magari caricando di troppo lavoro pur di non voltare le spalle a chi chiede una mano. Mi risulta difficile dire una cattiveria, a maggior ragione su uno scrittore, visto che interpreto la letteratura, lo ribadisco, in una maniera estremamente laica e non personalistica. Però… pensandoci… ihihihi… qualcosa mi sta venendo in mente… Ecco: Omar Di Monopoli assomiglia a Giuliano Ferrara. Tiè. Lo detta!

Secondo te gli scrittori italiani sono penalizzati nel nostro mercato, rispetto agli stranieri rispetto ai generi che segui più assiduamente. O il pulp, il thriller, l’ hard boiled, il noir sono generi poco adatti allo scrittore italico medio?

Bah, Giulia, la storia del fenomeno che viene rifiutato da mille case editrici è un po’ una leggenda metropolitana, secondo me. Se uno non riesce a pubblicare è perché, probabilmente, deve impegnarsi ancora di più, limare, modificare, scrivere e scrivere, riprovare. Invece di lamentarsi e ululare alla luna dovrebbe darsi da dare e giù d’impegno. L’ha detto lo stesso Victor Gischler in un recente incontro milanese: quando sei un esordiente la cosa più difficile è credere che ce la puoi fare, credere nel tuo lavoro. È una salita dietro l’altra. Uno può anche gettare la spugna, ma così non combinerà mai un cazzo nella vita e non solo nel mondo dell’editoria o della letteratura. I nostri scrittori pubblicano e pure tanto, anche se non so quanti hanno una statura internazionale, soprattutto perché vincolati a troppi clichè, troppe seghe mentali, lo scrittore italiano – ma anche il regista – non riesce mai a lavorare rilassato, a raccontare una storia e basta, no, deve sempre insegnarti qualcosa, fare politica, sbraitare contro Berlusconi o fare sociologismo da quattro soldi. E che palle! Per fortuna gente come Al Custerlina, Omar Di Monopoli, Gabriele Reggi, Michael Gregorio, Elisabetta Bucciarelli o Mauro Marcialis, tanto per fare qualche esempio, dimostrano che altre strade sono percorribili. Poi, personalmente, amo moltissimo gli americani, cinematografia compresa, credo che spesso abbiano una marcia in più, una freschezza che ti fa dire cose importanti e serie in modo piacevole, senza mai salire sulla cattedra. Ciò non toglie che pure loro, gli americani, le loro belle cagate le scrivono. Ma hanno pure gente come Elmore Leonard, Pete Dexter, il Premio Nobel in pectore Cormac McCarthy, Philip Roth, James Lee Burke. Poi, certo, purtroppo per loro hanno pure Jonathan Franzen. Ma noi abbiamo Alessandro Baricco. Insomma, non so chi se la passa meglio o peggio. Anzi, no. Lo so.

Un libro imprescindibile che consiglieresti di leggere a tutti non solo agli amanti del thriller?

I tre moschettieri di Alexandre Dumas. È diventato pure il motto di Pegasus Descending: beato colui che deve ancora leggere I tre moschettieri. Anche se forse non ho risposto alla tua domanda: tu mi chiedevi di un libro, io ti ho risposto con la Letteratura!

E ora parlami dei tuoi gusti letterari. Parlami dei tuoi autori preferiti, dei libri che ami di più, di quelli che proprio non ti sono piaciuti.

E già, così andiamo avanti per settimane! Su quelli che mi sono piaciuti ho già parlato a sufficienza, ma ti cito solo Cormac McCarthy, perché il Premio Nobel per la letteratura non avrà valore finchè non lo vincerà questo straordinario scrittore. Che non mi sono piaciuti, beh, ce ne sono centinaia. Te ne dico uno, anzi, tre, che mi attirerà gli strali di tutti gli appassionati di noir e affini: la Trilogia USA Underground di James Ellroy, anche se con vari gradi tra un e l’altro. Il peggiore è Sei pezzi da mille. Per quanto riguarda i gusti sono abbastanza onnivoro. Da quando curo Pegasus Descending, necessariamente, leggo quasi solo letteratura di genere, anche se con continue incursioni al di fuori di esso, vedi Erskine Caldwell, tanto per citare il primo che mi viene in mente. Poi leggo molta saggistica, in particolare afferente ai miei interessi culturali e accademici: scienze politiche, biologia, medicina, anche se ultimamente sono concentrato su lavori inerenti le scienze cognitive, la neurologia e la neurobiologia.

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Pegasus Descending.

Forse quella volta in cui una tizia, o un tizio, neanche mi ricordo più, mi scrisse una mail in cui mi proponeva un suo libro chiedendo la mia parcella per una recensione. Cioè, la recensione on demand! Ringraziai declinando la cosa. Però, ripensandoci, forse non è poi così divertente… per niente proprio… perché la cosa mi fa pensare… non trovi?

Quale è il segreto per una buona recensione alla Pegasus Descending?

Non fare recensioni on demand! Bisogna sempre scrivere quello che si pensa, avendo come principale cura i soldi di chi ti legge e che si spacca la schiena per guadagnarli. Poi non possiamo stare qui a lamentarci se la gente non legge! Se la si prende per il culo, se si spacciano mediocrità per capolavori perché l’ha scritto l’amico dell’amico o perché pubblica per Einaudi ed è andato da Alain Elkan, beh, la capisco. Bisogna leggere, tanto, non perché rende migliori o peggiori, ma perché è divertente ed essere umani significa riflettere, non sfuggire alla complessità del mondo ma cercare di capirla. Leggere significa fare questo. Fine della predica.

Progetti per il futuro?

Impegnarmi affinché i miei figli siano prima dei bambini, poi degli adolescenti e infine degli adulti curiosi e felici. E poi continuare a lavorare su una serie di miei progetti: dalla crescita del blog, ai miei tentativi di scrittura, fino al mio desiderio di poter fare ricerca nei campi di mia competenza. Insomma, continuare a farsi il culo senza mai mollare! Altrimenti, che gusto ci sarebbe?

:: Recensione di Carta Bianca di Jeffery Deaver

16 giugno 2011 by

Quando ho saputo che Jeffery Deaver avrebbe ereditato il testimone da Sebastian Faulks portando di nuovo in vita James Bond il mitico agente segreto al servizio di sua Maestà con licenza di uccidere, di bere i suoi proverbiali Martini agitati e non mescolati e di portarsi a letto schiere di donne formose ipnotizzate dai suoi occhi blu devo dire la verità ho accolto la notizia con una certa dose di scetticismo. Certo non tutti gli eredi di Ian Fleming che si sono succeduti negli anni sono riusciti nell’ardua impresa di tener vivo il mito, anche se a mio avviso i migliori sono stati John Gardner e Raymond Benson, tuttavia Deaver mi è subito sembrato il meno adatto di tutti. Innanzitutto è sì un grande scrittore, questo è indubbio, ma dà il meglio di sè nel thriller cadenzato da frequenti colpi di scena  e da una suspance a volte decisamente sopra le righe. Diciamo che in un libro targato James Bond queste caratteristiche sfumano e a meno che non si decida per una prematura dipartita del nostro eroe, ipotesi di per sè assurda e fuori di questione, è evidente che Bond è immancabilmente destinato ad affrontare i cattivi uscendone sempre vincitore e per giunta con lo smoking al massimo leggermente sgualcito. Quindi buona parte dell’ effetto sorpresa già si stempera in partenza. Devo dire tuttavia che Deaver ha fatto uno sforzo decisamente inusuale per uno scrittore del suo calibro, cercando di tornare alle origini e di riproporre lo stile Fleming asciutto e schivo, rispettandone i tempi, evitando i fronzoli e gli scavi psicologici in favore di un’ azione più smaccatamente bondiana. In più ha aggiunto di suo anche una certa originalità, attualizzando e forse anche svecchiando un personaggio che di per sé metterebbe in soggezione chiunque. Non sono d’accordo con chi la ritiene una mera operazione commerciale, Deaver ha tentato davvero e onestamente di proporre un Bond moderno, venato da una certa malinconia, da una solitudine quasi metafisica appesantito sì da gadget tecnologici e  notizie sulla marca di champagne bevuta, sul nome del modello dell’auto che guida o su indicazioni sul sarto da cui si veste, dettagli che se troppo ripetitivi possono risultare irritanti, pur tuttavia ha voluto dare un’anima al personaggio e una coscienza anche politica, caratteristiche decisamente non presenti nei suoi predecessori. Devo ammettere comunque che ho trovato piuttosto impegnativa la lettura, a differenza di Fleming che amava la brevità Deaver si dilunga in descrizioni, complica la trama per arricchirla di colpi di scena e si diverte a mandare il nostro eroe per i quattro angoli del globo dalla Serbia a Londra da Dubai al Sudafrica  in una gincana che si protrae per ben 600 pagine. Diciamo anche con un centinaio di pagine in meno non mi sarebbe dispiaciuto. Mi è piaciuta invece  e molto la parte diciamo critica, la verve con cui si scaglia contro i traffici illeciti che esistono alla base dei conflitti che lacerano paesi come l’Africa  e in questo Deaver ha dimostrato un certo coraggio riuscendo a mio avviso a far riflettere anche su temi seri e drammatici dando spessore al personaggio e innalzando il suo Bond ad una dimensione si può dire quasi sociale. Non esito a credere che presto Carta Bianca diverrà la trama per un’ ennesima avventura cinematografica del nostro Bond e penso che anche Deaver mentre ci lavorava era accompagnato da questa consapevolezza. Per gli appassionati delle spy story una lettura da non perdere per chi ama i libri che coniugano avventura e scenari esotici una lettura che sicuramente regalerà ore piacevoli. 

:: Intervista con Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

15 giugno 2011 by

myCiao Mykle. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mykle Hansen? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Sono Mykle Hansen, qualcuno mi ritiene un bugiardo. Sono alto dodici metri e sono coperto interamente da gattini. Quando rido, le automobili esplodono. D’altra parte, sono anche allergico al denaro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è stata una fregatura. I miei genitori si sono separati, così ho vissuto con mia madre in un posacenere di tre stanze. Mia mamma  fumava 1000 sigarette al giorno, ed era sempre preoccupata per i soldi. Ero uno studente terribile così ho abbandonato l’università per lavorare nel settore industriale. Tutto quello che so, l’ ho imparato da solo.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore?

Mia madre aveva una macchina da scrivere veramente bella, e quando avevo tre o quattro anni ho cominciato a scriverci su solo per sentire il ritmo del suono dei tasti.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

E’ importante non imitare troppo gli uni gli altri . Uno scrittore veramente bravo dovrebbe avere una serie di qualità completamente diverse  rispetto ad altri bravi scrittori. Prendete me per esempio: la mia pelle si illumina al buio, e sono coperto di vagine. Nessun altro scrittore vivente può dire questo. Inoltre uno scrittore per migliorare deve avere un forte ego e credere in se stesso, pur possedendo l’umiltà sufficiente per riconoscere i propri errori.

In poche parole: cos’è la Bizarro fiction? Puoi dirci i nomi di alcuni degli autori principali di questa corrente?

Bizarro è un genere di fiction per le persone che sono stanche della fiction tradizionale. L’obbiettivo dei Bizarro è quello di provocare una reazione, di evitare cliché, e di esplorare la follia. Molti considerano Carlton Mellick III  il padre del movimento, insieme a Jeremy Robert Johnson, Kevin Donihe, Gina Rinalli, e alcuni altri. Bizarro è una grande famiglia – si ricevono un sacco di regali a Natale. Oggi ci sono decine di autori interessanti. Caris O’Malley e Cameron Pierce, per esempio, sono giovani scrittori davvero impressionanti che sembra migliorino ad ogni nuova storia.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Bevo un bel caffè forte e scrivo tutta la mattina, poi la sera leggo fino a quando ho sonno. Cucino la cena per la mia famiglia alle sei. Il mercoledì pomeriggio lotto con alligatori vivi.

Missione in Alaska è un pazzo, pazzo libro. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Un grave mal di schiena. A quel tempo, non potevo nemmeno scrivere, perché non potevo sopportare di stare seduto su una sedia. Alla fine ho inventato una sorta di piano-scrivania, e ho cominciato a scrivere ogni mattina mentre stavo sdraiato sulla schiena. La storia di un uomo bloccato sotto la sua vettura è ovviamente correlata a questo, ma quel pensiero non mi è mai venuto in mente in quel momento. Stavo solo cercando di raccogliere tutte le frustrazioni della mia vita: la mia salute, il mio paese, lo stato del mio mondo. Ero arrabbiato, e avevo bisogno di ridere. Marv Pushkin ha risolto il mio problema.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Marv Pushkin, un vero bastardo e di come la storia ha inizio?

Marv è un pastiche di tutti i generi di persone che mi danno fastidio. Ma poiché sono una Bilancia, cerco sempre di vedere le cose dalla parte del mio avversario in ogni argomento. Quindi, in ogni capitolo ho cercato di simpatizzare con pareri o idee che normalmente mi offendono: il razzismo, il sessismo, l’industrialismo, l’avidità, l’egocentrismo, l’ arroganza, e così via.

La società americana è così negativa o Marv Pushkin è una sorta di assurda esagerazione. Sei ottimista?

Non c’è un solo giudizio sull’ America. Sarebbe come se un pesce desse lezioni sull’acqua. Il nostro governo è stato gravemente danneggiato da decenni di corruzione, e alcuni miliardari stanno lavorando duramente per erodere tutti i progressi sociali del secolo scorso. Ma l’America è ancora molto viva, vivace, piena di possibilità. Invito tutti i disperati, la gente oppressa del mondo a venire in America e ad aiutarci a risolvere il problema.

Ma il vero protagonista è l’orso. Qual è il suo ruolo nel libro?

E’un modo di vedere le cose: Mister Orso rappresenta  il mondo naturale, l’ambiente, e Marv Pushkin è il suo contraltare, rappresenta tutte le azioni umane distruttive che minacciano il mondo naturale: la deforestazione, l’inquinamento, lo sfruttamento e il sovraffollamento.

Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nella parte di Marv?

Morton Downey Jr., di sicuro. O Marcello Mastroianni, se solo fosse ancora vivo. John Goodman nella parte dell’orso.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

In realtà, Missione in Alaska è stato il libro più semplice che abbia mai scritto. Sono stato preso da un’ ondata di ispirazione e che mi ha trasportato a riva. Naturalmente le revisioni hanno preso tempo, ma mi sono goduto ogni singolo momento.

Quali sono i tuoi autori preferiti contemporanea? Parlami  delle tue influenze letterarie.

Ho appena scoperto Sam Lipsyte e sto leggendo tutto ciò che ha scritto. Mi piacciono gli scrittori, come lui, che capiscono la poesia e la usano per scrivere in prosa. Mi piace la sua bellissima lingua, ma non per se stessa. Joy Williams è un altro grande scrittore del genere. Sono anche molto appassionato della generazione appena precedente alla mia: Martin Amis, Jim Thompson, Raymond Chandler, Donald Barthelme… Sono piuttosto ignorante per quanto riguarda i classici, ma mi piace moltissimo Moby Dick.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

La “critica” nel senso accademico del termine non ha grande spazio nel mio paese. Ho letto un sacco di critica sociale in riviste come “N +1” o “The Baffler”, ma non voglio essere troppo analitico, o addirittura consapevole del modo in cui la mia scrittura funziona. Ho fiducia nell’istinto.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

I racconti sono la mia forma letteraria preferita! La mia prima collezione di racconti, Eyeheart everything,  è stata appena ripubblicata dopo dieci anni, e ho un’ altra raccolta di prossima uscita. E’ piena di storie divertenti sulla morte.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Party Like It’s 1984 è una interessante raccolta di racconti brevi in ​​inglese di scrittori della Cina contemporanea. Sono circa a metà. La prima storia, The Devoured Man di Josh Stenberg, è un vero gioiello.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Amo leggere ed esibirmi, e quando Missione in Alaska uscì per la prima volta ideai una performance promozionale in cui mi battevo con un orso vivo sul palco. L’orso suonò anche canzoni d’amore con la chitarra, mentre io davo corso ad una proiezione di diapositive su vari orsi reali e immaginari del Nord America. E’stato un grande successo, anche se girare gli USA con un orso nella mia macchina è stata un esperienza unica che non ripeterò.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Certamente l’Italia è un paese bellissimo! Ma non sono sicuro di come superare la barriera linguistica. Avrei bisogno di un traduttore, o forse potrei insegnare all’orso a fare il mimo.

Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?

E ‘troppo presto per dirlo, dobbiamo vedere come va questo. Pubblicare un libro è un affare rischioso. Siete pregati di acquistare tutti i miei libri. Se li avete già comprati, siete pregati di acquistarli di nuovo. Acquistate molte copie. Spendete tutti i vostri soldi nel loro acquisto. Grazie.

A Marco Vicentini, il boss di Meridiano Zero, il tuo editore italiano, piace molto il tuo libro. Come vi siete conosciuti?

Non ci siamo ancora incontrati. Per quanto suoni poco affascinante, mi ha trovato su Facebook. Come ha trovato il mio primo libro è una domanda che devi fare a lui. Abbiamo solo avuto uno scambio di lettere finora. Ma penso che abbia fatto un ottimo lavoro con la progettazione del libro, e la traduzione sembra funzionare perché un sacco di fans italiani mi contattano online. (Fans Ciao!)

Parlaci del rapporto con i tuoi lettori?

C’è un piccolo campo di fronte a casa mia pieno di miei lettori. Aspettano fuori per giorni con le loro macchine fotografiche e i loro binocoli, sperando di intravedermi. Mia moglie gli porta tè e popcorn al mattino, ma ogni volta che provo a parlare con loro si comportano in modo così strano – si inginocchiano, mi baciano i piedi, mi porgono i loro bambini, piangono e così via – ed io non so cosa dire. Lo trovo molto imbarazzante. Così li saluto di tanto in tanto dalla finestra, o altrimenti provo ad ignorarli.

Come possono mettersi in contatto con te?

Online, tramite Facebook, o sul mio sito web mykle.com . (Per favore, andate via dal campo davanti al mio cortile).

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Troppi progetti, sempre. Sto scrivendo un romanzo su un unicorno gay, e sto finendo le modifiche ad una raccolta di racconti, poi sto scrivendo un insieme di saggi sui modi in cui i morti possano fornire un vantaggio economico a favore dei vivi. C’è anche una biografia che spero di iniziare presto, se riesco a ottenere l’accesso a determinati documenti, e alcuni progetti per Hollywood  e sono in pauroso ritardo. L’arte è bella, ma c’è dietro un sacco di lavoro da fare.

:: Segnalazione di La camera del cielo di Judith e Garfield Reeves-Stevens

14 giugno 2011 by

Reeves-Stevens_La camera del cielo

«Un romanzo da leggere a tutti i costi.»
The New York Post

«Chi ama le letture forti, ricche di colpi di scena e di suspense,
ha trovato pane per i suoi denti.»
Stephen King
 
Judith & Garfield
Reeves-Stevens
 
LA CAMERA DEL CIELO
 
in libreria giovedì 16 giugno 2011
 

Florian MacClary l’ha trovata. Nelle profondità dell’oceano Pacifico, è nascosta una camera interamente decorata con le costellazioni celesti e che, al centro, ha un tavolo di pietra su cui sono incisi dodici simboli enigmatici. Ma il destino di Florian e della sua squadra è segnato: caduti in trappola, vengono uccisi da uno spietato assassino, che s’impadronisce anche di un reperto unico…
David Weir ha pochi mesi di vita. Nel corso delle sue ricerche presso il Laboratorio d’identificazione del DNA, gestito dall’esercito americano, ha rintracciato gruppi d’individui apparentemente normali, ma che presentano una sconcertante anomalia: una sequenza genetica «sconosciuta» che li porta a morire prima dei 27 anni d’età. David ha 26 anni ed è uno di loro…
Jessica MacClary è sconvolta. Nel quartier generale della fondazione della sua famiglia, sotto una volta ricoperta di stelle, la ragazza apprende che sarà lei a proseguire la missione di sua zia Florian. Ciò significa che diventerà una dei Dodici Difensori e che sarà la custode di un segreto antichissimo…
Dai ghiacci dell’Artico alle capitali europee, dai mari del Sud ai casinò di Atlantic City, Jessica e David saranno costretti ad allearsi in una disperata corsa contro il tempo per annullare la condanna codificata nel DNA del giovane scienziato e svelare un mistero che risale all’origine stessa della civiltà umana.
 
Judith e Garfield Reeves-Stevens
sono marito e moglie. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, hanno lavorato come sceneggiatori per molte serie TV americane di grande successo.

:: Intervista con James Rollins a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2011 by

L'altare dell'Eden di James RollinsCiao Jim. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è James Rollins pseudonimo di Jim Czajkowski? Punti di forza e di debolezza.

“James Rollins”, è uno scrittore di thriller, ma come lo pseudonimo implica, spesso indosso un paio di maschere. Sono anche “James Clemens,” scrittore di fantasy. E “James Czajkowski,” veterinario. Con tanti nomi, a volte mi è difficile tenere tutto sotto controllo.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Prima di tutto, do a mia madre la colpa per la mia carriera di scrittore. Ho sempre letto sin da quando ero ragazzo. E’ da questo tutta la follia ha avuto iniziato. Certo, ero anche interessato agli animali e alla scienza e sapevo che sarei diventato un veterinario – ma amavo anche leggere. E la lettura è stata come gettare benzina sul fuoco di una fervida immaginazione. Sono cresciuto con tre fratelli e tre sorelle,  e io ero il “narratore” della famiglia (quello che mia madre chiamava “The Liar”). Così la scrittura mi è entrata nel sangue, fin da molto giovane. Ma non ho mai considerato la scrittura come una vera carriera. Pensavo che per poterlo fare avrei dovuto essere figlio di un autore di successo, chessò di Hemingway o di Fitzgerald. Così, invece di fare lo scrittore mi sono occupato della mia altra passione: la medicina veterinaria. Ma fu un errore. Ho continuato a leggere e in qualche contorto angolo della mia immaginazione ha continuato ad albergare questo sogno e così intorno ai trent’anni ho cominciato a dilettarmi di nuovo con la scrittura. In primo luogo, ho scritto un mucchio di storie brevi, sepolte in qualche angolo del mio cortile, poi il mio primo romanzo, che effettivamente è stato un successo.

Che lavori hai svolto in passato?

Prima di diventare un veterinario ed un autore, ho fatto il cameriere, lanciato pizze in aria, e ho fatto il lavapiatti. Ho anche lavorato in un negozio di animali, in un grande magazzino, e in supermercato di alimentari. Ho anche insegnato chimica all’università.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Come hai scelto la fiction?

Come accennato in precedenza, ho sempre amato raccontare storie. Ma fu solo al liceo che ho realmente provato a scriverle. Al college poi ho messo tutto da parte per concentrarmi sui miei studi veterinari. Dopo il college, ho scritto alcuni articoli di saggistica di medicina veterinaria, che mi hanno fatto capire di voler scrivere narrativa. E così un giorno ho deciso di fare proprio questo.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Certo, ho avuto la mia parte di rifiuti: in primo luogo per tutti quei racconti, poi per il mio primo romanzo. Il manoscritto è stato respinto da 50 agenti diversi prima che uno ha finalmente accettato di rappresentarlo. Poi si è scatenata una guerra di offerte tra due editori e finalmente ne ho venduto i diritti. Ho anche venduto i diritti cinematografici. Sono contento che almeno ad un agente il libro sia piaciuto.

E’ vero che Clive Cussler, Robert Ludlum e Wilbur Smith ti hanno influenzato ?

Assolutamente. Leggo ancora Cussler e Smith, e mi manca Robert Ludlum. Ma devo anche dire che Michael Crichton mi ha influenzato moltissimo.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Adoro Stephen King, Dan Simmons, George RR Martin, Steve Berry, Nevada Barr … oh, l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Tu sei l’autore di numerosi bestseller sia thriller che fantasy ricchi di azione e di avventura. Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

E ‘difficile scegliere un preferito, ma il primo libro (quello che è stato respinto da così tanti agenti) occupa un posto speciale nel mio cuore. Questo libro è stato pubblicato negli Stati Uniti con il titolo Subterranean. Anche se è stato pubblicato come un thriller, alcuni personaggi sono creature marsupiali con poteri telepatici che vivono in Antartide … così anche nel mio thriller d’avventura, c’è un po ‘di fantasy. Tutto sommato, mi piace miscelare la scienza weird e i misteri storici tutti insieme.

Nel 2007, sei stato assunto per scrivere il romanzo tratto dalla sceneggiatura del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Raccontaci qualcosa di questa esperienza.

Prima di tutto, sono un grande fan di Indy. In effetti, mi ricordo quando ho visto I predatori dell’arca perduta per la prima volta. Ci fu un anteprima di quel film, e volevo essere il primo a vederlo. Sono un fan di questo genere di film da geek (e ne sono fiero!). Ma avevo anche prenotato un viaggio in rafting per lo stesso giorno. Mi ricordo che pagaiai molto, molto velocemente per essere sicuro di essere fuori da quel fiume in tempo per vedere il film. Non feci molto in fretta. Così andai direttamente dal fiume al cinema e guardai il film con le scarpe da ginnastica bagnate e i vestiti umidi … e tutto sommato, non è un brutto modo di guardare I predatori dell’arca perduta, ha aggiunto un qualcosa in più alla visione. Per quanto riguarda la scrittura del romanzo, l’ho trovata una sfida interessante e affascinante. E ‘stato molto coinvolgente e liberatorio: decostruire la sceneggiatura, creare i monologhi interiori, espandere alcune scene, e accorciarne altre, e inventare alcune scene nuove di zecca. Lo Studio mi ha dato massima libertà. E tutto sommato, sono stato in grado di aggiungere una dozzina di scene completamente nuove che non sono nello script o nel film. Così mi sono immedesimato così tanto che ho indossato il cappello di Indy e la sua frusta (anche se solo nella mia immaginazione).

Raccontaci qualcosa a proposito della serie Sigma Force?

SIGMA Force è la mia serie attualmente in corso che ha per protagonisti un gruppo di ex soldati delle forze speciali che sono riqualificati in diverse discipline scientifiche e inviati nel mondo per indagare sulle minacce globali. Sono fondamentalmente “scienziati con la pistola”, che si trovano in ogni sorta di guai.

Perché hai deciso di scrivere L’altare dell’ Eden, il tuo ultimo libro pubblicato in Italia dalla  Nord Editore?

Ho sempre voluto unire il mio amore per gli animali con la mia passione per la scrittura. L’altare dell’ Eden mi ha offerto questa possibilità. E ‘quello che io chiamo il primo “thriller veterinario.”

Quanto è durato il processo di scrittura di L’altare dell’ Eden?

Come per la maggior parte dei miei romanzi, trascorro circa 3 mesi facendo ricerca e lavorando sulla trama in generale, poi ci vogliono circa 7 mesi a scrivere il libro e un altro mese per perfezionare il tutto.

Quali opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

La più grande ispirazione può essere trovata all’inizio di questo romanzo. Io uso una citazione tratta da  L’isola del dottor Moreau  di HG Wells.. L’altare dell’ Eden è il mio omaggio a quella grande storia.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Certo. Ha per protagonista una veterinaria, che si imbatte in un traffico di contrabbando di animali esotici, solo per scoprire che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questi animali, frutto di alcuni devastanti esperimenti a livello genetico. Deve scoprire perché questo è stato fatto e come fermare i responsabili prima che si scateni una calamità in grado di minacciare l’intera umanità.

Puoi dirci un po’ di più sui tuoi protagonisti?

La veterinaria è la dottoressa Lorna Polk. Lei lavora per un laboratorio di ricerca nei dintorni di New Orleans che sta tentando di salvare alcune specie in pericolo. Quando è chiamata dalla pattuglia di frontiera dopo il ritrovamento di un peschereccio naufragato, deve collaborare con Jack Menard, un agente di pattuglia di confine che condivide con lei un tragico passato. La storia è piena di avventura, suspense, ed esplora il potere di redenzione dell’amore.

Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?

La mia prossima uscita appartiene alla serie per ragazzi (Jake Ransom and the Howling Sphinx) e uscirà nell’estate del 2012. E il prossimo libro Sigma (The Devil Colony) sarà pubblicato nello stesso periodo … se non prima. Non mi hanno ancora detto la data esatta di uscita.

Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro?

Diciamo che è praticamente la stessa di tutti i giorni: scrivo 4-5 pagine ogni mattina, pranzo, e scrivo  altre 1-2 pagine facendo modifiche nel pomeriggio. Il resto del tempo (1-2 ore al giorno) lo trascorro occupandomi del lato business della scrittura: rispondo alle mail, ecc… Ho di solito giornate molto piene. Lavoro dal Lunedi al Venerdì-e mi prendo il fine settimana libero.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, è molto emozionante. L’obiettivo di ogni autore è quello di far sì che i suoi libri siano letti da più gente possibile. Sapere che le mie storie sono ora lette in oltre trenta paesi ed è al tempo stesso gratificante e preoccupante.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Penso che sia impossibile che un libro possa piacere a tutti i lettori. Ci saranno sempre i lettori a cui non piace. Il mio obiettivo è quello di scrivere un romanzo il più emozionante e sincero possibile. Ad alcuni piacerà, ad altri no.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Scrivo anche  qualche racconto. Alcune mie storie sono state pubblicate in alcune antologie a cura di James Patterson, George RR Martin, e RL Stine. E ho appena scritto una storia disponibile in formato e-book che leggerete nel prossimo romanzo Sigma. E’ per me un grande divertimento  poter scrivere una storia più breve di tanto in tanto.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, ultimamente il grande Dino De Laurentiis lesse i miei libri durante un viaggio in Italia. Li ha letti in italiano e li ha amati abbastanza da chiamarmi e invitarmi a casa sua a Hollywood. Dopo questo incontro, ho finito per vendere alla sua società i diritti cinematografici della serie Sigma.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà sto leggendo i candidati all’Hugo (concorso che premia i migliori romanzi di fantascienza). Lo faccio ogni anno. Attualmente sto leggendo Cryoburn di Lois McMaster Bujold.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Certo. Ho anche fatto un tour in Italia un paio di anni fa. E naturalmente sono accaduti anche episodi divertenti: a volte ho incontrato persone in costume, un’altra volta un tizio mi si presentò davanti per far autografare un mio romanzo con un boa al collo … e una volta mi hanno anche fatto una proposta di matrimonio (che ho rifiutato in quanto non avevo mai incontrato questa persona prima).

Hai molti fan. Qual è rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Ho molti contatti online con i miei lettori. Il mio sito ha un pulsante  “contatta James” per l’invio di una email, ma sono molto attivo anche su Facebook e Twitter. Quindi, se volete sapere cosa sto facendo sono quasi tutti i giorni su Twitter o in alternativa potete trovarmi su Facebook.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto rifinendo il volume di prossima uscita della mia serie per ragazzi, che ha per protagonista il giovane archeologo, Jake Ransom, e sto lavorando alla prossima grande avventura Sigma. Sto anche lavorando ad un progetto segreto di cui non sono ancora autorizzato a parlare. Vorrai mica porre fine ad un mistero?

:: Intervista con Giuseppe Foderaro

13 giugno 2011 by

FoderaroBenvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Descriviti anche fisicamente ma non solo ai nostri lettori.

Ciao, grazie a voi per l’ospitalità. Andiamo per ordine… Fisicamente sono una figura mitologica: metà uomo e metà berretto, considerato che non me ne separo mai. Sono incastonato tra due basettoni da competizione, e porto gli occhiali per indicare qual è la mia facciata anteriore, visto che sono quasi un esaedro regolare. Per il resto mi piace definirmi un apostrofo rosa tra le parole t’ammazzo.

Un ragazzo del sud, sei nato nel 1973 a Catanzaro, nella frenetica e tentacolare Milano. Una scelta dettata da esigenze di lavoro o questa metropoli, la più internazionale forse delle città italiane, ti è entrata davvero nel sangue?

Sì, sono italo-calabrese, ma se c’è una cosa che proprio non mi appartiene, è il campanilismo. Nessuno di noi può decidere dove nascere, se avessi potuto farlo probabilmente avrei emesso il primo vagito nel West End di Londra. Bando alle ciance, c’è che sono un randagio, appartengo a uno Stato d’animo, e se ho scelto di vivere a Milano – dopo una parentesi capitolina – è perché è la città italiana che più assomiglia alle metropoli mitteleuropee, ci sto da dio.

Nel tuo sito ho letto che hai iniziato la tua carriera artistica come musicista, frequentando gli ambienti underground Londinesi e Newyorchesi. Raccontaci qualche aneddoto bizzarro legato a queste esperienze.

Fino a marzo 2003, prima che mi trasferissi definitivamente a Milano, suonavo le tastiere con una indie rock band. Poi ho appeso i sintetizzatori al muro e mi sono messo a fare “musica” con la biro. Crescendo sono diventato un po’ misantropo, e ho preferito affrontare il temibile foglio bianco piuttosto che i soliti turnisti ritardatari, i fonici fanatici, o i gestori dei locali che non ti pagano mai. Scrivere è un’arte solitaria, me la godo di più. Frequento Londra fin da quando ero ragazzino, è il mio rifugio, ci vado tutte le volte che ho bisogno di raccogliere le idee o di trovare l’ispirazione per un nuovo progetto. New York è diversa, una sorta di gruppo elettrogeno per il corpo e l’anima, è energia allo stato puro 24 ore su 24. Ho imparato molto nella Grande Mela, soprattutto grazie a Howard, il mio migliore amico manhattanite, scomparso improvvisamente lo scorso autunno. Il tempo trascorso Oltremanica e Oltreoceano è pieno zeppo di aneddoti bizzarri… ora su due piedi mi viene in mente quando lo scorso aprile, sul ponte di Brooklyn, una nutrita comitiva di ragazzi cinesi mi ha fermato convinta che fossi un famoso rapper in voga nell’Estremo Oriente. Faceva un caldo esagerato, e sono rimasto ostaggio di quei tipi per almeno un’ora, senza capire un’acca di cosa mi stessero dicendo. Quando sono andati via ho dovuto prendere d’urgenza una bustina di Polase nel bel mezzo del ponte perché ero sul punto di svenire.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Ho visto in rete delle tue bellissime foto molto hemingweiane con te seduto davanti ad una vecchia macchina da scrivere. La preferisci ancora al computer?

Ho imparato a scrivere molto prima di imparare a leggere; infatti scrivevo e mi chiedevo: chissà cosa ho scritto! Dico sul serio, scrivo più o meno da sempre – la scrittura è catartica per chiunque la pratichi, e a qualunque livello – anche se alla fin fine è da pochi anni che ho deciso di licenziare alla stampa una parte delle cose che riempiono i miei taccuini. Adoro le macchine da scrivere, ne sono feticista, sono dei marchingegni fatati… ma visto che scrivo soprattuto di notte, è opportuno che lo faccia con il Mac, più che altro per ragioni condominiali, ecco.

Stefano Di Marino chiama la sua Milano Gangland e la preferisce addirittura alle maggiori metropoli internazionali come luogo di elezione dei suoi romanzi. Anche tu pensi che Milano sia una città noir per eccellenza perfetta per ambientarci tesissime storie noir hard boiled?

Che a Milano si uccide bene, soprattutto al sabato, ce lo dice in primis l’immenso Scerbanenco. Nella Gangland dell’amico Di Marino mi ci ritrovo molto, Stefano dipinge egregiamente una realtà urbana dura, che esula da quei paradigmi di città glamour da rivista patinata, tutta moda e movida, che colgono solo gli aspetti estetici della meneghinità. La Milano che racconto nelle mie storie è una città oscura e tentacolare piena di gente, rifiuti e confusione, che tutto sa nascondere, persino i corpi.

Torre di controllo è il tuo romanzo di esordio. Riassumimi la trama in poche righe.

Il detective assicurativo Sauro Badalamenti indaga su una serie di omicidi commessi da qualcuno che, evidentemente protetto dal suo buon nome, uccide a colpi di spranga bellissime donne, dopo averle tenute segregate per mesi e fracassato loro le ossa una dopo l’altra per puro sadismo.

Come hai scelto il titolo? A che associazione mentale è dovuto?

Il titolo nasce dall’idea che probabilmente le nostre vite sono condotte e controllate da qualcosa che ci guarda dall’alto, e che noi siamo lo strumento per portare a compimento una sorta di disegno. Che c’è qualcosa, insomma, che decide per noi.

Di chi è l’inquietante foto di copertina del libro?

La foto è stata realizzata dal fotografo romagnolo Marco Giovannini, mentre la modella ritratta è la bella e brava Roberta “Alizee” Cusimano. È uno scatto fantastico, è proprio ciò che avevo in mente.

Raccontami come hai contattato Sangel Edizioni. In precedenza come da tradizione hai ricevuto numerose lettere di rifiuto da parte degli editori, o sei andato a colpo sicuro?

Ho conosciuto la Sangel per caso, sulla rete. Mi è subito sembrata una casa editrice coraggiosa e senza fronzoli, sicché l’ho contattata via e-mail, prima di inviare il manoscritto per posta prioritaria, come da copione. Dopo qualche tempo ho ricevuto una e-mail dall’oggetto “bellooo”, e così abbiamo formalizzato il contratto. In realtà dagli editori a cui avevo precedentemente mandato il lavoro non ho ottenuto risposte di alcun tipo (ma questo, come piace dire a me, non è un problema mio). Ho ricevuto un paio proposte editoriali “postume”, quando ormai era troppo tardi.

Chi è Sauro Badalamenti investigatore assicurativo detto il Dinosauro. A che figure di investigatori della letteratura può fare riferimento?

Sauro è un osso duro, uno che all’uso delle maniere forti preferisce sempre contrapporre il bene dell’intelletto, senza per questo evitare di menare le mani, quando è il caso. È un tipo assuefatto a ben altro tipo di vita: ha dei trascorsi oscuri nei bassifondi milanesi, con un passato da alcolista e da buttafuori nei locali più alternativi della città. È laureato in antropologia culturale, e lavora in stretta collaborazione con Miranda Venegoni, anatomopatologa e direttrice del Labanof. I casi che segue gli sono quasi sempre affidati dall’avvocato Domenico Costa, che in passato lo ha anche salvato da una condanna quasi certa per omicidio preterintenzionale. Mi sono ispirato a Philip Marlowe di Raymond Chandler nell’idearlo, e devo dire che ne è uscito un figo megagalattico, l’antitesi dei tanti Commissari Cliché che imperversano sulle pagine di molti dei gialli che si trovano in giro oggi.

Domanda quasi da criminologo ma in un certo senso legata al tuo romanzo. Sesso e violenza sono un binomio spesso legato indissolubilmente nella mente dei serial killer o dei semplici assassini anche non seriali. Pensi che uccidere sia una forma di possesso totale per chi è ossessionato dal desiderio di controllo e dalla volontà di “cannibalizzare” le proprie vittime?

La criminologia ci insegna che quasi sempre il serial killer è mosso da pulsioni sessuali, e da pulsioni verso l’esercizio del potere: il sesso non è altro che un modo per affermare la propria dominanza. In “Torre di controllo” c’è qualcuno per cui la dominazione non è solo un fattore di controllo cerebrale, ma anche un modo per esercitare un possesso assoluto. Togliere la vita a un’altra persona è la forma più assoluta di possesso: quando uccidi qualcuno ti appartiene per sempre, non sarà mai di nessun altro.

Come è stato accolto dal pubblico e dalla critica? Ti aspettavi di sentire tante voci concordi nel dire che con te è nata una nuova voce significativa del noir?

Il libro sta andando benissimo, ricevo ogni giorno pareri esaltanti dai lettori, e questo non può che farmi un enorme piacere. Ma non so dirti se me l’aspettavo o meno, di certo lo speravo, ovvio…

I tuoi racconti sono apparsi su Thriller Magazine, Sugarpulp, Borderfiction, Kult Underground. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto, per esprimersi al meglio nel formato breve?

Il segreto credo che stia sempre nella buona caratterizzazione dei personaggi, in fondo sono loro i protagonisti, sono loro che fanno e disfano. Noi scrittori siamo costretti ad assecondarli, una volta che prendono vita.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Non sono un tipico lettore di genere (né il genero di un lettore), i miei scrittori preferiti sono Fante, Salinger, Scerbanenco, Dostoevskij. Ma anche Tabucchi, Palahniuk, Tolstoj.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Sono uno scrittore abbastanza indisciplinato. Stilo una scaletta, ma poi ci faccio su del “jazz modale”, spazio tra computer e Moleskine, scrivo un po’ seduto e un po’ disteso, mi alzo, bevo del caffè americano, mi circondo di Post-it… Ho bisogno di distrarmi per rimanere concentrato. Tutto questo, manco a dirlo, succede di notte, dalle 23 in poi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Indagine non autorizzata” di Carlo Lucarelli.

Raccontami adesso un aneddoto curioso, insolito, imbarazzante o divertente legato alle prime presentazioni di Torre di controllo.

Durante la prima presentazione del libro qui a Milano, con Andrea G. Pinketts e Andrea Carlo Cappi, quest’ultimo tira fuori dalla tasca un foglietto sul quale aveva annotato tutte le mie battute demenziali degli ultimi due anni, e si mette a leggerle ad alta voce. Volevo morire. È stato davvero esilarante. Ma io volevo morire.

Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Andrea G. Pinkettshanno speso parole davvero lusinghiere sul tuo lavoro. C’è qualcuno a cui ti senti in particolare debitore, che ti ha incoraggiato, consigliato, insegnato i trucchi del mestiere?

Non hai idea di quanto siano importanti per me i loro pareri. Sono tre professionisti che stimo tantissimo, oltre a essere dei grandi amici con cui mi diverto un sacco. Ho iniziato a scrivere narrativa di genere proprio dopo aver letto il saggio “Elementi di tenebra” di Andrea Carlo Cappi, ma gli insegnamenti, i trucchi per usare al meglio i ferri del mestiere, be’, quelli – soprattuto Cappi e Di Marino – li dispensano quotidianamente attraverso il confronto, la critica, lo scambio reciproco di storie e opinioni. Da questo punto di vista mi ritengo davvero fortunato.

Nel salutarci ringraziandoti per la disponibilità, l’ultima fatidica domanda, stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere sui tuoi progetti futuri?

Grazie a voi. Sto lavorando, già da qualche mese, al sequel di “Torre di controllo”. Il titolo provvisorio è “Rapporto in scala 1:1”. Tratterò altri temi scottanti, come, ad esempio, il terrorismo di matrice islamica. Stay tuned!

:: Intervista con Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2011 by

Novelli zarini

Benvenuti su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi l’uno l’altro anche fisicamente. Forse è un pettegolezzo smentitemi ma chi dei due assomiglia al Ridge di Beautiful?

Come prima domanda iniziamo male. Non per la domanda, ma per la descrizione! Diciamo solo che siamo lontani sia da Johnny Depp e Brad Pitt per rimanere ai mascelloni. Ma ben lontani… Purtroppo sia sul nostro sito che in rete girano nostre foto. Rimandiamo a quelle. Sopportare anche una descrizione oltre che la visione potrebbe nuocere gravemente alla salute…

Come è nata la vostra amicizia e come si è trasformata in una società a delinquere di stampo letterario? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro?

La società a delinquere si è formata sui campi da tennis dell’allora dopolavoro Italsider di Savona più di vent’anni fa. Entrambi con la passione per la scrittura e per il cinema, la prima volta invece che giocare abbiamo passato gran parte dell’ora seduti, tirando a giustificazione il caldo estivo, parlando di cinema e di libri. Magari è nata proprio da quella chiacchierata il proposito di scrivere qualcosa. Chissà… lasciamo il mistero!

Come vi dividete i compiti, scrivete un capitolo a testa, fate molte stesure dello stesso capitolo concordando poi ogni singolo paragrafo, chi è il più pignolo dei due?

Applichiamo una sorta di scaletta. Stabilita la storia che vogliamo scrivere, stiliamo un elenco di punti essenziali, fissati capitolo per capitolo che andranno a costituire l’ossatura della trama del libro. Una volta definito lo scheletro della storia, facciamo una verifica dal punto di vista cronologico, di costruzione, di tenuta della suspense capitolo per capitolo, andando a rinsaldare i punti più “deboli”. In seguito, iniziamo a sviluppare tutti questi punti-chiave, a definire le piccole parti di raccordo tra i diversi punti, fino ad ottenere la storia nel suo complesso. Quando la trama è completa, operiamo un nuovo controllo cronologico di tutti gli eventi. È a questo punto che avviene l’inserimento dei personaggi nel contesto. Personaggi, che in parallelo alla costruzione della trama, abbiamo strutturato a parte dal punto di vista psicologico, fisico e caratteriale. Andiamo a inserirli scena per scena, cercando per ognuno il rispetto del climax della storia. Chi è il più pignolo? Con questo metodo di lavoro non possiamo esimerci dall’esserlo entrambi. E quattro occhi sono più attenti di due!

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Z: Alla fine della notte di Sergio Altieri e l’Ombra di Cody McFadyen.

N: Il senso di Smilla di Peter Høeg e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere.

Non ci riusciamo senza ridere e poi sarebbe irripetibile e con qualche bip. Una sfida all’ Ok Corral!

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Sono tanti, troppi e per non far torto a nessuno dei viventi italiani – ce ne sono tantissimi di davvero bravi- citiamo due nomi “defunti”: Emilio Salgari e Giorgio Scerbanenco. Tra  gli stranieri: Preston&Child, McFadyen, Grangè, Chattam.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Si litiga certamente, ma si risolve sempre tutto con una risata o dimenticandosi il perché si è litigato. Per quanto concerne invece le dispute letterarie, ovvero quando abbiamo idee diverse su un qualche punto della trama, risolviamo con una partita a tennis. Chi vince ha diritto di vita e di morte sulla parte del testo. Ma capita raramente.

Raccontatemi l’aneddoto più curioso dei vostri esordi, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Sicuramente ne abbiamo uno, che raccontiamo spesso durante le presentazioni. Riguarda l’episodio che ci ha fatto arrivare a Firenze nel luglio del 2003 nella terna dei finalisti del Premio Internazionale “Palazzo al Bosco”. Eravamo stati avvertiti dall’organizzatrice e  presidentessa del premio di essere tra i tre candidati a vincere il Premio.
Noi avevamo cercato di sapere se avevamo vinto, ma lei, irreprensibile, ci disse che come in un giallo avremmo scoperto tutto a tempo debito.
Per farla breve, ci ritrovammo in giacca e cravatta sotto la canicola fiorentina prima, e a Palazzo Vecchio poi, con tanto di suonatori di chiarine in gran parata.
Il vincitore dell’edizione precedente si avvicinò a noi. E ci chiese: “Siete voi i vincitori di quest’anno?”
Noi a quella domanda ci guardammo perplessi, negando. Ma la sua faccia era altrettanto interrogativa, come se avesse appena parlato con dei marziani.
Prima dell’inizio della cerimonia ci furono le foto di rito dei finalisti con la presidentessa e in una di queste foto per il quotidiano La Nazione ci misero perfino il premio – una preziosa scultura in argento – tra le mani.
Chiunque avrebbe capito che eravamo noi i vincitori, tranne… noi.
Ci arrivammo solo a proclamazione ufficiale.
Ma la cosa divertente sta nel fatto che La Nazione aveva già pubblicato la mattina stessa i nomi dei vincitori! Tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, lo sapevano! Ci sarebbe bastato leggere il quotidiano!
Ma arrivarci…
Forse è anche per questo che scriviamo in due. Almeno in due riusciamo a farne un chilo!

Come è avvenuto il vostro incontro con Marsilio? Avete presentato il vostro romanzo  a molti editori prima di trovare quello giusto?

Questa domanda si ricollega in qualche maniera alla precedente, poiché il premio effettivo del concorso fiorentino era proprio la pubblicazione per Marsilio. Di fatto l’opera vincitrice del concorso veniva edita dalla prestigiosa casa veneziana. Certamente, prima di arrivare a questa svolta, abbiamo penato parecchio. Conserviamo ancora le trentatré lettere di rifiuto ricevute da diverse case editrici.

Avete esordito con il medical thriller Soluzione finale, libro che ha vinto anche alcuni premi. Come è stato accolto dalla critica e dal pubblico?

Favorevolmente. Inutile dire che per chi scrive ricevere complimenti per il proprio lavoro sia la cosa più gratificante. Siamo stati accusati di esterofilia, visto che la storia era ambientata a New York, ma lungi da noi un pensiero simile. È sempre la storia che determina le ambientazioni, gli argomenti e i temi che andiamo ad affrontare, non il contrario. Abbiamo in cantiere progetti che vedranno ambientazioni italiane, per cui…

Nel 2008 è uscito il vostro secondo romanzo Per esclusione. Ce ne volete parlare?

A differenza di “Soluzione finale”, che è un medical-thriller, “Per esclusione” è un serial killer-thriller. Ambientata come “Soluzione finale” a New York, vede come protagonista Salomone, un assassino seriale che rapisce una coppia di bambini e chiede poi ai genitori di scegliere quali dei due figli debba essere salvato, condannando automaticamente a morte l’altro. Inutile dire che su una scelta del genere, si innescano forti emotività e laceranti contrasti tra i genitori. È un thriller sì, a tinte molto forti, ma molto psicologico, che induce a farsi delle domande su ciò che realmente pensiamo e quello che crediamo di pensare.

E ora parliamo di Il paziente zero appena uscito sempre con Marsilio. Nel gergo medico il paziente zero è il primo paziente individuato nel campione della popolazione di un’indagine epidemiologica. Come avete scelto questo titolo?Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il titolo è stato scelto perché si adatta perfettamente a due interpretazioni. Quella che tu hai correttamente illustrato e anche ad un’altra. Ma se lo diciamo sveliamo parte della storia, quindi… No comment! L’idea è nata da un articolo molto interessante che avevamo letto un po’ di tempo fa, legato alla ricerca sulla squalamina, sostanza che deriva dagli squali  che si sostiene possa essere una valida cura contro forme tumorali. Questa è stata la scintilla, ma siccome vogliamo sempre complicarci le cose, abbiamo pensato bene di trattare anche l’argomento controverso dei diamanti. Come si combinano squali e diamanti? Lasciamo la risposta ai lettori.

Un thriller avventuroso lo si potrebbe definire. Era nelle vostre intenzioni più scrivere un thriller o un romanzo di avventura?

Era nostra intenzione scrivere una storia che mantenesse le cadenze del thriller pur nella concitazione dell’avventura.  Quindi molta azione sì, ma anche introspezione ed enigma. Speriamo di esserci riusciti. Sappiamo che non è semplice cambiare genere ogni volta, ma è una bella sfida che ci mette sempre in gioco.

Il protagonista Cristophe Douvier è un ragazzone a cui viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ama il surf e lavora come corriere per una multinazionale di diamanti. Credendo che gli resti poco da vivere pensa di fare il colpo della vita per dare una sistemazione economica all’adorata sorella e così escogita di tenersi i diamanti che deve trasportare. E’ un personaggio piuttosto insolito rispetto al solito eroe tutto muscoli senza macchia e senza paura. Come avete costruito il suo personaggio?

Ci piace che i personaggi dei nostri libri siano prima di tutto persone. Ci piace costruirli a tutto tondo, caratterialmente, psicologicamente, fisicamente. Dobbiamo, mentre scriviamo, immedesimarci in loro, pensare come loro. A quel punto loro faranno il resto, scrivendosi quasi da soli. Douvier non è un superuomo, è una persona comune che si vede costretto ad affrontare qualcosa più grande di lui con le sole forze che un uomo normale può avere quando si sente sovrastato da qualcosa. Tenacia, volontà, voglia di raggiungere quello che si è promesso. A qualsiasi costo.

Il personaggio della sorella Isabeau in che modo influisce sulla trama?

Isabeau è fondamentale per lo svolgimento della trama. Condiziona tutta la dinamica del fratello, fino al finale. Se non ci fosse Isabeau, non ci sarebbe il Christophe Douvier che si legge nel romanzo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Come abbiamo spiegato prima, la parte laboriosa avviene prima della scrittura. Oltre al metodo, c’è anche tutta la raccolta e lettura del materiale per approfondire i vari argomenti. Quando ci è possibile, cerchiamo anche di avvalerci della consulenza di esperti del settore. Questo nel rispetto dei lettori, della loro voglia di capire e nella loro attenzione.
La scrittura è la parte più creativa. A quel punto ci divertiamo davvero, anche se purtroppo non ci gustiamo mai la storia fino in fondo perché sappiamo già come va a finire!

Vi piace fare tour promozionali? Come gestite i rapporto con i vostri lettori? Chi di voi è il più timido?

Fare presentazioni è stimolante ed è l’occasione per essere a contatto con i lettori, scambiare opinioni con loro, ascoltare le loro valutazioni. Tutto questo è sempre una bella sensazione. A noi piace stabilire contatti con i nostri lettori. Una volta che un libro è stato scritto, diventa di chi lo legge. Ognuno può dargli la propria interpretazione, il proprio giudizio. È magnifico!

Siete definiti i più americani degli autori italiani. Sono previste traduzioni all’estero dei vostri romanzi o tour promozionali? Vi piacerebbe presentare Il paziente zero in America?

Nonostante i nostri romanzi siano a respiro internazionale, finora non sono ancora stati tradotti. Ma mai dire mai! Speriamo anche che un domani qualcuno sia interessato a trasporli da carta a pellicola. Il paziente zero… magari in Sudafrica, sott’acqua dentro la gabbia metallica e gli squali intorno! Una marketta rischiosa!

L’intervista è quasi conclusa nel ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il vostro grande senso dell’umorismo vi formulo l’ultima domanda. State attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Abbiamo una serie di racconti per diverse antologie che usciranno a breve e abbiamo da poco ultimato il nuovo romanzo che daremo a breve alla Marsilio.
La scrittura è un vero, piacevole, virus. Non ti abbandona mai. Ogni volta che terminiamo un libro ci diciamo: “Adesso ci riposiamo un po’?”.
Non accade mai, c’è sempre un’idea nuova che ti fa dire “Dai proviamoci, ancora!”
Un grazie a te Giulia e ai lettori di Liberidiscrivere per l’ospitalità e la simpatia!

:: Recensione di Generazione di perplessi di Roberto Saporito

9 giugno 2011 by

generazione-di-perplessi1Dopo una felice e fortunata parentesi come autore di romanzi, Roberto Saporito torna all’antico amore, al racconto e lo fa con una raccolta di 19 brevi composizioni in cui il sapore intimista ed esistenzialista che caratterizza la sua intera produzione si unisce al suo minimalismo di stampo chiaramente nordamericano per dare vita ad un affresco corale in cui tante voci si modulano armoniosamente per tratteggiare un’ intera generazione, la generazione di perplessi appunto che con ironica leggerezza emerge da queste pagine impreziosite da citazioni, rimandi, echi letterari colti e sofisticati. Saporito non è uno scrittore improvvisato, si sente che si è nutrito e imbevuto delle opere dei maestri del genere e con sicurezza ha acquistato uno stile personale e immaginifico che ben poco a che fare con l’imitazione. Saporito filtra con la sua sensibilità un po’ bohemienne l’opera di grandi, come non citare De Lillo o David Foster Wallace, per creare racconti molto simili ad opere sinfoniche, non a caso la musica è una delle sue grandi passioni e appunto da questa arte ha tratto i virtuosismi e i crescendo inaspettati, seguiti da pianissimo di rara efficacia. I personaggi che affollano le sue pagine possono apparire improbabili solo ad un’ occhiata superficiale, sì ci sono serial killer, scrittori vendicativi o in crisi di ispirazione, uomini ad un bivio non sempre forti abbastanza per andare fino in fondo nei percorsi intrapresi, ma la verità è che rispecchiano una condizione drammaticamente reale in cui è immerso l’uomo contemporaneo, impossibilitato a decidere autonomamente sempre condizionato, dalla società, dalle proprie paure, dalla propria perplessità davanti ad un mondo che non lascia scelta. Saporito è implacabile nel delineare tutto ciò, la sua anima noir tradisce un pessimismo venato di anarchia che addenta l’aura grottesca che circonda la realtà e si estranea fino mettere a nudo i nervi scoperti dell’anima.        

Generazione di perplessi di Roberto Saporito Edizioni della Sera collana Emozioni di carta Prezzo di copertina € 11,00 2011, 118 p., brossura

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