:: Segnalazione di Il giovane Philby di Robert Littell (Fanucci, 2012)

9 luglio 2012 by

Robert Littell

IL GIOVANE PHILBY

Traduzione di Olivia Crosio

Pagine 240 – 16 euro

In libreria dal 20 luglio

Robert Littell traccia il ritratto di una delle più celebri spie di tutti i tempi, Harold Adrian Russell Philby (detto Kim), agente al servizio dell’Unione sovietica fin dalla prima metà degli anni’30, assoldato dal controspionaggio inglese dai primi anni ’40. Già protagonista de La Talpa di Le Carré la “mitica” figura di Philby in questo romanzo non ha nulla di oscuro, nulla di difficile comprensione, nulla di poco chiaro. La scelta di tracciare un ritratto attraverso una serie di “quadri” successivi, un po’ come in una pièce teatrale, al contrario, consente a Littell una vivacità di toni e di caratteri, un’alternanza e varietà di voci e punti di vista, un’attualizzazione della materia narrata che ha dell’incredibile.

Chi è veramente Kim Philby? O meglio: per chi lavora? Il giovane Philby dalle guance rosee e dai capelli scompigliati bussa alla porta di Litzi Friedman, una disinibita comunista viennese, e la conquista con la sua balbuzie. Così comincia la carriera di uno dei Cambridge Five, gli agenti segreti britannici più leggendari della storia. La sua vicenda viene narrata da dieci personaggi, ciascuno con una sua versione e una sua visione personale di lui. A volte comico, a volte commovente – ma sempre tra le righe – e necessariamente crudo, questo romanzo ha la vivacità di un diario plurimo scritto in prima persona e affascina con le sue curiose incursioni nel privato dei protagonisti: Stalin di persona così deludente rispetto alle foto ufficiali; Litzi impavida attivista, ma gelosa della compagna dal seno prorompente; il capitano russo Gusakov che non capisce di essere stato fatto prigioniero dai suoi stessi capi e, quando viene incarcerato, pensa che lo stiano facendo ‘entrare dalla porta sbagliata’. Per la cronaca: dopo le vicende qui riportate, Philby riuscì a mettersi in salvo e visse gli ultimi venticinque anni della sua vita a Mosca, lavorando come istruttore per il KGB. Morì nel 1988.

Robert Littell è nato a Brooklyn nel 1935, oggi vive in Francia. Laureato alla Alfred University, si è poi arruolato in marina e ha lavorato come giornalista, soprattutto per il Newsweek, negli anni della Guerra Fredda. Fanucci Editore ha pubblicato nel 2009 L’Oligarca, vincitore del Los Angeles Times Book Prize 2005 nella categoria Mistery-Thriller, nel 2010, L’epigramma a Stalin, che ha ottenuto importanti riconoscimenti dalla critica ed è stato nominato miglior libro dell’estate 2010 da Antonio D’Orrico, critico del settimanale Sette del Corriere della Sera e, nel 2011 è uscito anche I figli di Abramo. Acuto anche il suo sguardo sulle questione mediorientale di cui discute con il professor Simon Peres nel libro intervista For the future of Israel pubblicato nel 1998.

:: Un’ intervista a Cristiana Astori

7 luglio 2012 by

Grazie Cristiana di aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscirvere. Iniziamo subito con le presentazioni. Descriviti come se fossi un personaggio uscito da un film in bianco e nero degli anni 40.

Anni Cinquanta vale lo stesso? Mi sento molto vicina al personaggio di Gloria Grahame ne Il grande caldo di Fritz Lang, la donna dal viso per metà sfigurato dal caffè bollente. In lei convivono due parti, l’aspetto buono e la sua metà oscura che si intrecciano e confondono. Così mi sento quando scrivo.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per il cinema?

Quello per la scrittura ce l’ho dentro fin da bambina, ed è venuto di conseguenza alla mia passione per la lettura. Già alle elementari passavo ore a leggere alla biblioteca del mio paese, poi cercavo di imitare le storie che leggevo scrivendole su quadernetti o sulla Olivetti di mio nonno. Anche quello per i film mi è nato quand’ero piccola, non tanto per quelli visti quanto per quelli che avrei voluto vedere e di cui mi inventavo le storie, osservando le locandine del cinema di fronte a casa mia.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti? Se sì, dove hai trovato la forza per continuare a seguire la tua strada?

A dire il vero non ho avuto troppa difficoltà a pubblicare racconti su antologie o riviste, quanto a far apprezzare il mio romanzo. “Tutto quel nero” ha ricevuto parecchi rifiuti con la critica di non essere commerciale perché tratta personaggi e tematiche diverse dal solito best-seller, ed è una contaminazione tra generi diversi. La mia idea di scrittura però è proprio questa: non ricalcare un’ondata preesistente, ma seguire quello che mi passa per la testa, ovviamente sempre con l’occhio a chi legge. E per fortuna a forza di tener duro qualcuno ci ha finalmente creduto, e di questo ringrazio Alan D. Altieri e Franco Forte.

Pensi che il tuo essere donna ti abbia penalizzata o avvantaggiata all’inizio della tua carriera o ritieni che quello che conta sia il talento e uomini e donne abbiano le stesse possibilità?

Se il mondo dell’editoria e i lettori stessi manifestano o hanno manifestato pregiudizi nei confronti delle donne, posso dire di aver avuto la fortuna di non esserne stata toccata. Ho avuto modo di notare attraverso la pagina di Facebook e le lettere ricevute che il pubblico di Tutto quel nero è indiscriminatamente di entrambi i sessi, con una prevalenza maschile, nonostante la protagonista del libro sia una donna. Credo che ciò che conta sia la storia e il modo di raccontarla; certo, se scrivessi romanzi rosa sarebbe diverso, ma per fortuna il genere di cui mi occupo vanta precedenti illustri come Mary Shelley e Agatha Christie.

Traduttrice, sceneggiatrice e scrittrice. Da profana penso che il lavoro di traduttrice sia una dura scuola, cimentarsi con grandi come Richard Stark, Jeffery Deaver e Jeff Lindsay tra gli altri, penso implichi una grande organizzazione, una severa disciplina e un’assoluta dedizione. In che misura questo background importante ha influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Indubbiamente un buon traduttore dovrebbe possedere tutte e tre queste caratteristiche. Per conto mio pecco decisamente della prima e mi tocca supplire con una dose maggiore delle altre due, trovandomi spesso a lavorare a orari impossibili e a consegnare un minuto prima della scadenza (ma mai in ritardo, precisiamo!).

Da traduttrice quale è stato il consiglio più prezioso che hai ricevuto?

La mia gratitudine più totale va ad Andrea Carlo Cappi che mi ha pazientemente insegnato tutti i ferri del mestiere. Un consiglio sopra tutti: mai leggere il romanzo prima di tradurlo, altrimenti se sai già come va a finire il lavoro diventa di una noia mortale, e la traduzione stessa ne risente.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato, quelli da cui hai imparato lezioni fondamentali?

Stephen King, Richard Stark, Alessandro Manzoni, Edgar Allan Poe, Joe R. Lansdale, Joyce Carol Oates. E alcuni registi.      

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi: scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

Entrambe le cose. A volte parto da un’immagine, o da un’atmosfera, poi costruisco una scaletta di massima con finale prefissato. Ma amo le digressioni durante il viaggio.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sicuramente mi ispiro parecchio al cinema. Amo lo stile visivo che mostra anziché spiegare, infatti mi piace esprimere emozioni e punti di vista attraveso i dialoghi e soprattutto le immagini. Spesso la costruzione dei periodi è ispirata ai movimenti di macchina: frasi brevi e secche per riprodurre un montaggio rapido e alternato e periodi più lunghi e articolati per i piani sequenza. Il regista che mi ispira di più a livello stilistico, ma anche di contenuto è David Lynch; poi molto cinema degli anni Settanta, i gialli di Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Bava e Dario Argento. E quel gioiellino di Charles Laughton che è La morte corre sul fiume.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Ci sono state critiche costruttive che ti hanno spinto a modificare il tuo lavoro, magari fatte da persone che stimi, che ti hanno arricchito?

La mia speranza è che il romanzo successivo sia sempre migliore del precedente, altrimenti vuol dire che non c’è stata evoluzione. E l’evoluzione viene sempre dal feedback di critici e lettori. Dunque ben vengano le critiche se sono motivate e non fini a se stesse. Per esempio mi è stato detto da alcuni che in Tutto quel nero ci sono troppi flashback (che ammetto sono sempre stati la mia fissazione, fin dai racconti de Il re dei topi), e ho seriamente deciso in questo nuovo romanzo di sperimentare un tipo di narrazione più semplice e scorrevole di quella precedente.

Preferisci l’horror o il noir? E soprattutto c’è reale differenza tra i due generi?

Entrambi sono un modo di raccontare la dimensione oscura della nostra esistenza. La differenza è che nell’horror si ricorre al soprannaturale, mentre nel noir no. Io sono per una contaminazione tra i due generi, ma preferisco comunque mantenermi sul realistico e raccontare di orrori della mente, un ibrido tra Edgar Allan Poe e Jim Thompson se vogliamo. Non disdegno comunque raccontare storie di mostri, ma sempre mantenendo un aggancio alla realtà, senza sconfinare nel fantasy puro.

Quanto è importante la scelta di un buon titolo? Potresti farmi un esempio pratico e parlarmi dei titoli che hai amato di più?

Sicuramente un buon titolo conta. A mio parere dovrebbe contenere un che di folle ed evocativo che ti stuzzica, ma essere sufficientemente indeterminato da farti venir voglia di approfondire. Tra i miei preferiti: Il lungo addio di Raymond Chandler, Nella mia fine è il mio principio di Agatha Christie (anche se qui è opera del traduttore), Qualcosa che brucia di Gianfranco Bettin e  Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick.

Quale è la migliore collezione di racconti che hai letto?

Maneggiare con cura di Joe R. Lansdale e A volte ritornano di Stephen King.

Per il Giallo Mondadori hai pubblicato nell’ottobre 2011 Tutto quel Nero. Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ho visto il Dracula di Jess Franco, la scena in cui Christopher Lee morde Lucy/Soledad Miranda. Lo sguardo di lei mi ha inquietato più di quello del Conte e ho sentito un forte impulso a celebrarla in una storia in cui anche quell’attimo venisse catturato. Sonno partita dalla forte malia che sprigionava la Miranda e dal senso di vertigine che suscita l’eros quando si confonde con thanatos.

Hai pubblicato racconti su varie antologie tra cui Notturno alieno, Eros&Tanatos, La sete, Anime nere reload. Quale è il segreto di un buon racconto?

Un incipit che catturi, un colpo di scena finale e, se c’è lo spazio, un personaggio intrigante che resti nel cuore.

L’antologia Il re dei topi ed altre favole oscure, edito da Alacran ha addirittura avuto le lodi di Joe Lansdale. Ci vuoi raccontare come è andata?

L’avevo incontrato anni fa al Noir in Festival di Courmayeur e, dopo aver scoperto la comune passione per i fumetti, gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto mandargli alcuni miei racconti tradotti. Quando ho ricevuto i suoi apprezzamenti sono rimasta senza parole e a pensarci adesso ancora mi emoziono; Lansdale è infatti uno dei miei autori caposaldo, ne apprezzo la capacità affabulatoria, le metafore sempre incisive e l’ironia che anziché distanziarti dalla storia ha il potere di coinvolgerti ancora di più.

Da poco hai pubblicato in formato eBook per MilanoNera il racconto Il buono, il bruto e la bionda. Ce ne vuoi parlare? E più in generale cosa pensi degli ebook?

BBB è il primo esperimento di slasher letterario, ovvero il tentativo di ricreare su carta quei film horror americani in voga negli anni Ottanta come Venerdì 13, Nightmare, Non aprite quella porta, ovviamente in spirito parodistico e con un finale a sorpresa. Un racconto politicamente scorretto (e di chiara ispirazione lansdaliana) da divorare al sabato sera, davanti a una maxi porzione di popcorn… L’ebook è il mezzo ideale per  un’operazione simile perché permette di diffondere racconti one shot slegati da antologie; non sono però un’integralista della tecnologia, specie perché adoro l’odore della carta stampata e la sua consistenza. Voto dunque per la coesistenza dei due supporti!

L’intervista è finita nel ringraziarti per la tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti attualmente quali sono i tuoi progetti. Stai traducendo, stai scrivendo un nuovo libro?

Ho da poco tradotto una storia di zombie molto particolare che nello stile e nell’ambientazione ricorda Cormac McCarthy e sono ora impegnata nella scrittura di un nuovo romanzo, ma per scaramanzia non rivelo altro…

:: Recensione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012) a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2012 by

Mentre Arnold Schwarzenegger tiene paralizzata mezza Los Angeles per girare il suo ennesimo film a base di muscoli e azione il sergente Shane Scully del LAPD ha le sue grane. Per prima cosa si è preso in casa il figlio di un’informatrice Charles “Chooch” Sandoval, un quindicenne mezzo teppista, diffidente e arrabbiato, che quasi si fa sbattere fuori da scuola per aver venduto erba ai compagni, del quale deve conquistarsi il rispetto e la fiducia, scoprendo a sue spese che il ruolo di padre non è una passeggiata. Poi cosa ancora più grave si trova ad avere a che fare con gli Affari Interni seriamente intenzionati a mandare la sua vita a puttane. Ma andiamo con ordine. Una notte il telefono lo sveglia e Barbara Molar una sua ex ragazza, ora sposata ad un ex compagno di pattuglia, gli chiede disperatamente aiuto. Shane, senza scarpe si fionda a casa sua per difenderla dal marito violento e durante la colluttazione che ne segue è costretto ad ucciderlo sparandogli una pallottola in fronte per legittima difesa. Ray “Dente d’Acciaio” Molar ha sparato per primo e Shane non ha proprio avuto scelta ma sin da subito le cose si complicano. L’idea della legittima difesa viene scartata e invece fiocca una bella e buona accusa di omicidio con tanto di commissione Affari Interni decisa ad avere la sua testa e guidata da una sua vecchia conoscenza, Alexa Hamilton, una specie di mastino in tailleur che colleziona i distintivi dei colleghi come fossero trofei, il titolo originale The Tin Collectors  “I collezionisti di latta” si riferisce proprio nel gergo poliziesco a questo. Cosa ancora più strana è poi il fatto che Ray Molar poliziotto ottuso, violento e corrotto, il prototipo del cattivo poliziotto, siamo nel periodo poco successivo all’aggressione di Rodney King che viene citata un paio di volte, anche se autista e guardia del corpo del sindaco o forse proprio per questo, viene di colpo riabilitato e presentato come un’icona di coraggio e dedizione al lavoro con tanto di funerale con tutti gli onori. Shane è perplesso, a difenderlo il poliziotto in pensione DeMarco Saint una specie di hippy alcolizzato con di grigia coda di cavallo di ordinanza che vive in un bungalow sulla spiaggia. Non gli resta che iniziare una personale indagine che più prosegue e più scoperchia un intrico di corruzione e di fango che arriva fino alle alte stanze del sindaco. Inaspettato l’aiuto di Alexa da nemico ad alleato in un’ indagine che porterà l’intero Dipartimento della Polizia di Los Angeles a fare i conti con i suoi scheletri. I collezionisti di destini (The Tin Collectors, 2001) di Stephen J. Cannell, edito da Gargoyle nella collana Extra e tradotto da Benedetta Tavani, è il primo volume della serie di undici romanzi che vede protagonista il sergente della Polizia di Los Angeles Shane Cully e che probabilmente la Gargoyle pubblicherà nei prossimi anni. Poliziesco classico di tipo procedural con una solida struttura narrativa e una buona ricostruzione delle dinamiche e delle procedure del Dipartimento di Polizia di Los Angeles I collezionisti di destini è davvero un libro ben scritto, capitoli brevi che si susseguono come proiettili, aumentando in crescendo la suspense e conditi con divertita ironia che attenua un po’ la tristezza e la solitudine del protagonista un poliziotto il cui istinto investigativo è proporzionale ai suoi principi e al senso di giustizia che lo contraddistingue. Bellissimo e delicato il rapporto tra Shane e il giovane Chooch, un rapporto padre e figlio che arricchisce il personaggio di sfumature interiori come non succede spesso nei thriller di pura azione. Qui certo l’azione non manca dalla scena iniziale in poi sarà un susseguirsi di sparatorie, minacce, inseguimenti che lasceranno al lettore ben poco tempo per annoiarsi. Cannell è un narratore di razza, ha senso del ritmo e dei tempi dell’azione, usa l’ironia come un veleno che pian piano entra in circolo e non se ne può più fare a meno. La caratterizzazione dei personaggi è accurata, nitida senza sbavature e la Los Angeles che emerge è vivace e vitale. Bello il personaggio di Sandy Sandoval una madre che ha per il figlio grandi sogni e quello di Alexa Hamilton sergente tutto di un pezzo ma sinceramente intenzionata a fare pulizia nell’intrico di violenza e corruzione che appesta il sistema in cui ancora crede e a cui ha dedicato la vita. Cannell non ha certo la cattiveria di Ellroy ma un po’ le atmosfere di L.A. Confidential sono presenti e rendono la lettura davvero piacevole. Un ottimo poliziesco, da non perdere.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

:: Un’ intervista a Giorgio Manacorda (Il corridoio di legno, Voland)

4 luglio 2012 by

Benvenuto, Professore,  su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Docente universitario, critico letterario, poeta, romanziere. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giorgio Manacorda?

Buona domanda. Ho fatto tante cose nella vita. Mi annoio dopo che ho imparato. Scrivo, dipingo anche. Forse sono un ragazzo che non vuole crescere e vuole sempre imparare.

Ci parli di come è nato il suo amore per la letteratura e la poesia in particolare.

Non ci ho mai pensato. Ero un bambino molto malato. Così leggevo. Ho precocemente letto tutta la romanzeria mondiale. Poi da ragazzo, sui 13 anni, sono guarito, sono andato fuori casa in collegio e non ho letto più niente fino ai 18 anni quando ho iniziato a scrivere versi. Forse un ruolo l’hanno giocato Heine e Kleist, letti a scuola. Comunque in quel periodo ho ripreso a leggere, forse perché ho iniziato a scrivere. Il mio amore per la letteratura è iniziato così.

Docente di germanista: in che misura il nazismo o meglio l’opporsi a questa ideologia ha influenzato la letteratura tedesca contemporanea?  

Il problema non è stata l’influenza, ma come dimenticare. Ma dimenticare è impossibile. Dopo il secondo dopoguerra i giovani scrittori si sono trovati davanti ad un deserto. Ma anche con grandi poeti, anche compromessi, penso a Benn. Molti scrittori che erano andati in esilio sono tornati in Germania, sono nate le prime riviste, tutto è ricominciato.

Quali sono i suoi autori preferiti, quelli che la hanno maggiormente influenzata?

In assoluto Kafka che considero il più grande autore del Novecento. Per quanto riguarda la poesia, sempre restando in Germania, Rilke e Gottfried Benn. In Italia Pasolini e Montale.

Mi parli del suo processo di scrittura. Come opera? Scrive una scaletta, procede per immagini, lascia che il flusso di coscienza scorra libero?

Mai scritte scalette, non solo per i romanzi ma neanche per i saggi critici o teorici. Quando scrivo scatta qualcosa, è un processo analogico, per immagini. Non fa differenza che scriva una poesia, un saggio, un romanzo, il processo è sempre lo stesso. C’è un termine fuori moda che userei: l’ispirazione. Seguo l’ispirazione. Poi naturalmente rivedo ciò che ho scritto, procedo ad un lavoro di limatura, di pulitura, pulisco la struttura ma non riscrivo mai una pagina da capo. Molti scrittori lo fanno, io se non riesco a scrivere bene una pagina la prima volta non ci ritento, sarebbe inutile.

Ha esordito in letteratura con il romanzo Il corridoio di legno (Voland). Ce ne vuole parlare. Da cosa nasce questo libro?

Questo libro ha avuto una gestazione lunghissima. Ho iniziato a scriverlo negli anni 80. L’ispirazione nacque dopo aver letto Per questa notte, edito mi pare da Feltrinelli, di un autore sudamericano Juan Carlos Onetti. E’ un libro molto cupo, parla di terrorismo, servizi segreti, etc… Ha fatto scattare qualcosa in me, la certezza che il terrorismo ha posto fine alla rivoluzione. Ho fatto i conti con la mia formazione, provengo da una famiglia di intellettuali comunisti che credevano in certi ideali. Il corridoio di legno è stato la mia palestra, mi ha dimostrato che ero capace, potevo  scrivere anche narrativa.

Ci parli della sua avventura allo Strega. Per un esordiente è una bella soddisfazione vedere il proprio libro proposto, anche se poi non è arrivato nella cinquina finale. Se avesse vinto a chi avrebbe dedicato la vittoria?

L’avrei dedicata alla mia compagna Ursula che non c’è più, è mancata a dicembre e non ha potuto vedere l’uscita del libro. Ma il libro è già dedicato a lei, che ne ha seguito con affetto critico la lenta gestazione. Quanto al Premio Strega, è solo un gioco, comunque ho perso onorevolmente, sono stato il primo escluso. Va bene così.

Il corridoio di legno ha un’ ambientazione immaginaria. Perché questa scelta?

Me lo sono chiesto anche io non avendo fatto scalette. Diciamo che i terroristi hanno sofferto di un certo scollamento nato dal fatto che quando si vuole fare una rivoluzione ci si vuole opporre ad una dittatura, ad un regime autoritario. In Italia negli anni 70 questo non c’era, nel bene o nel male c’era una democrazia. Nei loro proclami le Br parlavano di dittatura delle multinazionali, etc… ho voluto mettere in scena i loro desideri, prospettare uno scenario che giustificasse davvero una lotta armata. E’ una metafora, tutto il libro è una metafora.

Tratta temi seri e difficili: il terrorismo, le origini del male e della violenza. Ma l’uomo è fondamentalmente malvagio, senza speranza di riscatto?

Assolutamente sì. Ci ho creduto da giovane, che fossimo perfettibili, non a 70 anni. Al di là del contratto sociale c’è la barbarie.

Quale è la sua scena preferita, quella che racchiude il senso del romanzo?

Non lo so davvero. Ho un rapporto molto particolare con ciò che scrivo. Mi prenderai per matto ma non mi ricordo un gran che di quello che scrivo. Considera che non mi ricordo a memoria neanche un verso di una mia poesia. Certo a grandi linee so di cosa parla il mio libro. (Sorride). Se proprio devo scegliere una scena direi il finale che non ti dico. Forse perché c’è un piccolo spiraglio di luce.  

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Per ora ancora no. Ci sono agenti stranieri molto interessati. Chissà. Una traduttrice, che ha vinto una grande premio in America e conosce anche molto bene l’italiano perché suo marito è italiano, ha fatto spontaneamente un saggio di traduzione. E’ un buon inizio. Vedremo.

In che misura le ideologie condizionano l’uomo, e offuscano la sua capacità di ragionare e compiere scelte liberamente? Cos’è la libertà?

Il concetto di ideologia credo sia necessario definirlo un attimo e spiegarlo. C’è il concetto marxiano di falsa coscienza,  di falsa percezione della realtà e questo offusca realmente la capacità di ragionare e compiere scelte liberamente. Poi c’è il concetto di visione del mondo, Weltanschauung in tedesco, e chi non è ha una. L’uomo da un senso alla sua vita tramite la sua visione del mondo. E ciò che ci distingue dagli animali, dare un senso alla nostra vita.  La libertà poi è un concetto relativo, diciamo che in una democrazia ci sono le libertà. Poi dovrei essere un filosofo per risponderti più esaurientemente e forse anche un filosofo non riuscirebbe a trovare una definizione di libertà.

Ci parli di Pasolini. Un ricordo insolito, un aneddoto che ama ricordare.

Gli devo molto. Ho imparato tante cose da lui, ho pubblicato le mie prime poesie grazie a lui. E’ così che ci incontrammo. Ad un incontro gli diedi le mie poesie e lui, il giorno dopo, mi chiamò a casa sua e mi disse che gli erano piaciute. Era molto timido, anzi eravamo molto timidi entrambi, non facevamo grandi discorsi, sì si parlava di letteratura, di politica ma tra noi c’erano anche grandi silenzi. Aveva casa all’Eur, dalle vetrate di casa sua si vedeva la campagna, non so se ci sia ancora. Cenavamo fuori alla Carbonara in Campo dei Fiori. Era un uomo piuttosto serio, non era uno che faceva battute questo no. Non era allegro, ma neanche triste o meglio forse un fondo di tristezza ce l’aveva. Se vuoi un aneddoto: gli ho presentato Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo Secondo Matteo. Enrique era spagnolo e fuggiva dal franchismo. Era venuto in Italia per raccogliere fondi per la sua causa. Io, a quel tempo, ero nella Direzione nazionale dei Giovani Comunisti, avevamo 25 o 26 anni, ed Enrique venne da me in cerca d’aiuto. Così lo presentai a Pasolini. Lo guardò e gli chiese se volesse fare del cinema. Enrique disse di no; lui a quel tempo mi pare studiasse economia. Ma Pasolini lo convinse. Gli chiese: cerchi finanziamenti? Se reciti in questo film i soldi che guadagnerai li potrai usare per fare la tua rivoluzione.

Ha pubblicato otto libri di poesia, il più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009. Cosa distingue la buona poesia dalla cattiva poesia?

Devo leggerla una poesia per sapere se è buona. Forse sai che mi sono occupato di critica poetica. Non ci sono regole generali, ma per chi ha orecchio si vede subito se un testo è valido. Diciamo che una caratteristica della poesia mediocre è la banalità delle metafore.

Infine per concludere, nel ringraziarla per la sua disponibilità, può anticiparci i suoi progetti futuri?

Pubblicare quello che ho nei cassetti. Piano, piano. Sono in pensione ma non ho mai lavorato così tanto. Certo non timbro il cartellino, ma dirigo una rivista e sono nel Consiglio di amministrazione dell’ Istituto Italiano di Studi Germanici. Me ne occupo molto.

:: Recensione di L’ultimo giorno di Glenn Cooper (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 luglio 2012 by

Non c’è nessuna lunga serie di date, non ci sono antichi segreti trascritti da scrivani con i capelli rossi, non  ci sono le primitive pitture rupestri del Perigord e nemmeno i lemuri che nel corso dei secoli si tramando i loro saperi per imporsi sul mondo. L’ultimo giorno, il nuovo romanzo di Glenn Cooper interamente ambientato nel presente,  è uno specchio su un mondo in crisi, dove l’umanità è del tutto disorientata riguardo al domani e nel quale si manifestano decessi improvvisi  fomentati dalla messa in atto concreta di un messaggio diffuso su scala mondiale da un certo Alex Weller. Chi è Alex Weller? Weller è sì un pozzo di sapienza, ma allo stesso tempo incarna la figura dello “scienziato pazzo” con un tragico passato alle spalle, capace di scatenare in lui la ricerca ossessiva del liquido cerebrospinale e di droghe sintetiche simili ad esso. Weller compie questo avventato e brutale percorso di analisi spinto da un trauma infantile che lo ha segnato per sempre: nel 1988 a Londra durante il ritorno da un partita di calcio, l’auto sulla quale il piccolo Alex viaggiava con il fratello e i genitori fu coinvolta in uno spaventoso incidente, del quale lui ricorda una strana luce, anzi un fiume luminoso, che lo separava dal padre in piedi sull’altra sponda e pronto ad accoglierlo a braccia  aperte. Poi, il risveglio improvviso tra le lamiere contorte del mezzo, la scoperta della morte dei genitori e il bisogno mai sopito di riviere l’esperienza di premorte. Nell’oggi dove il medico vive si sviluppano una serie di omicidi di uomini e donne sempre più giovani, tutti accomunati dalla presenza di un forellino in testa. Le morti sono il segno concreto della presenza di un serial killer a Boston e il detective Cyrus O’Malley comincia una serrata indagine che lo porterà a sommare tutti i suoi sospetti attorno alla inquietante figura di Alex Weller. Una intuizione che travolgerà O’Malley e la sua famiglia, sconvolgendone il già fragile equilibrio, mentre nel resto dell’America e del mondo prenderanno il sopravvento una strana droga chiamata “bliss” e una scia infinita di suicidi. L’ultimo giorno è un thriller ad alta tensione, nel quale Cooper  inserisce diverse  riflessioni su quello che caratterizza la nostra società contemporanea afflitta da un decadenza tale da destabilizzare l’economia e le relazioni sociali. L’atto e l’appello di Alex Weller sono un gesto di ampiezza mondiale, con il quale si rivolge a tutti smuovendo le masse, indistintamente dalla cultura, dalla religione e dalla politica. Lui desidera diventare un punto di riferimento universale, un modello da emulare e per questa ragione utilizza ogni possibile canale di comunicazione per diffondere il suo pensiero estremo nel globo terreste. Cooper non si limita a raccontare un’indagine poliziesca, ma fa luce sull’esistenza di gruppi e sette orientate alla scelta di esperienze estreme, come traguardo di vita  e ci sono fatti di cronaca storica a documentare queste realtà. Non solo.  Lo scrittore americano ci porta dentro alle pieghe più nascoste dell’animo umano, permettendoci la percezione dei pensieri emotivi che passano nella testa della piccola Tara affetta da una malattia incurabile; allo stesso tempo entriamo nell’animo addolorato di suo padre – Cyrus O’Malley- conscio del rapido decorrere del male della figlia e minato da un chiodo fisso che lo spinge a dare la caccia a Weller. Per non parlare poi della massima urgenza di Alex Weller a rivivere l’esperienza traumatica dell’infanzia, a tal punto incombente da indurlo a  compiere azioni violente per ottenere ciò che desidera, imponendo agli altri la sua sperimentazione come prova necessaria per trovare – secondo la sua contorta visione – la pace esistenziale assoluta. Glenn Cooper ne L’ultimo giorno riesce a creare la suspense e la giusta tensione che spingono noi lettori a leggere pagina dopo pagina per sapere come andrà a finire, ma non basta, perché allo stesso tempo ci pone sotto il naso una delle questioni che assillano l’uomo fin dalle origini: esiste qualcosa dopo la morte?  Il tutto attraverso un intreccio caratterizzato dalla convivenza di credenze millenarie della  fede con i nuovi ritrovati scientifici. Il risultato è un romanzo ben costruito e coinvolgente grazie alla bravura e competenza in materia di Cooper che, oltre ad essere un romanziere di fama mondiale, è un esperto di biotecnologie, con una laurea in archeologia, un dottorato in medicina e con una particolare fascinazione per la psicologia e la filosofia. Tutti ingredienti miscelati tra loro con una tale perfezione da rendere L’ultimo giorno un libro ricco di emozioni, di inaspettati colpi di scena e di riflessioni sull’agire del genere umano.

Glenn Cooper è nato a New York e rappresenta uno straordinario caso di self-mademan. Dopo essersi laureato con il massimo dei voti in Archeologia ad Harvard, Cooper ha scelto di conseguire un dottorato in Medicina. È stato presidente e amministratore delegato di una delle più importanti industrie di biotecnologia del Massachussett, ma a dimostrazione della sua versatilità, è diventato poi sceneggiatore e produttore cinematografico. Si è imposto come autore di bestseller internazionali con la Biblioteca dei Morti, il Libro delle Anime, la Mappa del destino e il Marchio del diavolo.

:: Recensione di Il corridoio di legno di Giorgio Manacorda (Voland, 2012) a cura di Michela Bortoletto

3 luglio 2012 by

Berlino: seconda metà del Novecento. Un esclusivo collegio. Un gruppo di adolescenti che condividono interessi, studio e fatica. Rituali di iniziazione alla vita. Amicizie, rivalità, incomprensioni. E un gruppetto di amici sempre più affiatato: due fratelli, Stefano e Andrea, un tedesco, e qualche amico sempre più uniti da ideali e aspirazioni.
Roma: qualche anno più tardi. Una città dominata da un regime autoritario. Scontri sanguinari  tra la milizia del regime e il gruppo di lotta armata. Il capo dei ribelli che sembra esser diventato ora il capo della milizia. Violenza, sangue, soprusi che avranno un impensabile epilogo: l’arresto e la condanna a morte del capo della milizia.
Ma chi era quest’uomo? E perché alcuni membri del gruppo di lotta armata sono passati dall’altra parte? Cos’è successo a quel gruppetto di amici così pieni di ideali cresciuti a Berlino? Cos’è successo ai due fratelli? Perché Andrea è tornato in Italia? Perché tutta quella violenza tra due fratelli? Perché quel tragico epilogo?
Un poliziotto ha l’incarico di dare una risposta a queste domande. Ma oltre all’ufficialità del suo ruolo c’è altro. Perché questo poliziotto era uno di quei ragazzini cresciuti nel collegio berlinese. Conosce bene Andrea, Silvano, Stefano, Alberto, Michele, il Tedesco. È cresciuto con loro e vuole capire. Torna così a Berlino, nei luoghi dell’adolescenza e incontra Lotti, la donna di Andrea. Ed è a Lotti che leggerà le lettere di Andrea che il suo socio in affari gli ha consegnato. È a Lotti che non risparmierà nulla, nessun dettaglio. È su di lei che Giorgio rovescerà tutta la verità, non le risparmierà nulla. Perché la verità deve venire a galla, perché Lotti deve sapere. Perché lui deve capire. Per poter mettere la parola fine.
Con Il corridoio di legno Giorgio Manacorda esordisce nel mondo del romanzo. E non poteva farlo nel modo migliore. La storia è coinvolgente, mai scontata. Lo stile è scorrevole, essenziale ma efficace. Il lettore legge una lettera di Andrea e non riesce a smettere. Gli eventi si ricostruiscono poco alla volta, tra flash back e anticipazioni.  Ogni pagina riporta un dettaglio essenziale, un particolare, un episodio essenziale alla ricostruzione del quadro finale. Nulla è lasciato al caso e ogni pagina tira l’altra. Si legge tutto d’un fiato!
Tra i dodici libri scelti per concorrere al Premio Strega, Il corridoio di legno  è stato poi purtroppo escluso dalla cinquina finale. Resta comunque un’ottima prova letteraria, non rimane che aspettare ora e scoprire a chi verrà assegnato l’ambito premio.

Giorgio Manacorda, nato  a Roma nel 1941, insegna letteratura tedesca presso Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne dell’Università della Tuscia (Viterbo). Ha scritto vari saggi su autori di lingua tedesca (da Goethe a Heiner Müller passando per Hofmannsthal, Roth, Kafka, Bachmann e altri) e si è occupato di poesia italiana contemporanea. Il suo libro più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009. Il corridoio di legno è il suo primo romanzo.

Liveridiscrivere intervista Giorgio Manacorda qui

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012 by

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2012 by

E dove sono adesso, dove io e Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra la Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto e ne prenderanno possesso.
Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero. 

La fabbrica delle vespe (The Wasp Factory, 1984) libro d’esordio dell’autore scozzese Iain Banks, tradotto da Alessandra Di Luzio, (autrice anche della interessante postfazione da leggere rigorosamente dopo aver letto il romanzo fino all’ultima parola), fu edito per la prima volta in Italia con il titolo La fabbrica degli orrori da Fanucci nel 1996, per poi passare a Guanda e Tea alcuni anni dopo.
Ora, dopo che Alessandra Di Luzio ha rivisto e revisionato la traduzione, approda a Meridiano Zero e inaugura la collana “de te fabula narratur” punta di diamante del nuovo corso della gloriosa casa editrice padovana intrapreso con la acquisizione da parte di Odoya.
In più occasioni definito romanzo di culto La fabbrica delle vespe è un romanzo decisamente surreale e inquietante e per alcuni versi anche scioccante non tanto per gli aspetti macabri e per la violenza descritta fin nei minimi dettagli contro animali e bambini, sottolineata da abbondanti dosi di humour nero, ma per la totale naturalezza con cui il protagonista descrive il suo essere percepito come normale e deprivato quasi da ogni senso di colpa, sebbene abbia la consapevolezza di avere crimini spaventosi sulla coscienza.
Frank Cauldhame, il sedicenne antieroe e narratore in prima persona di questa terribile favola macabra, possiede o è posseduto dal Male nella sua forma più velenosa e eccessiva. La sua infanzia, la sua adolescenza sono dominati da un segreto che verrà rivelata nell’ultimo capitolo, forse nel finale più sconcertante che abbia mai letto.
La tentazione di rivelarvi questo segreto è tanta e la capacità della traduttrice di non fare trapelare nulla durante la traduzione è davvero eroica, per cui cercherò di resistere e di parlarvi di questo libro senza rovinarvi il salto sulla sedia che farete nel leggere di cosa Frank è vittima, fatto che ribalterà probabilmente in parte la pessima opinione che vi sarete fatti di lui o anche se non giustificherà del tutto il suo comportamento perlomeno gli darà una spiegazione comprensibile e quasi razionale.
Dite che è impossibile? Non conoscete il sottile amore per il paradosso di Iain Banks, conosciuto in Italia forse più per i suoi libri di fantascienza con il nome di Iain M. Banks, ma capace di costruire trame contaminate di horror e critica sociale davvero sinistre.
Frank Cauldhame adolescente complicato e fuori dalla società, non ha certificato di nascita né è mai andato a scuola, vive con il padre in una piccolissima isola della Scozia in uno stato di quasi completo isolamento sacerdote di un culto quasi religioso che implica le immolazioni come vittime di piccoli animali e anche di tre bambini, uccisi quando non aveva ancora compiuto dieci anni.
La sua sete di sangue e di dolore sembra avere origini oscure probabilmente legate a cosa succede dietro la porta dello studio di suo padre, sempre chiusa a chiave. La strana normalità in cui Frank è immerso sembra precipitare quando vengono avvertiti che il fratello Eric, piromane da anni rinchiuso in ospedale psichiatrico, è scappato e la polizia pensa che sia stia dirigendo nell’isola per tornare a casa.
Per palati forti.

Iain Banks (Dunfermline 1954-2013), grandissimo scrittore scozzese, è considerato dalla critica e dai lettori l’autore più significativo emerso nella fantascienza britannica contemporanea. Dopo aver girato l’intera Europa in autostop svolgendo i più svariati lavori, negli anni Ottanta è clamorosamente salito
alla ribalta letteraria con la pubblicazione del romanzo La fabbrica delle vespe (Meridiano Zero 2012). Fra le sue opere fantascientifiche magistrali sono i romanzi appartenenti al celebre “Ciclo della Cultura”.

:: Recensione di La vera storia dei miei capelli bianchi. Quarant’anni di vita e di diritti negati, Anna Paola Concia con Maria Teresa Meli, (Mondadori 2012) a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2012 by

«Ne ho impiegati di anni che, se volevo vivere bene, senza più attacchi di panico e aggressioni d’ansia, dovevo accettare la mia natura e sbarazzarmi della maschera. Per lunghissimo tempo, infatti, sono stata convinta che funzionasse al contrario, e così mi sono attenuta a questo schema distorto, piegando le mie voglie e violentando i mie desideri, nascondendo l’omosessualità quasi fosse un gatto rognoso la cui vista suscita disagio e raccapriccio… Mi sono imposta una vita che non era la mia».

Parole chiare, nette e spontanee sono quelle che caratterizzano fin dalla prima pagina il libro di Paola Concia,  La vera storia dei miei capelli bianchi , edito dalla Mondadori, scritto con Maria Teresa Meli, giornalista politica del «Corriere della sera». La deputata del Pd,  in questo testo di memorie si mostra a noi lettori in modo completo,  raccontandoci  con una spontaneità disarmante – e ce ne fossero di persone così sincere al giorno d’oggi –  il lungo e non facile cammino che l’ha portata nel 2001 a fare coming-out, dichiarando apertamente la sua omosessualità.  La prima parte del libro –intitolata Quando tutto andava storto, quando mi sentivo storta io–  è un viaggio dall’infanzia alla vita adulta di Paola Concia, che fina dal giorno della nascita (il 4 luglio) ha dimostrato di essere una bambina iperattiva. Crescendo Paola si è appassionata allo sport e ad un profondo desiderio di libertà che l’ha sempre portata sin da piccola a fare quello che desiderava: giocare con i compagni di asilo maschi e non con le femmine, frequentare l’Isef e non la scuola che i genitori avrebbero voluto per lei,  fare l’insegnante di tennis e impegnarsi attivamente nella politica. In questa prima porzione esistenziale ci sono le gioie, le sofferenze, le passioni e gli amori  dell’onorevole Concia, compreso  il matrimonio – il primo – con  Massimo e la seconda unione celebrata oltrefrontiera con l’amata compagna Ricarda.  La vera storia dei miei capelli bianchi prosegue con una seconda parte – Il coraggio di lottare– che ci restituisce un’immagine del contesto politico italiano nel quale la deputata del Pd ha agito e continua a farlo, portando l’attenzione sulla delicata tematica dei diritti civili per gli omosessuali.  Dai Pacs, trasformati poi  in Dico, passando al disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia, per arrivare fino alle discusse campagne contro il razzismo e la violenza sulle donne, Paola Concia  racconta con schietto entusiasmo il suo agire, non nascondendo tutte le difficoltà  e le aspre critiche che le scelte da lei compiute le hanno causato, ma che sicuramente l’hanno spinta a continuare sulla sua strada. Il dato che sorprende è che nelle varie proposte e campagne presentate dall’onorevole Concia, spesso e volentieri chi l’ha maggiormente sostenuta non sono i parlamentari appartenenti alla sua parte politica, ma quelli dell’opposizione e qui è esemplare la collaborazione con Mara Carfagna del Pdl. Quello che emerge da queste pagine intense e vere è il ritratto di una donna forte, tenace, impulsiva che non mente a se stessa e nemmeno a chi le sta attorno. Paola Concia  ha affrontato di petto i propri “scheletri nell’armadio”, accettando in prima persona la propria omosessualità e poi comunicandola agli altri: l’ex marito, la sua famiglia e i compagni di partito. Attenzione però, questo dichiarare così apertamente il suo orientamento sessuale non deve essere interpretato come “voglia di mettersi in mostra”, ma dal mio punto di vista è un grande esempio di un donna coraggiosa che ha capito quanto sia importante accettarsi e farsi accettare da chi ci circonda per quello che siamo, e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo. Atteggiarsi a ciò che vogliono gli altri o la morale sociale  è negare l’esistenza del proprio io e la felicità di vita. Sarò onesta, questo libro mi è piaciuto perché Paola Concia non lo ha scritto solo per raccontare di sé e del suo impegno in ambito dei diritti civili, ma lo ha concepito per aiutare chi è omosessuale (donna o uomo, giovane o vecchio) a riconoscere ed accettare il proprio orientamento d’amore e per  far capire alla nostra società, che certi tabù e pregiudizi presenti ancora al giorno d’oggi inducono ad alzare dei muri, anzi a volte sono delle vere e proprie barricate, verso chi è ritenuto “il diverso”. Una volta finito La vera storia dei miei capelli bianchi non solo si è consapevoli della forza morale di Paola Concia, che oltre ad aver affrontato pesanti critiche e attacchi personali per le sue scelte d’amore, ha lottato con caparbietà verso la malattia, ma ci si rende conto che tutti gli uomini e le donne, indipendentemente dall’orientamento passionale, amano, soffrono e lottano per la vita.

Paola Concia è nata ad Avezzano, in Abruzzo. Diplomata all’Isef e laureata in Scienze motorie, è maestra di tennis, sport che ha praticato anche a livello agonistico. Ha cominciato ad interessarsi di politica a fine anni Ottanta. Nel 1996 è stata consulente per il ministero per le Pari opportunità, nel 1998 è stata consulente allo Sport. Nel 2001 fa coming-out e cominci la sua battaglia sui diritti civili di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Nel 2008 è stata eletta parlamentare del Partito democratico.

Maria Teresa Meli è giornalista politica del «Corriere della sera» e ha una rubrica molto seguita su «Io donna».

:: Recensione di La notte che sono andata via di Cristiana Danila Formetta (MilanoNera, 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2012 by

Gli amanti hanno sempre qualcosa di speciale che li lega, un posto che ha un significato segreto, una canzone. Noi invece avevamo Godard, frammenti di bianco e nero senza musica. La nostra colonna sonora era la strada, le stazioni ferroviarie dove mi vedevi arrivare, il fischio monotono dei treni di passaggio, lo stridore delle rotaie, il frastuono del metallo che copriva le banali melodie da spot pubblicitario che entrambi fingevamo di odiare. Eravamo corpi in transito, viaggiatori distratti che si perdevano di stazione in stazione. Nessuno faceva caso a noi, nessuno pareva notare quanto lunghi fossero i nostri abbracci.

Parlare di erotismo è sempre difficile e complesso un po’ perché ognuno di noi ha una propria percezione di cosa sia erotico o meno, un po’ perché fa parte di qualcosa di così profondo e antico insito nell’uomo che è sempre necessario usare rispetto e sensibilità per definirlo. E sensibilità e rispetto utilizza Cristiana Danila Formetta in questo suo racconto/lettera/monologo La notte che sono andata via uscito in ebook per la collana pink di MilanoNera. Una donna per metabolizzare, spiegarsi, decifrare un amore che si è chiuso con un abbandono si espone in prima persona e tenta di raccogliere i frammenti di una storia fatta di sentimenti, necessità, sensualità, sesso e amore. Una storia semplice, anche se le persone coinvolte sono complesse, una storia che può richiamare alla mente nostre stesse storie conclusisi con un addio. E cosa c’è di più erotico dell’assenza, del desiderio che sempre ci sfugge, che ci eccita, ci emoziona, a volte ci fa soffrire perché implica scelte, decisioni non sempre facili non sempre prive di rischi. E l’autrice sfuma tutte queste gradazioni d’amore senza essere mai volgare, senza turbare la sensibilità di nessuno, con naturalezza, spontaneità, sincerità. Una bella storia, forse troppo breve, dove i protagonisti si materializzano come ombre che si trasformano in persone, persone reali, fatte di carne e sangue, fatte di ricordi, sogni, necessità, ma anche debolezze. La protagonista arriva ad analizzare il rapporto con il marito senza nascondere a se stessa la sua necessità di sicurezza, di stabilità, che con l’amante sfugge, perché anche lui è sposato, ha una figlia, si sente in colpa. Leggetela se ne avrete occasione, non ci sarà un lieto fine apparente, ci sarà una donna che forse è avvolta da un po’ di amarezza e rimpianto ma tuttavia lascerà qualcosa in noi, e non è poco.

:: Recensione di La Fenice rossa di Tess Gerritsen (Longanesi, 2012)

25 giugno 2012 by

La Fenice rossa (The Silent Girl, 2011) della regina del medical thriller Tess Gerritsen, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, 9° episodio della serie crime con protagoniste l’anatomopatologa Maura Isles e la detective Jane Rizzoli, è da poco uscito in Italia grazie a Longanesi, e già scopro dal blog di Antonio Genna  che il decimo episodio della serie uscirà nei Paesi anglosassoni il 28 agosto con il titolo Last to Die.
La Fenice rossa ci porta nella Chinatown di Boston e ci introduce in una storia dai risvolti inquietanti e misteriosi che sembra trarre origine da una strage avvenuta anni prima in un ristorante cinese La Fenice rossa. Il cuoco, un immigrato clandestino di nome Wu Weimin senza apparentemente una ragione, quasi preda di una forza misteriosa, uccise il cameriere Jimmy Fang e tre clienti per poi puntarsi la pistola alla testa e togliersi la vita. Il caso non fu mai risolto. Diciannove anni dopo un gruppo di turisti partecipanti ad un Ghost Tour di Chinatown fa una macabra scoperta: rinviene una mano tranciata ad un cadavere. Il resto del corpo, appartenente ad una giovane ragazza dai capelli rossi, viene ritrovato poco lontano proprio in cima all’edificio che un tempo ospitava La Fenice rossa.
Maura Isles e Jane Rizzoli chiamate sul luogo del delitto si troveranno così ad avere a che fare con un caso decisamente fuori dal comune. Maura sebbene ancora scottata da una relazione appena finita e oggetto delle critiche di tutto il Dipartimento di Polizia di Boston e un po’ anche di Jane, per aver fatto arrestare con la sua deposizione un poliziotto colpevole dell’omicidio di un uomo che aveva appena ucciso un poliziotto padre di famiglia messi da parte i suoi problemi personali si getta nel caso per trovare prove che aiutino la sua amica a venire a capo di una faccenda che sembra avvolta da una maledizione.
Non solo ci furono le vittime della strage alla Fenice rossa, ma collegati ad essa si verificarono anche alcune tragedie che definirle casi fortuiti suona un po’ approssimativo. Nel giro di un mese un poliziotto incaricato dell’indagine ebbe un infarto, il tecnico della Scientifica che era intervenuto sulla scena del crimine morì in un incidente stradale, la moglie dell’ispettore Ingersoll l’altro poliziotto incaricato dell’indagine morì per un ictus e la figlia di una delle vittime della strage scomparve durante una gita scolastica e non venne più ritrovata come la figlia di Jimmy e Iris Fang.
Una vera maledizione tanto da far dire al dottor Lawrence Zucker, psicologo forense: “Tanto vale chiamarla la maledizione della Fenice rossa.” Guardò il dossier. “Oppure è colpa della casa. A chinatown quel palazzo è considerato infestato dagli spiriti” Guardò Jane. “Dicono che quando ci entri, il male ti si attacca e ti segue ovunque tu vada”.
Antiche leggende e pericoli più che reali porteranno sia Maura che Jane tra colpi di scena e sparatorie a scoprire che nel passato spesso ci sono fantasmi più concreti di quanto ci si possa immaginare.
Finalmente un thriller interessante e ben costruito, con due protagoniste che ho imparato ad apprezzare negli anni e ritornano a portarci in un’indagine complessa e coinvolgente. L’autrice dissemina indizi e tracce in modo abile e così facendo alimenta la curiosità del lettore senza portarlo in vicoli ciechi. Lo stile della Gerritsen è piacevole e scorrevole, non intasa la narrazione con termini medici incomprensibili, ma quando parla utilizzando il gergo tecnico dà un senso di veridicità e autenticità in più alla narrazione. Un buon thriller. Consigliato.

:: Recensione di La cupola del mondo di Sebastian Fleming (Nord editrice, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2012 by

Ripensando alla mia carriera scolastica mi ricordo che le materie di Storia e Storia dell’arte non erano le più amate tra noi studenti, perché? Per il semplice fatto che le percepivamo come una serie infinita di nomi, date e immagini da ricordare a memoria. Dopo aver letto La cupola del mondo di Sebastian Fleming, scrittore e sceneggiatore tedesco, vi posso garantire che se fossi un insegnante non esiterei ad adottarlo come testo scolastico. Motivo? L’autore è riuscito a creare un libro nel quale oltre a raccontare una bella storia di aspirazione artistica alla realizzazione della più importante e grandiosa cupola del mondo (quella di San Pietro a Roma), restituisce a noi lettori una serie di dati, date, fatti ed eventi reali che ci permettono  di entrare in contatto con la società italiana del’500. Nelle pagine si avvicendano la storia, la storia dell’arte, la politica, le lotte religiose presenti nel territorio , gli usi, i costumi e le usanze del contesto sociale nel quale i personaggi storici convivono alla perfezione con quelli di pura fantasia. C’è quindi tutto un universo da scoprire in La cupola del mondo, ed è quello che ha per protagonista assoluta di ogni pagina l’architettura. Essa è l’imput di ogni pensiero ed azione di chi agisce nell’impianto narrativo  in relazione alla costruzione della Basilica di San Pietro. Durante le lettura ci imbattiamo in alcuni dei più importanti maestri d’arte che hanno reso l’Italia del Rinascimento una delle epoche di maggiore espressione culturale, apprezzata anche fuori dai nostri confini. Tanti sono i poli che si oppongono in questo succulento libro. Da una parte c’è la confraternita dei “Fedeli d’amore” che da secoli si tramanda il progetto biblico per la costruzione del tempio perfetto per la fede. In opposizione al gruppo di intellettuali si presenta l’ “Archiconfraternita De Perfecti in Segreto”, una unione segreta interna al mondo del clero, pronta a fermare ogni mossa degli artisti e nella quale sarà introdotto Giacomo il Catalano, un cardinale penitente dal passato molto oscuro. Poi c’è il confronto tra punti di vista diversi nella schiera di chi deve lavorare al cantiere della basilica. Da una parte compare Bramante – tanto per intenderci l’autore del dipinto Cristo alla colonna e della Chiesa di San Satiro a Milano – con il suo carattere irruento, burbero, un frequentatore assiduo di case di piacere, innamorato dell’affascinante cortigiana Imperia. Nono solo, Donato Bramante è un uomo che si attacca facilmente alla bottiglia e vuole portare a compimento il progetto architettonico di origine biblica descritto nel “Libro degli architetti”, l’ antico manuale passato di mano in mano tra i vari affiliati della confraternita e giunto a lui assieme alla Divina Commedia di Dante. Dall’altra parte invece c’è Michelangelo, uomo solitario, povero, coinvolto in un percorso di ricerca spirituale che lo assilla per tutta la vita e lo spinge a realizzare la chiesa più bella del mondo a segno della sua platonica storia d’amore con la Contessina, la figlia di Lorenzo il Magnifico. Accanto a questi due grandi maestri ecco comparire Antonio Da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Raffaello e Daniele da Volterra soprannominato il Braghettone, perché sarà proprio lui, su ordine di Michelangelo, a rivestire i nudi della Cappella Sistina prima che mani inesperte li rovinino. Da non scordare i papi: da Giulio II della Rovere, a Leone X e Clemente VII Medici, poi Paolo III Farnese, Paolo V,  sempre pronti a fermare in qualche modo l’agire degli artisti impegnati nella costruzione del più importante edificio della cristianità. Esemplari rimangono i ritratti di Giorgio Vasari pittore e scrittore, di Gian Pietro Carafa futuro Papa Paolo IV, del banchiere Agostino Chigi e della poetessa romana Vittoria Colonna. Il tutto condito da azione, difficoltà nello svolgere i lavori in cantiere, intrighi politici, attacchi da parte dei Lanzichenecchi che mettono a ferro e fuoco Roma nel 1527, accuse di eresia e il diffondersi da parte dell’Inquisizione del terrore tra chi è sospettato di non essere un buon cristiano. Durante la lettura ci si accorge che La cupola del mondo di Fleming è un romanzo ben costruito, ricco di informazioni, avventuroso e curioso, perché oltre a raccontarci la Storia, riesce a scandagliare a fondo gli animi dei personaggi vissuti secoli fa  rendendoli vicini a noi lettori.

Sebastian Fleming è nato a Staßfurt nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca, storia e filosofia alla Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg. È stato a lungo attivo in ambito teatrale (come scrittore e regista) e in quello cinematografico come sceneggiatore e produttore. Dal 2005 si è dedicato alla saggistica – ha pubblicato una biografia di Michail Gorbačëv e due testi sul Vaticano – e,  più di recente, proprio con La cupola del mondo, ha deciso di cimentarsi con la narrativa.