:: Un’ intervista con Lilli Luini e Maurizio Lanteri

25 gennaio 2013 by

cappella_penitenti_grigiBenvenuti su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: ognuno si descriva, anche fisicamente. 

Lilli: Sono piccola, discretamente in forma, bionda. Sono sposata da moooolto tempo, ho due figli maschi, giovani uomini che vivono uno a Madrid e l’altro a Bolzano e una gatta che invece vive in simbiosi con me. Da anno ho anche una nipotina. Abito a Taino, sul Lago Maggiore, e lavoro a Novara, pendolando un paio d’ore al giorno, che uso per leggere, la mia passione da sempre. Amo il mare, le città, e detesto cordialmente lo sport.

Maurizio: Sono alto, magro, capelli e occhi castani,. Sono sposato, ho un figlio di sedici anni che frequenta le superiori e un cane di nome Luna. Abito a Garlenda, in provincia di Savona, lavoro in quella zona come pediatra di famiglia. Pratico regolarmente vari sport. Mi piacciono  mare e i grandi spazi. Odio le metropoli.

Come vi siete conosciuti? Come avete deciso di unire le penne e di iniziare a scrivere romanzi insieme?

Ci siamo incontrati in Rete, e galeotto fu un sito per scrittori esordienti. Un giorno Lilli inviò in lettura un suo giallo, che finì casualmente in mano a Maurizio. A lui piacque, ci vide delle assonanze con il suo stesso modo di scrivere. Così concepì l’idea di un romanzo a quattro mani. All’inizio Lilli disse che no, non se ne parlava nemmeno, la scrittura era un onanismo privato. Poi si convinse. L’incontro di persona avvenne solo a fine della prima stesura del romanzo. Ci eravamo divertiti così tanto che siamo ancora qui…

Come è nato il vostro amore per la scrittura, e per la letteratura in genere?

Lilli: non lo so. Non ho mai pensato di scrivere fino a una decina di anni fa, ma fin da piccola mi sono raccontata storie da sola. Quanto a leggere, mi pare di farlo da sempre. A dieci anni avevo già letto I Promessi Sposi, a quattordici tutto Moravia. Avevo anche già rischiato l’espulsione dall’Istituto di suore in cui mi aveva iscritto mia madre, perché mi trovarono L’amante di Lady Chatterley nella cartella. Non c’è stato un giorno per me senza un libro iniziato.

Maurizio: anch’io leggo da sempre, senza particolari incidenti di percorso. Per quanto riguarda la scrittura, ho sempre saputo che prima o poi avrei scritto un romanzo, Sentivo una sorta di predestinazione, fin dagli anni del liceo. Di fatto non ho impugnato la penna (la testiera, in verità) se non dopo i quarant’anni. Probabilmente mi servivano esperienza di vita e maturità, per dominare le idee e le immagini che la fantasia mi trasmetteva.

Che tipo di lettori siete: compulsavi, selettivi, razionali, sentimentali ? Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Lilli: io sicuramente compulsiva. Leggo un libro alla volta, fino a qualche anno fa lo leggevo tutto anche se non mi piaceva. Adesso ho fatto mie le regole di Pennac e mi permetto di abbandonare quello che non mi va. Ma leggo qualsiasi genere. Dire un libro solo è veramente difficile. Preferisco concentrarmi sulla seconda parte della domanda. Mi hanno commosso, aiutato, segnato Sabato di Ian McEwann. A un certo punto, ho dovuto interrompere la lettura, guardare il lago e ritrovare la lucidità per continuare. Mi ha sconvolto Sorella mio unico amore, di Joyce Carol Oates, un capolavoro assoluto.

Maurizio: selettivo e razionale, con qualche divagazione compulsiva. Anche a me riesce difficile indicare un solo libro. Molti, in momenti diversi della vita. Fra le mie prime letture, resto affezionato a Il dottor Zivago e a Il Maestro e Margherita. Devo molto a Sephen King, dai suoi classici a On writing.

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Lilli: ti do la mia top five. Jorge Amado, Ian McEwann, Murakami, Stephen King e al primo posto Joyce Carol Oates.

Maurizio: non mi piacciono le classifiche.

Parliamo adesso dell’ultimo libro che avete scritto La cappella dei penitenti grigi un thriller a fondo storico, di respiro internazionale, pubblicato da Nord Editore che ho avuto l’occasione di leggere in anteprima e ho apprezzato per l’originalità, il linguaggio diretto e i personaggi ben poco convenzionali. Come è nata l’idea di scriverlo? Parlatemi di come si è sviluppato il processo creativo?

Come sempre, noi partiamo da un’idea che ci colpisce. Può essere un luogo, una persona, una circostanza. I Penitenti nascono dal nostro incontro con la Camargue e con la città di Aigues-Mortes in particolare, unite a certe strane reticenze che abbiamo incontrato per visitare la famosa Cappella. (Raccontiamo la storia completa di questa nostra esperienza a questo link:

http://www.editricenord.it/editoriali/come_abbiamo_scoperto_il_mistero_dei_penitenti_grigi_2.php)

Un pizzico di trama per accontentare i più curiosi. Raccontatemi il libro ognuno dal suo punto di vista.

Lilli: le strade del caso, complicate e semplici allo stesso tempo,  riuniscono nello stesso luogo e nello stesso momento tre personalità diverse. Fabienne, che guarda solo al futuro. Daniele, fermo al passato. Al Squazzoni, l’uomo del qui e adesso, pronto a cogliere ogni occasione. La morte di una giornalista, assassinata in Camargue, vede Fabienne indagata e Daniele casualmente testimone della sua innocenza. Potrebbe finire lì, se non fosse che quel delitto è solo il primo di una serie.

A volte sono gli eventi piccolissimi che portano a scoprire i segreti più inconfessabili. E la cappella dei Penitenti Grigi di segreti ne nasconde molti, nella sua storia quasi millenaria. Tutti reclamano attenzione  e giustizia e tutti verranno appagati.

Ora parliamo dell’ambientazione. Come dicevo è un thriller di respiro internazionale: i personaggi si muovono da Parigi a Londra, da Aigues-Mortes al lago di Ginevra. Sono luoghi che conoscete? Come li avete ricostruiti, soprattutto la Camargue con la sua fauna e la sua flora molto peculiare?

Lilli: Conosciamo bene la Camargue, ci siamo stati molte volte. Abbiamo anche affittato una cabane in un mas, tra tori e cavalli, e un’altra volta una casa seicentesca nel centro di Aigues Mortes. Lo stesso vale per Londra e Parigi. Su Ginevra ci siamo affidati a… Google Map.

Maurizio: Mi piace citare anche Casa Ariore, nel cuore verde dell’Oltrepo pavese, luogo natale di mia moglie Simona e mio buen retiro quando ho bisogno di ricaricare le pile e di scrivere lontano da tutto.

Il romanzo ruota intorno ad un ordine caritatevole avvolto nel mistero “I penitenti grigi” che esiste realmente, anche tuttora. Quali sono le sue origini? Come vi siete documentati sui suoi riti, la sua storia?

Agli albori del cristianesimo, il penitente era colui che si presentava alla Chiesa chiedendo l’assoluzione dai peccati. La pena era pubblica e consisteva per lo più nell’interdizione dai luoghi di culto o dall’Eucarestia.
Il termine prese un’altra accezione nel XIII secolo, con i “Penitenti di Assisi”. Così si chiamavano i seguaci di San Francesco, prima di costituirsi in un vero e proprio ordine religioso. Erano uomini e donne comuni che senza prendere i voti si impegnavano alla povertà, all’osservanza stretta del digiuno, alla solidarietà cristiana.
Confraternite simili nacquero e si moltiplicarono fra il XIII e il XV secolo, soprattutto in Italia e in Francia. Dapprima con lo scopo di assistere i moribondi e assicurare loro sepoltura in terra consacrata. Più tardi, per curare i malati e offrire sostegno agli indigenti.
Il penitente indossava un saio, ampio e informe, uguale per tutti. Il colore del saio indicava in quale forma egli avesse deciso di espiare i peccati. Grigio era il colore del lavoro, bianco della purezza, nero della tristezza e della desolazione, blu della consolazione, rosso della carità e dell’amore. In testa portava la cagoule, un cappuccio a punta con due fori per gli occhi, che nascondeva il volto in segno di umiltà (ed evitava contatti troppo stretti con i malati, a tutela della salute). Il cordone, serrato dal triplice nodo francescano, esprimeva l’osservanza della disciplina.
La più antica confraternita di Francia fu quella dei Penitenti Blu di Montpellier, sorta intorno al 1050 con l’intento di garantire i servizi religiosi nel cimitero della città. I Penitenti Grigi di Aiguës Mortes nacquero due secoli dopo, all’ombra del convento francescano voluto da Luigi IX. Intorno al 1350 il loro numero era così cresciuto che i monaci donarono loro un appezzamento di terreno perché potessero costruirvi una cappella.
I Penitenti Grigi prosperarono, stimati e riveriti per i servizi che rendevano alla comunità. Nel 1700 la congregazione raggiunse l’apice della sua crescita: contava più di trecento adepti (fra cui ventiquattro donne) e si trovò a gestire ingenti risorse materiali.
Poi venne la Rivoluzione Francese, e con essa un furore antireligioso che azzerò ogni proprietà e iniziativa. Miracolosamente la confraternita riuscì a sopravvivere, seppure in tono minore.
Le informazioni ci vengono principalmente da un libro: Les Pénitents d’Aigues-Mortes, di cui parliamo al link indicato in precedenza.

Naturalmente i fatti che narrate nel vostro romanzo sono d’invenzione, mi riferisco alle trame all’interno dell’ordine o all’uso fatto della cripta della cappella. Quali sono i fatti reali, storici presenti nel libro? Dove dite che l’ingresso dei nobili nell’ordine fu l’inizio della sua decadenza corrisponde al vero, o è una licenza narrativa?

È vero. Così come è vero che la Torre di Costanza è stata una prigione per le donne ugonotte e che Marie Durand vi fu rinchiusa per 38 anni. Vero è anche l’episodio del Mas de Crottes di cui parliamo all’inizio, cioè l’arresto di diverse donne ugonotte nell’aprile del 1730.

Il romanzo presuppone un lungo lavoro di documentazione. Chi vi ha aiutato nelle ricerche, siete in debito con qualcuno in particolare, magari un “penitente” stesso?

Non abbiamo mai incontrato gli attuali penitenti. Abbiamo saputo che sono ancora fedeli al loro voto di riservatezza. Cogliamo qui l’occasione di scusarci, se la nostra opera creerà loro un qualsiasi disturbo. Siamo in debito con la responsabile dell’Ufficio del Turismo di Aigues-Mortes che ha aperto la Cappella solo per noi in un giorno di Ognissanti.

Oltre ai misteri legati al presente, c’è un mistero del passato legato ai personaggi di Jullian e Isabeau e al loro amore contrastato. Come sono nati questi due personaggi, come si sono sviluppati durante la stesura del libro?

In realtà la storia di Jullian e di Isabeau è stata la prima cosa che abbiamo scritto. Saputo del rituale con cui la confraternita nomina il suo Priore, le visioni immediate sono state due . La prima, un giovane che si sveglia all’alba, indossa il saio penitenziale e corre alla Cappella prima del sorgere del sole. La seconda, una ragazza dal viso arrossato e dai capelli al vento che galoppa a perdifiato nelle paludi di Camargue.

Passato e presente scorrono paralleli, e un punto in comune quasi li unisce: una faida che sembra continuare nei secoli dal 1700 ai giorni nostri, di generazione in generazione. E’ questo il filo rosso del romanzo?

Sì, decisamente. Almeno secondo noi. Poi, da lettori, sappiamo che ciascuno trova delle chiavi personali con cui muoversi all’interno dell’intreccio. .

Quale è il personaggio a cui siete più affezionati? Non vi nascondo che il mio preferito è  Maurice Mariau.

Lilli: a un certo punto della stesura mi sono accorta che il mio Virgilio, la mia guida nell’Inferno, era Maurice Mariau. Di lui so tutto, anche quello che non abbiamo scritto, e anche quello che abbiamo dovuto tagliare nell’economia del romanzo.

Maurizio: Al Squazzoni, lo Squaz. Il prototipo di come io non sarò mai (ma di come, forse, avrei voluto essere).

Il personaggio più difficile da delineare, quello per cui avete più discusso, su cui più vi siete confrontati?

Fabienne e Daniele. Fabienne, è una donna molto complicata. Daniele è forse l’antieroe, figura atipica in un romanzo d’avventure. Ci siamo confrontati molto su di loro. Entrambi siamo molto esigenti sulla quadratura psicologica dei protagonisti e ognuno vedeva le cose a modo suo. Cioè, Lilli da donna e Maurizio da uomo. I lettori ci diranno se abbiamo quadrato il cerchio. Tu che ne pensi?

Ho apprezzato molto il linguaggio diretto, attuale, che usate per nulla edulcorato. Ho notato anche una certa durezza: i personaggi “cattivi” esprimono tramite pensieri e parole la loro negatività, la loro meschinità. Come li avete ideati? Ci sono mandanti ed esecutori, c’è chi muove le fila e chi è solo uno strumento del male?

Il male prospera su tre basi – arroganza, indifferenza e stupidità – e ha una pietra angolare:  l’avidità, che può essere di soldi o di potere. I nostri personaggi li abbiamo ideati guardandoci attorno. Leggendo i giornali e in particolare i testi delle famigerate intercettazioni ambientali, ci diciamo tra noi che la nostra fantasia non arriverebbe mai a tanto. Certamente ci sono mandanti ed esecutori, ma anche questi ultimi sono mossi dall’avidità, dal bisogno disperato di avere.

Bene è tutto, grazie della vostra disponibilità. Mi piacerebbe chiudere l’intervista con un’ ultima domanda: state lavorando ad un nuovo romanzo? Rivedremo Daniele e Fabienne e il personaggio di Maurice Mariau?    

Stiamo lavorando da alcuni mesi a un nuovo progetto. Ci saranno sicuramente Daniele e Fabienne, Al Squazzoni e Patrick Delamotte. Per quanto riguarda Maurice Mariau, ancora non sappiamo.

:: Recensione di La cappella dei penitenti grigi di Maurizio Lanteri e Lilli Luini (Nord, 2013)

24 gennaio 2013 by

cappella_penitenti_grigiSullo sfondo della Camargue, terra di indubbio fascino sferzata dal Mistral, dove il Rodano incontra il Mediterraneo creando un particolarissimo labirinto di canali, salinai, campi e paludi, habitat naturale dei tori, dei cavalli e dei fenicotteri rosa, è ambientato il nuovo thriller storico di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, La cappella dei penitenti grigi (Editrice Nord, 2013). Tra passato e presente, in capitoli alternati, la cittadella fortificata medioevale di Aigues-Mortes diventa centro di una storia che ruota attorno ad un antico ordine caritatevole che esiste realmente, i penitenti grigi, e alla cappella in cui erano soliti riunirsi durante le feste principali e per la proclamazione del nuovo Priore, ogni Pasqua. Un mistero del passato, legato all’amore contrastato tra Jullian e Isabeau, e a una faida tra famiglie appartenenti all’ordine dei penitenti, si intreccia ad un mistero del presente che trae le sue origini da efferate vicende accadute durante la Seconda Guerra Mondiale in un susseguirsi di complessi intrighi, non privi di colpi di scena. Quali segreti custodisce la cappella diroccata dei penitenti grigi e soprattutto la sua cripta dove venivano sepolti fino alla Rivoluzione Francese tutti i penitenti nel loro umile saio? Per rispondere a questa domanda molti perderanno la vita, prima tra tutti la giornalista Deanne Bréchet, amante di Fabienne Lacati, ricercatrice del dipartimento di storia moderna dell’Università di Parigi e protagonista del romanzo, l’unica ad avere scoperto questo oscuro segreto, assieme ad una giornalista radiofonica, segreto capace di far tremare le fondamenta di immense ricchezze accumulate da antiche famiglie forti di agganci politici e al di là di ogni sospetto. Fabianne, sospettata dell’omicidio, troverà in Daniele Ferrara, anche egli storico, seppure in disgrazia per divergenze con i baroni universitari, e assunto come consulente da Discovery Channel, un insperato e provvidenziale aiuto oltre a qualcosa di più e capirà ben presto che per salvarsi la vita dovrà scoprire lo stesso segreto che aveva scoperto Deanne e renderlo pubblico. Tra Parigi e Londra, Aigues-Mortes e il lago di Ginevra, Daniele e Fabienne aiutati dal procuratore aggiunto Maurice Mariau, incaricato delle indagini della morte di Deanne, dalle figlie di Jaques Granier, Portiere dei penitenti grigi, e da Al Squazzoni e Patrick Delamotte, rispettivamente volto di punta di Discovery Channel e giornalista di Liberation, andranno fino in fondo facendo luce su una verità che ho solo intuito un attimo prima di leggerla nei capitoli finali. La cappella dei penitenti grigi è un thriller un po’ impegnativo, ma ottimamente congegnato e soprattutto originale e ben scritto. I capitoli iniziali, in cui bisogna abituarsi all’alternarsi di passato e presente, richiedono una certa attenzione, ma poi soprattutto grazie ai personaggi, ben caratterizzati e profondamente umani nelle sfumature e negli atteggiamenti, mi sono appassionata alla storia, rendendo la lettura scorrevole e interessante. La ricostruzione storica accurata, in cui si intravede un lungo lavoro di ricerca e di documentazione, dalla contesa tra cattolici e protestanti, Marie Durand è per esempio realmente esistita ed è stata imprigionata nella Torre di Costanza per ben 38 anni, oltre al fatto che è ben fondato su documenti anche come comunicavano i prigionieri ugonotti imprigionati con i loro parenti e amici fuori dalla prigione, ai riti d’elezione legati alla confraternita dei penitenti, è sicuramente una parte fondamentale del romanzo seppure gli eventi narrati nascano fondamentalmente dalla fantasia degli autori. Ma la verosimiglianza anche dei fatti legati alla Seconda Guerra Mondiale induce a più di una riflessione e non approfondisco l’argomento per non anticiparvi il mistero principale nascosto in questo libro. La tensione narrativa è ben gestita, per tutto il romanzo ci si interroga sulla concatenazione dei fatti e sul perché un tale personaggio agisca in una tale maniera e cosa nasconda. Le risposte quando arrivano, spiegano ogni fatto non lasciando fili in sospeso. Tra i personaggi il mio preferito è senza dubbio Maurice Mariau, seppur tormentato, profondamente legato al suo lavoro al servizio della giustizia e della verità, e capace di gesti di grande tenerezza. Mi piacerebbe che diventasse personaggio principale di un prossimo romanzo della coppia Luini Lanteri. Che dire d’altro per gli appassionati di thriller storici un romanzo da non perdere e la felice dimostrazione che anche noi italiani sappiamo scrivere thriller di respiro internazionale, niente da invidiare ai vari Dan Brown e soci.

:: Recensione de La porta del paradiso di Alfredo Colitto (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino

24 gennaio 2013 by

colittoAlfredo Colitto affronta un ‘genere’ (senza che nulla di dispregiativo vi sia nel termine) che in Italia ha avuto e ha tuttora un’esistenza contrastata. Da una parte, abituati a romanzoni e sciocchezzuole parapsicologiche, si è sempre negato che l’Avventura sia nelle corde dei nostri scrittori. Dall’altro da Salgari in avanti la nostra produzione narrativa (sia essa romanzata, cinematografica o anche fumettistica) ha sempre regalato ore indimenticabili ai suoi lettori. L’Avventura è mistero, esotismo, eroismo, grandi sentimenti, un tutto in un mondo che assomiglia al nostro eppure, per sfumature e toni, non lo è. Dal giallo storico dei suoi precedenti fortunati lavori (prima o tra tutti Cuore di ferro) che poi erano una declinazione originale del mystery classico inserito in un ambiente perfettamente ricostruito, Alfredo approda a un universo più ampio. La porta del paradiso conserva tutta la cura nel dettaglio e l’abilità di esporre senza cadere nel didascalismo dei romanzi precedenti. Perché il romanzo storico, sia giallo o avventuroso, non è un manuale, è, appunto, un romanzo e dei materiali narrativi tipici di questa forma di intrattenimento si nutre. Altrimenti inaridisce. Colitto innaffia bene la sua pianta, però, alla soluzione del mistero sostituisce le umanissime vicissitudini di Leone Baiamonte, giocando su due elementi che sono assi portanti del romanzo d’avventura in qualsiasi epoca sia inserito. In primo luogo il protagonista si trova costretto a lottare per sottrarsi a ingiustizie e angherie e riconquistare non solo la donna amata ma anche un’esistenza serena. C’è, tra i suoi nemici maschili e femminili (Dio vi guardi dall’ira della donna rifiutata!) una tal carica di malanimo e perfidia che il nostro si vede letteralmente piovere addosso guai e disavventure che schianterebbero chiunque non avesse la sua tempra morale. Avventure, duelli, ingiustizie ma anche più umane cattiverie. Un carico di difficoltà che, intelligentemente, Alfredo costruisce in modo che il lettore moderno possa stabilire un ponte emotivo con il suo protagonista. La natura umana, purtroppo, resta sempre meschina e se cambiano i tempi è facile immedesimarsi nelle difficoltà di Leone e trovare appagamento nel suo spirito che gli consente di superare le difficoltà pur conservando la sua integrità. Il secondo elemento, altrettanto importante, è il viaggio, irrinunciabile percorso non solo materiale (dal Vecchio al Nuovo Mondo) ma anche interiore. Il viaggio, qui come in ogni buon romanzo di avventura, è un percorso di formazione attraverso le difficoltà e le scoperte di luoghi nuovi e fino allora solo fantasticati. Alfredo, che in altri momenti della sua esistenza, è stato viaggiatore e uomo d’azione prima di esserlo di lettere (grande traduttore, tra l’altro ,e ciò giova sicuramente alla fluidità della scrittura) ha conosciuto il Messico e il Mesoamerica e ce ne offre una versione affascinante che mescola la ricostruzione a emozioni vere. Ma il suo cuore, come quello di Leone resta fedele all’amata Lisa, è sempre rivolto all’Italia, a quella Napoli affascinante e  fustigata che sfocia nella rivolta di Masaniello. Un romanzo per  tutti, dunque, proposto, occorre sottolinearlo, a un prezzo più che allettante in un’epoca in cui veramente è necessario fare attenzione anche a questi dettagli. Avventure, vicissitudini, duelli e battaglia ma soprattutto intrighi, tradimenti, vendette. Sentimenti veri, a volte esacerbati, catartici come diceva un saggio, perché il piacere della lettura è questo. Infilarsi nei guai degli altri e dimenticare i propri.

LA PORTA DEL PARADISO- di Alfredo Colitto-PIEMME .euro 9,90

:: Recensione di La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2013 by
montalban

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La bella di Buenos Aires (La muchaha que pudo ser Emmanuelle, 1997) dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán, uno dei padri del Noir Mediterraneo, tradotto dallo spagnolo da Hado Lyria ed edito per la prima volta in Italia da Feltrinelli, a dieci anni dalla scomparsa dell’autore, è un racconto, o meglio una novella breve, nata come testo da cui trarre la sceneggiatura per una puntata della serie televisiva con protagonista Carvalho, prodotta dalla televisione argentina. Pubblicata in Spagna per la prima volta a puntate sul quotidiano “El País”, tra il 3 e il 30 agosto del 1997, con illustrazioni di Fernando Vincente, e poi nel 2011 in Cuentos negros, Galaxia Gutenberg, La bella di Buenos Aires può essere considerata una sorta di introduzione a  Quintetto di Buenos Aires (Quinteto de Buenos Aires) che uscì in Spagna nella “Serie Carvalho” dell’editore Planeta sempre nel 1997.
Tutto cominciò con un fax. L’intraprendente Biscuter, socio, cuoco, amico di Pepe Carvahlo, si cimenta nell’epica impresa di portare il nostro investigatore privato nella modernità, nella mitica terra di fax, computer, cd rom, Internet. “Per il momento bisogna farsi pubblicità sui giornali e subito dopo prendere un fax, non vorrei che mentre sto rigirando un manicaretto mi interrompesse il telefono, e lei sa bene quale sottile chimica talvolta si incontri nei miei piatti” dice solenne e Carvalho per amore del quieto vivere abbozza, e una volta davanti al fax lo osserva diffidente.
Il primo messaggio porta nella sua vita e nel suo studio di investigatore Doratea Samuelson, una donna in cerca di una ragazza che avrebbe potuto essere Emmanuelle. Una ragazza di Buenos Aires persa nelle nebbie del passato, non a caso la parola “memoria” si rincorre spesso tra le pagine e quasi ci da la chiave di lettura di tutto il racconto. Un’ alunna dell’ex marito di Dorotea, Rocco, così bella da poter diventare la Sylvia Kristel argentina, ambizione che resterà confinata nella terra dei sogni e delle aspirazioni e verrà spazzata via dalla dura realtà della dittatura e della polizia militare che la costringerà a scappare in Spagna per non diventare uno dei tanti desaparecidos.
Ma ora è troppo tardi, quella bellissima ragazza non c’è più, al suo posto il cadavere di una barbona, uccisa con un colpo in testa e numerose coltellate al cuore, rinvenuto nella zona più malfamata del Barrio Chino, il quartiere cinese di Barcellona. Pepe Carvahlo percepisce subito che è un crimine di stato, e le sue indagini lo portano a confrontarsi proprio con i suoi nemici del passato, coloro contro i quali si è sempre opposto, fino a non dare un volto al colpevole, nascosto dalla Storia, dal passato, luogo della memoria, terra dove abitano i colpevoli, che quando si minaccia di accusarli dei loro crimini, come si apprestava a fare Rocco, tornano ad uccidere, tornano a essere quello che sono sempre stati. Assassini.
La bella di Buenos Aires seppur breve, racchiude molti dei temi presenti nella narrativa di Montalbán, più una velata malinconia, una riflessione filosofica sulla storia e la memoria di cui la città di Barcellona si fa specchio, con la sua calle de las Tapis, la zona più infame di un quartiere di prostituzione, che sta per essere spazzata via da centri civici, parchi, parcheggi, impianti sportivi, come La Dolce Vita, locale equivoco dove si ballava e si cantava il tango, per cui è già arrivato l’ordine di demolizione.
Sì, lo sapremo chi ha ucciso la bella di Buenos Aires, sia chi l’ha fatto materialmente, sia il vero colpevole che ha voluto che la sua morte chiudesse un capitolo della Storia. Compromessi, muti accordi, rassegnate scuse faranno sì che la giustizia non trovi né spazio né voce, il prefetto accetta, la polizia dispone, Carvalho osserva dolorosamente consapevole  e le ultime parole saranno concesse all’assassino, all’unico che avrà parole di tenerezza e di rispetto per la sfortunata Palita, vittima predestinata, innocente tra assassini.

Manuel Vázquez Montalbán (Barcellona, 1939 – Bangkok, 2003) con Feltrinelli ha pubblicato: Gli uccelli di Bangkok (1990), Tatuaggio (1991), Il centravanti è stato assassinato verso sera (1991), Il labirinto greco (1992), Ricette immorali (1992), La solitudine del manager (1993), I mari del Sud (1994), Le ricette di Pepe Carvalho (1994), Pamphlet dal pianeta delle scimmie (1995), La Rosa di Alessandria (1995), La Mosca della Rivoluzione nella collana “Traveller” (1995), Le Terme (1996), Il fratellino (1997), Il premio (1998), Quintetto di Buenos Aires (1999), Storie di fantasmi (1999), L’uomo della mia vita (2000), Il signore dei bonsai nella collana “Kids” (2000), Storie di padri e figli (2001), Ho ammazzato J.F. Kennedy (2001), Tre storie d’amore (2003), Millennio. Pepe Carvalho sulla via di Kabul (2004), Assassinio al Comitato Centrale (2005), Millennio 2. Pepe Carvalho, l’addio (2005), Sabotaggio olimpico (2006), Storie di politica sospetta (2008),  Assassinio a Prado del Rey e altre storie sordide (2009), La bella di Buenos Aires (2013), Luis Roldán né vivo né morto (2013). Queste ultime due sue opere, recentemente tradotte in italiano, sono apparse per la prima volta a puntate su “El País” nel 1994. Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2000.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvia dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione ebook Collana Imperium di Diego Bortolozzo a cura di Barbara De Carolis

23 gennaio 2013 by

FuoriFuoriFuori2_ebookSegnaliamo alcuni ebook appartenenti alla Collana Imperium curata da Diego Bortolozzo. Storie di fantascienza o comunque lontane dall’ordinario, storie di mondi ancora non sorti, costituiti da dimensioni spaventose e da creature in cerca del proprio ruolo nel grande palcoscenico dell’esistenza… artificiale, malsana, onirica o reale che sia.

Fuori! Fuori! Fuori! di Diego Bortolozzo

“…la ragazza, la mia ala, è stata colpita da una delle loro armi al plasma. La sua corazza, il suo corpo, la mano del soldato vicino, sono stati fusi come la crema che ci propinano a colazione.”

Fantascienza e guerra raccontate da un autore che continua a regalare ai lettori avventure emozionanti, fugaci e al di là del reale. Fuori! Fuori! Fuori! scorre rapido come il destino del protagonista, un soldato malato che sceglie di arruolarsi per garantire alla propria famiglia un futuro migliore, ma il futuro in questa storia è già scritto e in un contesto di armi e lotta per la sopravvivenza della specie umana, nessun sacrificio viene ripagato onorevolmente. Un mondo da lasciare, nuovi mondi da conquistare, guerre galattiche viste con gli occhi di un uomo che scopre di non avere più nulla per cui valga la pena vivere.  Scritto con coerente attenzione al genere e una buona dose di sentimenti.

Ludosfera – la saga di Claudio Cordella

“In seguito, per qualche strana bizzarria del caso, quella stessa regione del cosmo divenne nota come Ludosfera. Da luogo di conflitti e di dolore, dove gli Antichi Umani vivevano e morivano realmente, esso divenne una sorta di luna-park su scala galattica. Un parco divertimenti per chi avesse voluto provare l’emozione di vivere nel passato…”

La Ludosfera è il luogo che riproduce alla perfezione un tempo lontano nel quale gli umani, ormai estinti ed evoluti in nuove e sofisticate forme, consumavano la loro esistenza. Gli esoscheletri, le AI, i post-umani dominano questa dimensione artificiale, là dove l’artifizio è rappresentato paradossalmente proprio dalla volontà di far rivivere una storia superata,  combattuta e vinta in nome di un più alto significato attribuibile alla vita. La Ludosfera diviene in molti casi la rappresentazione della miseria umana e i visitatori scelgono cosa e come viverlo. Bravo l’autore a immaginare un universo nell’universo, mescolando sogni, realtà, visioni e inserendo elementi mistici… come angeli di pietra dal cuore pulsante.

Carriera di un criminale di Maria Teresa de Carolis

“Provai piacere, ma il vero piacere venne quando una volta consumata la mia intenzione ebbe inizio il mio rito, quello per cui l’appetito di possesso doveva consumarsi nel sangue.”

Può bastare uno sguardo per trasformare un uomo in un assassino?
Ovviamente si. L’oggetto dell’incessante interesse scuote un animo malato e ben presto le attenzioni del protagonista verso l’ignara vittima si tramutano in morbosi e insani desideri. Spinto da un’inarrestabile follia, l’uomo riverserà tutta la sua frustrazione in un atto di sublime e necessario sacrificio, un soave appagamento di smanie primordiali. Denso di descrizioni forti, l’autrice si diverte a offrire un finale straziante degno di merito.

Arcanave Flying di Simone Messeri

“L’umanità vittima della propria irruenza viveva un momento spaventoso in cui la sopravvivenza quotidiana era la sola realtà possibile. Un periodo durissimo che condannò i superstiti ad accettare una vita senza futuro fino a quando un avvenimento incomprensibile cambiò il loro destino. Gli uomini ricominciarono a credere nel valore dell’esistenza…”

Il mondo di Simone Messeri è lo stesso rappresentato dai nostri incubi… finito, morto, privo di aria e senza alcuna speranza se non quella riposta in un puntino immerso nel lontano universo, dove qualcuno o qualcosa può modificare il destino della terra.
I salti temporali nel racconto mostrano il percorso dell’uomo, le sue miserie come la sua rivalsa fino al raggiungimento di un equilibrio completo, bramato dai pensatori illuminati di ogni epoca: l’equilibrio con il proprio pianeta, basato sul principio dell’empatia che può unire ogni cosa e che nasce da origini incerte e lontane, come quel puntino nello spazio profondo del quale in molti ancora cercano di scoprire l’origine…

Di seguito il link della Collana

http://www.diegobortolozzo.com/collana-imperium/

:: Recensione di L’ultimo scoop di Silvano Villani, Pia Di Marco, Tempesta editore 2012 a cura di Viviana Filippini

19 gennaio 2013 by

lultimoscoop-webQuanto sono lunghi i tempi della giustizia italiana? Una domanda che molti di noi si saranno fatti almeno una volta nella vita. La risposta è semplice: lunghi. Anzi troppo lunghi. A mettere in luce questa amara verità è il romanzo L’ultimo scoop di Silvano Villani di Pia Di Marco, pubblicato dal piccolo editore Tempesta. Il libro prende vita dalla vicenda giudiziaria derivante da un incidente stradale subìto da Villani nel 2004 e caratterizzata da ricorsi compiuti dal giornalista per vedere emergere la verità dei fatti. Purtroppo, Villani inviato speciale del «Corriere della Sera», è deceduto nel 2011 senza portare a compimento il suo progetto letterario, che però ha preso vita grazie all’impegno della sua ultima compagna di vita Pia di Marco. Nel romanzo verità la Di Marco ci rivela una doppia identità di Villani , quella di esperto giornalista e quella di uomo cittadino in cerca di giustizia. Nel libro c’è tutta la vicenda giuridica con protagonista Villani. Un percorso che ha permesso a Villani stesso di sperimentare le lungaggini della giustizia italiana e dei caotici meccanismi che non fanno altro che limitare la possibilità di agire dei giudici e di ottenere giustizia per i cittadini. Accanto ad essa c’è il piano di Silvano Villani uomo. Di colui che arrivato alla soglia degli 80 anni è stato costretto da cause di forza maggiore – le conseguenze dell’incidente – a cambiare in modo radicale il suo stile di vita, scoprendo che compiere le cose più semplici della vita quotidiana (recuperare i libri nell’ultimo piano della libreria o preparare il caffè) poteva  trasformarsi in vera impresa titanica. Il Villani che la Di Marco ci racconta è il ritratto di una persona combattiva che vuole giustizia e per questo decide di usare la propria capacità giornalistica per raccontare agli altri la sfortunata vicenda che lo ha travolto. Nel libro, Pia di Marco ripercorre attraverso Villani la vicenda giudiziaria che lo ha visto protagonista, ma allo stesso tempo – sempre grazie all’alter ego letterario – la scrittrice ci riferisce il Villani nella vita di ogni giorno, evidenziando la forza d’animo, la costante venatura ironica e il selfcontrol con i quali il giornalista affrontava le difficoltà. Questa narrazione ci restituisce il ritratto di un uomo dal carattere duro e forte, capace di amare in modo profondo, ma in difficoltà a manifestare apertamente i sentimenti che provava. L’ultimo scoop di Silvano Villani mi ha colpito per la perfetta abilità di immedesimazione di Pia di Marco nei panni di Silvano Villani, qualità che le ha permesso di costruire un romanzo solido, tagliente, vero che con impressionate lucidità restituisce al lettore la dimensione esistenziale di un uomo e di un cittadino italiano alle prese con la macchinosa giustizia italiana. Pia di Marco ha dato forma concreta – e Villani ne sarebbe contento – ad un progetto incompiuto (lui è morto nel 2011), permettendo a questo io singolo di rivelare pubblicamente tutto lo sconforto e il malumore per le lentezze della nostra autorità giudiziaria. L’ultimo scoop di Silvano Villani è una riflessione intensa su una delle realtà dell’Italia di oggi, dalla quale emerge l’ amara consapevolezza del giornalista di essere protagonista di un caso di giustizia negata. Prefazione di Enzo Antonio Cicchino.

Silvano Villani (Trieste, 22 ottobre 1923 – Roma, 6 giugno 2011), triestino, di professione giornalista, si trasferisce a Londra nei primi anni Cinquanta. Dalla capitale britannica collabora col «Mondo» di Pannunzio e ai primi numeri de «L’Espresso». Quindi passa al «Corriere della Sera» di cui è corrispondente da Stoccolma e da Ginevra. Rientrato in Italia, opera come inviato speciale per il medesimo quotidiano particolarmente nel Medio Oriente e in Africa. Nel 1964 vince il “Premiolino”, nel1965 il “Premio Saint Vincent”.

Pia Di Marco (Maria Pia Di Marco) è nata e vive a Roma. Laureata in Lettere con indirizzo storico artistico all’Università di Roma La Sapienza, diplomata in Grafi ca all’Istituto Europeo
del Design di Roma, ha collaborato con la Cattedra di Iconografia e Iconologia all’Università di Roma La Sapienza e con il Departamento de Arte, Universidad de Navarra (Pamplona).
Si dedica al Cinquecento, con particolare riguardo alla pittura dell’età della Controriforma. Ha pubblicato per Giunti, per l’Universidad de Navarra, per Fabrizio Serra Editore. Della sua produzione grafica si segnalano, fra l’altro, la copertina e le illustrazioni per Il Mistero della Stanza n. 5 di Silvano Villani, Iter, Roma 1991 (catalogo L’Erma di Bretschneider); le illustrazioni per La vita segreta dei piccoli abitanti del mare di Mirella Delfini, Franco Muzzio Editore, Padova, 2000; le illustrazioni per Bambino sarai tu, Marguerite Editrice.
Ha collaborato alla composizione dell’autobiografi a di Mirella Delfini, Andrà tutto bene, Abel books, 2012, e ne ha realizzato la copertina. Ha composto i testi e realizzato le illustrazioni
de La Donna Ragno e altre storie raccontate al piccolo Charles Darwin di prossima pubblicazione per I tipi di Anicia. Attualmente collabora con l’autore televisivo Enzo Antonio Cicchino.

Enzo Antonio Cicchino. Autore televisivo di argomenti storici. Ultimi libri pubblicati: Il Duce attraverso il Luce, Mursia Editore. La fonte di Mazzacane, Laruffa Editore. Vive a Roma.

:: Segnalazione di La regola del silenzio di Neil Gordon (Rizzoli, 2013)

17 gennaio 2013 by
schede-get-immagine.actionNEIL GORDON – La regola del silenzio
Traduzione di P. A. Livorati ; D. A. Gewurz

Un uomo in fuga dal passato nell’avvincente romanzo da cui Robert Redford ha tratto il suo ultimo film.

Jim Grant è un ricco avvocato di sinistra con una figlia bambina. Negli anni Settanta, però, ha fatto parte dell’organizzazione radicale Weather Underground con il nome di Jason Sinai e, dopo una condanna per una rapina finita con l’uccisione di un poliziotto, era stato costretto a cambiare identità. Quando si rende conto che un giovane giornalista, nel corso di un reportage sui Weathermen, sta per smascherarlo, Jim (che nella versione cinematografica ha il volto carismatico di Robert Redford) abbandona di nuovo tutto quello che ha – compresa la figlia – e si lancia in una rocambolesca fuga attraverso l’America, tra vecchi terroristi divenuti professori universitari, veterani del Vietnam, trafficanti di droga e agenti dell’Fbi che, tutti insieme, rimettono in gioco l’eredità delle grandi passioni della giovinezza.

Neil Gordon, ha ottenuto un PhD in letteratura francese a Yale e insegna letteratura comparata all’American University di Parigi. È l’autore di quattro romanzi. Il film di Robert Redford con Susan Sarandon e Shia LaBeouf, è stato presentato con successo a Venezia e Toronto.

:: Segnalazione XXVI edizione Premio Italo Calvino

17 gennaio 2013 by

calvino_pericoliPREMIO ITALO CALVINO

Premio letterario per scrittori esordienti

XXVI edizione

I Giurati che valuteranno i manoscritti finalisti e decreteranno il vincitore della XXVI edizione sono:

Irene Bignardi

Maria Teresa Carbone

Matteo Di Gesù

Ernesto Ferrero

Evelina Santangelo

 

A conferma dell’andamento in crescita delineatosi negli ultimi anni, sono oltre 570 i manoscritti inediti di autori esordienti pervenuti per la XXVI edizione del Premio Italo Calvino (2012-2013). I concorrenti provengono da tutta l’Italia e, non pochi, anche dall’estero. Sarà arduo per la giuria decretare il vincitore, tenendo conto dell’ottima qualità dei testi che si è riscontrata nelle ultime edizioni. La conferma di ciò è l’alto numero di titoli pubblicati tra quelli giunti in finale e quelli segnalati dal comitato di lettura. Solo nel 2012 sono usciti: Giovanni Greco, Malacrianza ed. Nutrimenti Editrice (XXIV), Pierpaolo Vettori, Le Sorelle Soffici ed. Elliot Editore (XXIV), Letizia Pezzali, L’età lirica ed. Baldini Castoldi Dalai (XXIV), Anna Melis, Da qui a cent’anni ed. Sperling & Kupfer/Frassinelli (XXIV), Marco Porru, L’eredità dei corpi ed. Nutrimenti Editrice (XXIV), Massimo Miro, La faglia ed. Il maestrale (XXIV), Alessandro Cinquegrani, Cacciatori di frodo ed. Miraggi Edizioni (XXIII), Giovanni Di Giamberardino, La marcatura della regina ed. Edizioni Socrates (XXII), Fabio Napoli, Dimmi che c’entra l’uovo ed. Del Vecchio Editore (XXII), Eduardo Savarese, Non passare per il sangue ed. Edizioni e/o (XXIII), Giacomo Verri, Partigiano Inverno ed. Nutrimenti Editrice (XXIV).

Il Premio, fondato a Torino nel 1985, poco dopo la morte di Italo Calvino, vuole essere un omaggio allo scrittore italiano che, più di ogni altro, si è impegnato nella scoperta di nuovi talenti letterari. Si propone infatti di svolgere un ruolo di ponte tra l’universo degli scrittori inediti e il mondo dell’editoria, del pubblico e della critica. Per questo il Premio Italo Calvino non ha voluto definire una propria linea critica né privilegiare determinati generi letterari: hanno la massima libertà di partecipare opere prime inedite di narrativa. Ad arrivare in finale sono, ogni anno, testi di elevata qualità letteraria, capaci di sintetizzare e rappresentare tendenze nuove e stili originali. La cerimonia di Premiazione è l’occasione in cui editori, editor e operatori culturali possono entrare in contatto con i finalisti e instaurare quei rapporti che potranno portare alla pubblicazione.

Irene Bignardi ha studiato Lettere a Milano e Communications a Stanford. Ha lavorato a Repubblica, per cui è stata inviato di cultura culturale e critico cinematografico, fin dalla fondazione. Dal 2001 al 2005 ha diretto il Festival del Film di Locarno. Ha realizzato numerosi programmi culturali per la Rai e, dal 1985 al 1989, è stata direttore del Mystfest di Cattolica. Ha scritto, tra l’altro, Memorie estorte a uno smemorato, Vita di Gillo Pontecorvo, e Le piccole utopie (Feltrinelli). Per Marsilio ha pubblicato Americani, Un viaggio da Melville a Brando, Le cento e una sera e Storie di cinema a Venezia. Nel 2006 ha creato e diretto per le UN Desert Nights, un festival sulla desertificazione del pianeta. Collabora alla pagina culturale e al Venerdì di Repubblica, con Vanity Fair (per cui cura la rubrica di recensioni librarie) e con La7. È stata professore a contratto di storia del cinema presso lo Iuav diVenezia e, dal 2006 al 2008, presidente di Filmitalia.

Maria Teresa Carbone ha lavorato alle pagine culturali del “Manifesto” e in precedenza a diverse testate italiane e straniere. All’attività di giornalista ha sempre affiancato anche quella di autrice e traduttrice. Ha pubblicato per Dedalo il volume I luoghi della memoria, 1986 e per gli Oscar Mondadori 99 leggende urbane, 1990, repertorio di cultura orale contemporanea. Fra le traduzioni, Lo schermo velato di Vito Russo, Costa & Nolan, 1983, ora ripubblicato per Baldini Castoldi Dalai, La follia di Almayer di Joseph Conrad, Garzanti, 1996, e Kim di Rudyard Kipling, Garzanti, 2003, Cenere sulla mia manica di Zoe Wicomb, Edizioni Lavoro, 1993, Le dotte puttane di Virginie Despentes, Fanucci, 1999. Insieme a Nanni Balestrini ha curato la trasmissione “Millepiani” sul canale satellitare Cult e il sito “Zoooom. Letture e visioni in rete”. Fa parte del comitato direttivo del festival “RomaPoesia” nonché della redazione di “Alfabeta2”.

Matteo Di Gesù (1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Palermo. Si è occupato di letteratura postmoderna, dell’identità italiana nella letteratura del Settecento e del primo Ottocento, del tema della mafia nella narrativa moderna. Ha scritto, tra l’altro, Il carattere degli italiani, vo.I (2012), Palinsesti del moderno (2005), Dispatrie lettere (2005), La tradizione del postmoderno (2003), oltre a numerosi saggi in riviste e volumi collettanei; ha curato Letteratura, identità, nazione (2009) e ha raccolto ne I paralleli (2009) gli articoli scritti per la rubrica omonima curata per «Giudizio Universale». Collabora con il domenicale del «Sole 24 ore», «Il Manifesto», «Orwell» e con altre testate cartacee e on line.

Ernesto Ferrero (Torino, 1938) ha lavorato a lungo nell’editoria, dove è stato tra l’altro direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, e direttore letterario di Mondadori. Dal 1998 è direttore del Salone Internazionale del libro di Torino. Tra i suoi libri, i romanzi N. (Premio Strega 2000), L’anno dell’Indiano, La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari e una biografia di Barbablù, tutti presso Einaudi; il saggio Lezioni napoleoniche (Oscar Mondadori), il monologo teatrale Elisa (Sellerio); i libri di memorie I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli) e Rhêmes o della felicità (Liaison); una biografia per immagini di Italo Calvino (Album Calvino, con L. Baranelli, Oscar Mondadori), e Primo Levi. La vita e le opere (Einaudi). Traduttore di Flaubert, Céline e Perec, collabora a «La Stampa» e a «Il Sole 24Ore».

Evelina Santangelo è nata a Palermo.
 Insegna Tecniche della Narrazione presso la scuola Holden e collabora come editor con la casa editrice Einaudi, per la quale ha curato l’autobiografia di Vincenzo Rabito Terra Matta e ha tradotto Firmino di Sam Savage e Rock ‘n’ Roll di Tom Stoppard.
Presso Einaudi ha pubblicato la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo, i romanzi La lucertola color smeraldo, Il giorno degli orsi volanti, Senzaterra e Cose da pazzi (2012).

 

PREMIO CALVINO

c/o L’Indice

via Madama Cristina, 16 -Torino

tel. +39 011 6693934

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:: Recensione di Narcopolis di Jeet Thayil (Neri Pozza, 2012) a cura di Michela Bortoletto

17 gennaio 2013 by

NarcopolisCi sono molti motivi per cui scegliamo un libro da leggere.  A volte lo scegliamo per il titolo, altre semplicemente perché ci attira l’immagine scelta per la copertina. Spesso decidiamo di dedicarci alla lettura di un romanzo su consiglio di un amico. A colte capita di prendere un libro a caso da uno scaffale, leggerne la quarta di copertina, trovare interessanti le parole di critica ad esso rivolte, dare una lettura veloce alle alette e decidere che quel libro potrebbe piacerci. È questo quello che è successo a me quando ho deciso di leggere Narcopolis.
Annunciato come “un classico di culto”, “un’opera che unisce il meglio di Trainspotting alla selvaggia commedia di un Goya o all’intenso struggimento di un Keats””un debutto adrenalinico”  Narcopolis si è rivelato per me come la prima grande delusione del mio anno da lettrice appena cominciato.
Nel riassunto della trama si presentano personaggi che sulla carta sembrerebbero interessanti, avvincenti, degni di nota:  il rifugiato scappato da New York dopo aver combinato una serie di guai, il pittore il cui senso di colpa cattolico produce effetti devastanti sulle sue opere, il borsaiolo, Rashid,  il proprietario della fumeria d’oppio più rinomata di Bombay, Dimple, l’eunuco che ora è una splendida donna che prepara le pipe d’oppio nel locale di Rashid e Bombay, la città dell’oppio, del sesso, della notte, delle droghe chimiche.
I presupposti per un ottimo romanzo ci sono tutti: una città ancora poco conosciuta, una serie di personaggi che potrebbero costruire un intreccio brillante in cui ognuno di loro potrebbe dirci qualcosa, una tematica, quella dell’oppio e delle droghe, che da secoli regala alla letteratura grandi capolavori.
Purtroppo la realtà di Narcopolis è tutt’altra. Il pittore è presente giusto per qualche paragrafo, il fuggitivo, Dom Ullis compare giusto all’inizio come narratore per sparire fino alle ultime pagine in cui si ripresenta per tirare le fila del discorso. Alcuni personaggi appaiono improvvisamente e improvvisamente scompaiono.
Dimple, l’unico vero personaggio del libro ad un certo punto viene abbandonata a sé stessa a morire.  Dopo l’oppio e la droga è lei il secondo fulcro della narrazione: i personaggi si muovono attorno a lei,  la fumeria è il suo regno, un regno fatto di oppressi,  di depressi, di emarginati, di criminali, di drogati.
Sarebbe stato interessante se il narratore ci avesse permesso di seguirla fino alla sua morte, se la sua fine fosse stata narrata attraverso la stessa Dimple, tramite le sue impressioni, sensazioni, ricordi ed emozioni e non venisse quasi liquidata in poche righe attraverso il racconto di Rashid.
L’unico aspetto che non è stato lasciato al caso e che anzi è stato più che approfondito è il tema della droga e degli effetti devastanti che ha sulle persone. Nel romanzo si passa dal consumo di oppio all’eroina e alle droghe chimiche. Suggestive le descrizioni del rituale dell’oppio prima e dell’eroina poi.  Gli effetti cambiano ma l’esito finale è sempre lo stesso: rovina e morte.
È un romanzo la cui lettura ho trovato piuttosto difficile, spesso ho dovuto combattere la tentazione di mollarlo prima di arrivare alla fine.  Da un’acclamazione al capolavoro come quella che presenta Narcopolis mi sarei aspettata molto di più.  Non sono qui a discutere la grandezza di Jeff Thayil come poeta e intellettuale, non ho né le competenze né la presunzione per poterlo fare, dico solo che il suo primo romanzo non è poi questo grande capolavoro come è stato descritto. Forse, in questo caso, nel presentare al pubblico quest’opera ci si è fatti trascinare dal nome dell’autore e non dal vero e proprio risultato. I capolavori e i grandi debutti, per me sono altri.

:: Segnalazione – Grandi attori leggono grandi classici (Emons:audiolibri, 2013)

16 gennaio 2013 by

emonspoesiedickinsoncopertinDa febbraio in libreria

GIOVANNA MEZZOGIORNO legge POESIE
di Emily Dickinson

Giovanna Mezzogiorno interpreta Emily Dickinson, la sua complessità, la sua sensibilità, la sua solitudine e la sua fierezza irriducibile inaugurando con la sua voce la collana Poesia di Emons:audiolibri.
Centoquattro poesie (magistralmente tradotte e curate da Silvia Bre per la collezione di poesia Einaudi nel 2011) in cui la Mezzogiorno ci dona perfettamente quel tono austero “che fa di ogni poesia dickensoniana un incontro non tanto mediato dalle parole, quanto immediato, nelle parole”. Il ritmo, la musicalità per cui la Dickinson è e sarà sempre uno dei massimi poeti di ogni tempo.

Ascolta un estratto

Uscita: 14 febbraio

FRANCESCO DE GREGORI legge CUORE DI TENEBRA
di Joseph Conrad

Francesco De Gregori e Joseph Conrad. L’avreste mai pensato? Una delle voci più evocative della musica d’autore italiana, veterano delle sale di registrazione, vi entra, questa volta, prestando quel suo timbro unico alla letteratura. Niente musica, niente suoni, solo il ritmo della lettura (nella traduzione di Maria Antonietta Saracino, Frassinelli, 1996, “pensata per assecondare il ritmo della voce che parla”), con cui De Gregori abilmente scende a fondo nel testo, accompagnandoci e rendendo forse più dolce quell’abisso meraviglioso e controverso che è Cuore di tenebra.

Uscita: 20 febbraio

copertina-sostiene-pereirSERGIO RUBINI legge SOSTIENE PEREIRA
di Antonio Tabucchi

Lisbona, un fatidico agosto del 1938, la solitudine, il sogno, la coscienza di vivere e di scegliere, dentro la Storia. Dopo la straordinaria lettura di Cecità di Josè Saramago, Sergio Rubini torna in sala di registrazione, questa volta con un grande, grandissimo romanzo civile: Sostiene Pereira.

Ascolta un estratto

Uscita: 20 febbraio

PAOLA PITAGORA legge TRA AMICI
di Amos Oz

La perfezione dell’esecuzione e la profondità di sguardo di quell’eccezionale scrutatore di anime che è Amos Oz danno vita a un affresco indimenticabile, popolato di personaggi che ritornano di storia in storia e che devono la loro forza a un’intensa, luminosa umanità.
L’eccezionale bravura di Paola Pitagora pennella tutto questo con la voce. Del resto, si tratta di una prosa del tutto “naturale” da leggere perché va al passo col respiro (Francesca Magni). “Una frase sale, inspirazione, una scende, espirazione. In mezzo un battito, un’irregolarità, un breve soffio. E si riparte. Il passo è quello giusto, non si sforza mai”.

Ascolta un estratto

Uscita 20 febbraio

:: Segnalazione di L’industria della carità di Valentina Furlanetto (Chiarelettere, 2013)

16 gennaio 2013 by

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QUANTI SOLDI ARRIVANO A CHI HA DAVVERO BISOGNO?

LE CONTRADDIZIONI, LA CONCORRENZA, IL BUSINESS,

L’INDUSTRIA DELLA CARITÀ

di Valentina Furlanetto

Prefazione di Alex Zanotelli

Abbiamo il diritto di chiedere dove vanno a finire le donazioni e il dovere di farlo nei confronti di chi vogliamo aiutare.”

La bontà disarmata, incauta, inesperta e senza accorgimento non è neppure bontà, è ingenuità stolta e provoca solo disastri.”
Antonio Gramsci.

Per salvaguardare oceani, balene, foreste, ambiente Greenpeace Italia ha utilizzato 2 milioni 349.000 euro, meno di quanto spenda per pubblicizzarsi e cercare nuovi iscritti: 2 milioni 482.000 euro.
Dati bilancio 2011.

Dalla vendita delle azalee Airc (Associazione italiana ricerca sul cancro) ha ricavato 10 milioni di euro. Per organizzarne la vendita ne spende quasila metà, circa 4 milioni.
Dati bilancio 2011.

Ho capito che la povertà è un prodotto, che viene venduto come altri prodotti, promuovendo costose analisi di mercato, organizzando campagne stampa, sbattendo spesso il volto di un bambino, preferibilmente affamato o sfigurato o impaurito, sullo schermo di un televisore o a tutta pagina su un quotidiano.”

Il 66 per cento di tutte le donazioni che sono state fatte nel mondo non sono state investite per la gente di Haiti, ma per il funzionamento delle ong. Alcune hanno comprato fuoristrada da 40-50.000 dollari e il 20 per cento delle donazioni e andato in stipendi del personale delle organizzazioni.”
Evel Fanfan, presidente di Aumohd (Action des unités motivées pour une Haiti de droit), organizzazione di avvocati che dal 2002 si occupa della difesa dei diritti umani e civili della popolazione di Haiti.

Sarà un caso ma in occasione delle settimane della moda a Milano ai giornalisti accreditati arrivano decine di inviti a serate che promuovono villaggi scuola in Burundi, ospedali per l’infanzia in Mali, ma mai una volta che sui cartoncini siano impressi nomi come l’Opera di san Francesco, dove ogni mattina si mettono in fila i senzatetto… Quella ai poveri locali sarebbe una specie di carità a km zero, ma sfortunatamente non tira.

Questo è un sistema assurdo, ci sono tantissimi soldi che girano senza che cambi nulla.Le organizzazioni sono tutte in lotta fra loro, lotta spietata per i fondi.
Viviana Salsi, trentenne milanese con diverse esperienze come cooperante internazionale.

Valentina Furlanetto è giornalista. Ha lavorato per “Uomini & Business” e “Affari e Finanza”. Da più di dieci anni fa parte della redazione di Radio 24 – Il Sole 24 Ore occupandosi prevalentemente di economia e temi sociali. Ha condotto alcune trasmissioni radiofoniche dedicate al non profit come SENZA FINE DI LUCRO (2003–2006), ASCOLTO (2006– 2008) e FIGLI DI UN DIO MINORE (2008–2010), oltre alla rubrica PAESE SOMMERSO sull’evasione fiscale. È autrice del libro SI FA PRESTO A DIRE MADRE (Melampo Editore 2010), un’inchiesta narrativa sulla maternità in Italia.

:: Liberi di Scrivere Award terza edizione – I vincitori

16 gennaio 2013 by

occhi-violaFabio Mundadori è nato a Bologna nel 1966, ma oggi vive a Latina.
Scrive da molti anni di fantascienza, horror e giallo, dando prova di amare la contaminazione tra generi.  Il suo primo racconto “Eroi” viene premiato nel 2006 a Fondi (premio Ieri Oggi Domani) e nello stesso anno inizia la collaborazione con “I narratori di Puerto Eden”.
Nel 2008 vince la seconda edizione del premio “Giallolatino” con il racconto “Notti di Luna Iena”.
Dal 2009  fa parte del gruppo letterario pontino “I duri della Palude” con il quale ha pubblicato nel 2011 il racconto breve “La Tigre: il ritorno” uscito nell’istant-book celebrativo dedicato a Salgari “I Duri di Mompracem”.
Nel 2010 pubblica “Il faro” nell’antologia “Virtù e Peccato” (Arpanet) mentre  il racconto “Bassa marea”, arrivato finalista al premio letterario “Garfagnana in giallo”, viene pubblicato all’interno di “Antologia Criminale 2010”(Prospettiva Editrice).
Con “Vivi da Uomo” ha partecipato all’iniziativa benefica “365 storie cattive” (Il mio libro) a sostegno di A.I.S.E.A. onlus.
A ottobre 2010 ha esordito in libreria con l’antologia personale “Io sono Dorian Dum” (EGO Edizioni) introdotto dalle prefazioni di Biagio Proietti e Andrea Carlo Cappi.
Nel Novembre 2011 con il racconto “FB” vince la terza edizione di “Garfagnana in giallo”.
Sul web magazine www.duridellapalude.com, cura “Ai confini della realtà” e “Zona Negativa”, rubriche dedicate rispettivamente ai fumetto e fantascienza noir l’una e attualità l’altra.
Il suo sito personale è www.fabiomundadori.it.
Esce nel 2012 il suo nuovo romanzo “Occhi viola”, un thriller dai risvolti horror ambientato nella campagna emiliana. [bio tratta da Thrillerpages]

roma per sempreMarco Proietti Mancini, romano del 1961. Vive dello stipendio in una multinazionale dell’informatica e si diverte, da sempre, scrivendo di tutto. A scrivere professionalmente ha iniziato tardi, nel 2009, con la pubblicazione del suo primo romanzo “Da parte di Padre” ora fuori distribuzione e in  attesa di nuova pubblicazione nel 2014.
Collabora con riviste, siti e blog, scrive racconti, articoli, poesie, recensioni letterarie, prefazioni e postfazioni, ha scritto anche l’atto unico teatrale “In morte dell’uomo Cesare”.
A settembre 2012 è uscita la raccolta “Roma per sempre” (Edizioni della sera). A ottobre 2012 il libro fotografico “Roma, Caput mundi?”  un volume a tiratura limitata e distribuzione privata pubblicato per beneficienza, di cui ha curato i testi. A novembre 2012 è uscita l’antologia “Cronache della fine del mondo” (Historica Edizioni), raccolta di racconti di autori vari ispirati al tema della profezia Maya sulla fine del mondo il 21 dicembre 2012. All’interno dell’antologia è presente il suo racconto “Ogni venerdì”.
Molte le attività già definite per il 2013. A gennaio la pubblicazione della seconda edizione di “Roma per sempre” con molti inediti aggiunti. Ai primi di marzo la pubblicazione di una seconda antologia per un progetto misterioso con un editore molto importante e alla fine dello stesso mese la pubblicazione del suo secondo romanzo con Edizioni della Sera.
A fine maggio farà parte della giuria di un concorso letterario bandito in occasione di una manifestazione libraria a Subiaco, paese di origine della sua famiglia.
Nel frattempo è terminata la stesura di un nuovo romanzo, in attesa di pubblicazione, ed è in corso la stesura di un altro ancora. In mezzo a tutta questa frenesia letteraria continua a campare del lavoro e dello stipendio della multinazionale, provando a mettere un po’ di fantasia anche nel mondo del business.
Attualmente non ha un sito, rimando alla sua pagina di Facebook. e a questa su Liberarti
Rassegna stampa.

rose-di-axumGiorgio Ballario è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali (Il Messaggero, Il Giorno, L’Indipendente) e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria.
Nel giugno del 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni) che ha ottenuto un lusinghiero successo di critica e pubblico ed è stato ristampato a dicembre dello stesso anno. Morire è un attimo ha anche partecipato ad alcuni premi letterari del genere giallo-noir (Premio Scerbanenco, Premio Azzeccagarbugli, Premio Acqui Storia sezione romanzo storico). Nel settembre 2010 ha vinto il Premio Archè Anguillara Sabazia Città d’Arte per la narrativa edita.
Nel gennaio 2009 ha pubblicato il racconto My Generation sulla rivista online www.thrillermagazine.it, nella sezione “Libri gialli, anni di piombo”, dedicata al periodo della violenza politica degli Anni Settanta e Ottanta. Il racconto è poi uscito nell’antologia Crimini di piombo, pubblicata da Laurum Editore nell’autunno dello stesso anno.
Nell’ottobre 2009 è uscito il secondo romanzo del ciclo “coloniale” del maggiore Morosini, Una donna di troppo, sempre pubblicato dalle Edizioni Angolo Manzoni. Il volume è stato selezionato tra i cinque finalisti del Premio Acqui Storia 2010, sezione romanzo storico, vinto poi da Antonio Pennacchi con Canale Mussolini.
Nel novembre 2010, ancora una volta per i tipi delle Edizioni Angolo Manzoni, è uscito Il volo della cicala, nuovo romanzo noir, questa volta di ambientazione contemporanea, in cui fa la sua comparsa il detective italo-argentino Hector Perazzo.
Ha partecipato con un racconto (Il Natale del colonnello, ambientato nel sud del Brasile all’epoca della guerriglia alla quale prese parte Giuseppe Garibaldi) all’antologia di racconti ucronici Altri Risorgimenti, curata da Gianfranco de Turris e uscita a fine maggio del 2011 per le Edizioni Bietti.
Nel marzo del 2012 è uscito il terzo romanzo del “ciclo coloniale”, Le rose di Axum, pubblicato da Hobby&Work Publishing.
Il racconto Il rigore più lungo del rigore più lungo del mondo, scritto per i quindici anni della morte dello scrittore argentino Osvaldo Soriano, è stato pubblicato nel numero di luglio di “E”, il mensile di Emergency diretto da Gianni Mura.
Il suo sito: http://www.giorgioballario.it/
Rassegna stampa

Fabio Gamberini – bolognese, classe 1979. Laureato in lingue straniere a Bologna, è traduttore di narrativa, fumetti e videogiochi. Ha tradotto più di venti romanzi per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. In ambito videoludico, ha partecipato a importanti progetti come Dragon Age e Mass Effect. Vive a Modena e collabora con Panini Comics, per cui cura la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi. Patito di fumetti, narrativa, cinema e tutto quanto di bizzarro esista a questo mondo.