:: Recensione di L’uomo nero di Luca Poldelmengo (Piemme, 2012)

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Nessuno doveva avvicinarsi alla sua nuova vita. Nessuno doveva metterla in pericolo.
Aveva piantato cartelli tutt’intorno: sciò, via, girare al largo, proprietà privata.
L’albanese non aveva voluto leggerli. Peggio per lui.
Si sentiva forte. Si sentiva giusto. Si sentiva vero.
Pollice verso l’alto, indice e medio disteso, anulare e mignolo ripiegati sul palmo: la mano destra si era trasformata in automatica. La teneva parallela a terra, come i gangster dei film americani.
L’uomo nero gongolava nel bagno di casa sua.

Luca Poldelmengo, promettente sceneggiatore romano classe 73, autore del soggetto e co-sceneggiatore di Cemento armato diretto da Marco Martani, dopo il suo esordio nella narrativa con il convincente noir Odia il prossimo tuo edito da Kowalski nel 2009 vincitore del premio Azzeccagarbugli come migliore opera prima, torna al noir con L’uomo nero, edito da Piemme nella collana Piemme Linea rossa e lo fa confermando un talento decisamente confortante in un panorama letterario in cui definiscono come noir quasi qualsiasi cosa.
Poldelmengo è bravo a intessere trame che vedono più personaggi alternarsi sulla scena e non uso il termine scena a caso. La sua visione d’insieme è corale, da il meglio di sé quando alterna più voci. Altra caratteristica che penso derivi dalla sua formazione è la costruzione dei personaggi visivamente, come se ogni scena fosse costituita da tanti fotogrammi che si susseguono su uno sfondo nero, anzi nerissimo, privo di rassicuranti appigli o consolanti giustificazioni. Il male è il nucleo centrale del suo lavoro dal quale emana il guasto sentore di violenza e sopraffazione che circonda i personaggi tutti in diversa misura colpevoli e avvelenati. Tuttavia i suoi personaggi non sono irritanti o sgradevoli anzi una certa empatia li avvicina ai lettori che pur vedendoli come sono con difetti e debolezze quasi si affeziona, quasi soffre per le loro sconfitte o i loro crimini. Non c’è riscatto, non c’è espiazione, non per tutti almeno.
Tre personaggi sono al centro di L’uomo nero:  Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in varia misura sconfitti dalla parte “nera” che portano dentro. Gabriele è il classico uomo che si è fatto da sé, dalla scuola alberghiera a capitano d’industria tutto grazie alla sua relazione con Ginevra, ricca possidente romana e al suo modo disinvolto di scambiare favori e passare mazzette. Prossimo passo il matrimonio, poi il rischio di perdere tutto lo trasforma in mandante di un omicidio. Filippo, il personaggio che tra i tre mi ha più incuriosito, è il più tormentato, avrebbe tutto per essere felice, una moglie, una figlia deliziosa, un lavoro come autista di Gabriele, e invece perde tutto, ed è costretto a dare il peggio di sé proprio per amore, proprio per assicurare un futuro alla sua famiglia fino a trasformarsi in assassino. Poi c’è Marco, un poliziotto contro la sua volontà, oppresso da un padre accentratore e dispotico, un debole infondo, uno sconfitto che solo l’omicidio di sua sorella, l’unica persona che ama e che rispetta, lo porterà a fare i conti con se stesso, a cercare vendetta, a far emergere un uomo nuovo.
Sullo sfondo Roma, il traffico caotico, i campi rom, gli alberghi di lusso. Capitoli brevissimi, fulminanti, alternarsi di voci, brusio confuso, silenzio.

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