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:: Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2013) a cura di Stefano Di Marino

18 febbraio 2014
131126 BUIOCosa ve lo sto a dì che Maurizio De Giovanni è bravo? Già lo sapete. Lo conoscevo, ma non di persona. Ci siamo incontrati a Suzzara e abbiamo fraternizzato, anche per amicizie comuni. Poi ha detto una cosa fulminante. Che i Bastardi di Pizzofalcone aveva in sè una scintilla in comune con l’opera di uno dei miei autori preferiti, Ed McBain. Allora mi sono preso subito il suo ultimo libro. Così, per vedere se l’aveva sparata grossa o era la verità. E mi sono divertito moltissimo. C’è Napoli che è un personaggio come Isola ma non invadente, come nessuno dei Bastardi lo è. Per inclinazione mi sento un po’ Aragona e un po’ Romano, ma ci si affeziona a tutti, li si segue, nelle indagini e nella vita privata. Ma non c’è sospetto di soap opera, di compiacimento del gusto dell’editore che vuole accontentare quello che pensa sia il gusto del pubblico. C’è invece la grande capcità di raccontare semplicemente, piccole e grandi storie, intrecciandole e, pur tenendole distinte, trovare quel colpo di coda che unisce indagini diverse, cosa che molti autori nostrani non sanno fare e lasciano un senso di incopiutezza nel lettore. I Bastardi invece no, alla fine cuciono un arazzo complesso, ragionato, eppure umanisismo. E con un twist inaspettato che più nero non si può. Una ragione in più per leggere italiano. Salvatore Lombino ne sarebbe entusiasta.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: I mali dell’editoria. Secondo voi quali sono i principali? Cosa si potrebbe fare davvero di concreto per cambiare le cose?

18 febbraio 2014

smith12Questo era il titolo di una discussione svoltasi ieri nel Gruppo FB di Liberi di Scrivere, che ha coinvolto una decina di partecipanti e ha portato a riflessioni interessanti, forse non risolutive, ma intanto le questioni sono state poste ed è un primo passo. Unirò mie riflessioni ai punti invece sollevati dagli altri partecipanti, per andare all’intera discussione questo è il link: qui
Viviamo in un periodo di crisi mondiale che ha coinvolto tutti gli operatori economici, e sembra che l’editoria sia stata toccata in modo molto severo. Chiudono librerie, chiudono case editrici, e notizia dell’altro giorno che un editore di Padova, sommerso dai debiti, si è suicidato. La situazione è grave, come è grave il periodo che sta attraversando l’Italia (limitiamoci a considerare il nostro paese). Che non sia solo una crisi economica ma anche culturale non sono la sola a pensarlo e a dirlo, ma torniamo ai punti salienti della discussione.
La gente non legge. Le statistiche parlano chiaro. Rimando alle statistiche dell’Istat che si riferiscono all’anno 2013. qui  Analizzare le ragioni di questo fenomeno è piuttosto complesso, comunque dalla discussione sono emersi alcuni punti: la gente non legge perché la crisi ha reso  i libri se non oggetti superflui, almeno oggetti non di prima necessità; perché ha di meglio da fare (computer, televisione, serie tv al cinema in streaming, videogiochi, smartphone) questo Natale l’acquisto di gadget tecnologici sembra non avere avuto flessione anzi un incremento; per una forma di protesta, si pubblica tanta spazzatura e il lettore si ribella e non compra; perché in Italia “ci sono milioni di persone che hanno difficoltà a leggere un giornale, perché non lo capiscono, non hanno gli strumenti culturali per farlo”; perchè i libri cercati (sia in libreria che in Rete) sono irrimediabilmente fuori catalogo, e non solo libri rari, particolari e di nicchia.
Cause interne dell’editoria. Ricerca acritica del bestseller a tutti costi da parte di editori forti che impongono certi titoli sul mercato invece di altri magari di maggior qualità;  ricerca di titoli fotocopia da parte degli editori minori;  idolatria del marketing; false sicurezze (basate su veri e propri studi) su cosa la gente voglia, invece di proporre qualcosa di veramente nuovo che spesso invece viene proposto da editori indipendenti schiacciati dai più grossi; caccia al nome già “famoso” per motivi non letterari; oltre il 60% del ricavato della vendita libro spetta ad un solo anello della catena condizionando l’intero processo editoriale, (gli editori perlopiù pubblicano quello che i distributori si dicono disposti a promuovere); pubblicare troppo, 60.000 titoli all’anno, poi di conseguenza non sufficientemente promossi; tagli dei costi che vengono ad incidere sulla scarsa qualità del prodotto libro, (poca cura dell’editing, delle trduzioni, etc…); poca propensione al Social, all’interazione.
Cause esterne Responsabilità del Ministero della Cultura: “gli istituti di cultura scandinavi hanno per esempio sovvenzionato con bandi molto ricchi le traduzioni e la diffusione dei loro scrittori. Tanti editori hanno visto, grazie a questo aiuto, un rischio ridotto, visto che riuscivano a stampare romanzi, a volte di qualità, a volte no, praticamente a costo zero, se non addirittura guadagnandoci in partenza. Sovvenzioni del genere sono in uso un po’ ovunque, dall’Argentina alla Francia, alla Spagna (finché la crisi non ha impedito di proseguire). Al contrario, le politiche culturali italiane non hanno mai sponsorizzato nulla di simile, e questo è uno dei (tanti) motivi per cui i nostri romanzi sono poco tradotti”.
Sono emerse soluzioni? Innanzitutto (come per mille altre cose in Italia) sono necessarie e urgenti scelte politiche, leggi a favore e a sostegno della cultura e della scuola. (Glisso sull’infelice decorso della legge che prevedeva sgravi fiscali ai lettori).  E’ necessaria una rinascita culturale, prima che economica, e di questa rinascita principali attori sono i lettori stessi, gli operatori culturali, i critici, i giornalisti, i blogger (ebbene sì, mettiamoci in causa pure noi), i traduttori, gli editor, gli editori infine. (Utile la diffusione di alcuni nuovi bandi comunitari a sostegno di progetti culturali: qui). Tra le soluzioni per ridurre costi e sprechi l’utilizzo del “print on demand”. Questi sono solo spunti di riflessione. Lascio a voi la parola.

:: I marmocchi di Agnes, Brendan O’Carrol, (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

18 febbraio 2014

indexTraduzione Gaja Cenciarelli

Brendan O’ Carrol, showman irlandese, ha creato la simpatica Agnes Browne dando vita ad una serie di romanzi che la vedono protagonista delle proprie avventure esistenziali della giovinezza, passando per la maternità fino al fatto di diventare nonna. In tutti i libri emerge l’immagine di una donna proletaria nell’Irlanda tra anni ’60 e ’70, simpatica, intraprendente, forte e allo stesso tempo protettiva verso le persone che ama. In I marmocchi di Agnes però, più che la mitica Agnes Browne, i protagonisti sono tutti i suoi figli, dal più grande al più piccolo. I ragazzi sono al centro del delicato passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, inseriti in un arzigogolato cammino di ricerca della loro strada per il domani. Ognuno dei figli è raccontato e, aggiungerei anche, indagato con passione e profonda attenzione da parte dell’autore che riesce a restituire a chi legge lo stato psichico ed emotivo di questi fratelli. Mark, il maggiore, è quello più maturo e responsabile. È colui che pensa a studiare per diplomarsi e lavora con impegno in un’azienda che sta attraversando un difficile momento di crisi. Accanto a lui Rory, giovane parrucchiere sensibile e omosessuale che non avrà vita facile a causa dei pregiudizi sociali e di una banda di skinhead che lo prederà di mira.  Simon, afflitto da una perenne balbuzie non si lascerà intimorire da questa sua difficoltà e riuscirà a trovare un ottimo lavoro. Dermont ne combinerà di tutti i colori, ma poi metterà la testa a posto. Che dire della vivace e spericolata Cathy che, messi da parte gli sport adolescenziali, diventerà donna trovando l’amore della sua vita e Trevor il più piccolo di tutti i Browne? Coloro che lo conoscono lo considerano un po’ ritardato e invece dimostrerà di essere il genio artistico del quale la famiglia non si è mai accorta. Tra loro non manca la pecora nera del gruppo, Frankie, lo scapestrato scansafatiche sempre pronto a cacciarsi nei guai e in situazioni molto pericolose che metteranno a rischio la sua incolumità. Ognuno di questi ragazzi sta nel cuore della sempre attiva e impegnata Agnes, vedova del Rosso, donna dinamica che ogni giorno vende frutta a verdura al mercato locale per guadagnarsi la pagnotta quotidiana da condividere con i figli. Agnes è una madre affettuosa che ama i suoi pargoli, ma allo stesso tempo sa essere severa quando loro compiono degli errori. I suoi moniti e le sue attenzioni verso i marmocchi sono molte, tanto che in più di un’occasione dimostrerà di essere pronta a tutto pur di mantenere unita e compatta la sua numerosa famiglia. I marmocchi di Agnes è una vicenda ambientata nell’Irlanda degli anni’70 e l’autore oltre alla avventure della famiglia Browne ci restituisce il quadro socio-politico del tempo portandoci dentro a Larkin Court. Il posto dove i protagonisti sono nati, ma dal quale ad un certo punto della storia saranno costretti ad andarsene a causa di  un piano di recupero del centro storico. La famiglia finirà a vivere nella zona periferica di Finglas e, nonostante alcune difficoltà iniziali d’ambientazione, questo nuovo ambiente non impedirà ad ognuno della piccola combriccola di recarsi in città al lavoro o a scuola.  Il romanzo di O’Carroll ha un linguaggio ironico, spassoso, nel quale si alternano gioie e dolori che caratterizzano la vita, perché Agnes Browne e i suoi figli saranno pure personaggi, ma i loro caratteri e le situazioni nelle quali sono coinvolti rispecchiano la tipica vita quotidiana degli irlandesi e la loro coraggiosa forza di non abbattersi mai.

Brendan O’Carroll è un autore, attore, regista, sceneggiatore e commediografo tra i più celebri del mondo irlandese. Negli ultimi dieci anni la sua carriera è stata un susseguirsi di trionfi: dall’acclamato programma radiofonico Mrs Browne Boys, al best seller d’esordio, Agnes Browne mamma (Neri Pozza 2008), tradotto in numerose lingue e seguito dagli altrettanto fortunati I marmocchi di Agnes (Neri Pozza 2008) e Agnes Browne nonna (Neri Pozza 2009), fino ai grandi successi teatrali e alla fama internazionale regalatagli dal film La storia di Agnes Browne, tratto dal primo libro della serie con protagonista Angelica Huston. www.agnesbrowne.com

:: Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina, (Piemme 2014)

16 febbraio 2014

tokyo_orizzontale_copertinaIn alcune parti di Tokyo, il passato remoto è solo pochi giorni fa.
Una moda cambia e dura solo una stagione, e anche se fa caldo le ragazze hanno già calato sulla testa il cappello di lana con il pon pon, perché la moda lo richiede e le vetrine, le idols alla tv e le riviste cantilenano così. I negozi chiudono a  mucchietti, come cicale che cadono dai rami a fine estate. In un attimo anno chiuso la gelateria Hagendatz a Shibuya, il ristorante fusion dove quella sera Hiroshi, Hideo e Masako sono andati a cena; non c’è più la sala giochi piena di macchinette per fare purikura che Carmen avrebbe voluto scattare insieme a Jun in quella notte misteriosa in cui è stato risucchiato dalla folla e poi ha trovato Sara: e in meno di due anni la Creperie davanti al MaDonald’s (anch’esso scomparso nel frattempo tra le rughe della strada)dove si sono incontrati Sara e Hiroshi diventerà prima una yogurteria, poi un negozio di boxer e in fine una succursale dei grandi magazzini Yuzakawa.

Le mille luci di Tokyo avrebbe potuto intitolarsi questo bellissimo romanzo di esordio di Laura Imai Messina. Non perché richiami tematiche e atmosfere del romanzo di McInerney, titolo originale Bright Lights, Big City, ma perché è davvero Tokyo, con i suoi quartieri, i suoi grattacieli, i suoi mercati all’aperto, le sue strade, i suoi Love hotel, i suoi Kaiten- zushi, i suoi treni superveloci, illuminata dalla luce di un cielo che sembra racchiudere le sue stesse fondamenta, la vera protagonista di questo romanzo privo di prolissità e ridondanza, caratterizzato da uno stile semplice e limpido, fatto di immagini, di colori, di gesti minimi, dalla preparazione dei cibi, all’espressione dei volti dei personaggi, imbevuto di una sacralità tutta orientale, una calma, una dolcezza che a me richiama il tintinnio dei segnavento fuori dalle porte delle case, o sui balconi.
L’autrice ha scelto invece Tokyo orizzontale, come titolo, dal nome di un blog di uno dei personaggi, Jun, in cui vengono catturate ed esposte al pubblico ludibrio immagini di gente abbandonata per la strada, ubriaca alla fermate degli autobus o della metropolitana, per poi riderne in Rete. 10,000 accessi giornalieri, un blog di successo, nato per scommessa, che ispirerà un’agenzia turistica, in cui la gente sdraiata sui lettini viaggerà sulle strade di Tokyo vedendo palazzi, luci e colori, e squarci di cielo. Un’idea folle, ma come tutte le idee in cui ci si crede fermamente, destinata ad un futuro.
E’ un romanzo breve, Tokyo orizzontale, i fatti narrati sono racchiusi in tre giorni, venerdì, sabato e domenica, e poi un lungo salto temporale di un anno per l’epilogo. E’ la storia di un incontro, tra occidente e oriente, tema che traspare in controluce e ci accompagna attraverso le pagine; è la storia di una città modernissima e supertecnologica, ma ancora capace di conservare i suoi spazi intimi, raccolti, vista da un’ occidentale che da anni ci abita e filtrata dallo sguardo di due personaggi Sara e Carmen, due straniere, due ragazze provenienti da altri paesi, e giunte a Tokyo in cerca di una nuova vita, di nuove possibilità. I protagonisti sono tutti ragazzi ci circa vent’anni, lo specchio di una generazione multietnica e luminosa, che certo nasconde angoli bui, dolori terribili, soprattutto Hiroshi, segnato da un dolore che quasi lo soffoca, ma che vede nell’amore la strada per superare barriere, per incontrarsi,  per realizzarsi.
Romanzo minimale e nello stesso profondo, caratterizzato da una scrittura davvero originale, che colpisce il lettore e lo trasporta, in un mondo parallelo fatto di parole, bellezza, e orientale leggerezza. Un romanzo per ragazzi, data l’età dei personaggi, ma non solo, se amate il Giappone, ne avrete un quadro intimo e vitale, Tokyo è fatta così, ha la faccia sporca e il bicchiere sempre pieno. Pub, ristoranti, librerie dove sfogliare manga, scale mobili, altoparlanti che diffondono musica alla moda, grandi cartelloni pubblicitari in movimento, insegne accese, il chiarore dei lampioni, immagini dalle tv delle idol, ragazzi alla moda che attraversano la strada, impiegati e impiegate nelle loro divise d’ordinanza, grandi centri commerciali, taxi, treni che scintillano fatti di vetro e di acciaio.
Immagini, schegge di luce che appaiono e scompaiono e si frammentano con le storie dei personaggi, i loro amori, le loro solitudini, la loro forza, le loro debolezze.  Sara e Hiroshi, Hideo e Masako,  Carmen e Jun, coppie che si allacciano e si separano, trasformano l’amore in amicizia, resistono, si abbandonano, e intanto il romanzo è già finito, lasciando un senso di nostalgia e di stordimento e la consapevolezza di aver letto davvero un bel romanzo, ben scritto, piacevole, con un doppio finale non lieto per tutti, ma così è la vita, c’è chi trova l’amore, chi la consapevolezza di sé, chi la morte. Consigliato.

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: Taccuino di una sbronza, Paolo Roversi, (Morellini, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

15 febbraio 2014

taccuinoBukowski è uno di quegli autori che andrebbero letti comunque, indipendentemente dal motivo per cui si acquista o si prende in prestito un libro e dalle ambizioni personali del lettore, se desidera o meno diventare anch’egli uno scrittore. Lo merita perché la sua scrittura è sincera, irriverente, spietata come solo la verità e la realtà sanno esserlo.
Taccuino di una sbronza è un testo centrato quasi interamente sulla figura di Bukowski, redivivo grazie al transfert di Carlo Boschi che in lui si immedesima al punto da credersi, o fingere di farlo, il vero Buk. È una paradossale commedia dei tempi moderni dove, in confronto a certi eventi contemporanei, la follia del Boschi finisce col diventare una perla di positività contrapposta all’avidità della società in cui viviamo.
Il libro di Roversi edito da Morellini Editore è una rivisitazione della versione pubblicata nel 2008 da Kowalski. Leggendolo traspare l’ammirazione che l’autore prova nei riguardi dello scrittore e anche il suo stile sembra piegarsi alla circostanza, ricalcando le linee guida della scrittura bukowskiana. A tratti sembra che il personaggio Boschi – Bukowski sia in realtà l’alter ego dello scrittore – Romeo, che condivide quasi in pieno le vedute del suo amico che pensa di essere diventato il suo idolo, con la differenza però che, al contrario di loro, Romeo non riesce a liberarsi dal giogo delle briglie e finisce col diventare ciò da cui Boschi e Bukowski sono fuggiti.
Roversi non manca di lanciare condivisibili stoccate al popolo italiano e ai suoi governanti, alla comoda credulità dei primi e alla bieca avidità dei secondi. Ne esce uno spaccato amaro della società meneghina che funge da oblò affacciato sull’intero mare nostrum che costeggia in lungo e in largo un Paese diretto sempre più alla deriva. Osservare il tutto attraverso il filtro Carlo Boschi – Charles Bukowski rende al lettore un po’ di quel buonumore positivo che serve per razionalizzare gli eventi, soppesare le reali aspettative e prospettive, nonché la forza dell’irriverenza necessaria per tracciare un ampio colpo di spugna indispensabile per compiere la grande virata di cui il nostro Paese ha bisogno.
Taccuino di una sbronza di Paolo Roversi è un libro che va letto, esattamente come lo scrittore da cui trae ispirazione, con lo spirito di un esploratore, di un argonauta e perché no anche di un sognatore e dopo averlo fatto si potrà fingere di non aver ben capito ma non si potrà più far finta di non sapere.

Paolo Roversi: È uno scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Definito dalla critica lo Scerbanenco post-moderno nonché il golden boy del giallo italiano. Affianca alla sua produzione di noir metropolitani libri, saggi e raccolte che narrano dello scrittore Charles Bukowski di cui è appassionato studioso. Nel 2007 gli è stato conferito il Premio Camaiore di Letteratura Gialla. I suoi libri sono tradotti in Spagna, Germania, Francia e Stati Uniti. È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival; ideatore del Milano in bionda giallo e noir festival; direttore e fondatore di MilanoNera web press, mag e casa editrice digitale; direttore della collana Calibro9 di Novecento Editore.

:: Marmellata d’arance, Rosalia Messina, (Arianna, 2013) a cura di Diego Di Dio

14 febbraio 2014

marmellataFabrizia ha trentadue anni.
Nella sua vita ci sono state parecchie perdite, ma la più dolorosa è quella più recente: Bianca, la nonna che si è sempre occupata di lei. La nonna che l’ha cresciuta, accudendola con la sua saggezza, la sua calma, la sua intelligenza.
“Marmellata d’arance” è il monologo lungo e sofferto della protagonista, che in occasione del funerale della nonna, trova l’occasione di immergersi di nuovo nel passato. Il passato, come si sa, è un vendicatore silenzioso e ponderato, che alla fine porta sempre il conto. E questo conto è salato, ed è fatto di voci che si rincorrono, di ricordi vividi, di emozioni che riemergono dal mare della memoria, da questioni in sospeso che forse non troveranno mai una soluzione.
La scrittura di Rosalia Messina, che io già ho avuto modo di apprezzare, in questo romanzo breve trova la sua compiuta evoluzione. È una scrittura raffinata, ma non pomposa. Una continua ricerca verso il modo più diretto ed elegante per descrivere un’emozione, una situazione, un evento. Per raccontare le amicizie dell’infanzia, una madre sempre assente, una famiglia sui generis, la vita che cerca un senso.
Come confessa l’autrice, per lavoro lei scrive in “giuridichese”. Ma, come è evidente, per passione no. La sua scrittura non ha nulla del formalismo esasperato e del tecnicismo del linguaggio giuridico. Come spesso accade, gli studi e il lavoro non hanno scalfito il nocciolo più duro della passione letteraria. La scrittura come catarsi, la narrativa come “oasi di libertà”. La prosa di Rosalia Messina è bella, come bella sa essere la scrittura: raffinata, elegante, colta.
“Marmellata d’arance” è un romanzo mainstream che, per certi versi, mi ha ricordato Margaret Mazzantini: l’uso della prima e della seconda persona singolare rafforza lo scorrere di questo monologo che si fa dialogo, di questa voce che si fa grido silenzioso mentre Fabrizia, come una marionetta mossa da fili che non può controllare, ripercorre le strade, i posti, i visi e i nomi che sono stati il suo passato. Fino alla conclusione, in cui finalmente ogni tassello sembra trovare il proprio posto, e sembra aprire uno spiraglio verso il futuro.

Rosalia Messina (Palermo, 1955) vive e lavora a Catania. Ha esordito nel 2010 con una raccolta di racconti Prima dell’alba e subito dopo, edito da PerroneLab.

:: Segnalazione: X° Festival internazionale della Storia: Trincee – Gorizia 22-25 Maggio

13 febbraio 2014

indexTrincee’ è il titolo scelto per l’edizione 2014 di èStoria Festival internazionale della Storia che avrà luogo a Gorizia dal 22 al 25 maggio 2014. Giunto quest’anno alla decima edizione, il Festival sarà dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale e riunirà i più importanti nomi della storiografia mondiale sulla Grande Guerra.

Ecco alcune notizie sull’edizione 2014:

– La creazione di un comitato storico internazionale, undici specialisti di fama internazionale sono stati scelti per offrire una prospettiva globale sul significato del centenario: Paolo Mieli (Presidente), Gerhard Hirschfeld (Germania), Erwin Schmidl (Austria), Petra Svoljšak (Slovenia), Nicolas Offenstadt (Francia), Boris Kolonitskii (Russia), Mile Bjelajac (Serbia), Mustafa Aksakal (Turchia), Graydon A. Tunstall (U.S.A.), Hew Strachan (Gran Bretagna), e Virgilio Ilari (Italia).

Il comitato, oltre ad assicurare consulenza e aggiornamento mondiale, curerà il 22 maggio un Convegno Internazionale, La Grande guerra: le origini e il mito, articolato in due momenti: la mattina dedicata a Le origini e il mito, il pomeriggio a Una guerra arcaica, Una guerra globale. Questi stessi temi diventeranno i due fili conduttori del programma che vedrà a Gorizia i maggiori esperti del settore.
In concomitanza con il festival è si svolgerà la Borsa Europea del Turismo della Grande Guerra, ideata e promossa da Nordest Comunicazione & Eventi. Per il direttore dell’evento Filiberto Zovico si tratta ‘di una grande opportunità per ospitare tutte le istituzioni e realtà protagoniste di questa importante ricorrenza storica’. Ogni anno infatti oltre 5 milioni di visitatori frequentano i luoghi simbolo della Grande Guerra, ne percorrono le trincee e i musei. Questo fenomeno, grazie ai numerosi interventi di recupero dei luoghi che le amministrazioni locali stanno predisponendo e alle celebrazioni della Grande Guerra che segneranno il prossimo quinquennio, è destinato ad accrescersi. Il fenomeno del turismo sui luoghi della Grande Guerra è ampiamente diffuso e organizzato a livello europeo, in particolare in Francia, nel Regno Unito, in Slovenia ed in Germania. In Italia le celebrazioni del centenario porteranno a un afflusso significativo di visitatori e favoriranno la creazione di itinerari, visite guidate ed iniziative editoriali. La Borsa Europea del Turismo della Grande Guerra sarà quindi una manifestazione fieristica che metterà a disposizione spazi commerciali su una superficie di circa 2.000 mq, nell’area adiacente al Festival èStoria (Piazza Cesare Battisti), in modo da favorire il reciproco scambio di flussi di visitatori.
èStoria  2014, Festival internazionale della Storia toccherà dunque le tematiche legate alle origini e alla nascita del mito della Grande Guerra: diversi eventi in programma esploreranno il legame tra storia e letteratura, tra storia e cinema e teatro, per finire con la musica e la storia dell’alimentazione; saranno organizzati spazi espositivi, spettacoli e reading, laboratori per bambini e ragazzi, oltre i consueti viaggi di carattere storico-turistico attraverso gli èStoriabus: un percorso guidato attraverso i luoghi-simbolo della Grande Guerra, corredato dai racconti degli storici che guideranno i visitatori dove la storia ha lasciato un segno indelebile.
Anche quest’anno Radio Uno Rai sarà presente al Festival èStoria per una serie di dirette.

Il programma completo del Festival sarà disponibile alla fine di aprile sul sito: www.estoria.it

Tutti gli eventi saranno gratuiti a ingresso libero fino a esaurimento posti.

èStoria è anche su facebook e twitter:
facebook: associazioneculturaleestoria
twitter: @eStoriaGorizia

:: Un’ intervista con Paolo Roversi

13 febbraio 2014

imagesBentornato Paolo su Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il 25 febbraio l’editore Morellini, riporta in libreria Taccuino di una sbronza,  (usci nel 2008 per Kowalski). Un tuo personalissimo omaggio al genio di Bukowski, a vent’anni dalla sua morte. Una tua opera giovanile, forse marcata da una certa incoscienza, ma ancora capace di trasmettere una gran carica di entusiasmo e lo spirito del vecchio Hank. Come pensi l’accoglieranno i tuoi lettori, come sei cambiato tu da quando il libro uscì per la prima volta?

Io penso di essere molto cambiato e la scrittura anche. Taccuino di una sbronza, tuttavia, rimane un’opera riuscita, fresca e ancora attuale. Rileggendola mi sono stupito di quanto questo testo abbia resistito al tempo!

Un’ opera “quasi” autobiografica? Sei tu il ragazzo milanese che si sveglia credendosi Bukowski e inizia a frequentare una certa “Jolanda Bivano”?

No, è pura fiction. Io incontrai davvero la Pivano e a quell’episodio ammetto di essermi ispirato. Ma le analogie finiscono qui.

Fernanda Pivano rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento. Portò in Italia i più importanti scrittori americani dell’epoca, tra cui i ragazzi della Beat Generation. Li tradusse, (tradusse pure Addio alle armi, Il grande Gatsby e molti altri classici),  gli fece da madre, amica, sorella. Che ricordo hai di lei?

Di una donna energica e dolce. Che aveva una passione profonda per gli autori americani e che sapeva dare un’opportunità ai tanti giovani che bussavano alla sua porta in cerca di un consiglio o di un aiuto.

E continuò questa sua opera da mecenate segnalando ai lettori e ai critici italiani i più significativi autori americani. Oggigiorno chi pensi abbia ricevuto il testimone. Ci sono ancora persone così?

Purtroppo credo di no.

Taccuino di una sbronza è un romanzo piuttosto surreale, divertente e sconcertante. Puoi raccontarci qualcosa della trama?

Tutto comincia con un week-end  in Irlanda. L’addio al celibato di Carlo Boschi, un trentenne milanese, impiegato modello e futuro marito di Sara. Insieme a lui c’è l’amico di una vita, Romeo, che, a dieci giorni dalle nozze, gli propone tre giorni memorabili a Dublino per festeggiare le nozze imminenti con una sbronza colossale. Birra dopo birra, però, il promesso sposo finisce all’ospedale, in coma etilico. Quando si sveglia, la sorpresa: Carlo è convinto di essere la reincarnazione del suo scrittore preferito, Charles Bukowski, morto proprio quella notte. Possibile?

Hai poi scritto la  sceneggiatura, per un film tratto da Taccuino di una sbronza?

No, c’è un progetto ma nulla di più. Il regista Sergio Scorzillo, invece, ne ha tratto uno spettacolo teatrale che rimetteremo in scena a giugno.

E che ci puoi dire di Enrico Radeschi, se non ricordo male l’ho da poco lasciato a investigare in una antologia di racconti noir dedicati a  Milano.  Quali progetto hai in mente per questo personaggio?

Radeschi tornerà ma non tanto presto. Ho una storia che mi gira in testa in cui lo rivedremo in sella alla sua vespa gialla. Però non so ancora quando prenderà forma…

Hai fondato e dirigi “MilanoNera” sito dedicato alla letteratura gialla, noir e thriller– che è anche una free press, una web tv, una società per eventi e una libreria –. Che bilancio hai tratto, è un’ attività che ti gratifica?

Mi gratifica molto anche se è molto impegnativo. MilanoNera è anche diventata una casa editrice di ebook e su questo punteremo molto per il futuro.

Come sei accolto all’estero, in quali paesi sei tradotto? I blogger esteri ti recensiscono? Che effetto ti fa?

Sono sempre stupito che in Francia, Spagna o Germania leggano le mie storie. Ho anche fatto alcune presentazioni in quei Paesi e posso dire che la differenza con l’Italia non è molta: quando hai dei lettori di gialli, li hai a prescindere dalla nazionalità. Il noir, possiamo dire che sia un linguaggio internazionale.

E parliamo del “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival”, che si tiene ogni anno il primo weekend di febbraio,  un punto di riferimento ormai per molti scrittori, editori, lettori. Un bilancio sull’edizione appena trascorsa, un anticipo sulle novità. Chi parteciperà alla prossima edizione?

Per la prossima edizione non ho ancora nessuna idea, ho un anno davanti per pensarci! L’edizione 2014 è andata benissimo: un cinema sempre pieno di lettori interessati. Non posso chiedere di più.

Un altro tuo progetto è il portale Hotmag,  cui hanno aderito numerosissimi blogger.

Sì, è un modo per scrivere insieme e per raggruppare idee. Anche questo progetto verrà a far parte in maniera consistente della “conversione” di MilanoNera in casa editrice di ebook. Aspettate e vedrete…

Progetti per il futuro? 

Un romanzo per ragazzi che uscirà a fine aprile per Fabbri…

:: Homeland, In fuga, Andrew Kaplan, (Mondadori, 2013) a cura di Stefano Di Marino

13 febbraio 2014

indexChi lo dice che non si pubblicano più dei grandi romanzi di spionaggio? Che io sia un fan della serie Tv è noto. Trovo che se l’azione non è il primo obiettivo, sia scritta molto bene. Homeland. In fuga è un prequel che segue comunque ritmi differenti. Andrew Kaplan è un grande (in Italia misconosciuto) scrittore di spy story sin dagli anni 80, basti ricordare The Hours of the Assassins, Scorpion, Dragon fire. Qui prende la protagonista della serie, Carrie, senza indugiare più del dovuto al disturbo bipolare che la caratterizza, poi il suo mentore Saul e Davis Estes che avranno poi un ruolo nel serial. Ma qui la vicenda è quasi completamente svolta tra Beirut e Bagdad con un intrigo degno dei maestri in cui si mescolano doppi e tripli giochi, suicidi inspiegabili, ovviamente sospetti sulla protagonista stessa e un triplo piano da sventare. Dietro a tutto c’è la figura diabolica di Abu Nazir, ma anche molto di più. L’unico finora, romanzo di spionaggio di ambientazione irakena in cui c’è una mappa dettagliata delle varie fazioni, tribù, bande religiose. Carrie è l’unica a rendersi conto che il mondo islamico è diviso mentre i suoi capi, come nella realtà, a volte pensano solo di avere a che fare con un unico gruppo di ‘teste di stracci’. Ed è su questa ambiguità che è costruito l’intreccio che non lesina sesso e sparatorie ma è essenzialmente un grande intrigo. Da leggere per tutti gli appassionati di spy story, che abbiano o meno visto la serie tv. Kaplan scrive il ‘suo’ romanzo e lo fa da maestro. Traduzione di Gaetano Luigi Staffilano.

Andrew Kaplan è l’autore di numerosi spy thrillers come  Scorpion Betrayal, Scorpion Winter, e Scorpion Deception. I suoi libri sono stati definiti “a gold standard for thriller writing” e sono stati tradotti in venti lingue. Ha lavorato come giornalista free-lance e corrispondente di guerra per l’ International Herald Tribune,  a Parigi.  Ha servito sia nell’ US Army che nell’Israeli Army durante la Guerra dei Sei giorni nel 1967.  Ha lavorato alla sceneggiatura del film GoldenEye, della serie cinematografica dedicata a James Bond.

:: Dickens, Stefan Zweig (Elliot Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2014

dickens-9788861923942Traduzione di Anna Vivaci

Dickens voleva insegnare la poesia della vita quotidiana a tutti coloro che erano legati a un’esistenza modesta. Egli ha mostrato a migliaia di uomini fino a quale profondità della loro misera vita giungeva l’eterno […] Voleva essere d’aiuto ai più piccoli e poveri”.

Charles Dickens conosceva bene la povertà. Aveva conosciuto la fame e le rinunce. Fin da bambino aveva avuto freddo e mai nessun “gentiluomo” lo aveva accolto e salvato dalla miseria.
Le sue opere rappresentano in qualche modo il riscatto della sua infanzia, di quella negata, maltrattata, dimenticata. Oliver Twist, David Copperfield o il giovane Pip dalle grandi speranze sono un esempio di quel riscatto. Bambini derubati dell’infanzia diventano uomini di gran cuore e di speranze ritrovate.
C’è tutto questo nell’autore delle famiglie, come ce lo descrive George Orwell nel suo saggio Inside the Whale del 1940: si tratta di uno di quei grandi scrittori che vengono propinati in “dosi massicce” sin dall’infanzia (si pensi a Canto di Natale) e che, per tale ragione, non sono suscettibili di critiche di sorta.
Insomma che ci piaccia o no, Dickens è un’istituzione, un esempio assoluto di grande prosa, capace di imprimersi nella mente dei suoi lettori per sempre. Chi ha letto almeno un libro di questo autore conserverà dei suoi personaggi delle immagini nitide come illustrazioni.
Stefan Zweig ripercorre in questo brevissimo ed efficacissimo saggio – uscito nel 1920 e ripubblicato da Elliot nel 2013-  i romanzi di Charles Dickens attraverso un’epoca, quella vittoriana, che in essi più che altrove ha trovato la sua degna rappresentazione.
La sua narrativa soddisfa alla perfezione il gusto dell’Inghilterra dell’epoca, il suo lavoro diviene a tutti gli effetti l’emblema della tradizione inglese” e dentro i confini di quella tradizione si compie la sua opera, senza voli pindarici o cadute di stile. Si mantiene onesta, fedele a se stessa, specchio di un’Inghilterra ormai “sazia”, come la definisce Zweig, diversa da quella elisabettiana e shakespeariana. Un scrittura lontana da modelli più arditi quali quelli di Shelley, Lord Byron, Balzac o Dostoevskij.
Gli eroi di Balzac sono avidi e prepotenti, ardono di un’orgogliosa brama di potere, non si accontentano di nulla, sono letteralmente insaziabili. […] Anche gli eroi di Dostoevskij sono arditi e intransigenti, la loro volontà rifiuta il mondo e tenta, con un’incontenibile superbia, di afferrare la vita vera che soggiace alla vita reale. […] L’eroe di Balzac vuole conquistare il mondo, l’eroe di Dostoevskij arriva a considerarsi al di là delle leggi […]. I personaggi di Dickens al contrario sono tutti modesti. […] non vogliono sovvertire l’ordine sociale, non vogliono essere né ricchi né poveri, ma stare nel mezzo, che è una strategia molto utile per il commerciante ma davvero pericolosa per l’artista”. E nel mezzo c’è il mondo borghese che tanto piaceva a Dickens, quella sfera media “che sta tra la casa dei poveri e la piccola rendita”.
Zweig ci spiega come l’opera di questo autore sia certamente democratica, ma non socialista. Dickens non sapeva essere radicale. Si accontentava di stare nel mezzo, come i suoi personaggi si accontentano di una vita modesta: una casetta con giardino, un lavoro onesto e dei bambini.
Quella vita viene descritta con precisione e con dovizia di particolari, quelli che il suo occhio attento sapeva cogliere perfettamente nella realtà circostante.
Prima di fare lo scrittore, egli aveva lavorato come stenografo per il parlamento e si era allenato a rendere dei particolari con brevi note, a condensare una parola in un tratto di penna, un’intera frase in un ghirigoro”.
Quei particolari ricadono nei suoi romanzi rendendoli una rappresentazione fedele e quindi credibile della realtà. David Copperfield, per tutti, “è una sorta di autobiografia romanzata” scrive Zweig. “Sono presenti ricordi di un bambino di due anni, di sua madre e della cameriera, i loro profili sono così dettagliati che sembrano emergere dal fondo”. La sua scrittura non lascia spazio ad interpretazioni: “costringe alla precisione”.
Quella fedeltà al particolare era ciò che rendeva le sue opere – per suoi contemporanei – un porto sicuro in cui rifugiarsi: impossibile non affezionarsi ai suoi personaggi. Ecco, quindi, che le uscite mensili dei romanzi a puntate erano attesa con grande fermento: “il giorno in ci arrivava la posta sembrava impossibile restare tranquilli in casa ad attenere che il postino consegnasse finalmente il fascicolo azzurro […]. L’attesa era durata un mese intero, trascorso a sperare e a scommettere sulla scelta di Copperfield tra Dora o Agnese, oppure a rallegrarsi della nuova crisi di Micawer […] E tutti, vecchi e bambini, anno dopo anno, nel giorno fatidico percorrevano a piedi chilometri per raggiungere il postino a metà strada e ricevere così più velocemente il fascicolo”. Un vero e proprio successo in patria e nell’intero mondo anglosassone.
Lo scrittore e poeta Stefan Zweig ci offre un’analisi accattivante e molto interessante di colui che rappresentò per il suo tempo un vero e proprio fenomeno letterario e per la storia uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento. Per nulla rivoluzionario, ma con un occhio sempre rivolto alla normalità e alla quotidianità: più interessato all’uomo che alle dinamiche politiche e sociali, mai veramente critico nei confronti della ricchezza, ma fiducioso negli uomini e nel loro ravvedimento.
Il suo approccio è sempre di tipo morale e i suoi personaggi sono l’esempio eccellente che tutti possono cambiare (in meglio ovviamente). Le sue opere infatti non sono mai veramente tragiche: il lieto fine è sempre dietro l’angolo.
Zweig ci ricorda che proprio il perbenismo di un’epoca e della sua tradizione rappresentarono in qualche modo il limite più grande di questo grande autore e che solo l’humor, “quel suo umorismo lieto e geniale” impedirono a Dickens e alla sua opera di impantanarsi nella più scontata mediocrità.
Un saggio di straordinaria raffinatezza, capace di cogliere aspetti profondi e insoliti dell’opera di Dickens. Una lettura sensata per tutti gli amanti della letteratura e della lettura in generale, anche se non particolarmente affezionati all’autore di Oliver Twist.
Consigliatissimo.

Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petropolis, 1942). Di origini austriache ma naturalizzato britannico, fu critico, poeta e romanziere. Il saggio su Dickens fu pubblicato nel 1920 all’interno del volume Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij. Dello stesso autore sono apparsi per Elliot Amerigo e Brasile.

:: Anime assassine – La vendetta del cigno nero, Diego Collaveri (La mela avvelenata, 2013) a cura di Micol Borzatta

10 febbraio 2014

cigno-nero-4-225x300Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Silvie Blake, stilista di abiti gothick vede scomparire una sua modella e amica. La polizia non è intenzionata a darle retta perché oltre a risalire a troppo poco tempo prima, la scomparsa riguarda un ambiente, quello dei night di dominatori-slave, che per loro porta in automatico a sparizioni e peggio. Per questo motivo Silvie si rivolge a Guido.
Insieme indagano ritrovandosi in set fotografici per servizi hard, in locali frequentati da coppie dominatore-slave, fino al sorprendente finale.
Un romanzo brioso e in alcuni punti seducente, senza però cadere nel volgare, che coinvolge il lettore tenendolo legato fino alla fine.
Lo stile di narrazione è veloce, lineare e molto semplice, e l’autore non ricade nel classico errore di molti autori di gialli che rallentano la narrazione durante la parte delle indagini rendendo il lavoro di difficile lettura e pesante, ma anzi è riuscito anche in quella parte di solito molto complicata a tenere un ritmo veloce.
Personaggi e luoghi molto ben descritti, minuziosamente ma sempre senza appesantire la lettura, portano il lettore a potersi immedesimare sempre di più durante la lettura ritrovandosi a indagare insieme a Guido per poi scoprire il grande colpo di scena del finale.

Diego Collaveri
nasce a Livorno nel 1976. Dal 1992 al 2000 lavora come chitarrista e arrangiatore per ENI music, per poi spostare il suo talento artistico verso la scrittura, partecipando a concorsi di poesia e narrativa che gli portano fin da subito riconoscimenti e le prime pubblicazioni.
Nel 2001 inizia a lavorare a delle sceneggiature e a delle commedie teatrali per riuscire nel 2002 a dirigere il primo cortometraggio.
Nel 2003 fonda la Jolly Rogers productions con la quale produce cortometraggi e video di spettacoli live.
Nel 2009 viene inserito nell’Enciclopedia degli scrittori contemporanei.
Autore di due saghe di generi completamenti opposti: una saga giallo/noir e una saga fantasy.

:: Io la troverò, Romano De Marco (Feltrinelli, 2014) a cura di Stefano Di Marino

9 febbraio 2014

romano de marcoInaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.

Romano De Marco è nato in abruzzo, nel 1965, ha esordito nel Giallo Mondadori, a marzo 2009, con il romanzo Ferro & Fuoco (ripubblicato per le librerie, nel 2012 da Pendragon edizioni). Nel 2011 ha pubblicato Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. A Gennaio 2013 è la volta di A casa del diavolo nella collana Time Crime di Fanucci (secondo classificato premio Nebbia Gialla 2013). Il suo ultimo romanzo è Io la troverò (Feltrinelli Fox Crime) uscito a gennaio 2014. Ha pubblicato racconti su numerose antologie e articoli sulle collane del Giallo Mondadori. Collabora con la Delos edizioni con una rubrica sulla rivista Writer’s Magazine Italia (diretta da Franco Forte) e pubblicando racconti in ebook per la serie “Sex Force” diretta da Stefano Di Marino.