Prima di iniziare questa recensione alcune premesse mi sembrano doverose: non tutti gli interrogativi che sorgeranno durante la lettura di questo romanzo avranno una risposta, molte questioni rimarranno irrisolte e pure l’identità dell’assassino, (perché questo romanzo è infondo un poliziesco pur con tutti i ma del caso), seppure un’ ipotesi verrà fatta (sia dalla polizia che dalla protagonista, voce narrante del romanzo), resterà fumosa e indistinta.
Detto questo le ipotesi sono due: o la colpa è mia, tutto è chiaro e io non sono abbastanza perspicace da cogliere rimandi e sottigliezze o l’autrice stessa ha inteso creare questo senso di sospensione e incertezza, (e avendo letto molte recensioni straniere al libro, opterei per questa seconda ipostesi).
Dunque se amate i misteri e le sfide non vi spaventano, avete occhio per i dettagli e amate mettere in moto le celluline grigie care a Poirot, avrete pane per i vostri denti.
Spoilerare è quasi impossibile, perché unicamente si possono delineare ipotesi, e almeno io mi guardo bene da darvi certezze, punti d’appiglio incontrovertibili, dati di fatto certi e rassicuranti. Leggere questo libro è un po’ come camminare sulle sabbie mobili con il dubbio che sia solo un inganno letterario, o ancor peggio la trama di un romanzo che la protagonista, scrittrice affermata, sta ideando.
Anche quest’ultima ipotesi non è da scartare del tutto, ce ne sono infatti gli indizi, ma noi li ignoreremo e considereremo il romanzo la storia di un delitto e della sua successiva indagine svolta dalla polizia, e rifiutata caparbiamente dalla protagonista che indaga sì, ma su chi fosse in realtà il marito che credeva di conoscere, ma in realtà non conosceva affatto. Se dopo quanto avete letto fin ora non vi ho spaventato, ma anzi vi ho incuriosito, bene vorrà dire che questa lettura sarà per voi interessante e soddisfacente.
L’omicidio di Halland (Mordet pa Halland, 2009) della danese Pia Juul, tradotto da Bruno Berni ed edito in Italia da Elliot edizioni, si discosta grandemente dal tipico giallo nordico, e su questo tutti i recensori che l’hanno analizzato sono d’accordo.
L’autrice è fondamentalmente una poetessa, una drammaturga, un’autrice di romanzi più “letterari” che di “genere”, differenza che fa sorgere anche qui numerosi interrogativi, anche se questo non è il luogo per trovare delle risposte.
La Juul si accosta al genere poliziesco assorbendone i temi: abbiamo un delitto, abbiamo un’ indagine poliziesca, abbiamo un misterioso assassino armato di fucile, abbiamo vari misteri legati alla vittima, e soprattutto abbiamo lo sguardo della vedova, Bess, voce narrante della storia a cui dobbiamo decidere fin da subito se credere o meno. E ragioni per dubitare su quanto dice ce ne sono parecchie, anche se da gran mattatrice assorbe tutta la luce su di sé, creando intorno simpatia e nello stesso tempo dubbi e un bizzarro senso di follia.
Il romanzo si apre con una tranquilla scena domestica: una coppia, Halland e Bess Roe, seduti in soggiorno a guardare un poliziesco alla tv. Lei scrittrice, si alza per andare a lavorare nel suo studio, lui va a letto, il giorno dopo deve partire per lavoro.
E fino a qui tutto corre nei binari del consueto.
Lei lavora tutta la notte ad un manoscritto e al mattino, una splendida mattina di primavera, si assopisce sul divano del soggiorno. Poi viene svegliata da un forte colpo, forse uno sparo. Un uomo bussa alla porta, Bjorn e le dice: In nome della legge. Sono le 7,47 […] lei è in arresto per l’omicidio di Halland. Le ultime parole del marito accusano appunto Bess dell’omicidio.
Ma Bjorn non è un poliziotto, è solo un passante che ha scoperto il corpo.
Credergli o meno? Davvero Bess è l’assassina? La polizia sembra scartare quest’ipostesi e inizia un’indagine che nelle ultime pagine del libro porterà ad un probabile colpevole.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto il romanzo ruota intorno alle reazioni di Bess al delitto. Il personaggio di Halland svanisce sullo sfondo, la ricerca del vero assassino pure, abbiamo sì diversi candidati, diversi moventi, anche se forse quella con il movente più forte è proprio la stessa Bess, una forte somma di denaro viene trasferita sul suo conto, ma ciò che impariamo maggiormente a conoscere è il personaggio di Bess, le sue stranezze, le sue eccentricità, il suo rapporto irrisolto con la madre e la figlia, con il suo ex marito che lasciò per Halland.
E poi cosa spinge un uomo ad affittare una stanza nell’appartamento di una nipote, vistosamente incinta, che poi è davvero la nipote? E’ lui il padre di questo bambino? E perché chiude tutti si suoi conti, disattivando le utenze? Sarà la chiave di lettura di tutto il poster di La Retour de Martin Guerre che Bess trova nella stanza di Halland? Cosa contiene il suo computer? Perché Bess va a una presentazione di un suo libro e poi fugge via? Chi le telefona dal telefono di Halland? Perché la figlia la tratta con gentilezza quasi inconsapevole di tutti gli attriti che Bess ha sempre descritto?
Domande si sommano ad altre domande, e il lettore non fa a tempo di farsi delle ipotesi che la trama cambia prospettiva, fino al finale altrettanto inquietante. Un gioco di intelligenza insomma, un rompicapo, i cui echi restano anche parecchi giorni dopo la fine della lettura.
Pia Juul Considerata uno dei maggiori poeti e narratori danesi contemporanei, è nata nel 1962 e ha esordito nel 1985 con un libro di poesie.
Da allora ha pubblicato una lunga serie di opere, soprattutto poetiche, ma anche drammi e alcuni romanzi, fino alla sua ultima raccolta di racconti del 2012, Af sted, til stede, che ha avuto un grande successo.
Ha vinto molti premi prestigiosi e dal 2000 riceve il vitalizio del Fondo Statale per l’Arte, che la Danimarca attribuisce ai suoi migliori artisti.
In Italia nel 2014 la casa editrice Elliot ha pubblicato il suo romanzo L’omicidio di Halland.
The Given Day di Dennis Lehane
Benvenuto Richard, e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Lange? Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Benvenuta Francesca su Liberi di scrivere. Il prossimo maggio debutterà per Edizioni della Sera una nuova collana dedicata alla letteratura per ragazzi, Edizioni della Sera Junior. A te il compito di dirigerla. Puoi raccontarci come è nata questa collana?
Traduzione Franco Filice
Raffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità. Ma “Il male ero io” non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.
E’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.
Viviana Filippini:
La poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Benvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?
Le donne che pensano sono pericolose, (Frauen, die denken, sind gefährlich und stark, 2012) di Stefan Bollmann, edito in Germania da
Esce oggi, per Einaudi Stile Libero, Giochi Criminali, un’ antologia di racconti a tema. Il gioco d’azzardo sembra infatti il comun denominatore di queste quattro storie che vedono Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Diego De Silva, e Carlo Lucarelli alle prese con i loro personaggi storici: la professoressa Emma Blasi, ll commissario Ricciardi, l’avvocato Malinconico e l’ispettore Grazia Negro. Per ora ho solo letto Febbre di Maurizio de Giovanni, per cui rimando la recensione dell’intero libro e mi limito a segnalarne l’uscita, comunque posso anticipare che mi il racconto mi è piaciuto, un piccolo anticipo del nuovo romanzo di Ricciardi che dovrebbe uscire quest’ estate. Per darvi un’ idea del libro, ecco a voi il lancio di stampa.
























