Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Gin&Genio, Dan Fante (Whitefly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

27 marzo 2014

cop scheda lastGin&Genio di Dan Fante è stato pubblicato in Italia lo scorso maggio dalla Whitefly Press. La traduzione dall’inglese americano è di Gabriella Montanari, co-fondatrice della casa editrice.
Ciò che il lettore deve aspettarsi da Gin&Genio ben lo sintetizza Ben Pleasants nella prefazione: “I suoi romanzi, le sue commedie e le sue poesie sono rabbiosi fili spinati contro la monotonia del conformismo”. In effetti fin dalle prime battute emerge chiaro che le composizioni di Dan Fante poco hanno a che vedere con le liriche o i sonetti d’intonazione classica o classicheggiante e parimenti hanno poco in comune anche con la produzione poetica contemporanea. Non per questo però hanno meno valore o importanza, letterariamente parlando. “Ci sono 4,6 miliardi di persone su questo pianeta e in nessun momento uno solo di quei figli di puttana pensa a te”. Traspare tutta l’amara consapevolezza del mondo che lo circonda dai versi di Fante, di Los Angeles ma anche dei posti che ha visitato, compresa l’Italia. Viviamo in un mondo di finzione, dove l’apparenza e l’apparire conta più della sostanza, tutti sono pronti a svendersi per il vile denaro, compresi gli scrittori, i poeti, e gli artisti che divengono scribacchini al servizio dei loro editori, scenografi o produttori, scrivendo ciò che viene indicato loro e non quello che sentono veramente di dire. Dan Fante invece lo fa, al pari di un altro californiano d’adozione che tanto ha fatto parlare di sé per la sua scrittura senza veli. E tanti sono i legami con Charles Bukowski, primo fra tutti l’amore per l’alcool e per le donne, ma soprattutto l’essere una nota diversa in campo editoriale internazionale, che una volta scoperta lascia indelebilmente un segno profondo nel lettore. “Non conosco nessun altro poeta vivente che scriva in questo modo. La sua visione, la sua voce, così particolari, esplodono ad ogni pagina. Leggete chi vi pare, ma sappiatelo: non sarete più gli stessi dopo aver aperto questo libro” (Joyce Fante – Prefazione a Gin&Genio). Il vissuto che emerge dai suoi scritti regala l’immagine di un uomo che i problemi non li ha solo evitati, li ha anche affrontati, superati, con la consapevolezza della caducità della volontà nonché dell’imprevedibilità della vita stessa. Contrariamente a ogni aspettativa poi emerge forte la passione per il proprio lavoro di scrittore, di poeta, di narratore. Un sentimento puro, genuino, che va oltre il mestiere, il guadagno o la notorietà, piuttosto rammenta l’immagine di un cammino verso se stesso, un ritorno al proprio essere interiore rinnovato dal contatto con il mondo esterno. “L’unica vera pace uno scrittore la trova davanti alla macchina da scrivere quando deve buttarsi di testa senza trucchi e aspettare che le dita si muovano fin quando una volta di più con il cuore come sola difesa ascolta il suono della musica”.

Dan Fante: Nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John e da Joyce Smart; insegna scrittura creativa all’Università di U.C.L.A. Annualmente fa ritorno in Italia, nella cittadina abruzzese di Torricella Peligna di cui era originario il nonno emigrato in America nel 1901. In Italia ha pubblicato con la Marcos y Marcos Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi, con Ad est dell’equatore Mae West, con Spartaco l’opera teatrale Don Giovanni, con Whitefly Press Gin&Genio.

:: Le competenze trasversali dell’amore, Angelo Dolce (Ottolibri, 2014) a cura di Micol Borzatta

27 marzo 2014

competenze trasversaliLorenza D’Antoni è un’insegnante di cinquantadue anni, madre di famiglia, moglie ma soprattutto una donna.
La sua vita si divide tra famiglia e scuola, due ambienti da dove non riceve stimoli o ringraziamenti.
Un giorno però a scuola si presenta il supplente del professore di musica: Nicolò Grimaldi. Un venticinquenne molto attraente, musicista.
Lorenza si invaghisce subito del nuovo arrivato. Si stupisce del suo comportamento, non è da lei, sempre stata donna integerrima. Inizia ad andare in palestra per rimettersi in forma, da giovane era sempre stata una bellissima ragazza e voleva ritornare bella per il suo prof.
I giorni passano e i due iniziano una storia, Lorenza si innamora sempre di più del suo prof. e questo sentimento la fa cambiare anche nei confronti dei suoi studenti, che si accorgono del cambiamento e iniziano a portarle più rispetto e ad avvicinarsi a lei.
La storia però non è tutta rosa e fiori, Lorenza, per Nicolò, inizia a diventare troppo pressante, mentre per lei lui non è abbastanza presente.
Una sera Lorenza decide di andare a prenderlo fuori dal locale in cui suona. Nicolò si arrabbia e iniziano a discutere pesantemente, ma come succede sempre dopo la tempesta arriva il sereno, ma è un sereno illusorio perché entrambi sanno che quella è l’ultima volta.
Lorenza decide di non smettere però di prendersi cura di se stessa, continua la palestra, dove il suo istruttore le chiede di prendere il suo posto, continua a mantenere il nuovo rapporto con i suoi studenti e cerca di tornare a essere più vicina ai suoi figli.
E proprio questa sua vicinanza con i figli la porta a distruggersi. Sua figlia Martina, infatti, una sera le chiede aiuto per prepararsi per un appuntamento. Lorenza è tutta contenta di aiutarla, ma quando il ragazzo della figlia entra in casa scopre che è il suo prof.: Nicolò Grimaldi.
Un romanzo molto coinvolgente che racconta nei particolari il degrado delle famiglie di oggi, la mancanza di interesse che sempre più spesso colpisce i coniugi, un disinteresse reciproco che trasforma una famiglia in un gruppo di coinquilini estranei l’uno all’altro, causato dai problemi e dalla routine quotidiana.
Scritto in prima persona e sottoforma di relazioni periodiche coinvolge molto il lettore che segue tutti i pensieri e i cambiamenti di Lorenza arrivando a prendere le sue parti, a capirla, a sostenerla e a provare le sue gioie e i suoi dolori.

Angelo Dolce è laureato in Storia dell’Arte. Vive e lavora nella parte storica della Repubblica di Venezia. Amante delle chiese, dei concerti, delle orchestre, dei musei e dei teatri. Nel 2001 è finalista al Premio Nazionale di Narrativa a Bari con l’opera ChinOtto e nel 2013 ha pubblicato Pelle d’acciaio, note d’ottone. Vita e avventure di Lorenzo da Mestre nella Serenissima Repubblica d’Italia.

:: Con rispetto parlando, Ana Nobre de Gusmão (Neri Pozza, 2014) a cura di Valeria G.

26 marzo 2014

con_rispetto_parlando_01« Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà. »

(Gustave Courbet)

Può succedere, qualche volta, di trovarsi davanti ad un libro e non avere grandi aspettative in relazione al contenuto che lo scrittore ha deciso di trattare nel suo lavoro.
Questo può verificarsi, in primis , al lettore che si appresta ad iniziare il nuovo romanzo di Ana Nobre De Gusmao intitolato ” Con rispetto parlando ” pubblicato da Neri Pozza; la copertina riporta un manichino con una divisa bianca e nera da cameriera di alti livelli, una scelta evidentemente molto appropriata in quanto il libro narra la storia di Laurinda, domestica ad ore portoghese.
Laurinda è dedita al suo lavoro e ai suoi “padroni” , la fatica di un lavoro estenuante come il suo non sembra pesarle molto, anzi , è assolutamente consapevole del suo posto nel mondo, “felicemente vedova” , profondamente religiosa e decisamente pettegola.
Oltre a tutto ciò, Laurinda sostiene di avere un dono speciale e piuttosto fastidioso; è in contatto con fantasmi e spiriti, non li sente parlare ma ne avverte la presenza, vede anche le anime delle persone, quindi è convinta di sapere esattamente se una persona sta dalla parte del Bene o del Male.Tutto questo condito da un linguaggio tagliente e pensieri non sempre positivi circa gli atteggiamenti dei suoi datori di lavoro.
La storia in sé è piuttosto semplice, gli avvenimenti sono narrati attraverso i racconti articolati e personalizzati della domestica che “in confidenza” spiega ai padroni i dettagli intimi e , spesso piccanti, della vita degli altri personaggi: la signora Vanda è sempre annoiata, il marito la lascia sola tutto il giorno, i bambini sono a scuola e lei non ha niente da fare se non tentare di preparare piatti elaborati che il più delle volte finiscono nella spazzatura perché immangiabili; il signor Emanuel è un professore colto ed elegante, gay non dichiarato ma prossimo al coming-out; , la signora Celeste è una donna affascinante, separata dal marito, con una vita sentimentale piuttosto libertina che si lascia sedurre da un giovanotto ambiguo che potrebbe essere suo figlio e che Laurinda schiera subito dalla “parte del Male”; e infine la signora Ursula, nata in Svizzera, portoghese di adozione, ha abbandonato il marito per seguire quello che credeva essere il suo grande amore.
Quest’ultima viene coinvolta particolarmente nelle vicende spirituali di Laurinda, la “padrona svizzera” , infatti, possiede una copia dell’opera denominata “La sonnambula” di Gustave Coubert. La sola presenza del quadro getta Laurinda in uno stato di confusione e di visioni esoteriche tanto da convincersi che la famiglia di origine della stessa Ursula sia stata legata al pittore, nonché convincersi che il fidanzato giovane della signora Celeste sia l’immagine vivente del pittore stesso.
E’ decisamente sorprendente come, attraverso una narrazione leggera in cui le vicende trattate possano sembrare piuttosto vuote , ci siano invece spunti estremamente interessanti che permettono al lettore di affrontare i grandi interrogativi che da sempre affliggono l’Uomo: esiste davvero qualcosa oltre la morte? E ‘ Dio che ha creato l’uomo oppure è l’uomo che ha creato Dio ? E’ Laurinda , naturalmente, con i suoi discorsi prolissi e la sua irresistibile ironia a fornire lo spunto per tali riflessioni a tutti i personaggi, ognuno a modo suo si sentirà coinvolto e cercherà di trovare le risposte a tali quesiti.

Ana Nobre de Gusmão è nata a Lisbona dove ha studiato Design e si è laureata in Filosofia. Vive tra il Portogallo e la Svizzera. Il suo primo romanzo, Delitto senza corpo (Cavallo di ferro, 2006), ha vinto il premio Revelação ed è stata accolto con un grande successo di pubblico. È già stata tradotta in Germania e Spagna.

:: L’omicidio di Halland, Pia Juul (Elliot, 2014)

26 marzo 2014

Lomicidio-di-Halland-Pia-JuulPrima di iniziare questa recensione alcune premesse mi sembrano doverose: non tutti gli interrogativi che sorgeranno durante la lettura di questo romanzo avranno una risposta, molte questioni rimarranno irrisolte e pure l’identità dell’assassino, (perché questo romanzo è infondo un poliziesco pur con tutti i ma del caso), seppure un’ ipotesi verrà fatta (sia dalla polizia che dalla protagonista, voce narrante del romanzo), resterà fumosa e indistinta.
Detto questo le ipotesi sono due: o la colpa è mia, tutto è chiaro e io non sono abbastanza perspicace da cogliere rimandi e sottigliezze o l’autrice stessa ha inteso creare questo senso di sospensione e incertezza, (e avendo letto molte recensioni straniere al libro, opterei per questa seconda ipostesi).
Dunque se amate i misteri e le sfide non vi spaventano, avete occhio per i dettagli e amate mettere in moto le celluline grigie care a Poirot, avrete pane per i vostri denti.
Spoilerare è quasi impossibile, perché unicamente si possono delineare ipotesi, e almeno io mi guardo bene da darvi certezze, punti d’appiglio incontrovertibili, dati di fatto certi e rassicuranti. Leggere questo libro è un po’ come camminare sulle sabbie mobili con il dubbio che sia solo un inganno letterario, o ancor peggio la trama di un romanzo che la protagonista, scrittrice affermata, sta ideando.
Anche quest’ultima ipotesi non è da scartare del tutto, ce ne sono infatti gli indizi, ma noi li ignoreremo e considereremo il romanzo la storia di un delitto e della sua successiva indagine svolta dalla polizia, e rifiutata caparbiamente dalla protagonista che indaga sì, ma su chi fosse in realtà il marito che credeva di conoscere, ma in realtà non conosceva affatto. Se dopo quanto avete letto fin ora non vi ho spaventato, ma anzi vi ho incuriosito, bene vorrà dire che questa lettura sarà per voi interessante e soddisfacente.
L’omicidio di Halland (Mordet pa Halland, 2009) della danese Pia Juul, tradotto da Bruno Berni ed edito in Italia da Elliot edizioni, si discosta grandemente dal tipico giallo nordico, e su questo tutti i recensori che l’hanno analizzato sono d’accordo.
L’autrice è fondamentalmente una poetessa, una drammaturga, un’autrice di romanzi più “letterari” che di “genere”, differenza che fa sorgere anche qui numerosi interrogativi, anche se questo non è il luogo per trovare delle risposte.
La Juul si accosta al genere poliziesco assorbendone i temi: abbiamo un delitto, abbiamo un’ indagine poliziesca, abbiamo un misterioso assassino armato di fucile, abbiamo vari misteri legati alla vittima, e soprattutto abbiamo lo sguardo della vedova, Bess, voce narrante della storia a cui dobbiamo decidere fin da subito se credere o meno. E ragioni per dubitare su quanto dice ce ne sono parecchie, anche se da gran mattatrice assorbe tutta la luce su di sé, creando intorno simpatia e nello stesso tempo dubbi e un bizzarro senso di follia.
Il romanzo si apre con una tranquilla scena domestica: una coppia, Halland e Bess Roe, seduti in soggiorno a guardare un poliziesco alla tv. Lei scrittrice, si alza per andare a lavorare nel suo studio, lui va a letto, il giorno dopo deve partire per lavoro.
E fino a qui tutto corre nei binari del consueto.
Lei lavora tutta la notte ad un manoscritto e al mattino, una splendida mattina di primavera, si assopisce sul divano del soggiorno. Poi viene svegliata da un forte colpo, forse uno sparo. Un uomo bussa alla porta, Bjorn e le dice: In nome della legge. Sono le 7,47 […] lei è in arresto per l’omicidio di Halland. Le ultime parole del marito accusano appunto Bess dell’omicidio.
Ma Bjorn non è un poliziotto, è solo un passante che ha scoperto il corpo.
Credergli o meno? Davvero Bess è l’assassina? La polizia sembra scartare quest’ipostesi e inizia un’indagine che nelle ultime pagine del libro porterà ad un probabile colpevole.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto il romanzo ruota intorno alle reazioni di Bess al delitto. Il personaggio di Halland svanisce sullo sfondo, la ricerca del vero assassino pure, abbiamo sì diversi candidati, diversi moventi, anche se forse quella con il movente più forte è proprio la stessa Bess, una forte somma di denaro viene trasferita sul suo conto, ma ciò che impariamo maggiormente a conoscere è il personaggio di Bess, le sue stranezze, le sue eccentricità, il suo rapporto irrisolto con la madre e la figlia, con il suo ex marito che lasciò per Halland.
E poi cosa spinge un uomo ad affittare una stanza nell’appartamento di una nipote, vistosamente incinta, che poi è davvero la nipote? E’ lui il padre di questo bambino? E perché chiude tutti si suoi conti, disattivando le utenze? Sarà la chiave di lettura di tutto il poster di La Retour de Martin Guerre che Bess trova nella stanza di Halland? Cosa contiene il suo computer? Perché Bess va a una presentazione di un suo libro e poi fugge via? Chi le telefona dal telefono di Halland? Perché la figlia la tratta con gentilezza quasi inconsapevole di tutti gli attriti che Bess ha sempre descritto?
Domande si sommano ad altre domande, e il lettore non fa a tempo di farsi delle ipotesi che la trama cambia prospettiva, fino al finale altrettanto inquietante. Un gioco di intelligenza insomma, un rompicapo, i cui echi restano anche parecchi giorni dopo la fine della lettura.

Pia Juul Considerata uno dei maggiori poeti e narratori danesi contemporanei, è nata nel 1962 e ha esordito nel 1985 con un libro di poesie.
Da allora ha pubblicato una lunga serie di opere, soprattutto poetiche, ma anche drammi e alcuni romanzi, fino alla sua ultima raccolta di racconti del 2012, Af sted, til stede, che ha avuto un grande successo.
Ha vinto molti premi prestigiosi e dal 2000 riceve il vitalizio del Fondo Statale per l’Arte, che la Danimarca attribuisce ai suoi migliori artisti.
In Italia nel 2014 la casa editrice Elliot ha pubblicato il suo romanzo L’omicidio di Halland.

:: Quello era l’anno, Dennis Lehane, (Piemme, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

25 marzo 2014

given-day1The Given Day di Dennis Lehane
Pubblicato in Italia come Quello era l’anno, Piemme, 2009

Lehane è Lehane.
Irlandese, cattolico, malinconico come un irlandese cattolico trapiantato negli Stati Uniti. Sa di pioggia che batte su ferite aperte, vecchie e nuove, che dolgono sempre e si finge che non dolgano mai. Sa del profumo lieve e innocente di una donna accarezzata con mani ispessite da una vita dura. Sa di enormi nel cuore di persone apparentemente minuscole, schiacciate da un mondo ingiusto, dove è il Giusto a pagare per tutti gli altri.
Non sto ovviamente parlando dell’uomo Dennis Lehane, ma dello scrittore, di quell’istanza che decide di che cosa scrivere e come descriverlo, di quell’elemento comune ai diversi romanzi firmati “Dennis Lehane”, istanza che si incarna in personaggi così simili tra loro da farmi pensare:
Lehane è Lehane.
Lehane è Lehane a partire dalla prosa.
The Given Day (pubblicato in Italia con il titolo Quello era l’anno da Piemme) è scritto in terza persona, con un ben dosato uso del discorso indiretto libero: Lehane ci fa entrare nelle teste dei protagonisti quanto basta per immedesimarci in loro, ma senza con ciò rallentare la narrazione dei fatti. Il risultato è una prosa scorrevole ma non asettica, facilmente approcciabile da qualsiasi tipo di lettore ma non didascalica.
(Unica nota negativa per il pubblico italiano che leggesse il romanzo in lingua: Lehane fa parlare alcuni personaggi in italiano, ma i loro dialoghi sembrano frutto di una pessima traduzione.)
The Given Day è la storia di due destini che s’intrecciano nella Boston del 1918-1919.
Uno è Danny Coughlin, poliziotto proveniente da una più che rispettabile famiglia irlandese che ha fatto propri gli ideali della borghesia americana bianca. Perché, va ricordato, gli irlandesi non erano esattamente “bianchi”: lo erano solo dopo essere irlandesi. Il patriarca Coughlin lo sa bene, e si tiene ben stretta la nuova rispettabilità tutta borghese abbracciando il nazionalismo americano dell’epoca: bianco ai limiti del razzismo e anticomunista ai limiti della paranoia.
L’altro protagonista è Luther Laurence, che oggi definiremmo “afro-americano” ma che nel libro è un negro dell’Oklahoma. Alla rispettabilità non punta neanche, cercando invece di conquistarsi perlomeno una vita decente. Nel farlo, esce dalla retta via e s’inserisce nell’affare sbagliato, ritrovandosi con degli omicidi alle spalle e la fuga come unica via per tutelare sé e la moglie incinta.
Danny e Luther hanno molto in comune, a partire dall’essere in piccolo l’incarnazione di un grande ideale. Sono due falliti con la stoffa dell’eroe. E Danny lo diventerà, un eroe, nel quadro degli eventi che porteranno allo sciopero della polizia di Boston. È un paladino degli ideali perdenti in partenza, e lo sa – anche se sarebbe più corretto dire che lo sente, perché ciò che lo rende unico non è l’intelligenza, ma un sesto senso da bestia furba – e pur sapendolo decide di consacrarsi all’ideale. Ne uscirà – e sente anche questo – come l’opposto di un eroe, odiato anziché amato. Similmente, ciò che ha reso Luther un assassino costringendolo a scappare a Boston è una buona causa.
Ma nel mondo di Lehane le buone cause sono destinate a perdere, perché il mondo di Lehane è ingiusto e condanna i Giusti, che ne escono stigmatizzati come Ingiusti. E mi chiedo quanto questa retorica, che giustifica nel particolare (ossia nel caso di Danny e Luther) azioni che nel grande sarebbero condannate da quella stesso quadro morale che Lehane tratteggia, sia il riflesso di quella parte di cultura statunitense che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.
Lehane assume una posizione ambigua nei confronti della questione “terrorismo”, che è una delle parole-chiave del romanzo. In questi 1918 e1919, in cui il Comunismo riecheggia negli Stati Uniti unendosi al discontento degli immigranti e della sottopagata polizia, c’è la tendenza – sempre attuale? – di fare di tutta l’erba un fascio, chiamando “terrorista” chiunque si opponga all’ordine vigente (includendovi, nella fretta, chi non è bianco, perché solo i bianchi possono essere veri Americani). Questo fanno i conservatori, e questo Lehane critica usando i due protagonisti. Luther, personaggio afro-americano e positivo, è la dimostrazione vivente di quanto tale stigmatizzazione sia erronea. Danny, pur essendo ormai potenzialmente integrato (è un bianco e un poliziotto), è però un progressista, che si converte alla causa dei reietti: gli immigranti, le minoranze e, non da ultimi, i poliziotti sottopagati di Boston, che rischiano la vita per paghe da miseria. Per tutto il romanzo Danny si oppone alla visione di chi fa di tutta l’erba un fascio, includendo le motivate proteste dei lavoratori nella categoria “terroristi”, ma alla fine è proprio contro i terroristi – quelli “veri” – che Danny lotta, anima e sangue.
Cos’è un “terrorista”? Chi è il Nemico? Lehane rimane vago. Il Nemico, nell’ottica di Danny, è colui che uccide innocenti con l’intento di farlo – più o meno. Una definizione chiara nel romanzo non c’è, e quindi rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a terrorista o se uccide per una buona ma malintesa causa?
La seconda parola chiave del romanzo è, anche se non menzionata esplicitamente, “nazionalismo”. Le storie dei Coughlin e dei Laurence sono storie d’integrazione in quegli Stati Uniti che tutt’oggi si fregiano di essere il Paese multietnico per eccellenza. La “Nazione della libertà”, come mito, ha radici lontane: fondato da reietti europei sfuggiti all’intolleranza europea, ha progressivamente funto da serbatoio per ogni genere di immigrazione. Lehane punta la lente d’ingrandimento sul razzismo soggiacente al mito, mostrando come gli afro-americani nel 1918-1919 non fossero che dei “negri”, trattati con meno tolleranza di quella riservata ai Padri Fondatori dagli europei. C’è una critica, quindi, ma il mito non viene sfatato, anzi. Quel che viene criticato è il modo in cui l’ideale viene interpretato, non l’ideale stesso.
Danny, progressista, combatte perché il mito dell’uguaglianza e della libertà divenga fatto, includendo non solo i bianchi (che, nel 1918-1919, includono da poco anche alcuni irlandesi), ma anche gli italiani, i russi, gli afro-americani, etc… Luther, che in questi Stati Uniti ricolmi di razzismo non ha voce, ha lo stesso sogno di Danny: si sente americano e da americano vuole tutelare la propria patria. Danny e Luther sono cittadini americani odierni ante litteram, che già hanno in sé (o profetizzano) il modello di libertà e uguaglianza che dovrebbe essere incarnato dagli Stati Uniti.
Ma, anche qui, come nel caso del terrorismo, viene portata solo una vaga idea di cosa significhi “essere americani”. È qualcosa di più ampio di una questione razziale ma non ampio abbastanza da includere visioni politiche estreme come il comunismo originale. Una definizione manca, e l’unica cosa che sappiamo è che Danny e Luther si oppongono il “giusto”, quel “giusto” bastante a renderli americani ideali. Rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a americano/a nel cuore, progressista per amore della patria, o se è un/a comunista travestito/a da americano/a?
Lehane ha intuito lo Zeitgeist dell’epoca (il 1918-1919 come il 2014): lo stretto legame tra nazionalismo e terrorismo, il come il primo si scagli sul secondo, si costruisca in opposizione al secondo. Lo ha intuito e ha puntato il dito contro gli effetti collaterali del mito americano, le cui guerre per la libertà così spesso coinvolgono civili che nulla hanno a che spartire con il “Nemico”, siano queste vittime alcune minoranze stigmatizzate o passanti uccisi da una bomba. Eppure, in The Given Day questa critica viene portata assieme al proprio antidoto: se in generale è sbagliato uccidere, nel particolare Danny e Luther lo fanno avendo dalla loro ragioni che portano il lettore a “perdonarli”.
Certo, la morale (cattolica) sottostante non può assolverli del tutto – e, infatti, le loro sono storie di redenzione: Danny deve pagare il prezzo di essere stato un ipocrita borghese, Luther quello di aver ucciso. Ma la morale (sempre cattolica) non li condanna neanche all’Inferno in via definitiva. E così Danny e Luther vivono in un Purgatorio caotico (come la vita?), combattuti tra il bene e il male. Così, entrambi hanno una donna che li attende a casa, che attende che loro compiano le giuste azioni, angelo del focolare che paziente attende che il marito divenga un Giusto per raggiungerla in Paradiso. E questo perché entrambi, per motivi diversi, hanno errato, uscendo dalla retta via, trovandosi catapultati all’Inferno. Entrambi dovranno combattere i propri demoni, interiori ed esteriori, per tornare a quella vita ideale tutta cattolica fatta di una moglie devota e di, nel caso di Luther, un figlio. La ricompensa per cui lottano è interiore, non esteriore. Il mondo esterno, come detto, li stigmatizzerà, ma non è per vivere bene nel mondo che i personaggi di Lehane si sottopongono alle intemperie della vita: è il Paradiso per cui espiano.
Così, sotto la scorza hard-boiled dei personaggi lehaniani, sotto questi “finti dannati”, troviamo una visione estremamente cattolica. Non è il cattolicesimo italiano, ma quello statunitense, che va a intrecciarsi al mito americano creando questi due eroi delle cause perse. Il mondo li rende dei reietti, ma è Dio che deve assolverli. Nel mondo si sporcano le mani (e si sente, di sottofondo, sussurrare che è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo), ma interiormente tendono alla Giustizia.
Chi è il vero terrorista? Chi è il vero americano? Chi è il Giusto?
Sembrerebbe stare a Dio, e non al romanzo, dare queste risposte – con tutte le pericolose conseguenze di un’ottica che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Un’ intervista con Richard Lange

24 marzo 2014

angel baby2Benvenuto Richard, e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Lange? Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Oakland, California, e sono cresciuto in alcune piccole città della Central Valley, che è piena di aziende agricole, pozzi di petrolio e lavoratori migranti. E’ la vera California, non quella che si vede in TV. Ho avuto un’infanzia infelice, ma non ero un bambino infelice. Ho lasciato la mia casa a 17 anni per frequentare la scuola di cinema a Los Angeles, mi sono reso subito conto che il film non era il mio medium, troppo collaborativo, così mi sono concentrato sulla fiction, soprattutto sui racconti brevi. Dopo il college ho trovato lavoro da Larry Flynt, il famigerato editore della rivista Hustler. Ho lavorato per una rivista di musica heavy – metal chiamata RIP. Quando l’esperienza si è conclusa, ho fatto altri lavori editoriali. Per tutto il tempo scrivevo di notte racconti. Per anni e anni. Li spedivo alle riviste, ma li rifiutavano, li rielaboravo, e li spedivo di nuovo. Infine, quando avevo 32 anni, sono riuscito a pubblicarne uno su una piccola rivista universitaria da qualche parte in Louisiana. Sono passati dieci anni da allora. Ho pubblicato altre storie in diverse piccole riviste, sempre lavorando di giorno. Poi un agente mi ha chiamato di punto in bianco chiedendomi di mettere insieme una raccolta di racconti. Quello fu il mio primo libro, Dead Boys (Come morti, in Italia). Sto scrivendo a tempo pieno ormai da otto anni.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da quando ero bambino. E ‘sempre stata una parte naturale della mia esistenza, non ho dovuto sforzarmi. E’ il mio modo di comunicare meglio con le altre persone.

Raccontaci una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Cerco di scrivere cinque ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Lo considero un lavoro, proprio come quando ancora andavo in ufficio. Si tratta di un lavoro, in realtà. E’ come mi guadagno da vivere. Lavoro due ore al mattino e due ore al pomeriggio e un’ora circa di notte. Scrivo tutto a mano, poi, quando è vicino alla perfezione, lo trascrivo al computer.

Angel baby è ora pubblicato in Italia da Einaudi. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto un articolo del Los Angeles Times che parlava di un uomo bianco di San Diego che conduceva clandestinamente le persone negli Stati Uniti attraverso il confine, per un contrabbandiere messicano. E ‘diventato il personaggio di Malone in Angel Baby, e il resto dei personaggi  sono nati intorno a lui.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

E’ la storia di Luz , una giovane donna messicana, sposata con un trafficante di droga di Tijuana, che la tiene come una prigioniera. Un giorno decide di tornare a Los Angeles, dove ha lasciato una bambina di pochi anni. Ruba dei soldi e una pistola al marito e tenta la fuga. Il libro racconta le sue avventure mentre cerca di attraversare il confine e tornare a Los Angeles. Si tratta di un inseguimento, dall’inizio alla fine, molto frenetico ed emozionante, ma si impara anche a conoscere tutti i personaggi, sia i buoni che i cattivi.

Presentaci i personaggi principali del libro.

C’è Luz , la giovane donna che non si fermerà davanti a nulla per tornare dalla figlia. C’è il marito, il signore della droga El Principe, che non si fermerà davanti a nulla per riavere indietro Luz . C’è Malone, un contrabbandiere alcolizzato, con un desiderio di morte e un terribile segreto. C’è Jeronimo , un ex- gangster tirato fuori di galera da El Principe e poi costretto a inseguire Luz. E c’è Thacker, un corrotto poliziotto di frontiera che insegue i soldi che Luz sta trasportando. Il libro è una danza complessa tra questi cinque personaggi.

Chi ti ha influenzato?

All’inizio sicuramente Hemingway, Raymond Carver, Jack Kerouac e Charles Bukowski. Poi più tardi, Denis Johnson, William Vollmann, Richard Price, ed Elmore Leonard. Sono stato anche influenzato dal cinema e dalla musica. Bruce Springsteen, Warren Zevon, Tom Waits, Neil Young, tutto il punk rock, particolarmente il Los Angeles hardcore. Il film Taxi Driver è stato per me importantissimo. Ha cambiato la mia vita e la mia scrittura. The Deer Hunter, Apocalypse Now, Badlands, Sonatine. Le commedie di David Mamet sono state anche importanti.

Il Messico e gli Stati Uniti d’America fanno da sfondo al romanzo. Puoi descriverci questo scenario?

Angel Baby è ambientato a Tijuana e a Los Angeles, che sono luoghi molto particolari. Tijuana non è il Messico, e LA non sono gli Stati Uniti. Sono entità a sé, molto specifiche. Questo è ciò che rende interessante il libro. Gli Stati Uniti e il Messico hanno tra loro un rapporto complicato. Abbiamo bisogno di manodopera a basso costo che otteniamo dal Messico, ma allo stesso tempo rendiamo difficile la vita per gli immigrati clandestini che vengono a fare quel lavoro. La cultura latina, in particolare la cultura messicana, è pervasiva nel sud della California. Il cinquanta per cento della popolazione è Latino. Come nativo californiano, non credo sia così. In realtà, mi sento strano quando vado da qualche parte dove non ci sono messicani, nessuno che parla in spagnolo, senza musica ranchero.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritiene che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono progetti di film tratti da questo libro?

Come ho detto prima, il cinema ha sicuramente influenzato la mia scrittura. Io sono un fanatico di film, e spesso mi immagino parti dei miei libri come fossero scene di film. Credo che ciò renda il mio stile cinematografico, a volte. Ho appena finito la sceneggiatura di Angel Baby, per un film per la Warner Bros. Le probabilità di fare poi veramente un film non sono grandi, ma tengo le dita incrociate.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Non leggo molti scrittori contemporanei. Sono troppo occupato a recuperare i grandi classici. Il miglior libro” contemporaneo” che ho letto, davvero in un istante, è stato 2666 di Roberto Bolano. Questo è davvero volato via. Altri libri che ho apprezzato di recente sono True Grit di Charles Portis, Absalom, Absalom di William Faulkner, e McTeague di Frank Norris.

Cosa stai leggendo in questo momento?

The Corrections di Jonathan Franzen, Nightfall da David Goodis , e un grande libro sui miti greci .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Don Winslow.

Ellroy: vivo, Woolrich: morto, Goodis: morto, Crumley: morto, Thompson: morto, Willeford: morto, Wambaugh: vivo, McDonald: morto, Hammett: morto, Chandler: morto, Winslow: vivo.

Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace uscire e promuovere i miei libri e fare letture, ma a volte mi stanco di parlare di me stesso e del mio lavoro. Non succede mai niente di divertente durante questi eventi, solo al bar dopo!

Parlaci del tuo rapporto con i lettori. Come possono mettersi in contatto con te?

Sono molto grato a chiunque legga i miei libri. A volte non riesco ancora a credere che ci siano sconosciuti a cui piace la lettura dei miei libri che in realtà, scrivo per me stesso, per soddisfare i miei gusti. Chiunque voglia mettersi in contatto con me mi può mandare una e-mail all’indirizzo Richard@richlange.com.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Comprami un biglietto! Posso dormire sul tuo divano ?

Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo?

Dovresti chiedere a Einaudi. Angel Baby è in realtà il mio secondo romanzo, e Einaudi ha acquistato anche il primo, This Wicked World, ma non l’ha ancora pubblicato.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri.

Ho un nuovo libro di racconti in uscita negli Stati Uniti nel mese di febbraio del 2015. Si chiama Sweet Nothing. Sto lavorando ad un nuovo romanzo, e sto anche cercando di fare più film e TV, perché è lì che c’è il denaro vero!

:: Un’ intervista con Francesca Bompadre, direttore editoriale Edizioni della Sera Junior

20 marzo 2014

edizionidellaseraBenvenuta Francesca su Liberi di scrivere. Il prossimo maggio debutterà per Edizioni della Sera una nuova collana dedicata alla letteratura per ragazzi, Edizioni della Sera Junior. A te il compito di dirigerla. Puoi raccontarci come è nata questa collana?

Da sempre ho coltivato una vera e propria passione per i libri per bambini e ragazzi. Poi come spesso accade questo amore l’ho trasformato in lavoro. Ho incontrato Stefano Giovinazzo, l’editore di Edizioni della Sera. Si è dimostrato da subito interessato a questo mondo e se ne è innamorato tanto da decidere di inaugurare una collana di narrativa: “Edizioni della Sera Junior”.  Il progetto editoriale prevede la pubblicazione di classici del Novecento dimenticati o poco conosciuti accanto alla pubblicazione di opere di autori contemporanei per un pubblico di riferimento compreso tra i dieci e i tredici anni.

Oltre al lavoro di editor, svolgerai un vero e proprio lavoro di scouting editoriale, alla ricerca di testi adatti a un pubblico di lettori tra gli 11 e i 13 anni di età. Nell’era degli smarthphone, dei video giochi, dei computer, come pensi siano cambiati i gusti dei lettori di questa fascia di età, rispetto anche solo a vent’anni fa?

Le cose nel panorama editoriale sono molto cambiate, ma io non parlerei di gusti diversi perché ai ragazzi l’avventura, il mistero, il fantasy piacciono ancora molto. Quello che è cambiato però è il loro approccio alla lettura. Le nuove generazioni sono abituate a “vedere” le cose, molto meno a leggerle. Quindi è stato e rimane compito degli autori e degli editori offrire ai ragazzi delle letture che abbiano un linguaggio per loro comprensibile, immediato vicino alla loro realtà.

I ragazzi comprano prevalentemente in libreria, nelle bancarelle o preferiscono gli store on line? Comprano libri autonomamente o si affiancano ancora ai genitori? Avete linee guida in merito?

Per quanto riguarda le abitudini di acquisto, i negozi on-line sono sempre più forti, costituendo un vero e proprio pericolo per tutte le nostre belle librerie. Per quanto riguarda i piccoli lettori nello specifico loro seguono quello che fanno i genitori. Dipende dalle abitudini di acquisto della mamma e del papà. L’affiancamento dei genitori è ancora fondamentale, ma molto importante è anche il ruolo degli insegnanti.

Quanta importanza ha la scuola nell’educazione alla lettura? Pensi che attualmente si stia facendo abbastanza rispetto all’estero, che suggerimenti avresti da dare a insegnanti, genitori, operatori culturali, anche a politici?

La diffusione dell’amore per la lettura nelle scuole è nella maggior parte dei casi nelle mani di insegnanti capaci e volenterose. Portare i ragazzi in libreria, come se fosse una gita, potrebbe essere un modo carino per avvicinare tutti gli studenti ai libri. Incontrare un autore in classe e farsi raccontare come nasce l’idea di scrivere un libro può rappresentare una esperienza unica.

Per quanto riguarda lo scouting come ti orienterai, hai già un piano di azione? Hai già lettori, scout, persone di riferimento?

La nostra casa editrice è una piccola realtà, io leggo tutti i manoscritti che arrivano e li valuto tutti con estrema attenzione. L’importante è che la storia sia avvincente, con una buona struttura e che segua un preciso arco narrativo.

Sceglierai solo classici da riscoprire, so che il primo volume sarà “I Corsari delle Bermude” di Emilio Salgari, o anche opere di autori contemporanei?

Stiamo valutando anche opere di autori contemporanei.

Prima pubblicazione dunque “I Corsari delle Bermude” di Salgari. Ce ne vuoi parlare?

Salgari è un autore eccezionale, intramontabile. I suoi romanzi hanno appassionato intere generazioni. La sua produzione letteraria poi è molto vasta. Abbiamo pensato di  scegliere “I Corsari delle Bermude”, primo romanzo del ciclo omonimo, perché è proprio uno di quei titoli di Salgari poco conosciuti.
Nel primo volume del ciclo dei “Corsari delle Bermude” il protagonista è il Corsaro Sir William, impavido pirata che deve affrontare battaglie per mare e per terra per riuscire nel suo intento di liberare la sua bella dalle grinfie del perfido fratellastro. Questo titolo appartiene all’ultima fase della produzione di Salgari, e proprio qui, in questo ultimo periodo l’autore ritrova la sua vena avventurosa dei  primi periodi, e ci regala un romanzo non solo pieno di avventura e di coraggio, ma anche ricco di ironia e comicità. Alcuni suoi personaggi sono veramente molto spassosi.

Puoi anticiparci alcuni titoli che avete già selezionato per la pubblicazione?

Perchè rovinare la sorpresa?

Dirigere una collana editoriale è sicuramente un posto di responsabilità, ancor più quando ci si rivolge a ragazzi così giovani. Come donna, come pensi di gestire questo ruolo? Scegliere i collaboratori è altresì importante per la riuscita di un progetto. Nel tuo team siete sia uomini che donne?

Come ho già detto la nostra realtà editoriale è molto piccola, siamo pochi ma con tanta passione. Spesso il tempo non basta mai ma ce la mettiamo davvero tutta.

Ringraziandoti della disponibilità, noi di Liberi ti facciamo un grande imbocca al lupo per il tuo progetto e diamo appuntamento ai lettori a maggio in libreria.

:: Una terra senza fine, Jo Lendle, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 marzo 2014

978-88-89767-53-5Traduzione Franco Filice

Spesso mi è capitato di sentire nominare Alfred Wegener, ma in tutta sincerità di lui conosco, anzi, conoscevo poco e nulla. Le uniche cose che sapevo su Wegener fino a poco tempo fa erano i tentativi di realizzare alcune spedizioni (tre) in Groenlandia; il suo lavoro di meteorologo e, nei primi anni del Novecento, la teorizzazione della deriva dei continenti uno studio accettato solo molto anni dopo la sua morte e dal quale gli studiosi successivi presero spunto per la stesura della teoria della tettonica a placche. Un giorno mi è capitato tra le mani un libro con in copertina la foto di un uomo con in bocca la pipa, tutto imbacuccato in un cappuccio di pelo bianco e cominciando a leggere Una terra senza fine di Joe Lendle, ho scoperto in modo completo la vita e la sete di conoscenza di Alfred Wegener. Questa biografia romanzata è stata di recente pubblicata in Italia da Keller editore e permette a noi lettori di conoscere la vita di un uomo che aveva sì grandi sogni, ma che allo stesso tempo dimostrò di essere consapevole delle difficoltà di proporre e far accettare alla comunità di scienziati a lui coevi nuove teorie. Jo Lendle porta chi legge dentro ad un’epoca passata, ma soprattutto dentro alla vita da una persona, ripercorrendola dal momento della nascita fino a quello della drammatica scomparsa. Ecco quindi il piccolo Alfred, ultimo di cinque figli nato in un freddo lunedì del 1880, dimostrare una forte curiosità per i fenomeni del mondo naturale e una strana attrazione per le formiche che, in più di un’occasione, torneranno ad essere protagoniste dei suoi esperimenti e di deliranti visioni. Wegener fin da ragazzino, dimostrò un profonda passione per lo studio, ma soprattutto per la messa in pratica delle sue teorie. Spesso e volentieri questo suo voler fare lo portò a compiere imprese che più volte misero a dura prova la sua resistenza fisica e quella dei compagni di avventura, come quando con il fratello Kurt volarono in mongolfiera per più di 50 ore. All’arrivo i due erano infreddoliti, stanchi, affamati e stremati, ma quelle ore di volo ininterrotto, messe in atto per l’osservazione meteorologica, permisero ai fratelli Wegener di entrare nel guinness dei loro tempi. Wegener era laureato e insegnava meteorologia, ma la sua passione per l’indagine del mondo naturale circostante lo portò spesso a scontarsi con il padre – teologo e fervente religioso – e con l’intera comunità scientifica dei colleghi che mal sopportava i suoi interventi giudicandoli assurdi e campati per aria. Alfred soffri di questi attacchi, ma nonostante tutto dimostrò coraggio e tenacia continuando  i suoi studi sostenuto anche dalla moglie e dalla piccole figlie. Wegener trovò nella gelida e pura Groenalndia il luogo ideale per quelle missioni conoscitive sul campo, dove compiere in totale liberà i proprie indagini. L’immagine che Lendle ci da’ di Alfred Wegener è quella di un uomo padre e marito affettuoso, e allo stesso di studioso innamorato del suo lavoro. Quello che mi ha impressionato in questa vita narrata con equilibrio e scorrevolezza è il duplice senso di sfida con la natura e con se stessi. Una lotta messa in atto da Wegener e compagni nelle tre spedizioni verso il Polo Nord, durante le quali i pionieri hanno lottarono contro il candido e immenso gelo, le intemperie, la fame, la precarietà scoprendosi fragili e fallibili.                         

Jo Lendle è nato nel 1968 a Osnabrück. È stato caporedattore del giornale letterario «Edit» e insegnante presso l’Università di Monaco, Lipsia e  Hildesheim. Ha diretto la casa editrice DuMont e da quest’anno è a capo della  Hanser Verlag. Per i tipi della Keller  ha già pubblicato La cosmonauta (2013).

:: Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

16 marzo 2014

il male ero ioRaffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità.  Ma “Il male ero io”  non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché  le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.

Pietro Maso: (San Bonifacio, 17 luglio 1971) è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo famigliare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, uccise entrambi i genitori. Arrestato il 19 aprile del 91, ha trascorso in carcere ventidue anni della sua vita. Oggi è un uomo libero.

Raffaella Regoli: (Isola del Liri, 21 gennaio 1970), giornalista, autrice televisiva, inviata di cronaca prima in Rai, poi per Mediaset, ha curato per anni la trasmissione “Mattino 5” su Canale 5.
Oggi è ideatrice e responsabile del programma “Quinta colonna” di Retequattro. Ha un figlio e vive a Milano.

:: Segnalazione di Scrivo dunque sono, Elisabetta Bucciarelli (Ponte alle Grazie, 2014) a cura di Natalina S.

13 marzo 2014

scrivosonograndeE’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.

Autrice: Premio Scerbanenco 2011 per il miglior romanzo noir italiano al libro Ti voglio credere (Kowalski-Coloradonoir), Premio Franco Fedeli 2010 per Io ti perdono (Kowalski-Coloradonoir), Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Di formazione teatrale presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, ha firmato testi di stampo marcatamente sociale, tra cui Tempo da buttare e Amati Matti. Ha partecipato alla scrittura collettiva del corto Fame chimica e ha scritto soggetto e sceneggiatura di Liberi tutti. Ha collaborato con RaistaArt per una serie di corti noir ambientati nel mondo dell’arte. Tra i suoi romanzi Happy Hour (Mursia), che inaugura la serie dell’ispettrice Maria Dolores Vergani, Corpi di scarto (Edizioni Ambiente), un noir di ecomafia, accolto con grandi consensi dal pubblico e dalla critica e Dritto al cuore (Edizioni e/o). È autrice dell’Etica del parcheggio abusivo(Feltrinelli), che inaugura la serie di audiodrammi «AutoreVole» di Salani Editore. Elisabetta collabora con alcune testate giornalistiche italiane e straniere, occupandosi di filosofia, arte, libri e manie. I suoi testi sono tradotti in Germania, Francia e Spagna.

:: Nostalgia, Eshkol Nevo, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini e Valeria G.

13 marzo 2014

nostalgia_02Viviana Filippini:

Traduzione dall’ebraico Elena Loewenthal.
Revisione di Raffaella Scardi sulla base delle indicazioni apportate al testo originale dall’autore.

A volte ci sono dei luoghi che racchiudono in loro le storie degli uomini che li hanno abitati nel passato, che li vivono nel presente e nel futuro, facendone memoria dentro ai loro muri di mattoni. Questo è quello che fa la località di Maoz Tzion, soprannominata il Castel per via di un fortino abbandonato in cima ad una collina. Tutto questo è presente nel nuovo libro Nostaglia dell’israeliano Eshkol Nevo uscito di recente per Neri Pozza. La cornice storica di fondo è quella degli anni Novanta, quella dell’assassinio di Yitzhak Rabin e delle guerriglie continue tra Palestinesi e Israeliani, ed è proprio in questo mondo che prendo vita  le vicende di persone tra loro diverse, ma allo stesso tempo simili per i tormenti umani che le assillano.  All’inizio della narrazione Nevo ci presenta nuclei familiari che vivono in uno stesso posto, nel quale si mescolano, senza nessuna separazione, case e baracche, strade ordinate e vicoli luridi, ordine e caos totale. Qui ci sono i fidanzati Amir e Noa, entrambe studenti, che hanno preso casa al Castel; accanto a loro c’è la coppia di ebrei, Moshe e Sima con i loro due piccoli figli. Lì vicino c’è la casa del silenzioso Yotam, un ragazzino che deve convivere con il dolore della tragica morte di Ghidi, il fratello maggiore deceduto sul fronte del Libano. Nei paraggi gironzola Saddiq, un muratore mussulmano giunto sul posto non solo per lavorare, ma per recuperare qualcosa che sua madre nascose in una di quelle case. Tante piccole entità umane che si concatenano tra loro come i pezzi di un puzzle che è la vita, all’interno della quale litigi, incomprensioni, voglia di riscatto e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo si uniscono al bisogno comune di avere un po’ di pace e tranquillità dopo tanto dolore e sofferenza. Un traguardo che a tratti sembra irraggiungibile per ognuno dei personaggi presenti all’interno del libro di Nevo, perché tutti son sempre in lotta con sé stessi e con il mondo circostante, tanto che gli effetti di queste diatribe non tarderanno a manifestarsi mettendo in crisi gli equilibri di ogni famiglia. Amir, studente di psicologia a Tel Aviv, sempre più immerso nella sua attività, vedrà allontanarsi sempre più l’amata Noa. Lei, studentessa di fotografia a Gerusalemme, prenderà la distanza dal compagno di vita, non perché non lo ama più, ma per il semplice fatto che la relazione con lui sta diventando claustrofobica, tanto che la ragazza si è accorta che da quando sta con Amir non riesce più a dare libero sfogo alla propria inventiva artistica. Tra Sima e Moshe il dissidio sarà caratterizzato dal troppo coinvolgimento religioso di lui e da un affetto eccessivo di lei per Amir. Yotam si sente spaesato, perché dopo la morte del fratello maggiore Ghidi, per i suoi genitori è come se lui non esistesse più e ogni gesto che compie per attirare la loro attenzione sembra cadere nell’indifferenza totale della coppia, assorbita dal mondo del lavoro (il padre) e dal culto (la madre) delle fotografie del figlio morto. Saddiq è un lavoratore onesto e diligente, ma questo non gli impedisce di portare a termine la sua missione per dimostrare che una casa di quella zona era dei suoi antenati. Una scelta che determinerà per lui conseguenze inaspettate. Ognuna delle vicende presenti in Nostalgia è la dimostrazione di quanto i conflitti non sono solo quelli raccontati dei media, ma essi spesso si nascondono dentro alla vita quotidiana dove la convivenza  tra culture e caratteri umani diversi tra loro è una sorta di impresa titanica alla quale i protagonisti cercando di porre rimedio attraverso il confronto e il dialogo. In tutto il libro di Nevo, caratterizzato da una alternarsi fluido dei punti di vista di ognuno dei protagonisti, c’è poi un personaggio – Modi- che non è a Maoz Tzion, ma è dall’altro capo del globo alla ricerca di sé stesso e del proprio destino. Questo giovane, amico di Amir, è fuggito dal luogo d’origine per cercare la propria via e solo alla fine compirà un gesto importante. Un netto segno che non è possibile recidere in modo completo il legame con le radici della propria esistenza.

Valeria G.:

“Non c’è dolore più grande della perdita della terra natia” Euripide

E’ molto complicato comprendere a fondo la storia dello Stato di Israele e della sua recente nascita, i fatti storici e le numerose guerre hanno causato profonde fratture, pericolose tensioni e  una continua diaspora dei  popoli originari della zona.
E’ invece facile comprendere come la parola nostalgia, e il significato più profondo del termine, si adatti perfettamente al popolo ebreo, nonché al popolo palestinese. Entrambi i popoli si sono trovati a dover vivere lontano dalla propria terra natia, molto spesso sono stati obbligati ad affrontare delle vere e proprie fughe.
La perdita della propria casa  –  nel senso di luogo di appartenenza  quello che gli inglesi chiamano “home” -è un sentimento doloroso che genera solitudine, rabbia e rassegnazione; la mancanza delle proprie origini da luogo ad una confusione interiore che rende infelici e genera grande inquietudine.
Questi sentimenti vengono espressi egregiamente dallo scrittore, attraverso la storia di Saddiq, muratore arabo, che ritrova l’appartamento nel quale ha vissuto da bambino con i genitori. Riconosce la sua casa e questo scatena in lui una forza tale da andare contro ogni restrizione e obbligo morale tanto da presentarsi alla porta degli attuali proprietari.
Altro protagonista del libro è Yotam, bambino che a causa di una nuova e devastante guerra, perde il suo adorato fratello.  Yotam , con la leggerezza e l’innocenza tipica dei bambini, si aggrappa alla vita, tiene a bada la nostalgia dell’amato fratello e cerca di sopravvivere al lutto, mentre i suoi genitori si abbandonano al silenzio,  rassegnati al dolore devastante che la perdita ha generato.
Yotam cerca una figura che possa sostituire il rapporto speciale che aveva col fratello e che possa, in qualche modo, sconfiggere la nostalgia che ha di lui.
Trova  in Amir, altra figura chiave del libro, un amico, un confidente, un nuovo compagno di giochi.
Amir è uno studente di psicologia che ha da poco iniziato una convivenza con Noa, studentessa prossima alla tesi di laurea.
Amir  e Noa si sono conosciuti, si sono scoperti, si sono convinti che la loro è una relazione sufficientemente matura per poter affrontare una vita insieme.
Amir e Noa si amano,ma il loro amore è un sentimento talmente forte da non avere alcun filtro, nessuna protezione. Vivono in simbiosi, le loro emozioni si sfiorano e convogliano in un unico grande abbraccio, Questo sentimento è talmente coinvolgente da confondere le loro menti e i loro sentimenti . I conflitti che vivono nel piccolo appartamento  è causa di una separazione temporanea, ma, la nostalgia di casa sarà la svolta nel loro rapporto.
Poi ci sono Moshe e Sima,  marito e moglie, proprietari dell’appartamento occupato da Amir e Noa. La nostalgia per loro si trasforma in quotidianità, le loro vite sono intrecciate indissolubilmente ma una divergenza tra loro mette a dura prova il loro sempre stabile rapporto.
E ancora Modi, personaggio marginale del romanzo. Modi è un amico di Amir che ha deciso di concedersi una lunga pausa lontano da tutto e tutti. Anche per lui tuttavia la nostalgia di Israele si fa sentire a gran voce e sebbene le numerose e interessanti esperienze, asseconda la voglia di casa.
Questo è un romanzo ricco di vita e di profondi significati.
Con grande capacità l’autore ci accompagna in un viaggio speciale nella terra di Israele, a Gerusalemme e a Tel Aviv, luoghi magici e mistici.
L’autore narra le storie dei suoi personaggi attraverso  esempi di vita quotidiana, miscelando fatti storici rilevanti come l’assassinio del Primo Ministro Rabin e i frequenti attentati terroristici. Attraverso le voci dei protagonisti si apprende come la società israelo-palestinese sia sempre in uno stato di tensione e non riesca a trovare un equilibrio di vita comune.

Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Dopo un’infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti e ha completato gli studi a Tel Aviv. Ha intrapreso la carriera di pubblicitario, abbandonata in seguito per dedicarsi alla letteratura. Oggi insegna scrittura creativa in numerose istituzioni. Nostalgia ha vinto nel 2005 il premio della Publishers’ Association e nel 2008 a Parigi il FFI-Raymond Wallier Prize. Con Neri Pozza Nevo ha pubblicato La simmetria dei desideri (2010) e Neuland (2012).

:: Il palazzo di Evgenij Evtušenko, Poesie d’amore di Evgenij Evtušenko (Newton Compton, 1986) a cura di Laura M.

12 marzo 2014

vassilissaLa poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Il palazzo di Evgenij Evtušenko è una poesia tratta da una antologia poetica in tre volumi che raccoglie la produzione poetica di quest’autore dal 1952 al 1983. Sobranie Socinenij v trech tomach- Stichotvorenija i poemy: 1952-1964- 1965-1972 1973 –1983, Moskva, “Chudozestvennaja Literatura” 1983-1984. La poesia è datata 1952 e quindi appartiene al periodo giovanile di Evtušenko.
Prima di analizzare il testo, tra l’altro esteticamente di enorme impatto visivo, traccerò un breve profilo dell’autore per nulla esaustivo, rimando per chi volesse approfondire all’Autobiografia, Flegon Press, London, 1964. Evtušenko nacque in Siberia, a Zima, nel 1933. Sin da giovane si trasferì a Mosca e divenne uno di più conosciuti poeti russi contemporanei. Temi centrali della sua poesia la derisione dei carrieristi e burocrati e l’amore. Il suo impegno civile e politico trasmesso dalle sue poesie non esclude il fatto che abbia scritto poesie d’amore di notevole lirismo.
Il personaggio centrale di questa poesia è un umile e povero contadino a cui lo zar ordina di costruire sull’acqua un palazzo e un giardino. Il contadino si tormenta perché sa che con le sue sole forze umane in una notte non potrà riuscire nell’impresa e al mattino lo zar gli chiederà conto con la vita. La salvezza gli giunge inaspettata tramite l’apparizione di Vassilissa la Saggia, personaggio fatato delle antiche fiabe popolari russe. Il palazzo è senz’altro una dichiarazione d’amore, non a una persona, ma alla poesia stessa, che permette in una notte di creare palazzi, verdi giardini, facendoli apparire dal nulla.  E il poeta accoglie con umiltà questo dono

La gente non sa, dal prodigio abbagliata,
che non io sono di esso il reale creatore,
che non io li ho piantati i verdi giardini,
né il palazzo ho innalzato, di pietra bianca…

consapevole che il suo merito è ben poco e si trova a essere celebrato per qualcosa che supera la sua umana abilità. In prima persona il poeta si rivolge alla poesia stessa ricordando un sogno fatto: si trova vicino al mare e si dispera vedendo la limitazione del suo essere e l’incapacità di essere lui stesso origine di tanta bellezza. La poesia è la vera dispensatrice di bellezza e meraviglia,  il principio creatore da cui potrà sorgere appunto il palazzo del titolo.
Il ruolo fondamentale della memoria, della favola, si associa a quello del sogno, della fantasia e l’effetto è di una bellezza antica e struggente. Il tono è sognante, melanconico, lievemente ironico. Evoca sentimenti di pace, di meraviglia, di rimpianto per la poesia che come un’ombra subito svanisce e abbandona il poeta. L’apparente struttura di una fiaba (mantiene la struttura di 13 quartine) nasconde significati più profondi che spaziano dall’amore per la bellezza, la poesia, la natura, fino all’amore stesso canale di ogni percezione.

I temi principali.

Innanzitutto l’arroganza del potere, simboleggiata dallo Zar, che dispone della vita della gente con ben scarsa benevolenza e dispone di servi che eseguono i suoi ordini inderogabili. Strumenti di potere le promesse di ricchezza, e i successivi meccanismi spietati di controllo e punizione.
Poi il potere della poesia, simboleggiata dalla Saggia Vassilissa, ombra leggera che subito scompare, calma, quieta, crea isole con un sorriso. E infine l’elaborazione poetica, che stupisce il poeta stesso che osservando la poesia all’opera  rimane sbigottito e meravigliato mentre contempla la sua opera e la gente che lo considera non meritatamente il creatore.