:: Recensione di Vaticanum. Il manoscritto esoterico di Josè Rodrigues Dos Santos, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

24 luglio 2012 by

Cosa hanno in comune Patricia Escalona, ricercatrice spagnola impegnata nello studio del Codex Vaticanus nella Biblioteca Apostolica Vaticana, il professor Alexander Schwarz di Dublino e il docente bulgaro Petar Vartolomeev? Tutti e tre vengono barbaramente assassinati e sono i personaggi del nuovo romanzo di Dos Santos, Vaticanum. Il manoscritto esoterico, edito dalla Newton Compton. Il killer o il gruppo di sicari che li stermina utilizza le stesse tecniche per le tre vittime e lascia accanto ai cadaveri dei fogli colmi di segni indecifrabili. A dare un freno alla scia di sangue che colpisce gli studiosi in tutta la terra europea vengono chiamati Valentina Ferro e Tomas Noronha. Chi sono questi ultimi? Lei, italiana, è un’ispettrice della polizia di Stato, lui, portoghese, è un importante storico, ma è anche l’ultima persona ad aver sentito Patricia viva. La coppia di detective analizzerà i misteriosi enigmi ritrovati vicino alle tre vittime, scoprendo delle verità a dir poco sensazionali e sconvolgenti, che evidenziano la presenza di alcune falsificazioni presenti nel Nuovo Testamento e se queste fossero vere e rese pubbliche cambierebbero per sempre l’immagine del Redentore. Gesù, secondo quanto scoperto dai due investigatori, ma anche da coloro che segretamente in parallelo stanno indagando su Cristo sfruttando pure i ritrovati dell’ingegneria genetica, non sarebbe la figura che tutti conoscono. Il ritmo serrato, la ricchezza dei colpi di scena e la forte suspense rendono Vaticanum. Il manoscritto esoterico un romanzo avventuroso e coinvolgente, nel quale Valentina Ferro e Tomas Noronha seguiranno le tracce degli assassini fino a Gerusalemme, scoprendo il loro stretto legame con il movimento degli Zeloti. Non solo, perché la coppia entrerà in contatto con una ricca fondazione – la stessa presso la quale le tre vittime si erano conosciute – molto attiva nel settore della ricerca molecolare e che dichiara di aver tra le mani un segreto che potrebbe cambiare il destino del mondo (giustamente non ve lo rivelo per non togliervi il gusto della lettura). Come sapete amici lettori sono tanti, anzi forse troppi, i romanzi che spesso e volentieri si sono occupati delle questioni di fede, ma l’ultimo lavoro di Dos Santos è interessante in quanto punta al coinvolgimento del lettore con un trama narrativa al centro della quale ci sono importanti questioni storiche e teologiche. Basta pensare all’attenzione che l’autore rivolge alla paternità dei Vangeli, o ancora il valore della discendenza di Adamo, ma anche le riflessioni sulla natura divina di Gesù o l’alone di mistero che da sempre caratterizza la Trinità. La bravura del giornalista portoghese nel costruire l’intreccio di Vaticanum, sta nell’evidenziare le contraddizioni presenti nel Nuovo Testamento con delle interpretazioni verosimili, nelle quali l’escamotage fantasioso è bandito. L’accuratezza della scrupolosa ricerca storica fatta da Dos Santos trova nel libro la sua forma concreta non solo nei riferimenti agli scritti biblici (consiglio durante la lettura di tenere a portata di mano la Bibbia per fare un confronto diretto), ma anche in una ricca Nota conclusiva nella quale sono indicate le numerose fonti bibliografiche considerate dallo scrittore per la stesura di Vaticanum. Il manoscritto esoterico. Un ultima cosa riguarda i personaggi che agiscono sulla scena che sono imprigionati un po’ troppo in convenzioni narrative che, da un parte, li rendono rigidi e letterari e, dall’atra, ne limitano lo sviluppo della psicologia e il parallelismo con la complessità umana reale. A parte questa impressione del tutto personale – poi starà a voi futuri lettori giudicare –  Vaticanum. Il manoscritto esoterico di José Rodrigues Dos Santos porterà i lettori a spasso nel tempo tra esoteristi, bibliofili, studiosi di storia e massoni, in un thriller a sfondo religioso nel quale si affronta uno di temi più importanti dell’epoca moderna riguardante la figura di Gesù.

José Rodrigues dos Santos è nato in Mozambico nel 1964. Tra i volti più noti della TV nazionale portoghese, conduce il telegiornale della sera sul canale RTP. Per la sua attività giornalistica ha ricevuto diversi premi del Club portoghese della stampa, oltre a tre riconoscimenti da parte della CNN. Insegna giornalismo all’università “Nova” di Lisbona ed è autore di vari romanzi e saggi, tradotti in quindici Paesi, tra cui ricordiamo: Codice 632, Einstein e la formula di DioIl settimo sigillo. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.joserodriguesdossantos.com .

:: Un’ intervista con Adele Vieri Castellano a cura di Elena Romanello

24 luglio 2012 by

Tra le proposte narrative di questi ultimi mesi della casa editrice Leggereditore, che si è specializzata in letteratura al femminile di tutti i tipi, spicca per interesse e originalità il romanzo di Adele Vieri Castellano Roma 40 d. C., storia di passioni e intrighi sullo sfondo dell’impero romano sotto la dinastia Claudia. L’autrice ci ha raccontato qualcosa su questo libro, appassionante e insolito.

Come ti è venuta l’idea per questo libro?

Sono appassionata di storia antica, in particolare Roma ed Egitto ed erano anni che desideravo leggere una storia d’amore ambientata in uno di questi due periodi storici così lontani ed affascinanti. Avevo letto qualche libro di autrici statunitensi o inglesi ma non mi avevano soddisfatta: erano inverosimili, infarciti di strafalcioni e di personaggi poco credibili ed ero anche annoiata dalle solite ambientazioni vittoriane  e georgiane dei romanzi d’amore. L’anno scorso, leggendo un saggio sugli antichi imperatori romani di Furio Sampoli, scoprii l’episodio con cui si apre “Roma 40 d. C. Destino d’Amore”: la vicenda dell’esposizione di una figlia ripudiata da parte dell’Imperatore Claudio, sulla porta della sua domus. Era una storia intrigante che mi colpì molto, non si sapeva quasi nulla di lei. Un inizio favoloso per quel romance ambientato a Roma che avevo in testa da un po’. Ho scritto il prologo, poi qualche pagina ed è stato amore a prima vista. Non sono riuscita più a uscirne fino alla parola “fine”.

Il tuo libro, lo sceneggiato Roma, fumetti in tema e altri romanzi: come mai secondo te Roma antica continua a piacere così tanto?

Roma antica è un set affascinante, ricco di spunti, di vicende che ancora il grande pubblico non conosce, di grandi uomini che rappresentano ancora oggi, a duemila anni dalla loro morte, un esempio di grandi condottieri e politici. L’impronta di Roma, anche se noi non ce ne rendiamo conto, è molto presente nella nostra vita quotidiana e penso che questa presenza latente, quando viene richiamata con film, sceneggiati o libri per così dire torni “in superficie” facendoci sentire protagonisti, per una volta, di un passato che tutto il mondo conosce e ci invidia.

Per anni Roma è stata essenzialmente nelle fiction prima la persecutrice di cristiani, poi il posto dei giochi dei gladiatori: tu parli di una Roma diversa, come mai?

Perché è la Roma di tutti i giorni che a noi non è mai stata raccontata. Quella della gente che ne ha fatto la gloria e ha costruito i templi, quella dei vicoli, delle basiliche, delle terme e della gente comune. La persecuzione dei cristiani è propaganda, gli storici lo stanno provando, così come Roma non è solo quella dei gladiatori o delle belve. Era fatta di persone con sentimenti e pulsioni uguali alla nostre. Io mi sono limitata a svelare questa realtà alla portata di tutti ma negata per tanto tempo.

Cosa ti affascina di più di quel mondo e cosa secondo te è rimasto in noi dei Romani?

Mi affascina una civiltà che a quei tempi era altamente sviluppata: riscaldamento nelle case,  una distribuzione capillare delle merci, un servizio postale che permetteva ad una missiva di raggiungere, partendo da Roma, la Germania in quattro, cinque giorni. Una rete stradale che ancora oggi noi utilizziamo, acquedotti magnifici che portavano l’acqua per sessanta e più chilometri e che ancora oggi funzionano nella città di Roma. Mirabili opere architettoniche che sono alla base delle tecniche ancor oggi utilizzate, un esercito ben organizzato e disciplinato, politici che si avvicendavano in cariche pubbliche che, al massimo, duravano diciotto mesi. Non tutto è oro quello che luccica è vero, ma sono loro che hanno inventato la civiltà occidentale e gli hanno dato l’impronta che conosciamo oggi.  Hanno inventato la globalizzazione, la moneta unica, una sola lingua unica, la libertà di culto. Ciò che alla nostra Europa unita e all’euro mancano. E in noi di Roma è rimasto solo un vago, sopito orgoglio. Il mio obiettivo è anche quello: svelare, con molto più rispetto e amore di quello che fanno i professori di storia tra i banchi di scuola, il nostro passato a chi non lo conosce e ha creduto fosse noioso o privo di attrattive.

I tuoi eroi sono una coppia controcorrente, non da romance classico: che cosa puoi dire di loro?

Lui è un uomo reale, non un eroe stereotipato, teatrale nelle sue reazioni e lontano dalla realtà. Rufo è in tutto e per tutto un uomo romano, un soldato disciplinato che difende il suo Imperatore e i suoi ideali fino alla morte. Un uomo con sentimenti veri, che reagisce e agisce da maschio e non da personaggio patinato. Livia è una donna romana, non dimentichiamolo. Non è come noi, libera di scegliere la propria vita indipendente. Quando il suo sogno sta per avverarsi, il Fato si presenta a lei in questo soldato selvatico e imponente che le sconvolge il futuro. Lei, raffinata e sfortunata, si aggrappa al suo promesso come sola via di scampo ad una vita destinata al fallimento, alla solitudine. La sua reticenza ad accettare questo soldato di confine come marito e amante è solo legata al suo modo di essere, al suo essere donna romana e non donna dei nostri giorni.

Quali sono le tue fonti di ispirazione al cinema, nei libri e simili?

Soprattutto i libri: i saggi storici, i testi degli scrittori antichi come Tacito e Livio, i documentari di Alberto e Piero Angela, la mitologia classica. Ma soprattutto la Storia, quella con la “esse” maiuscola che è un forziere, un contenitore di spunti e vicende senza limiti. Al cinema nulla, Hollywood ha smesso di produrre grandi colossal, fa filmetti con sceneggiature deboli e tanti, spettacolari effetti speciale che però, alla fine, non reggono il confronto con le produzioni degli anni ’50, ’60 e ’70. Il “il Gladiatore” è un piacevole svago, visto che dal punto di vista della ricostruzione storica lascia un po’ a desiderare.

Prossimi progetti?

Innanzi tutto gli altri due libri della trilogia dell’Antica Roma, con il libro dedicato alla storia d’amore di Quinto Decio Aquilato, il batavo che abbiamo già conosciuto in “Roma 40 d.C. Destino d’Amore”, poi il terzo della serie di cui non posso anticipare nulla, se non che si svolgerà in Oriente dove l’Impero Romano era a contatto con antiche civiltà come quella egizia. Nel frattempo sto scrivendo un contemporaneo ambientato nella Roma di oggi con tre uomini “alfa” molto “hot”. E ho nel cassetto due romance storici che attendo di pubblicare. Uno è ambientato nella Venezia del 1796, quando la Serenissima dopo mille anni di indipendenza cadeva in mano a Napoleone Bonaparte e l’altro in Egitto, con protagonista un archeologo inglese alla ricerca dell’esercito perduto di Cambise, ambientato nel 1871.

:: Recensione di Nevica ancora di Paola Sironi (Todaro editore 2011) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2012 by

Flaminia Malesani  in Nevica ancora di Paola Sironi è protagonista di una seconda intrigante indagine ambientata nella vita quotidiana (la prima è in Bevo Grappa, sempre edito dalla Todaro nel 2010) in un non precisato piccolo centro della Brianza. Tutto ruota attorno ad una misteriosa sparizione, quella di Evelyn Villaluna, la moglie di Arnel, il vicino di casa di origini filippine. In un nevosa giornata invernale l’uomo piomba in casa di Flaminia – acciaccata e alla prese con una lavatrice che fa acqua da tutte le parti – per chiedere aiuto a Massimo Malesani. Il fratello della protagonista nonostante sia un gigolò di professione, nel senso che adesca donne con il portafoglio pieno di soldi per farsi mantenere, sotto sotto continua la sua attività di detective. Arnel si rivolge a lui perché sua moglie Evelyn è scomparsa senza lasciare tracce e lui vuole ritrovarla a tutti i costi,  anzi è convinto che sia viva, ma non ha la minima idea di dove possa essere finita. Le indagini partono e Massimo dimostra come sempre la sua professionalità e un tempismo perfetto, tanto preciso che,  suo malgrado, Flaminia viene coinvolta nella complicata indagine. La ricerca della verità porterà i due fratelli a scovare la causa primaria di facciata della sparizione di Evleyn (un’eredità scomoda)  e la conseguenza da essa derivante (la donna ha iniziato una relazione con un altro uomo conosciuto molto tempo prima del marito). Il tutto però si complica quando Nelly, la cugina di Evelyn Villaluna, proprio colei che l’aveva aiutata in una prima fase della sua fuga, viene ritrovata cadavere. Chi l’ha uccisa e il perché di questa atroce fine sono gli stimoli che spingono la coppia di fratelli ad addentrarsi in ogni piega della vita dei Villaluna, per capire come mai una semplice fuga d’amore abbia scatenato la furia omicida nei confronti della complice di Evelyn. Il romanzo di Paola Sironi è un buon giallo italiano, direi D.O.C. Perché mi permetto un’affermazione di questo genere? Per il semplice fatto che leggendo Nevica ancora si entra in contatto con un’ambientazione quotidiana che ha per scenario la vita di provincia caratterizzata dai suoi pettegolezzi, dagli intrighi relazionali  e dalle beghe tra vicini di casa. Tutti ingredienti che unti tra loro creano un gustosa cornice nella quale prendono vita le azioni di Flaminia e di Massimo.  I personaggi di Nevica ancora sono sì appartenenti al mondo della finzione letteraria, ma il loro modo di fare, di esprimersi e le loro preoccupazioni di ogni giorno li rendono molto simili a noi. Per esempio nella coppia di fidanzati Flaminia e Milo il legame d’amore è un continuo tira e molla, fatto di passione e di piccole discussioni sul come e dove andare a vivere assieme. Questioni che investono molte giovani coppie di fidanzati più o meno pronte per la convivenza. Che dire poi della famiglia completa dei due detective Malesani,composta dai quattro fratelli orfani: Flaminia è la più dinamica, sempre divisa tra faccende domestiche, il lavoro, il fidanzato e le indagini in coppia con Massimo. Massimo, anche lui in perenne movimento, è sempre impegnato e un po’ sfuggente, ma pure imprevedibile nelle sue mosse. Valerio è fidanzato e vive con loro,  mentre Fabio c’è, ma è così taciturno e così assorto nell’organizzazione della sua convivenza, che il suo agire non influisce sulle vicende degli altri fratelli. I filippini Villaluna sono la tipica rappresentazione della famiglia di immigrati arrivati in Italia da lontano in cerca di fortuna. Sono coloro che si sono costruiti con l’impegno e l’onestà una vita equilibrata e regolare, poi il dramma li ha travolti da vicino mettendo in crisi ogni loro certezza e sacrifico, a dimostrazione del fatto che l’andamento della vita è imprevedibile. Il libro di Paola Sironi è interessante anche per un altro punto di vista –  e magari non ci si accorge subito di questo piccolo particolare, ma c’è – riguardante  l’analisi delle modalità di esporre un fatto di cronaca da parte dei media. La vicenda Villaluna crea attenzione con il ritrovamento del cadavere e poi con la scoperta del colpevole, ma quello che accade nell’arco temporale tra questi due eventi e dopo la risoluzione del caso ha per i mezzi di informazione un’importanza sporadica. I media a volte per necessità tecniche o per volontà propria omettono o enfatizzano gli elementi di un fatto di cronaca a seconda del grado di attenzione che vogliono stimolare in chi guarda la tv o legge i quotidiani e non sempre raccontano le cose per come sono veramente. Noi lettori di Nevica ancora conosciamo tutto quello che avviene nella vita di questo paese di provincia, sia dal punto di vista degli eventi e che delle emozioni, perché ce lo narra la scrittura di Paola Sironi attraverso le indagini dei Malesani brothers. A rendere piacevole e interessante il giallo della Todaro editore c’è anche un linguaggio ben strutturato, fatto da un lessico quotidiano contraddistinto dalla sensibilità e dal profondo rispetto per i sentimenti dei protagonisti di Nevica ancora.

Paola Sironi è mamma, capo progetto informatico e nei rari avanzi di tempo scrittrice. Grafomane convinta fin dall’infanzia, è cresciuta divorando Salgari e Tex Willer, tra una partita di calcio e l’altra. Da allora, non è mai riuscita a smettere di leggere e tantomeno di scrivere. Spazia nelle sue preferenze artistiche da Joyce a Camilleri, da Chopin ai Nirvana, dai fratelli Dardenne a Woody Allen. Nonostante i suoi quarant’anni, ricorda perfettamente di aver ascoltato i Ramones dal vivo, s’incanta ancora davanti a un film di Chaplin e coltiva il vizio di credere ingenuamente che qualcosa si possa cambiare. Scrivere gialli è sempre stata la sua passione segreta e nel 2010 ha pubblicato con Todaro il suo primo romanzo Bevo grappa.

Un’ intervista con Vincent Zandri

21 luglio 2012 by

Ciao Mr Zandri. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Vincent Zandri? Punti di forza e di debolezza.

Sono un autore noir che proviene originariamente da Albany, New York. Questa città è a circa 140 miglia a nord di New York City ed è li che tutto ha avuto inizio. Trascorro due o tre mesi ogni anno a Firenze, in Italia dove posso stare solo a scrivere. Vengo originariamente da un background di costruzioni e scrivo ancora di costruzioni su riviste specializzate di architettura. Sono stato un freelance e corrispondente estero per RT, The Albany Times Union, Building Digest e altre pubblicazioni globali. Ma più di recente mi sono concentrato sui miei romanzi. Thomas & Mercer sta attualmente pubblicando sette dei miei romanzi di cui cinque dei miei libri già editi, e due novità: Moonlight Blue (ambientato a Firenze) e Murder By Moonlight.
Punti di forza: Sono un gran lavoratore.
Punti di debolezza: ho lavorato troppo … (E ho anche paura dei ragni!)

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia famiglia proviene dall’ Italia,  mia madre e mio padre erano americani di prima generazione (mia madre è anche polacca e austriaca). Ho due sorelle più grandi ed essendo il più giovane, ho passato un sacco di tempo da solo recitando le storie che amavo prese da film western classici o da film e libri sulla II Guerra Mondiale. I film di John Wayne erano i miei favoriti e lo sono ancora. Ho giocato a calcio (la versione americana) e ha iniziato il sollevamento pesi in età precoce. Fino ad oggi corro e mi alleno con i pesi quotidianamente (ho 48 anni). Ho frequentato scuole private a Albany e poi ho conseguito la mia laurea al Providence College, dove ero seriamente intenzionato a diventare un famoso batterista punk rock. Ma più tardi, quando ho deciso di diventare uno scrittore ho frequentato il Vermont College dove ho conseguito il mio MFA in scrittura.

Che lavori hai svolto in passato?

Parcheggiatore, stimatore di inventari al dettaglio, muratore, batterista rock, l’uomo della consegna della pizza a domicilio, venditore di pubblicità sulle riviste, sport stringer, project construction manager, insegnante di scrittura, giornalista, scrittore freelance, corrispondente estero, fotoreporter, giornalista economico, copywriter, ghost writer, romanziere …

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Che ci crediate o no, ero a Venezia durante la mia luna di miele nel 1988. Avevo 23 anni e sapendo che stavo per tornare negli Stati Uniti per riprendere il mio lavoro nell’impresa di famiglia di costruzioni e sapendo quanto mi piaceva, ho preso la decisione di diventare uno scrittore professionista, mentre mi affacciavo sul Canal Grande. Fino a quel momento avevo scritto solo per me stesso, e allora capii che l’unica alternativa per me era quella di diventare un romanziere di successo. Naturalmente, sto ancora lavorando per diventare un romanziere di successo. Credo nello Zen di quello che faccio.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Le qualità tipiche di un buon scrittore e di successo sono spesso le stesse qualità che lo rendono un pessimo marito e uomo di famiglia. Questo lavoro richiede una dedizione sovrumana e, a volte, vi troverete a lavorare sette giorni su sette. E spesso, anche quando non starete lavorando, la vostra mente sarà altrove. Inoltre uno scrittore ha bisogno di viaggiare e sperimentare la vita, così la vita domestica non è generalmente compatibile con la vita dello scrittore. Nessuno scrittore che abbia avuto successo lo ha mai ottenuto stando seduto a casa tutto il giorno. Così viaggiare è essenziale. Dico sempre agli studenti di scrittura di scrivere quanto più possibile, anche se è gratis. E leggere quanto più possibile anche. Un mio collega con sede a Kabul, una volta mi disse: “È necessario sviluppare la capacità di scrivere qualcosa di interessante su una bustina di tè.”

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

Mentre in un primo momento sono stato preso dai classici, in particolare Hemingway e Mailer, successivamente ho cominciato a trovarmi attratto da scrittori noir come James Crumley e Robert B. Parker. Hanno scritto in un rado, stile duro, che non fa prigionieri. I loro protagonisti sono difficili, ma fanno sempre la cosa giusta anche se questo significa dover sparare a qualcuno. Sono spesso disperatamente soli contro tutto. Mi piace l’idea di qualcuno che deve combattere per trovare una sua via d’uscita da situazioni senza scampo. Si tratta di una prova di carattere e di forza. E questo non si ottiene con qualsiasi altra fiction diversa dal crime e dal noir.

Parlaci dei tuoi libri. Quando saranno pubblicati in Italia?

Ho attualmente completato il quinto Moonlight, Moonlight Sonata e un nuovo stand alone, The Disappearance of Grace. Attualmente sto lavorando ad un terzo romanzo della serie Marconi. Si chiama The Guilty che dovrebbe essere collegato con il primo della serie, The Innocent. Spero di vedere tutti i miei libri pubblicati in Italia verso la primavera. I diritti esteri per quasi tutti i miei libri sono nelle mani di Thomas & Mercer. Le versioni inglesi sono in corso di pubblicazione, ma mi aspetto che le traduzioni seguano a breve. Spero di autografare i miei libri nel maggior numero possibile di negozi di libri perché, dopo tutto, amo l’Italia.

Raccontaci qualcosa  sui personaggi principali dei tuoi libri.

Jack Marconi è un meditabondo, ragazzo saggio. E ‘il mio PI bestseller.
Richard “Dick” Moonlight ha un piccolo pezzo di proiettile calibro 0,22 depositato dentro il suo cervello a causa di un suicidio fallito. Poichè è premuto contro la sua corteccia cerebrale può indurlo a passare tempi di stress o addirittura interrompere il suo processo decisionale, costringendolo a fare la scelta sbagliata, che fa spesso con le donne. Pertanto Moonlight è anche un sacco in difficoltà. Ma la cosa ancora più importante è che può morire in qualsiasi momento, qualora questo piccolo pezzo di proiettile decida di muoversi.
Ava “Spike” Harrison è una imprenditrice edile che ha ereditato la Construction Corporation, Harrison da suo padre in ritardo. Lei è una detective dilettante armata non con una pistola, ma con il suo equalizzatore: un martello inquadratura.

Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato la tua scrittura o il tuo stile o la struttura della tua narrativa?

Hemingway è lo scrittore che mi ha influenzato maggiormente. Ma anche scrittori più contemporanei come Tim O’Brien, Jim Harrison, James Crumley, Charlie Huston, Robert B. Parker, Dash Hammett, Don Winslow, e così molti altri. Anche Dante Alighieri, e mi ha molto influenzato anche da Max Frisch il cui lavoro è stato portato alla mia attenzione da uno scrittore canadese e insegnante di scrittura, Douglas Glover. Ognuno di questi scrittori ha influenzato la struttura dei miei libri, in quanto tutti sembrano scrivere capitoli brevi e concisi costituiti da molti sottocapitoli.

Pensi che il tuo stile sia cinematografico? I film in generale o qualche film in particolare ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Mi piace pensare così. Enfasi sul “mi piace” . Ma film come Seven , Fight Club (insieme al romanzo), Double Indemnity, e certamente, Angel Heart, per non parlare di tutta la serie di thriller di Hitchcock e molti film europei, hanno sicuramente influenzato il mio stile. Nel corso degli anni molti produttori e società cinematografiche come DreamWorks e Hey Day Productions si sono molto interessati al mio lavoro, ma nulla è stato ancora prodotto. Tengo ancora le dita incrociate.

Ci puoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro ?

Mi sveglio abbastanza presto. Di solito dalle 6:00 alle  7:00. Metto su il caffè e subito inizio la mia giornata di scrittura. Intorno 10:00 prendo una pausa e vado a correre e spesso faccio allenamento con i pesi. Dopo di che mi faccio una doccia e mangio qualcosa, poi scrivo ancora per poche ore. Alla fine della giornata faccio un po ‘di marketing, soprattutto se sto promuovendo un libro. Oppure controllo i miei social media. A quel punto vado a bere un drink in un pub locale. Poi cena, lettura e letto. Il giorno dopo faccio la stessa cosa di nuovo. Più o meno mantengo lo stesso orario, anche quando viaggio che succede spesso. La mia giornata era molto più variegata quando facevo solo il giornalista. Si ha bisogno di un programma più stabile quando si scrive romanzi.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Oh, certo. Scream Catcher parla di un uomo tormentato dai miei stessi demoni e ansie. Inoltre, in alcuni dei Moonlight molte scene sono state prese da alcune delle mie disavventure della vita reale. Specialmente nel rapporto con l’altro sesso. Il rapporto quasi senza speranza del protagonista con Lola è interamente basato sulla mia vita reale e sul rapporto che mantengo ancora con la mia seconda moglie Laura, da cui stavo anche divorziato, ma oggi siamo di nuovo insieme ( Mi segui vero?) . Il suo soprannome è Lola e talvolta scrivo sui nostri alti e bassi nei libri della serie Moonlight, scrivere è meglio di una seduta dallo psichiatra. Tutti i Moonlight sono dedicati a lei (tranne il primo, Moonlight Falls, che è dedicato a nostra figlia, Ava). Laura ed io proveremo sempre amore l’uno per l’altra non importa quale tipo di amore.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Cosa hai fatto in quel caso?

Non ho mai avuto il blocco dello scrittore allo stesso modo in cui un idraulico non ha mai avuto il blocco dell’idraulico . Mi alzo e vado a lavorare tutti i giorni come tutti gli altri. Quello che si ottiene tuttavia, è stanchezza. Recentemente ho scritto due libri in una sola volta e non lo consiglio di fare a nessuno. Inoltre ho scritto questi due libri, mentre ho provveduto alla riscrittura e la revisione di 7 libri che usciranno con Thomas & Mercer in autunno. In cima a questo, ho avuto a che fare con il patrimonio di mio padre a seguito della sua morte improvvisa nel mese di dicembre. E ‘tutto mi ha lasciato un po’ stanco e bisognoso di una pausa. Al momento sto lavorando solo mezza giornata fino alla fine dell’estate. Ma anche con un programma di mezza giornata, riuscirò a completare un progetto molto buono prima di quello nuovo su cui sto lavorando.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Il mio agente Chip MacGregor è sempre a caccia di progetti cinematografici. Io non sono a conoscenza di eventuali vendite in questo momento, ma da quello che mi dice, per alcuni ci sono buone speranze. Stay tuned!

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo il primo romanzo di mio figlio Harrison, Howard. Si tratta di una lettura piuttosto intensa come molti romanzi d’esordio possono essere. L’altro mio figlio Jack ha anche dato una mano. Sto anche leggendo un Robert B. Parker “Jesse Stone”, il nuovo romanzo di Dan Mayland intitolato The Colonel’s Mistake, e, infine, Resistance and Betrayal: The Death and the Life of the Greatest Hero of the French Resistance (Jean Moulin).

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

In generale non mi piace autografare libri più di tanto e  ora esistono tante opportunità promozionali on-line. Tuttavia, ne faccio anche. Ti racconto cosa è successo durante l’ultimo tour che ho fatto: sono andato in una libreria  e al mio posto c’era un altro autore in piedi al tavolo della firma libri. Era un punto fermo per le notizie locali e ora che si era ritirato e aveva scritto una autobiografia sulle sue esperienze di Albany, New York. A me è stato detto di andare nel “retro del negozio.” Ho firmato una decina di copie per alcuni miei fan, poi ho gettato la mia penna nel cestino e sono uscito. E’ stata l’ultima firma che mai farò per quel negozio.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Il cambiamento maggiore sicuramente è dovuto da quante opportunità ci sono ora per gli scrittori di poter lavorare. Tredici anni fa, quando ho pubblicato per la prima volta con Random House, o pubblicavi un libro attraverso una delle Sei grandi case editrici o non avevi pubblicato nulla. Almeno, a livello commerciale ciò ti permetteva una vita decente. Ora con l’avvento degli e-readers, che sono enormemente popolari negli States e nel Regno Unito e stanno crescendo in popolarità anche in Europa, gli autori possono avere oltre agli editori tradizionali anche editori indipendenti se sono disposti a investire in un editor professionale, o sull’autopubblicazione. Aggiungete a questo grazie ad una nuova casa editrice importante come la Thomas & Mercer su Amazon io per esempio  mi trovo a dover fare delle scelte tra quali metodi di pubblicazione optare dopo aver completato un romanzo, piuttosto che restare sveglio tutta la notte a preoccuparmi se verrà pubblicato o meno. Nel giro solo di qualche anno, il mercato di massa tascabile cesserà di esistere, mentre gli e-book diventeranno la forma dominante della pubblicazione e la lettura.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Cosa ne pensi degli ebook?

Come ho detto nella domanda precedente, gli e-reader ed l’ e-publishing hanno trasformato l’industria editoriale allo stesso modo dell’avvento del “feuilleton” nel 1950. Scrittori come me stanno scrivendo romanzi più che mai e pubblicano anche di più. Quest’anno ho completato quattro romanzi che saranno tutti pubblicati nel corso di quest’anno e del prossimo. Saranno pubblicati in forma cartacea e audio, ma anche con l’e-publishing, i libri rimarranno per sempre miei garantendomi un reddito per il resto della mia vita e di quella dei miei figli e della vita dei loro figli e così via. Cosa cambierà questo? Solo dopo l’Apocalisse, quando il mondo finirà.

Parlami del rapporto con i tuoi lettori. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Ricevo email quasi ogni giorno dai fan e dai lettori. Ho una politica della porta aperta con i miei lettori. Da casa mia a New York o nel mio appartamento a Firenze, sono sempre disposto a chattare con i miei lettori, alcuni dei quali sono scrittori.

Come ti immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi vedo scrivere in media tre o quattro libri all’anno, di cui uno stand-alone. Vedo i romanzi della serie Moonlight trasformati in una serie di HBO o Showtime, e vedo alcuni degli altri romanzi, in particolare The Innocent e The Disappearance of Grace diventare film, se non negli Stati Uniti in Europa. “Grace” si svolge interamente a Venezia. Si tratta di un thriller molto cinematografico un romantic suspence di un soldato che torna dalla guerra in Afghanistan e che è in fase di PTSD. Sta vivendo anche una cecità temporanea inspiegabile che viene e va. Quando la sua fidanzata scompare, non ha altra scelta che andare a cercarla a Venezia, una delle città in cui è più facile perdersi al mondo.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, ma non tutte. Chi ha il tempo o lo stomaco per farlo? Ti dico la mia filosofia sulle recensioni: quelle veramente buone e quelle davvero cattive dovrebbe essere spruzzate con un po ‘di sale. Le recensioni veritiere giacciono da qualche parte nel mezzo.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Infine, dopo aver messo Jack Marconi, protagonista dei miei  bestseller PI The Innocent e Godchild, in naftalina per dieci anni, sto scrivendo l’ultimo della serie.  Si chiama The Guilty. Si basa su un procedimento giudiziario vero e proprio, che è attualmente in corso ad Albany di un giovane che è accusato di aver picchiato la sua fidanzata quasi a morte dopo aver avuto una lite terribile una notte del recente inverno. E ‘molto ricco e così lo è lei. Egli sostiene che cadde sul ghiaccio, ma non ha mai chiamato un’ambulanza. Invece ha chiamato suo padre e insieme hanno portato la donna incosciente in ospedale, dove è rimasta in coma per mesi. Quando si è risvegliata, non aveva più la memoria a breve e lungo termine … lo dirò ancora una volta, Stay tuned!

:: Recensione di A tuo rischio e pericolo di Josh Bazell (Einaudi, 2012)

20 luglio 2012 by

Dopo il pulp noir d’esordio Vedi di non morire Einaudi propone il nuovo romanzo di Josh Bazell (Wild Thing, 2012) con il titolo italiano A tuo rischio e pericolo tradotto da Luca Lamberti e per chi ama lo stile sopra le righe di questo autore sarà sicuramente una lettura capace di strappare qualche sorriso e qualche amara riflessione su questo pazzo mondo in cui ci troviamo a vivere. Ironia e humour nero non mancano, forse a volte un po’ criptici ma per lo più gustosi. Certo bisogna essere dell’umore adatto ed essere pronti a tollerare massicce dosi di bizzarro e di insolito, discussioni sull’esistenza di Dio comprese. Già l’improbabile caccia ad un mostro assassino stile Loch Ness sguazzante nelle acque di un laghetto del Minnesota vi da la misura di fino a quanto Bazell si sia spinto per sconcertare e divertire il lettore. Indiscusso protagonista di A tuo rischio e pericolo è il dottore Peter Brown ex killer della Mafia entrato in un programma di protezione governativo, già conosciuto in Vedi di non morire  qui alle prese con un caso ben poco sensato. Mentre se ne sta su una nave da crociera a fare il suo sporco lavoro di medico di bordo e cavadenti riceve un insolito messaggio da un eccentrico miliardario in vena di follie: in cambio di una cospicua quantità di denaro, con cui sogna di pagare il killer per far fuori il mafioso che lo vuole morto, deve partire per il Minnesota e partecipare ad una avventurosa spedizione punitiva a caccia di William il mostro del White Lake, con già sulla coscienza due ragazzi morti e la gamba di un vecchio che giura e spergiura di averla persa a causa sua. Come unica condizione deve portarsi dietro Violet Hurst una paleontologa super gnocca che già al primo incontro getta i suoi ormoni in subbuglio. Arrivati a Ford ultimo avamposto abitato prima del famigerato lago e dopo aver pasteggiato in una tavola calda che finirebbe d’ufficio ai primi posti della lista nera di Gordon Ramsay, iniziano ad indagare chiedendo agli indigeni notizie del mostro. Peter Brown è certo che sia una truffa ordita dagli abitanti di Ford per attirare turisti, ma le cose si complicano, alcuni omicidi puzzano lontano un miglio per non parlare degli strani traffici a cui sono dediti nell’ameno borgo. Qualcosa non torna e il noioso sceriffo che fa di tutto per mandarli via non è così limpido come appare. Ma cosa lega il miliardario Rick Solo e la cittadina di Ford e l’improbabile mostro? E soprattutto, se il mostro esistesse davvero?  Chissà, quello che è certo è che bisogna essere pronti a tutto quando si inizia un libro di Bazell. Non scorrevolissimo, ci ho messo parecchi giorni per leggerlo, e le note continue non aiutano e spezzano un po’ la lettura costringendo il lettore a strizzare gli occhi per leggere i caratteri piccolissimi, A tuo rischio e pericolo è un romanzo chiaramente scritto per divertire e intrattenere in modo intelligente e ironico. Una lettura piacevole.

:: Recensione di Il sostituto di David Nicholls (Beat Edizioni, 2012) a cura di Michela Bortoletto

20 luglio 2012 by

Gli ingredienti per una commedia romantica ci sono tutti!
Stephen McQueen: il protagonista. Non il famoso attore Steve McQueen  ma quello che attore sogna di diventare. Divorziato (ha trovato la moglie a letto col suo capo), padre di una bimba di sette anni, vive in un monolocale senza frigorifero e sbarca il lunario accettando ruoli improbabili come il morto nei telefilm polizieschi oppure Sammy lo scoiattolo in una produzione minore per bambini. Il suo sogno ovviamente è quello di diventare una star! All’inizio del libro lo troviamo come sostituto, ossia colui che dev’essere pronto a sostituire il protagonista in una produzione teatrale di Byron. Stephen sogna, spera e prega che l’attore protagonista dia forfait almeno per una sera così da dimostrare al grande pubblico le proprie doti.
Josh Harper: l’attore famoso. Giovane, bello, ricco,affascinante e bravo. Sempre puntuale sul lavoro,  si ostina (agli occhi di Stephen) ad andare in scena ogni sera con il suo formidabile Byron. Le donne cascano ai suoi piedi, i critici lo adorano. Perfino Sophie, la figlia di Stephen desidera il suo autografo! La ciliegina sulla torta? Josh è “felicemente” sposato con una bellissima donna.
Nora: la giovane moglie americana di Josh. Intelligente, sagace, ironica, forte e ovviamente meravigliosa! Stephen non può far altro che innamorarsi perdutamente di lei. Ma lei è la donna dell’Uomo Perfetto, con una casa perfetta e un matrimonio perfetto. Non guarderebbe mai un povero illuso.
Ma la vita di Josh e Nora in realtà di perfetto non ha nulla. Josh tradisce ripetutamente la moglie senza provare un briciolo di rimorso. Josh è quindi il cattivo. Stephen il buono per cui tifare. Il romanticone, lo sfortunato in attesa della sua grande occasione.
Facile stare dalla sua parte. Troppo facile. Perché quella che può sembrare una banale commedia romantica, un romanzetto da leggere in spiaggia in realtà è ben altra cosa.  Se Josh non è perfetto come sembra nemmeno Stephen è il Buono in termini assoluti. Scopre i tradimenti di Josh e pur essendo diventato amico e confidente (nonché perdutamente innamorato) di Nora, decide di nascondere tutto alla ragazza e scendere a patti col nemico per avere la sua grande occasione. Comincia così anche lui a mentire a Nora tanto quanto fa il bel Josh dando inizio a una serie di incomprensioni e situazioni assurde da cui farà fatica poi a uscire. Ma il destino ha comunque in serbo per lui la sua Grande Occasione.
L’intreccio, i sentimenti e le reazioni dei protagonisti sono molto più complessi di quelli di un romanzo rosa e il lieto fine non è così scontato come si potrebbe pensare!

:: Intervista a Valentina D’Urbano a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2012 by

Ciao Valentina, è un piacere ospitarti qui a Liberi di Scrivere  per parlare del tuo primo romanzo pubblicato di recente dalla Longanesi e intitolato Il rumore dei tuoi passi. Una storia di amicizia e di amore, ma anche di formazione, tra due adolescenti – Beatrice e Alfredo –  nell’Italia tra gli anni ’60 e ’80.

Cosa spinge una giovane illustratrice di libri per bambini a scrivere un romanzo?

Mi piace scrivere, mi è sempre piaciuto. Amo inventare storie e amo raccontarle, non solo ai bambini ma anche agli adulti. Ecco che cosa mi spinge: la voglia di raccontare, sia attraverso le immagini che attraverso le parole.

Il rumore dei tuoi passi è un romanzo di formazione. Perché hai scelto questo genere per esordire e non un thriller o un giallo come fanno molti altri autori esordienti?

Perché per scrivere qualcosa di buono (e questo lo dice il buon vecchio King, mica io!) devi scrivere di qualcosa che ti piace. E se una cosa ti piace, fondamentalmente vuol dire che la conosci. Ecco perché non ho scritto un giallo o un thriller, non è il genere che preferisco leggere, e di conseguenza non mi piacerebbe scriverne!

Da cosa o chi hai preso spunto per scrivere Il rumore dei tuoi passi?

Dal quartiere dove vivo, un quartiere periferico che trent’anni fa era davvero come descrivo nel libro. Volevo dare voce a questo posto che per troppo tempo è rimasto muto. E per farlo ho inventato una storia.

La storia è ambientata in un quartiere chiamato “La Fortezza”? Come mai hai scelto questo nome?

La “Fortezza” rappresenta nell’immaginario comune un luogo chiuso, desolato, spesso inespugnabile. Il quartiere dove è ambientato il romanzo è proprio così: una sorta di roccaforte moderna, dove si vive asserragliati, in costante lotta con se stessi e con il mondo circostante.

Il fatto che il quartiere sia in una città non precisa  che richiama le zone degradate di molte metropoli italiane e mondiali che ruolo ha nel romanzo?

Io credo che ogni grande città abbia la sua “Fortezza”. È per questo che ho scelto di non caratterizzare il luogo, affinché ognuno possa immaginarselo come e dove gli pare.

Protagonisti sono Beatrice e Alfredo due giovani di estrazione sociale disgraziata e degradata, perché tutti li chiamano i Gemelli?

Bea e Alfredo sono le due facce della stessa medaglia. Sono uguali, anche se non vogliono ammetterlo, ma come i gemelli veri, anche loro hanno delle piccole differenze. Una cosa che può capire solo chi li conosce bene.

Le loro famiglie di origine sono sì povere, ma diverse. In quella di Beatrice c’è amore e rispetto reciproco, mentre in quella di Alfredo manca la figura materna ( la madre è morta), lui e i fratelli vivono con un padre alcolizzato e violento. Questi due modelli di vita quanto influenzano l’agire dei protagonisti?

La famiglia in cui si cresce influenza sempre il carattere delle persone. Lo stesso vale per Bea e Alfredo.

Il legame tra Beatrice e Alfredo è sempre in bilico tra amore e odio. Chi tra i due ha più bisogno dell’altro?

Credo che nonostante tutto sia Beatrice ad avere più bisogno di Alfredo. Ha votato la sua vita a lui e senza di questo si sente vuota e inutile.

Beatrice vorrebbe lasciare  “La Fortezza”, ma c’è qualcosa che non glielo permette, quanto è influenzata in questa sua decisione dal legame profondo con Alfredo?

È totalmente influenzata. Alfredo è l’unica cosa che la lega alla “Fortezza2.

I due ragazzi protagonisti mi hanno ricordato molto la gioventù vissuta, protagonista di Altri Libertini di Tondelli e i Ragazzi di vita di Pasolini. Ti hanno influenzato un po’ questi scrittori?

Ti dirò, prima di scrivere il rumore dei tuoi passi, non avevo mai letto nulla di loro. Quando mi hanno fatto notare che forse proprio da loro ero stata ispirata, ho rimediato immediatamente alla mia lacuna. Quindi ti dico che, probabilmente se li avessi letti prima, sì, ne sarei stata ispirata.

Quali altri autori hanno influito su Valentina D’Urbano come scrittrice di romanzi?

Ogni libro che leggi ti lascia dentro qualcosa. Anche quelli che non ti piacciono. Ecco, io credo che in fin dei conti tutto quello che leggi in qualche modo influisce su quello che scrivi. Spero solo che in questo caso abbia influito positivamente.

Sei già al lavoro con un nuovo romanzo?

Sì, una storia completamente diversa, ma è ancora un segreto!

:: Recensione di Il rumore dei tuoi passi di Valentina D’Urbano (Longanesi, 2012) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2012 by

Se Il rumore dei tuoi passi fosse uscito qualche anno fa lo avrei perfettamente inserito nella mia tesi sul Bildungsroman accanto ai ragazzi tondelliani di Altri libertini. Perché? Perché è un tipico esempio di romanzo di formazione dove i protagonisti, dopo una travagliata fase di crescita raggiungono un traguardo che una volta superato determina la vincita per qualcuno e purtroppo la sconfitta per qualcun altro. Questo è il succo che anima il romanzo d’esordio di Valentina D’Urbano, Il rumore dei tuoi passi , caratterizzato da una storia circolare -si apre sul finir degli anni ‘80 con un funerale  e  si chiude sempre nello stesso periodo con una speranza di un domani migliore- di amore, lotta e perdizione.  In mezzo un lungo flashback dalla fine degli anni ’60, passando per gli anni di piombo e fino ai vitali anni’80, dove i protagonisti sono sempre i “gemelli” Beatrice e Alfredo. Gemelli non biologici, non a caso non sono  nati dalla stessa madre, ma legati da un sentimento profondo e intenso che emergerà nel corso degli anni, trasformando una semplice amicizia in un sentimento diverso. Il tutto è ambientato in un quartiere di massimo degrado, di una città anonima, chiamato “la Fortezza”.  Qui sorgono enormi palazzoni occupati abusivamente de famiglie di estrazione sociale misera, comprese quelle dei due giovani, dove la violenza, la povertà, l’analfabetismo e l’istinto alla sopravvivenza la fanno da padroni. Beatrice e Alfredo vivono nello stesso tugurio, ma le loro famiglie, anche se povere, non sono uguali.  Alfredo è orfano di madre, vive con i fratelli Massimo e Andrea  con un padre sempre ubriaco che non esita a picchiare,  senza motivo tra l’altro,  in maniera brutale i figli. Sotto alla casa di Alfredo vive  Beatrice con la mamma, il padre e il fratello Francesco. Pure loro sono una famiglia bistrattata, ma nonostante le difficoltà di ogni giorno qualche soldo i genitori riescono a guadagnarlo e il rapporto tra genitori e figli è fatto di amore e rispetto reciproci. Quei sentimenti che spingono il piccolo Alfredo a rifugiarsi da loro per mangiare e dormire, diventando una sorta di figlio-fratello per la famiglia di Beatrice. Cupo e arido è il mondo dove Beatrice e Alfredo crescono e il luogo di ritrovo della gioventù del quartiere malfamato della “Fortezza” è un anfiteatro dove i ragazzi cercano il divertimento e lo sballo tra alcol e droga e vivono il contatto fisco con l’altro con tale una facilità che a volte sarà difficile capire – proprio come accade ad Arianna, amica di Beatrice – chi ha messo incinta chi.  Tutto questo ci è raccontato da  una Beatrice adulta, giovane donna matura che ricordando il passato sottolinea il perenne legame di odio e amore che l’ha unita per anni ad Alfredo. Un rapporto intenso, fatto di litigi, di avvicinamenti e di trasformazioni temporali dei sentimenti reciproci tra loro due. Una vera evoluzione di una amicizia diventata per entrambi amore. Il legame tra Beatrice e Alfredo è per la protagonista sì affettivo, ma allo stesso tempo è un sorta di prigionia, in quanto fino al momento del dramma la giovane protagonista non avrà mai il coraggio di abbandonare in modo definitivo la “Fortezza”. Solo dopo la morte dell’amato, Beatrice deciderà di andare via, perché sa, e lo ha sempre saputo, che un futuro migliore  lei lo potrà avere solo recidendo in modo definitivo le radici dalla “Fortezza”. Alfredo era una sorta di ancora che la teneva legata al  quartiere malfamato, dove forse un giorno Beatrice tornerà, ma non sa quando. Il primo romanzo di Valentina D’Urbano, illustratrice di libri per bambini, affronta il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta inserendolo in una dimensione sociale nella quale si possono identificare tanti dei quartieri degradati e problematici che caratterizzano le grandi città italiane e le metropoli mondiali. I protagonisti sono una generazione giovane allo sbando totale, non hanno appigli o punti di riferimento equilibrati ai quale aggrapparsi e vivono la vita di ogni giorno come se fosse per loro una vera e propria gara alla sopravvivenza dalla quale qualcuno esce ammaccato, ma vincitore – Beatrice – e qualcuno altro – Alfredo – perdente, smarrito e fagocitato dal mondo della violenza e della droga. Chiuso il libro ci si rende conto che persone come Beatrice e Alfredo ne abbiamo conosciute e ne incontreremo ancora molte nella nostra vita e la frase messa prima del capitolo 1 è una verità che non può, anzi, non deve essere negata a nessuno, perché è vero che: «Anche l’ultimo dei poveracci ha bisogno di una storia».

Valentina D’Urbano è nata nel 1985 a Roma, dove vive e lavora come illustratrice per l’infanzia. Il rumore dei tuoi passi e il suo primo romanzo.

:: Recensione di Nella carne di Sara Bilotti (Termidoro Edizioni, 2012)

12 luglio 2012 by

Nella Carne opera di esordio di Sara Bilotti pubblicata nella collana Termidoro narrativa diretta da Eva Massari è una raccolta di dodici brevi racconti di cui l’ultimo scritto a quattro mani con Massimo Rainer che prende il titolo da uno di essi, per la precisione il nono. Già leggendo la prefazione a cura di Luigi Romolo Carrino si percepisce il grado di intensità e passione con cui l’autrice decide di sezionare la quotidianità per farla sanguinare, per farla spurgare facendo sì che sia chiaro e manifesto, che l’orrore, il male, la follia, emergono più dolorosi e inquietanti non tanto nell’eccezionalità di eventi straordinari ma più che altro nella banalità della vita di tutti i giorni, nelle rassicuranti mura domestiche, nei rapporti tra vicini, a scuola, in collegio, in istituti per la cura dei disabili. Li l’orrore prende le tranquillizzanti sembianze “della nostra vita normale” del frusto, del consueto,  e proprio perché questo quasi ci anestetizza siamo più propensi a provare sgomento, disorientamento quando all’improvviso la normalità si tinge di sangue, di morte, di follia. Dodici racconti profondamente noir, senza lieto fine, senza consolanti morali precotte, senza giustificazioni, scuse, rimorsi. I finali spiazzano per la loro inevitabilità, per l’amarezza implacabile che non da scampo. Interessante che questo scopo è raggiunto senza uso di cinismo, sarcasmo gratuito, autocompiaciuto gusto del macabro. La Bilotti non usa infatti l’effettaccio, il colpo basso, la retorica di bassa lega, si limita a presentarci i fatti, si limita a descrivere i personaggi senza sovrastarli con giudizi o condanne e in questo suo farsi piccola, in un angolo della narrazione riesce nel suo intento, riesce a farci provare commozione per le vittime, dolore per i colpevoli. La Bilotti seppur giovane, seppure al suo libro d’esordio sfoggia una padronanza stilistica inusuale, una scrittura al femminile che coniuga il noir con sensibilità e delicatezza specialmente riservata ai personaggi più fragili, ai bambini anche se terribili, penso a L’uomo nero, alle ragazze vittime di abusi, il finale di Pozzo verde è sicuramente emblematico, ai disabili mentali come Margherita in Farfalle. I più spiazzanti, Senza voce, Loro e Nella Carne quest’ultimo l’ho dovuto rileggere parecchie volte per convincermi che davvero il dubbio atroce che mi era sorto corrispondeva a verità e ancora adesso aleggia in me un senso di incertezza. Se posso dare due consigli a Sara Bilotti, uno le consiglieri di leggersi i racconti di Flannery O’Connor, ho sentito una profonda comunanza tra queste due autrici una immersa nel profondo Sud degli Stati Uniti l’altra nella Palude come definisce la sua realtà, l’altro di continuare con la difficile arte dei racconti per cui il suo talento mi sembra trovare voce. Ma i consigli naturalmente vanno presi con le molle, la cosa migliore da fare è sempre seguire la propria strada.

:: Recensione di Acque torbide di A. Novelli e G. Zarini (Fratelli Frilli Editori, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

11 luglio 2012 by

Michele Astengo è un investigatore privato che sbarca il lunario con casi di adulterio o storie di figli tossicodipendenti e ragazze di facili costumi. Niente incarichi troppo complicati. La gloria non gli appartiene, come lui stesso afferma, anche perché non bisogna inflazionarla, ma lasciarla a chi se la merita davvero. I suoi giorni sono incasinati, o nella migliore delle ipotesi, vivibili. Abita a Genova e ha l’ufficio in centro, in salita San Matteo, all’ultimo piano del prestigioso palazzo Doria-Danovaro, eredità di un lontano zio. La vita di Astengo è piuttosto grigia, come il fumo delle sigarette che si accende in continuazione. Ex poliziotto, ne ha viste abbastanza da essere disilluso dalla vita e non tenere in gran considerazione il genere umano. Il suo carattere da orso, unito a una buona dose di cinismo e di sarcastica ironia, fa sì che l’investigatore conduca una vita solitaria e stia antipatico a molti. I rapporti non sono facili nemmeno con le donne: Astengo ama le belle bambole e detesta le complicazioni sentimentali. Nel caso gli capitasse qualcosa, le uniche persone che si preoccuperebbero per lui sono Dalia, la sua sensuale segretaria, e Corrado, il suo informatore, un nano ghiotto di focaccia.
Il nuovo incarico di Michele Astengo sembra essere uguale a tutti gli altri: una storia di infedeltà coniugale con la solita moglie tradita che vuole conoscere l’identità dell’amante del marito fedifrago, in questo caso Luca Tessori, l’assessore regionale all’ambiente. Quando però il cadavere di Tessori viene ritrovato in mare senza che nei suoi polmoni ci sia acqua salata, Astengo si trova coinvolto in una storia molto più complicata, fatta di segreti scomodi, intrighi e loschi affari per cui si è disposti a uccidere. L’investigatore dovrà impegnarsi e sarà costretto a rivelare la sua brillante intelligenza deduttiva per fare emergere la verità.
Novelli e Zarini dopo tre thriller all’americana, pubblicati da Marsilio, ambientano il loro nuovo romanzo in Italia, nella loro regione, la Liguria, e precisamente a Genova, una città perfetta per una storia noir. Come sempre bravi ad adattare stile e narrazione al genere scelto, il duo di scrittori di Savona imbastisce una trama dal ritmo un po’ più lento, dove si ha il tempo di perdersi tra i caruggi e dare la giusta attenzione alla città, Genova, che con la sua atmosfera particolare è un personaggio a tutti gli effetti. Non mancano i colpi di scena, i morti e le storie nere, ma l’ambientazione italiana fa sì che non ci siano serial killer o macabre descrizioni dei delitti come di solito accade nelle storie di Novelli e Zarini. Michele Astengo è un personaggio molto interessante, delineato in maniera efficace attraverso le sue parole e i suoi atteggiamenti. È un antieroe, che spesso dimentica le buone maniere e non fa grandi sforzi per piacere al prossimo, ma si rivela migliore di chi nasconde torbidi segreti dietro larghi sorrisi e modi eleganti. La lettura è avvincente e si fa davvero fatica a interromperla, tanto si è coinvolti e desiderosi di immergersi in Acque torbide. Chi conosce Genova segue con gran piacere l’investigatore in giro per le zone più caratteristiche, chi invece non c’è mai stato di sicuro ne vorrà fare la meta della prossima gita. Altamente consigliato a chi ama Chandler e i film con Humphrey Bogart!

:: Intervista a Paola Sironi a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2012 by

Ciao Paola, piacere di ospitarti qui a Liberi di Scrivere, prima di parlare di Nevica ancora il tuo romanzo giallo – non solo per la copertina-  edito dalla Todaro editore, raccontaci un po’ di te, del tuo lavoro e della tua passione per la scrittura.

Ciao e grazie a voi di  ospitarmi nei panni di scrittrice: abito che ammetto di non poter vestire con regolarità, nel trambusto del mio quotidiano.  La maggior parte del mio tempo si divide tra lavoro in azienda e vita familiare o domestica. La passione per la letteratura e la scrittura riesco coltivarla solo nel tempo libero e, a volte, nei momenti in cui è necessaria una dedizione continuativa, strappando con le unghie a tutto il resto  ore di intima concentrazione. L’attrattiva per i libri mi accompagna fin dall’infanzia, con le prime letture ed è cresciuta in maniera esponenziale nel corso degli studi classici.
Non ricordo mi abbia mai abbandonato. Provare a scrivere è stata una conseguenza quasi immediata.
Mi sono esercitata per molti anni da autodidatta. L’impulso è sempre stato riuscire a raccontare  storie umane, esplorandone gli aspetti interiori e in particolare quelli meno prevedibili. Con un debole per la ricerca linguistica e il ritmo della narrazione. Ho impiegato molti anni, scartando diversi lavori, a trovare un’ispirazione e un metodo di lavoro che mi  permettessero di scrivere un romanzo proponibile a una casa editrice. E ho avuto la fortuna di vederlo pubblicato. Poi, per il successivo, ho trovato la strada già spianata.

Cosa ti ha ispirato la trama di Nevica ancora?

Nessun fatto di cronaca in particolare.  Nonostante io abbia scelto di raccontare indagini su crimini comuni, non ho l’abitudine di seguire la cronaca nera: m’infastidisce troppo la morbosità con cui viene trattata mediaticamente. L’ispirazione mi è venuta da semplice osservazione della realtà a me circostante. Ho provato a inserirci la sparizione di una donna, con un retroscena che contrastasse con l’immagine che gli altri si erano fatti del soggetto, e un delitto  in qualche modo collegato alla scomparsa di questa persona. Il resto della storia l’ho costruito attorno a questi due elementi. Il fatto che poi, a lavoro già concluso, si siano verificate anche piccole coincidenze con fatti di cronaca reali, l’ho trovato solo una dimostrazione che la storia fosse plausibile.

Quanto c’è in te di Flaminia?

Indubbiamente lo stile di vita. Entrambe abbiamo il nostro carico familiare e siamo lavoratrici pendolari dalla provincia a Milano, un po’ insofferenti alla frenesia dei perpetui spostamenti, piuttosto caratteristici della zona in cui viviamo. Ci differenziano solo qualche chilometro di distanza da Milano in più per Flaminia e una ventina d’anni in più per me. Ma il personaggio di Flaminia non è strettamente autobiografico, è una riuscita combinazione di alcune donne che ho conosciuto nella mia vita, tutte con una propria atipicità in un insieme apparentemente comune. E in qualche modo Flaminia è emblema della donna contemporanea, in transito verso un’emancipazione non ancora del tutto compiuta, ma nello stesso tempo soggetto consapevole, ormai lontano dal rappresentarsi come involucro patinato.

Flaminia Malesani vive con Massimo, Valerio e Fabio. Come è il rapporto tra fratelli ora che sono orfani?

Conflittuale, ma con radicati rapporti di dipendenza reciproca.
In sostanza sono riusciti a ricostruirsi un nucleo familiare che, pur nella sua originale composizione, replica un’organizzazione  tradizionale, con le figure più adulte di Fabio e Flaminia e quelle più adolescenziali di Massimo e Valerio. Anche se la giovane età di tutti e quattro comporta inevitabilmente che il nido domestico sia praticato con discontinuità e, nello stesso tempo, sia abitualmente invaso dall’ avvicendarsi di ospiti più o meno attesi, creando spesso un’atmosfera da pièce teatrale, dove non si sa mai chi può entrare dall’entrata principale o chi potrebbe nascondersi dietro una porta chiusa.

Flaminia è l’unica donna in casa  Malesani. Quanto impegnativo è il suo ruolo nella famiglia tra legami di parentela, lavoro, faccende domestiche e amori personali?

Impegnativo, nel caso di Flaminia, è quasi un eufemismo. Non c’è tregua nell’alternanza di doveri e vita familiare e sociale. E le capita saltuariamente di sentire la mancanza di ragionevoli pause.  Soprattutto in questo aspetto è più che mai emblema della donna contemporanea, tuttora divisa tra realizzazione personale e ruolo tradizionale, di cui è ancora  incapace di delegare buona parte del carico.  Come unica figura femminile all’interno del suo nucleo familiare, è anche un po’ metafora della quotidiana sopravvivenza delle donne  in un mondo  coniugato al maschile.

Il tuo è un giallo ambientato nella quotidianità, perché hai scelto la vita di ogni giorno  e non un situazione particolare per creare il tuo lavoro?

Come accennavo all’inizio, m’incuriosiscono gli spunti insoliti che offre la quotidianità, mi piace sviscerarne i retroscena e, quando nel mio percorso da lettrice ho incontrato  il genere giallo, l’ho trovato particolarmente consono a svolgere questo compito. Dietro a ogni delitto comune ci sono storie di uomini e donne che s’incrociano e ne hanno condizionato l’attuazione. Ed è solo ripercorrendo le storie personali che si può comprenderne le ragioni.

Tutto ruota attorno ad un scomparsa, quella di Evelyn Villaluna, ma poi la situazione precipita con la scomparsa  della cugina di Evelyn e con il ritrovamento di un cadavere legato alla famiglia dei filippini. Perché l’inserimento di un omicidio?

Penso che la scelta dell’omicidio sia inevitabile per un romanzo giallo.  Io non sono particolarmente dogmatica, per dare un ordine d’idee annovero I fratelli Karamazov  tra i migliori noir che siano stati scritti, però credo che un romanzo giallo non possa comunque prescindere da un omicidio e dall’indagine che ne consegue.  La ricerca dell’omicida è strettamente legata a quella della verità ed è un gioco basilare che s’instaura tra narratore e lettore.

Gianluca, il figlio adolescente dei Villaluna, come vive la scomparsa della madre?

Gianluca è uno dei tanti personaggi contraddittori che si muovono all’interno di  questa storia, però l’unico giustificato dall’età. Nella sua rappresentazione dei fatti, manifesta il bisogno di attribuire la scomparsa della madre a dei nemici esterni. Probabilmente, come molti altri attori della storia, si  costruisce una sua verità su misura e la sfida investigativa è proprio cogliere nelle incoerenze di tutti le cause scatenanti.

Flaminia e Massimo indagano sulla scomparsa della signora Villaluna. Come è il rapporto tra i due fratelli quando vestono i panni dei detective?

Normalmente è caratterizzato dalla compresenza di una complicità mai dichiarata, con la contrapposizione tra due personalità divergenti, eppure complementari nello svolgimento delle indagini.
In Nevica ancora il rapporto di fiducia tra i due fratelli s’incrina, per motivi che verranno alla luce solo nel finale e i loro percorsi si separano momentaneamente. Uno dei due potrà contare su un vantaggio che lo condurrà alla soluzione del caso, ma gli eventi porteranno Flaminia e Massimo a essere di nuovo insieme ad affrontare il triste epilogo.

Massimo non è un investigatore di professione, il suo lavoro in realtà è ben diverso, ma perché ha questo bisogno di indagare e risolvere enigmi prima delle forze dell’ordine?

Massimo è a tutti gli effetti un gigolò ed è solito  usare l’attività di detective privato come paravento. Si dimostra sempre poco interessato al lavoro regolare e preferisce condurre una vita comodamente adagiata sulla sua abilità seduttiva. Sembra trovare una capacità di dedizione responsabile solo nella conduzione di alcune indagini selezionate. Mosso sia da una competitività da dominante, che lo spinge ad anteporsi e voler anticipare il lavoro delle forze dell’ordine, sia da una cinicamente dissimulata ricerca di giustizia, con tratti  d’inattesa serietà e competenza.

Il dramma familiare che ha colpito da vicino i Villaluna porta Evelyn a riavvicinarsi al marito Arnel. Tra loro sarà di nuovo la passione di un tempo o solo un legame di solidarietà per sostenersi a vicenda nel dolore?

Nel corso del romanzo, in cui affetti e sentimenti positivi o negativi giocano un ruolo fondamentale,  si alternano molte relazioni di coppia. Diverse favorite dalla sola presenza di Massimo e dal suo inesauribile spirito adescatore. Tra tutte, alla fine, sopravvivono quelle meno passionali, fondate su legami di solida compensazione. Non è una regola, è quello che succede in questa storia.  Sicuramente il rapporto tra Evelyn e suo marito rientra in questa categoria.

C’è un elemento che ritorna in modo continuo nella narrazione ed è la neve. Quale è la sua funzione? E’ un semplice agente atmosferico tipico dell’inverno o ha più una funzione metaforica di quell’elemento che copre e nasconde i drammi che possono investire la vita tranquilla e pacata di  una famiglia?

L’atmosfera meteorologica l’ho scelta a seguito di una serie di stagioni invernali, caratterizzate da un incremento della frequenza dei fenomeni nevosi in pianura Padana.  Soprattutto nelle zone ad alta densità di popolazione, come la mia, l’impatto risultava sempre deleterio ed ho trovato divertente far muovere i personaggi tra i disagi causati da un elemento naturale, che nel nord Italia dovrebbe essere assimilato nelle abitudini e nella gestione delle infrastrutture, ma curiosamente non lo è mai.  Riusciamo ogni volta a farci trovare impreparati. A parte la questione aneddotica, dal punto di vista letterario, la neve per me è inevitabilmente associata al racconto I morti di James Joyce e all’immagine della nevicata che cade sui vivi, come sui morti, parificandoli e sovrapponendoli, in una realtà dove il condizionamento dei morti sui vivi  risulta essere ineluttabile.  Nessuna pretesa così elevata, ovviamente, ma in Nevica ancora il passato esercita un’influenza determinante sui comportamenti di alcuni personaggi E la neve è una costante che sembra tornata a riproporsi assiduamente, come nel passato.

Flaminia e Co. saranno protagonisti di un prossimo romanzo?

Sì, ci sto lavorando.  Questa volta i fratelli Malesani sfioreranno anche  un’inchiesta importante e affronteranno un caso legato a uno dei temi collettivi, a mio parere, più  rilevanti.
Nell’indagine, oltre a Massimo e Flaminia, sarà coinvolto fattivamente anche un altro dei due fratelli, ma vi lascio con la curiosità di scoprire quale.

:: Recensione di Nel tempo di mezzo di Marcello Fois (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

10 luglio 2012 by

Ottobre 1943, un ragazzo intraprende un viaggio che dalla fredda Trieste lo porterà in Sardegna fino a Nuoro. Vincenzo Chironi, questo il suo nome, dopo un’ estenuante traversata in barca mette piede a terra nel porto di Olbia. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale. Vincenzo ha l’età per esser chiamato al fronte, eppure non viaggia come soldato. Ma non è nemmeno un disertore, un partigiano. È un semplice cittadino, che si è messo in cammino per andare incontro al proprio destino.
Vincenzo cresce e studia in un orfanotrofio di Trieste. È stato lasciato lì in tenerissima età dalla madre. Di lei ha qualche ricordo annebbiato, nulla di più. Un giorno arriva un notaio che gli comunica la vera identità del padre: un eroe della prima guerra mondiale, ucciso mentre compiva il suo dovere, di Nuoro. Al piccolo Vincenzo la Sardegna sembra ancora troppo lontana. La sua vita è lì, in istituto. Perché dovrebbe andare alla ricerca dei suoi parenti rimasti in vita?
Dovranno passare anni prima che Vincenzo si decida ad andare alla scoperta delle proprie radici.
Arriva così a Nuoro, dove di parenti gli sono rimasti solo il vecchio nonno e la zia vedova. I Chironi appartengono a una stirpe recente di Nuoro. Sono benestanti, la miseria della guerra non sembra aver scalfito la loro ricchezza. Eppure non sono felici. Di una grande famiglia sono rimasti solo due membri. Il fato e la morte si sono portati via un pezzo dopo l’altro fino a lasciare solo un anziano fabbro che vive di ricordi e una triste donna alla quale hanno ucciso marito e figlia davanti agli occhi.
L’arrivo di Vincenzo stravolge completamente le loro vite. La felicità di ritrovare un parente, di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza, porta un’irrefrenabile voglia di ricominciare, di provare ad essere nuovamente felici.
Quel nipote perfetto era stato il germoglio che convince il giardiniere a salvare l’ intera pianta quando ormai la credeva perduta[1]. E all’inizio è proprio così. Grazie a Vincenzo l’officina di famiglia riapre. Il nonno riprende il suo lavoro e la zia ha finalmente qualcuno di cui prendersi cura. Passa qualche anno e Vincenzo si sposa con la bella e giovane Cecilia. Se si trattasse di una fiaba questo sarebbe il momento del E vissero tutti felici e contenti. Ma la vita non è sempre una favola. Ad alcune persone non è riservato il lieto fine. Quando tutto sembra andare per il meglio ecco che il destino bussa alla porta di Vincenzo per fare i conti anche con lui. Nemmeno lui può scampare al tragico fato dei Chironi, destinati ad essere ricchi ma non felici.
A far da sfondo alle tristi vicende dei Chironi è una Sardegna del secondo dopoguerra dilaniata dalla miseria, dalle cavallette e dalla malaria. Una Sardegna che prova a rialzarsi in piedi, proprio come i Chironi. Ma se il destino dell’isola è quello di riprendersi lentamente, quello della famiglia è invece quello sì di rialzarsi, ma per precipitare poi nell’abisso più profondo.
Marcello Fois, finalista  al Premio Strega di quest’anno, ci racconta di un uomo che va incontro a un ineluttabile destino. Se inizialmente Vincenzo sembra sfuggire ad esso rimanendo in orfanotrofio per qualche anno, la voglia di conoscere il suo passato, di scoprire le proprie radici, lo porteranno in Sardegna dove il suo destino si compirà. È già stato scritto tutto. Vincenzo non può far altro che mettersi in viaggio e andare incontro a quello che la vita ha riservato a lui.
Nonostante le tragedie, nonostante le perdite, la sofferenza e la violenza con cui il fato dei Chironi si compie, una speranza c’è. E quella speranza si chiama Cristian.


[1] Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Torino 2012, pag. 177