:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2012 by

Benvenuto Piergiorgio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Nato a Cagliari nel 1982, vivi a Padova. Editor, scrittore. Chi è Piergiorgio Pulixi?

Grazie a voi. Chi sono… Essenzialmente sono un grande lettore, e un drogato di storie che assumo nelle più svariate forme: libri, graphic novel, cinema, serie tv, manga, etc. Un anno fa circa avevo più o meno una vita normale con tanto di un bel lavoro con contratto a tempo indeterminato, poi ho fatto la pazzia di mollare tutto, cambiare città e provare a puntare tutto sulla scrittura e sul mondo che le gira intorno. Inevitabilmente questo ti porta a dare il meglio di te e tirare fuori le più belle parole che hai… e anche le parolacce migliori.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho fatto studi classici e il mio approccio alle lezioni era abbastanza anarchico e intermittente, nel senso che prediligevo alcune materie – e nemmeno sempre – e altre le ignoravo quasi del tutto con grande gioia dei professori. Inoltre facevo altro mentre alcuni insegnanti spiegavano – altro come leggere e disegnare – però mi volevano bene perchè tutto sommato entravo in modalità ninja e risultavo quasi invisibile e li lasciavo in pace. La cosa curiosa è che una mia insegnante di lettere quando avevo più o meno quindici anni dopo l’ennesimo sei in un tema, mi disse che studiavo e avevo buone argomentazioni ma non andavo oltre al sei e non sarei andato oltre al sei perchè non avevo quella cosa in più che da spessore e profondità a uno scritto. Non mi offesi, però mi chiesi perchè e se aveva ragione. Iniziai a leggere Stephen King stando attento a come scriveva e come narrava. Feci lo stesso con Connelly ed Edgar Allan Poe… un paio di mesi dopo presi il primo dieci. Poi ne presi parecchi altri… La mia infanzia è stata interessante… nella mia mente! Fino ai nove anni non avevo molti amici, ma ne avevo parecchi nella mia testa non nel senso che sono uno schizofrenico paranoico (non allora perlomeno) ma perchè in quel periodo mi piaceva creare storie e mondi miei, popolati da personaggi alla Huckelberry Finn e Tom Sawyer. Poi iniziai a frequentare amici in carne e ossa ma  l’abitudine non l’ho mai persa, e questo  tende a farmi essere una persona apparentemente silenziosa e distaccata… in realtà quando sono così e perchè sono in un altro mondo, accidenti a me.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Da quali letture? Quali persone ti hanno incoraggiato, spronato, consigliato?

Ripeto: un po’ da quella “sfida” con la professoressa di Lettere, un po’ perchè leggevo già tanto. Prima di incontrare Massimo Carlotto e quella che poi sarebbe stata la mia agente, Colomba Rossi, mi hanno spronato e incoraggiato parecchie fidanzate, questo è un dato curioso. Poi dall’incontro con Massimo, la scoperta del noir e l’ingresso nel Collettivo Sabot tutto è cambiato e ha assunto contorni più professionali… Sulle letture: tutto Stephen King, fino ai vent’anni tutti i thriller su cui riuscivo a mettere le mani, in cima: Thomas Harris, Michael Connelly, Robert Crais. E poi tutti i grandi classici da Omero a Dickens, passando per Tolstoj e Alexander Dumas che rimane uno dei miei scrittori preferiti in assoluto.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. C’è un consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani esordienti che a te è stato utile, o che hai compreso grazie alla tua esperienza?

Guarda, se c’è una cosa che accomuna gli scrittori esordienti – da quello che ho vissuto personalmente, dalle esperienze che ho sentito in questi anni, e da quello che ho imparato lavorando sui libri degli altri – è la fretta e un bel po’ di ambizione che sfocia in presunzione. La seconda ci starebbe anche, se però non andasse a braccetto con la prima, la fretta, che invece rende il connubio fastidioso per gli editori, e odioso per i critici. La fretta per uno scrittore o uno che vorrebbe diventarlo è deleteria. La fretta ti spinge tra le braccia dell’editoria a pagamento che nel 99 % dei casi ti rovina, perchè ti porta a veder pubblicato “il più grande capolavoro del mondo” senza editing, senza revisioni, senza un minimo di critica costruttiva; e questo non serve a nulla. Chi crede che comunque un libro pubblicato anche solo da una casa editrice a pagamento faccia curriculum, si sbaglia; non sono quelle le cose che un editor e una casa editrice guardano. Il mio consiglio è aspettare, farsi leggere da più persone possibili che possano consigliare e indicare dove migliorare il proprio lavoro. Per fare seriamente questo lavoro bisogna avere solide basi di grammatica, sintassi e  un po’ di drammaturgia. Bisogna leggere tanto e ricacciare dentro la presunzione di essere migliori degli altri. Su nove casi su dieci non lo si è. Quindi: umiltà, pazienza, studio, preparazione e costanza. Queste credo che siano le strade che portano alla pubblicazione. Per lo meno per me e per parecchie persone che conosco sono state queste.

Fai parte del collettivo di scrittura Sabot, nato grazie a Massimo Carlotto. Parlaci di questa esperienza. Come sei stato “reclutato”? Come è strutturato?

Massimo stava lavorando a un grosso progetto – quello che sarebbe divenuto il romanzo Perdas de Fogu – che lo vedeva impegnato in un’indagine e in una raccolta di materiale davvero estenuante e pressochè infinita. Così decise di mettere insieme un gruppo di giovani autori che gravitavano intorno ai suoi lavori e che condividevano la sua “poetica” e si è fatto aiutare nell’indagine sul Poligono del Salto di Quirra. Ha sfruttato quest’occasione per insegnarci come svolgere un’inchiesta giornalistica e formarci dal punto di vista della letteratura noir. Abbiamo avuto un lungo periodo di formazione che prosegue tutt’ora e poi l’esperienza si è arricchita con altre pubblicazioni collettive e singole. La nostra formazione si concentra soprattutto sullo studio e l’elaborazione delle trame in una maniera quasi scientifica/cinematografica.

Hai esordito pubblicando insieme a Carlotto e ai Sabot il romanzo Perdas de Fogu (edizioni E/O 2008). Ce ne vuoi parlare?

E’ stato un romanzo molto importante che ha avuto qualche problemino perchè toccava  temi scottanti come quello delle servitù militari, delle società miste stato/multinazionali delle armi sulla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma molto pericolose, e perchè abbiamo tirato in mezzo persone pericolose. Alla fine però la magistratura ci sta dando ragione perchè il poligono ora è sotto sequestro giudiziario e sta per partire un processo con indagati eccellenti.

Successivamente hai pubblicato Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Raccontaci in breve la trama.

Anche se non sembra è una storia d’amore. Un ragazzo soccorre per strada una bellissima ragazza. Capisce subito che è una prostituta albanese. Stando con lei in ospedale scopre che in realtà il suo destino è ancora peggiore: è una schiava sessuale, costretta a prostituirsi contro la sua volontà per conto della mafia albanese che l’ha comprata come un sacco di grano. Il ragazzo scopre anche di essersi innamorato di Miriana, questo è il suo nome. Decide così di portarla via agli aguzzini e scappare in Australia. Ma quelli scoprono tutto e si vendicano uccidendo la ragazza. Credono di avere ucciso anche lui. Si sbagliano… da qui parte la storia.

Parliamo ora del romanzo Una brutta storia edito da E/O nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi. A cosa ti sei ispirato? Prevalentemente fatti di cronaca, o altri romanzi, film, telefilm, fumetti?

Il romanzo parte da uno spunto reale, quello dell’arresto di un’intera Sezione di Polizia, o quasi. Quello mi ha fatto scattare l’idea di una famiglia di poliziotti corrotti e delle dinamiche che si vengono a creare tra loro. Dopo la ricerca sulla corruzione delle forze di polizia in Italia e quindi fatti di cronaca realmente avvenuti, mi sono poi lasciato influenzare da tanto altro; in particolare scrittori come Piergiorgio Di Cara, Mauro Marcialis, De Cataldo, Angelo Petrella e Massimo Carlotto, le serie tv The Shield e Sons of Anarchy, tutti i libri di Ellroy e Don Winslow, film come Training Day e Il Padrino, e un fumetto italiano di grande spessore a mio avviso, una sorta di romanzo per immagini, chiamato Rusty Dogs, disponibile su Internet gratuitamente, che mi ha insegnato a osare.

Raccontaci in breve la trama.

Quella dell’ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l’integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà che colpirà i poliziotti negli affetti più cari, e li costringerà a sfruttare fino all’ultima stilla il potere che un distintivo può dare.

Quali generi di ricerche sono state necessarie?

Articoli giudiziari e di cronaca. Interviste e consulenze con persone del settore. Una buona serie di fonti interne. Questo per quanto riguarda le procedure poliziesche.

C’è stata una gestazione piuttosto impegnativa, hai impiegato tre anni per scriverlo. Quale è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

L’elaborazione, il tratteggio e la profondità dei personaggi. Cioè, quello a cui tenevo di più.

Parliamo adesso del protagonista Biagio Mazzeo. Raccontaci come è nato questo personaggio e come si è evoluto durante i tre anni di scrittura.

Biagio è un personaggio complesso, contraddittorio, forte e sanguigno. Un giornalista l’ha definito “un Don Corleone con un distintivo” e onestamente ci ha preso abbastanza. E’ ispirato a una figura reale di un poliziotto che aveva costruito intorno a sé un clan, una famiglia composta solo da poliziotti, grazie al suo carisma e alla sua forza. Io lo vedo un po’ come un patriarca disposto a tutto pur di proteggere la sua famiglia.

Nel capitolo di apertura in cui avviene un fatto che darà il via a tutta la vicenda lo incontriamo alle prese con una scelta che necessita una rapida presa di posizione. Puoi raccontarci cosa succede?

Certo. Lui e la sua squadra negli anni hanno preso il controllo delle strade e del narcotraffico in città. Quando una piccola banda di ragazzini nigeriani mette in pericolo la sua sicurezza, li uccide e insabbia tutto, fabbricando prove false. Ma non basterà, perchè il destino si accanirà su lui e la sua squadra sotto le sembianza di Sergej Ivankov, padrino della mafia cecena.

Biagio Mazzeo è a capo di una squadra narcotici composta da poliziotti violenti e corrotti. Come hai gestito tanti personaggi? L’approccio corale era voluto, o è nato col tempo?

Era assolutamente voluto. Volevo una storia di ampio respiro, corale, epica e tragica in un certo senso, che avesse il ritmo e il respiro di una serie televisiva o di un romanzo ottocentesco con tanti intrighi, tanti segreti e tante scelte drammatiche. Per farlo era necessario avere tanti personaggi e portare ognuno di loro ai limiti.

Dove è ambientato? C’è una città del nord est in cui possiamo collocare la storia? Padova forse?

Ti direi sicuramente nel Nord, Nord-Est, ma non in una città particolare. La città che racconto in realtà è un concentrato di più città. Volevo che il lettore si immaginasse la sua città, che fosse lui a delineare i contorni di questa metropoli.

Il finale aperto fa presumere che ci sarà una continuazione. Puoi parlarcene? Hai in mente una trilogia o una serie più lunga?

Sì, Biagio e i suoi sono protagonisti di una lunga serie; per ora ho in mente altri due libri, ma  se avrò l’appoggio dei lettori e quello di un editore, ma soprattutto l’energia, vorrei continuare anche più a lungo perchè Una brutta storia in realtà getta le basi per delle storie più grandi e complesse dove i protagonisti sono tanti.

Dammi una tua personale definizione di noir. Come si colloca Una brutta storia in questo genere? Possiamo definirlo un poliziesco, una saga criminale?

Il noir a mio avviso racconta la discesa agli inferi di un personaggio che diventa paradigamtico di una società che genera mostri ed è incapace di rendersi conto che sta guidando bendata, con l’acceleratore schiacciato a tavoletta verso uno strapiombo. Racconta le storture e le distorsioni delle nostre città. Sono tragedie moderne, possiamo dire, dove i personaggi entrano in conflitto diretto con l’ambiente in cui vivono… E’ difficile definire a che genere appartiene “Una brutta storia” perchè la mia idea era proprio quella di contaminare più generi possibili: è sicuramente noir, così come è un poliziesco, ma ci sono venature di thriller, action, ed elementi derivanti dalle tragedie di autori come Euripide e Shakespeare.

Dimmi un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, James M Cain, Jean- Patrick Manchette,  Jean- Claude Izzo, Ross Macdonald, Massimo Carlotto, Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Donald E Westlake.

James Ellroy: cazzuto. Cornell Woolrich: disturbante. James M Cain: tagliente. Jean- Patrick Manchette: cinico.  Jean- Claude Izzo: malinconico. Ross Macdonald: duro. Massimo Carlotto: sconvolgente. Giorgio Scerbanenco: magistrale. Loriano Macchiavelli: coraggioso. Donald E Westlake: folle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Impossibile rispondere a questa domanda. Sono davvero troppi… Stephen King, Dumas, Dickens, Carlotto, Lansdale, Lucarelli, Simenon, James Lee Burke e Derek Raymond sono solo alcuni dei tanti.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo libro? Edizioni per l’estero?

Non lo so e non ho voluto chiedere niente. Preferisco concentrarmi sulla scrittura.

Quanto è importante un buon titolo?

Moltissimo. A volte i titoli sono propulsivi a livello commerciale. Pensa a “Va dove ti porta il cuore”, “La solitudine dei numeri primi” o “L’oscura immensità della morte”.

Cosa stai leggendo al momento?

“Dove tutto brucia” di Mauro Marcialis. Avevo letto tempo fa il suo romanzo d’esordio “La strada della violenza” e dopo poche pagine avevo capito che avevo davanti un autore dal talento naturale bruciante. Quest’ultimo lavoro è una conferma della sua scrittura corrosiva e sconvolgente. Negli Usa uno come lui verrebbe osannato.

Quale è il segreto di un buon racconto?

Se intendi per racconto una storia breve, direi l’incisività della scrittura e la capacità di entrare sotto la pelle del lettore con poche parole. Se invece alludi all’arte di narrare in generale allora direi l’assoluta mancanza di noia.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Sì, sto scrivendo al momento il seguito di “Una brutta storia” che spero uscirà presto, editore e tempi editoriali permettendo, e un romanzo collettivo con i Sabot su una storia molto bella e dura che parte dall’Italia per arrivare all’estero dov’è è totalmente ambientata. E’ un noir veloce e scattante per gli amanti di Don Winslow, Il Padrino e Scarface. Entrambe sono storie di perdizione e redenzione dove l’onore e l’amore sono armi a doppio taglio… Grazie a voi, è stato un grande piacere.

:: Recensione di L’aquila d’Oriente di Ben Kane (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012 by

l'aquila dimenticataPer gli appassionati di romanzi storici ambientati nell’Antica Roma consiglio la lettura di un autore che ho scoperto quasi per caso trovando un suo libro su una bancarella dell’usato. Facendo un po’ di ricerche ho scoperto che L’aquila d’Oriente  (The Silver Eagle, 2009) uscito per Piemme nella collana economica Piemme bestseller nel marzo di quest’anno è il secondo volume della trilogia della Legione dimenticata che comprende anche La legione dimenticata, (The Forgotten Legion, 2007) già pubblicato per Piemme nel 2011 e Road To Rome ancora inedito in Italia. Oltre a questa trilogia Ben Kane ha anche pubblicato Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator uscito nel gennaio 2012 in versione originale. Ecco la trama di L’aquila d’Oriente: dopo la sconfitta di Crasso a Carre nella Margiana Orientale i superstiti, divenuti la Legione dimenticata, per sopravvivere devono accettare di combattere per i Parti. Tra questi soldati ci sono anche Romolo, Brenno e Tarquinio che essendo schiavi si erano arruolati a Roma. Intanto in Occidente Fabiola sorella di Romolo, decide di partire per la Gallia in cerca del fidanzato Bruto partito a sua volta al seguito di Cesare. Ricongiunta a Bruto assiste all’orrenda fine della città di Alesia che viene conquistata e distrutta da Cesare. Intanto i legionari che sono in Margiana grazie ad una visione concessa dal dio Mitra trovano una via di fuga in Occidente. Ad Alessandria d’Egitto dove Fabiola ha seguito Bruto al seguito di Cesare nella campagna contro Pompeo, riesce a vedere il suo gemello Romolo ma viene separata da lui quasi subito. Sogno di tutti i personaggi è di ricongiungersi a Roma e il titolo dell’ultimo capitolo della trilogia Road To Rome fa ben sperare. Che dire scritto bene, scorrevole, storicamente molto accurato, anche se l’autore ammette di aver unito parti storiche e parti di fantasia. I personaggi sono simpatici e caratterizzati in modo interessante e l’avventura domina su tutto. Per la qualità della scrittura e l’amore per i particolari decisamente superiore alla norma. Consigliato.

:: Recensione di Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012 by

Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.

Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.

Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:

appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.

Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Hunger Games – La ragazza di Fuoco di Suzanne Collins (Mondadori, 2010) a cura di Gianrico Gambino

27 luglio 2012 by

Questa recensione non è per chi non ha letto il primo libro perché inevitabilmente farà degli spoiler rispetto al precedente volume. Sì perché va detto che Peeta e Katniss sono sopravvissuti agli Hunger Games. Entrambi. Sfidando sfacciatamente il potere di Capitol City. Minacciando un doppio suicidio che avrebbe lasciato la capitale di Panem senza un vincitore dei giochi. Ma questa sfida non può passare impunita per un governo che sempre più sta opprimendo i dodici distretti che costituiscono la rete di sostegno della capitale. Solo mantenendo il popolo nell’ignoranza e nella schiavitù, troppo occupato a sopravvivere per pensare ad altro, pensa il Presidente Snow, si potrà avere il controllo assoluto di tutte le persone.
Katniss ha sfidato questo dominio assoluto costringendolo a cedere lievemente. Snow sa bene che le dighe crollano per piccole crepe. Quindi deve porre rimedio e da subito all’inizio di questo secondo libro si avverte che l’atmosfera nel Distretto 12 da cui provengono Katniss e Peeta sta mutando. In particolare gli eventi prendono una piega precisa quando lei e il suo compagno dei giochi debbono partire per compiere il giro dei Distretti in quanto vincitori. Un tour obbligatorio, come tutto a Panem. Un tour che inizia con l’inattesa visita del presidente a casa di Katniss e con una minaccia di morte esplicita nei confronti di tutti coloro che lei ama, qualora non dovesse convincere il Presidente, questi le rivela che la sta facendo tenere sotto controllo da mesi ormai. Bella la risposta di Kat sul fatto che il sistema Panem deve essere ben fragile se basta un pugno di bacche per farlo crollare.
Così Katniss e Peeta ricominciano a fare i finti innamorati, cercando di convincere il governo di Panem che non hanno intenzione di diventare dei capi ribelli. Inizia così il tour proprio da quel Distretto 11 cui apparteneva la piccola Rue, la ragazzina che s’era alleata con Katniss durante i giochi e che venne uccisa sotto i suoi occhi. Immediatamente è chiaro che la gente presente nella sala dove vengono portati i due vincitori è molto tesa e la situazione non migliora quando…
No aspettate leggetevelo. Facciamo un salto in avanti e arriviamo alla fine del tour quando Snow dice a Kat che non lo ha affatto convinto. La sensazione di minaccia è incombente e la ragazza inizia a pianificare la fuga, ma i pacificatori del Distretto vengono rimpiazzati da gente nuova, fanatica e al diretto controllo di Snow rendendo vani i piani di Kantinss. Questa durante una festa in casa del Sindaco ascolta un resoconto riservato in cui si dice che il Distretto 8 s’è sollevato. Ne ha conferma quando alcuni giorni dopo nei boschi incontra due donne scappate da lì e che stanno cercando il Distretto 13, perché sono convinte che sia ancora lì da qualche parte. Lei dapprima non ci crede, poi però fa caso ad alcuni indizi forniti dalle due fuggiasche e fa due più due, molto non quadra nei resoconti ufficiali del governo di Panem.
Così all’annuncio dei settantacinquesimi Hunger Games, edizione speciale, Katniss sta ancora trovando una soluzione sospesa tra l’istinto di sopravvivenza e la volontà di ribellione allo stato. Se non fosse che in occasione di questi giochi vengono richiamati in gara i vincitori della passate edizioni ancora in vita, questo per lei significa automaticamente essere scelta in quanto unica donna del suo distretto ad aver vinto.
Cosa colpisce…
… in questo secondo volume non è tanto la storia, se vogliamo persino scontata, quanto piuttosto l’intensità, l’urgenza del sentimento ribelle. L’impossibilità in tutti i protagonisti di rimanere schiacciati sotto il peso del governo di Capitol City costi quel che costi. I giochi saranno la svolta definitiva. La politica qui viene presentata nella sua sfaccettatura più tipicamente orwelliana di macchina ben oliata per non far arrivare informazioni cruciali al popolo schiavo.
Eppure in questo panorama desolante, la figura di Katniss viene eletta a simbolo. E il simbolo inizia a manifestarsi sempre più spesso ed la Ghiandaia Imitatrice che Rue le ha insegnato ad amare durante i primi giochi, fino alla sfacciataggine di apparire in maniera travolgente durante l’intervista prima dell’inizio dei giochi. La sfida al potere viene lanciata usando Kat, quasi senza che lei se ne accorga.
La riflessione sulla forza dei simboli qui viene spontanea. Un simbolo è qualcosa di trascendente la forza della persona che lo diviene. Vi ricordate il buon dottor Cochrane in First Contact. A lui di essere simbolo di rinascita non poteva interessare meno, addirittura si spaventa quando La Forge gli parla di quanto sarà ammirato e famoso nel futuro. Al punto di scappare. Qui siamo davanti a un simbolo che è al contempo un’immagine la Ghiandaia e una persona che non sa di esserlo, Katniss appunto.
Realismo
Come nei migliori casi di fantascienza siamo davanti a una critica sociale. Lo si era già visto nel primo libro, ma qui la cosa diventa smaccata in quanto siamo sull’orlo della guerra, con i Distretti che si ribellano uno dopo l’altro e con la repressione che si fa sempre più devastante. Panem non ha scrupoli e vuole eliminare chiunque gli si opponga senza pietà. Katniss viene proiettata in questo enorme gioco di finzioni e inganni.
Tutto questo è molto realista secondo me, quante sono le situazioni in giro per il mondo in cui la prepotenza di chi ha il potere tenta di sopraffare la gente comune? Lo stiamo vedendo in Italia proprio in questi giorni con gli scandali politici che coinvolgono quei partiti che si dicevano puri e che hanno incredibilmente(?) abusato del denaro pubblico. Niente di nuovo, ma l’intensità delle situazioni, l’evidenza dei soprusi, fan sì che inevitabilmente il lettore voglia la rivoluzione, la desideri ardentemente quasi come fosse una sua riscossa.
Il finale
È a dir poco aperto, non posso dire molto altrimenti tutta la parte più importante del testo verrebbe svelata, ma diciamo solo che stiamo ansiosamente attendendo il terzo libro che dovrebbe uscire tra un mese circa (giugno).
Personaggi
Sicuramente Katniss resta il personaggio principale, ma inconsapevole di cosa stia accadendole attorno. Del resto la maggior parte dei personaggi non può sapere molto, lei si da da fare per capirci qualcosa, ma la sua scarsa esperienza, il fatto di essere una tizia battagliera non l’aiutano a fare piani molto lucidi e il più delle volte fa delle figuracce. Sicuramente chi ha le idee chiare è il suo più caro amico Gale, che imbocca senza troppi dubbi la strada della ribellione anche se non immediatamente diretta.
Trovo eccelso il personaggio di Cinna, contraddistinto da chiara intelligenza e audacia, messa al servizio incondizionato di Kat sulla quale lui scommette, glielo ripete ancora.
Poi c’è Haymitch, l’ubriacone, quello che ormai è deluso dal mondo, che ha vinto e così facendo ha perduto tutto, quello cui nessuno da due soldi, ma anche quello estremamente intelligente e che sa fare in modo che la gente si fidi di lui. Che stuzzica sempre katniss per farle superare da sé le difficoltà.
Infine c’è il Presidente Snow, lui è il Male personificato, la descrizione che ne viene fatta è assolutamente vampiresca, così come lo è il suo ruolo e quello del suo stato, una sanguisuga. Un essere che di suo non saprebbe sopravvivere a niente se non ci fossero i Distretti.
Conclusioni
Se il primo mi era piaciuto, questo di più. Se il primo aveva ritmo questo di più, nonostante sia più lungo. Non dico altro: va letto.

:: Un’ intervista con Mercello Simoni autore de Il mercante di libri maledetti (Newton Compton, 2011) a cura di Viviana Filippini

27 luglio 2012 by

Ciao Marcello, sappiamo sei reduce della vincita della Sessantesima edizione del Premio Bancarella con il tuo romanzo Il mercante di libri maledetti (Newton Compton, 2011) e per noi di Liberi di Scrivere è un vero piacere ospitarti e fare due chiacchiere con te

Potrà sembrare banale, ma come ti senti ad aver vinto il “Premio  Bancarella”?

Ho tagliato un traguardo che non mi sarei mai sognato di raggiungere. Ma come sono soltito reagire di fronte a ogni nuovo successo (e il Mercante me ne ha portati molti), vivo questo straordinario momento con l’umiltà di chi si trova di fronte a una nuova sfida, guardando avanti senza montarsi la testa.

Questo premio che valore ha per te per il tuo libro, visto che la prima pubblicazione è stata fatta in Spagna?

È l’ennesima conferma di aver scritto qualcosa che piace. Già essere stato accettato da un grande editore come Newton Compton, per poi riscuotere un largo interesse nei lettori, me ne aveva dato la certezza. Il Bancarella conferisce tuttavia al mio lavoro un valore aggiunto, mi ha reso più consapevole e maturo. E di questo sarò sempre riconoscente a tutti i librai indipendenti che hanno scelto di votarmi.

Cosa ti ha ispirato la storia de Il mercante di libri maledetti?

Volevo scrivere un medieval thriller “svecchiando” i moduli del romanzo storico e allo stesso tempo riprendendo i meccanismi narrativi del genere avventuroso-cavalleresco, con un occhio sempre puntato sul gotico, sul feuilleton e sull’amore per i libri.

Quanto ha influito sulla stesura del romanzo la tua esperienza di archeologo e di bibliotecario?

Moltissimo. Sono solito fare tesoro di tutto ciò che imparo e trasmettere le mie passioni nelle storie che scrivo.

Protagonista della ricerca del misterioso libro trafugato è Ignazio da Toledo, a chi ti sei ispirato per creare la sua figura?

A un’idea. Ignazio da Toledo incarna la curiositas, uno dei peccati più gravi nel Medioevo, ma non solo. L’uomo curioso tende a porsi domande, quindi a disobbedire e a uscire dagli schemi. Ecco, quindi, come la curiositas possa diventare la chiave di una trama avventurosa. E Ignazio da Toledo, in qualità di suo protagonista, discende da una lunga stirpe di eroi seriali che vanno da Sherlock Holmes a Fantômas.

Che funzione hanno le figure del giovane Uberto e di Willalme che accompagnano il protagonista nella grandiosa avventura?

Quella di creare, tutti insieme, il prototipo dell’uomo perfetto. Se Ignazio da Toledo incarna il “genio per l’intrigo”, Uberto rappresenta la schiettezza e Willalme la passione.

Il mercante di libri maledetti è diviso in sei parti. In base a quali principi hai scelto i titoli per ognuna delle sezioni?

Semplicemente, cercando di riassumere gli argomenti principali contenuti in ogni capitolo. Esclusi i primi due, in ogni titolo compaiono nomi di angeli ribelli, a ognuno dei quali la tradizione enochiana attribuisce il dominio di una particolare arte occulta. Unite insieme, queste quattro “dottrine angeliche” porteranno a ricostituire l’insegnamento perduto dell’Uter Ventorum, un leggendario manoscritto di contenuto esoterico.

Al centro del tuo romanzo c’è l’Uter Ventorum un misterioso libro che affascina e intimorisce alla stesso tempo. Cosa rappresenta per chi lo desidera?

Per Ignazio da Toledo, l’Uter Ventorum rappresenta il pungolo della curiosità e l’opportunità di ampliare la propria conoscenza. Per la Sainte Vehme, il tribunale segreto sulle tracce del mercante, questo libro sarebbe invece il mezzo per soddisfare la sete di dominio. In sostanza, ci troviamo di fronte alla dinamica “potere vs intelletto”.

Uter Ventorum,  può essere un esempio di pseudobiblion (libro mai scritto, ma citato come vero) sulla scia del Necronomicon spesso considerato da Lovercraft e di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino?

L’Uter Ventorum è a tutti gli effetti uno pseudobiblion, ovvero un libro che esiste soltanto perché menzionato da altri libri, proprio come il Necronomicon, ma anche come il luciferino Delomelanichon, oppure Le Nove Porte di Aristide Torchia o l’Enciclopedia galattica citata da Isaac Asimov. Ne consegue un’affascinante considerazione: nel momento stesso in cui qualcosa viene menzionato, questo qualcosa inizia a esistere, almeno in potenza, e a prendere forma nella nostra mente. Quindi, se un libro viene descritto da altri libri, possiamo davvero essere certi che non esista?

A quando la prossima avventura di Ignazio da Toledo?

Il sequel de Il mercante di libri maledetti uscirà in libreria il 4 ottobre 2012 e s’intitolerà La biblioteca sotterranea dell’alchimista. Titolo eloquente. Ma ancora prima, a fine luglio, uscirà sempre per Newton Compton, primo della collana Originals, un mio romanzo a puntate in formato ebook dal titolo Rex Deus. L’armata del diavolo. Si tratta di un’avventura ambientata nel pieno Cinquecento, tra corsari ottomani, battaglie navali e segreti occulti.

:: Segnalazione di Mandorle amare di Laurence Cossé (E/O, 2012)

26 luglio 2012 by
Dal 14 settembre 2012

Laurence Cossé
Mandorle amare

Prezzo € 17 – pagg. 176

Traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca

Dal mondo

Édith quasi non ci crede quando scopre che Fadila, la sessantenne marocchina che lavora per lei come domestica a ore, è completamente analfabeta. Come fa una persona che vive a Parigi nel terzo millennio a non saper né leggere né scrivere? Come fa a prendere l’autobus o la metropolitana, come fa a pagare un bollettino alla posta o prelevare dei soldi al bancomat? Per la brava donna è un disagio come un altro, ma per Édith è inconcepibile. Decide così di insegnarle a leggere e scrivere cominciando dall’alfabeto. Scoprirà presto che insegnare a un’adulta con la testa già formata è ben più difficile che istruire un bambino con un cervello, per così dire, predisposto all’apprendimento. Le lezioni, che si svolgono nei ritagli di tempo di entrambe le donne, procedono lentamente e faticosamente tra momentanei entusiasmi e più lunghi cali di tensione. Ma durante quegli incontri si crea poco a poco una conoscenza reciproca che sfocia in amicizia e stima, e che andrà molto oltre i modesti successi didattici. Édith, signora colta e decisamente francese, entra in contatto con una vita diversa, la vita di un’immigrata che ha passato una sofferta gioventù in Marocco e conduce una sofferta esistenza nel ricco Occidente. Eppure, nonostante gli stenti e le privazioni, la vita di Fadila emana dignità e consapevolezza, in una strana miscela di fatalismo arabo e buonsenso di madre di famiglia. Chi delle due imparerà di più dall’altra?

Laurence Cossé è autrice di numerosi romanzi di successo in Francia, per i quali ha ricevuto vari premi tra cui il Prix de la Table Ronde française, il Prix du jury Jean Giono, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Ciné Roman Carte Noire. Vive a Parigi. Nel 2010 le Edizioni E/O hanno pubblicato La libreria del buon romanzo e nel 2011 L’incidente.

:: Un’ intervista con Elena Cabiati autrice di La viaggiatrice di O (Nord edizioni, 2012) a cura di Elena Romanello

25 luglio 2012 by

La casa editrice Nord, specializzata in fantasy, thriller e romanzi storici di autori solitamente di lingua anglosassone, presenta tra le sue proposte di questi ultimi mesi il fantasy La viaggiatrice di O, dell’autrice italianissima, tra Torino e la Liguria, Elena Cabiati, che propone streghe e viaggi nel tempo partendo da sotto la Mole.

Elena, come si diventa scrittrice?

Da bambina volevo fare la strega, poi volevo disegnare cartoni animati, ma non siamo in Giappone, e allora ho deciso di scrivere, prima poesie che però sono un genere troppo amatoriale e poi ho deciso di scrivere romanzi. Insegno, un lavoro che mi piace molto anche perché permette di coltivare altre passioni, oltre che fa piacere vedere i tuoi allievi che vengono alle presentazioni a fare il tifo per te.

Perché hai scelto di scrivere un fantasy?

Perché è un genere che mi piace da sempre, da ben prima che diventasse di moda, sono stata un’appassionata lettrice di tutti gli autori principali, da Tolkien a Pullman passando per La storia infinita, e ho amato anche molto i film di questo genere, Labyrinth e Pomi d’ottone e manici di scopa. Mi piace anche come è scritto e la vicenda di Harry Potter, mentre, non me ne vogliano, trovo Twilight veramente scadente.

Hai trovato difficoltà per farti pubblicare?

Prima de La viaggiatrice di O avevo scritto un altro romanzo, sempre fantasy, ma non sono riuscita a farlo pubblicare ed è rimasto per ora nel mio pc. Non mi andava di affidarmi all’editoria a pagamento, tanto vale allora andare da un tipografo, comunque ho poi deciso di partecipare con La viaggiatrice di O al premio Io scrittore indetto dalla Mauri Spagnol, e sono stata tra i finalisti, tra l’altro non me l’aspettavo e quando mi hanno annunciata a Mantova non volevo crederci. Sono entrata subito in contatto con l’editor della Nord, che mi ha fatto allungare un po’ il romanzo, uccidere un mio personaggio e prendere un tono un po’ più adulto, in linea con la casa editrice.

Ti sei trovata bene quindi?

Sì, ho potuto avere voce nella scelta per la copertina di una bella illustrazione di Roberto Barbieri e poi mi è piaciuto il discorso di voler sperimentare qualcosa di nuovo, visto che l’andazzo oggi è per lo più invece di accaparrarsi alla fiera di Francoforte di libri di autori già noti, i vari Glenn Cooper e soci.

Cosa pensi della situazione del fantasy in Italia?

Finalmente sta emergendo, e penso che dobbiamo comunque tutti migliorare. Del resto la tradizione di scrivere letteratura fantastica nei Paesi anglosassoni risale all’epoca romantica, mentre da noi si è sempre preferita una narrazione realista, anche se non sono mancati autori di romanzi di genere fantastico, ma che vengono studiati poi solo all’Università.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo il seguito de La viaggiatrice di O, e poi credo proprio che continuerò a frequentare il genere, il mio sogno sarebbe di scrivere una storia tra realismo e magia come il bellissimo film Il favoloso mondo di Amelie.

Che rapporto hai con Torino?

La amo tantissimo, anche se ho vissuto tanti anni sulla Riviera ligure, la trovo una bella città anche se forse manca un po’ l’aspetto naturale. E poi adesso tra Torino e dintorni cominciamo ad essere in tanti a scrivere fantasy, sarebbe bello organizzare un festival letterario in tema sul tipo di Immaginaria o San Giorgio Fantasy.

:: Recensione di Vaticanum. Il manoscritto esoterico di Josè Rodrigues Dos Santos, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 luglio 2012 by

Cosa hanno in comune Patricia Escalona, ricercatrice spagnola impegnata nello studio del Codex Vaticanus nella Biblioteca Apostolica Vaticana, il professor Alexander Schwarz di Dublino e il docente bulgaro Petar Vartolomeev? Tutti e tre vengono barbaramente assassinati e sono i personaggi del nuovo romanzo di Dos Santos, Vaticanum. Il manoscritto esoterico, edito dalla Newton Compton. Il killer o il gruppo di sicari che li stermina utilizza le stesse tecniche per le tre vittime e lascia accanto ai cadaveri dei fogli colmi di segni indecifrabili. A dare un freno alla scia di sangue che colpisce gli studiosi in tutta la terra europea vengono chiamati Valentina Ferro e Tomas Noronha. Chi sono questi ultimi? Lei, italiana, è un’ispettrice della polizia di Stato, lui, portoghese, è un importante storico, ma è anche l’ultima persona ad aver sentito Patricia viva. La coppia di detective analizzerà i misteriosi enigmi ritrovati vicino alle tre vittime, scoprendo delle verità a dir poco sensazionali e sconvolgenti, che evidenziano la presenza di alcune falsificazioni presenti nel Nuovo Testamento e se queste fossero vere e rese pubbliche cambierebbero per sempre l’immagine del Redentore. Gesù, secondo quanto scoperto dai due investigatori, ma anche da coloro che segretamente in parallelo stanno indagando su Cristo sfruttando pure i ritrovati dell’ingegneria genetica, non sarebbe la figura che tutti conoscono. Il ritmo serrato, la ricchezza dei colpi di scena e la forte suspense rendono Vaticanum. Il manoscritto esoterico un romanzo avventuroso e coinvolgente, nel quale Valentina Ferro e Tomas Noronha seguiranno le tracce degli assassini fino a Gerusalemme, scoprendo il loro stretto legame con il movimento degli Zeloti. Non solo, perché la coppia entrerà in contatto con una ricca fondazione – la stessa presso la quale le tre vittime si erano conosciute – molto attiva nel settore della ricerca molecolare e che dichiara di aver tra le mani un segreto che potrebbe cambiare il destino del mondo (giustamente non ve lo rivelo per non togliervi il gusto della lettura). Come sapete amici lettori sono tanti, anzi forse troppi, i romanzi che spesso e volentieri si sono occupati delle questioni di fede, ma l’ultimo lavoro di Dos Santos è interessante in quanto punta al coinvolgimento del lettore con un trama narrativa al centro della quale ci sono importanti questioni storiche e teologiche. Basta pensare all’attenzione che l’autore rivolge alla paternità dei Vangeli, o ancora il valore della discendenza di Adamo, ma anche le riflessioni sulla natura divina di Gesù o l’alone di mistero che da sempre caratterizza la Trinità. La bravura del giornalista portoghese nel costruire l’intreccio di Vaticanum, sta nell’evidenziare le contraddizioni presenti nel Nuovo Testamento con delle interpretazioni verosimili, nelle quali l’escamotage fantasioso è bandito. L’accuratezza della scrupolosa ricerca storica fatta da Dos Santos trova nel libro la sua forma concreta non solo nei riferimenti agli scritti biblici (consiglio durante la lettura di tenere a portata di mano la Bibbia per fare un confronto diretto), ma anche in una ricca Nota conclusiva nella quale sono indicate le numerose fonti bibliografiche considerate dallo scrittore per la stesura di Vaticanum. Il manoscritto esoterico. Un ultima cosa riguarda i personaggi che agiscono sulla scena che sono imprigionati un po’ troppo in convenzioni narrative che, da un parte, li rendono rigidi e letterari e, dall’atra, ne limitano lo sviluppo della psicologia e il parallelismo con la complessità umana reale. A parte questa impressione del tutto personale – poi starà a voi futuri lettori giudicare –  Vaticanum. Il manoscritto esoterico di José Rodrigues Dos Santos porterà i lettori a spasso nel tempo tra esoteristi, bibliofili, studiosi di storia e massoni, in un thriller a sfondo religioso nel quale si affronta uno di temi più importanti dell’epoca moderna riguardante la figura di Gesù.

José Rodrigues dos Santos è nato in Mozambico nel 1964. Tra i volti più noti della TV nazionale portoghese, conduce il telegiornale della sera sul canale RTP. Per la sua attività giornalistica ha ricevuto diversi premi del Club portoghese della stampa, oltre a tre riconoscimenti da parte della CNN. Insegna giornalismo all’università “Nova” di Lisbona ed è autore di vari romanzi e saggi, tradotti in quindici Paesi, tra cui ricordiamo: Codice 632, Einstein e la formula di Dio, Il settimo sigillo. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.joserodriguesdossantos.com .

:: Un’ intervista con Adele Vieri Castellano a cura di Elena Romanello

24 luglio 2012 by

Tra le proposte narrative di questi ultimi mesi della casa editrice Leggereditore, che si è specializzata in letteratura al femminile di tutti i tipi, spicca per interesse e originalità il romanzo di Adele Vieri Castellano Roma 40 d. C., storia di passioni e intrighi sullo sfondo dell’impero romano sotto la dinastia Claudia. L’autrice ci ha raccontato qualcosa su questo libro, appassionante e insolito.

Come ti è venuta l’idea per questo libro?

Sono appassionata di storia antica, in particolare Roma ed Egitto ed erano anni che desideravo leggere una storia d’amore ambientata in uno di questi due periodi storici così lontani ed affascinanti. Avevo letto qualche libro di autrici statunitensi o inglesi ma non mi avevano soddisfatta: erano inverosimili, infarciti di strafalcioni e di personaggi poco credibili ed ero anche annoiata dalle solite ambientazioni vittoriane  e georgiane dei romanzi d’amore. L’anno scorso, leggendo un saggio sugli antichi imperatori romani di Furio Sampoli, scoprii l’episodio con cui si apre “Roma 40 d. C. Destino d’Amore”: la vicenda dell’esposizione di una figlia ripudiata da parte dell’Imperatore Claudio, sulla porta della sua domus. Era una storia intrigante che mi colpì molto, non si sapeva quasi nulla di lei. Un inizio favoloso per quel romance ambientato a Roma che avevo in testa da un po’. Ho scritto il prologo, poi qualche pagina ed è stato amore a prima vista. Non sono riuscita più a uscirne fino alla parola “fine”.

Il tuo libro, lo sceneggiato Roma, fumetti in tema e altri romanzi: come mai secondo te Roma antica continua a piacere così tanto?

Roma antica è un set affascinante, ricco di spunti, di vicende che ancora il grande pubblico non conosce, di grandi uomini che rappresentano ancora oggi, a duemila anni dalla loro morte, un esempio di grandi condottieri e politici. L’impronta di Roma, anche se noi non ce ne rendiamo conto, è molto presente nella nostra vita quotidiana e penso che questa presenza latente, quando viene richiamata con film, sceneggiati o libri per così dire torni “in superficie” facendoci sentire protagonisti, per una volta, di un passato che tutto il mondo conosce e ci invidia.

Per anni Roma è stata essenzialmente nelle fiction prima la persecutrice di cristiani, poi il posto dei giochi dei gladiatori: tu parli di una Roma diversa, come mai?

Perché è la Roma di tutti i giorni che a noi non è mai stata raccontata. Quella della gente che ne ha fatto la gloria e ha costruito i templi, quella dei vicoli, delle basiliche, delle terme e della gente comune. La persecuzione dei cristiani è propaganda, gli storici lo stanno provando, così come Roma non è solo quella dei gladiatori o delle belve. Era fatta di persone con sentimenti e pulsioni uguali alla nostre. Io mi sono limitata a svelare questa realtà alla portata di tutti ma negata per tanto tempo.

Cosa ti affascina di più di quel mondo e cosa secondo te è rimasto in noi dei Romani?

Mi affascina una civiltà che a quei tempi era altamente sviluppata: riscaldamento nelle case,  una distribuzione capillare delle merci, un servizio postale che permetteva ad una missiva di raggiungere, partendo da Roma, la Germania in quattro, cinque giorni. Una rete stradale che ancora oggi noi utilizziamo, acquedotti magnifici che portavano l’acqua per sessanta e più chilometri e che ancora oggi funzionano nella città di Roma. Mirabili opere architettoniche che sono alla base delle tecniche ancor oggi utilizzate, un esercito ben organizzato e disciplinato, politici che si avvicendavano in cariche pubbliche che, al massimo, duravano diciotto mesi. Non tutto è oro quello che luccica è vero, ma sono loro che hanno inventato la civiltà occidentale e gli hanno dato l’impronta che conosciamo oggi.  Hanno inventato la globalizzazione, la moneta unica, una sola lingua unica, la libertà di culto. Ciò che alla nostra Europa unita e all’euro mancano. E in noi di Roma è rimasto solo un vago, sopito orgoglio. Il mio obiettivo è anche quello: svelare, con molto più rispetto e amore di quello che fanno i professori di storia tra i banchi di scuola, il nostro passato a chi non lo conosce e ha creduto fosse noioso o privo di attrattive.

I tuoi eroi sono una coppia controcorrente, non da romance classico: che cosa puoi dire di loro?

Lui è un uomo reale, non un eroe stereotipato, teatrale nelle sue reazioni e lontano dalla realtà. Rufo è in tutto e per tutto un uomo romano, un soldato disciplinato che difende il suo Imperatore e i suoi ideali fino alla morte. Un uomo con sentimenti veri, che reagisce e agisce da maschio e non da personaggio patinato. Livia è una donna romana, non dimentichiamolo. Non è come noi, libera di scegliere la propria vita indipendente. Quando il suo sogno sta per avverarsi, il Fato si presenta a lei in questo soldato selvatico e imponente che le sconvolge il futuro. Lei, raffinata e sfortunata, si aggrappa al suo promesso come sola via di scampo ad una vita destinata al fallimento, alla solitudine. La sua reticenza ad accettare questo soldato di confine come marito e amante è solo legata al suo modo di essere, al suo essere donna romana e non donna dei nostri giorni.

Quali sono le tue fonti di ispirazione al cinema, nei libri e simili?

Soprattutto i libri: i saggi storici, i testi degli scrittori antichi come Tacito e Livio, i documentari di Alberto e Piero Angela, la mitologia classica. Ma soprattutto la Storia, quella con la “esse” maiuscola che è un forziere, un contenitore di spunti e vicende senza limiti. Al cinema nulla, Hollywood ha smesso di produrre grandi colossal, fa filmetti con sceneggiature deboli e tanti, spettacolari effetti speciale che però, alla fine, non reggono il confronto con le produzioni degli anni ’50, ’60 e ’70. Il “il Gladiatore” è un piacevole svago, visto che dal punto di vista della ricostruzione storica lascia un po’ a desiderare.

Prossimi progetti?

Innanzi tutto gli altri due libri della trilogia dell’Antica Roma, con il libro dedicato alla storia d’amore di Quinto Decio Aquilato, il batavo che abbiamo già conosciuto in “Roma 40 d.C. Destino d’Amore”, poi il terzo della serie di cui non posso anticipare nulla, se non che si svolgerà in Oriente dove l’Impero Romano era a contatto con antiche civiltà come quella egizia. Nel frattempo sto scrivendo un contemporaneo ambientato nella Roma di oggi con tre uomini “alfa” molto “hot”. E ho nel cassetto due romance storici che attendo di pubblicare. Uno è ambientato nella Venezia del 1796, quando la Serenissima dopo mille anni di indipendenza cadeva in mano a Napoleone Bonaparte e l’altro in Egitto, con protagonista un archeologo inglese alla ricerca dell’esercito perduto di Cambise, ambientato nel 1871.

:: Recensione di Nevica ancora di Paola Sironi (Todaro editore 2011) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2012 by

Flaminia Malesani  in Nevica ancora di Paola Sironi è protagonista di una seconda intrigante indagine ambientata nella vita quotidiana (la prima è in Bevo Grappa, sempre edito dalla Todaro nel 2010) in un non precisato piccolo centro della Brianza. Tutto ruota attorno ad una misteriosa sparizione, quella di Evelyn Villaluna, la moglie di Arnel, il vicino di casa di origini filippine. In un nevosa giornata invernale l’uomo piomba in casa di Flaminia – acciaccata e alla prese con una lavatrice che fa acqua da tutte le parti – per chiedere aiuto a Massimo Malesani. Il fratello della protagonista nonostante sia un gigolò di professione, nel senso che adesca donne con il portafoglio pieno di soldi per farsi mantenere, sotto sotto continua la sua attività di detective. Arnel si rivolge a lui perché sua moglie Evelyn è scomparsa senza lasciare tracce e lui vuole ritrovarla a tutti i costi,  anzi è convinto che sia viva, ma non ha la minima idea di dove possa essere finita. Le indagini partono e Massimo dimostra come sempre la sua professionalità e un tempismo perfetto, tanto preciso che,  suo malgrado, Flaminia viene coinvolta nella complicata indagine. La ricerca della verità porterà i due fratelli a scovare la causa primaria di facciata della sparizione di Evleyn (un’eredità scomoda)  e la conseguenza da essa derivante (la donna ha iniziato una relazione con un altro uomo conosciuto molto tempo prima del marito). Il tutto però si complica quando Nelly, la cugina di Evelyn Villaluna, proprio colei che l’aveva aiutata in una prima fase della sua fuga, viene ritrovata cadavere. Chi l’ha uccisa e il perché di questa atroce fine sono gli stimoli che spingono la coppia di fratelli ad addentrarsi in ogni piega della vita dei Villaluna, per capire come mai una semplice fuga d’amore abbia scatenato la furia omicida nei confronti della complice di Evelyn. Il romanzo di Paola Sironi è un buon giallo italiano, direi D.O.C. Perché mi permetto un’affermazione di questo genere? Per il semplice fatto che leggendo Nevica ancora si entra in contatto con un’ambientazione quotidiana che ha per scenario la vita di provincia caratterizzata dai suoi pettegolezzi, dagli intrighi relazionali  e dalle beghe tra vicini di casa. Tutti ingredienti che unti tra loro creano un gustosa cornice nella quale prendono vita le azioni di Flaminia e di Massimo.  I personaggi di Nevica ancora sono sì appartenenti al mondo della finzione letteraria, ma il loro modo di fare, di esprimersi e le loro preoccupazioni di ogni giorno li rendono molto simili a noi. Per esempio nella coppia di fidanzati Flaminia e Milo il legame d’amore è un continuo tira e molla, fatto di passione e di piccole discussioni sul come e dove andare a vivere assieme. Questioni che investono molte giovani coppie di fidanzati più o meno pronte per la convivenza. Che dire poi della famiglia completa dei due detective Malesani,composta dai quattro fratelli orfani: Flaminia è la più dinamica, sempre divisa tra faccende domestiche, il lavoro, il fidanzato e le indagini in coppia con Massimo. Massimo, anche lui in perenne movimento, è sempre impegnato e un po’ sfuggente, ma pure imprevedibile nelle sue mosse. Valerio è fidanzato e vive con loro,  mentre Fabio c’è, ma è così taciturno e così assorto nell’organizzazione della sua convivenza, che il suo agire non influisce sulle vicende degli altri fratelli. I filippini Villaluna sono la tipica rappresentazione della famiglia di immigrati arrivati in Italia da lontano in cerca di fortuna. Sono coloro che si sono costruiti con l’impegno e l’onestà una vita equilibrata e regolare, poi il dramma li ha travolti da vicino mettendo in crisi ogni loro certezza e sacrifico, a dimostrazione del fatto che l’andamento della vita è imprevedibile. Il libro di Paola Sironi è interessante anche per un altro punto di vista –  e magari non ci si accorge subito di questo piccolo particolare, ma c’è – riguardante  l’analisi delle modalità di esporre un fatto di cronaca da parte dei media. La vicenda Villaluna crea attenzione con il ritrovamento del cadavere e poi con la scoperta del colpevole, ma quello che accade nell’arco temporale tra questi due eventi e dopo la risoluzione del caso ha per i mezzi di informazione un’importanza sporadica. I media a volte per necessità tecniche o per volontà propria omettono o enfatizzano gli elementi di un fatto di cronaca a seconda del grado di attenzione che vogliono stimolare in chi guarda la tv o legge i quotidiani e non sempre raccontano le cose per come sono veramente. Noi lettori di Nevica ancora conosciamo tutto quello che avviene nella vita di questo paese di provincia, sia dal punto di vista degli eventi e che delle emozioni, perché ce lo narra la scrittura di Paola Sironi attraverso le indagini dei Malesani brothers. A rendere piacevole e interessante il giallo della Todaro editore c’è anche un linguaggio ben strutturato, fatto da un lessico quotidiano contraddistinto dalla sensibilità e dal profondo rispetto per i sentimenti dei protagonisti di Nevica ancora.

Paola Sironi è mamma, capo progetto informatico e nei rari avanzi di tempo scrittrice. Grafomane convinta fin dall’infanzia, è cresciuta divorando Salgari e Tex Willer, tra una partita di calcio e l’altra. Da allora, non è mai riuscita a smettere di leggere e tantomeno di scrivere. Spazia nelle sue preferenze artistiche da Joyce a Camilleri, da Chopin ai Nirvana, dai fratelli Dardenne a Woody Allen. Nonostante i suoi quarant’anni, ricorda perfettamente di aver ascoltato i Ramones dal vivo, s’incanta ancora davanti a un film di Chaplin e coltiva il vizio di credere ingenuamente che qualcosa si possa cambiare. Scrivere gialli è sempre stata la sua passione segreta e nel 2010 ha pubblicato con Todaro il suo primo romanzo Bevo grappa.

Un’ intervista con Vincent Zandri

21 luglio 2012 by

Ciao Mr Zandri. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Vincent Zandri? Punti di forza e di debolezza.

Sono un autore noir che proviene originariamente da Albany, New York. Questa città è a circa 140 miglia a nord di New York City ed è li che tutto ha avuto inizio. Trascorro due o tre mesi ogni anno a Firenze, in Italia dove posso stare solo a scrivere. Vengo originariamente da un background di costruzioni e scrivo ancora di costruzioni su riviste specializzate di architettura. Sono stato un freelance e corrispondente estero per RT, The Albany Times Union, Building Digest e altre pubblicazioni globali. Ma più di recente mi sono concentrato sui miei romanzi. Thomas & Mercer sta attualmente pubblicando sette dei miei romanzi di cui cinque dei miei libri già editi, e due novità: Moonlight Blue (ambientato a Firenze) e Murder By Moonlight.
Punti di forza: Sono un gran lavoratore.
Punti di debolezza: ho lavorato troppo … (E ho anche paura dei ragni!)

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia famiglia proviene dall’ Italia,  mia madre e mio padre erano americani di prima generazione (mia madre è anche polacca e austriaca). Ho due sorelle più grandi ed essendo il più giovane, ho passato un sacco di tempo da solo recitando le storie che amavo prese da film western classici o da film e libri sulla II Guerra Mondiale. I film di John Wayne erano i miei favoriti e lo sono ancora. Ho giocato a calcio (la versione americana) e ha iniziato il sollevamento pesi in età precoce. Fino ad oggi corro e mi alleno con i pesi quotidianamente (ho 48 anni). Ho frequentato scuole private a Albany e poi ho conseguito la mia laurea al Providence College, dove ero seriamente intenzionato a diventare un famoso batterista punk rock. Ma più tardi, quando ho deciso di diventare uno scrittore ho frequentato il Vermont College dove ho conseguito il mio MFA in scrittura.

Che lavori hai svolto in passato?

Parcheggiatore, stimatore di inventari al dettaglio, muratore, batterista rock, l’uomo della consegna della pizza a domicilio, venditore di pubblicità sulle riviste, sport stringer, project construction manager, insegnante di scrittura, giornalista, scrittore freelance, corrispondente estero, fotoreporter, giornalista economico, copywriter, ghost writer, romanziere …

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Che ci crediate o no, ero a Venezia durante la mia luna di miele nel 1988. Avevo 23 anni e sapendo che stavo per tornare negli Stati Uniti per riprendere il mio lavoro nell’impresa di famiglia di costruzioni e sapendo quanto mi piaceva, ho preso la decisione di diventare uno scrittore professionista, mentre mi affacciavo sul Canal Grande. Fino a quel momento avevo scritto solo per me stesso, e allora capii che l’unica alternativa per me era quella di diventare un romanziere di successo. Naturalmente, sto ancora lavorando per diventare un romanziere di successo. Credo nello Zen di quello che faccio.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Le qualità tipiche di un buon scrittore e di successo sono spesso le stesse qualità che lo rendono un pessimo marito e uomo di famiglia. Questo lavoro richiede una dedizione sovrumana e, a volte, vi troverete a lavorare sette giorni su sette. E spesso, anche quando non starete lavorando, la vostra mente sarà altrove. Inoltre uno scrittore ha bisogno di viaggiare e sperimentare la vita, così la vita domestica non è generalmente compatibile con la vita dello scrittore. Nessuno scrittore che abbia avuto successo lo ha mai ottenuto stando seduto a casa tutto il giorno. Così viaggiare è essenziale. Dico sempre agli studenti di scrittura di scrivere quanto più possibile, anche se è gratis. E leggere quanto più possibile anche. Un mio collega con sede a Kabul, una volta mi disse: “È necessario sviluppare la capacità di scrivere qualcosa di interessante su una bustina di tè.”

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

Mentre in un primo momento sono stato preso dai classici, in particolare Hemingway e Mailer, successivamente ho cominciato a trovarmi attratto da scrittori noir come James Crumley e Robert B. Parker. Hanno scritto in un rado, stile duro, che non fa prigionieri. I loro protagonisti sono difficili, ma fanno sempre la cosa giusta anche se questo significa dover sparare a qualcuno. Sono spesso disperatamente soli contro tutto. Mi piace l’idea di qualcuno che deve combattere per trovare una sua via d’uscita da situazioni senza scampo. Si tratta di una prova di carattere e di forza. E questo non si ottiene con qualsiasi altra fiction diversa dal crime e dal noir.

Parlaci dei tuoi libri. Quando saranno pubblicati in Italia?

Ho attualmente completato il quinto Moonlight, Moonlight Sonata e un nuovo stand alone, The Disappearance of Grace. Attualmente sto lavorando ad un terzo romanzo della serie Marconi. Si chiama The Guilty che dovrebbe essere collegato con il primo della serie, The Innocent. Spero di vedere tutti i miei libri pubblicati in Italia verso la primavera. I diritti esteri per quasi tutti i miei libri sono nelle mani di Thomas & Mercer. Le versioni inglesi sono in corso di pubblicazione, ma mi aspetto che le traduzioni seguano a breve. Spero di autografare i miei libri nel maggior numero possibile di negozi di libri perché, dopo tutto, amo l’Italia.

Raccontaci qualcosa  sui personaggi principali dei tuoi libri.

Jack Marconi è un meditabondo, ragazzo saggio. E ‘il mio PI bestseller.
Richard “Dick” Moonlight ha un piccolo pezzo di proiettile calibro 0,22 depositato dentro il suo cervello a causa di un suicidio fallito. Poichè è premuto contro la sua corteccia cerebrale può indurlo a passare tempi di stress o addirittura interrompere il suo processo decisionale, costringendolo a fare la scelta sbagliata, che fa spesso con le donne. Pertanto Moonlight è anche un sacco in difficoltà. Ma la cosa ancora più importante è che può morire in qualsiasi momento, qualora questo piccolo pezzo di proiettile decida di muoversi.
Ava “Spike” Harrison è una imprenditrice edile che ha ereditato la Construction Corporation, Harrison da suo padre in ritardo. Lei è una detective dilettante armata non con una pistola, ma con il suo equalizzatore: un martello inquadratura.

Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato la tua scrittura o il tuo stile o la struttura della tua narrativa?

Hemingway è lo scrittore che mi ha influenzato maggiormente. Ma anche scrittori più contemporanei come Tim O’Brien, Jim Harrison, James Crumley, Charlie Huston, Robert B. Parker, Dash Hammett, Don Winslow, e così molti altri. Anche Dante Alighieri, e mi ha molto influenzato anche da Max Frisch il cui lavoro è stato portato alla mia attenzione da uno scrittore canadese e insegnante di scrittura, Douglas Glover. Ognuno di questi scrittori ha influenzato la struttura dei miei libri, in quanto tutti sembrano scrivere capitoli brevi e concisi costituiti da molti sottocapitoli.

Pensi che il tuo stile sia cinematografico? I film in generale o qualche film in particolare ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Mi piace pensare così. Enfasi sul “mi piace” . Ma film come Seven , Fight Club (insieme al romanzo), Double Indemnity, e certamente, Angel Heart, per non parlare di tutta la serie di thriller di Hitchcock e molti film europei, hanno sicuramente influenzato il mio stile. Nel corso degli anni molti produttori e società cinematografiche come DreamWorks e Hey Day Productions si sono molto interessati al mio lavoro, ma nulla è stato ancora prodotto. Tengo ancora le dita incrociate.

Ci puoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro ?

Mi sveglio abbastanza presto. Di solito dalle 6:00 alle  7:00. Metto su il caffè e subito inizio la mia giornata di scrittura. Intorno 10:00 prendo una pausa e vado a correre e spesso faccio allenamento con i pesi. Dopo di che mi faccio una doccia e mangio qualcosa, poi scrivo ancora per poche ore. Alla fine della giornata faccio un po ‘di marketing, soprattutto se sto promuovendo un libro. Oppure controllo i miei social media. A quel punto vado a bere un drink in un pub locale. Poi cena, lettura e letto. Il giorno dopo faccio la stessa cosa di nuovo. Più o meno mantengo lo stesso orario, anche quando viaggio che succede spesso. La mia giornata era molto più variegata quando facevo solo il giornalista. Si ha bisogno di un programma più stabile quando si scrive romanzi.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Oh, certo. Scream Catcher parla di un uomo tormentato dai miei stessi demoni e ansie. Inoltre, in alcuni dei Moonlight molte scene sono state prese da alcune delle mie disavventure della vita reale. Specialmente nel rapporto con l’altro sesso. Il rapporto quasi senza speranza del protagonista con Lola è interamente basato sulla mia vita reale e sul rapporto che mantengo ancora con la mia seconda moglie Laura, da cui stavo anche divorziato, ma oggi siamo di nuovo insieme ( Mi segui vero?) . Il suo soprannome è Lola e talvolta scrivo sui nostri alti e bassi nei libri della serie Moonlight, scrivere è meglio di una seduta dallo psichiatra. Tutti i Moonlight sono dedicati a lei (tranne il primo, Moonlight Falls, che è dedicato a nostra figlia, Ava). Laura ed io proveremo sempre amore l’uno per l’altra non importa quale tipo di amore.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Cosa hai fatto in quel caso?

Non ho mai avuto il blocco dello scrittore allo stesso modo in cui un idraulico non ha mai avuto il blocco dell’idraulico . Mi alzo e vado a lavorare tutti i giorni come tutti gli altri. Quello che si ottiene tuttavia, è stanchezza. Recentemente ho scritto due libri in una sola volta e non lo consiglio di fare a nessuno. Inoltre ho scritto questi due libri, mentre ho provveduto alla riscrittura e la revisione di 7 libri che usciranno con Thomas & Mercer in autunno. In cima a questo, ho avuto a che fare con il patrimonio di mio padre a seguito della sua morte improvvisa nel mese di dicembre. E ‘tutto mi ha lasciato un po’ stanco e bisognoso di una pausa. Al momento sto lavorando solo mezza giornata fino alla fine dell’estate. Ma anche con un programma di mezza giornata, riuscirò a completare un progetto molto buono prima di quello nuovo su cui sto lavorando.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Il mio agente Chip MacGregor è sempre a caccia di progetti cinematografici. Io non sono a conoscenza di eventuali vendite in questo momento, ma da quello che mi dice, per alcuni ci sono buone speranze. Stay tuned!

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo il primo romanzo di mio figlio Harrison, Howard. Si tratta di una lettura piuttosto intensa come molti romanzi d’esordio possono essere. L’altro mio figlio Jack ha anche dato una mano. Sto anche leggendo un Robert B. Parker “Jesse Stone”, il nuovo romanzo di Dan Mayland intitolato The Colonel’s Mistake, e, infine, Resistance and Betrayal: The Death and the Life of the Greatest Hero of the French Resistance (Jean Moulin).

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

In generale non mi piace autografare libri più di tanto e  ora esistono tante opportunità promozionali on-line. Tuttavia, ne faccio anche. Ti racconto cosa è successo durante l’ultimo tour che ho fatto: sono andato in una libreria  e al mio posto c’era un altro autore in piedi al tavolo della firma libri. Era un punto fermo per le notizie locali e ora che si era ritirato e aveva scritto una autobiografia sulle sue esperienze di Albany, New York. A me è stato detto di andare nel “retro del negozio.” Ho firmato una decina di copie per alcuni miei fan, poi ho gettato la mia penna nel cestino e sono uscito. E’ stata l’ultima firma che mai farò per quel negozio.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Il cambiamento maggiore sicuramente è dovuto da quante opportunità ci sono ora per gli scrittori di poter lavorare. Tredici anni fa, quando ho pubblicato per la prima volta con Random House, o pubblicavi un libro attraverso una delle Sei grandi case editrici o non avevi pubblicato nulla. Almeno, a livello commerciale ciò ti permetteva una vita decente. Ora con l’avvento degli e-readers, che sono enormemente popolari negli States e nel Regno Unito e stanno crescendo in popolarità anche in Europa, gli autori possono avere oltre agli editori tradizionali anche editori indipendenti se sono disposti a investire in un editor professionale, o sull’autopubblicazione. Aggiungete a questo grazie ad una nuova casa editrice importante come la Thomas & Mercer su Amazon io per esempio  mi trovo a dover fare delle scelte tra quali metodi di pubblicazione optare dopo aver completato un romanzo, piuttosto che restare sveglio tutta la notte a preoccuparmi se verrà pubblicato o meno. Nel giro solo di qualche anno, il mercato di massa tascabile cesserà di esistere, mentre gli e-book diventeranno la forma dominante della pubblicazione e la lettura.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Cosa ne pensi degli ebook?

Come ho detto nella domanda precedente, gli e-reader ed l’ e-publishing hanno trasformato l’industria editoriale allo stesso modo dell’avvento del “feuilleton” nel 1950. Scrittori come me stanno scrivendo romanzi più che mai e pubblicano anche di più. Quest’anno ho completato quattro romanzi che saranno tutti pubblicati nel corso di quest’anno e del prossimo. Saranno pubblicati in forma cartacea e audio, ma anche con l’e-publishing, i libri rimarranno per sempre miei garantendomi un reddito per il resto della mia vita e di quella dei miei figli e della vita dei loro figli e così via. Cosa cambierà questo? Solo dopo l’Apocalisse, quando il mondo finirà.

Parlami del rapporto con i tuoi lettori. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Ricevo email quasi ogni giorno dai fan e dai lettori. Ho una politica della porta aperta con i miei lettori. Da casa mia a New York o nel mio appartamento a Firenze, sono sempre disposto a chattare con i miei lettori, alcuni dei quali sono scrittori.

Come ti immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi vedo scrivere in media tre o quattro libri all’anno, di cui uno stand-alone. Vedo i romanzi della serie Moonlight trasformati in una serie di HBO o Showtime, e vedo alcuni degli altri romanzi, in particolare The Innocent e The Disappearance of Grace diventare film, se non negli Stati Uniti in Europa. “Grace” si svolge interamente a Venezia. Si tratta di un thriller molto cinematografico un romantic suspence di un soldato che torna dalla guerra in Afghanistan e che è in fase di PTSD. Sta vivendo anche una cecità temporanea inspiegabile che viene e va. Quando la sua fidanzata scompare, non ha altra scelta che andare a cercarla a Venezia, una delle città in cui è più facile perdersi al mondo.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, ma non tutte. Chi ha il tempo o lo stomaco per farlo? Ti dico la mia filosofia sulle recensioni: quelle veramente buone e quelle davvero cattive dovrebbe essere spruzzate con un po ‘di sale. Le recensioni veritiere giacciono da qualche parte nel mezzo.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Infine, dopo aver messo Jack Marconi, protagonista dei miei  bestseller PI The Innocent e Godchild, in naftalina per dieci anni, sto scrivendo l’ultimo della serie.  Si chiama The Guilty. Si basa su un procedimento giudiziario vero e proprio, che è attualmente in corso ad Albany di un giovane che è accusato di aver picchiato la sua fidanzata quasi a morte dopo aver avuto una lite terribile una notte del recente inverno. E ‘molto ricco e così lo è lei. Egli sostiene che cadde sul ghiaccio, ma non ha mai chiamato un’ambulanza. Invece ha chiamato suo padre e insieme hanno portato la donna incosciente in ospedale, dove è rimasta in coma per mesi. Quando si è risvegliata, non aveva più la memoria a breve e lungo termine … lo dirò ancora una volta, Stay tuned!

:: Recensione di A tuo rischio e pericolo di Josh Bazell (Einaudi, 2012)

20 luglio 2012 by

Dopo il pulp noir d’esordio Vedi di non morire Einaudi propone il nuovo romanzo di Josh Bazell (Wild Thing, 2012) con il titolo italiano A tuo rischio e pericolo tradotto da Luca Lamberti e per chi ama lo stile sopra le righe di questo autore sarà sicuramente una lettura capace di strappare qualche sorriso e qualche amara riflessione su questo pazzo mondo in cui ci troviamo a vivere. Ironia e humour nero non mancano, forse a volte un po’ criptici ma per lo più gustosi. Certo bisogna essere dell’umore adatto ed essere pronti a tollerare massicce dosi di bizzarro e di insolito, discussioni sull’esistenza di Dio comprese. Già l’improbabile caccia ad un mostro assassino stile Loch Ness sguazzante nelle acque di un laghetto del Minnesota vi da la misura di fino a quanto Bazell si sia spinto per sconcertare e divertire il lettore. Indiscusso protagonista di A tuo rischio e pericolo è il dottore Peter Brown ex killer della Mafia entrato in un programma di protezione governativo, già conosciuto in Vedi di non morire  qui alle prese con un caso ben poco sensato. Mentre se ne sta su una nave da crociera a fare il suo sporco lavoro di medico di bordo e cavadenti riceve un insolito messaggio da un eccentrico miliardario in vena di follie: in cambio di una cospicua quantità di denaro, con cui sogna di pagare il killer per far fuori il mafioso che lo vuole morto, deve partire per il Minnesota e partecipare ad una avventurosa spedizione punitiva a caccia di William il mostro del White Lake, con già sulla coscienza due ragazzi morti e la gamba di un vecchio che giura e spergiura di averla persa a causa sua. Come unica condizione deve portarsi dietro Violet Hurst una paleontologa super gnocca che già al primo incontro getta i suoi ormoni in subbuglio. Arrivati a Ford ultimo avamposto abitato prima del famigerato lago e dopo aver pasteggiato in una tavola calda che finirebbe d’ufficio ai primi posti della lista nera di Gordon Ramsay, iniziano ad indagare chiedendo agli indigeni notizie del mostro. Peter Brown è certo che sia una truffa ordita dagli abitanti di Ford per attirare turisti, ma le cose si complicano, alcuni omicidi puzzano lontano un miglio per non parlare degli strani traffici a cui sono dediti nell’ameno borgo. Qualcosa non torna e il noioso sceriffo che fa di tutto per mandarli via non è così limpido come appare. Ma cosa lega il miliardario Rick Solo e la cittadina di Ford e l’improbabile mostro? E soprattutto, se il mostro esistesse davvero?  Chissà, quello che è certo è che bisogna essere pronti a tutto quando si inizia un libro di Bazell. Non scorrevolissimo, ci ho messo parecchi giorni per leggerlo, e le note continue non aiutano e spezzano un po’ la lettura costringendo il lettore a strizzare gli occhi per leggere i caratteri piccolissimi, A tuo rischio e pericolo è un romanzo chiaramente scritto per divertire e intrattenere in modo intelligente e ironico. Una lettura piacevole.