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:: La vita non è in ordine alfabetico, Andrea Bajani, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

9 marzo 2014

ordine alfabeticoGli anni sono passati, e non hai più pensato al braccialetto […] Ogni tanto qualcuno, nel tempo, ti ha fatto notare questo braccialetto stinto e ormai ridotto a un filo. Tu tutte le volte hai risposto che prima o poi si sarebbe finalmente rotto. Poi di colpo, un martedì mattina, sotto la doccia, si è staccato. Senza nemmeno uno strappo. E a te, che l’hai visto precipitare, ti si sono spalancati gli occhi. E ti sei inginocchiata, sotto l’acqua, e la tua era una specie di supplica – sgomenta- che quei desideri di allora – che ormai non ricordavi più e che però ora andavano a esaurirsi dentro il buco nero dello scarico – fossero gli stessi di oggi, e non una bomba che tra poco, finita la doccia, asciugati i capelli, aperta la porta, avrebbe fatto saltare tutto in aria”.

La vita ha i suoi tempi e il suo modo di spiegare le cose. Certo è che non c’è un ordine e tanto meno un elenco per sistemarle, le cose. Succedono e non rimane, forse, che dare loro un nome.
Così ci prova lo scrittore Andrea Bajani a raccontarci 38 parole, 38 passaggi di vite vissute con “amore” o “nostalgia”, attraverso una “confessione” che si fa “imbarazzo” o “nudità”. Dipende, a volte è solo una questione di punti di vista o di tempi, come il fatto di vivere la “mattina” in modo diverso a seconda dell’età e delle aspettative o di desiderare qualcosa che nel presente non esiste più o non è mai esistito. Altre volte, invece, è una mancanza: un “quasi” uguale o un “senza” che non pensavi tornasse.
Una lettera per ogni parola, una parola per raccontare la vita. Dalla A alla Z, le storie di Bajani tratteggiano, sussurrano, stupiscono senza mai definire, chiudere, catalogare.
Si tratta di spicchi di poesia nella quotidianità del vivere. 38 individui in cerca d’autore, in cerca di parole, quelle giuste per esserci, in poche righe, ma esserci per ricominciare. Un dialogo con se stesso, quello di Andrea Bajani, e con i pensieri che affollano la mente dei suoi personaggi, capaci di parlare al lettore a cuore aperto, nel tentativo, umano, di trovare un senso a ciò che accade.

Da quegli occhi il bambino capisce che dentro la sua scatola c’era un pezzo di meno, anche se sua madre è stata bravissima a fare stare in piedi il mondo lo stesso. E’ così che, di colpo, il bambino conosce la nostalgia delle cose che non sono mai state”.

Andrea Bajani è nato a Roma nel 1975 e vive a Torino. Presso Einaudi ha pubblicato Cordiali saluti (2005 e 2008), Se consideri le colpe (2007 e 2009), il reportage sul lavoro precario Mi spezzo ma non m’impiego(2006), Domani niente scuola (2008), Ogni promessa (2010), Presente(2012, con Michela Murgia, Paolo Nori e Giorgio Vasta) e La vita non è in ordine alfabetico (2014).
Per il teatro è coautore di Miserabili, uno spettacolo di Marco Paolini. Collabora con Rai Radio 2, con i quotidiani «La Stampa», «l’Unità», «Il Sole-24 ore» e con la rivista «Lo straniero».
Se consideri le colpe ha vinto il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati. Ogni promessa ha vinto il Premio Bagutta 2011.

:: Henry Charles Bukowski – Hank – Don’t Try – 1920-1994

9 marzo 2014

Caleido_Bukowski_rev3ELa-Rossa-di-BukowskiVent’anni fa, cavolo son già passati vent’anni, il 9 marzo del 1994 moriva  all’età di 73 anni, a San Pedro (Los Angeles), Charles Bukowski. Per celebrare (degnamente) questa ricorrenza, sono molti i libri usciti in questi giorni,  vi farò un piccolo elenco, con qualche riga di descrizione. Il consiglio migliore naturalmente è dare un’ occhiata alla vostra libreria, chi non ha un libro del vecchio Hank nei suoi polverosi scaffali, e leggere il primo volume che vi capita sottomano, ma comunque chi fosse impossibilitato dal farlo (non avendone), può fare un salto in libreria e scoprire:

FRBFRB2La Rossa di Bukowski (Edizioni WhiteFly Press, 2014) di Pamela “Cupcakes” Wood, la Tammie del romanzo Donne, che ci racconta un inedito Bukowski attraverso le memorie della sua tormentata storia d’amore col famoso scrittore. Prefazione di Dan Fante.

Taccuino di una sbronza, (Morellini, 2014) di Paolo Roversi, un omaggio a Hank, a Fernanda Pivano, ripubblicato per l’occasione.

taccuinoFRB3Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski, (Bietti, 2014), di Roberto Alfatti Appetiti,  una biografia “alternativa” di uno scrittore irriverente, lontana da stereotipi e luoghi comuni.

Una torrida giornata d’agosto. Testo inglese a fronte (Guanda 2014) di Charles Bukowski, una raccolta di poesie dove l’autore prova a racchiudere in versi il mondo degli emarginati d’America, dei bar, delle scommesse all’ippodromo.

Il sole bacia i belli. Interviste, incontri, insulti (Feltrinelli) di Charles Bukowski, la vita di Hank ricostruita attraverso una raccolta di interviste rilasciate lungo tutta la sua carriera, dalla prima fatta al Times Literary di Chicago nel 1963, all’ultima del 1993, sette mesi prima della sua morte.

Goodbye Bukowski – Flavio Montelli (Coconino Press) una biografia a fumetti firmata da Flavio Montelli.

:: Un’ intervista con Marco Milone a cura di Irma Loredana Galgano

8 marzo 2014

Marco Milone 1Marco Milone, attore, poeta e scrittore ha accettato di rispondere alle nostre domande sulle sue opere poetiche Anime nude e Dove va il mondo e di raccontarci gli studi e la ricerca interiore ed esteriore che hanno fatto da preludio alla loro composizione.

Sia nella raccolta Anime nude che in Dove va il mondo il filo che lega le tue opere sembra essere quello di una profonda ricerca interiore rapportata, a volte contrapposta, al mondo che ci circonda. Cosa cerca l’Io esploratore delle tue poesie?

È difficile condurre un viaggio dentro se stessi senza percepire come improprio il mondo intorno. Tutte le forze vitali si basano su un costante processo di creazione e distruzione, proprio perché la demolizione di determinate parti risulta fondamentale per permettere una piena rinascita. E così la poesia diventa un luogo libero dove potere esprimere le proprie percezioni,  lasciarle libere di vagare fuori da me stesso e accogliere nuove energie più favorevoli alla mia consapevolezza interiore.

E cosa si aspetta l’Io autore?

L’autore si aspetta di condurre un mitico viaggio alla ricerca del recondito significato delle strutture che appaiono intorno, di acquisire la capacità di discernere meglio che cosa trattenere e  che cosa accogliere. Ogni giorno è come una rinascita: nell’illusione di un percorso temporale orizzontale la vita sembra scorrere velocemente come se tutto fosse uguale, eppure tutto diventa diverso quanto più si coglie la bellezza dietro il mondo delle illusioni. Voglio semplicemente imparare ad abbandonarmi con fiducia verso i nuovi lidi dove gli eventi mi trascineranno, e così viaggiare alla scoperta di me stesso.

A tratti emerge dalle rime la considerazione che l’anima di ognuno abbia sempre un’origine buona, pura, contaminata dal rapporto con se stessi e con il mondo esterno, incattivita dalla necessità di interagire in una società dove spesso, troppo spesso, si è costretti a indossare delle maschere, interpretare dei ruoli. Ritrovare se stessi è la direzione per ritrovare la purezza?

Come fai a condurre il sentiero se non diventi il sentiero stesso? Viviamo in un contesto sociale in cui l’uomo viene privato della propria naturalezza, proprio perché investito di ruoli che gli vengono presentati come assoluti e necessari. L’effetto di ciò è che il bambino che muove i primi passi, contestualmente va perdendo il fascino dell’esplorazione, e con esso anche la capacità di distinguere l’effimero dall’imperituro e abbandonarsi alla propria immaginazione, che rimane la maggiore abilità umana. Sapere sognare permette di trovare la forza interiore di spingersi oltre le proprie forze, di riscoprire capacità latenti: nessuno sforzo scompare mai dal mondo delle cause, tutto permane e diventa realizzabile se si diventa il sentiero stesso. Come fai a diventare il sentiero se dentro di te non risplende la fiamma dell’audacia?

È prevista l’uscita di un’ulteriore raccolta di componimenti poetici o stai impegnando la tua penna in altre produzioni?

Tra le pubblicazioni future ci saranno altre raccolte poetiche, ma al momento sono maggiormente concentrato sulla stesura di un libro sulla storia del go, un gioco da tavolo cinese, fortemente intriso di concetti della filosofia taoista, le cui origini si perdono tra leggende mitologiche e connessioni esoteriche con l’arte divinatoria. Si dice che la partita a go rappresenti la lotta contro se stesso, e questo è un concetto che mi affascina molto soprattutto nell’ottica di saper riequilibrare le parti di se stesso che non sono state ben bilanciate. Il go aiuta ad affinare le capacità meditative, e forza il giocatore a prendere delle decisioni, rivalutando il concetto di materialismo e forzandolo a distaccarsi da tutto ciò che lo appesantisce.

Cosa rappresenta per te la poesia nel panorama culturale? E all’interno del tuo universo personale?

Oggi vedo una forte contaminazione commerciale nel panorama culturale, soprattutto nel cinema e nella narrativa. La poesia è una forma letteraria che per definizione ha la doppia funzione di veicolare un messaggio sia informativo che emotivo, e dunque è rimasta più pura rispetto ad altre espressioni culturali.
Personalmente prediligo la poesia perché capace di accogliere in sé alcune qualità della musica, permettendoti di giocare sul significato semantico delle parole insieme al suono. Come capace di auto-rigenerarsi la poesia ispira altra poesia: qualsiasi verso cambia significato decontestualizzato e assume un nuovo significato semantico. Scrivere poesia non è tanto dissimile dalla magia: consente l’accesso a mondi inesplorati, evocando stati d’animo soppressi.

L’alibi della vittima, Giovanna Repetto, (Gargoyle Books, 2014) a cura di Davide Mana

8 marzo 2014

Alibi vittima altaAmbientato nella periferia romana, L’Alibi della Vittima, di Giovanna Repetto, è un romanzo corale, che segue le vicende di un gruppo di personaggi – su ambo i lati della legge – e costruisce come un mosaico una intricata vicenda di droga, malaffare, corruzione quotidiana, che sfocia in un omicidio.
Il meccanismo poliziesco è ben costruito ed efficace – per quanto non originalissimo – ma è forse nel cast, composto da personaggi tutti, chi più chi meno, corrotti o corruttibili, imperfetti per necessità o per scelta consapevole, che si identifica l’elemento critico della narrativa, sul quale probabilmente ruota il successo del romanzo.
Se la descrizione di una umanità fallibile ed impegnata in una disperata ricerca della gratificazione istantanea è nelle corde del lettore, allora questi non mancherà di restare profondamente soddisfatto dalla lettura.
Se invece un panorama umano tanto desolante dovesse apparire monocorde e manierato ad un osservatore esterno, è probabile che la lettura si chiuda con una certa irritazione.
Non quindi un titolo per tutti, ma comunque interessante per chi volesse farsi un’idea della direzione nella quale stia andando la letteratura poliziesca nel nostro paese.

Giovanna Repetto è nata a Genova, risiede da tempo a Roma dove svolge la professione di psicologa, e in questa veste si occupa da trent’anni di problematiche legate alle dipendenze patologiche. È da vent’anni redattrice della rivista letteraria online Il Paradiso degli Orchi. Le sue opere di narrativa hanno ricevuto diversi riconoscimenti, fra cui il premio Selezione Bancarellino  conferito nel 2000 al romanzo per ragazzi La banda di Boscobruno (Mobydick 1999) e il premio Navile Città di Bologna per Palude, abbracciami! (Mobydick 2000). Ha pubblicato inoltre i romanzi L’ agente immobiliare e Cartoline da Marsiglia (Mobydick 2002 e 2004).

:: Segnalazione di Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, (E/O, 2012) a cura di Natalina S.

8 marzo 2014

indexAl posto del sangue, nelle vene, Patrizia Rinaldi tiene l’inchiostro. Dopo la lettura di Blanca, romanzo che ha sancito il suo debutto nel giallo, mi sono cimentata in “Tre, numero imperfetto”, edito da E/O di cui anche di Blanca ha acquistato i diritti. In Tre, numero imperfetto rivivono personaggi seriali dal tratteggio tanto divertente quanto profondo. I parapiglia dell’ispettore Liguori e il commissario Martusciello, le commediole dell’agente scelto Carita (Carità o Càrita), incerto nella vita come il nome che lo identifica, e l’acuta sensibilità della sovrintendente Blanca Occhiuzzi portano il commissariato di Pozzuoli a risolvere il delitto efferato del cantante neomelodico Gennaro Mangiamento in arte Jerry Vialdi a cui, probabilmente, è legato un altro omicidio. Un macigno troppo pesante per il commissariato di Fuorigrotta che chiede collaborazione “a puteoli” per portare avanti le indagini. Qualcuno ha definito Patrizia Rinaldi una poetessa prestata al giallo per la sua scrittura impastata di metafore, elementi morfologici e pillole di napoletanità che fanno della lettura una carezza per l’intelletto e lo spirito di cui il giallo rappresenta, solo, lo strumento per aprire una finestra su Napoli, e più in generale sul mondo, e analizzare sentimenti e passioni che muovono fila tanto sottili, come l’amore, come l’odio.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007), Blanca (Flaccovio editore 2009). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (EL 2011), e ha inoltre pubblicato numerosi racconti e novelle in diverse antologie.

:: Fermento di luglio, Erskine Caldwell, (Fazi, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 marzo 2014
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Traduzione Luca Briasco

Uno degli impegni dell’editore Fazi è quello di rivalorizzare alcuni autori del passato poco noti o purtroppo caduti non si sa per quale ragione, nel dimenticatoio e oltre ad averci fatto conoscere John Williams autore di Stoner, tra gli altri scrittori americani di recente portati a nuova vita c’è Erskine Caldwell. La sua riscoperta da parte dei lettori italiani è cominciata nel 2011 con la pubblicazione de La via del tabacco, primo romanzo della «Trilogia del Sud» che, seguita da Il piccolo campo uscito nel 2012, si è conclusa in questo 2014 con la pubblicazione di Fermento di luglio. La prima diffusione di questo libro avvenne nel 1940, ma letta oggi l’opera di Caldwell si rivela un romanzo ancora attuale, perché la difficile convivenza con il ”diverso” è purtroppo un sintomo attuale di un mondo nel quale il colore della pelle o la cultura sono segni di inconciliabilità tra persone. La storia di Fermento di luglio è ambientata in Georgia, nell’estremo Sud degli Stati Uniti d’America, in una torrida estate durante la quale si svolge una vera e propria caccia all’uomo. Il ricercato per un presunto stupro è il giovane di colore Sonny Clark e la sua ingiusta accusatrice è la ninfomane Katy Barlow. Nessuno crede a Sonny e quando la popolazione locale sente il racconto della giovane Barlow, un po’ forzato da Miss Narcissa, la ciurma di bianchi assetata di vendetta parte alla ricerca con l’intento di stanare il colpevole. Come vuole la tradizione della produzione letteraria di uno degli autori più importanti del Novecento americano, i protagonisti sono i bianchi poveri del Sud degli Stati Uniti. Proprio come Steinbeck e Faulkner, Caldwell si occupa dell’umanità derelitta, solo che lui si concentra con particolare attenzione sulla classe dei lavoratori proletari bianchi e su come le condizioni di estrema povertà esistenziale incidano sul loro agire. L’umanità di Fermento di luglio è fatta da uomini e donne caratterizzati da un agire brutale dominato dall’istinto che li rende grotteschi e animaleschi. Questo agire irrazionale alimentato dal sospetto e dalla paura rancorosa verso il “diverso” li acceca a tal punto che tutti non si renderanno mai conto che Sonny non ha compito nessun male. Per loro è e sarà sempre colpevole e per tale ragione dovrà essere punito ad ogni costo e nulla riuscirà a fermare i disumani agricoltori inferociti. Caldwell, che qui veste i panni del suo alterego letterario, lo sceriffo McCurtain – il preciso esempio di colui che non sa proprio cosa sia il coraggio-, si affianca ad un’umanità derelitta, abbruttita, afflitta da una fame cronica e dall’odio perenne che travolge tutti quanti – colpevoli ed innocenti – portandoli a compiere gesti violenti e ingiustificabili.  Settantaquattro anni fa Fermento di luglio fece scalpore tra i benpensanti, ma Caldwell con questo scritto ha voluto porre attenzione sulla decadimento della società civile e sul pregiudizio che spesso porta le persone ad avere paure ingiustificate degli altri. Pagine cupe, dove la tensione è sempre alta e fanno da cornice ad una riflessione sulla violenza insensata della quale l’uomo diventa, purtroppo, il portatore.

Erskine Caldwell è nato nel 1903 a White Oak, in Georgia, ed è morto nel 1987. Figlio di un pastore presbiteriano, trascorse l’infanzia trasferendosi da uno stato all’altro seguendo il padre nelle diverse parrocchie che gli venivano affidate. Quando nel 1929 il suo romanzo d’esordio Il bastardo fu dato alle stampe, le copie furono sequestrate dalle autorità. Nel ’33, dopo l’uscita de Il piccolo campo, fu addirittura arrestato. Scrisse i romanzi appartenenti al cosiddetto “ciclo del Sud” (La via del tabacco, il Piccolo campo, Fermento di Luglio) povero in canna e in solitudine, in una fattoria semiabbandonata: solo più tardi ottenne i riconoscimenti che meritava, divenendo uno degli scrittori più noti, discussi e ammirati d’America. Proposto per il Nobel alla fine degli Sessanta, nel 1984 Caldwell fu eletto membro dell’American Academy of Arts and Letters.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una poesia: sonetto XCIV, Cento sonetti d’amore, Pablo Neruda (Passigli, 2010) a cura di Laura M.

6 marzo 2014
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Questa settimana analizziamo il sonetto XCIV, racchiuso nella raccolta “Cento sonetti d’amore” di Pablo Neruda,  (Passigli, 2010) accanto alla versione originale in spagnolo  la  traduzione in italiano di Giuseppe Bellini.
Prima di analizzare il testo  tracciamo un breve profilo dell’autore. Pablo Neruda, pseudonimo di Neftalí Ricardo Reyes Basoalto, nacque il 12 luglio del 1904 nella città di Parral nell’estremo sud del Cile in una terra di frontiera. Suo padre era un impiegato delle ferrovie e sua madre un’insegnante e già dai primissimi anni di vita, vivendo in una famiglia di pionieri, percepì quanto fosse dura la lotta per la sopravvivenza in una terra ostile, fredda e piena di fango. Dopo i primi anni di vita  si trasferì a Temuco e giovanissimo iniziò a scrivere articoli giornalistici per i quotidiani locali.
Dal 1920 adottò il nome di Neruda in memoria del poeta cecoslovacco Jan Neruda. Pubblicò le prime raccolte di poesie e contemporaneamente alla sua attività poetica studiò francese e pedagogia nella Università del Cile di Santiago.
Tra il 1927 e il 1935 svolse numerose missioni diplomatiche per conto del governo del suo paese che lo portarono in giro per il mondo, così visitò il Sud est asiatico, l’Argentina, la Spagna. La guerra civile spagnola e la morte di Garcia Lorca incisero fortemente nella sua coscienza e lo portarono ad aderire al movimento repubblicano.
Nel 1937 tornò in Cile  e da questo momento in poi la sua poesia fu caratterizzata da un forte impegno politico e sociale. Nel 1939 divenne console generale in Messico e durante questo periodo di lontananza dalla sua terra riscrisse il Canto generale del Cile dandogli un respiro epico che potesse dare voce all’intera anima del Sud America.
Nel 1943 tornò in Cile e fu eletto senatore della Repubblica. Si iscrisse al Partito Comunista cileno. A causa del suo impegno politico attivo dovette vivere in clandestinità all’interno del suo stesso paese. Si trasferì all’estero e visse in parecchi paesi europei, ritornando poi in Cile solo nel 1952. Nei suoi anni d’esilio la sua produzione poetica si intensificò, si addolcì in un lirismo che mantenne intatto il suo slancio vitale.
Nel 1972 ricevette il premio Nobel per la letteratura e l’anno seguente morì  poco dopo che un colpo di stato destituì il presidente Salvador Allende .

Il sonetto XCIV, a mio avviso è uno dei più belli e più compiuti della raccolta “Cento sonetti d’amore”, fu scritto in un periodo particolare dell’autore ovvero intorno al 1960, durante il suo volontario esilio lontano dal Cile. I “cento sonetti” sono una serie di poesie che possiamo dire rispecchiano la sera della vita del poeta, la sua maturità etica, psicologica e politica. In esse è presente tutta la drammatica tensione emotiva  di un uomo lacerato da un lato dal suo incondizionato amore per la sua terra e preoccupato per  il destino del suo popolo che si apprestava ad essere governato da una feroce dittatura militare e dall’altro che sente affiorare in sé un’amore assoluto e indivisibile per una donna, Matilde Urrutia. Questa tensione si stempera nella consapevolezza che un amore non esclude l’altro ma che entrambi si alimentano e rafforzano a vicenda dando al poeta la percezione che l’amore, sia che sia impegno civile sia che sia rivolto ad una donna, è fatto di un’unica sostanza che alimenta la vita stessa e ci accomuna tutti in una fraternità autentica e scevra da ogni retorica.
L’io narrante di questo sonetto e inequivocabilmente il poeta stesso che si rivolge all’amata, senza mai citarla per nome, e limitandosi a definirla con un indeterminato “tu” eternizzando così e dando valore universale a un complesso di sentimenti che ravvicinano gli uomini di ogni epoca e paese. L’astrattezza del tu ha senz’altro una valenza specifica che ci invita a scoprire un secondo livello di lettura meno diretto e immediato. In una prima analisi è senz’altro evidente che questo sonetto può essere classificato come una poesia d’amore,  ma analizzando più attentamente ogni parola si evince che l’amore per la sua compagna non è che un canale per esprimere l’amore che nutre per la sua terra  facendo di questa poesia  un autentico testamento morale e poetico. Tutto ciò rende evidente come questo sonetto contenga numerosi temi cari a Neruda, come la visione della poesia come dovere morale, impegno e servizio; il concetto di responsabilità  e il  soprattutto il concetto di amore non solo visto come passione ma analizzato in tutte le sue componenti che lo caratterizzano ovvero la fraternità, la  solidarietà, l’amicizia e la condivisione.
Il poeta si rivolge all’amata in un primo tempo con toni decisamente autoritari, ma proprio la forza del suo amore non li rende offensivi o tirannici. Il poeta ordina all’amata di sopravvivergli dopo la morte, ponendo la vita al di là del concetto stesso di  dolore o separazione. La donna amata è così strettamente unita e identificata con la sua terra, il Cile, che non sorprende il suo accostamento a termini come il freddo, il sud, il suono delle chitarre. Il tema della morte vista come assenza, depriva quasi di ogni forza drammatica questa realtà che in ultima analisi rientra sempre nel ciclo della vita. Per esprimere questo concetto il poeta tenta di rendere l’assenza familiare definendola come una casa, realtà simbolica che trasmette emozioni di sicurezza, pace, benessere. Anche se l’assenza è di per sé un concetto puramente immateriale, riveste il ruolo di proiettare l’ amore che la sua donna gli ispira  nella vita non ostante la propria morte. Questa sorta di immortalità, l’unica che al poeta interessi, in un completo annullamento di sé, ha l’unico valore di evitare la sofferenza dell’amata e proprio in questo il poeta raggiunge il massimo livello d’amore umanamente possibile.

Linguaggio e Stile.

Neruda utilizzò per comporre il canzoniere “Cento sonetti d’amore” la forma poetica del sonetto libero. Pur rifacendosi alla tradizione poetica classica di poeti di lingua spagnola come Quevedo, a cui spesso si  ispira e omaggia con riferimenti più o meno velati, sente la necessità di liberare dalle rime il sonetto pur rispettandone la struttura formale di due quartine seguite da due terzine. La sua poesia infatti non vuole rompere definitivamente con il passato rinnegandone ogni pregio ma anzi vuole rappresentare un evoluzione, un miglioramento nella consapevolezza che la poesia è una cosa viva e sempre soggetta a mutamenti ed evoluzioni. Questa forma di sonetto originale e innovativa permette al poeta una maggiore libertà creativa che gli consente di trasmettere più fedelmente il suo pensiero svincolandolo da obblighi puramente manieristici e retorici. La poesia viene infatti esaltata per la sua spontaneità e autenticità, valori che hanno sempre accompagnato il percorso poetico di Neruda e ne hanno caratterizzato in ultima analisi la sua grandezza.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il male dentro, MariaGiovanna Luini (Cairo, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

5 marzo 2014

il male dentroLo scorso marzo Cairo editore ha pubblicato Il male dentro di MariaGiovanna Luini. Un libro intenso. Attuale. La Luini non si è lasciata tentare dal dramma, ha narrato della vita reale, quella vera e della malattia, anche quella reale, che affligge tante persone, troppe. «Tanti puntini rossi che vagano in giro per il mondo e che sembrano una piccolissima parte di esso… ma quando varchi la soglia di un Istituto oncologico la prospettiva inesorabilmente cambia e i puntini rossi diventano la maggioranza e allora ti sembra che tutto il mondo sia cancro». Non è facile, per nessuno. Per i pazienti, ovviamente. Per i loro familiari e affetti. Ma anche per i medici che ogni giorno, ogni momento devo convivere con la malattia che ha colpito le persone che hanno di fronte o che colpisce loro. Forte anche della sua esperienza professionale la Luini narra del mondo ospedaliero in una maniera tanto realistica quanto efficace, lasciando trasparire l’operato dei medici ma anche i loro pensieri, i loro tormenti e in particolare il modo in cui cercano di esorcizzare il dolore e la paura. Alcuni lo fanno immergendosi in relazioni e rapporti extraconiugali, altri mascherandosi da cinici, altri ancora impegnandosi per dare il massimo nella speranza di ottenere un adeguato risultato. Alla fine tutti o quasi sono destinati al crollo perché la situazione è quella che è e i rimedi palliativi che hanno escogitato tali rimangono.  «Il cancro non è solo corpo, è anche mente! Il tumore è un’idea. La sua parte fisica in fondo è il meno. Il problema vero è che dal cervello, dall’anima, non te lo levi più. E io voglio un’altra anima, adesso». Non è una ricompensa quella che sta cercando Anna congedandosi da Barbara e Stefano, è una rinascita. «L’Istituto che cura i tumori. Era pronta, non sarebbe stato differente da qualsiasi altro ospedale: aveva già visto drammi e affrontato interventi a rischio altissimo, la morte non la turbava». Ma erano tanti gli aspetti che Barbara aveva sottovalutato… «La notò chiudere gli occhi. Sotto i polpastrelli il battito enorme, tumultuoso del cuore. La paura aveva rumori, il primo e più evidente quel martellare nel torace a un’intensità palpabile», poi la forza, la speranza o la rassegnazione, la dignità o la disperazione e su tutti i fronti un grande coraggio.

MariaGiovanna Luini (pseudonimo per Giovanna Maria Gatti) è nata nel 1970: scrittore di narrativa e saggistica, collabora con alcune testate giornalistiche e case di produzione cinematografica per consulenze e sceneggiatura. Grazie alla laurea in Medicina e alle due specializzazioni (Chirurgia Generale e Radioterapia) è anche divulgatore attraverso media e comunicatore scientifico (medico) all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. [fonte Wikipedia]

:: Blanca, Patrizia Rinaldi, (edizioni E/O, 2013) a cura di Natalina S.

3 marzo 2014

blanca2013“Pochi anni di vista possono restare ordinati: se ne stanno larghi, hanno spazio. A difenderli, a lasciarli nella memoria imperturbabile e senza novità, c’è tutto il buio che è venuto dopo”.

….e con il buio il dolore che anch’esso è venuto dopo.

Conosce bene quel buio e quel dolore Blanca Occhiuzzi, la quale a causa di un tragico incidente, dall’età di 13 anni, vive sospesa tra ombre e solitudine a forgiare la forza di una ferrea promessa. Sovrintendente di polizia, specializzata nella decodifica dei suoni e nell’interpretazione delle intercettazioni telefoniche, Blanca è stata assegnata al commissariato di Pozzuoli, tra le zuffe e la velata complicità dell’ispettore Arcangelo Liguori e il commissario Vincenzo Martusciello, nonché la teatrale goffaggine dell’agente scelto Peppino Carità. A squarciare la morbosità di giorni privi d’identità è la violenza. La morte che giunge quatta quatta ai margini di un marciapiede e agli angoli di una radura, la scomparsa o il rapimento di due giovani vite, appese a chiodi poco saldi,  ci  conducono a indossare lenti da presbite per mettere a fuoco microcosmi famigliari ammorbati dal male e/o sentimenti discordanti che attanagliano l’uomo nella morsa dell’effimero.
Blanca nasce dalla creatività di Patrizia Rinaldi, scrittrice napoletana, da tempo sullo scenario letterario con gialli e libri per ragazzi. Inizialmente, nel 2009, il romanzo è stato pubblicato da un piccolo editore, Flaccovio, di cui E/O ha acquistato i diritti, nel 2013, integrando il testo con le pagine conclusive dopo aver pubblicato, nel 2012, il seguito “Tre, numero imperfetto”.
A Blanca mi sono avvicinata, una prima volta, con lo sguardo distratto di chi è abituato a vedere e, una seconda volta, con lo sguardo attento di chi è abituato a sentire. Un esercizio di cui solo chi non vede o percepisce ombre indistinte è capace, come Blanca. Blanca sente l’alito delle parole appena accennate, con la forza di chi sa leggere le vibrazioni dell’aria; fiuta l’essenza delle persone, per riconoscerne odori e identità; accarezza le ruvidità della vita come solo mani d’operaio sanno fare   e ubriaca le papille gustative dell’amaro che essa stessa si trascina appresso. Blanca avverte sé e gli altri, presta ascolto al suo e all’altrui dolore; quel dolore di donna che analizza in tutte le sue sfumature attraverso l’anima lacerata e, spesso, sottomessa dei personaggi femminili di cui racconta fragilità e drammi e, a cui, accorda i suoi vuoti e le sue ferite ma in chiave decisamente più propositiva. Conduce nel suo sentire, nel suo deserto coloro i quali mostrano una pena simile alla sua, maschi  e femmine non ha importanza, se il sentire è condiviso e condivisibile come il dolore ed il suo graffio di gatto selvatico. Qui colloco il mio sentire, e la mia gratitudine, tra le parole di questo romanzo, accostate le une affianco alle altre senza urti e ammaccature, ebbra di suggestioni e sensazioni e un’elegante autorevolezza stilistica. Somma di elementi, questi, che conquistano dalla prima all’ultima pagina con la consapevolezza e il desiderio che, Patrizia Rinaldi, la leggeremo ancora.

Patrizia Rinaldi: vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (El 2011), E poi domani guarisco (Oscar Mondadori 2011, prefazione di Miriam Mafai). Nel 2012 è uscito per le Edizioni E/O Tre numero imperfetto.

Spigolature letterarie: novità in libreria

28 febbraio 2014

la_bionda_dagli_occhi_neriscritto nel ventolewiscon_rispetto_parlando_01indexLa morte necessaria di Lewis Winter di Malcom MacKay
La bionda dagli occhi neri. Un’indagine di Philip Marlowe, di John Banville
Non parlare di Brian McGilloway
Scritto nel vento di Beatriz Williams
Con rispetto parlando di Ana Nobre De Gusmao

Ecco guardandomi in giro alcuni titoli che hanno attirato la mia attenzione. Non li ho ancora letti, mi sono limitata a dare una sbirciata alle trame, per cui mi limito a dirvi qualche notizia che ho raccolto, aggiungendo qualche mia estemporanea riflessione. La morte necessaria di Lewis Winter edito da Mondadori nella collana Strade Blu, tradotto da S. Tettamanti, è un noir, per la precisione un tartan noir, primo episodio di una trilogia ambientata a Galsgow che sembra aver raccolto numerosi consensi in Scozia e in Gran Bretagna. Killer, trafficanti di droga, malavita, insomma una storia a tinte forti. La bionda dagli occhi neri. Un’indagine di Philip Marlowe, invece edito da Guanda, collana I narratori della Fenice, previsto in uscita per il 6 marzo, è uno dei tanti (vabbè tanti, mi viene in mente Poodle spring di Robert B. Parker) apocrifi legati alla figura dell’investigatore privato losangelino più celebre dell’hardboiled e dintorni. Accolto da giudizi più che lusinghieri, sarà all’altezza di Chandler? Per i nostalgici come me la tentazione di leggerlo è alta. Brian McGilloway, irlandese classe 1974, autore di Non Parlare, edito da Newton Compton, invece lo conosco per il pregevole Terra di confine, portato in Italia da Revolver, per cui vado abbastanza sul sicuro, e a meno che non abbia affidato il lavoro ad un ghost writer e sia scappato a godersi le royalties nei Mari del Sud, (scherzo eh, l’autore ha un gran senso dell’umorismo, so che apprezzerebbe), dovrebbe essere una piacevole conferma. Poi c’è Scritto nel vento edito da Nord, meno noir dei precedenti, una storia d’amore e d’amicizia sullo sfondo dell’America degli anni Trenta. E infine Con rispetto parlando, una commedia brillante, una storia di personaggi che ruotano attorno ad una bizzarra donna delle pulizie, scritta da un autrice portoghese che non conosco, ma che pubblica in Italia con Neri Pozza, casa editrice che ha sempre titoli interessanti e ben tradotti. Ecco per ora è tutto, alla prossima.

:: Patrimonio. Una storia vera, Philip Roth, (Einaudi, 2007) a cura di Michela Bortoletto

27 febbraio 2014

978880619080GRATraduzione di Vincenzo Mantovani

Herman Roth ha ottantasei anni. È un uomo forte, affascinante e vigoroso nonostante l’età. Una mattina si sveglia con metà faccia paralizzata: è una cosa temporanea, gli dicono i medici. Passano i mesi e non solo la paralisi rimane, ma ad essa si aggiunge la sordità ad un orecchio. Non può essere nulla di buono, teme Herman. E infatti sarà così purtroppo. La diagnosi che lo attende è implacabile: tumore al cervello. Due sono i casi: operarsi e rischiare di morire, oppure lasciare tutto così com’è e vivere i pochi mesi rimasti.
La decisione davanti alla quale si trova Herman Roth è difficile. Ma non è solo. Accanto a lui c’è il figlio, Philip, la voce narrante che seguirà Herman in questo lungo calvario.
Attraverso gli occhi di Philip non solo vediamo Herman alle prese con questa tragica lotta ma ne scopriamo la lunga vita. Ebreo, figlio di genitori immigrati a Newark, Herman è uno di quegli uomini “che si sono fatti da soli”. Pur non avendo avuto la possibilità di ricevere una degna istruzione, Herman è riuscito a far carriera nel ramo delle assicurazioni e a garantire ai suoi due figli una vita felice. Rimasto vedovo, ha rifiutato l’invito dei figli a trasferirsi in uno di quei nuovi quartieri per anziani che hanno costruito nella sua città. Herman, infatti, ha preferito rimanere nella sua casa, con i suoi amici, pronto ad affrontare la sua nuova vita solitaria, finché non inizierà una nuova relazione con Lil, una donna più che paziente che sopporta in silenzio e per amore di Herman di non esser mai all’altezza.
Patrimonio è  il racconto degli ultimi mesi di vita del padre di Philip Roth ma non solo. È il ritratto di un uomo che ha sempre combattuto contro le avversità, che non si è arreso di fronte a nulla, e che è intenzionato a non mollare nemmeno davanti alla malattia.
Patrimonio  è la sofferenza di un figlio che non può far nulla per trattenere il padre con sé.
Patrimonio sono le centinaia di ricordi che riaffiorano dai racconti di Herman: la vecchia Newark, il suo essere ebreo nel secondo dopoguerra, le vie piene di botteghe che ora sono sparite. I colleghi e gli amici di un tempo che sono invecchiati, che hanno cambiato città, che sono morti.
Patrimonio è l’eredità che Herman lascia a Philip. Un’eredità che non è fatta di soldi, azioni in banca, case.
Un’eredità composta da ricordi, persone e personaggi, aneddoti e lezioni di vita che Philip potrà usare nei suoi libri. Un patrimonio fatto di ricordi, determinazione e di una tazza da barba.
Cosa succede se a tuo padre diagnosticano una terribile malattia destinata a ucciderlo in pochi mesi? Ti disperi, cerchi disperatamente una cura, ti arrendi. Se ti chiami Philip Roth trasformi il tuo dolore in un meraviglioso e toccante ricordo.

Philip Roth ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997 per Pastorale americana. Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il piú alto riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal per la narrativa. Ha vinto due volte il National Book Award e il National Book Critics Circle Award, e tre volte il PEN/Faulkner Award. Nel 2005 Il complotto contro l’America ha ricevuto il premio della Society of American Historians per «il miglior romanzo storico di tematica americana del periodo 2003-2004». Recentemente Roth ha ricevuto i due piú prestigiosi premi PEN: il PEN/Nabokov Award del 2006 e il PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction. Roth è l’unico scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. Nel 2011 ha ricevuto la National Humanities Medal alla Casa Bianca, ed è poi stato dichiarato vincitore della quarta edizione del Man Booker International Prize.
Di Philip Roth Einaudi ha pubblicato: Pastorale americana (1998), Operazione Shylock (1998)Il teatro di Sabbath (1999), Ho sposato un comunista (2000), Lamento di Portnoy (2000), La macchia umana (2001), L’animale morente (2002), Lo scrittore fantasma (2002), Zuckerman scatenato (2004), Chiacchiere di bottega (2004)Il complotto contro l’America (2005)Il seno (2005), La lezione di anatomia (2006), L’orgia di Praga (2006), Everyman (2007), Patrimonio (2007), Il fantasma esce di scena (2008), Il professore di desiderio (2009), Indignazione (2009), L’umiliazione (2010), La controvita (2010 e 2012), La mia vita di uomo (2011), Nemesi (2011 e 2012), Goodbye, Columbus (2012), Quando lei era buona (2012), I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013), La nostra gang (2014) e il volume Zuckerman (che raccoglie i romanzi Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, L’orgia di Praga, Nemesi e «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka).

:: Odessa star, Herman Koch, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2014

odessa_star_02Cos’è il male? È possibile dargli una forma, una consistenza specifica o esso si manifesta nelle nostre vite quando meno ce lo aspettiamo e con sembianze che fatichiamo a riconoscere? Il male è quello che si insidia piano piano e sotto forma umana nella vita di Fred Moorman, un cinquantenne di Amsterdam per nulla soddisfatto della propria esistenza. Fred è un lamento continuo: non sopporta l’anziana signora che vive nel loro stabile, perché ha un cane che lascia i suoi escrementi ovunque e il loro pungente odore si espande in ogni dove; non è molto in sintonia con il figlio David, che vorrebbe tanto un padre con una macchina cool, tipo una jeep, e non una sfigata utilitaria. Fred è deluso anche dall’amata moglie Cristina che non lo vede più come l’aitante giovanotto di un tempo e, nonostante lui cerchi di tenersi in forma correndo, lei lo considera una sorta di scarpa vecchia da buttare via. Fred non riesce a capacitarsi di queste critiche e quando un giorno, per caso, incontra un suo ex compagno di scuola, tal Max G., oltre a ricordare i tempi andati, scarica addosso a lui la sua completa insoddisfazione. Fred si sente più leggero ora che ha confessato il suo senso di sconfitta a Max, ed è ammaliato da quell’ex squattrinato compare perché è elegante, ha un donna fantastica, guida un macchina stupenda e per di più gira con un energumeno che gli fa da guardia del corpo. Il protagonista vede in Max quello che lui avrebbe voluto essere e la persona ideale alla quale confessare il proprio senso di sconfitta. Il problema è che il protagonista di Odessa Star non si rende conto che il suo “dire”, darà il via ad una scia di strani e macabri eventi che scuoteranno in modo irreversibile la sua vita. Leggendo il libro di Koch mi son venuti in mente alcuni film molto simili a questa narrazione. Per esempio, lo stato di insoddisfazione cronica di Fred e alcune situazioni macabre nascoste sotto una superficie di massima rispettabilità sociale mi hanno ricordato molto da vicino il film American beauty, nel quale l’immagine patinata della media borghesia cela invece  qualcosa di oscuro e impensabile. Le incomprensibili scomparse di alcuni personaggi e certi episodi dove il sangue compare quale e là all’improvviso, mi hanno invece fatto pensare ai film di Tarantino come Pulp Fiction. Non so se queste pellicole abbiano influenzato l’autore ma i personaggi letterari dal mio punto di vista richiamano quelli grotteschi e instabili presenti in questi film. Tornando ad Odessa Star, Fred è monotono, apatico e Max, con la sua perfezione, i suo misteriosi traffici è la rappresentazione del sale della vita, al quale si deve aggiungere quell’inquietante imbarcazione – l’Odessa Star del titolo- ormeggiata nel canale del Mare del Nord. Fred vuole mettere un po’ di pepe nella sua vita, ma poi si accorge che stare con Max vuol dire vivere ai limiti della legalità e punire il presunto colpevole anche se non ha colpe. Max non ha remore o pietà, anzi, per lui fare del male sembra essere una cosa del tutto normale, un atteggiamento che porterà Fred a voler uscire dall’assurda e insensata spirale di violenza gratuita che sta travolgendo lui e – anche se non se ne accorgono subito – la sua famiglia. Koch scrive un libro nel quale i continui salti temporali tra presente e passato sono fondamentali per farci capire i caratteri dei personaggi, quindi lettori non ve la predente con l’autore se continua a farvi viaggiare nel tempo. Inoltre, leggendo Odessa Star comprendiamo che sì Fred è attratto dalla vita spericolata di Max, perché l’adrenalina che la caratterizza la rende emozionante rispetto alla monotona quotidianità, ma allo stesso l’autore ci mostra il forte e – concedetemelo- opprimente stato di ansia nel quale comincia a vivere Fred quando ritrova l’amico di un tempo, ed è quello che ci fa capire che vivere “sul filo del rasoio” non sempre aiuta, perché prima o poi, come recita un famoso proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”.

Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria montanelli (1989) sono seguiti Eten met, Emma (2000) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Con La cena (Neri Pozza 2010, Beat  2011) e Villetta con piscina (Neri Pozza 2011, Beat 2013) ha ottenuto uno straordinario successo internazionale.