:: Un’ intervista con Enzo Antonio Cicchino per La fonte di Mazzacane (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

6 agosto 2012 by

Benvenuto da Liberi di Scrivere ad Enzo Antonio Cicchino, scrittore e regista, ha lavorato come assistente alla regia con i fratelli Paolo e Vittorio Taviani e con Valentino Orsini e ha all’attivo la realizzazione di film e documentari ad argomento storico per la Rai. Qui nel nostro blog lo ospitiamo per fare una bella chiacchierata in relazione al suo nuovo romanzo storico La fonte di Mazzacane. Quando ri tedeschi ammazzarono all’intrasatta edito da Laruffa.

Ciao Enzo raccontaci come è nato il tuo romanzo La fonte di Mazzacane?

Ha avuto una storia piuttosto complessa. Ma per darne il senso va fatta una premessa. E riguarda la mia vita. Sono nato in una terra marginale, il Molise, a Isernia, in una famiglia del sottoproletariato contadino. La mia conoscenza della lingua italiana era pessima. Dopo una rocambolesca avventura da giovane, a fine anni 70 decisi che avrei voluto fare il regista di cinema e presi contatto con i fratelli Taviani, in particolare Vittorio, di cui divenni amico. Proponevo soggetti cinematografici che sognavo di realizzare… Quando ebbi la sorpresa di accorgermi che Vittorio Taviani rimaneva colpito soprattutto dal mio modo di scrivere, corposo, imprevedibile, antico, “strano”.
A fine 1981, ero a Londra. Avevo appena terminato la mia collaborazione al film La Notte di San Lorenzo come assistente alla regia. Abitavo in una pensioncina in King’s Cross Road. Per vincere la solitudine iniziai e rivangare il mio passato per farne un soggetto cinematografico. Man mano che affrontavo le pagine mi accorsi però che il testo assumeva sempre più le forme del romanzo.
Ma intanto con che stile? Le pagine che avevo proposto a Vittorio erano figlie dell’istinto. Ora invece dovevo acquisire coerenza, spessore, sviluppo organico. Dovevo dare un senso al mio linguaggio. Si sa, il buon scrivere nasce dallo studio dei classici. Invece l’unica cultura che portavo nel sangue era il dialetto di espressioni primitive, sannite, latine, greche, longobarde. In aggiunta, gli sgorbi della lingua di Dante storpiata dai soldati di Napoli.  Decisi… La mia lingua doveva essere questa. Il dialetto, evoluto, reso comprensibile.

Perché hai deciso di raccontare la ricostruzione del dopo guerra?

Il dopoguerra è un concetto dell’anima. E le macerie simbolo di naufragio. Ancora oggi ad Isernia vi sono angoli diruti, resti dei molti bombardamenti di cui pare di sentir l’eco. Qui la ricostruzione non è ancora finita. E’ l’incompiuto il tragico “vezzo” del Sud.  Ma più che la ricostruzione mi ha attratto il disinganno non rimarginato, quei sogni di riscatto che hanno trovato forza solo nella emigrazione devastante, sogni di uomini in cerca di mete… da cui non hanno fatto ritorno.  Il mio sguardo sulla ricostruzione verte sulla destrutturazione emotiva del boom economico. Non crescita, non civiltà, bensì perdita dei valori. Il Molise, come tanto Sud, ha vissuto uno sviluppo all’incontrario, l’annacquamento delle coscienze; profonde eucarestie consumistiche sfamate solo dalle scorribande nei supermercati fra carrelli di surgelati e merende farcite di conservanti.
E’ una vita rimodulata dalla televisione, il video ha preso il posto del focolare come motore della parola. E’ scomparso dialetto e polenta, i ceci e cicerchie che hanno riempito gli stomaci dei cafoni, è scomparso il vigore dei millenni. Ormai regna il vuoto dell’essere unicamente italiani.
Questa è la mia metafora. Il mio deserto dei Tartari. Questa è la dimensione epica della mia perdita. E che assaporo nel romanzo.

Nel libro ci sono tanti personaggi, ma sono sovrastati in toto dall’ambiente. È possibile parlare di un romanzo corale dove ogni piccolo protagonista è una tessera che va a comporre l’unico e assoluto personaggio che regge il tutto, cioè l’ambiente molisano?

L’ambiente è quello che fu. Oggi è altro. La Fonte è un romanzo corale sul passato che va in frantumi. Sul tutt’uno fra uomini, animali e microcosmo. E’ sorgente del microterritorio in cui si coltiva la memoria. Intreccio fra cose vive e scolpite. Tutto si unifica nell’animismo pagano dei protagonisti. Che siano cafoni, conti, dottori, pazzi, vagabondi. L’ambiente rimane ancora quel  mare di colori, odori, forme in cui germoglia la microdiversità. Volti e suoni. Bocche da sfamare. E’ il passato che sta per porre domande per cui non esistono risposte. E’ il cinico senza pietà che non offre scampo. Ho dovuto fare una scelta. Quali protagonisti salvare dalle onde. Quali far testimoniare.  Ho cercato di essere semplice. Individuare totem. Colpi d’occhio. Personaggi favolosi estremi ciascuno col proprio orciolo di verità. Col proprio rancore. Ciascuno con l’impronta della natura che gli si impone, che lo pervade e lo assassina.

Tra i tanti personaggi, c’è il poeta contadino Cipresso. È un giovane colto, menomato, che ad un certo punto della narrazione ha una incredibile esplosione di rabbia. Il suo perdere il senso della ragione mi ha ricordato l’Orlando dell’Orlando furioso di Ariosto. Sei stato influenzato da questa figura letteraria?

Dalla sua rabbia che disordina il rito dell’iniziazione. Cipresso è in bilico tra le pieghe della poesia e quelle di un amore torbido esploso tra le carezze mature di una donna. La sua furia distruttiva nasce dall’ambizione, dalle ferite. Vorrebbe essere accolto nel salotto buono della ricca borghesia di Gavena ma non ci riesce. Non è Angelica, è la poesia a tradirlo! Non sono le tracce dell’amore con Medoro bensì quelle sotterranee della consapevolezza di non avere abbastanza coraggio per osare fino in fondo. Non ha forza di abbandonare la propria terra per cercarne altre. E’ questo il male dei giovani del Sud. Aver timore delle Colonne d’Ercole. Quaggiù vivono meno Ulisse di quanto si voglia credere, è questo il problema, con l’aggravante… coloro che partono non tornano più. Non v’è Itaca per chi ha fatto fortuna in America.
Cipresso è uomo in bilico. Dovrebbe tentare di essere ardito. Invece non sulla luna, ma tra le braccia di una brava ragazza e nel matrimonio ritrova il senno. E lì resta. Epilogo grigio lo ritiene il suo mentore Anacleto. Cipresso ha scelto la mediocre normalità. I valori borghesi, il quieto lavoro, il mettere al mondo figli.  Se l’incipit è Orlando, l’epilogo è Pinocchio divenuto uomo perbene. E come tutti, un consumatore.

Quale è l’atteggiamento di Anacleto verso il tradimento della moglie, e perché inserire il tema dell’infedeltà coniugale (quindi la distruzione di un relazione), in un mondo in fase di ricostruzione materiale ed emotiva?

Plasmato dal coro di sassi, straduzze, stamberghe, declivi su cui precipita, ogni giorno costretto a rialzarsi a cavallo della sua motocicletta di veterinario, Anacleto è nel profondo l’altra faccia di Cipresso. E’ l’altra faccia dell’amore, del matrimonio, della felicità, della non normalità.
Il suo epilogo tragico è quello di chi, percorso fino in fondo il sentiero, è sceso nell’abisso del calice. Ha accettato il totale valore dell’amore anche quando questo gli si rivolta contro. Amore, ambiguo amore. Ma è proprio su questo che si innerva il secondo aspetto della narrazione. Il paradosso dell’amplesso, il pericolo in quota che impone la vita: il tradimento. Che spezza, disintegra, devasta. Che spazza le convenzioni. L’amore dolore. L’amore conflitto. L’amore al di là. L’amore condannato, disprezzato, ma conquistato e ritrovato.
Se la via in ultimo scelta da Cipresso e Giovanna è una superstrada dell’ovvio. Quella di Anacleto con Peruffa è lastricata di spade, si taglia in due tra l’incredibile e l’assurdo. E’ la pazzia dell’amore mutata in valore per la vita. Al di là delle attese. Al di là del giudizio, al di là della tradizione millenaria. Il sardonico veterinario decide per quel che v’è di più supremo, spezza per sempre il suo rapporto di coniuge finto, inadeguato, “stronzo”. E accetta di cancellarsi, restituendo, pur con bizzarra mostruosità, chiave umana alla felicità. A lei, che avrebbe dovuto amare, verso cui ha mancato, concedendo per sempre il tornare alla passione pura di un amore di guerra.

Il mondo molisano incarna la civiltà contadina. Quanto e perché i personaggi rimangono saldamente ancorati alle loro origini rurali?

Vi restano legati con la dualità dell’odio. L’ambiente è il nemico. Ed è padre.
Mollare l’ancora, abbandonarlo, emigrare vuol dire mutarsi in altro. Assumere nuova identità. Perdersi. Partire è fuggire dalla prigione. Nel romanzo se ne sente il passo. Nella pagina mi sono soffermato su chi resta. Sugli anni cinquanta sessanta. Sul campo di battaglia Molise teatro di sconfitta. L’ambiente contadino odia le mutazioni. La sua dimensione etica è connessa al tempo, alle stagioni, al firmamento. Il fraseggio coglie le fratture che subiscono i personaggi. La montagna. Il vento. I mie ritratti agiscono. Qui Anacleto: veterinario, mago, clinico, medico, incantatore. E’ lui che raccoglie la confessione terribile del favoloso Barbaruscio. E’ lui il cucitore di tutte le storie. Mingantonio, Bartolo, Arturo, Clotilde, e Irene l’anziana aristocratica nobildonna amante segreta del riluttante Cipresso.
Sìi Barbaruscio. Il primitivo ubriacone. L’assassino di due tedeschi durante la guerra, seppelliti nella grotta in cui vive tra le solitudini di una poiana. E’ mostro e dio notturno insieme. Il rapace gli somiglia, lo libera ogni notte in volo per fargli conquistare cibo e sogni.

Leggendo il tuo romanzo oltre a Ignazio Silone e Gavino Ledda, le dure relazioni tra gli umani e le asperità dell’ambiente mi hanno fatto venire in mente Gente in Aspromonte di Alvaro Corrado.  E possibile relazionare il tuo lavoro a quello di Alvaro?

In Gente in Aspromonte siamo di fronte ad uno scontro dirompente. Nella Fonte di Mazzacane il conflitto è invece nel sottotesto, più pirandelliano.
L’affinità semmai è su un altro terreno: nell’immaginario a cui accede lo scrittore molisano. Al calabrese Alvaro aggiungerei anche i siciliani Verga, Sciascia, Camilleri. Al contrario di quanto si crede il Molise profondo non guarda Napoli e la cultura campana patria della canzone ‘anima e core’ e della sceneggiata. Troppo marinara, troppo dispersiva, non possiede le croste del sangue e del sole. Il Molise guarda alla tragedia greca, agli strazi della sofferenza senza lamento. Non è un caso poi che l’autore delle Terre del Sacramento, il più importante scrittore molisano Francesco Jovine fosse amico di Alvaro.

Quale è la funzione della fonte di Mazzacane che compare poco nella narrazione, ma il suo spirito aleggia in modo costante nella storia? Cosa rappresenta essa per i personaggi e per i lettori?

La Fonte di Mazzacane è un ossimoro. Fonte, è vita, è circolo, è origine attorno a cui si genera uomo e donna. Fonte disseta, disinganna. E’ freschezza. Riflette.
Mazzacane invece è morte. Dà morte. Il mazzacane è un sasso grande come un pugno che i crudeli usavano per ammazzare un cane, un cane vecchio, un cane mordace, un cane umano inutile. Fonte, Mazzacane. E’ un sentiero dialettico tra vita e morte, disperazione e speranza, corvo che infila i tetti, correndo appresso alla ruggiosa motocicletta di Anacleto. Inanella case, contrade, borghi, solitudini; lupi, sulla stessa acqua in cui i pecorari si abbeverano.

Quanto è importante in La fonte di Mazzacane il rapporto tra uomo/natura/ animali?

Sono la stessa cosa. V’è congiunzione. Modulari. Sfaccettati da un identico esistere.
Gli animali radicati nelle case. In cucina, sotto il forno, accanto al fuoco. Porci, galline, conigli. Povere famiglie in cui la donna fa più figli di una scrofa. Asini, vacche, buoi, la perdita di una bestia a volte è peggiore d’un uomo. Intimità che rasenta l’amore, la malattia, la perversione.
Meravigliosi e orchi gli abitanti delle case.  Egoisti, cinici, disinteressati. Empi contro umani e sogni. Chi è inutile viene ucciso. I contadini veri sono infelici felici di essere mostri. Altro che osservatori di stelle come vogliono certi scrittori!

Un altro aspetto che mi ha incuriosito è la mescolanza tra un linguaggio narrativo pittorico, e anche poetico, che dipinge con le parole le persone e le cose. Come è stato farlo convivere con il dialetto molisano?

Il dialetto possiede la sapienza delle emozioni vissute nei millenni. Potente, pur se inconsapevole. L’istinto selvatico che lo anima sovrasta di un palmo la lingua dotta che gli ha detto addio. La gestualità, il corpo, le voci; urla di mani, battere di piedi, gesti volgari, abbracci violenti, unghie carezzose, galoppi melmosi. Interiezioni, rutti, sghignazzi, scricchiolii! Il dialetto possiede la volgarità del sesso, la passione degli odi, la tenerezza del parto, il dolore del primo amore. Tutto gli appartiene, conosce miseria e morte.I futuristi hanno creduto in una rivoluzione della lingua, ed invece è ritorno allo spessore del primitivo perché sintesi. E’ ritorno all’ascia, alle carnali caverne della pietra, alle schegge ingannevoli mai sgradite dei colpi di baionetta.
Anch’io le ho burlate queste voci, queste sensazioni nel mio libro e mi hanno perciò additato scrittore sperimentale che occhieggia Marinetti. Invece no. Io parlo solo di quel che è mio, dei miei uomini, le mie donne, la mia gente. Della loro voce. La sintassi sincopata, gli anacoluti, le forme ablative. Il porre a fine frase il verbo, il soggetto, il ghigno.
E’ il molisano questo… di Isernia, Castelpetroso, Valgianese. Lingua che si muta in metro. Che si muta a metro. Che non si umilia. Con un proprio vocabolario che si adegua al terreno, alle colline, ai fiumi. Anche per il ciuco il raglio non è lo stesso! La ricostruzione, la scuola dell’obbligo ormai ha imposto una lingua comune, televisiva, pulita, troppo sbiancata dalla varrechina. Orfana delle millenarie spaccature. Gli incomprensibili immaginari. Le microculture. Di queste voglio preservarne il germe.

:: Recensione di Il respiro del drago di Michael Connelly (Piemme 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 agosto 2012 by

Il respiro del drago (Nine Dragons, 2009), tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è la quattordicesima avventura giunta in Italia che Michael Connelly dedica all’amatissimo Harry Bosch, ne esistono ancora due pubblicate negli Usa tra cui l’ultima The black box sarà pubblicata il 26 novembre per onorare il 20° anniversario del personaggio. Questa volta Harry Bosch è coinvolto in un caso che lo tocca nei suoi affetti più cari arrivando a colpire la sua ex moglie e sua figlia Maddie, e costringendolo a lasciare Los Angeles per recarsi ad Hong Kong per liberare quest’ultima. Tutto ha inizio con una chiamata di ordinaria amministrazione. L’omicidio di un commerciante cinese di liquori  John Li avvenuto nella periferia sud di LA una delle zone più pericolose della città. Quando Harry si reca sul posto assieme al suo compagno Ferras, subito riconosce l’emporio di liquori e si ricorda dell’anziano proprietario con cui fece amicizia o meglio scambiò qualche parola e quest’ultimo gli offrì l’ultima sua sigaretta durante la rivolta di Los Angeles del 1992. Basta questo per fargli sentire un’ intima comunione con la vittima e a spingerlo ad impegnarsi ancora di più sul caso. Le apparenze fanno pensare ad una rapina ma alcune cose non tornano. Intanto se fosse stato un membro delle bande che infestano il quartiere si sarebbe impossessato come trofeo del costoso liquore alle spalle della vittima, poi il fatto che Li pur possedendo un’ arma non abbia tentato neanche di difendersi subito gli sembra per lo meno insolito. Dal figlio della vittima scopre che il negozio non navigava in buone acque e dalle registrazioni dell’ impianto di sorveglianza capisce che era solito pagare una tangente ad un emissario delle Triadi Cinesi. Appena arrestato l’uomo apparso nel dvd nel momento in cui ritira una mazzetta Bosch riceve prima una telefonata di minaccia poi sul telefonino un video della figlia legata e imbavagliata. Il messaggio è apparentemente chiaro o smette di indagare sul caso o non rivedrà più la figlia. Ma le apparenze come sempre in questo libro sono lontane dalla verità. Comunque ha disposizione solo poche ore per recarsi ad Hong Kong e liberare la figlia prima che il presunto colpevole venga rilasciato e lasci per sempre gli Stati Uniti. Gli basteranno? C’è davvero un nesso tra il rapimento e l’omicidio del commerciante Li? E soprattutto riuscirà tornato a Los Angeles a risolvere il caso? Vi basterà leggere Il respiro del drago per dare una risposta a queste domande.Come lettura estiva è un libro di certo consigliato. Forse non è un Connelly al suo meglio, i primi a mio avviso sono sempre i migliori e tra tutti ho molto amato Il poeta della serie con Jack McEvoy, forse la narrazione è un po’ troppo lenta nella prima parte rispetto agli standard a cui siamo abituati e la parentesi hongkonghese è un po’ slegata dal resto della narrazione, con un evento drammatico non necessario all’economia della storia ed evitabile o per lo meno le cui ripercussioni sono gestite un po’ troppo frettolosamente, tuttavia Connelly è sempre Connelly, il libro si legge, ci si interroga quale colpo di cena l’autore abbia in mente per spiazzare il lettore, e il ruvido ma infondo paterno Bosch come sempre si fa valere. Ho amato molto l’evoluzione che Connelly ha fatto vivere al suo personaggio, ormai vecchio e stanco, appassionato di jazz e diffidente verso colleghi e amici, forse ancora innamorato dell’ex moglie, costretto a combattere con le unghie e coi denti per sua figlia, un po’ mi ha ricordato la malinconia dell’ultimo Wallander di  Mankell.

:: Recensione di Il poeta di Gaza di Yishai Sarid (Edizioni E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 agosto 2012 by

E  possibile che un incontro ti cambi la vita per sempre? In certi casi direi proprio di sì! Sulla nostra strada potremmo imbatterci nell’amore eterno della nostra esistenza, nella persona che ci permetterà di dare sviluppo alle nostre aspirazioni o chi influenzerà per sempre il nostro futuro senza rendersene conto. Questo è quello che accade al protagonista de Il poeta di Gaza, il romanzo di Yishai Sarid, edito dalla E/O, perché il protagonista, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani esperto nella prevenzione degli attentati,  riceve una missione importante: deve fingersi un neofito romanziere per avvicinare la scrittrice Daphna e ricevere da lei consigli e istruzioni su come scrivere un romanzo. In realtà il fine dell’incarico del protagonista è ben diverso. Lui dovrà farsi amico dell’autrice israeliana per avvicinarsi ad Hani, un famoso poeta palestinese. Il contatto con queste due persone dalla vasta cultura e dall’animo ipersensibile avrà conseguenze inaspettate per il giovane ufficiale, che inizierà a rivalutare la propria esistenza. Daphna sarà pure un scrittrice famosa, ma non è così felice come  la maggior parte delle persone che la conoscono potrebbero pensare. Lei ha un grosso dolore che la fa soffrire molto, ed è il figlio Yotam, un giovane intelligente, afflitto da gravi problemi di tossicodipendenza, nascosto chissà dove e in fuga da un trafficante di Tel Aviv. La donna è molto provata, perché ogni suo tentativo di allontanare il ragazzo dalla droga è fallito in modo misero. Hani, l’uomo della poesia, è gravemente malato e trascorre l’ultimo periodo della sua esistenza con Daphna, non solo una vera amica, ma il suo grande amore del passato. Lui ha un famiglia che lo ama e dei figli che lo rispettano, ma attorno a questo nucleo alita il sospetto dei servizi segreti israeliani che mirano a catturare uno dei figli del poeta. Il contatto con questa coppia di amici-amanti e con le loro esistenze di immensa sofferenza, porteranno il giovane ufficiale a lasciarsi travolgere sempre più da queste due vite di dolore e ad allontanarsi in modo irreparabile dalla sua famiglia. Non a caso il protagonista perderà progressivamente il contatto con la moglie Sighi e il piccolo figlio, evidenziando una progressiva e completa incapacità di gestione del proprio ruolo di marito e di padre. Il giovane ufficiale ascolta con tale passione le parole, i ricordi e i pensieri tra Daphna e Hani, che in lui si scatenerà il riaffiorare della propria carriera militare fatta di attentati sventati, interrogatori e torture brutali ai sospettati, domandandosi cosa sia veramente giusto nella vita.Il poeta di Gaza di Yishai Sarid è un romanzo che affronta l’amore tra persone appartenenti a culture e religioni diverse, sottolineando quanto questo legame sentimentale sia messo a dura prova in quelle zone del pianeta dove i conflitti politici e religiosi sono presenti in ogni singolo istante della vita quotidiana e sono così radicati in essa che ogni relazione – sia d’amore o di amicizia – ne è influenzata. Altro aspetto interessante è quello riguardante  l’ambito di vita del giovane ufficiale protagonista. Lui è l’emblema di un uomo che per la maggior parte della sua carriera è stato indotto ad assumere un certo tipo di comportamento. Un agire che lo ha portato spesso a volentieri ad eseguire gli ordini senza capire veramente chi era la persona che aveva davanti. Ad un certo momento, però, la coscienza e i sentimenti di equità e giustizia celati nell’animo del protagonista prenderanno il sopravvento in lui e lo spingeranno a compiere azioni inconcepibili per i suoi superiori. Ciò che colpisce dello stile narrativo de Il poeta di Gaza di Sarid è la sua limpidezza nel raccontare i conflitti della società israelo-palestinese, le sue contraddizioni e il fatto che esse si riflettano in modo costante sulle persone che in questo ambiente vivono. Ogni singolo personaggio protagonista de Il poeta di Gaza vive in bilico costante tra il voler fare quello che desidera – corrispondente alla legge della proprio cuore e della propria coscienza – e il dover compiere azioni che la società civile e politica impone. Questa guerra tra opposti porta allo sviluppo di gesti che nella maggior parte dei casi non corrispondono a quello che i vari attori letterari vorrebbero compiere. L’ultimo lavoro di Sarid è un bel libro che porta il lettore a conoscere la natura della difficile convivenza tra politiche e religioni diverse presenti in Israele, con tutte le conseguenze drammatiche che questa lotta determina negli animi umani dei singoli individui, caratterizzati in queste pagine dall’amore, dalla fragilità, dalla volontà di trasgredire le leggi imposte da altri per trovare finalmente la vera pace esistenziale.

Yishai Sarid è nato nel 1965 a Tel Aviv dove vive e lavora come avvocato. Il poeta di Gaza ha vinto in Francia il Grand Prix de Litterature 2011.

:: Recensione di Testa alta, due piedi di Franco Esposito (Absolutely Free, 2012)

1 agosto 2012 by

Ora che siamo nel vivo del periodo di calcio quale occasione migliore per segnalare questo libro che ruota intorno a quel fenomeno che riempie le prime pagine dei giornali sportivi durante il periodo estivo.
Una panoramica sui bei tempi che furono che come tutte le cose che sono state e non sono più, lascia un velo di malinconia e un alone di romanticismo su quella che è stata (e sarà, anche se in forma diversa) fonte di divertimento e di sogni di mezza estate per milioni di tifosi e punto di partenza di girandole e sperperii  miliardari e di affari sfavillanti: il calciomercato.
Il tutto raccontato da un giornalista, Franco Esposito, inviato speciale del Mattino e del Corriere dello Sport – Stadio, il quale insieme ad altri colleghi, sempre a caccia di scoop e notizie rilevanti da dare in pasto ai lettori ansiosi, descrive un centrifugato di esperienze, di affari, di episodi, di aneddoti, di personaggi, di emozioni che permettono al lettore di immergersi in quella atmosfera tipica degli anni cinquanta e dei decenni successivi, dove, come sottolinea il sottotitolo del libro, non vi erano ancora quelle figure che successivamente prenderanno in mano i fili del gioco per governarlo con destrezza, ossia i procuratori sportivi e gli affari invece si concretizzavano direttamente tra i presidenti e i calciatori: un esempio per tutti il presidente sampdoriano Mantovani capace di invitare il glorioso brasiliano Cerezo a ripresentarsi a un appuntamento  in altra data senza essere accompagnato dal suo agente.
E così in maniera gradevole, scorrono e si alternano le storie, a volte magari sconosciute, di trasferimenti dell’ultima ora, di contratti nascosti in luoghi impensabili e anche di beffe, di fregature, o di bugie organizzate ad arte per depistare avversari e a volte, anche gli pseudo-amici giornalisti.
Si potranno così rievocare a mente fredda momenti ed episodi che all’epoca vennero vissuti magari in maniera differente e che ora potranno essere rielaborati in un contesto ben differente con più consapevolezza degli accadimenti e senza la foga del momento, basti pensare alla telenovela infinita fra Barcellona e Napoli per Diego Armando Maradona.

:: Recensione di Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi (E/O Edizioni, 2012)

31 luglio 2012 by

Una rapina in un supermarket di un’ indefinita metropoli del Nord eseguita da due giovani teppisti nigeriani dà l’avvio di Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi edito da E/O Edizioni nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto. Un romanzo ibrido, come lo stesso autore ha sottolineato in una nostra recente intervista, caratterizzato da una contaminazione di generi che vanno dal noir classico, al poliziesco di denuncia anni 70, al dramma criminale, all’action thriller più spinto, alla saga familiare, tutti amalgamati senza sbavature, in modo secco, tagliente, veloce, con i tempi adrenalinici e vertiginosi tipici dei nuovi serial polizieschi,  sporchi, cattivi e senza regole, penso all’americano The Shield ma anche al francese Braquo. Pulixi ci ha messo tre anni per pianificare e scrivere questa storia, complessa e ramificata, quasi ingestibile senza una grande padronanza della scrittura e una determinazione feroce a far sì che ogni pezzo del puzzle combaci perfettamente in modo da dare fluidità e accelerazione al narrato. Da un punto di vista tecnico, una cosa difficilissima, invece eseguita con naturalezza e quasi facilità. Tutto sembra consequenziale, ogni azione la conseguenza di un’altra. In un meccanismo perfetto, senza intralci, intoppi, tempi morti. Questa l’ossatura invisibile su cui si poggia una trama forte, esplosiva, dirompente. Invece di proporre una guerra di mafia, una guerra tra due bande rivali di delinquenti, Pulixi osa un passo in più , fa si che una delle due bande sia composta da poliziotti, corrotti, spietati, determinati a uccidere tanto quanto o forse più dei delinquenti dichiarati. A capo di questo clan di sbirri bastardi Biagio Mazzeo, il capo branco, un uomo determinato a infrangere ogni legge, a non giudicare sacro nessun distintivo, a combattere apparentemente il crimine mentre in realtà si sostituisce ad esso, impadronendosi dei traffici che di solito gestisce, spaccio, prostituzione, racket, gioco d’azzardo illegale, come non pensare al Dudley Smith di Ellroy,  tutto per ottenere riscatto da un passato di povertà e di fatica. Biagio Mazzeo vuole fare il colpo della vita, guadagnare tanto da potersi ritirare in un paradiso tropicale, il sogno di tanti, il sogno di tutti quelli che il coraggio di Mazzeo non ce l’avranno mai. Anche se tutto questo ha un prezzo, un dannato prezzo da pagare e convivere con i propri fantasmi non è poi tanto facile neppure per un duro come lui. La rapina con cui si apre il libro lascia un morto dietro: Goran Ivankov. Un killer, fratello di Sergej Ivankov, lo spietato mafioso ceceno re di Grozny. Il teppista nigeriano Bashir che l’ha ucciso e ha commesso la rapina su ordine di Mazzeo a scopo intimidatorio è un ostacolo, un piccolo errore da cancellare. E Mazzeo per difendere il suo branco non si ferma davanti a niente, lo fa uccidere da un altro piccolo spacciatore che uccide a sua volta. Il cerchio è chiuso ma il cadavere di Goran grida vendetta e richiama in Italia tutta la banda di Sergej Ivankov scatenando una guerra totale.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2012 by

Benvenuto Piergiorgio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Nato a Cagliari nel 1982, vivi a Padova. Editor, scrittore. Chi è Piergiorgio Pulixi?

Grazie a voi. Chi sono… Essenzialmente sono un grande lettore, e un drogato di storie che assumo nelle più svariate forme: libri, graphic novel, cinema, serie tv, manga, etc. Un anno fa circa avevo più o meno una vita normale con tanto di un bel lavoro con contratto a tempo indeterminato, poi ho fatto la pazzia di mollare tutto, cambiare città e provare a puntare tutto sulla scrittura e sul mondo che le gira intorno. Inevitabilmente questo ti porta a dare il meglio di te e tirare fuori le più belle parole che hai… e anche le parolacce migliori.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho fatto studi classici e il mio approccio alle lezioni era abbastanza anarchico e intermittente, nel senso che prediligevo alcune materie – e nemmeno sempre – e altre le ignoravo quasi del tutto con grande gioia dei professori. Inoltre facevo altro mentre alcuni insegnanti spiegavano – altro come leggere e disegnare – però mi volevano bene perchè tutto sommato entravo in modalità ninja e risultavo quasi invisibile e li lasciavo in pace. La cosa curiosa è che una mia insegnante di lettere quando avevo più o meno quindici anni dopo l’ennesimo sei in un tema, mi disse che studiavo e avevo buone argomentazioni ma non andavo oltre al sei e non sarei andato oltre al sei perchè non avevo quella cosa in più che da spessore e profondità a uno scritto. Non mi offesi, però mi chiesi perchè e se aveva ragione. Iniziai a leggere Stephen King stando attento a come scriveva e come narrava. Feci lo stesso con Connelly ed Edgar Allan Poe… un paio di mesi dopo presi il primo dieci. Poi ne presi parecchi altri… La mia infanzia è stata interessante… nella mia mente! Fino ai nove anni non avevo molti amici, ma ne avevo parecchi nella mia testa non nel senso che sono uno schizofrenico paranoico (non allora perlomeno) ma perchè in quel periodo mi piaceva creare storie e mondi miei, popolati da personaggi alla Huckelberry Finn e Tom Sawyer. Poi iniziai a frequentare amici in carne e ossa ma  l’abitudine non l’ho mai persa, e questo  tende a farmi essere una persona apparentemente silenziosa e distaccata… in realtà quando sono così e perchè sono in un altro mondo, accidenti a me.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Da quali letture? Quali persone ti hanno incoraggiato, spronato, consigliato?

Ripeto: un po’ da quella “sfida” con la professoressa di Lettere, un po’ perchè leggevo già tanto. Prima di incontrare Massimo Carlotto e quella che poi sarebbe stata la mia agente, Colomba Rossi, mi hanno spronato e incoraggiato parecchie fidanzate, questo è un dato curioso. Poi dall’incontro con Massimo, la scoperta del noir e l’ingresso nel Collettivo Sabot tutto è cambiato e ha assunto contorni più professionali… Sulle letture: tutto Stephen King, fino ai vent’anni tutti i thriller su cui riuscivo a mettere le mani, in cima: Thomas Harris, Michael Connelly, Robert Crais. E poi tutti i grandi classici da Omero a Dickens, passando per Tolstoj e Alexander Dumas che rimane uno dei miei scrittori preferiti in assoluto.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. C’è un consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani esordienti che a te è stato utile, o che hai compreso grazie alla tua esperienza?

Guarda, se c’è una cosa che accomuna gli scrittori esordienti – da quello che ho vissuto personalmente, dalle esperienze che ho sentito in questi anni, e da quello che ho imparato lavorando sui libri degli altri – è la fretta e un bel po’ di ambizione che sfocia in presunzione. La seconda ci starebbe anche, se però non andasse a braccetto con la prima, la fretta, che invece rende il connubio fastidioso per gli editori, e odioso per i critici. La fretta per uno scrittore o uno che vorrebbe diventarlo è deleteria. La fretta ti spinge tra le braccia dell’editoria a pagamento che nel 99 % dei casi ti rovina, perchè ti porta a veder pubblicato “il più grande capolavoro del mondo” senza editing, senza revisioni, senza un minimo di critica costruttiva; e questo non serve a nulla. Chi crede che comunque un libro pubblicato anche solo da una casa editrice a pagamento faccia curriculum, si sbaglia; non sono quelle le cose che un editor e una casa editrice guardano. Il mio consiglio è aspettare, farsi leggere da più persone possibili che possano consigliare e indicare dove migliorare il proprio lavoro. Per fare seriamente questo lavoro bisogna avere solide basi di grammatica, sintassi e  un po’ di drammaturgia. Bisogna leggere tanto e ricacciare dentro la presunzione di essere migliori degli altri. Su nove casi su dieci non lo si è. Quindi: umiltà, pazienza, studio, preparazione e costanza. Queste credo che siano le strade che portano alla pubblicazione. Per lo meno per me e per parecchie persone che conosco sono state queste.

Fai parte del collettivo di scrittura Sabot, nato grazie a Massimo Carlotto. Parlaci di questa esperienza. Come sei stato “reclutato”? Come è strutturato?

Massimo stava lavorando a un grosso progetto – quello che sarebbe divenuto il romanzo Perdas de Fogu – che lo vedeva impegnato in un’indagine e in una raccolta di materiale davvero estenuante e pressochè infinita. Così decise di mettere insieme un gruppo di giovani autori che gravitavano intorno ai suoi lavori e che condividevano la sua “poetica” e si è fatto aiutare nell’indagine sul Poligono del Salto di Quirra. Ha sfruttato quest’occasione per insegnarci come svolgere un’inchiesta giornalistica e formarci dal punto di vista della letteratura noir. Abbiamo avuto un lungo periodo di formazione che prosegue tutt’ora e poi l’esperienza si è arricchita con altre pubblicazioni collettive e singole. La nostra formazione si concentra soprattutto sullo studio e l’elaborazione delle trame in una maniera quasi scientifica/cinematografica.

Hai esordito pubblicando insieme a Carlotto e ai Sabot il romanzo Perdas de Fogu (edizioni E/O 2008). Ce ne vuoi parlare?

E’ stato un romanzo molto importante che ha avuto qualche problemino perchè toccava  temi scottanti come quello delle servitù militari, delle società miste stato/multinazionali delle armi sulla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma molto pericolose, e perchè abbiamo tirato in mezzo persone pericolose. Alla fine però la magistratura ci sta dando ragione perchè il poligono ora è sotto sequestro giudiziario e sta per partire un processo con indagati eccellenti.

Successivamente hai pubblicato Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Raccontaci in breve la trama.

Anche se non sembra è una storia d’amore. Un ragazzo soccorre per strada una bellissima ragazza. Capisce subito che è una prostituta albanese. Stando con lei in ospedale scopre che in realtà il suo destino è ancora peggiore: è una schiava sessuale, costretta a prostituirsi contro la sua volontà per conto della mafia albanese che l’ha comprata come un sacco di grano. Il ragazzo scopre anche di essersi innamorato di Miriana, questo è il suo nome. Decide così di portarla via agli aguzzini e scappare in Australia. Ma quelli scoprono tutto e si vendicano uccidendo la ragazza. Credono di avere ucciso anche lui. Si sbagliano… da qui parte la storia.

Parliamo ora del romanzo Una brutta storia edito da E/O nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi. A cosa ti sei ispirato? Prevalentemente fatti di cronaca, o altri romanzi, film, telefilm, fumetti?

Il romanzo parte da uno spunto reale, quello dell’arresto di un’intera Sezione di Polizia, o quasi. Quello mi ha fatto scattare l’idea di una famiglia di poliziotti corrotti e delle dinamiche che si vengono a creare tra loro. Dopo la ricerca sulla corruzione delle forze di polizia in Italia e quindi fatti di cronaca realmente avvenuti, mi sono poi lasciato influenzare da tanto altro; in particolare scrittori come Piergiorgio Di Cara, Mauro Marcialis, De Cataldo, Angelo Petrella e Massimo Carlotto, le serie tv The Shield e Sons of Anarchy, tutti i libri di Ellroy e Don Winslow, film come Training Day e Il Padrino, e un fumetto italiano di grande spessore a mio avviso, una sorta di romanzo per immagini, chiamato Rusty Dogs, disponibile su Internet gratuitamente, che mi ha insegnato a osare.

Raccontaci in breve la trama.

Quella dell’ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l’integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà che colpirà i poliziotti negli affetti più cari, e li costringerà a sfruttare fino all’ultima stilla il potere che un distintivo può dare.

Quali generi di ricerche sono state necessarie?

Articoli giudiziari e di cronaca. Interviste e consulenze con persone del settore. Una buona serie di fonti interne. Questo per quanto riguarda le procedure poliziesche.

C’è stata una gestazione piuttosto impegnativa, hai impiegato tre anni per scriverlo. Quale è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

L’elaborazione, il tratteggio e la profondità dei personaggi. Cioè, quello a cui tenevo di più.

Parliamo adesso del protagonista Biagio Mazzeo. Raccontaci come è nato questo personaggio e come si è evoluto durante i tre anni di scrittura.

Biagio è un personaggio complesso, contraddittorio, forte e sanguigno. Un giornalista l’ha definito “un Don Corleone con un distintivo” e onestamente ci ha preso abbastanza. E’ ispirato a una figura reale di un poliziotto che aveva costruito intorno a sé un clan, una famiglia composta solo da poliziotti, grazie al suo carisma e alla sua forza. Io lo vedo un po’ come un patriarca disposto a tutto pur di proteggere la sua famiglia.

Nel capitolo di apertura in cui avviene un fatto che darà il via a tutta la vicenda lo incontriamo alle prese con una scelta che necessita una rapida presa di posizione. Puoi raccontarci cosa succede?

Certo. Lui e la sua squadra negli anni hanno preso il controllo delle strade e del narcotraffico in città. Quando una piccola banda di ragazzini nigeriani mette in pericolo la sua sicurezza, li uccide e insabbia tutto, fabbricando prove false. Ma non basterà, perchè il destino si accanirà su lui e la sua squadra sotto le sembianza di Sergej Ivankov, padrino della mafia cecena.

Biagio Mazzeo è a capo di una squadra narcotici composta da poliziotti violenti e corrotti. Come hai gestito tanti personaggi? L’approccio corale era voluto, o è nato col tempo?

Era assolutamente voluto. Volevo una storia di ampio respiro, corale, epica e tragica in un certo senso, che avesse il ritmo e il respiro di una serie televisiva o di un romanzo ottocentesco con tanti intrighi, tanti segreti e tante scelte drammatiche. Per farlo era necessario avere tanti personaggi e portare ognuno di loro ai limiti.

Dove è ambientato? C’è una città del nord est in cui possiamo collocare la storia? Padova forse?

Ti direi sicuramente nel Nord, Nord-Est, ma non in una città particolare. La città che racconto in realtà è un concentrato di più città. Volevo che il lettore si immaginasse la sua città, che fosse lui a delineare i contorni di questa metropoli.

Il finale aperto fa presumere che ci sarà una continuazione. Puoi parlarcene? Hai in mente una trilogia o una serie più lunga?

Sì, Biagio e i suoi sono protagonisti di una lunga serie; per ora ho in mente altri due libri, ma  se avrò l’appoggio dei lettori e quello di un editore, ma soprattutto l’energia, vorrei continuare anche più a lungo perchè Una brutta storia in realtà getta le basi per delle storie più grandi e complesse dove i protagonisti sono tanti.

Dammi una tua personale definizione di noir. Come si colloca Una brutta storia in questo genere? Possiamo definirlo un poliziesco, una saga criminale?

Il noir a mio avviso racconta la discesa agli inferi di un personaggio che diventa paradigamtico di una società che genera mostri ed è incapace di rendersi conto che sta guidando bendata, con l’acceleratore schiacciato a tavoletta verso uno strapiombo. Racconta le storture e le distorsioni delle nostre città. Sono tragedie moderne, possiamo dire, dove i personaggi entrano in conflitto diretto con l’ambiente in cui vivono… E’ difficile definire a che genere appartiene “Una brutta storia” perchè la mia idea era proprio quella di contaminare più generi possibili: è sicuramente noir, così come è un poliziesco, ma ci sono venature di thriller, action, ed elementi derivanti dalle tragedie di autori come Euripide e Shakespeare.

Dimmi un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, James M Cain, Jean- Patrick Manchette,  Jean- Claude Izzo, Ross Macdonald, Massimo Carlotto, Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Donald E Westlake.

James Ellroy: cazzuto. Cornell Woolrich: disturbante. James M Cain: tagliente. Jean- Patrick Manchette: cinico.  Jean- Claude Izzo: malinconico. Ross Macdonald: duro. Massimo Carlotto: sconvolgente. Giorgio Scerbanenco: magistrale. Loriano Macchiavelli: coraggioso. Donald E Westlake: folle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Impossibile rispondere a questa domanda. Sono davvero troppi… Stephen King, Dumas, Dickens, Carlotto, Lansdale, Lucarelli, Simenon, James Lee Burke e Derek Raymond sono solo alcuni dei tanti.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo libro? Edizioni per l’estero?

Non lo so e non ho voluto chiedere niente. Preferisco concentrarmi sulla scrittura.

Quanto è importante un buon titolo?

Moltissimo. A volte i titoli sono propulsivi a livello commerciale. Pensa a “Va dove ti porta il cuore”, “La solitudine dei numeri primi” o “L’oscura immensità della morte”.

Cosa stai leggendo al momento?

“Dove tutto brucia” di Mauro Marcialis. Avevo letto tempo fa il suo romanzo d’esordio “La strada della violenza” e dopo poche pagine avevo capito che avevo davanti un autore dal talento naturale bruciante. Quest’ultimo lavoro è una conferma della sua scrittura corrosiva e sconvolgente. Negli Usa uno come lui verrebbe osannato.

Quale è il segreto di un buon racconto?

Se intendi per racconto una storia breve, direi l’incisività della scrittura e la capacità di entrare sotto la pelle del lettore con poche parole. Se invece alludi all’arte di narrare in generale allora direi l’assoluta mancanza di noia.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Sì, sto scrivendo al momento il seguito di “Una brutta storia” che spero uscirà presto, editore e tempi editoriali permettendo, e un romanzo collettivo con i Sabot su una storia molto bella e dura che parte dall’Italia per arrivare all’estero dov’è è totalmente ambientata. E’ un noir veloce e scattante per gli amanti di Don Winslow, Il Padrino e Scarface. Entrambe sono storie di perdizione e redenzione dove l’onore e l’amore sono armi a doppio taglio… Grazie a voi, è stato un grande piacere.

:: Recensione di L’aquila d’Oriente di Ben Kane (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012 by

l'aquila dimenticataPer gli appassionati di romanzi storici ambientati nell’Antica Roma consiglio la lettura di un autore che ho scoperto quasi per caso trovando un suo libro su una bancarella dell’usato. Facendo un po’ di ricerche ho scoperto che L’aquila d’Oriente  (The Silver Eagle, 2009) uscito per Piemme nella collana economica Piemme bestseller nel marzo di quest’anno è il secondo volume della trilogia della Legione dimenticata che comprende anche La legione dimenticata, (The Forgotten Legion, 2007) già pubblicato per Piemme nel 2011 e Road To Rome ancora inedito in Italia. Oltre a questa trilogia Ben Kane ha anche pubblicato Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator uscito nel gennaio 2012 in versione originale. Ecco la trama di L’aquila d’Oriente: dopo la sconfitta di Crasso a Carre nella Margiana Orientale i superstiti, divenuti la Legione dimenticata, per sopravvivere devono accettare di combattere per i Parti. Tra questi soldati ci sono anche Romolo, Brenno e Tarquinio che essendo schiavi si erano arruolati a Roma. Intanto in Occidente Fabiola sorella di Romolo, decide di partire per la Gallia in cerca del fidanzato Bruto partito a sua volta al seguito di Cesare. Ricongiunta a Bruto assiste all’orrenda fine della città di Alesia che viene conquistata e distrutta da Cesare. Intanto i legionari che sono in Margiana grazie ad una visione concessa dal dio Mitra trovano una via di fuga in Occidente. Ad Alessandria d’Egitto dove Fabiola ha seguito Bruto al seguito di Cesare nella campagna contro Pompeo, riesce a vedere il suo gemello Romolo ma viene separata da lui quasi subito. Sogno di tutti i personaggi è di ricongiungersi a Roma e il titolo dell’ultimo capitolo della trilogia Road To Rome fa ben sperare. Che dire scritto bene, scorrevole, storicamente molto accurato, anche se l’autore ammette di aver unito parti storiche e parti di fantasia. I personaggi sono simpatici e caratterizzati in modo interessante e l’avventura domina su tutto. Per la qualità della scrittura e l’amore per i particolari decisamente superiore alla norma. Consigliato.

:: Recensione di Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012 by

Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.

Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.

Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:

appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.

Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Hunger Games – La ragazza di Fuoco di Suzanne Collins (Mondadori, 2010) a cura di Gianrico Gambino

27 luglio 2012 by

Questa recensione non è per chi non ha letto il primo libro perché inevitabilmente farà degli spoiler rispetto al precedente volume. Sì perché va detto che Peeta e Katniss sono sopravvissuti agli Hunger Games. Entrambi. Sfidando sfacciatamente il potere di Capitol City. Minacciando un doppio suicidio che avrebbe lasciato la capitale di Panem senza un vincitore dei giochi. Ma questa sfida non può passare impunita per un governo che sempre più sta opprimendo i dodici distretti che costituiscono la rete di sostegno della capitale. Solo mantenendo il popolo nell’ignoranza e nella schiavitù, troppo occupato a sopravvivere per pensare ad altro, pensa il Presidente Snow, si potrà avere il controllo assoluto di tutte le persone.
Katniss ha sfidato questo dominio assoluto costringendolo a cedere lievemente. Snow sa bene che le dighe crollano per piccole crepe. Quindi deve porre rimedio e da subito all’inizio di questo secondo libro si avverte che l’atmosfera nel Distretto 12 da cui provengono Katniss e Peeta sta mutando. In particolare gli eventi prendono una piega precisa quando lei e il suo compagno dei giochi debbono partire per compiere il giro dei Distretti in quanto vincitori. Un tour obbligatorio, come tutto a Panem. Un tour che inizia con l’inattesa visita del presidente a casa di Katniss e con una minaccia di morte esplicita nei confronti di tutti coloro che lei ama, qualora non dovesse convincere il Presidente, questi le rivela che la sta facendo tenere sotto controllo da mesi ormai. Bella la risposta di Kat sul fatto che il sistema Panem deve essere ben fragile se basta un pugno di bacche per farlo crollare.
Così Katniss e Peeta ricominciano a fare i finti innamorati, cercando di convincere il governo di Panem che non hanno intenzione di diventare dei capi ribelli. Inizia così il tour proprio da quel Distretto 11 cui apparteneva la piccola Rue, la ragazzina che s’era alleata con Katniss durante i giochi e che venne uccisa sotto i suoi occhi. Immediatamente è chiaro che la gente presente nella sala dove vengono portati i due vincitori è molto tesa e la situazione non migliora quando…
No aspettate leggetevelo. Facciamo un salto in avanti e arriviamo alla fine del tour quando Snow dice a Kat che non lo ha affatto convinto. La sensazione di minaccia è incombente e la ragazza inizia a pianificare la fuga, ma i pacificatori del Distretto vengono rimpiazzati da gente nuova, fanatica e al diretto controllo di Snow rendendo vani i piani di Kantinss. Questa durante una festa in casa del Sindaco ascolta un resoconto riservato in cui si dice che il Distretto 8 s’è sollevato. Ne ha conferma quando alcuni giorni dopo nei boschi incontra due donne scappate da lì e che stanno cercando il Distretto 13, perché sono convinte che sia ancora lì da qualche parte. Lei dapprima non ci crede, poi però fa caso ad alcuni indizi forniti dalle due fuggiasche e fa due più due, molto non quadra nei resoconti ufficiali del governo di Panem.
Così all’annuncio dei settantacinquesimi Hunger Games, edizione speciale, Katniss sta ancora trovando una soluzione sospesa tra l’istinto di sopravvivenza e la volontà di ribellione allo stato. Se non fosse che in occasione di questi giochi vengono richiamati in gara i vincitori della passate edizioni ancora in vita, questo per lei significa automaticamente essere scelta in quanto unica donna del suo distretto ad aver vinto.
Cosa colpisce…
… in questo secondo volume non è tanto la storia, se vogliamo persino scontata, quanto piuttosto l’intensità, l’urgenza del sentimento ribelle. L’impossibilità in tutti i protagonisti di rimanere schiacciati sotto il peso del governo di Capitol City costi quel che costi. I giochi saranno la svolta definitiva. La politica qui viene presentata nella sua sfaccettatura più tipicamente orwelliana di macchina ben oliata per non far arrivare informazioni cruciali al popolo schiavo.
Eppure in questo panorama desolante, la figura di Katniss viene eletta a simbolo. E il simbolo inizia a manifestarsi sempre più spesso ed la Ghiandaia Imitatrice che Rue le ha insegnato ad amare durante i primi giochi, fino alla sfacciataggine di apparire in maniera travolgente durante l’intervista prima dell’inizio dei giochi. La sfida al potere viene lanciata usando Kat, quasi senza che lei se ne accorga.
La riflessione sulla forza dei simboli qui viene spontanea. Un simbolo è qualcosa di trascendente la forza della persona che lo diviene. Vi ricordate il buon dottor Cochrane in First Contact. A lui di essere simbolo di rinascita non poteva interessare meno, addirittura si spaventa quando La Forge gli parla di quanto sarà ammirato e famoso nel futuro. Al punto di scappare. Qui siamo davanti a un simbolo che è al contempo un’immagine la Ghiandaia e una persona che non sa di esserlo, Katniss appunto.
Realismo
Come nei migliori casi di fantascienza siamo davanti a una critica sociale. Lo si era già visto nel primo libro, ma qui la cosa diventa smaccata in quanto siamo sull’orlo della guerra, con i Distretti che si ribellano uno dopo l’altro e con la repressione che si fa sempre più devastante. Panem non ha scrupoli e vuole eliminare chiunque gli si opponga senza pietà. Katniss viene proiettata in questo enorme gioco di finzioni e inganni.
Tutto questo è molto realista secondo me, quante sono le situazioni in giro per il mondo in cui la prepotenza di chi ha il potere tenta di sopraffare la gente comune? Lo stiamo vedendo in Italia proprio in questi giorni con gli scandali politici che coinvolgono quei partiti che si dicevano puri e che hanno incredibilmente(?) abusato del denaro pubblico. Niente di nuovo, ma l’intensità delle situazioni, l’evidenza dei soprusi, fan sì che inevitabilmente il lettore voglia la rivoluzione, la desideri ardentemente quasi come fosse una sua riscossa.
Il finale
È a dir poco aperto, non posso dire molto altrimenti tutta la parte più importante del testo verrebbe svelata, ma diciamo solo che stiamo ansiosamente attendendo il terzo libro che dovrebbe uscire tra un mese circa (giugno).
Personaggi
Sicuramente Katniss resta il personaggio principale, ma inconsapevole di cosa stia accadendole attorno. Del resto la maggior parte dei personaggi non può sapere molto, lei si da da fare per capirci qualcosa, ma la sua scarsa esperienza, il fatto di essere una tizia battagliera non l’aiutano a fare piani molto lucidi e il più delle volte fa delle figuracce. Sicuramente chi ha le idee chiare è il suo più caro amico Gale, che imbocca senza troppi dubbi la strada della ribellione anche se non immediatamente diretta.
Trovo eccelso il personaggio di Cinna, contraddistinto da chiara intelligenza e audacia, messa al servizio incondizionato di Kat sulla quale lui scommette, glielo ripete ancora.
Poi c’è Haymitch, l’ubriacone, quello che ormai è deluso dal mondo, che ha vinto e così facendo ha perduto tutto, quello cui nessuno da due soldi, ma anche quello estremamente intelligente e che sa fare in modo che la gente si fidi di lui. Che stuzzica sempre katniss per farle superare da sé le difficoltà.
Infine c’è il Presidente Snow, lui è il Male personificato, la descrizione che ne viene fatta è assolutamente vampiresca, così come lo è il suo ruolo e quello del suo stato, una sanguisuga. Un essere che di suo non saprebbe sopravvivere a niente se non ci fossero i Distretti.
Conclusioni
Se il primo mi era piaciuto, questo di più. Se il primo aveva ritmo questo di più, nonostante sia più lungo. Non dico altro: va letto.

:: Un’ intervista con Mercello Simoni autore de Il mercante di libri maledetti (Newton Compton, 2011) a cura di Viviana Filippini

27 luglio 2012 by

Ciao Marcello, sappiamo sei reduce della vincita della Sessantesima edizione del Premio Bancarella con il tuo romanzo Il mercante di libri maledetti (Newton Compton, 2011) e per noi di Liberi di Scrivere è un vero piacere ospitarti e fare due chiacchiere con te

Potrà sembrare banale, ma come ti senti ad aver vinto il “Premio  Bancarella”?

Ho tagliato un traguardo che non mi sarei mai sognato di raggiungere. Ma come sono soltito reagire di fronte a ogni nuovo successo (e il Mercante me ne ha portati molti), vivo questo straordinario momento con l’umiltà di chi si trova di fronte a una nuova sfida, guardando avanti senza montarsi la testa.

Questo premio che valore ha per te per il tuo libro, visto che la prima pubblicazione è stata fatta in Spagna?

È l’ennesima conferma di aver scritto qualcosa che piace. Già essere stato accettato da un grande editore come Newton Compton, per poi riscuotere un largo interesse nei lettori, me ne aveva dato la certezza. Il Bancarella conferisce tuttavia al mio lavoro un valore aggiunto, mi ha reso più consapevole e maturo. E di questo sarò sempre riconoscente a tutti i librai indipendenti che hanno scelto di votarmi.

Cosa ti ha ispirato la storia de Il mercante di libri maledetti?

Volevo scrivere un medieval thriller “svecchiando” i moduli del romanzo storico e allo stesso tempo riprendendo i meccanismi narrativi del genere avventuroso-cavalleresco, con un occhio sempre puntato sul gotico, sul feuilleton e sull’amore per i libri.

Quanto ha influito sulla stesura del romanzo la tua esperienza di archeologo e di bibliotecario?

Moltissimo. Sono solito fare tesoro di tutto ciò che imparo e trasmettere le mie passioni nelle storie che scrivo.

Protagonista della ricerca del misterioso libro trafugato è Ignazio da Toledo, a chi ti sei ispirato per creare la sua figura?

A un’idea. Ignazio da Toledo incarna la curiositas, uno dei peccati più gravi nel Medioevo, ma non solo. L’uomo curioso tende a porsi domande, quindi a disobbedire e a uscire dagli schemi. Ecco, quindi, come la curiositas possa diventare la chiave di una trama avventurosa. E Ignazio da Toledo, in qualità di suo protagonista, discende da una lunga stirpe di eroi seriali che vanno da Sherlock Holmes a Fantômas.

Che funzione hanno le figure del giovane Uberto e di Willalme che accompagnano il protagonista nella grandiosa avventura?

Quella di creare, tutti insieme, il prototipo dell’uomo perfetto. Se Ignazio da Toledo incarna il “genio per l’intrigo”, Uberto rappresenta la schiettezza e Willalme la passione.

Il mercante di libri maledetti è diviso in sei parti. In base a quali principi hai scelto i titoli per ognuna delle sezioni?

Semplicemente, cercando di riassumere gli argomenti principali contenuti in ogni capitolo. Esclusi i primi due, in ogni titolo compaiono nomi di angeli ribelli, a ognuno dei quali la tradizione enochiana attribuisce il dominio di una particolare arte occulta. Unite insieme, queste quattro “dottrine angeliche” porteranno a ricostituire l’insegnamento perduto dell’Uter Ventorum, un leggendario manoscritto di contenuto esoterico.

Al centro del tuo romanzo c’è l’Uter Ventorum un misterioso libro che affascina e intimorisce alla stesso tempo. Cosa rappresenta per chi lo desidera?

Per Ignazio da Toledo, l’Uter Ventorum rappresenta il pungolo della curiosità e l’opportunità di ampliare la propria conoscenza. Per la Sainte Vehme, il tribunale segreto sulle tracce del mercante, questo libro sarebbe invece il mezzo per soddisfare la sete di dominio. In sostanza, ci troviamo di fronte alla dinamica “potere vs intelletto”.

Uter Ventorum,  può essere un esempio di pseudobiblion (libro mai scritto, ma citato come vero) sulla scia del Necronomicon spesso considerato da Lovercraft e di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino?

L’Uter Ventorum è a tutti gli effetti uno pseudobiblion, ovvero un libro che esiste soltanto perché menzionato da altri libri, proprio come il Necronomicon, ma anche come il luciferino Delomelanichon, oppure Le Nove Porte di Aristide Torchia o l’Enciclopedia galattica citata da Isaac Asimov. Ne consegue un’affascinante considerazione: nel momento stesso in cui qualcosa viene menzionato, questo qualcosa inizia a esistere, almeno in potenza, e a prendere forma nella nostra mente. Quindi, se un libro viene descritto da altri libri, possiamo davvero essere certi che non esista?

A quando la prossima avventura di Ignazio da Toledo?

Il sequel de Il mercante di libri maledetti uscirà in libreria il 4 ottobre 2012 e s’intitolerà La biblioteca sotterranea dell’alchimista. Titolo eloquente. Ma ancora prima, a fine luglio, uscirà sempre per Newton Compton, primo della collana Originals, un mio romanzo a puntate in formato ebook dal titolo Rex Deus. L’armata del diavolo. Si tratta di un’avventura ambientata nel pieno Cinquecento, tra corsari ottomani, battaglie navali e segreti occulti.

:: Segnalazione di Mandorle amare di Laurence Cossé (E/O, 2012)

26 luglio 2012 by
Dal 14 settembre 2012

Laurence Cossé
Mandorle amare

Prezzo € 17 – pagg. 176

Traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca

Dal mondo

Édith quasi non ci crede quando scopre che Fadila, la sessantenne marocchina che lavora per lei come domestica a ore, è completamente analfabeta. Come fa una persona che vive a Parigi nel terzo millennio a non saper né leggere né scrivere? Come fa a prendere l’autobus o la metropolitana, come fa a pagare un bollettino alla posta o prelevare dei soldi al bancomat? Per la brava donna è un disagio come un altro, ma per Édith è inconcepibile. Decide così di insegnarle a leggere e scrivere cominciando dall’alfabeto. Scoprirà presto che insegnare a un’adulta con la testa già formata è ben più difficile che istruire un bambino con un cervello, per così dire, predisposto all’apprendimento. Le lezioni, che si svolgono nei ritagli di tempo di entrambe le donne, procedono lentamente e faticosamente tra momentanei entusiasmi e più lunghi cali di tensione. Ma durante quegli incontri si crea poco a poco una conoscenza reciproca che sfocia in amicizia e stima, e che andrà molto oltre i modesti successi didattici. Édith, signora colta e decisamente francese, entra in contatto con una vita diversa, la vita di un’immigrata che ha passato una sofferta gioventù in Marocco e conduce una sofferta esistenza nel ricco Occidente. Eppure, nonostante gli stenti e le privazioni, la vita di Fadila emana dignità e consapevolezza, in una strana miscela di fatalismo arabo e buonsenso di madre di famiglia. Chi delle due imparerà di più dall’altra?

Laurence Cossé è autrice di numerosi romanzi di successo in Francia, per i quali ha ricevuto vari premi tra cui il Prix de la Table Ronde française, il Prix du jury Jean Giono, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Ciné Roman Carte Noire. Vive a Parigi. Nel 2010 le Edizioni E/O hanno pubblicato La libreria del buon romanzo e nel 2011 L’incidente.

:: Un’ intervista con Elena Cabiati autrice di La viaggiatrice di O (Nord edizioni, 2012) a cura di Elena Romanello

25 luglio 2012 by

La casa editrice Nord, specializzata in fantasy, thriller e romanzi storici di autori solitamente di lingua anglosassone, presenta tra le sue proposte di questi ultimi mesi il fantasy La viaggiatrice di O, dell’autrice italianissima, tra Torino e la Liguria, Elena Cabiati, che propone streghe e viaggi nel tempo partendo da sotto la Mole.

Elena, come si diventa scrittrice?

Da bambina volevo fare la strega, poi volevo disegnare cartoni animati, ma non siamo in Giappone, e allora ho deciso di scrivere, prima poesie che però sono un genere troppo amatoriale e poi ho deciso di scrivere romanzi. Insegno, un lavoro che mi piace molto anche perché permette di coltivare altre passioni, oltre che fa piacere vedere i tuoi allievi che vengono alle presentazioni a fare il tifo per te.

Perché hai scelto di scrivere un fantasy?

Perché è un genere che mi piace da sempre, da ben prima che diventasse di moda, sono stata un’appassionata lettrice di tutti gli autori principali, da Tolkien a Pullman passando per La storia infinita, e ho amato anche molto i film di questo genere, Labyrinth e Pomi d’ottone e manici di scopa. Mi piace anche come è scritto e la vicenda di Harry Potter, mentre, non me ne vogliano, trovo Twilight veramente scadente.

Hai trovato difficoltà per farti pubblicare?

Prima de La viaggiatrice di O avevo scritto un altro romanzo, sempre fantasy, ma non sono riuscita a farlo pubblicare ed è rimasto per ora nel mio pc. Non mi andava di affidarmi all’editoria a pagamento, tanto vale allora andare da un tipografo, comunque ho poi deciso di partecipare con La viaggiatrice di O al premio Io scrittore indetto dalla Mauri Spagnol, e sono stata tra i finalisti, tra l’altro non me l’aspettavo e quando mi hanno annunciata a Mantova non volevo crederci. Sono entrata subito in contatto con l’editor della Nord, che mi ha fatto allungare un po’ il romanzo, uccidere un mio personaggio e prendere un tono un po’ più adulto, in linea con la casa editrice.

Ti sei trovata bene quindi?

Sì, ho potuto avere voce nella scelta per la copertina di una bella illustrazione di Roberto Barbieri e poi mi è piaciuto il discorso di voler sperimentare qualcosa di nuovo, visto che l’andazzo oggi è per lo più invece di accaparrarsi alla fiera di Francoforte di libri di autori già noti, i vari Glenn Cooper e soci.

Cosa pensi della situazione del fantasy in Italia?

Finalmente sta emergendo, e penso che dobbiamo comunque tutti migliorare. Del resto la tradizione di scrivere letteratura fantastica nei Paesi anglosassoni risale all’epoca romantica, mentre da noi si è sempre preferita una narrazione realista, anche se non sono mancati autori di romanzi di genere fantastico, ma che vengono studiati poi solo all’Università.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo il seguito de La viaggiatrice di O, e poi credo proprio che continuerò a frequentare il genere, il mio sogno sarebbe di scrivere una storia tra realismo e magia come il bellissimo film Il favoloso mondo di Amelie.

Che rapporto hai con Torino?

La amo tantissimo, anche se ho vissuto tanti anni sulla Riviera ligure, la trovo una bella città anche se forse manca un po’ l’aspetto naturale. E poi adesso tra Torino e dintorni cominciamo ad essere in tanti a scrivere fantasy, sarebbe bello organizzare un festival letterario in tema sul tipo di Immaginaria o San Giorgio Fantasy.