:: Recensione di Il sostituto di David Nicholls (Beat Edizioni, 2012) a cura di Michela Bortoletto

20 luglio 2012 by

Gli ingredienti per una commedia romantica ci sono tutti!
Stephen McQueen: il protagonista. Non il famoso attore Steve McQueen  ma quello che attore sogna di diventare. Divorziato (ha trovato la moglie a letto col suo capo), padre di una bimba di sette anni, vive in un monolocale senza frigorifero e sbarca il lunario accettando ruoli improbabili come il morto nei telefilm polizieschi oppure Sammy lo scoiattolo in una produzione minore per bambini. Il suo sogno ovviamente è quello di diventare una star! All’inizio del libro lo troviamo come sostituto, ossia colui che dev’essere pronto a sostituire il protagonista in una produzione teatrale di Byron. Stephen sogna, spera e prega che l’attore protagonista dia forfait almeno per una sera così da dimostrare al grande pubblico le proprie doti.
Josh Harper: l’attore famoso. Giovane, bello, ricco,affascinante e bravo. Sempre puntuale sul lavoro,  si ostina (agli occhi di Stephen) ad andare in scena ogni sera con il suo formidabile Byron. Le donne cascano ai suoi piedi, i critici lo adorano. Perfino Sophie, la figlia di Stephen desidera il suo autografo! La ciliegina sulla torta? Josh è “felicemente” sposato con una bellissima donna.
Nora: la giovane moglie americana di Josh. Intelligente, sagace, ironica, forte e ovviamente meravigliosa! Stephen non può far altro che innamorarsi perdutamente di lei. Ma lei è la donna dell’Uomo Perfetto, con una casa perfetta e un matrimonio perfetto. Non guarderebbe mai un povero illuso.
Ma la vita di Josh e Nora in realtà di perfetto non ha nulla. Josh tradisce ripetutamente la moglie senza provare un briciolo di rimorso. Josh è quindi il cattivo. Stephen il buono per cui tifare. Il romanticone, lo sfortunato in attesa della sua grande occasione.
Facile stare dalla sua parte. Troppo facile. Perché quella che può sembrare una banale commedia romantica, un romanzetto da leggere in spiaggia in realtà è ben altra cosa.  Se Josh non è perfetto come sembra nemmeno Stephen è il Buono in termini assoluti. Scopre i tradimenti di Josh e pur essendo diventato amico e confidente (nonché perdutamente innamorato) di Nora, decide di nascondere tutto alla ragazza e scendere a patti col nemico per avere la sua grande occasione. Comincia così anche lui a mentire a Nora tanto quanto fa il bel Josh dando inizio a una serie di incomprensioni e situazioni assurde da cui farà fatica poi a uscire. Ma il destino ha comunque in serbo per lui la sua Grande Occasione.
L’intreccio, i sentimenti e le reazioni dei protagonisti sono molto più complessi di quelli di un romanzo rosa e il lieto fine non è così scontato come si potrebbe pensare!

:: Intervista a Valentina D’Urbano a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2012 by

Ciao Valentina, è un piacere ospitarti qui a Liberi di Scrivere  per parlare del tuo primo romanzo pubblicato di recente dalla Longanesi e intitolato Il rumore dei tuoi passi. Una storia di amicizia e di amore, ma anche di formazione, tra due adolescenti – Beatrice e Alfredo –  nell’Italia tra gli anni ’60 e ’80.

Cosa spinge una giovane illustratrice di libri per bambini a scrivere un romanzo?

Mi piace scrivere, mi è sempre piaciuto. Amo inventare storie e amo raccontarle, non solo ai bambini ma anche agli adulti. Ecco che cosa mi spinge: la voglia di raccontare, sia attraverso le immagini che attraverso le parole.

Il rumore dei tuoi passi è un romanzo di formazione. Perché hai scelto questo genere per esordire e non un thriller o un giallo come fanno molti altri autori esordienti?

Perché per scrivere qualcosa di buono (e questo lo dice il buon vecchio King, mica io!) devi scrivere di qualcosa che ti piace. E se una cosa ti piace, fondamentalmente vuol dire che la conosci. Ecco perché non ho scritto un giallo o un thriller, non è il genere che preferisco leggere, e di conseguenza non mi piacerebbe scriverne!

Da cosa o chi hai preso spunto per scrivere Il rumore dei tuoi passi?

Dal quartiere dove vivo, un quartiere periferico che trent’anni fa era davvero come descrivo nel libro. Volevo dare voce a questo posto che per troppo tempo è rimasto muto. E per farlo ho inventato una storia.

La storia è ambientata in un quartiere chiamato “La Fortezza”? Come mai hai scelto questo nome?

La “Fortezza” rappresenta nell’immaginario comune un luogo chiuso, desolato, spesso inespugnabile. Il quartiere dove è ambientato il romanzo è proprio così: una sorta di roccaforte moderna, dove si vive asserragliati, in costante lotta con se stessi e con il mondo circostante.

Il fatto che il quartiere sia in una città non precisa  che richiama le zone degradate di molte metropoli italiane e mondiali che ruolo ha nel romanzo?

Io credo che ogni grande città abbia la sua “Fortezza”. È per questo che ho scelto di non caratterizzare il luogo, affinché ognuno possa immaginarselo come e dove gli pare.

Protagonisti sono Beatrice e Alfredo due giovani di estrazione sociale disgraziata e degradata, perché tutti li chiamano i Gemelli?

Bea e Alfredo sono le due facce della stessa medaglia. Sono uguali, anche se non vogliono ammetterlo, ma come i gemelli veri, anche loro hanno delle piccole differenze. Una cosa che può capire solo chi li conosce bene.

Le loro famiglie di origine sono sì povere, ma diverse. In quella di Beatrice c’è amore e rispetto reciproco, mentre in quella di Alfredo manca la figura materna ( la madre è morta), lui e i fratelli vivono con un padre alcolizzato e violento. Questi due modelli di vita quanto influenzano l’agire dei protagonisti?

La famiglia in cui si cresce influenza sempre il carattere delle persone. Lo stesso vale per Bea e Alfredo.

Il legame tra Beatrice e Alfredo è sempre in bilico tra amore e odio. Chi tra i due ha più bisogno dell’altro?

Credo che nonostante tutto sia Beatrice ad avere più bisogno di Alfredo. Ha votato la sua vita a lui e senza di questo si sente vuota e inutile.

Beatrice vorrebbe lasciare  “La Fortezza”, ma c’è qualcosa che non glielo permette, quanto è influenzata in questa sua decisione dal legame profondo con Alfredo?

È totalmente influenzata. Alfredo è l’unica cosa che la lega alla “Fortezza2.

I due ragazzi protagonisti mi hanno ricordato molto la gioventù vissuta, protagonista di Altri Libertini di Tondelli e i Ragazzi di vita di Pasolini. Ti hanno influenzato un po’ questi scrittori?

Ti dirò, prima di scrivere il rumore dei tuoi passi, non avevo mai letto nulla di loro. Quando mi hanno fatto notare che forse proprio da loro ero stata ispirata, ho rimediato immediatamente alla mia lacuna. Quindi ti dico che, probabilmente se li avessi letti prima, sì, ne sarei stata ispirata.

Quali altri autori hanno influito su Valentina D’Urbano come scrittrice di romanzi?

Ogni libro che leggi ti lascia dentro qualcosa. Anche quelli che non ti piacciono. Ecco, io credo che in fin dei conti tutto quello che leggi in qualche modo influisce su quello che scrivi. Spero solo che in questo caso abbia influito positivamente.

Sei già al lavoro con un nuovo romanzo?

Sì, una storia completamente diversa, ma è ancora un segreto!

:: Recensione di Il rumore dei tuoi passi di Valentina D’Urbano (Longanesi, 2012) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2012 by

Se Il rumore dei tuoi passi fosse uscito qualche anno fa lo avrei perfettamente inserito nella mia tesi sul Bildungsroman accanto ai ragazzi tondelliani di Altri libertini. Perché? Perché è un tipico esempio di romanzo di formazione dove i protagonisti, dopo una travagliata fase di crescita raggiungono un traguardo che una volta superato determina la vincita per qualcuno e purtroppo la sconfitta per qualcun altro. Questo è il succo che anima il romanzo d’esordio di Valentina D’Urbano, Il rumore dei tuoi passi , caratterizzato da una storia circolare -si apre sul finir degli anni ‘80 con un funerale  e  si chiude sempre nello stesso periodo con una speranza di un domani migliore- di amore, lotta e perdizione.  In mezzo un lungo flashback dalla fine degli anni ’60, passando per gli anni di piombo e fino ai vitali anni’80, dove i protagonisti sono sempre i “gemelli” Beatrice e Alfredo. Gemelli non biologici, non a caso non sono  nati dalla stessa madre, ma legati da un sentimento profondo e intenso che emergerà nel corso degli anni, trasformando una semplice amicizia in un sentimento diverso. Il tutto è ambientato in un quartiere di massimo degrado, di una città anonima, chiamato “la Fortezza”.  Qui sorgono enormi palazzoni occupati abusivamente de famiglie di estrazione sociale misera, comprese quelle dei due giovani, dove la violenza, la povertà, l’analfabetismo e l’istinto alla sopravvivenza la fanno da padroni. Beatrice e Alfredo vivono nello stesso tugurio, ma le loro famiglie, anche se povere, non sono uguali.  Alfredo è orfano di madre, vive con i fratelli Massimo e Andrea  con un padre sempre ubriaco che non esita a picchiare,  senza motivo tra l’altro,  in maniera brutale i figli. Sotto alla casa di Alfredo vive  Beatrice con la mamma, il padre e il fratello Francesco. Pure loro sono una famiglia bistrattata, ma nonostante le difficoltà di ogni giorno qualche soldo i genitori riescono a guadagnarlo e il rapporto tra genitori e figli è fatto di amore e rispetto reciproci. Quei sentimenti che spingono il piccolo Alfredo a rifugiarsi da loro per mangiare e dormire, diventando una sorta di figlio-fratello per la famiglia di Beatrice. Cupo e arido è il mondo dove Beatrice e Alfredo crescono e il luogo di ritrovo della gioventù del quartiere malfamato della “Fortezza” è un anfiteatro dove i ragazzi cercano il divertimento e lo sballo tra alcol e droga e vivono il contatto fisco con l’altro con tale una facilità che a volte sarà difficile capire – proprio come accade ad Arianna, amica di Beatrice – chi ha messo incinta chi.  Tutto questo ci è raccontato da  una Beatrice adulta, giovane donna matura che ricordando il passato sottolinea il perenne legame di odio e amore che l’ha unita per anni ad Alfredo. Un rapporto intenso, fatto di litigi, di avvicinamenti e di trasformazioni temporali dei sentimenti reciproci tra loro due. Una vera evoluzione di una amicizia diventata per entrambi amore. Il legame tra Beatrice e Alfredo è per la protagonista sì affettivo, ma allo stesso tempo è un sorta di prigionia, in quanto fino al momento del dramma la giovane protagonista non avrà mai il coraggio di abbandonare in modo definitivo la “Fortezza”. Solo dopo la morte dell’amato, Beatrice deciderà di andare via, perché sa, e lo ha sempre saputo, che un futuro migliore  lei lo potrà avere solo recidendo in modo definitivo le radici dalla “Fortezza”. Alfredo era una sorta di ancora che la teneva legata al  quartiere malfamato, dove forse un giorno Beatrice tornerà, ma non sa quando. Il primo romanzo di Valentina D’Urbano, illustratrice di libri per bambini, affronta il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta inserendolo in una dimensione sociale nella quale si possono identificare tanti dei quartieri degradati e problematici che caratterizzano le grandi città italiane e le metropoli mondiali. I protagonisti sono una generazione giovane allo sbando totale, non hanno appigli o punti di riferimento equilibrati ai quale aggrapparsi e vivono la vita di ogni giorno come se fosse per loro una vera e propria gara alla sopravvivenza dalla quale qualcuno esce ammaccato, ma vincitore – Beatrice – e qualcuno altro – Alfredo – perdente, smarrito e fagocitato dal mondo della violenza e della droga. Chiuso il libro ci si rende conto che persone come Beatrice e Alfredo ne abbiamo conosciute e ne incontreremo ancora molte nella nostra vita e la frase messa prima del capitolo 1 è una verità che non può, anzi, non deve essere negata a nessuno, perché è vero che: «Anche l’ultimo dei poveracci ha bisogno di una storia».

Valentina D’Urbano è nata nel 1985 a Roma, dove vive e lavora come illustratrice per l’infanzia. Il rumore dei tuoi passi e il suo primo romanzo.

:: Recensione di Nella carne di Sara Bilotti (Termidoro Edizioni, 2012)

12 luglio 2012 by

Nella Carne opera di esordio di Sara Bilotti pubblicata nella collana Termidoro narrativa diretta da Eva Massari è una raccolta di dodici brevi racconti di cui l’ultimo scritto a quattro mani con Massimo Rainer che prende il titolo da uno di essi, per la precisione il nono. Già leggendo la prefazione a cura di Luigi Romolo Carrino si percepisce il grado di intensità e passione con cui l’autrice decide di sezionare la quotidianità per farla sanguinare, per farla spurgare facendo sì che sia chiaro e manifesto, che l’orrore, il male, la follia, emergono più dolorosi e inquietanti non tanto nell’eccezionalità di eventi straordinari ma più che altro nella banalità della vita di tutti i giorni, nelle rassicuranti mura domestiche, nei rapporti tra vicini, a scuola, in collegio, in istituti per la cura dei disabili. Li l’orrore prende le tranquillizzanti sembianze “della nostra vita normale” del frusto, del consueto,  e proprio perché questo quasi ci anestetizza siamo più propensi a provare sgomento, disorientamento quando all’improvviso la normalità si tinge di sangue, di morte, di follia. Dodici racconti profondamente noir, senza lieto fine, senza consolanti morali precotte, senza giustificazioni, scuse, rimorsi. I finali spiazzano per la loro inevitabilità, per l’amarezza implacabile che non da scampo. Interessante che questo scopo è raggiunto senza uso di cinismo, sarcasmo gratuito, autocompiaciuto gusto del macabro. La Bilotti non usa infatti l’effettaccio, il colpo basso, la retorica di bassa lega, si limita a presentarci i fatti, si limita a descrivere i personaggi senza sovrastarli con giudizi o condanne e in questo suo farsi piccola, in un angolo della narrazione riesce nel suo intento, riesce a farci provare commozione per le vittime, dolore per i colpevoli. La Bilotti seppur giovane, seppure al suo libro d’esordio sfoggia una padronanza stilistica inusuale, una scrittura al femminile che coniuga il noir con sensibilità e delicatezza specialmente riservata ai personaggi più fragili, ai bambini anche se terribili, penso a L’uomo nero, alle ragazze vittime di abusi, il finale di Pozzo verde è sicuramente emblematico, ai disabili mentali come Margherita in Farfalle. I più spiazzanti, Senza voce, Loro e Nella Carne quest’ultimo l’ho dovuto rileggere parecchie volte per convincermi che davvero il dubbio atroce che mi era sorto corrispondeva a verità e ancora adesso aleggia in me un senso di incertezza. Se posso dare due consigli a Sara Bilotti, uno le consiglieri di leggersi i racconti di Flannery O’Connor, ho sentito una profonda comunanza tra queste due autrici una immersa nel profondo Sud degli Stati Uniti l’altra nella Palude come definisce la sua realtà, l’altro di continuare con la difficile arte dei racconti per cui il suo talento mi sembra trovare voce. Ma i consigli naturalmente vanno presi con le molle, la cosa migliore da fare è sempre seguire la propria strada.

:: Recensione di Acque torbide di A. Novelli e G. Zarini (Fratelli Frilli Editori, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

11 luglio 2012 by

Michele Astengo è un investigatore privato che sbarca il lunario con casi di adulterio o storie di figli tossicodipendenti e ragazze di facili costumi. Niente incarichi troppo complicati. La gloria non gli appartiene, come lui stesso afferma, anche perché non bisogna inflazionarla, ma lasciarla a chi se la merita davvero. I suoi giorni sono incasinati, o nella migliore delle ipotesi, vivibili. Abita a Genova e ha l’ufficio in centro, in salita San Matteo, all’ultimo piano del prestigioso palazzo Doria-Danovaro, eredità di un lontano zio. La vita di Astengo è piuttosto grigia, come il fumo delle sigarette che si accende in continuazione. Ex poliziotto, ne ha viste abbastanza da essere disilluso dalla vita e non tenere in gran considerazione il genere umano. Il suo carattere da orso, unito a una buona dose di cinismo e di sarcastica ironia, fa sì che l’investigatore conduca una vita solitaria e stia antipatico a molti. I rapporti non sono facili nemmeno con le donne: Astengo ama le belle bambole e detesta le complicazioni sentimentali. Nel caso gli capitasse qualcosa, le uniche persone che si preoccuperebbero per lui sono Dalia, la sua sensuale segretaria, e Corrado, il suo informatore, un nano ghiotto di focaccia.
Il nuovo incarico di Michele Astengo sembra essere uguale a tutti gli altri: una storia di infedeltà coniugale con la solita moglie tradita che vuole conoscere l’identità dell’amante del marito fedifrago, in questo caso Luca Tessori, l’assessore regionale all’ambiente. Quando però il cadavere di Tessori viene ritrovato in mare senza che nei suoi polmoni ci sia acqua salata, Astengo si trova coinvolto in una storia molto più complicata, fatta di segreti scomodi, intrighi e loschi affari per cui si è disposti a uccidere. L’investigatore dovrà impegnarsi e sarà costretto a rivelare la sua brillante intelligenza deduttiva per fare emergere la verità.
Novelli e Zarini dopo tre thriller all’americana, pubblicati da Marsilio, ambientano il loro nuovo romanzo in Italia, nella loro regione, la Liguria, e precisamente a Genova, una città perfetta per una storia noir. Come sempre bravi ad adattare stile e narrazione al genere scelto, il duo di scrittori di Savona imbastisce una trama dal ritmo un po’ più lento, dove si ha il tempo di perdersi tra i caruggi e dare la giusta attenzione alla città, Genova, che con la sua atmosfera particolare è un personaggio a tutti gli effetti. Non mancano i colpi di scena, i morti e le storie nere, ma l’ambientazione italiana fa sì che non ci siano serial killer o macabre descrizioni dei delitti come di solito accade nelle storie di Novelli e Zarini. Michele Astengo è un personaggio molto interessante, delineato in maniera efficace attraverso le sue parole e i suoi atteggiamenti. È un antieroe, che spesso dimentica le buone maniere e non fa grandi sforzi per piacere al prossimo, ma si rivela migliore di chi nasconde torbidi segreti dietro larghi sorrisi e modi eleganti. La lettura è avvincente e si fa davvero fatica a interromperla, tanto si è coinvolti e desiderosi di immergersi in Acque torbide. Chi conosce Genova segue con gran piacere l’investigatore in giro per le zone più caratteristiche, chi invece non c’è mai stato di sicuro ne vorrà fare la meta della prossima gita. Altamente consigliato a chi ama Chandler e i film con Humphrey Bogart!

:: Intervista a Paola Sironi a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2012 by

Ciao Paola, piacere di ospitarti qui a Liberi di Scrivere, prima di parlare di Nevica ancora il tuo romanzo giallo – non solo per la copertina-  edito dalla Todaro editore, raccontaci un po’ di te, del tuo lavoro e della tua passione per la scrittura.

Ciao e grazie a voi di  ospitarmi nei panni di scrittrice: abito che ammetto di non poter vestire con regolarità, nel trambusto del mio quotidiano.  La maggior parte del mio tempo si divide tra lavoro in azienda e vita familiare o domestica. La passione per la letteratura e la scrittura riesco coltivarla solo nel tempo libero e, a volte, nei momenti in cui è necessaria una dedizione continuativa, strappando con le unghie a tutto il resto  ore di intima concentrazione. L’attrattiva per i libri mi accompagna fin dall’infanzia, con le prime letture ed è cresciuta in maniera esponenziale nel corso degli studi classici.
Non ricordo mi abbia mai abbandonato. Provare a scrivere è stata una conseguenza quasi immediata.
Mi sono esercitata per molti anni da autodidatta. L’impulso è sempre stato riuscire a raccontare  storie umane, esplorandone gli aspetti interiori e in particolare quelli meno prevedibili. Con un debole per la ricerca linguistica e il ritmo della narrazione. Ho impiegato molti anni, scartando diversi lavori, a trovare un’ispirazione e un metodo di lavoro che mi  permettessero di scrivere un romanzo proponibile a una casa editrice. E ho avuto la fortuna di vederlo pubblicato. Poi, per il successivo, ho trovato la strada già spianata.

Cosa ti ha ispirato la trama di Nevica ancora?

Nessun fatto di cronaca in particolare.  Nonostante io abbia scelto di raccontare indagini su crimini comuni, non ho l’abitudine di seguire la cronaca nera: m’infastidisce troppo la morbosità con cui viene trattata mediaticamente. L’ispirazione mi è venuta da semplice osservazione della realtà a me circostante. Ho provato a inserirci la sparizione di una donna, con un retroscena che contrastasse con l’immagine che gli altri si erano fatti del soggetto, e un delitto  in qualche modo collegato alla scomparsa di questa persona. Il resto della storia l’ho costruito attorno a questi due elementi. Il fatto che poi, a lavoro già concluso, si siano verificate anche piccole coincidenze con fatti di cronaca reali, l’ho trovato solo una dimostrazione che la storia fosse plausibile.

Quanto c’è in te di Flaminia?

Indubbiamente lo stile di vita. Entrambe abbiamo il nostro carico familiare e siamo lavoratrici pendolari dalla provincia a Milano, un po’ insofferenti alla frenesia dei perpetui spostamenti, piuttosto caratteristici della zona in cui viviamo. Ci differenziano solo qualche chilometro di distanza da Milano in più per Flaminia e una ventina d’anni in più per me. Ma il personaggio di Flaminia non è strettamente autobiografico, è una riuscita combinazione di alcune donne che ho conosciuto nella mia vita, tutte con una propria atipicità in un insieme apparentemente comune. E in qualche modo Flaminia è emblema della donna contemporanea, in transito verso un’emancipazione non ancora del tutto compiuta, ma nello stesso tempo soggetto consapevole, ormai lontano dal rappresentarsi come involucro patinato.

Flaminia Malesani vive con Massimo, Valerio e Fabio. Come è il rapporto tra fratelli ora che sono orfani?

Conflittuale, ma con radicati rapporti di dipendenza reciproca.
In sostanza sono riusciti a ricostruirsi un nucleo familiare che, pur nella sua originale composizione, replica un’organizzazione  tradizionale, con le figure più adulte di Fabio e Flaminia e quelle più adolescenziali di Massimo e Valerio. Anche se la giovane età di tutti e quattro comporta inevitabilmente che il nido domestico sia praticato con discontinuità e, nello stesso tempo, sia abitualmente invaso dall’ avvicendarsi di ospiti più o meno attesi, creando spesso un’atmosfera da pièce teatrale, dove non si sa mai chi può entrare dall’entrata principale o chi potrebbe nascondersi dietro una porta chiusa.

Flaminia è l’unica donna in casa  Malesani. Quanto impegnativo è il suo ruolo nella famiglia tra legami di parentela, lavoro, faccende domestiche e amori personali?

Impegnativo, nel caso di Flaminia, è quasi un eufemismo. Non c’è tregua nell’alternanza di doveri e vita familiare e sociale. E le capita saltuariamente di sentire la mancanza di ragionevoli pause.  Soprattutto in questo aspetto è più che mai emblema della donna contemporanea, tuttora divisa tra realizzazione personale e ruolo tradizionale, di cui è ancora  incapace di delegare buona parte del carico.  Come unica figura femminile all’interno del suo nucleo familiare, è anche un po’ metafora della quotidiana sopravvivenza delle donne  in un mondo  coniugato al maschile.

Il tuo è un giallo ambientato nella quotidianità, perché hai scelto la vita di ogni giorno  e non un situazione particolare per creare il tuo lavoro?

Come accennavo all’inizio, m’incuriosiscono gli spunti insoliti che offre la quotidianità, mi piace sviscerarne i retroscena e, quando nel mio percorso da lettrice ho incontrato  il genere giallo, l’ho trovato particolarmente consono a svolgere questo compito. Dietro a ogni delitto comune ci sono storie di uomini e donne che s’incrociano e ne hanno condizionato l’attuazione. Ed è solo ripercorrendo le storie personali che si può comprenderne le ragioni.

Tutto ruota attorno ad un scomparsa, quella di Evelyn Villaluna, ma poi la situazione precipita con la scomparsa  della cugina di Evelyn e con il ritrovamento di un cadavere legato alla famiglia dei filippini. Perché l’inserimento di un omicidio?

Penso che la scelta dell’omicidio sia inevitabile per un romanzo giallo.  Io non sono particolarmente dogmatica, per dare un ordine d’idee annovero I fratelli Karamazov  tra i migliori noir che siano stati scritti, però credo che un romanzo giallo non possa comunque prescindere da un omicidio e dall’indagine che ne consegue.  La ricerca dell’omicida è strettamente legata a quella della verità ed è un gioco basilare che s’instaura tra narratore e lettore.

Gianluca, il figlio adolescente dei Villaluna, come vive la scomparsa della madre?

Gianluca è uno dei tanti personaggi contraddittori che si muovono all’interno di  questa storia, però l’unico giustificato dall’età. Nella sua rappresentazione dei fatti, manifesta il bisogno di attribuire la scomparsa della madre a dei nemici esterni. Probabilmente, come molti altri attori della storia, si  costruisce una sua verità su misura e la sfida investigativa è proprio cogliere nelle incoerenze di tutti le cause scatenanti.

Flaminia e Massimo indagano sulla scomparsa della signora Villaluna. Come è il rapporto tra i due fratelli quando vestono i panni dei detective?

Normalmente è caratterizzato dalla compresenza di una complicità mai dichiarata, con la contrapposizione tra due personalità divergenti, eppure complementari nello svolgimento delle indagini.
In Nevica ancora il rapporto di fiducia tra i due fratelli s’incrina, per motivi che verranno alla luce solo nel finale e i loro percorsi si separano momentaneamente. Uno dei due potrà contare su un vantaggio che lo condurrà alla soluzione del caso, ma gli eventi porteranno Flaminia e Massimo a essere di nuovo insieme ad affrontare il triste epilogo.

Massimo non è un investigatore di professione, il suo lavoro in realtà è ben diverso, ma perché ha questo bisogno di indagare e risolvere enigmi prima delle forze dell’ordine?

Massimo è a tutti gli effetti un gigolò ed è solito  usare l’attività di detective privato come paravento. Si dimostra sempre poco interessato al lavoro regolare e preferisce condurre una vita comodamente adagiata sulla sua abilità seduttiva. Sembra trovare una capacità di dedizione responsabile solo nella conduzione di alcune indagini selezionate. Mosso sia da una competitività da dominante, che lo spinge ad anteporsi e voler anticipare il lavoro delle forze dell’ordine, sia da una cinicamente dissimulata ricerca di giustizia, con tratti  d’inattesa serietà e competenza.

Il dramma familiare che ha colpito da vicino i Villaluna porta Evelyn a riavvicinarsi al marito Arnel. Tra loro sarà di nuovo la passione di un tempo o solo un legame di solidarietà per sostenersi a vicenda nel dolore?

Nel corso del romanzo, in cui affetti e sentimenti positivi o negativi giocano un ruolo fondamentale,  si alternano molte relazioni di coppia. Diverse favorite dalla sola presenza di Massimo e dal suo inesauribile spirito adescatore. Tra tutte, alla fine, sopravvivono quelle meno passionali, fondate su legami di solida compensazione. Non è una regola, è quello che succede in questa storia.  Sicuramente il rapporto tra Evelyn e suo marito rientra in questa categoria.

C’è un elemento che ritorna in modo continuo nella narrazione ed è la neve. Quale è la sua funzione? E’ un semplice agente atmosferico tipico dell’inverno o ha più una funzione metaforica di quell’elemento che copre e nasconde i drammi che possono investire la vita tranquilla e pacata di  una famiglia?

L’atmosfera meteorologica l’ho scelta a seguito di una serie di stagioni invernali, caratterizzate da un incremento della frequenza dei fenomeni nevosi in pianura Padana.  Soprattutto nelle zone ad alta densità di popolazione, come la mia, l’impatto risultava sempre deleterio ed ho trovato divertente far muovere i personaggi tra i disagi causati da un elemento naturale, che nel nord Italia dovrebbe essere assimilato nelle abitudini e nella gestione delle infrastrutture, ma curiosamente non lo è mai.  Riusciamo ogni volta a farci trovare impreparati. A parte la questione aneddotica, dal punto di vista letterario, la neve per me è inevitabilmente associata al racconto I morti di James Joyce e all’immagine della nevicata che cade sui vivi, come sui morti, parificandoli e sovrapponendoli, in una realtà dove il condizionamento dei morti sui vivi  risulta essere ineluttabile.  Nessuna pretesa così elevata, ovviamente, ma in Nevica ancora il passato esercita un’influenza determinante sui comportamenti di alcuni personaggi E la neve è una costante che sembra tornata a riproporsi assiduamente, come nel passato.

Flaminia e Co. saranno protagonisti di un prossimo romanzo?

Sì, ci sto lavorando.  Questa volta i fratelli Malesani sfioreranno anche  un’inchiesta importante e affronteranno un caso legato a uno dei temi collettivi, a mio parere, più  rilevanti.
Nell’indagine, oltre a Massimo e Flaminia, sarà coinvolto fattivamente anche un altro dei due fratelli, ma vi lascio con la curiosità di scoprire quale.

:: Recensione di Nel tempo di mezzo di Marcello Fois (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

10 luglio 2012 by

Ottobre 1943, un ragazzo intraprende un viaggio che dalla fredda Trieste lo porterà in Sardegna fino a Nuoro. Vincenzo Chironi, questo il suo nome, dopo un’ estenuante traversata in barca mette piede a terra nel porto di Olbia. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale. Vincenzo ha l’età per esser chiamato al fronte, eppure non viaggia come soldato. Ma non è nemmeno un disertore, un partigiano. È un semplice cittadino, che si è messo in cammino per andare incontro al proprio destino.
Vincenzo cresce e studia in un orfanotrofio di Trieste. È stato lasciato lì in tenerissima età dalla madre. Di lei ha qualche ricordo annebbiato, nulla di più. Un giorno arriva un notaio che gli comunica la vera identità del padre: un eroe della prima guerra mondiale, ucciso mentre compiva il suo dovere, di Nuoro. Al piccolo Vincenzo la Sardegna sembra ancora troppo lontana. La sua vita è lì, in istituto. Perché dovrebbe andare alla ricerca dei suoi parenti rimasti in vita?
Dovranno passare anni prima che Vincenzo si decida ad andare alla scoperta delle proprie radici.
Arriva così a Nuoro, dove di parenti gli sono rimasti solo il vecchio nonno e la zia vedova. I Chironi appartengono a una stirpe recente di Nuoro. Sono benestanti, la miseria della guerra non sembra aver scalfito la loro ricchezza. Eppure non sono felici. Di una grande famiglia sono rimasti solo due membri. Il fato e la morte si sono portati via un pezzo dopo l’altro fino a lasciare solo un anziano fabbro che vive di ricordi e una triste donna alla quale hanno ucciso marito e figlia davanti agli occhi.
L’arrivo di Vincenzo stravolge completamente le loro vite. La felicità di ritrovare un parente, di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza, porta un’irrefrenabile voglia di ricominciare, di provare ad essere nuovamente felici.
Quel nipote perfetto era stato il germoglio che convince il giardiniere a salvare l’ intera pianta quando ormai la credeva perduta[1]. E all’inizio è proprio così. Grazie a Vincenzo l’officina di famiglia riapre. Il nonno riprende il suo lavoro e la zia ha finalmente qualcuno di cui prendersi cura. Passa qualche anno e Vincenzo si sposa con la bella e giovane Cecilia. Se si trattasse di una fiaba questo sarebbe il momento del E vissero tutti felici e contenti. Ma la vita non è sempre una favola. Ad alcune persone non è riservato il lieto fine. Quando tutto sembra andare per il meglio ecco che il destino bussa alla porta di Vincenzo per fare i conti anche con lui. Nemmeno lui può scampare al tragico fato dei Chironi, destinati ad essere ricchi ma non felici.
A far da sfondo alle tristi vicende dei Chironi è una Sardegna del secondo dopoguerra dilaniata dalla miseria, dalle cavallette e dalla malaria. Una Sardegna che prova a rialzarsi in piedi, proprio come i Chironi. Ma se il destino dell’isola è quello di riprendersi lentamente, quello della famiglia è invece quello sì di rialzarsi, ma per precipitare poi nell’abisso più profondo.
Marcello Fois, finalista  al Premio Strega di quest’anno, ci racconta di un uomo che va incontro a un ineluttabile destino. Se inizialmente Vincenzo sembra sfuggire ad esso rimanendo in orfanotrofio per qualche anno, la voglia di conoscere il suo passato, di scoprire le proprie radici, lo porteranno in Sardegna dove il suo destino si compirà. È già stato scritto tutto. Vincenzo non può far altro che mettersi in viaggio e andare incontro a quello che la vita ha riservato a lui.
Nonostante le tragedie, nonostante le perdite, la sofferenza e la violenza con cui il fato dei Chironi si compie, una speranza c’è. E quella speranza si chiama Cristian.


[1] Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Torino 2012, pag. 177

:: Segnalazione di Il giovane Philby di Robert Littell (Fanucci, 2012)

9 luglio 2012 by

Robert Littell

IL GIOVANE PHILBY

Traduzione di Olivia Crosio

Pagine 240 – 16 euro

In libreria dal 20 luglio

Robert Littell traccia il ritratto di una delle più celebri spie di tutti i tempi, Harold Adrian Russell Philby (detto Kim), agente al servizio dell’Unione sovietica fin dalla prima metà degli anni’30, assoldato dal controspionaggio inglese dai primi anni ’40. Già protagonista de La Talpa di Le Carré la “mitica” figura di Philby in questo romanzo non ha nulla di oscuro, nulla di difficile comprensione, nulla di poco chiaro. La scelta di tracciare un ritratto attraverso una serie di “quadri” successivi, un po’ come in una pièce teatrale, al contrario, consente a Littell una vivacità di toni e di caratteri, un’alternanza e varietà di voci e punti di vista, un’attualizzazione della materia narrata che ha dell’incredibile.

Chi è veramente Kim Philby? O meglio: per chi lavora? Il giovane Philby dalle guance rosee e dai capelli scompigliati bussa alla porta di Litzi Friedman, una disinibita comunista viennese, e la conquista con la sua balbuzie. Così comincia la carriera di uno dei Cambridge Five, gli agenti segreti britannici più leggendari della storia. La sua vicenda viene narrata da dieci personaggi, ciascuno con una sua versione e una sua visione personale di lui. A volte comico, a volte commovente – ma sempre tra le righe – e necessariamente crudo, questo romanzo ha la vivacità di un diario plurimo scritto in prima persona e affascina con le sue curiose incursioni nel privato dei protagonisti: Stalin di persona così deludente rispetto alle foto ufficiali; Litzi impavida attivista, ma gelosa della compagna dal seno prorompente; il capitano russo Gusakov che non capisce di essere stato fatto prigioniero dai suoi stessi capi e, quando viene incarcerato, pensa che lo stiano facendo ‘entrare dalla porta sbagliata’. Per la cronaca: dopo le vicende qui riportate, Philby riuscì a mettersi in salvo e visse gli ultimi venticinque anni della sua vita a Mosca, lavorando come istruttore per il KGB. Morì nel 1988.

Robert Littell è nato a Brooklyn nel 1935, oggi vive in Francia. Laureato alla Alfred University, si è poi arruolato in marina e ha lavorato come giornalista, soprattutto per il Newsweek, negli anni della Guerra Fredda. Fanucci Editore ha pubblicato nel 2009 L’Oligarca, vincitore del Los Angeles Times Book Prize 2005 nella categoria Mistery-Thriller, nel 2010, L’epigramma a Stalin, che ha ottenuto importanti riconoscimenti dalla critica ed è stato nominato miglior libro dell’estate 2010 da Antonio D’Orrico, critico del settimanale Sette del Corriere della Sera e, nel 2011 è uscito anche I figli di Abramo. Acuto anche il suo sguardo sulle questione mediorientale di cui discute con il professor Simon Peres nel libro intervista For the future of Israel pubblicato nel 1998.

:: Un’ intervista a Cristiana Astori

7 luglio 2012 by

Grazie Cristiana di aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscirvere. Iniziamo subito con le presentazioni. Descriviti come se fossi un personaggio uscito da un film in bianco e nero degli anni 40.

Anni Cinquanta vale lo stesso? Mi sento molto vicina al personaggio di Gloria Grahame ne Il grande caldo di Fritz Lang, la donna dal viso per metà sfigurato dal caffè bollente. In lei convivono due parti, l’aspetto buono e la sua metà oscura che si intrecciano e confondono. Così mi sento quando scrivo.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per il cinema?

Quello per la scrittura ce l’ho dentro fin da bambina, ed è venuto di conseguenza alla mia passione per la lettura. Già alle elementari passavo ore a leggere alla biblioteca del mio paese, poi cercavo di imitare le storie che leggevo scrivendole su quadernetti o sulla Olivetti di mio nonno. Anche quello per i film mi è nato quand’ero piccola, non tanto per quelli visti quanto per quelli che avrei voluto vedere e di cui mi inventavo le storie, osservando le locandine del cinema di fronte a casa mia.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti? Se sì, dove hai trovato la forza per continuare a seguire la tua strada?

A dire il vero non ho avuto troppa difficoltà a pubblicare racconti su antologie o riviste, quanto a far apprezzare il mio romanzo. “Tutto quel nero” ha ricevuto parecchi rifiuti con la critica di non essere commerciale perché tratta personaggi e tematiche diverse dal solito best-seller, ed è una contaminazione tra generi diversi. La mia idea di scrittura però è proprio questa: non ricalcare un’ondata preesistente, ma seguire quello che mi passa per la testa, ovviamente sempre con l’occhio a chi legge. E per fortuna a forza di tener duro qualcuno ci ha finalmente creduto, e di questo ringrazio Alan D. Altieri e Franco Forte.

Pensi che il tuo essere donna ti abbia penalizzata o avvantaggiata all’inizio della tua carriera o ritieni che quello che conta sia il talento e uomini e donne abbiano le stesse possibilità?

Se il mondo dell’editoria e i lettori stessi manifestano o hanno manifestato pregiudizi nei confronti delle donne, posso dire di aver avuto la fortuna di non esserne stata toccata. Ho avuto modo di notare attraverso la pagina di Facebook e le lettere ricevute che il pubblico di Tutto quel nero è indiscriminatamente di entrambi i sessi, con una prevalenza maschile, nonostante la protagonista del libro sia una donna. Credo che ciò che conta sia la storia e il modo di raccontarla; certo, se scrivessi romanzi rosa sarebbe diverso, ma per fortuna il genere di cui mi occupo vanta precedenti illustri come Mary Shelley e Agatha Christie.

Traduttrice, sceneggiatrice e scrittrice. Da profana penso che il lavoro di traduttrice sia una dura scuola, cimentarsi con grandi come Richard Stark, Jeffery Deaver e Jeff Lindsay tra gli altri, penso implichi una grande organizzazione, una severa disciplina e un’assoluta dedizione. In che misura questo background importante ha influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Indubbiamente un buon traduttore dovrebbe possedere tutte e tre queste caratteristiche. Per conto mio pecco decisamente della prima e mi tocca supplire con una dose maggiore delle altre due, trovandomi spesso a lavorare a orari impossibili e a consegnare un minuto prima della scadenza (ma mai in ritardo, precisiamo!).

Da traduttrice quale è stato il consiglio più prezioso che hai ricevuto?

La mia gratitudine più totale va ad Andrea Carlo Cappi che mi ha pazientemente insegnato tutti i ferri del mestiere. Un consiglio sopra tutti: mai leggere il romanzo prima di tradurlo, altrimenti se sai già come va a finire il lavoro diventa di una noia mortale, e la traduzione stessa ne risente.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato, quelli da cui hai imparato lezioni fondamentali?

Stephen King, Richard Stark, Alessandro Manzoni, Edgar Allan Poe, Joe R. Lansdale, Joyce Carol Oates. E alcuni registi.      

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi: scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

Entrambe le cose. A volte parto da un’immagine, o da un’atmosfera, poi costruisco una scaletta di massima con finale prefissato. Ma amo le digressioni durante il viaggio.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sicuramente mi ispiro parecchio al cinema. Amo lo stile visivo che mostra anziché spiegare, infatti mi piace esprimere emozioni e punti di vista attraveso i dialoghi e soprattutto le immagini. Spesso la costruzione dei periodi è ispirata ai movimenti di macchina: frasi brevi e secche per riprodurre un montaggio rapido e alternato e periodi più lunghi e articolati per i piani sequenza. Il regista che mi ispira di più a livello stilistico, ma anche di contenuto è David Lynch; poi molto cinema degli anni Settanta, i gialli di Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Bava e Dario Argento. E quel gioiellino di Charles Laughton che è La morte corre sul fiume.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Ci sono state critiche costruttive che ti hanno spinto a modificare il tuo lavoro, magari fatte da persone che stimi, che ti hanno arricchito?

La mia speranza è che il romanzo successivo sia sempre migliore del precedente, altrimenti vuol dire che non c’è stata evoluzione. E l’evoluzione viene sempre dal feedback di critici e lettori. Dunque ben vengano le critiche se sono motivate e non fini a se stesse. Per esempio mi è stato detto da alcuni che in Tutto quel nero ci sono troppi flashback (che ammetto sono sempre stati la mia fissazione, fin dai racconti de Il re dei topi), e ho seriamente deciso in questo nuovo romanzo di sperimentare un tipo di narrazione più semplice e scorrevole di quella precedente.

Preferisci l’horror o il noir? E soprattutto c’è reale differenza tra i due generi?

Entrambi sono un modo di raccontare la dimensione oscura della nostra esistenza. La differenza è che nell’horror si ricorre al soprannaturale, mentre nel noir no. Io sono per una contaminazione tra i due generi, ma preferisco comunque mantenermi sul realistico e raccontare di orrori della mente, un ibrido tra Edgar Allan Poe e Jim Thompson se vogliamo. Non disdegno comunque raccontare storie di mostri, ma sempre mantenendo un aggancio alla realtà, senza sconfinare nel fantasy puro.

Quanto è importante la scelta di un buon titolo? Potresti farmi un esempio pratico e parlarmi dei titoli che hai amato di più?

Sicuramente un buon titolo conta. A mio parere dovrebbe contenere un che di folle ed evocativo che ti stuzzica, ma essere sufficientemente indeterminato da farti venir voglia di approfondire. Tra i miei preferiti: Il lungo addio di Raymond Chandler, Nella mia fine è il mio principio di Agatha Christie (anche se qui è opera del traduttore), Qualcosa che brucia di Gianfranco Bettin e  Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick.

Quale è la migliore collezione di racconti che hai letto?

Maneggiare con cura di Joe R. Lansdale e A volte ritornano di Stephen King.

Per il Giallo Mondadori hai pubblicato nell’ottobre 2011 Tutto quel Nero. Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ho visto il Dracula di Jess Franco, la scena in cui Christopher Lee morde Lucy/Soledad Miranda. Lo sguardo di lei mi ha inquietato più di quello del Conte e ho sentito un forte impulso a celebrarla in una storia in cui anche quell’attimo venisse catturato. Sonno partita dalla forte malia che sprigionava la Miranda e dal senso di vertigine che suscita l’eros quando si confonde con thanatos.

Hai pubblicato racconti su varie antologie tra cui Notturno alieno, Eros&Tanatos, La sete, Anime nere reload. Quale è il segreto di un buon racconto?

Un incipit che catturi, un colpo di scena finale e, se c’è lo spazio, un personaggio intrigante che resti nel cuore.

L’antologia Il re dei topi ed altre favole oscure, edito da Alacran ha addirittura avuto le lodi di Joe Lansdale. Ci vuoi raccontare come è andata?

L’avevo incontrato anni fa al Noir in Festival di Courmayeur e, dopo aver scoperto la comune passione per i fumetti, gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto mandargli alcuni miei racconti tradotti. Quando ho ricevuto i suoi apprezzamenti sono rimasta senza parole e a pensarci adesso ancora mi emoziono; Lansdale è infatti uno dei miei autori caposaldo, ne apprezzo la capacità affabulatoria, le metafore sempre incisive e l’ironia che anziché distanziarti dalla storia ha il potere di coinvolgerti ancora di più.

Da poco hai pubblicato in formato eBook per MilanoNera il racconto Il buono, il bruto e la bionda. Ce ne vuoi parlare? E più in generale cosa pensi degli ebook?

BBB è il primo esperimento di slasher letterario, ovvero il tentativo di ricreare su carta quei film horror americani in voga negli anni Ottanta come Venerdì 13, Nightmare, Non aprite quella porta, ovviamente in spirito parodistico e con un finale a sorpresa. Un racconto politicamente scorretto (e di chiara ispirazione lansdaliana) da divorare al sabato sera, davanti a una maxi porzione di popcorn… L’ebook è il mezzo ideale per  un’operazione simile perché permette di diffondere racconti one shot slegati da antologie; non sono però un’integralista della tecnologia, specie perché adoro l’odore della carta stampata e la sua consistenza. Voto dunque per la coesistenza dei due supporti!

L’intervista è finita nel ringraziarti per la tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti attualmente quali sono i tuoi progetti. Stai traducendo, stai scrivendo un nuovo libro?

Ho da poco tradotto una storia di zombie molto particolare che nello stile e nell’ambientazione ricorda Cormac McCarthy e sono ora impegnata nella scrittura di un nuovo romanzo, ma per scaramanzia non rivelo altro…

:: Recensione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012) a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2012 by

Mentre Arnold Schwarzenegger tiene paralizzata mezza Los Angeles per girare il suo ennesimo film a base di muscoli e azione il sergente Shane Scully del LAPD ha le sue grane. Per prima cosa si è preso in casa il figlio di un’informatrice Charles “Chooch” Sandoval, un quindicenne mezzo teppista, diffidente e arrabbiato, che quasi si fa sbattere fuori da scuola per aver venduto erba ai compagni, del quale deve conquistarsi il rispetto e la fiducia, scoprendo a sue spese che il ruolo di padre non è una passeggiata. Poi cosa ancora più grave si trova ad avere a che fare con gli Affari Interni seriamente intenzionati a mandare la sua vita a puttane. Ma andiamo con ordine. Una notte il telefono lo sveglia e Barbara Molar una sua ex ragazza, ora sposata ad un ex compagno di pattuglia, gli chiede disperatamente aiuto. Shane, senza scarpe si fionda a casa sua per difenderla dal marito violento e durante la colluttazione che ne segue è costretto ad ucciderlo sparandogli una pallottola in fronte per legittima difesa. Ray “Dente d’Acciaio” Molar ha sparato per primo e Shane non ha proprio avuto scelta ma sin da subito le cose si complicano. L’idea della legittima difesa viene scartata e invece fiocca una bella e buona accusa di omicidio con tanto di commissione Affari Interni decisa ad avere la sua testa e guidata da una sua vecchia conoscenza, Alexa Hamilton, una specie di mastino in tailleur che colleziona i distintivi dei colleghi come fossero trofei, il titolo originale The Tin Collectors  “I collezionisti di latta” si riferisce proprio nel gergo poliziesco a questo. Cosa ancora più strana è poi il fatto che Ray Molar poliziotto ottuso, violento e corrotto, il prototipo del cattivo poliziotto, siamo nel periodo poco successivo all’aggressione di Rodney King che viene citata un paio di volte, anche se autista e guardia del corpo del sindaco o forse proprio per questo, viene di colpo riabilitato e presentato come un’icona di coraggio e dedizione al lavoro con tanto di funerale con tutti gli onori. Shane è perplesso, a difenderlo il poliziotto in pensione DeMarco Saint una specie di hippy alcolizzato con di grigia coda di cavallo di ordinanza che vive in un bungalow sulla spiaggia. Non gli resta che iniziare una personale indagine che più prosegue e più scoperchia un intrico di corruzione e di fango che arriva fino alle alte stanze del sindaco. Inaspettato l’aiuto di Alexa da nemico ad alleato in un’ indagine che porterà l’intero Dipartimento della Polizia di Los Angeles a fare i conti con i suoi scheletri. I collezionisti di destini (The Tin Collectors, 2001) di Stephen J. Cannell, edito da Gargoyle nella collana Extra e tradotto da Benedetta Tavani, è il primo volume della serie di undici romanzi che vede protagonista il sergente della Polizia di Los Angeles Shane Cully e che probabilmente la Gargoyle pubblicherà nei prossimi anni. Poliziesco classico di tipo procedural con una solida struttura narrativa e una buona ricostruzione delle dinamiche e delle procedure del Dipartimento di Polizia di Los Angeles I collezionisti di destini è davvero un libro ben scritto, capitoli brevi che si susseguono come proiettili, aumentando in crescendo la suspense e conditi con divertita ironia che attenua un po’ la tristezza e la solitudine del protagonista un poliziotto il cui istinto investigativo è proporzionale ai suoi principi e al senso di giustizia che lo contraddistingue. Bellissimo e delicato il rapporto tra Shane e il giovane Chooch, un rapporto padre e figlio che arricchisce il personaggio di sfumature interiori come non succede spesso nei thriller di pura azione. Qui certo l’azione non manca dalla scena iniziale in poi sarà un susseguirsi di sparatorie, minacce, inseguimenti che lasceranno al lettore ben poco tempo per annoiarsi. Cannell è un narratore di razza, ha senso del ritmo e dei tempi dell’azione, usa l’ironia come un veleno che pian piano entra in circolo e non se ne può più fare a meno. La caratterizzazione dei personaggi è accurata, nitida senza sbavature e la Los Angeles che emerge è vivace e vitale. Bello il personaggio di Sandy Sandoval una madre che ha per il figlio grandi sogni e quello di Alexa Hamilton sergente tutto di un pezzo ma sinceramente intenzionata a fare pulizia nell’intrico di violenza e corruzione che appesta il sistema in cui ancora crede e a cui ha dedicato la vita. Cannell non ha certo la cattiveria di Ellroy ma un po’ le atmosfere di L.A. Confidential sono presenti e rendono la lettura davvero piacevole. Un ottimo poliziesco, da non perdere.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

:: Un’ intervista a Giorgio Manacorda (Il corridoio di legno, Voland)

4 luglio 2012 by

Benvenuto, Professore,  su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Docente universitario, critico letterario, poeta, romanziere. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giorgio Manacorda?

Buona domanda. Ho fatto tante cose nella vita. Mi annoio dopo che ho imparato. Scrivo, dipingo anche. Forse sono un ragazzo che non vuole crescere e vuole sempre imparare.

Ci parli di come è nato il suo amore per la letteratura e la poesia in particolare.

Non ci ho mai pensato. Ero un bambino molto malato. Così leggevo. Ho precocemente letto tutta la romanzeria mondiale. Poi da ragazzo, sui 13 anni, sono guarito, sono andato fuori casa in collegio e non ho letto più niente fino ai 18 anni quando ho iniziato a scrivere versi. Forse un ruolo l’hanno giocato Heine e Kleist, letti a scuola. Comunque in quel periodo ho ripreso a leggere, forse perché ho iniziato a scrivere. Il mio amore per la letteratura è iniziato così.

Docente di germanista: in che misura il nazismo o meglio l’opporsi a questa ideologia ha influenzato la letteratura tedesca contemporanea?  

Il problema non è stata l’influenza, ma come dimenticare. Ma dimenticare è impossibile. Dopo il secondo dopoguerra i giovani scrittori si sono trovati davanti ad un deserto. Ma anche con grandi poeti, anche compromessi, penso a Benn. Molti scrittori che erano andati in esilio sono tornati in Germania, sono nate le prime riviste, tutto è ricominciato.

Quali sono i suoi autori preferiti, quelli che la hanno maggiormente influenzata?

In assoluto Kafka che considero il più grande autore del Novecento. Per quanto riguarda la poesia, sempre restando in Germania, Rilke e Gottfried Benn. In Italia Pasolini e Montale.

Mi parli del suo processo di scrittura. Come opera? Scrive una scaletta, procede per immagini, lascia che il flusso di coscienza scorra libero?

Mai scritte scalette, non solo per i romanzi ma neanche per i saggi critici o teorici. Quando scrivo scatta qualcosa, è un processo analogico, per immagini. Non fa differenza che scriva una poesia, un saggio, un romanzo, il processo è sempre lo stesso. C’è un termine fuori moda che userei: l’ispirazione. Seguo l’ispirazione. Poi naturalmente rivedo ciò che ho scritto, procedo ad un lavoro di limatura, di pulitura, pulisco la struttura ma non riscrivo mai una pagina da capo. Molti scrittori lo fanno, io se non riesco a scrivere bene una pagina la prima volta non ci ritento, sarebbe inutile.

Ha esordito in letteratura con il romanzo Il corridoio di legno (Voland). Ce ne vuole parlare. Da cosa nasce questo libro?

Questo libro ha avuto una gestazione lunghissima. Ho iniziato a scriverlo negli anni 80. L’ispirazione nacque dopo aver letto Per questa notte, edito mi pare da Feltrinelli, di un autore sudamericano Juan Carlos Onetti. E’ un libro molto cupo, parla di terrorismo, servizi segreti, etc… Ha fatto scattare qualcosa in me, la certezza che il terrorismo ha posto fine alla rivoluzione. Ho fatto i conti con la mia formazione, provengo da una famiglia di intellettuali comunisti che credevano in certi ideali. Il corridoio di legno è stato la mia palestra, mi ha dimostrato che ero capace, potevo  scrivere anche narrativa.

Ci parli della sua avventura allo Strega. Per un esordiente è una bella soddisfazione vedere il proprio libro proposto, anche se poi non è arrivato nella cinquina finale. Se avesse vinto a chi avrebbe dedicato la vittoria?

L’avrei dedicata alla mia compagna Ursula che non c’è più, è mancata a dicembre e non ha potuto vedere l’uscita del libro. Ma il libro è già dedicato a lei, che ne ha seguito con affetto critico la lenta gestazione. Quanto al Premio Strega, è solo un gioco, comunque ho perso onorevolmente, sono stato il primo escluso. Va bene così.

Il corridoio di legno ha un’ ambientazione immaginaria. Perché questa scelta?

Me lo sono chiesto anche io non avendo fatto scalette. Diciamo che i terroristi hanno sofferto di un certo scollamento nato dal fatto che quando si vuole fare una rivoluzione ci si vuole opporre ad una dittatura, ad un regime autoritario. In Italia negli anni 70 questo non c’era, nel bene o nel male c’era una democrazia. Nei loro proclami le Br parlavano di dittatura delle multinazionali, etc… ho voluto mettere in scena i loro desideri, prospettare uno scenario che giustificasse davvero una lotta armata. E’ una metafora, tutto il libro è una metafora.

Tratta temi seri e difficili: il terrorismo, le origini del male e della violenza. Ma l’uomo è fondamentalmente malvagio, senza speranza di riscatto?

Assolutamente sì. Ci ho creduto da giovane, che fossimo perfettibili, non a 70 anni. Al di là del contratto sociale c’è la barbarie.

Quale è la sua scena preferita, quella che racchiude il senso del romanzo?

Non lo so davvero. Ho un rapporto molto particolare con ciò che scrivo. Mi prenderai per matto ma non mi ricordo un gran che di quello che scrivo. Considera che non mi ricordo a memoria neanche un verso di una mia poesia. Certo a grandi linee so di cosa parla il mio libro. (Sorride). Se proprio devo scegliere una scena direi il finale che non ti dico. Forse perché c’è un piccolo spiraglio di luce.  

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Per ora ancora no. Ci sono agenti stranieri molto interessati. Chissà. Una traduttrice, che ha vinto una grande premio in America e conosce anche molto bene l’italiano perché suo marito è italiano, ha fatto spontaneamente un saggio di traduzione. E’ un buon inizio. Vedremo.

In che misura le ideologie condizionano l’uomo, e offuscano la sua capacità di ragionare e compiere scelte liberamente? Cos’è la libertà?

Il concetto di ideologia credo sia necessario definirlo un attimo e spiegarlo. C’è il concetto marxiano di falsa coscienza,  di falsa percezione della realtà e questo offusca realmente la capacità di ragionare e compiere scelte liberamente. Poi c’è il concetto di visione del mondo, Weltanschauung in tedesco, e chi non è ha una. L’uomo da un senso alla sua vita tramite la sua visione del mondo. E ciò che ci distingue dagli animali, dare un senso alla nostra vita.  La libertà poi è un concetto relativo, diciamo che in una democrazia ci sono le libertà. Poi dovrei essere un filosofo per risponderti più esaurientemente e forse anche un filosofo non riuscirebbe a trovare una definizione di libertà.

Ci parli di Pasolini. Un ricordo insolito, un aneddoto che ama ricordare.

Gli devo molto. Ho imparato tante cose da lui, ho pubblicato le mie prime poesie grazie a lui. E’ così che ci incontrammo. Ad un incontro gli diedi le mie poesie e lui, il giorno dopo, mi chiamò a casa sua e mi disse che gli erano piaciute. Era molto timido, anzi eravamo molto timidi entrambi, non facevamo grandi discorsi, sì si parlava di letteratura, di politica ma tra noi c’erano anche grandi silenzi. Aveva casa all’Eur, dalle vetrate di casa sua si vedeva la campagna, non so se ci sia ancora. Cenavamo fuori alla Carbonara in Campo dei Fiori. Era un uomo piuttosto serio, non era uno che faceva battute questo no. Non era allegro, ma neanche triste o meglio forse un fondo di tristezza ce l’aveva. Se vuoi un aneddoto: gli ho presentato Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo Secondo Matteo. Enrique era spagnolo e fuggiva dal franchismo. Era venuto in Italia per raccogliere fondi per la sua causa. Io, a quel tempo, ero nella Direzione nazionale dei Giovani Comunisti, avevamo 25 o 26 anni, ed Enrique venne da me in cerca d’aiuto. Così lo presentai a Pasolini. Lo guardò e gli chiese se volesse fare del cinema. Enrique disse di no; lui a quel tempo mi pare studiasse economia. Ma Pasolini lo convinse. Gli chiese: cerchi finanziamenti? Se reciti in questo film i soldi che guadagnerai li potrai usare per fare la tua rivoluzione.

Ha pubblicato otto libri di poesia, il più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009. Cosa distingue la buona poesia dalla cattiva poesia?

Devo leggerla una poesia per sapere se è buona. Forse sai che mi sono occupato di critica poetica. Non ci sono regole generali, ma per chi ha orecchio si vede subito se un testo è valido. Diciamo che una caratteristica della poesia mediocre è la banalità delle metafore.

Infine per concludere, nel ringraziarla per la sua disponibilità, può anticiparci i suoi progetti futuri?

Pubblicare quello che ho nei cassetti. Piano, piano. Sono in pensione ma non ho mai lavorato così tanto. Certo non timbro il cartellino, ma dirigo una rivista e sono nel Consiglio di amministrazione dell’ Istituto Italiano di Studi Germanici. Me ne occupo molto.

:: Recensione di L’ultimo giorno di Glenn Cooper (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 luglio 2012 by

Non c’è nessuna lunga serie di date, non ci sono antichi segreti trascritti da scrivani con i capelli rossi, non  ci sono le primitive pitture rupestri del Perigord e nemmeno i lemuri che nel corso dei secoli si tramando i loro saperi per imporsi sul mondo. L’ultimo giorno, il nuovo romanzo di Glenn Cooper interamente ambientato nel presente,  è uno specchio su un mondo in crisi, dove l’umanità è del tutto disorientata riguardo al domani e nel quale si manifestano decessi improvvisi  fomentati dalla messa in atto concreta di un messaggio diffuso su scala mondiale da un certo Alex Weller. Chi è Alex Weller? Weller è sì un pozzo di sapienza, ma allo stesso tempo incarna la figura dello “scienziato pazzo” con un tragico passato alle spalle, capace di scatenare in lui la ricerca ossessiva del liquido cerebrospinale e di droghe sintetiche simili ad esso. Weller compie questo avventato e brutale percorso di analisi spinto da un trauma infantile che lo ha segnato per sempre: nel 1988 a Londra durante il ritorno da un partita di calcio, l’auto sulla quale il piccolo Alex viaggiava con il fratello e i genitori fu coinvolta in uno spaventoso incidente, del quale lui ricorda una strana luce, anzi un fiume luminoso, che lo separava dal padre in piedi sull’altra sponda e pronto ad accoglierlo a braccia  aperte. Poi, il risveglio improvviso tra le lamiere contorte del mezzo, la scoperta della morte dei genitori e il bisogno mai sopito di riviere l’esperienza di premorte. Nell’oggi dove il medico vive si sviluppano una serie di omicidi di uomini e donne sempre più giovani, tutti accomunati dalla presenza di un forellino in testa. Le morti sono il segno concreto della presenza di un serial killer a Boston e il detective Cyrus O’Malley comincia una serrata indagine che lo porterà a sommare tutti i suoi sospetti attorno alla inquietante figura di Alex Weller. Una intuizione che travolgerà O’Malley e la sua famiglia, sconvolgendone il già fragile equilibrio, mentre nel resto dell’America e del mondo prenderanno il sopravvento una strana droga chiamata “bliss” e una scia infinita di suicidi. L’ultimo giorno è un thriller ad alta tensione, nel quale Cooper  inserisce diverse  riflessioni su quello che caratterizza la nostra società contemporanea afflitta da un decadenza tale da destabilizzare l’economia e le relazioni sociali. L’atto e l’appello di Alex Weller sono un gesto di ampiezza mondiale, con il quale si rivolge a tutti smuovendo le masse, indistintamente dalla cultura, dalla religione e dalla politica. Lui desidera diventare un punto di riferimento universale, un modello da emulare e per questa ragione utilizza ogni possibile canale di comunicazione per diffondere il suo pensiero estremo nel globo terreste. Cooper non si limita a raccontare un’indagine poliziesca, ma fa luce sull’esistenza di gruppi e sette orientate alla scelta di esperienze estreme, come traguardo di vita  e ci sono fatti di cronaca storica a documentare queste realtà. Non solo.  Lo scrittore americano ci porta dentro alle pieghe più nascoste dell’animo umano, permettendoci la percezione dei pensieri emotivi che passano nella testa della piccola Tara affetta da una malattia incurabile; allo stesso tempo entriamo nell’animo addolorato di suo padre – Cyrus O’Malley- conscio del rapido decorrere del male della figlia e minato da un chiodo fisso che lo spinge a dare la caccia a Weller. Per non parlare poi della massima urgenza di Alex Weller a rivivere l’esperienza traumatica dell’infanzia, a tal punto incombente da indurlo a  compiere azioni violente per ottenere ciò che desidera, imponendo agli altri la sua sperimentazione come prova necessaria per trovare – secondo la sua contorta visione – la pace esistenziale assoluta. Glenn Cooper ne L’ultimo giorno riesce a creare la suspense e la giusta tensione che spingono noi lettori a leggere pagina dopo pagina per sapere come andrà a finire, ma non basta, perché allo stesso tempo ci pone sotto il naso una delle questioni che assillano l’uomo fin dalle origini: esiste qualcosa dopo la morte?  Il tutto attraverso un intreccio caratterizzato dalla convivenza di credenze millenarie della  fede con i nuovi ritrovati scientifici. Il risultato è un romanzo ben costruito e coinvolgente grazie alla bravura e competenza in materia di Cooper che, oltre ad essere un romanziere di fama mondiale, è un esperto di biotecnologie, con una laurea in archeologia, un dottorato in medicina e con una particolare fascinazione per la psicologia e la filosofia. Tutti ingredienti miscelati tra loro con una tale perfezione da rendere L’ultimo giorno un libro ricco di emozioni, di inaspettati colpi di scena e di riflessioni sull’agire del genere umano.

Glenn Cooper è nato a New York e rappresenta uno straordinario caso di self-mademan. Dopo essersi laureato con il massimo dei voti in Archeologia ad Harvard, Cooper ha scelto di conseguire un dottorato in Medicina. È stato presidente e amministratore delegato di una delle più importanti industrie di biotecnologia del Massachussett, ma a dimostrazione della sua versatilità, è diventato poi sceneggiatore e produttore cinematografico. Si è imposto come autore di bestseller internazionali con la Biblioteca dei Morti, il Libro delle Anime, la Mappa del destino e il Marchio del diavolo.