:: Recensione di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico di Lorenzo Mazzoni e Andrea Amaducci

15 febbraio 2012 by

– Tua madre coltiva marijuana in cortile. Tuo figlio gira con un invasato finto islamico, i tuoi vicini sono poveri diavoli immigrati sempre in bilico fra un’esistenza lecita e un’esistenza illecita. Ti vesti come un dandy sballato dei primi anni ’80. Beh, con un profilo del genere pensi di essere credibile come poliziotto? – chiese l’immagine allo specchio.

Pietro Malatesta, sbirro anarchico di periferia, e la sua Ferrara noir e multietnica, – protagonisti incontrastati di questa trilogia che riunisce in un solo libro edito dalla milanese Momentum tre romanzi brevi separati di Lorenzo Mazzoni: Nero ferrarese, Il recinto delle capre e Il cinematografo, in passato usciti con Linea BN edizioni-, si inseriscono a pieno titolo, seppur italianissimi, nella gloriosa tradizione che ha fatto grande il polar francese. Un noir poliziesco della quotidianità, delle banlieues degradate, degli ultimi, dei diseredati, dei teppisti da strada, dei venditori abusivi di accendini e portachiavi, delle modelle porno, un noir in cui Mazzoni piuttosto che indulgere su toni cupi e opprimenti si lascia contagiare da sprazzi di luce e di umorismo che molto ricordano le strampalate indagini del commissario SanAntonio di Frederic Dard, la scena di Malatesta alle prese con la venditrice di aspirapolveri in Nero ferrarese vi assicuro gareggia con le sue pagine più bizzarre e divertenti. Se dovessi fare un a raffronto musicalmente parlando non potrei non pensare alla contaminazione di generi della musica alternativa dei Mano Negra, alla loro solarità e allegria. Un noir solare è quasi un controsenso, ma rispecchia bene l’ambivalenza e la varietà di generi che caratterizzano maggiormente l’originalità di questi tre romanzi. Nella bellissima prefazione di Enrico Pandiani, che vi consiglio di leggere al termine della trilogia, leggerete una profonda analisi di cosa c’è e di cosa invece non c’è in Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ed è raro che uno scrittore parli di un altro scrittore con tale cognizione e partecipazione. Non a caso Pandiani è un altro seguace della scuola francese, tanto da ambientare le sue storie direttamente a Parigi.

Camminò lungo via Garibaldi, percorse via Cassoli, giunse di fronte al Bar dello Stadio, incastonato sotto la gradinata, riparato dai platani. Quando era un ragazzo scalmanato, Malatesta passava intere serate dentro quel bar. Si ritrovava lì con i suoi compari teppisti. Bevevano vino, giocavano a carte, organizzavano le battaglie della domenica, intonavano cori. Poi lui si era sposato ed era diventato uno sbirro e i suoi compari erano invecchiati, qualcuno era finito in gattabuia, qualcuno era morto di eroina, qualcun altro si era sistemato e rinnegava il passato. La gloriosa Ovest era morta.

Pietro Malatesta, ex teppista pentito, tutore dell’ordine sui generis, contraddice tutti gli stereotipi del poliziotto standard: è un anarchico, non inquadrabile in categorie ed etichette, non è addomesticabile. Gira per Ferrara in bicicletta, non è tentato di esercitare il suo potere in modo violento e arbitrario, tollera  a mala pena la mediocrità dei suoi superiori che hanno fatto carriera tramite agganci giusti e corruzione, prova simpatia per i più sfortunati, forte di un romanticismo un po’ surreale e strampalato che Mazzoni non porta mai a scadere nel comico ad oltranza o nella farsa. L’anima noir del libro persiste e si nutre di rabbia, di quel tipico odore di bruciato che si respira in una società malata di consumismo e indifferenza, in cui la violenza e il crimine invece di essere eventi eccezionali ne costituiscono il terreno naturale in cui si muovono i personaggi, vinti, sconfitti, doloranti per le botte prese, per le delusioni, per lo squallore che li circonda fatto di degrado, rassegnazione, sopraffazione del più forte sul più debole. La fenomenologia malatestiana porta con sé una notevole dose di anarchico anticonformismo e di autentico dolore non troppo nascosto dalle pennellate di umorismo che non bastano a nascondere tutto il nero che costituisce la nostra quotidianità. Non posso non ricordare che Nero ferrarese è dedicato in memoria di Federico Aldrovandi. In conclusione un plauso ai disegni di Andrea Amaducci che si alternano al narrato come riflessi onirici profondamente in simbiosi con la storia,  e pur nella loro semplicità, ci accompagnano davvero durante la lettura e quasi si aspetta l’arrivo del prossimo disegno, in bianco, nero e rosso.

:: Recensione di Sinfonia di piombo di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2012 by

A volte la mafia aveva bisogno di dare una scrollata alla concorrenza, ma non voleva prendersene la responsabilità. Mike non faceva nemmeno finta di capire le politiche della malavita. Sapeva solo che si facevano bei soldi spazzando via certa gente.

Sinfonia di piombo (Shotgun Opera 2006), finalista all’Anthony Award quinta opera di quel vulcano di creatività e icona del pulp-noir che è Victor Gischler di cui Joe Lansdale dice che “porta la scrittura a danzare sull’orlo dell’abisso”, tanto per intenderci e se lo dice lui c’è da credergli, tradotto da Marco Piva Dittrich e pubblicato da Revolver nuova collana di BD, è un romanzo decisamente, ma decisamente impressionante non solo per capacità tecnica, inventiva, umorismo, senso del ritmo ma perché prende un genere, il noir di mafia, e lo rivolta come un calzino, infarcendolo di tutta la stralunata bizzarria del pulp più spinto e provocatorio. E’ un romanzo frenetico, surreale, maleducato con venature anche hard in cui la violenza forse eccessiva ed esasperata non scade mai però nel grottesco ma contribuisce a dare una certa crudezza all’azione che proprio sul punto di diventare insopportabile viene stemperata da dosi massicce di umorismo e autentica comicità. Forse in questo consiste “il danzare sull’orlo dell’abisso” forse in questo c’è il segreto che rende Gischler un autore a suo modo eccezionale e sopra le righe. Tutto ha inizio ad Harlem, quartiere nero di New York, nel lontano 1965. Due fratelli Dan e Mike Foley, due ragazzi irlandesi, due sicari di basso livello che si guadagnavano da vivere risolvendo problemi per conto dei mangiapasta sono seduti sulla loro Buick e aspettano dietro ad un club prima di dare una lezione a una gang di Harlem colpevole di  avere sconfinato nel mercato di eroina della mafia. Ne seguirà una sparatoria, una vera sinfonia di piombo, al suono di mitragliatrici Thompson calibro 45, pistole automatiche e fucili più l’esplosione di una piccola bomba a mano tanto per dare inizio alle danze. Tra schegge di vetro, corpi crivellati, sangue dappertutto, Mike intravede una piccola gamba bruna, magra, con un calzino increspato rosa sul piede, e lo shock per questo evento imprevisto segnerà la fine della sua carriera nel crimine e l’inizio di un volontario esilio nella pace agreste dell’Oklahoma a coltivare la terra e produrre vino per scontare nella più profonda solitudine le colpe commesse. Ma quarant’anni dopo il destino, che non si è scordato di lui, torna a bussare alla sua porta sotto le sembianze di suo nipote Andrew, figlio di Dan ormai morto anni prima di cancro dopo essersi ritirato anche lui dal crimine per aprire un bar nel Queens. Andrew studente al primo anno di conservatorio di Manhattan e sempre a corto di denaro questa volta si è ficcato davvero in un brutto, ma brutto guaio per dare retta a due amici aspiranti mafiosi che gli avevano presentato un lavoretto senza impegno per un piuttosto necessario guadagno facile. Tutti quelli invischiati in quel traffico, lo sbarco clandestino in un container di un terrorista arabo, iniziano a morire come mosche per mano della donna più pericolosa del mondo, la killer Nikki Enders, una donna che uccide come respira, intenzionata a seguire Andrew anche ai confini del mondo per portare a termine la sua missione. Andrew si ricorda allora delle ultime parole del padre sul letto di morte: rivolgiti a zio Mike solo se sei con l’acqua alla gola. Trova una vecchia foto, che cazzo poteva anche prendere e portarsi con sè e non farla trovare alla bella Nikki ma tanto di vi fa capire quanto sia balordo, su cui sta scritto il numero di telefono dello zio, gli telefona chiedendogli aiuto e prende il primo autobus per fiondarsi nel nulla dell’Oklahoma. Da questo momento è il caos, una sarabanda allucinata con dialoghi al fulmicotone di un umorismo acido e cattivo, piena di personaggi bizzarri e stravaganti, una sconclusionata manica di assassini che piombano nella vita di Mike e lo costringono con la forza a tornare ai vecchi tempi. Non vi dico il finale se no farei una brutta fine ma vi assicuro che è inevitabile e anche un po’ triste seppure nell’epilogo un barlume di speranza si intravede all’orizzonte.

:: Intervista a Darien Levani

14 febbraio 2012 by

Buongiorno Darien, grazie per la partecipazione. E’ uscito da poche settimane “Il famoso magico qukapik” (Odoya Edizioni), il tuo ultimo romanzo che sta avendo un grande successo. Ce ne vuoi parlare?

E’ una storia di scacchi, guerre, finzione, propaganda, relazioni, inganno, reclame e … guarda, vado per una soluzione facile: faccio copia /incolla dalla nota di copertina: “Glauko è un giovane dalle mille risorse: stabilisce i coefficienti per le scommesse sulla colpevolezza o meno delle persone indagate; ruba la posta e ricatta i destinatari; porta t-shirt con talune scritte pubblicitarie; vende idee ai grandi supermercati. Elisa è la sua fidanzata. Glauko abita con Mark, strano personaggio che lavora di notte e gioca con lui a scacchi a distanza, lasciando un biglietto vicino alla scacchiera per informarlo della sua mossa. Veli è l’agente di polizia che spera di sbarazzarsi di Glauko e di conquistare Elisa. Glauko vive nell’Impero Occidentale, non diverso dalla nostra Europa. Sullo sfondo, si profila una guerra tra l’Occidente – una sorta di repubblica governata da un certo Wibas – e l’Oriente ‒ una monarchia dittatoriale o forse no, governata da tale Kuzatumba. In realtà gira voce – e tutti ci credono, Glauko compreso – che anche in Occidente ci sia una dittatura e che sia retta dalla forza magica del qukapik (picchio), che fornisce eterno potere. Infatti, su suggerimento del mago Swartzhin, Kuzatumba usa gli escrementi del qukapik per conservare il suo ruolo. I Rapati – immigrati orientali che per legge devono rasarsi quotidianamente per essere sempre riconoscibili – continuano a dire che Kuzatumba non è un dittatore. Poco importa: Wibas ci crede e sembra deciso ad avere il qukapik: si prepara ad andare in guerra quando Glauko incontra Eduart…

Dove nascono le atmosfere un po’ vonnegutiane del libro?

Dalla storia che voglio raccontare. Per questa storia che parla di conflitto, simboli, guerra e fede un ambientazione simile a quella vonnegutiana mi sembrava la più appropriata. Non riesco a decidermi se sono io che ho rubato al buon Kurt o se sia io sia lui abbiamo rubato dalla stessa fonte. Forse questa fonte sono i miei Balcani, un’ entità di confini e storia dove tutto è vero e allo stesso tempo falso a secondo della prospettiva, dove si produce tanto odio ma non si prende mai sul serio. E’ il nostro destino, sospesi tra l’Europa e l’Asia.  Poi le cose succedono e basta. Alcune parole vanno dietro ad altre parole per creare degli eventi che poi creano una storia…

Il famoso magico qukapik“, oltre alla prosa di Kurt Vonnegut, sembra un felice mix di Tom Robbins shakerato alla rakìja, Seattle che incontra i Balcani. Hai dovuto lavorare molto per raggiungere questo tipo di prosa caleidoscopica?

No, in realtà non ho mai lavorato su questo punto, è stato tutto naturale. Ho lavorato, e molto, finché non sono riuscito a capire cos’è la scrittura. Credo che scrivere significa rivelare parte di se stessi, e una volta che ho accettato questo concetto il resto è stato facile. Non doverti più preoccupare  di cosa pensano di quello che scrivi – almeno, non tanto – ti rende libero. Oltre a questo, io credo che chi scrive, scrive le storie che vorrebbe leggere. Anche sotto quest’aspetto portare a convivere tutti questi elementi è stato facile.

Come nel tuo precedente romanzo “Solo andata, grazie” (Alba Media Edizioni, 2010) hai scritto in italiano, che non è la tua lingua madre. Una scelta coraggiosa e ammirevole. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a pubblicare sul mercato italiano?

La lingua. Ogni storia vuole essere narrata in un certo modo. Adesso per esempio sto scrivendo qualcosa ambientato a Tirana, i personaggi bestemmiano e sputano in albanese perché altrimenti sarebbero falsi. E’ l’unico criterio che seguo: abito la lingua.

In “Solo andata, grazie” affronti utilizzando un registro narrativo a metà fra il reportage e il romanzo milleriano, le problematiche degli stranieri in Italia. Vuoi parlarci del libro? Le vicende narrate sono frutto dell’esperienza diretta?

Il libro racconta le storie di migranti giunti in Italia, in un modo e nell’altro. Non è esaustivo, ma di vero. Nasce da esperienze dirette, cose viste o sentite, storie di follia quotidiana. Come quelle di chi raccoglie pomodori per pochi centesimi, chi si da alla cocaina per potere lavorare meglio e intanto combatte contro un sottile razzismo quotidiano. Anzi, combattere è troppo, “lo subisce” è meglio. Ma del resto è normale che sia così. Nessuno ha saputo integrare gli stranieri ne rassicurare gli italiani. Si credeva, forse, che 5 milioni di persone potessero entrare in Italia senza fare alcun rumore?  Poi volevo anche parlare della nuova specie di ipocrisia e stupidita. Pensa a un individuo così: ha sistemato i suoi con 500 euro al mese assumendo una badante moldava. Al nero, si capisce. Ha l’amante romena. La sua azienda rischiava di chiudere, quindi ha assunto un paio di africani al nero: gli permettono di andare avanti perché li paga poco e non ci paga manco le tasse. Poi la sera si presenta alla riunione del partito e dice che non si può andare avanti con tanti stranieri, che vorrebbe tornare nel 1980 quando le cose erano più semplici. Alla fine questa gente vuole riscrivere il presente, è solo una grandissima operazione vintage.

Quali sono i tuoi “cattivi maestri”?

Tanti, troppi per essere nominati.  Non solo scrittori ma tanti cantanti, registi. Nomi a caso: Jack London,Paco Ignacio Taibo II, Francesco Guccini, Migjeni, Joe Strummer, Bertolt Brecht, Kurt Vonnegut, Sepulveda mi hanno insegnato come vedere la linea gialla e decidere da che parte stare. Confesso che trovarla diventa sempre più difficile. Nick Cave, Hornby, L.Cohen, Bob Dylan, Piero Ciampi, Mike Patton mi hanno insegnato il pop, credo.  Da Wallace, De Gregori, Jacques Brel, Dave Edggars, Diaframma e Franzen ho imparato il modo di prendere le distanze da una certa eleganza. Ellroy,  Lansdale, Chandler, Carlotto dicevano che ogni tanto fare a botte ci sta, ed è pure divertente, ma che l’importante è scavare. Ma sono solo pochi, ecco. Forse la mia influenza letteraria più importante erano gli slogan comunisti che riempivano la città della mia infanzia. “ Il Partito forgia l’uomo nuovo. Il paradiso socialista è l’unico paradiso possibile. L’imperialismo americano è una tigre di carta.”

Pensi ci siano buoni scrittori albanesi contemporanei che meriterebbero di essere tradotti in italiano?

Pochi.  Purtroppo gli scrittori albanesi e kosovari rifiutano di vedere e scrivere la realtà. Si perdono in piccole cose, spesso servono padroni immediati, si pettinano per andare in tv, sono molto interessati a quello che il pubblico pensa di loro, amano specchiarsi nel fango, hanno occhi solo per l’Albania che luccica e non per quella persa nel fango. Poi ci sono le eccezioni: Fatos Kongoli è un buon scrittore albanese, l’unico capace di fare i conti con il passato comunista. Enkelejd Lamaj e Loer Kume sono due giovani ragazzi che si divertono a sconvolgere la letteratura albanese: che Dio li aiuti. Arian Leka, Dritan Mesuli, Visar Zhiti sono poeti della parola e della sensazione.

Cosa stai leggendo attualmente?

Roba della seconda guerra mondiale. Storie, reportage, rapporti, carte processuale di Norimberga. Non ho ancora deciso perché le sto leggendo.

Hai una giornata tipo di lavoro creativo?

No. Mai avuto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Al momento sto revisionando un libro che dovrebbe uscire in Albania entro il 2012. Poi sono molto stuzzicato da questa idea collegata alla seconda guerra mondiale. Lo sapevi che negli anni ’50 la Cia sospettava che Heinrich Müller, ex capo della Gestapo viveva in Albania, serviva da ufficiale della famigerata polizia albanese e si faceva chiamare Abedin Beqir?  Secondo i servizi segreti albanesi però queste voci erano infondate in quanto “fabbricate” ad arte da parte dei servizi segreti sloveni per discreditare il socialismo albanese.  Diciamo che non è importante capire se è vero o meno, quello che è importante sono le domande, non necessariamente le risposte. Ipotesi verità: abbiamo perso Müller fuori dal bunker di Hitler e lo ritroviamo a Tirana. Come diavolo fa ad arrivarci, e perché? Ipotesi falsità: è una guerra di spie che si fanno dispetti a vicenda. Ipotesi narrativa: un giovane ufficiale albanese viene incaricato di svolgere ricerche su queste accuse. Cosa scopre? Ogni libro è una domanda, e se quella domanda è posta bene tutto il resto scorre. Ecco, una storia così sarebbe molto divertente da scrivere, anche perché sono stanco di un certo modo di narrare queste spie, roba da Mission Impossibile + annessi e connessi.  Sono falsi, bugiardi. Quel lavoro era fatto di case, telefoni che non suonavano, alberghi sporchi, tante inutili paranoie, depistaggi grossolani, ideali o assegni che poi spesso si equivalevano. E tanta, ma tanta ambiguità perché raramente le storie hanno un inizio e una fine…lo stesso spirito ambiguo che pervade una canzone molto bella intitolata The Bagman’s Gambit da The Decemberists. Mi piacerebbe raccontare le cose così come stavano veramente… ma non credo che scriverò mai questa storia.

Grazie e buona giornata.

Grazie a voi. Veramente.

Darien Levani,  nato nel 82 a Fratar, è uno scrittore e giornalista albanese che vive in Italia. Collabora con Albania News, Nazione Indiana, Città Metticcia, Shqiptari i Italise, Tirana Calling, Gazeta, Tirana Observer.  Ha esordito  con il romanzo Solo andata, grazie (Alba Media, 2010) un’inchiesta narrativa sul mondo degli stranieri in Italia. Il magico famoso Qukapik è il suo secondo romanzo.

http://www.amazon.it/famoso-magico-qukapik-Composizioni/dp/8896026881/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1328819421&sr=8-1

Lo potete trovare su Anobii

http://www.anobii.com/contributors/Darien_Levani/1626285/

:: Cosa pensate degli ebook?

13 febbraio 2012 by

Giorni fa avevo proposto questo tema di riflessione. Non avendo visto commenti ho pensato che non interessasse e così ho cancellato il post. Ho ricevuto invece messaggi di lettori che per mancanza di tempo non erano riusciti a commentare ed erano dispiaciuti che fosse sparito. Ripropongo perciò il dibattito: Amate gli ebook? La pirateria ne segnerà la fine? Preferite il buon vecchio libro cartaceo? Aspetto i vostri commenti.

:: Recensione di To be continued – I destini del corpo nei serial televisivi e intervista a Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio a cura di Valentino G. Colapinto

13 febbraio 2012 by

To be continued. I destini del corpo nei serial televisivi a cura di Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio: 216 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Caratteri Mobili, 2012].

Se Charles Dickens o Dostoevskij fossero ancora in vita, con ogni probabilità non scriverebbero romanzi ma sceneggiature di serial tv. Come spiega ottimamente Marco Mancassola nel primo dei dodici saggi che compongono questo libro, le serie televisive americane hanno preso il posto degli ottocenteschi feuilleton.
Seguiti spasmodicamente da folte legioni di fan tramite i canali più disparati (televisione generalista, satellite, cofanetti di dvd, streaming o download illegale), i serial come i Sopranos o Mad Men sono la più potente narrazione dei nostri tempi, il vero grande romanzo americano.
I postmoderni avevano ragione quando sostenevano che tutto era già stato raccontato, ma non importa il cosa, importa il come viene raccontato. E serie come Twin Peaks, Six Feet Under o In Treatment rivoluzionano appunto le modalità di narrazione tradizionali, meticciando i generi fino a sovvertirli.
Ne abbiamo approfittato per fare qualche domanda alle due curatrici, Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio.

Com’è nata l’idea di questo libro e con quali criteri avete individuato le serie prese in esame?

A.D.: Il libro nasce dalla condivisione di passioni individuali e accademiche che ruotano attorno alle forme della serialità televisiva, tra di noi innanzitutto e poi con altri/e studiosi/e che ci hanno accompagnato durante questo progetto.
In particolare, durante un seminario da noi organizzato presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Bari nel maggio 2010 ci siamo rese conto di quanto fosse centrale la corporeità in questi dispositivi narrativi: sensualità, oscenità, emozioni dei corpi che si muovono sullo schermo si incidono nella carne degli spettatori attraverso la temporalità lunga specifica delle forme seriali. I corpi sono in prima istanza quelli degli attori-personaggi con i quali il pubblico entra in un rapporto intimo scandito dal susseguirsi delle puntate, che sia nella fruizione settimanale o in quella compulsiva di chi divora un’intera serie in pochi giorni.
Se pensiamo poi alla singolarità del corpo dolente di Gregory House, a quella esangue dei cadaveri di Six Feet Under o a quelle sanguigne di True Blood, per fare alcuni esempi trattati nel libro, ci rendiamo conto di come questo aspetto sia centrale per la costruzione dell’intero mondo narrativo di queste serie e senza dubbio ne favorisce il successo.

C.A.: Scorrendo l’indice è possibile ritrovare serial ultracontemporanei accanto a grandi successi del passato come l’intramontabile Sex and the City e il cult di David Lynch degli anni Novanta Twin Peaks. In effetti man mano che ricevevamo le proposte, frutto di un fitto scambio virtuoso via mail durato alcuni mesi fra gli autori provenienti da luoghi geografici e disciplinari assai eterogenei, ci siamo accorte di come la corporeità di per sé si declinava secondo direttrici proprie.
La prima sessione è inaugurata dall’afflato lirico-narrativo di Marco Mancassola che cita Tony Soprano nel delirante episodio in cui il boss ingurgita un peyote e da lì ha inizio il viaggio nella serialità che si conclude, simbolicamente con la sagoma di Laura Palmer con la testa nel sacco, sintesi grafica fra Twin Peaks e Dexter ad opera di Saria Digregorio e Chiara Dellerba; tale immagine precede la citazione conclusiva del libro affidata a Lars Von Trier da The Kingdom nella quale il regista si e ci chiede: “Che farne ora di tutti questi personaggi?”.

Perché i serial tv da almeno un decennio hanno un successo globale così enorme? Dopo il boom dei telefilm, degli anni 80 (Magnum P.I., A-team, Hazzard, ecc.), ci fu nei 90 una crisi che vide il sopravvento delle sit-com. Cos’è cambiato da allora e cos’hanno di diverso i serial tv di oggi rispetto ai telefilm tradizionali?

C.A.: Lascio ai lettori di To be continued lo svelamento del mistero nominalistico che sottende alle differenze esistenti tra i cosiddetti telefilm, le serie, le serie-serializzate, i serial, le sit-com, le telenovelas etc. Mentre possiamo dire con certezza che il cambiamento epistemologico radicale nell’universo seriale è di tipo semiotico e mediatico, cioè va ricercato in seno alle modalità di fruizione del pubblico dovute ai media attraverso i quali i serial televisivi sono trasmessi e consumati.
Le pratiche connesse al web 2.0, in particolare il fenomeno del file sharing e quello dello user generated content (il fatto cioè che ciascun utente della rete possa immettere contenuti originali e/o condividerne di già esistenti, divenendo così di fatto più uno spetta/autore che non un semplice e passivo individuo del pubblico degli anni ’80 o ’90 che si prendeva la serata o il pomeriggio libero pur di non perdere l’unica replica italiana di Dallas o la puntata finale de La Piovra) ha permesso una proliferazione di testi che circolano parallelamente al semplice episodio di un serial e godono di vita propria.
Pensiamo alla passione per le sigle, i promo, i fan-fiction, i filk, il montaggio da parte dei fan dei best-moment-of e innumerevoli altri testi audiovisivi che fanno sì che la vita di un serial sia ben più lunga dei 35 minuti della singola puntata – la quale oltretutto è spesso consumata in dose doppia se non tripla, ruminata più volte, postata in giro per il web nella sua scena cult e deturpata per farla diventare altro. Tutte queste operazioni, frammentate e spesso discontinue, hanno luogo in momenti diversi della giornata e mentre si praticano altre attività: è sufficiente avere aperta una finestra sul desktop per scendere nella cantina di American Horror Story o sedersi sul divano di Friends e riascoltare una vecchia battuta di Chandler!
Non ultimo, molti serial, dal punto di vista degli investimenti nella produzione e per creatività e profondità narrativa sono i prodotti più interessanti nel panorama contemporaneo, superando non solo la televisione tradizionale ma, sovente, prendendo il posto di film e romanzi – i quali a loro volta tendono sempre più a serializzarsi.

Messe a confronto coi serial americani, le fiction italiane fanno una pessima figura. Eppure continuano ad avere successo e spesso di serie di grande qualità come Six Feet Under, In Treatment, ecc. finiscono in seconda o terza serata o escono solo sui canali satellitari e il loro culto è sotterraneo, composto da una comunità tutto sommato ristretta di aficionados per lo più giovani e avvezzi alle nuove tecnologie, che magari seguono le puntate in streaming sul notebook. Il gusto dell’italiano medio è ancora impreparato per storie così forti e poco consolatorie?

A.D.: In realtà il successo di una serie come Boris ci mostra che il problema non risiede in una presunta immaturità del gusto del pubblico italiano, quanto piuttosto nei meccanismi che presiedono ai finanziamenti, spesso orientati verso prodotti di scarsa qualità. E proprio questa serie lo mette bene in luce attraverso personaggi come il delegato di rete Diego Lopez o il direttore di produzione Sergio Potrin.
Certamente i destini della serialità televisiva contemporanea sono legati a doppio filo alle pratiche di condivisione in rete che ne determinano il successo al di fuori dei circuiti di distribuzione tradizionali e che permettono una maggiore autonomia di scelta da parte del pubblico, ma questo vale anche per tutti gli altri prodotti culturali tecnologicamente riproducibili e scambiabili.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che dietro la circolazione in rete c’è anche il lavoro instancabile di nutrite comunità di fan e appassionati che traducono le serie velocemente e in orari improbabili per pubblicare i sottotitoli e permettere la visione a un pubblico molto più ampio di quello strettamente televisivo.  È anche grazie al loro lavoro che è possibile il fenomeno della coda lunga, per il quale alcuni prodotti riscuotono un importante successo di pubblico ma diluito in un tempo lungo. Di fronte a comunità così numerose che operano attraverso queste modalità viene da chiedersi se abbia ancora senso parlare di uno “spettatore italiano medio”.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

C.A.: Attualmente sto curando la redazione di un volume che uscirà per Bevivino intorno al fenomeno della pornocultura al tempo del web 2.0: Pornoscapes: la carne online (Bevivino) e parallelamente procede il mio percorso di ricerca e scrittura sugli ossimori sociosemiotici, il prossimo lavoro, Afrodark, verterà infatti sui sensi del nero nella cultura black e in quella gotica.

A.D.: Al momento continuo a lavorare sulle questioni di genere, in particolar modo sulle rappresentazioni dei confini delle corporeità e sulle teorie postcoloniali.

Claudia Attimonelli, docente di Cinema, fotografia e televisione e Cinema, spettacolo e comunicazione all’Università di Bari. Dagli anni Novanta ha scelto Berlino come meta di studio per la ricerca. I suoi campi di indagine sono la sociosemiotica della musica, visual culture, media studies e fashion theories. Collabora come curatrice e autrice di videoarte con gallerie e teatri. Tra le sue pubblicazioni recenti: Underground zone. Dandy, punk, beautiful people (CaratteriMobili, 2011), Sigla Bondage, come ti lego e ti sospendo al video (in Eroi del quotidiano, Bevivino 2010) e Techno: ritmi afrofuturisti (Meltemi 2008).

Angela D’Ottavio insegna Sociolinguistica all’Università di Bari. I suoi interessi di ricerca riguardano la sociosemiotica del genere, il rapporto tra nuove tecnologie e corporeità, gli studi postocoloniali e le teorie sulla traduzione. Ha tradotto Critica della ragione postcoloniale di  G.C. Spivak (Meltemi, 2004). Tra le pubblicazioni recenti: Balotelli e il mito della nazionale di Calcio (in Mitologie dello sport, Edizioni Nuova Cultura, 2010), Ai margini del postumano: discorsi, corpi e generi (in Humanism, Posthumanism and Neohumanism, 2008).

:: Recensione di Morire per vivere di John Scalzi

13 febbraio 2012 by

La fantascienza si sa è un genere letterario piuttosto variegato e multiforme fatto di generi e sottogeneri, correnti e filoni narrativi, mode e tendenze, tutto un mondo alquanto complesso e ci vorrebbe un vero specialista, dotato per giunta di una ferrea memoria, per fare raffronti, usare termini tecnici appropriati e non farneticare a sproposito. Ricordo ancora quando discussi con Maurizio Landini della differenza tra Space Opera e Military SF, per chi fosse interessato ad approfondire consiglio questo link Beh tutta questa introduzione per constatare rassegnata che parlare di fantascienza è una cosa molto, ma molto impegnativa. Pur tuttavia ammettendo i miei limiti devo dirvi che mi piace parecchio, leggo a dire il vero più che altro i classici Asimov, Wyndham, Bradbury, Matheson, Dick, e una ridda di autori di racconti dei vecchi pulp made in Usa di cui faccio fatica a ricordare i nomi ma che gli esperti considerano pietre miliari del genere. Sentii parlare per la prima volta di Morire per vivere di John Scalzi traduzione di Concetta D’Addetta, titolo originale Old Man’s War da un amico che l’aveva letto in lingua originale e mi aveva incuriosito con la storia di un arzillo vecchietto alla conquista delle galassie. Non ricordo le parole esatte ma me ne parlò in modo così curioso da spingermi a  contattare l’autore, attuale presidente della “Science Fiction and Fantasy Writers of America”, chiedendogli un’ intervista. Il buon John mi disse aspettiamo che esca in Italia e poi ne riparliamo. Bene presto avrà mie notizie perché finalmente Morire per vivere è uscito anche da noi per Gargoyle Collana Extra primo titolo di fantascienza dopo il nuovo corso. Il titolo italiano un po’ fa sorridere, ma anche se avessero messo una traduzione letterale forse non sarebbe stato molto diverso, comunque sta di fatto che il contenuto è davvero interessante, soprattutto divertente, ironico, dissacrante, decisamente antimilitarista nel suo intento e non privo di riflessioni profonde sul cuore dell’America contemporanea, sul mito della frontiera, sulle modificazioni genetiche, sulla colonizzazione dissennata, su chi sia in realtà il nemico. Protagonista di questa serie, ormai in America siamo al quarto episodio, è John Perry uno sveglio vecchietto depresso per la recente morte della moglie che non avendo più uno scopo per vivere viene allettato dalle promesse di una nuova vita attiva e avventurosa in giro per lo spazio. Tutto quello che deve fare è arruolarsi nelle Forze di difesa Coloniale, farsi dichiarare morto sulla terra, in cui non potrà mai più tornare, e iniziare un addestramento che egli insegnerà ad ubbidire e combattere. In compagnia di altri volontari, trasformati in baldi e iperforzuti supereroi geneticamente modificati con una età biologica di vent’anni pelle verde e occhi da gatto, il nuovo Perry, si trova così a combattere per la conquista di nuove colonie finchè un giorno incontra Jane Sagan il ritratto sputato della sua defunta moglie. Che le sia venuta anche lei in mente l’idea di arruolarsi come volontaria nelle Brigate Fantasma?

:: Recensione di Non ti addormentare di S.J. Watson

11 febbraio 2012 by

Christine Lucas, la protagonista di Non ti addormentare opera prima dell’ esordiente inglese S.J. Watson, titolo originale Before I Go To Sleep, tradotto da Stefano Bortolussi e pubblicato a gennaio da Piemme, è una donna di 47 anni, amnesica. Vent’anni prima a causa di un incidente d’auto ha perso la memoria e ora ogni mattina si sveglia nella sua casa di Londra priva di ricordi, priva di quelle tracce insite nel nostro io più profondo che costituiscono la nostra identità, e la relazione tra memoria e identità, tema centrale di questo libro etichettabile unicamente come thriller psicologico solo dopo una lettura superficiale, si presta a riflessioni interessanti se è anche vero come scrive il Guardian che la memoria è per il romanzo contemporaneo ciò che era la follia in epoca vittoriana. Ogni mattina trova nel suo letto un uomo, Ben, che dice di essere suo marito ma che lei non riconosce, in una casa che non sente sua, fissando allo specchio un’ estranea, molto più anziana di quanto lei si senta. Fino a quando non si riaddormenterà ricorderà tutti gli avvenimenti della giornata e col sonno tutto svanirà. Un medico, il dottor Nash, un neuropsicologo affascinato dal suo caso e che vuole aiutarla, le consiglia di scrivere un diario per avere così una traccia dello scorrere del tempo sulla quale pezzo per pezzo ricostruire la sua vita. Christine si aggrappa a questo diario, arrivando a tenerlo segreto al marito, e così facendo viene a scoprire molte cose: l’esistenza di un’amica di antica data, Claire, che non ha più rivisto,  di un figlio, Adam, che il marito le dice essere morto, e  cosa più strana che era una scrittrice non ostante il marito lo neghi e affermi che non ostante il dottorato in Lettere  si arrangiasse con lavori di segretaria.  Infine Christine  scopre anche che una minaccia misteriosa incombe nella sua vita e, incerta su chi fidarsi, sarà costretta a lottare disperatamente fino al drammatico  colpo di scena finale. Se la buon anima di Sir Alfred Hitchcock fosse ancora tra noi sono certa che si sarebbe messo di impegno per trasformare Non ti addormentare  in un film facendo recitare la parte di Christine a Grace Kelly o magari no alla più dolce e tormentata Tippy Hedren ora mi pare che Ridley Scott abbia scelto di produrre il rifacimento cinematografico con Rowan Joffe come regista. Gli elementi che hanno fatto grande il suo cinema ci sono tutti: una donna in pericolo, un piano diabolico quasi perfetto, angoscia, ambiguità, suspense, traumi psicologici,  sembra quasi che l’autore abbia giocato con i canoni del genere mettendoceli tutti. Di per sé la storia è semplice, quasi elementare ed è difficile che un lettore un tantino smaliziato non capisca tutto già ben prima della parola fine. Forse Watson avrebbe dovuto giocare più sull’ambiguità per ingannare il lettore fino all’ultimo, mettere meno indizi rivelatori anche se parzialmente assorbiti dall’incertezza tra vero e falso, tra ricordi reali e indotti. Comunque anche così la storia funziona, è quasi geniale se vogliamo, una scatola ad orologeria pronta ad esploderti in faccia all’improvviso. La suspense e l’angoscia crescono dosati come un lento veleno che si insinua nella mente del lettore facendo passare in secondo piano tutto il resto. L’autore è bravo in questo rende reale l’assurdo un po’ come ne La donna che visse due volte. Una curiosità ero dannatamente convinta che l’autore fosse una donna, prendetelo come un complimento per la bravura di un uomo nell’identificarsi in un personaggio femminile.

:: Recensione di Onde – Diario di un immigrato di Francesco De Palo a cura di Valentino G. Colapinto

11 febbraio 2012 by

Onde – Diario di un immigrato di Francesco De Palo: 60 pp., prezzo di copertina €12 [Aletti, 2011].

Il consigliere regionale Paolo Miraldi è un uomo di successo, che sembra lanciato verso una carriera politica ai massimi livelli. Un uomo che ha tutto: una moglie che lo aspetta pazientemente a casa coi due figli, un amico leale e valido come l’avvocato Luca Armi, e anche un’amante, la moldava Elena. Ma come spesso succede nella realtà, Paolo Miraldi è in realtà un uomo arido e infelice, completamente concentrato sui suoi obiettivi e disposto a tutto pur di raggiungerli. Anche a far approvare una legge durissima contro gli immigrati clandestini. Tutto cambia quando una mattina di settembre, di ritorno da una scappatella coniugale, Miraldi per errore travolge con l’auto Mohamed Sallun, un ragazzo fuggito dalla Nigeria nella speranza di costruirsi un futuro migliore in Italia e finito invece in un centro di prima accoglienza, in condizioni peggiori della terra natale, tanto da spingerlo a fuggire e portarlo a quel fatidico incontro-scontro. Per un politico in vista come Miraldi uno scandalo come questo è l’ultima cosa desiderabile, in un periodo elettorale per di più. Così l’amico avvocato gli consiglia di accusare l’immigrato di aver tentato il suicidio, buttandosi volontariamente contro la macchina. Ma lo shock dell’incidente ha sconvolto Paolo, segnandolo nell’intimo. Va a trovare in ospedale Mohamed, gli diventa amico e lo porta a casa sua. Da qui a decidere di cambiare radicalmente la sua legge anti-immigrazione il passo è breve, ma Paolo non ha fatto i conti con Luca e coi poteri forti che lo hanno appoggiato finora e che adesso gli si rivoltano contro. Così Paolo inizia a essere pedinato, una missiva anonima svela alla moglie i suoi tradimenti e il migliore amico sembra pronto a pugnarlo alle spalle… Non diciamo oltre per non svelare al lettore il finale a sorpresa. Apologo sincero sull’accoglienza del diverso, Onde è un invito alla speranza. Un romanzo breve scritto con uno stile molto agile, quasi giornalistico, e incentrato su personaggi ben caratterizzati. Una storia essenziale sulle onde del destino, che quando meno te lo aspetti si infrangono su un’esistenza consolidata, sconvolgendola.

Laureato in giurisprudenza, Francesco De Palo, classe 1976, è giornalista. Redattore del settimanale Il Futurista, collabora con Il Mulino- Lettera Internazionale e col mensile greco Laikì Fonì; cura inoltre il blog frontedelpensiero.blogspot.com. Fino al 2010 ha collaborato con Secolo d’Italia, Ffwebmagazine. Profondo conoscitore della Grecia, parla greco moderno ed è direttore responsabile delle news di Mondo Greco. Onde – Diario di un immigrato è il suo primo romanzo.

:: Intervista a Marcello Simoni a cura di Cristina Marra

10 febbraio 2012 by

 La tua opera prima. Perché la scelta di scrivere un thriller ambientato nel Medioevo?

Negli ultimi anni ho scritto diversi saggi che mi hanno avvicinato a questo periodo storico, orientando la mia creatività non solo sul fronte scientifico-documentario ma anche su quello della fiction. Poiché da tempo volevo scrivere un romanzo, mi è parsa una scelta sensata – anzi, quasi un must – ambientarlo in un secolo pieno di fascino come il XIII secolo. Al di là delle usanze e degli eventi storici, l’elemento che maggiormente mi incuriosisce è la forma mentis dell’uomo medievale, a metà strada fra la cultura pagana e quella cristiana. Un altro must è stata la scelta del genere: come ho già spiegato altrove (sulla ezine Carmilla on line), il thriller possiede moduli narrativi che si lasciano “contaminare” con facilità da elementi provenienti da altri generi che vanno dal gotico all’avventuroso, dal noir al fumetto. Di fatto, ho scritto un romanzo ibrido.

Monaci, libri e omicidi. Il paragone col Nome della rosa è stato inevitabile. Che effetto ti ha fatto?

Mi ha lusingato, ma non sono del tutto d’accordo. Innanzitutto perché di romanzi ambientati nel Medioevo, tra castelli e monasteri, ne sono stati pubblicati a iosa e mi pare azzardato usare come unica pietra di paragone il capolavoro di Umberto Eco. A scanso di equivoci, Il Mercante di libri maledetti è certamente enigmatico e contiene enigmi come avviene ne Il nome della rosa, ma ciò non significa che io intenda mettermi al livello del noto semiologo. Umberto Eco ha scritto un giallo saggistico, io un thriller avventuroso, con tutte le differenze che ne conseguono. Riconosco il debito nei confronti di un maestro che ha saputo reinventare gli schemi della narrativa di genere, tuttavia le mie suggestioni e le mie finalità non corrispondono necessariamente alle sue.

I libri. Possono anche essere maledetti? Che rapporto hai con i libri?

Un libro non è mai “maledetto” in senso assoluto, in quanto porterà sempre benefici a qualcuno. E questo “qualcuno” di solito coincide con chi, leggendolo, ne metterà a frutto gli insegnamenti. La maledizione dei libri ricade sovente su chi non vuole che si legga, essendo questo il metodo più rapido per togliere la libertà e la consapevolezza alla gente. Spesso le cosiddette eresie del pensiero non sono errori né aberrazioni, ma evoluzioni di teorie fondate su nuovi punti di vista. E poiché ciascuno di noi è libero di pensare con la propria testa, può usare i libri come chiavi del futuro.

Sei da mesi in classica insieme a scrittori già affermati. Come vivi questo successo?

Se devo essere sincero non ci penso molto. A me piace scrivere e inventare storie. Mi viene data l’opportunità di farlo e per questo ringrazio le migliaia di lettori che mi seguono. Mi hanno permesso di realizzare un sogno.

Willalme è un giovane solitario e avventuroso, è lui il personaggio più misterioso?

Ogni personaggio del mio romanzo ha dei lati oscuri. Willalme è probabilmente il meno intelligibile perché rimane sprofondato in lunghi silenzi e dà sfogo alle proprie emozioni in modo improvviso, non a parole ma con azioni violente. Inoltre è legato a un passato che nemmeno lui comprende del tutto, come d’altronde dovette accadere alle vittime della cosiddetta crociata contro gli albigesi, quando soldati cattolici massacrarono i catari di Linguadoca. Lavorando al profilo di Willalme ho cercato di plasmare un individuo non-verbale che fungesse da perfetta controparte del loquace Ignazio.

A quando il prossimo romanzo? Sarà un sequel?

Il mio prossimo romanzo uscirà entro la fine del 2012. Riguarderà la seconda avventura di Ignazio da Toledo, una miscela ancora più densa di azione, intrighi ed esoterismo. Il mio progetto è di dare luce a una trilogia.

:: Recensione di “Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film” di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro e intervista a Michele Tetro a cura di Valentino G. Colapinto

9 febbraio 2012 by

Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro: 530 pp. ill., prezzo di copertina €22,50 [Edizioni della Vigna, 2010].

391 schede per 391 film tratti da romanzi o racconti di fantascienza. È davvero monumentale l’ultima fatica del collaudato trio formato da Roberto Chiavin, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (già autori di saggi imprescindibili come Il grande cinema di fantascienza vol.1 – Da “2001” al 2001, Premio Italia 2001 per Miglior Saggio in Volume, Il grande cinema di fantascienza vol. 2 – Aspettando il monolito nero, Il grande cinema fantasy e Contact! Tutti i film su UFO e alieni).
Un’opera unica e innovativa non solo nel panorama letterario nazionale. Per quanto risulti incredibile, infatti, non era mai stato pubblicato al mondo un saggio che si occupasse in maniera esaustiva di tale tema, nonostante esistano dizionari di lingua Klingon o enciclopedie dei pianeti fantascientifici.
Per questo, per la grande cura con cui è stato scritto e anche perché è continua fonte di stimoli e suggestioni, Mondi Paralleli è un libro che ogni appassionato o curioso di fantascienza DEVE avere. Un’utilissima carta di navigazione da cui partire per riscoprire perle come Hallucination (1963), Generazione Proteus (1977) o Il racconto dell’ancella (1990) oppure per confrontare le versioni per il grande schermo con le storie da cui sono state tratte originariamente, spesso con notevoli cambiamenti.
Tutti conosciamo i due capolavori La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks e La cosa (1982) di John Carpenter, ma quanti hanno letto il racconto Chi va là? (1938) di John W. Campbell da cui sono tratti?
Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Michele Tetro, co-autore anche de Il cinema dei fumetti (Gremese) e, da solo, di Conan il barbaro. L’epica di John Milius (Falsopiano Editore), nonché di numerosi racconti di genere fantastico e del romanzo L’occhio ardente di Mbatian, celebrativo del trentennale della serie TV Spazio 1999.

Siamo nell’era degli effetti speciali e del 3D. Non sono più i videogiochi a ispirarsi ai film ma viceversa. Nutri ancora qualche speranza per la fantascienza cinematografica?

Sempre, ma sono molto pessimista al riguardo. Una volta la fantascienza veniva tradotta cinematograficamente e con dignità in tutti i suoi sottogeneri, oggi se ne sfruttano pochi e ormai ripetitivi. L’esplorazione dello spazio, uno dei temi portanti, è praticamente scomparso, il sense of wonder pure. L’effettistica e la CGI hanno svilito completamente l’importanza delle storie, si va avanti a suon di orridi e inutili remake, quando invece si potrebbe fare altro e di più, i testi fondamentali non mancano e sono ancora quasi tutti lì da sperimentare. Ma è tragedia dei nostri giorni che i produttori puntino solo sul sicuro “già visto, riproponiamo” e su una resa spettacolare fine a se stessa, vuota, senza reale significato. Sono noto per essere alquanto talebano in questo senso, ma penso con spiaciuta giustificazione.

Qual è la migliore e la peggiore riduzione cinematografica di un romanzo o racconto di SF?

La miglior riduzione cinematografica di un testo di SF è quella che opera una variazione della materia originale, cercando nuovi stimoli e sbocchi, nuove fascinazioni e orizzonti. Intendiamoci, non sto parlando di ‘tradimento’ autoriale, al contrario di muoversi lungo le linee tracciate letterariamente per trovare inedite sfaccettature, di adattarsi ai mezzi del cinema e ai suoi parametri, il tutto, ovviamente, nell’ottica del rispetto del testo originale. Un esempio? Il romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatskij, opera innovativa e geniale già di suo, adattata in Stalker di Tarkovskij, film antipodico al massimo rispetto al libro, con stile, ritmo, atmosfera e personaggi completamente differenti. Virtualmente due lavori differenti, eppure variazioni di una stessa storia. Penso anche a Blade Runner da Cacciatore di androidi, a 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra da Io sono leggenda, etc. E’ molto difficile, comunque, ottenere simili risultati. C’è poi la riduzione senza infamia e senza lode, quando il film adatta fedelmente e senza pretese ulteriori il romanzo da cui è tratto, in cui si punta tutto su interpretazione o resa visiva, ma anche qui potremmo trovare opere degnissime, penso a Il villaggio dei dannati del 1960 tratto da Wyndham. Il peggio lo troviamo quando si verifica il tradimento palese della sensibilità dell’autore originale, e qui basti l’esempio di tutta la cinematografia ispirata all’opera di H. P. Lovecraft o il recentissimo Io sono Leggenda, che travisa completamente il significato del romanzo di Matheson. Tra l’altro sono ormai esasperato da questa deleteria moda dei remake, in grado di azzerare il fascino dei capolavori del passato: guarda i vari Rollerball, Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi… e tutti quelli che purtroppo verranno.

Un film di fantascienza è sempre inferiore al romanzo o racconto da cui è tratto?

No, perché dovrebbe? Certo esiste questo pericolo, perché alla fine quando uno legge un libro è regista di suo di quanto visualizza nella mente, e spesso trova deludente quando sono altri a portare le immagini alla luce, secondo sensibilità diverse dalla sua. Ci sono stati casi in cui la resa cinematografica ha giovato al testo scritto. Pensiamo a “2001: odissea nello spazio”: vero che questo è un raro caso di scrittura narrativa contemporaneamente portata avanti sia da Kubrick come sceneggiatore che da Clarke come scrittore, però alla fonte c’è il raccontino tutt’altro che memorabile di Clarke. Anche il romanzo Il pianeta delle scimmie di Boulle, che prevedeva un vero viaggio su un altro pianeta dominato da scimmie intelligenti, in una società simile a quella terrestre degli anni Sessanta, ha trovato più adeguata trasposizione nella Terra del futuro in situazione pre-tecnologica in cui le scimmie, per quanto intelligenti, non sono poi tecnologicamente avanzate. Certo se pensiamo a romanzi di vastissimo respiro, che inevitabilmente perdono tutte le loro fascinazioni in una riduzione di due ore per il grande schermo, è ovvio che il libro resterà sempre superiore al film: è il caso del pur pregevole Dune. In realtà, come sempre, bisognerebbe considerare la diversità dei due media e i differenti parametri di narrazione, quindi considerare le due opere a se stanti.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Ti rivedremo tornare alla narrativa, fantascientifica of course, oppure continuerai con la saggistica cinematografica?

Be’, ci sarebbe in cantiere il volume gemello di Mondi paralleli, quello dedicato stavolta al weird cinematografico di origine narrativa, che però è ancora work in progress. Ma devo dire che mi sono un po’ stancato della saggistica cinematografica e vorrei tornare alla narrativa. Ho qualche racconto in giro, su diverse antologie, vorrei però raccoglierli tutti in un unico volume… il problema sarà sempre relativo a chi potrà pubblicarlo.

Ultima imprescindibile domanda, già fatta a suo tempo sempre su Liberi di Scrivere ad Andrea G. Colombo: Alien è un film horror o fantascientifico?

L’amichevole contesa con Andrea è sempre aperta, avevamo pensato anche di farla pubblicamente… Penso che ogni genere contenga in sé regole e parametri da seguire che lo definiscano incontrovertibilmente come tale, anche un genere multiforme come la SF, capace di “inquinarne” altri, trasformandoli (ma molti appassionati di generi specifici potrebbero dire lo stesso del loro genere preferito, c’è da aggiungere). Oggi la fusione di generi ha un po’ confuso le cose ma non importa, per me un genere si definisce sulla base (ovviamente percentuale… non esiste un cento per cento assoluto) dei temi portanti che mette in gioco. Alien è un film di fantascienza (uno dei più grandi film di fantascienza) perché mette in campo temi portanti che sono indiscutibilmente fantascientifici: esplorazione spaziale, primo contatto con razza extraterrestre, dipendenza umana dalle macchine, insondabilità lovecraftiana del cosmo, space-opera, conflitto e confronto con l’ignoto, tecnologia già degradata che incombe sull’umanità… e potrei continuare. In più, Alien fa paura, come valore aggiunto. Ma solo come valore aggiunto. Anche un film come Sfida a White Buffalo fa paura, perché il bisonte bianco è visto come un mostro… però si tratta di un western, non di un horror. Poi accontentiamo tutti dicendo che Alien è un fanta-horror, così che chi come me deve curarsi di libri enciclopedici sul cinema di fantascienza non abbia problemi a inserirlo sia in un genere che nell’altro… ma se lo mettessi solo in quello horror, definendolo come tale, che direbbe il mio lettore di quello fantascientifico? La cosa non varrebbe invece al contrario. Ma qui devo aggiungere che, ed è opinione strettamente personale, secondo me l’elemento portante che qualifica l’horror è il soprannaturale (anche nella sua valenza più stereotipata) e che tutto il resto che soprannaturale non è rientra in altro genere, anche se suscita paura. Alien è un film con elementi soprannaturali? No. Quindi è fantascienza. Andrea, poi possiamo sempre confrontarci!

:: Recensione di L’uomo che uccise Texas Jones di Fabio Novel a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2012 by

L’uomo che uccise Liberty Valance, pardon ma la citazione è d’obbligo e non ho resistito, L’uomo che uccise Texas Jones è un breve racconto uscito per MilanoNera Ebooks di Fabio Novel un autore piuttosto eclettico, che trova nella narrativa breve la sua forma privilegiata di scrittura, e inoltre capace di spaziare dalla fantascienza, alla spy story, dal noir, al fantasy con estrema disinvoltura coniugando tutte le forme dell’avventura. Oltre ad essere reperibili in rete, vi consiglio di leggere quelli pubblicati su Fantasy Magazine , i suoi racconti sono usciti sia in antologia in libreria che in edicola suo per esempio è il racconto Il raccolto uscito in appendice a Febbre di Bill Pronzini numero 3031 del Giallo Mondadori di cui l’amico Fabio Lotti dice grandi cose. Tornando a L’uomo che uccise Texas Jones  è un racconto ibrido, caratterizzato da una sorta di contaminazione tra western e noir che ha trovato i suoi maggiori esponenti in autori come James Lee Burke, Elmore Leonard,  o Joe Lansdale figli che hanno nobilitato una tradizione che vede le sue origini nei Pulp Magazine degli anni 30 e 40 quelle riviste da quattro soldi stampate su carta di infima qualità in cui si potevano leggere storie western, o poliziesche prevalentemente, caratterizzate da un alto tasso di iperbolica violenza e da uno stile di scrittura rozzo e imbastardito. Per gli amanti del western questo sito sicuramente riserverà sorprese: http://westerncampfire.blogspot.com/. Texas Jones è un fuorilegge, a capo di una banda di dannati che vagabonda per l’America assaltando banche. Poi un imprevisto, un incontro con il destino e una resa dei conti cambia le carte in tavola ribaltando i vinti e i vincitori. E’ un racconto breve, poche pagine, se dico ancora un po’ della trama finisco per togliervi tutto il divertimento. Posso dirvi solo ancora che c’è un colpo di scena finale, un’amara beffa per un uomo che sognava da giovane di fare il cowboy e che conserva nell’anima ancora un briciolo di quel sogno e un briciolo di umanità. Il racconto è disponibile sia in formato kindle su Amazon che in formato epub su BookRepublic.

Recensione di Come vento nelle risaie di Carlo Molinari (Castelvecchi, 2011) a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2012 by

I giorni continuarono a trascorrere. Più tranquilli visto che di aerei e di bombe non se ne sentivano più. L’odore di kerosene e di polvere era sostituito, lentamente, da quello che i ragazzi ricordavano appena. Ibisco, loto. Odore di erba fresca. Della loro grassa terra. E del tempo. Che sembrava si potesse fermare per sempre.

Come il vento delle risaie Il contadino di Pol Pot di Carlo Molinari edito nel febbraio del 2011 da Castelvecchi Editore è un romanzo poetico e doloroso uscito quasi in punta di piedi, senza clamore, e che probabilmente mi sarebbe sfuggito se l’autore non me l’avesse segnalato facendomene inviare una copia. Ho cercato in rete recensioni, segnalazioni, anche solo un accenno, e stranamente, a parte i siti che vendono libri, nessuno ne fa menzione. Ed è un peccato, avrebbe meritato più visibilità non fosse altro perché è scritto bene, con un soffio di delicatezza tutta orientale, sebbene l’autore sia italianissmo e tratti temi drammatici come la guerra, le torture, le deportazioni, i campi di rieducazione. Con la collaborazione di Claudio Bussolino, curatore di un sito estremamente interessante sulla Cambogia e non solo , che ha curato la parte storico-topografica, Molinari ci accompagna in un viaggio doveroso e necessario tra le pieghe della storia aiutandoci a fare luce su alcuni fatti e retroscena di un paese antico e misterioso come la Cambogia fatti che stranamente sembrano avvolti da una fitta coltre di silenzio e oblio. Il 17 aprile del 1975 i guerriglieri comunisti passati alla storia con il nome di Khmer rossi  entrarono a Phnom Penh ponendo di fatto fine alla guerra civile e dando inizio al regime di Pol Pot. La Cambogia divenne “Kampuchea Democratica” per un periodo che durò tre anni, otto mesi e venti giorni, fino alla conquista del paese da parte del Vietnam nel gennaio del 1979. Ricordo un documentario piuttosto agghiacciante visto qualche anno fa su Rai 3 che mi aveva reso meno asettico quello che avevo letto nei libri di storia. Come il vento delle risaie con lo stile e la lievità di un racconto tradizionale buddista ci porta a vedere la storia attraverso gli occhi di un umile contadino analfabeta Samang, un uomo semplice, nobile nel suo culto per la famiglia e l’amicizia, la cui massima aspirazione è vivere in pace coltivando le sue amate risaie e suo malgrado si trova catapultato in eventi drammatici di cui non è responsabile. Le nere bombe che cadono dal cielo, bombe americane, quando lui non sa neanche chi siano gli americani o dove vivano, gli portano via sotto gli occhi la giovane moglie Bopha, la moglie più dolce che un uomo potesse desiderare, i soldati Khmer gli portano via suo figlio facendolo diventare uno di loro. Punto culminante della storia è l’incontro tra Samang e Pol Pot, incredibile, forse anche impossibile perché è decisamente improbabile che un contadino avesse potuto avvicinarsi al Fratello Numero 1 senza pagare con la vita. Tuttavia nelle brevi parole che si scambiano, dettate dal coraggio di chi non ha più nulla da perdere, traspare la forza dei sentimenti che si contrappone alla ferocia e alla violenza del potere. Educativo.

Carlo Molinari nasce a Roma nel 1958, dove svolge la professione di chirurgo urologo. Artisticamente, come cantautore, cresce tra le stanze polverose del Folk-Studio di via Sacchi, nel cuore di Trastevere, fucina del cantautorato romano. È autore di testi e musiche. Il cd “La fortuna di un giorno qualunque”, è stato prodotto e pubblicato dall’etichetta indipendente Storie di Note nel 2001.

Source: libro inviato dall’autore.