:: Recensione di Cose da salvare prima di innamorarsi di Daniela Grandi (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2012 by

Arriva l’estate… forse, visto che il tempo fa le bizze e quello che gli pare! Ma quando arriva il bel tempo si è spesso a caccia di un libro spassoso e divertente da leggere mentre si è in vacanza o semplicemente sdraiati nel giardino di casa a prendere il sole, ed ecco sbucar fuori Cose da salvare prima di innamorarsi di Daniela Grandi, giornalista di La7. Il romanzo edito dalla Newton e Compton incuriosisce a partire dalla suddivisione dei capitoli che ad un attenta osservazione si scopre essere costituita da una serie di titoli di film (eccone alcuni: Miss detective, Radio Days, Proposta indecente, Charlie’s Angels, Ragazze vincenti, Chiamami Aquila). Gustosa – non solo perché ci sono di mezzo i prosciutti – e intrigante è la vicenda. Cosa potrebbe accadere in una piccola comunità – Parma e provincia-  se uno dei suoi maggiori imprenditori nella produzione di salumi – Elio Fiaccadori- dovesse sparire nel nulla senza lasciare la minima traccia di sè?  Detto fatto. La provincia parmense si anima cominciando a diffondere domande e ipotesi di vario tipo: rapimento? Omicidio? Suicidio? Fuga volontaria? Amanda, giornalista di una piccola tv locale, è già pronta a scendere in campo per indagare sul caso, peccato che le sue aspettative subiscono subito un battuta d’arresto, perché dalla televisione la giovane protagonista viene mandata a rinforzare lo staff di Radio Cuore occupandosi di servizi su sport estremi, facendo l’inviata a San Remo e sopportando le solite colleghe scosciate che avanzano di carriera non tanto per le loro capacità lavorative, ma solo per le incontenibili forme da pin-up. Amanda non si fa pestare troppo i piedi e con le inseparabili amiche di sempre – le Ghise – comincia una nostrana indagine sulla scomparsa del Fiaccadori, per scoprire che fine abbia fatto il re dei prosciutti.  Tra una puntata in palestra, un cornetto alla cioccolata, una tappa nella trattoria locale, affiancata ad inseguimenti rocamboleschi, Amanda e le compagne riusciranno a sbrogliare la complicata matassa riguardante l’oscuro caso del magnate degli insaccati. Giusto perché il lavoro non è abbastanza complicato, anche la sfera sentimentale della spumeggiante prima attrice subirà un terremoto emotivo. Amanda è cotta d’amore – almeno crede – del suo Mathieu, un aitante docente universitario serio e dal carattere monolitico che lavora a Parigi. La coppia si adora, ma la distanza mette a dura prova la loro relazione. In realtà, più che la lontananza e il fatto che Mathieu non condivida le scorribande della fidanzata con le Ghise, il tutto si complica quando la protagonista incontra Nicola (il suo nuovo capo): un adulto sbarazzino ammaliante come un divo hollywoodiano.  Se fosse solo la bellezza da star di lui a creare subbuglio nel cuore della giornalista non ci sarebbero problemi. La circostanza diventa più intricata nel momento in cui il bel Nicola comincia a farle la corte senza porsi limiti, e  all’improvviso Amanda  si accorge di avere una scia chilometrica di spasimanti ai suoi piedi. Che fare? Chi scegliere?  Ma soprattutto chi è il vero amore da seguire? Tutte domande che punzecchiano con vivacità l’animo della protagonista. Con Cose da salvare prima di innamorarsi Daniela Grandi ha dato il via alla seconda effervescente avventura che ha per attrici narrative Amanda e le Ghise (la prima sempre edita da Newton è Il club dei pettegolezzi) impegnate a districarsi tra le schermaglie d’amore e il lavoro. Il romanzo è ben scritto e le pagine sono come le ciliegie: una tira l’altra. Non c’è che dire, la trama è avvincente da subito. In essa la quotidianità di un piccolo paese di provincia conquista la ribalta dei media grazie all’agire dei suoi abitanti. Curiosità, pettegolezzo, intrecci amorosi, intrighi economici, un pizzico di suspense e azioni da commedia fanno del romanzo della Grandi un libro nel quale è facile ritrovare molti comportamenti umani tipici della nostra provincia italiana, dove il vivere di Amanda e di chi si trova con lei porta noi lettori – forse è meglio lettrici in questo caso –  a ridere,  a divertirci e a chiederci se c’è qualcosa da salvare prima di innamorarsi.

Daniela Grandi è nata a Parma nel 1969, ma vive da tempo a Roma dove lavora come giornalista a La7. Nel 2009 ha pubblicato con la Newton Compton il romanzo Il club dei pettegolezzi.

:: Recensione di I libri ti cambiano la vita di Romano Montroni (Longanesi, 2012) a cura di Viviana Filippini

10 giugno 2012 by

Se mi chiedessero a bruciapelo quale libro mi ha cambiato la vita, così su due piedi, non saprei proprio cosa rispondere.  Il mondo dei libri è ricchissimo, se poi si comincia a leggere tardi come ho fatto io – accidenti a me che pensavo ai cartoni animati solo e a giocare!- sceglierne uno in particolare di libro diventa un ardua impresa. Pensandoci però qualche istante la risposta si fa chiara, ed ecco affacciarsi nella mente il romanzo che forse non mi avrà cambiato la vita, ma ha scatenato la passione, un po’ tardiva (ho letto il mio primo libro intero – Due di due di Andrea de Carlo –  a 15 anni) per la lettura e soprattutto mi ha aiutata a capire che i libri possono diventare  il cibo per la mente. Questa riflessione l’ho fatta appena ho visto tra gli scaffali della mia abituale libreria il libro curato da Romano Montroni, I libri ti cambiano la vita, pubblicato da Longanesi. Non è un romanzo, non sono racconti e non è nemmeno un saggio letterario, ma è una raccolta di 100 testimonianze di personaggi del mondo culturale italiano, che ci dicono quale è stato il libro più importante della loro esistenza. Scrittori, giornalisti, attori, cantanti (Lucio Dalla apre la serie di opinioni con la curiosa e intensa riflessione su Io e Dio di Mancuso) e presentatori televisivi. Tra le pagine si trovano i grandi classici della letteratura mondiale – da Omero, a Dante, passando per Cervantes, Manzoni, Dostoevskij, Tolstoj, Proust, e Kafka -, ma poi compaiono libri meno famosi,  scritti da autori semisconosciuti come Il dissenso di Dominick di Kops una romanzo di formazione  psichedelico che ha affascinato Vanna Vinci, o Il demone meschino di Sologub, tanto influente per Daria Bignardi e par la protagonista del suo romanzo Karma pesante. Ogni testimone si è messo in gioco andando a recuperarne nei vari cassetti della memoria la storia narrata e letta che ha maggiormente influito sulla propria vita, creando in questo modo una raccolta di libri che fornisce al lettore testimonianze emotive, personali e libri da leggere. Inoltre, I libri ti cambiano la vita, è stato concepito per un finalità nobile: contribuirà alla ricostruzione della Biblioteca di Aulla. Dal mio è punto di vista il volume curato da Montroni può essere letto in due modalità: tutto d’un fiato,  oppure preso a piccole dosi giornaliere, per riscoprire nel tempo il perché Serena Dandini ha apprezzato Ritratto di Signora di Henry James, perché Pennacchi ha letto molte volte L’isola misteriosa di Verne, o ancora quanto è stato influente per Silvia Avallone A sangue freddo di Truman Capote. Ma allora i libri la cambiano sì o no la vita? In certi casi sì, in altre situazioni magari non la trasformano, ma aiutano i chi legge a migliorare se stesso e il proprio modo di vivere. Certo i libri non parlano e non respirano, ma ogni volta che ne prendiamo uno tra le mani e decidiamo di leggerlo, non so se ve ne siete mai resi conto cari amici lettori, noi entriamo dentro le pagine della storia narrata.  L’atto della lettura rappresenta l’inizio di una relazione a due e di un dialogo nel quel una parte – il libro –  dona il suo essere e sapere e l’altra – il lettore – riceve. Il tutto in una migrazione di conoscenze ed esperienze che alla fine lasciano sempre un segno nel nostro animo umano e di lettori. I libri  ti cambiano la vita è una raccolta di opinioni letterarie, ma allo stesso tempo è un bell’esempio di metalibro, perché è un libro che parla di libri, dove ogni testimonianza riportata, non solo ci fa capire quanto un romanzo, un testo filosofico o una raccolta poetica abbiano inciso nell’animo di chi ha contribuito alla raccolta curata da Montroni, allo stesso tempo questo testo ci suggerisce – scusatemi la ripetitività – altri libri da leggere e riscoprire. I libri ti cambiano la vita è interessante, perché ci aiuta a capire quanto è importante l’azione della lettura, in quanto leggendo si impara a conoscere quello che è fuori dal nostro abituale contesto socio-culturale del vivere quotidiano. Inoltre, il libro di Montroni ci fa comprendere che i libri non devono solo essere letti e riposti sullo scaffale. E’ sì importante leggere, ma anche parlare ad altre persone dei libri letti, cercando di far conoscere le opere di un autore, di incuriosire chi incontriamo sulla nostra strada creando – e lo spero di cuore – nuovi lettori. In questo modo si intreccia una dialogo nel quale assieme allo scambio di pareri, sarà possibile stimolare la passione per la lettura in qualcun altro, altrimenti perché sarei qui a suggerirvi di leggere I libri ti cambiano la vita?

Romano Montroni (Bologna, 1939) è diventato libraio, giovanissimo, per caso. Dopo una prima esperienza nel mondo della distribuzione, dal 1962 ha sempre lavorato nelle Librerie Feltrinelli, delle quali è stato direttore fino al 2000. Professore a contratto nel master in Editoria cartacea e multimediale di Umberto Eco presso l’Università di Bologna, dal 2001 è docente della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri nei seminari di perfezionamento e nei corsi monografici. Da luglio 2005 collabora con le Coop per la realizzazione della catena librerie.coop in alcuni centri cittadini e commerciali. Nel 2006 ha pubblicato Vendere l’anima. Il mestiere del libraio (Laterza), che è stato tradotto in spagnolo (Vender el alma. El oficio de librero, Libros sobre libros), e nel 2007 ha tenuto seminari di perfezionamento a Città del Messico (Seminario Internacional para Editores y Libreros) e a Buenos Aires (32ª Exposición Feria Internacional de Buenos Aires). Le sue grandi passioni, naturalmente dopo le librerie, sono la musica classica e la bicicletta. Negli ultimi quarantacinque anni, grazie al suo lavoro ha conosciuto romanzieri e poeti, editori, librai e magazzinieri, studenti e professori, cantanti e musicisti, politici e scienziati, professori e intellettuali, giornalisti e critici, comici e attori. Ha selezionato e formato oltre seicento librai e inaugurato una cinquantina di librerie.

:: Recensione di L’uomo nero di Luca Poldelmengo (Piemme, 2012)

10 giugno 2012 by

Nessuno doveva avvicinarsi alla sua nuova vita. Nessuno doveva metterla in pericolo.
Aveva piantato cartelli tutt’intorno: sciò, via, girare al largo, proprietà privata.
L’albanese non aveva voluto leggerli. Peggio per lui.
Si sentiva forte. Si sentiva giusto. Si sentiva vero.
Pollice verso l’alto, indice e medio disteso, anulare e mignolo ripiegati sul palmo: la mano destra si era trasformata in automatica. La teneva parallela a terra, come i gangster dei film americani.
L’uomo nero gongolava nel bagno di casa sua.

Luca Poldelmengo, promettente sceneggiatore romano classe 73, autore del soggetto e co-sceneggiatore di Cemento armato diretto da Marco Martani, dopo il suo esordio nella narrativa con il convincente noir Odia il prossimo tuo edito da Kowalski nel 2009 vincitore del premio Azzeccagarbugli come migliore opera prima, torna al noir con L’uomo nero, edito da Piemme nella collana Piemme Linea rossa e lo fa confermando un talento decisamente confortante in un panorama letterario in cui definiscono come noir quasi qualsiasi cosa.
Poldelmengo è bravo a intessere trame che vedono più personaggi alternarsi sulla scena e non uso il termine scena a caso. La sua visione d’insieme è corale, da il meglio di sé quando alterna più voci. Altra caratteristica che penso derivi dalla sua formazione è la costruzione dei personaggi visivamente, come se ogni scena fosse costituita da tanti fotogrammi che si susseguono su uno sfondo nero, anzi nerissimo, privo di rassicuranti appigli o consolanti giustificazioni. Il male è il nucleo centrale del suo lavoro dal quale emana il guasto sentore di violenza e sopraffazione che circonda i personaggi tutti in diversa misura colpevoli e avvelenati. Tuttavia i suoi personaggi non sono irritanti o sgradevoli anzi una certa empatia li avvicina ai lettori che pur vedendoli come sono con difetti e debolezze quasi si affeziona, quasi soffre per le loro sconfitte o i loro crimini. Non c’è riscatto, non c’è espiazione, non per tutti almeno.
Tre personaggi sono al centro di L’uomo nero:  Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in varia misura sconfitti dalla parte “nera” che portano dentro. Gabriele è il classico uomo che si è fatto da sé, dalla scuola alberghiera a capitano d’industria tutto grazie alla sua relazione con Ginevra, ricca possidente romana e al suo modo disinvolto di scambiare favori e passare mazzette. Prossimo passo il matrimonio, poi il rischio di perdere tutto lo trasforma in mandante di un omicidio. Filippo, il personaggio che tra i tre mi ha più incuriosito, è il più tormentato, avrebbe tutto per essere felice, una moglie, una figlia deliziosa, un lavoro come autista di Gabriele, e invece perde tutto, ed è costretto a dare il peggio di sé proprio per amore, proprio per assicurare un futuro alla sua famiglia fino a trasformarsi in assassino. Poi c’è Marco, un poliziotto contro la sua volontà, oppresso da un padre accentratore e dispotico, un debole infondo, uno sconfitto che solo l’omicidio di sua sorella, l’unica persona che ama e che rispetta, lo porterà a fare i conti con se stesso, a cercare vendetta, a far emergere un uomo nuovo.
Sullo sfondo Roma, il traffico caotico, i campi rom, gli alberghi di lusso. Capitoli brevissimi, fulminanti, alternarsi di voci, brusio confuso, silenzio.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012 by

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Intervista con Biagio Proietti e Diana Crispo a cura di Stefano Di Marino

9 giugno 2012 by

SDM. Cominciamo con una domanda ‘ delicata’. La TV di Oggi e quella degli anni ‘70. È  mio parere (e non solo) che la fiction attuale sia piuttosto povera di contenuti ed emozioni. Ma è vero? Qual è la tua opinione in merito?

BP.Sono un critico partigiano, quello che vedo lo trovo molto brutto. Quali i difetti principali? Un buonismo eccessivo, una incapacità a descrivere personaggi(anche per colpa di pessime regie e pessimi attori), una superficialità anche nell’affrontare temi scottanti e importanti. Diciamo che mi pare una marmellata, dove si mette troppo zucchero a posto della frutta necessaria. Sicuramente posso essere accusato di partigianeria ma non credo che abbiano ragione. Si parla molto di ritmo ma spesso c’è solo il vuoto, di corsa.

SDM .Come si lavorava in TV negli anni 70?

BP. In modo estremamente individuale, gli autori scrivevano un progetto o un soggetto e lo portavano ai responsabili degli sceneggiati o originali televisivi. Se piaceva ti facevano il contratto di commissione, a volte affiancavano alcuno di loro fiducia per la sceneggiatura, a me non è successo mai, anzi in alcuni casi sono stato chiamato per revisione o addirittura per riscrivere, diventavo io l’autore di fiducia, ma non per appartenere a un gruppo o a un colore partitico( di tutto posso essere accusato, mai di essere democristiano). Una volta finita la sceneggiatura cominciavano le riunioni per la definitiva approvazione. A quel punto, sceglievano il regista ì, se non faceva parte anche lui del progetto dall’inizio, come capitava per i grandi , D’Anza, Bolchi, Maiano. Il regista parlava con gli sceneggiatori, chiedeva qualche piccola modifica, poi cominciavano le riprese. Ricordiamoci che subito dopo il titolo del programma appariva il nome dell’autore o degli autori, a caratteri cubitali, adesso per trovare gli autori ci vogliono lenti d’ingrandimento e individuarlo in un plotone di nomi.

SDM. Scrivere un soggetto originale e adattare un testo già esistente(sto pensando ai lavori di Durbridge di cui mi hai parlato). Differenze e difficoltà…

BP Durbridge è un fenomeno particolare che andrebbe studiato non tanto per il suo valore ma per come è stato presentato in Italia. Durbridge scriveva per la BBC storie che si sviluppavano in cinque ,sei puntate di 25 minuti. La RAI acquistava i copioni tradotti dalla Cancogni ma chiedeva di portare le puntare a 60 minuti perché li mandava in prima serata . questo successe per La Sciarpa -Paura per Janet – Giocando a golf una Mattina- Melissa, questi ultimi due adattati e diretti dal grande Daniele D’Anza. Poi D’Anza non li fece più quindi la RAI chiese a uno scrittore di fare questa sceneggiatura che per motivi contrattuali loro continuavano a chiamare adattamenti, ma per portare storie alla durata doppia non era sufficiente allungare i diavoli, si entrava nella struttura, si modificavano personaggi, si inventavano di nuovi, . soprattutto si proponevano nuove situazioni, trenta minuti a puntata di giallo non sono uno scherzo-Io ne ho fatti 3 ( fui scelto perché venivo dal successo di Coralba) :Un Certo Harry Brent – Come Un Uragano – Lungo Il Fiume E Sull’acqua sono stati grandi successi, anche perché partendo da una macchina costruita bene io potevo permettermi di fare cambi sostanziali, per il terzo feci cose folli, un bambino di pochi anni divenne un ragazzo, l’assassino rimase lo stesso ma il complice no, insomma era più  che Durbridge.  Dopo non volli farne più , mi ero conquistato sul campo il diritto di scrivere il primo giallo italiano, perché ambientato in Italia e con tematiche importanti della nostra società: Dov’e’ Anna? scritto in coppia con  Diana Crispo mia moglie, con quale avevo scritto già cose importanti per la radio-Biagio e una raccolta delle sue opere principali

SDM. Quali sono i tuoi lavori televisivi ai quali sei più affezionato?

BP A parte l’ovvia risposta tutti, direi che sono tre: Dov’e’ Anna? – Storia Senza Parole , che segnò il mio esordio nella regia, Sound, perché è uno dei più belli ma   purtroppo quello che ebbe minore successo, forse perché era non un giallo ma una storia di fantascienza. Però mi sono già pentito della risposta, perché amo molto Miriam che Diana Crispo e  io sceneggiammo da un racconto di Truman Capote, La Casa della Follia da un racconto di Richard Matheson con un grande attore come Luigi Pistilli e la splendida Olga Karlatos, La Mezzatinta ambientato nella Napoli di oggi ma tratto da un racconto gotico di Montague James. Guarda caso sono tutti filmtv anche diretti da me e presentati nella serie Il Fascino dell’insolito che curavo io per la rete 2.

Diana Crispo – Mi aggiungo alla risposta, perché vorrei suggerire una serie di originali televisivi che scrivemmo per RAIUNO dal titolo IL Filo E Il Labirinto  che trattava temi di mistero al limite del paranormale. Il più bello per me era quello diretto da Biagio L’armadio che nasceva da una mia idea: una donna trovava la felicità  richiudendosi in un armadio  che nella sua mente diventava una grande stanza bianca che lei riempiva di tutti gli oggetti amati, una sorta di culla nella quale ritrovare se stessa. Una bella storia molto ben diretta.

SDM. Recentemente ho visto  ‘ L’ultimo aereo per Venezia’ che è una ‘cronaca raccontata’… piuttosto differente da altri tuoi lavori. Secondo quali criteri hai lavorato adattando il caso Ghiani-Fenaroli alle esigenze di una fiction televisiva?

BP Anch’io l’ho rivisto recentemente e mi sono baciato da solo , non tanto per la trama ma per il linguaggio scelto,  totalmente innovativo. Io ho sempre adorato Daniele D’Anza, quindi non diminuisco la grandezza della sua figura se dico che l’idea del linguaggio fu mia, lui ebbe la grande intelligenza di capirla e di seguirmi . L’idea era quella di scrivere una storia usando il linguaggio televisivo nuovo, quello delle inchieste giornalistiche e dei telegiornali, per fare questo non sentivamo le domande di un commissario che non parlava mai, sentivamo solo le risposte dei personaggi che rispondevano direttamente alla telecamera. Una roba nuova e rivoluzionaria che purtroppo non ebbe seguito, ma dette allo sceneggiato un ritmo pazzesco. Tutto questo per raccontare una storia complessa come quella dove si ricostruiva, con nostre interpretazioni il famoso caso Fenaroli -Ghiani. Quello che mi dispiace è che nessuno ha seguito poi questo stile, che davvero è ricco di ritmo, da non confondere con la frenesia fine a se stesso.

SDM: Molti degli interpreti dei tuoi lavori erano attori con esperienze teatrali. Scrivere per la televisione comporta delle differenze sia con la sceneggiatura teatrale che cinematografica… vuoi parlarcene?

BP La differenza di scrittura fra cinema teatro e televisione – poi parleremo della letteratura- non dipende dagli attori ma dal mezzo di comunicazione. Comune a tutti è l’intento di raccontare una storia e cercare di agganciare il pubblico – a Roma diciamo acchiappare – diversi sono gli strumenti  che ha a disposizione l’autore. Se un attore è bravo sa benissimo adattare il suo stile di recitazione al mezzo, non parlerà in televisione come fa in teatro , altrimenti vuol dire che è un mediocre attore e il regista è peggiore di lui. Comunque devo dire che gli attori negli sceneggiati degli anni settanta erano veramente bravi , almeno quasi tutti . Pensate a Alberto Lupo , che allora riceveva anche critiche , ma a rivederlo si capisce quanto era bravo e quale fascino aveva, bucava il video. Nel rivederlo direi che è l’attore più moderno che abbiamo avuto. Forse perché gli volevo bene.

SDM: Adesso avete scritto CHIUNQUE IO SIA tratto da LA MIA VITA CON DANIELA del 1976. Come mai?

DIANA CRISPO – Rispondo io . Abbiamo deciso di farne un romanzo perché quando  abbiamo rivisto lo sceneggiato dopo tanti anni lo abbiamo trovato ancora interessante e ci sembrava che la storia, non solo fosse di estrema attualità , ma potesse avere uno sviluppo sulla carta diverso e molto stimolante.

BP  Speriamo di esserci riusciti, noi abbiamo avuto l’impressione che nello sceneggiato, non per colpa del regista ma nostra, alcuni temi fossero rimasti in aria, senza arrivare ad una piena espressione. Con il romanzo abbiamo puntato a questo e crediamo di esserci riusciti , almeno a leggere la recensione di tale Di marino che ha coniato una definizione che gli ruberò: giallo dell’anima.

DIANA CRISPO – Una donna, abitata da due donne , come dice lei, deve assolutamente capire chi è stata e soprattutto chi è. Non solo quale delle due , forse è diventata una terza persona? Questa è diventata la domanda fondamentale del romanzo alla quale abbiamo provato  a rispondere. Sembra che ci siamo riusciti, certo che noi amiamo molto questo romanzo.

SDM  Quale differenza esiste fra la sceneggiatura e il  romanzo?

DIANA CRISPO . La  storia è la stessa, ma scrivere una sceneggiatura significa che a leggerla saranno solo gli addetti al lavoro, regista, attori, tecnici. Un libro invece è quello che arriva direttamente al pubblico ,  il lettore deve essere coinvolto non solo per la storia ma per lo stile della scrittura, per il linguaggio .

BP ovviamente il linguaggio del romanzo diventa la parte più importante, la scrittura è fondamentale per la riuscita di un romanzo.

SDM Come fate quando lo scrivete in due?

BP- in due si costruisce la storia , si fa lo scalettone importante per qualunque forma di racconto, poi uno dei due si prende il compito di stendere la versione finale.

DIANA CRISPO dopo l’altro legge e corregge, in due è così che si lavora. In realtà è facile che nel cinema e nella televisione si lavori in coppia o in gruppo, nella narrativa è praticata di meno la collaborazione in due, perché ognuno vorrebbe essere quello che scrive  la parte finale. Noi ci riusciamo senza prenderci a coltellate.

SDM. Biagio , hai qualche aneddoto o ricordo particolare che ti piacerebbe rievocare?

BP Nella postfazione del romanzo ho raccontato alcune cose importanti come l’incontro con Spagnol, o con Sergio Leone che voleva produrre un mio film perché gli era piaciuto molto Storia Senza Parole. Io nel 2012 ho fatto 50 anni di carriera, avendo cominciato quando avevo venti anni. La coppia Crispo-Proietti ha debuttato in radio nel 1972 , anche qui siamo a 40 anni di lavoro insieme, di cose e di aneddoti ce ne sono capitati tanti. Abbiamo girato il mondo, abbiamo conosciuto tante persone importanti, attori scrittori registi di quasi tutti loro abbiamo ricordi vivi, come se fossero successi ieri. Scegliere quale raccontare sarebbe difficile e ingiusto.

SDM. Biagio Proietti narratore. Parliamone un po’

BP La risposta l’abbiamo dato prima quando parlavamo delle differenze di linguaggio, la scrittura è un fatto individuale, così ho cominciato a inventare storie per la narrativa che sentivo il bisogno di portare avanti da solo. Però confesso che non rinunciavo all’aiuto che poteva darmi Diana.

DIANA CRISPO- Anche nei suoi romanzi firmati da solo, mi usava come se fossi un editor, parlandomi dei dubbi, facendomi leggere che cosa aveva scritto, chiedendomi pareri. Io sono sempre stata contenta di questa funzione, quando lui ha cominciato a lavorare con me era già famoso, poteva scegliere un altro partner o lavorare da solo.  Gli piacevano le mie storie, mi aiutava a farle nascere , a farle diventare fiction, radio  cinema libro. Ricordiamo che anche da Dov’e’ Anna? scrivemmo un romanzo edito da Rizzoli.

SDM. Progetti in corso?

BP- ho già scritto due romanzi , Il Drago e la Rosa – Io che ho visto i delfini rosa con protagonista Daniela Brondi , la stessa di Una Vita Sprecata – Io sono la prova. Dovrebbero uscire quest’anno. Poi sto lavorando su altri due romanzi, la televisione ormai non la inseguiamo più e loro non hanno bisogno di noi, così almeno dicono. I dirigenti che lavoravano con noi sono in pensione, gli altri ti guardano come se fossimo dei dinosauri sopravvissuti .  a noi sta bene così , è difficile spiegare a chi ignora, che cosa significa scrivere per la televisione-

SDM Un ringraziamento particolare da parte mia per la disponibilità e la simpatia che mi hai sempre dimostrato. Sia tu che la tua partner DIANA CRISPO .

:. Recensione di Le righe nere della vendetta di Tiziana Silvestrin (Scrittura&Scritture, 2011)

8 giugno 2012 by

Era una delle tante grida con le quali i signori informavano i sudditi delle loro volontà, che venivano, appunto, gridate affinché tutti le conoscessero. Portava la firma di Francesco I e in alto era miniato lo stemma più antico dei Gonzaga, a righe oro e nere.
Righe nere!, riflettè Biagio, come quelle che il Vannocci ha disegnato sulla pianta.
Ricordò il corpo del pittore che giaceva sul pavimento coperto da macchie di colore, accanto il vasetto nero rovesciato e il pigmento sulle dita. Con i polpastrelli aveva, evidentemente, tracciato cinque linee dritte sul foglio, un ultimo messaggio prima di morire.

Mantova, luglio 1585. Il giovane e ambizioso prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci viene rinvenuto cadavere nel suo studio ucciso da una camicia intrisa di veleno. Incaricato delle indagini Biagio dell’Orso è attirato da alcune linee scure presenti sulla pianta di una chiesa trovata ai piedi del Vannocci come ultimo messaggio per indicare il colpevole, pianta che misteriosamente appare raffigurata in uno dei quadri della collezione Gonzaga, il ritratto dell’architetto Giulio Romano dipinto dal Tiziano. Un’altra minaccia si aggira per le afose vie di Mantova: la Santa Inquisizione. Un’amica di Biagio, la bella Lucilla sembra infatti la vittima designata dalle manovre dell’inquisitore Giulio Doffi deciso a dar credito alla denuncia che la vede accusata di stregoneria.
Inizia così un‘ indagine pericolosa e complicata che parte dallo scenario di una fastosa Mantova cinquecentesca per toccare Venezia e Firenze e porterà il protagonista a scoprire un oscuro segreto che avrebbe potuto scatenare una guerra nascosto abilmente da anni, in cui sembrano coinvolti il papa e l’imperatore, oltre che esponenti della famiglia De Medici e Gonzaga. Biagio dell’Orso spiato, minacciato, rischiando la vita riuscirà grazie al suo intuito riuscirà a districare l’intricata matassa anche se la scoperta del colpevole avrà l’acre sapore della beffa.
Tiziana Silvestrin, dopo aver esordito con il giallo storico I leoni d’Europa, torna a narrare le indagini del Capitano di Giustizia Biagio dell’Orso, personaggio realmente esistito, nel secondo volume della serie, sempre edito da Scrittura & Scritture, Le righe nere della vendetta e lo fa con la solita cura per l’ambientazione storica, attenta e fedele anche nei particolari più marginali, e nello stesso tempo arricchita da una vivace caratterizzazione dei personaggi, sia reali che di fantasia, che assieme alla trama coinvolgente, costituiscono i punti di forza del romanzo.
La trama comunque è piuttosto complessa, un omicidio avvenuto nel 1585 tra le sue origini in un omicidio avvenuto anni prima, abilmente occultato dai potenti, la cui soluzione nascosta però è racchiusa in un quadro che ritrae Giulio Romano pittore allievo di Raffaello, ma lo stile piano e lineare che l’autrice adotta, pur se in alcuni passaggi può apparire didascalico e troppo elementare, ha tuttavia il pregio di donare una certa scorrevolezza ed eleganza al testo davvero piacevole. Diversi piani temporali si alternano per confluire in un finale dove tutti i tasselli del puzzle, abilmente disseminati durante tutta la narrazione, trovano la giusta collocazione e danno un felice compimento alla storia chiarendo ogni dubbio e facendo finalmente luce su moventi, occasioni e responsabilità.
Per gli amanti del giallo storico una piacevole riconferma di un talento tranquillo e pacato, che con la sua  lievità riesce ad dar vita ad una affresco rinascimentale vivido e vitale. Molto del fascino di questo libro è dovuto al protagonista Biagio dell’Orso, intelligente e perspicace pubblico ufficiale della corte dei Gonzaga, dal carattere sanguigno e impulsivo, ma coraggioso, leale e deciso a far trionfare verità e giustizia anche a costo di mettersi contro ai poteri forti rischiando in prima persona consapevole purtroppo che certe volte i compromessi sono inevitabili quando ci si trova costretti a scegliere tra punire un colpevole e salvare un innocente.

:: Recensione di L’archeologo di Martì Gironell (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2012 by

Non prendetemi per pazza, ma se decidete di leggere il nuovo romanzo di Martì Gironell, L’archeologo edito dalla Newton Compton, cominciate dalla “Nota dell’autore” a pagina 379. Perché? Per il semplice fatto che le informazioni scritte in questa postilla di chiusura vi torneranno molto utili nella comprensione di un bel romanzo nel quale si mescolano il genere dell’avventura e dello storico, con riferimenti a fatti e persone veramente vissute tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Poi, cominciate pure a leggere L’archeologo dall’inizio e vi garantisco che riuscirete a comprendere meglio chi tra i personaggi della narrazione incarna l’archeologo e cosa o chi appartiene alla realtà storica e all’invenzione letteraria. Detto questo, nel libro di Gironell ci si imbatte in una sorta di antenato in abito talare di Indiana Jones, perché Bonaventura Ubach è un sacerdote catalano, attento filologo e biblista con una particolare attrazione per i viaggi in Medio Oriente. Il romanzo è ambientato nel 1910, quando padre Bonaventura lascerà l’abbazia di Monteserrat per iniziare un lungo cammino in Terra Santa. L’esplorazione ha un fine preciso, in quanto servirà al protagonista a recuperare antichi reperti da portare nel suo convento e dare vita ad un vero e proprio museo biblico, che attraverso di essi racconterà ai fedeli la storia delle terre dove ha preso vita la Bibbia. In realtà la perlustrazione negli spazi orientali sarà per Ubach un vero e proprio pellegrinaggio di piacere alla scoperta di quei posti che lui ha conosciuto fin da ragazzino studiando in  modo approfondito le pagine delle Sacre Scritture. Il monaco non è solo, parte in compagnia di padre Joseph Vandervorst e di padre Daniel Bakos, suoi compagni di fede, con i quali vivrà un avventuroso viaggio simile ad un vera e propria odissea piena di imprevisti, pericoli e peripezie sperimentate sulla propria pelle, passando dalle terre del Sinai, al Mar Rosso, facendo tappa a Petra e tra le rovine dell’antica Babilonia, sempre alla ricerca dei segni lasciati da Mosè e del suo popolo. Tra i resti di una mummia e antichi  manoscritti,  padre Ubach si imbatterà in tre misteriose tuniche, belle e preziose a tal punto da essere l’oggetto del desiderio dell’organizzazione dei Guardiani – una setta segreta che è pronta a tutto per impedire la fuoriuscita dalle terre d’Oriente delle tre vesti –, di profanatori di tombe e di sceicchi crudeli. Nemici, ostacoli, inseguimenti mozzafiato tra le dune del deserto rischieranno di mettere in crisi il progetto di padre Ubach, ma nonostante tutto il caos presente il religioso rimarrà sempre animato da una forte tenacia e dalla voglia di portare a termine la propria missione. Il romanzo di Martì Gironell è una perfetta mescolanza di suspense e azione e l’intreccio tra la realtà e la fantasia direi che è proprio impeccabile. Questi elementi uniti tra loro fanno del L’archeologo un’avventurosa biografia romanzata di padre Bonaventura Ubach, nato a Barcellona nel 1874, entrato in convento a Montserrat nel 1902 ed esploratore del Medio Oriente tra il 1910 e 1912, con una serie di spedizioni in Terra Santa, Egitto, Palestina e Cipro raccolte in un libro pubblicato nel 1913. Accanto a Ubach ci sono altri personaggi storici realmente vissuti, come i suoi due accompagnatori Daniel Bakos e il belga Vandervorst, per il quale l’autore costruisce appositamente la vicenda personale del viaggio alla comprensione di se stesso, dando così al romanzo maggior spessore psicologico ed emotivo. Mentre si girano le pagine dell’intreccio narrativo ci si imbatte in altri personaggi, più o meno noti, veramente vissuti ai tempi di padre Bonaventura e il loro presenziare nella trama non fa altro che solidificare il realismo del lavoro di Gironell. Tra di loro posso ricordarvi Sir Leonard Woolley, artefice degli scavi ad Ur, in Mesopotamia e considerato il primo archeologo della modernità, o il giovane disegnatore di fortezze militari noto ai protagonisti con il nome di Thomas Edward Lawrence,  un agente segreto, uno scrittor e allo stesso tempo un archeologo che diventerà noto a tutti come Laurence d’Arabia. L’archeologo non cambierà di sicuro il modo di raccontare la Bibbia, ma dal mio punto di vista è un romanzo gustoso, originale dove il vero e la fantasia convivono in perfetta simbiosi e la ricchezza di informazioni particolari non fanno altro che destare la curiosità in chi legge. “Pepite di curiosità” che non posso rivelare per non togliervi il piacere della lettura e della scoperta.

:: R.I.P. Ray Bradbury

6 giugno 2012 by

[Waukegan, 22 agosto 1920 –

Los Angeles, 6 giugno 2012]

:: Recensione di Venezia, un sogno di Anna Pavignano (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

6 giugno 2012 by

Venezia è una città affascinante, mistica e curiosa. La bellezza dei palazzi, delle calli, delle gondole sono quegli elementi che colpiscono al cuore Thomas, un americano venuto da Benicia, in California, che ha deciso di mettere le radici nella laguna, dopo aver trascorso la gioventù a girovagare l’Europa. Thomas non è  attratto solo dalla cittadina sul mare, lui decide di fermarsi al lido a seguito dell’incontro con una bella ragazza del posto, che nell’arco di poco tempo diventerà sua moglie: Ivonne. L’amore della coppia è segnato dalla nascita del figlio Felix, ma l’irrequieto carattere di Thomas e l’incessante passare del tempo e dell’acqua alta a Venezia, rischiano di mettere in crisi ogni cosa. Tanto per cominciare il protagonista riesce a farsi licenziare dall’Harry ‘s Bar dove lavora come cameriere poi, sulla sua strada ritorna  un amore passato – la mangiatrice di fuoco – e irrompe una giovane vedova – Marina-  con la quale una semplice condivisione di ideali diventerà passione amorosa. A complicare il tutto ci si mette il difficile rapporto con Felix, il figlio-rivale in amore – questa è l’ottica deviata con la quale Thomas vede il suo discendente – nella relazione con la moglie e l’irrompere di quell’oscura malattia sconosciuta dal rapido decorso che trascinerà via per sempre Ivonne. Il tempo passa in una serie di eventi che lasciano il segno nell’animo adulto, ma allo stesso tempo eterno bambino, di Thomas: lui invecchia, Felix cresce ereditando il negozio di souvenir della madre morta, si sposa e adotta un bambino di colore – il silenzioso e curioso Abdul-  verso il quale il nonno Thomas proverà, in un primo momento, una profonda diffidenza superata grazie ad una complice alleanza contro chi cercherà di mettere in crisi i loro sogni di vita a Venezia. Nonostante tutto questo caos Thomas resiste, ripensando di continuo al vissuto trascorso, quel vivere fatto di gioie e dolori, fino a quando il figlio esasperato dall’acqua alta deciderà di vendere la casa alla Giudecca e la sua attività commerciale per portare tutti – il padre compreso- sulla terra ferma. Thomas non ci sta e, aiutato dal nipotino africano, darà il via ad una singolare protesta che convincerà Felix a ritornare sui suoi passi e smuoverà l’intera cittadinanza veneziana a prendere maggiore coscienza di sé stessa e della questione dell’acqua alta. Venezia, un sogno è il nuovo lavoro di Anna Pavignano, un libro stimolante dove l’autrice non si limita a raccontarci il vissuto di uno straniero che ha trovato le radici in Italia, a Venezia, eleggendola a sua patria ma, attraverso l’esperienza umana di un io singolo, la scrittrice piemontese ci fa compiere un viaggio di conoscenza di Venezia tra le sue vie acquatiche. Pagina dopo pagina ci si accorge che la città lagunare non è solo la cornice di ambientazione della vicenda personale dell’americano, essa è parte attiva della narrazione – anzi direi protagonista – con la sua gente, con i turisti, con l’umidità dilagante in ogni angolo, con i monumenti, tutti (persone e cose) afflitti da un senso comune di minaccia incombente causato dall’acqua alta. Il fatto che Venezia sia prima attrice, così come Thomas è primo attore, lo si nota dalla curiosa empatia tra lo stato d’animo dell’uomo e l’acqua che riempie ogni antro della cittadina. Non a caso più il protagonista si sente sotto pressione emotiva, più l’acqua in città si innalza mettendo a repentaglio tutto quello che incontra nel suo insediarsi. Questo romanzo è un viaggio nelle memorie di vita di un uomo adulto, consocio di non essersi sempre comportato bene nella propria esistenza (Thomas è consapevole di aver tradito i sentimenti della moglie Ivonne, ha capito che è stato il suo “non tener la bocca chiusa” a creargli problemi con i datori di lavoro e sa di non essere stato un buon padre per Felix), ma è orgoglioso a tal punto da non voler ammettere del tutto i propri errori. Arrivati alla fine di Venezia, un sogno, si chiude il libro con un senso di pace globale ritrovata, unito ad un invito nascosto tra le righe che tutelando il mondo dove viviamo, anche il nostro microcosmo di affetti potrebbe trarne reale beneficio.

Anna Pavignano, piemontese, vive a Roma, dove svolge da anni un’intensa attività di narratrice e sceneggiatrice. Ha scritto con Massimo Troisi tutti i suoi film, da Ricomincio da tre a Il postino, per il quale ha ottenuto una candidatura all’Oscar. Insegna scrittura cinematografica, scrive per la radio e si è dedicata anche alla narrativa per ragazzi. Con le Edizioni E/O ha già pubblicato Da domani mi alzo tardi (2007) e In bilico sul mare (2009), da cui è stato tratto il film Sul mare, per la regia di Alessandro D’Alatri.

:: Recensione di Il momento è delicato di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 giugno 2012 by

Dopo molti anni e diversi tentativi (le case editrici per cui lavora si erano sempre rifiutate fino ad ora) finalmente Nicolò Ammaniti ci regala una raccolta dei suoi racconti.
Il momento è delicato comprende tutta una serie di racconti, più o meno brevi, che Ammaniti ha  scritto negli anni, tra un romanzo e l’altro. Alcuni di questi racconti sono inediti, altri sono già apparsi su riviste, giornali e antologie. Sono stati scritti a partire dal 1995 e due di loro sono nati dal lavoro a quattro mani di Ammaniti e Antonio Manzini.
Sono episodi brevi, concisi, che mostrano tutta una gamma di personaggi: il ragazzino che scappa di casa per una brutta pagella, la coppia di scambisti, il senzatetto, lo studente universitario con il panico da esami, il chirurgo plastico cocainomane e la ragazza che ha paura del buio. Insomma, un’intera umanità racchiusa in una raccolta di racconti!
A prima vista potrebbero sembrare dei protagonisti normali, classici, persino banali. Ma andando avanti nella lettura si scoprono dei risvolti inaspettati, fatti imprevisti, scene grottesche e incisive, colpi di scena e finali imprevedibili. La banalità non fa parte del mondo di Ammaniti!
Racconti da leggere su un treno (come consiglia lo stesso Ammaniti), in un attimo di pausa dal lavoro, la sera prima di addormentarsi e perché no, visto che si va verso l’estate, anche in spiaggia! Si possono leggere ovunque e ci catapultano per brevi istanti in un mondo diverso, facendoci dimenticare per pochi minuti il momento delicato in cui viviamo.
Perché dopotutto, per dirla con le parole del loro autore, il romanzo è una storia d’amore, il racconto è la passione di una notte.

:: Un’ intervista con Laura Liberale – Madreferro. Saga familiare minima a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2012 by

Grazie Laura per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Laura Liberale?

Sono nata a Torino il 15 maggio del 1969. Ho vissuto per trent’anni a Favria Canavese, il paese che nel romanzo è, mutatis mutandis, Fabrica. Da bambina, in un tripudio di tic nervosi, controllavo ossessivamente che le porte fossero chiuse e i quadri appesi dritti; ora l’ansia di controllo si manifesta principalmente nella revisione di quel che scrivo… E così abbiamo carinamente rotto il ghiaccio.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Prime poesie in terza, quarta elementare. Primo tentativo di scrivere un romanzo a dodici anni. La “chiamata” è stata nitida e precoce. Un bel po’ più tardivi i frutti.

Dai tuoi studi si deduce che nutri un grande interesse per l’Estremo Oriente e per l’India in particolare. In che misura le letterature di questi paesi hanno influenzato il tuo lavoro?

Hanno influenzato e influenzano continuamente la mia vita. Dalle semplici citazioni del libro tibetano dei morti in Tanatoparty sono passata a disseminare il testo di Madreferro di precisi riferimenti alla cultura indiana. Lo stesso rosario delle Madri che compare alla fine del racconto si ispira alle litanie indù dei nomi divini, un’espressione cultuale che per il mio percorso di studi ha avuto un’importanza primaria.

Il 6 giugno esce il tuo nuovo romanzo Madreferro. Saga familiare minimaedito da Perdisa. Un romanzo breve, o lungo racconto come l’hai definito in un’intervista. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Parecchi anni fa scrissi un raccontino davvero breve con cui vinsi un viaggio-premio nel Maine di Stephen King. Al viaggio in America dovetti rinunciare per causa di forza maggiore, ma quel raccontino a un certo punto ha chiesto a gran voce di essere ripreso.

Puoi riassumerci brevemente la trama?

Più che brevemente. È il ritorno, raccontato in 28 giorni (il numero non è casuale), di una donna al paese d’infanzia, per dare aria agli scheletri stipati negli armadi.

Parlami del titolo, l’hai scelto tu o è nato discutendone con l’editore?

I titoli papabili erano: “Ferro” e “L’età del ferro”. Poi il mio caro amico poeta Federico Scaramuccia, leggendo le bozze, ha coniato questo titolo bellissimo e pertinente, che naturalmente ha subito spazzato via gli altri due. Ecco, colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Madreferro è un romanzo bellissimo ma anche molto personale e misterioso. Non hai paura che non sia compreso? Pensi che ogni lettore debba trovare una propria chiave di lettura nel decifrarlo?

Davvero grazie per l’apprezzamento. Paura no. Credo, anzi, che sia un testo semplice, dove con “semplicità” intendo una semplicità archetipale, e quindi universale. Spero piuttosto che, anche grazie alla sua brevità, “arrivi” intensamente al lettore.

In Tanatoparty la morte diventava una forma d’arte in Madreferro ritorna in modo meno paradossale. La morte comunque sembra un elemento centrale delle tue opere. Cosa ti affascina di più di questo tema che ai più ispira paura e repulsione?

Come disse Zolla: “Dovunque e sempre ogni individuo ha un suo particolare mito, una sua recita personale che lo mette in comunicazione estatica con l’archetipo che lo tormenta”.  Alla base c’è molto di “ossessivo”, quindi. Da bambina sognavo continuamente cimiteri ed esequie premature, e garantisco che non era un bel dormire. Crescendo ho fatto della morte, della mortalità, un oggetto di studio e riflessione costanti, alleggerendomi via via del fardello nevrotico. Visto che anche nel terzo romanzo bazzico sempre lì, direi che a tutti gli effetti posso meritarmi il titolo di “narratrice tanatologa”!

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

I poeti, anzitutto. Ancora e sempre loro.

Laura, la protagonista, ritorna nel paese che l’ha vista bambina, figlia felice di due genitori che ha profondamente amato. Il tema del ritorno alle origini è un tema letterario ricorrente in narrativa, in che misura si differenzia per originalità nel tuo romanzo?

Nessuna particolare originalità. Soltanto l’evidenza che nel mio romanzo il ritorno alle origini si configura nettamente come un viaggio ctonio, una discesa infera incontro ai trapassati e ai demoni familiari.

Il paragone più immediato che mi viene in mente è con il realismo magico sudamericano per il tuo coniugare mito e realtà. Pensi che questo paragone abbia ragione d’essere?

L’intenzione di coniugare mito e realtà c’era tutta. Sì, a livello d’intenti può starci il paragone. I risultati poi, si sa, sono tutt’altra faccenda!

Parlami del rapporto tra realtà e memoria nel tuo romanzo?

Com’è stato perfettamente osservato in una recensione, il romanzo mette in scena una sorta di “reminiscenza allucinata”. I piani sono quelli di realtà, memoria, immaginazione\allucinazione, e i confini di ciascun piano sono volutamente sfumati.

Parlami di Laura, voce narrante del romanzo. E’ parte di te, ti somiglia, o è una creatura letteraria autonoma e indipendente?

È sicuramente parte di me. L’ho “costruita” affibbiandole elementi fortemente autobiografici. È l’Ombra che  andava portata alla luce e pacificata, ma è anche il puro piacere dell’invenzione.

Un libro non si scrive in un giorno. Molto spesso le cesure sono evidenti, nel tuo caso il narrato sembra invece molto fluido come in un unicum. Come hai reso ciò possibile?

Non l’ho reso possibile. È semplicemente avvenuto. Forse perché in Madreferro c’è  una nudità, una sincerità pressoché totale, a prescindere da quanto ho dovuto architettare in termini di finzione narrativa.

E’ un romanzo molto “femminista”. I personaggi principali sono donne, esiste un vero e proprio matriarcato, gli uomini quasi sfumano sullo sfondo. E stata una scelta cosciente, voluta, o è nata scrivendo, durante il cammino narrativo?

Già in Tanatoparty erano protagoniste delle donne. Credo che tutto questo mio “femminile” narrativo faccia parte di una personale elaborazione del mito della Magna Mater, mito che studio ormai da anni, soprattutto per ciò che concerne le forme assunte nel contesto indiano. E poi la mia infanzia è stata segnata per davvero da una specie di “matriarcato”, malgrado la presenza molto forte e positiva di mio padre.

Georgina de Martignac e il suo album di disegni, hanno un ruolo centrale nel romanzo, di guida. Pensi che i morti influiscano sulla vita dei vivi? Pensi che coloro che ci hanno amati in vita continuino a farlo anche da spiriti, che l’amore in una qualche misteriosa maniera sia davvero eterno?

Dei cantori mistici indiani hanno detto: “Fra ciò che è e ciò che non è lo spazio è l’amore”.

Finisci il romanzo con le parole “il mundus si è di nuovo aperto”. Il mondo dei vivi e dei morti è ritualmente in comunione. La vita è la morte sono un tutt’uno? E’ questo il significato nascosto del tuo libro?

Che vita e morte siano un tutt’uno non è il significato nascosto di un piccolo libro come il mio, ma IL significato. Tentare invano di tenerle separate, concepirle dualisticamente nei termini di un’opposizione equivale a votarsi alla sofferenza.

Oltre che narratrice, scrivi anche poesie. Il processo creativo è lo stesso o utilizzi strumenti e mezzi differenti? Da cosa nasce l’ispirazione poetica?

Ti rispondo con le splendide parole di Cortázar, che, per me, valgono sia in poesia che in prosa: “Mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia. Scrivere è disegnare il mio mandala e nello steso tempo percorrerlo, inventare la purificazione purificandosi”. D’accordo, il pezzo di Cortázar finisce con: “Compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon”…

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, intitolato Planctus, e a un progetto letterario “a due”, insieme alla bravissima amica Claudia Boscolo. Grazie di cuore a te per l’attenzione e lo spazio che hai voluto dedicarmi.

:: Happy hour con Marilyn & Cappi

4 giugno 2012 by

Giovedì 7  

dalle 19

al Gotham cafè

la caffetteria di WOW Spazio Fumetto,

per scoprire, con

Andrea Carlo Cappi,

la vita e i segreti della Donna più bella del Mondo. 
Per saperne di più
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