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:: Storia d’inverno, Mark Helprin, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

26 febbraio 2014

storia d'invernoUna raccomandazione prima di prendere in mano questo libro monumentale, oltre 800 pagine: dimenticare l’imbarazzante filmetto che ne è stato tratto, uscito in Italia per San Valentino e già dimenticato, salvo per alcune recensioni non certo tenere e favorevoli, visto che oltretutto non è riuscito ad essere nemmeno il film giusto da vedere nel giorno della festa degli innamorati, perché francamente tra passato e presente in giro c’è di molto meglio.
D’accordo, il film ha avuto il merito di spingere Neri Pozza a tradurre questo long seller, uscito nel 1983, ma per il resto centra ben poco, nonostante la scelta di usare la locandina come copertina, probabilmente sperando in un migliore traino.
Mark Helprin costruisce nelle pagine del suo Storia d’inverno un affresco affascinante intorno a New York, lontana dagli stereotipi della Grande Mela, da fine Ottocento a quello che per lui era il futuro nel 1983, l’inizio del Millennio. Una New York popolata da vari personaggi nel corso degli anni, dal ladro Peter Lake alla sua nemesi Pearly Soames, dalla giovane e sfortunata Beverly alla più moderna Virginia, agli stravaganti Mootfowl e Craig Binky, che rivive in pagine vibranti e travolgenti, a tratti complesse, perché sono tanti i fili narrativi che l’autore segue, tra salti temporali e storie diverse che poi pian piano si uniscono e vanno avanti, fino al finale, in maniera mai scontata e già vista.
Non era facile trasporre al cinema un libro di questa complessità, in cui si mescolano tanti generi tra le altre cose: il romanzo storico nella prima parte, la storia d’amore, la satira sociale, il racconto fantastico o meglio proto urban fantasy, la distopia fantascientifica, il romanzo sociologico e psicologico. Un libro in cui ogni lettore può trovare una sua strada e spunti per se stesso, difficilmente catalogabile e proprio per questo interessante. Storia d’inverno è pieno di personaggi, situazioni, storie, tra New York e i suoi dintorni, foreste e laghi fuori dal tempo e dallo spazio ancora più della città stessa e che costruisce un microcosmo unico e originale, tra passato, presente e futuro.
Detto questo, il regista Akiva Goldsman ha scelto il modo peggiore per trasporre il tutto al cinema, semplificando il tutto ad una storiella fantastica per strizzare l’occhio alle fan orfane di Twilight, semplificando e eliminando personaggi e situazioni, rendendo tutto banale e poco incisivo, e aggiungendo alcune trovate ad effetto sempllicemente imbarazzanti. E dire che la fotografia era suggestiva, così come musica ed ambientazioni, e le interpretazioni della giovane Jessica Brown Findlay e della veterana Eve Marie Saint, ma il resto è diventato tutto troppo diverso e banale, dimenticabile se non si conosce il libro e irritante invece se lo si è letto: nel libro chiunque trova una sua strada con spunti e interessi, nel film tutto rimane piatto e scontato, sfruttando solo l’elemento paranormale tra demoni e angeli (tutti decisamente da ridere e non in senso buono) e la storia d’amore resa zuccherosa e stucchevole.
Il film è stato infatti presto tolto dalle sale cinematografiche, e finirà nell’elenco degli adattamenti non riusciti di opere letterarie interessanti: non è il primo e non sarà l’ultimo. Storia d’inverno libro invece merita attenzione, considerazione e un’immersione nelle sue pagine, tante, copiose, trascinanti, a tratti confuse, ma capaci davvero di affascinare. Traduzione di Adriana Dell’Orto.

Mark Helprin è nato a New York. Ha studiato a Harvard, Princeton e Oxford, e ha prestato servizio militare nell’esercito e nell’aviazione israeliana. È ritenuto uno dei maggiori scrittori americani contemporanei. Collabora con il New York Times e vive in Virginia. Tra le sue opere: In Sunlight and in Shadows, A Dove of the East and Other Stories, Refiner’s Fire, A Soldier of the Great War. http://www.markhelprin.com/

:: La penultima città, di Piero Calò (Las Vegas Edizioni, 2013)

26 febbraio 2014

copLPC-479x700Dopo L’occhio del porco, (Instar, 2010), Piero Calò torna in libreria con La penultima città, edito da Las Vegas Edizioni, romanzo a dir poco stravagante e singolare, forse più per lo stile e il linguaggio, che per la trama (piuttosto prosciugata) che si colloca infondo sul solco del romanzo dispotico classico.
Abbiamo una società futura, proiezione della nostra, solo forse più distorta e mostrata nelle sue degenerazioni più eccessive; abbiamo nuove strutture di potere, nuove dislocazioni territoriali, maxischermi sparsi per le vie che richiamano (forse) gli schermi posizionati nelle abitazioni di 1984 di Orwell, l’abolizione del denaro sostituito da una forma di baratto che idolatra l’ oro, da accumulare per potere evadere dai confini opprimenti delle proprie città, per soggiorni, quanto mai utopici, nelle isole felici della Giolla Unita (ironico e beffardo corollario dei nostri soggiorni turistici in centri vacanza esotici e costosi).
Il tutto condizionato da una tensione continua, un pericolo incombente, che si materializza tramite bombe che esplodono ogni giorno, bombe di cui si è persa memoria della ragione e manco più ci si interroga su chi sia a posizionarle o fabbricarle. Come se la storia passata non avesse insegnato niente (rimando alla vecchia che sul finale ride) e proprio la sua inutilità sembra essere il fulcro rugginoso di questa feroce satira travestita da beffa, burla, scherzo. Non c’è progresso, in questo immaginario futuro,  solo involuzione, forse regressione, declino. Critica al decadimento della società occidentale? Chissà. Da sempre la fantascienza tende a parlarci del nostro presente, a volte mascherandolo con congegni ipertecnologici,  solo proiezione di quello che davvero diventerà parte del nostro vissuto, in uno scarto temporale quasi preveggente.
Come dicevo è comunque il linguaggio, la sua parziale destrutturalizzazione, il suo utilizzo disinvolto capace di creare una verve comica di sottofondo, (il tono beffardo è continuo) in cui paradossi, neologismi, scollegamenti logici, causano nel lettore una sorta di vertigine, che a volte si estremizza in un vero non senso. E proprio in questi blackout, che forse si rifanno alla nobile tradizione del teatro dell’assurdo, ironia e comicità a volte si intrecciano, facendo esplodere (inaspettate) sonore risate.
Ambientato a Torello, (che chissà perchè storpiavo in continuazione in Torino, oh il simbolo di Torino è proprio un toro, perdonatemi) il romanzo, coralmente inteso come una messinscena quasi teatrale di personaggi bizzarri che si incontrano e si scontrano, ha per protagonisti principali Nino Flora, disoccupato cronico protagonista di surreali colloqui di lavoro, Giona Paraponzi (ponzipo, scusate non ho resistito), tipo grezzo e che riserverà sorprese, la bella Michela Gang Bang, badassa dell’Hotel Gramsci, bordello cittadino, Serena, segretaria della Beni Vizi e Servizi, e molti altri minori, ma non meno gustosi e interessanti.
E vogliamo parlare del culto tributato a Questo, Codesto e Tale, spuria trinità? Ha molto del romanzo sperimentale, a volte di difficile decriptazione, quasi parlasse una lingua da iniziati, La penultima città, ma comunque il divertimento è assicurato e l’originalità che racchiude potrà senz’altro stupire e interessare anche i lettori più raffinati.

Piero Calò è nato il 7 maggio 1969 a Manduria di Taranto e si è trasferito a Torino nel 1992. Nel 1999 ha pubblicato il saggio Gola profonda – la pornografia prima e dopo Linda Lovelace, (Lindau) un’analisi del cinema “underground” e della rivoluzione sessuale in Italia a partire dagli anni ’70.
Il suo romanzo d’esordio, L’occhio di porco, è uscito per i tipi di Instar nel 2010. Nel 2011 ha partecipato alla raccolta di racconti Sangu – racconti noir di Puglia (Manni). A fine 2013 l’autore pubblica il secondo romanzo, La penultima città (Las Vegas edizioni).
Calò ha collaborato con varie riviste cinematografiche e musicali, e con il Museo del Cinema di Torino dove si è occupato di marketing. Attualmente gestisce EMOTICOM, una cartolibreria molto colorata.

:: Negli occhi dell’assassino, Belinda Bauer, (Marsilio, 2014)

25 febbraio 2014

indexEsce domani, 26 febbraio, Negli occhi dell’assassino (Darkside, 2011), il nuovo romanzo, edito in Italia, di Belinda Bauer. Sempre per Marsilio, sempre tradotto da Fabio Zucchella, come il precedente Blacklands del 2011, che se non l’avete ancora letto vi consiglio di recuperare. La Bauer, dopo aver raccolto premi tra cui il Gold Dagger Award e consensi sulla stampa britannica e internazionale, (“Una scrittura straordinaria, un finale stupefacente. Uno dei thriller più emozionanti che potrete leggere quest’anno” chiosa il Sunday Times), ritorna in Italia, con un romanzo a mio avviso ancora più bello del precedente. La Bauer scrive thriller psicologici di ambientazione tipicamente inglese: brughiere innevate, villaggi di campagna dove tutti si conoscono, cottage caratteristici con i centrini di pizzo. Tuttavia oltre al peso dato alla componente psicologica, aggiunge una venatura noir abbastanza insolita, che emerge per contrasto, in ambientazioni così rassicuranti e colme di bellezze naturali.
Questa volta siamo nel villaggio di Shipcott, uno dei tanti che costellano l’Exmoor nell’Inghilterra sud occidentale. Jonas Holly, il bobby della zona, un ragazzone alto un metro e novanta, con lo sguardo ancora limpido di un bambino, benvoluto, amico di tutti sta vivendo un periodo abbastanza difficile della sua vita. Ha rinunciato alla sua aspirazione di lavorare per l’antiterrorismo e si è ritirato nel piccolo villaggio circondato dalla brughiera per accudire l’amata moglie Lucy, segnata da una malattia terribile e invalidante come la sclerosi multipla.
Mentre la moglie pian piano lotta con il suo decadimento fisico perdendo pian piano l’uso delle gambe, delle mani, ed ogni seppur minima incombenza quotidiana diventa una sfida insostenibile, Jonas si accorge che difenderla e proteggerla è la sua unica ragione di vita, e quando di trova faccia a faccia con un delitto, il primo delitto della sua carriera, qualcosa scatta in lui e lo spinge a voler diventare un vero poliziotto, quello che gli altri si aspettano che lui sia. Ma non sarà così facile.
Subito il caso della morte dell’anziana Margaret Priddy, soffocata nel suo cottage da uno sconosciuto, viene infatti preso in carico dall’ispettore capo John Marvel e dalla sua task force arrivata dalla città. A Jonas, considerato da Marvel come un emerito cretino, (arriva a toccare il naso del cadavere inquinando la scena del crimine) vengono affidate mansioni assurde, come sostare davanti alla porta del cottage in attesa che l’assassino torni sulla scena del delitto.
Alla scarsa considerazione di Marvel si aggiungono i messaggi anonimi che riceve che l’accusano di essere un pessimo poliziotto. Chi sarà a mandarglieli? Chi lo tiene d’occhio sempre al corrente di cosa sta facendo? Altre morti funesteranno il tranquillo villaggio, e quando Jonas sarà certo che la prossima vittima potrebbe essere proprio sua moglie capisce che non ha scelta, deve scoprire il colpevole, a costo di fare i conti con fatti avvenuti nel lontano passato.
Se in Blacklands avevamo un ragazzino trascurato alle prese con un serial killer, in Negli occhi dell’assassino, troviamo un protagonista di circa trent’anni, un poliziotto di campagna, segnato da drammi familiari e personali, che lo portano a indagare sui delitti di un assassino, spietato e quasi invisibile. In un villaggio, dove tutti si conoscono, dove può nascondersi? Come fa a non lasciare tracce, se non un bottone che Jonas trova sul davanzale della finestra della casa di  Margaret Priddy? Poi sono morti avvenute nel suo territorio, nella zona di cui lui è responsabile, Jonas è il rappresentante della legge, il custode, che guarda con diffidenza i poliziotti arrivati da fuori, anch’ essi animati da dinamiche complesse e non così coesi come ci si aspetterebbe.
La scrittura della Bauer è fluida, scorrevole, strutturata in una sorta di conto alla rovescia che terminerà con il capitolo finale, risolutivo. Unisce a particolari di vita quotidiana,  ossessivi quelli di Peter Priddy, che cerca nella sua cucina una sottomarca dei biscotti Jaffa (biscotti rotondi tipicamente inglesi con uno strato di marmellata di arance ricoperto di cioccolato), sospettando che se li siano mangiati tutti le infermiere della madre, descrizioni di ambienti, scenari paesaggistici, e un’ attenta analisi dei caratteri dei personaggi.
Brividi non mancano, la suspense neppure, la Bauer gioca con il lettore, tesse la sua trama, fino al finale in cui consoceremo le ragioni di queste morti, conosceremo quello che è scattato nella mente malata dell’assassino come in ogni thriller che si rispetti, e solo allora la componente noir prenderà il sopravvento.

Belinda Bauer vive nel Galles. Ha lavorato come giornalista e sceneggiatrice per cinema e TV. Negli occhi dell’assassino è il suo secondo romanzo, dopo Blacklands, venduto in 28 paesi, vincitore del Gold Dagger Awards, selezionato come Exceptional Debut da «Publishers Weekly» e «Bookseller», tra i 10 titoli imperdibili per TV Book Club.

:: Un’ intervista con Italo Bonera a cura di Viviana Filippini

24 febbraio 2014

04.+250x250Benvenuto qui a Liberi di Scrivere a Italo Bonera, prima di parlarci del tuo ultimo libro, Io non sono come voi (Gargoyle editore), raccontaci un po’ di te e di come è nata la tua passione per la scrittura e quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?

R. Le mie prime passioni sono state la fotografia e la lettura, a dire il vero. Poi, mi è capitato anche di scrivere, trascinato dall’amico Paolo Frusca, col quale ho firmato il romanzo di storia alternativa Ph0xGen!, uscito nel 2010 tra i Millemodi Urania di Mondadori. Devo ringraziare soprattutto la spinta di alcuni amici: scrivere, all’inizio, non mi appassionava più di tanto, poi ho ceduto, anche perché nel 2003 avevo vinto un premio per racconti brevi. Una volta pubblicato il primo romanzo e avendo ottenuto riscontri positivi ho deciso di proseguire, restando sempre nell’ambito della narrativa di genere, dove trovo anche i miei riferimenti. Non solo fantascienza (gli Urania sono stati tra le mie prime letture), prendo molto anche dal noir. In coda a Io non sono come voi cito gli autori dai quali ho rubato frasi, espedienti, metafore, stile. Sono soprattutto Andrè Helena e Leo Malet, ma anche altri.

D. Cosa ti ha suscitato gli elementi per la costruzione della storia di Io non sono come voi?

R. Il primo capitolo è nato da un fatto di cronaca, la fuga di un ergastolano che, a quanto pare, aveva simulato uno stato comatoso per approfittare dell’occasione propizia. L’episodio mi aveva colpito, così mi sono trovato a scrivere alcune pagine in forma di narrazione, immaginandomi al posto dell’ergastolano, in un contesto ancor più esasperato. In seguito si sono sovrapposti altri elementi: riflessioni, discorsi con amici, persino un episodio di Dexter. Quando ho capito che da tutti questi materiali poteva emergere un personaggio – e la sua storia – ho iniziato la scrittura vera e propria. Confesso di aver ripreso anche pagine scartate da lavori precedenti che, rielaborate, hanno funzionato benissimo, contribuendo a strutturare il protagonista.

D. Il tempo del romanzo è nel 2059, un futuro non tanto lontano, perché hai scelto di proiettare in avanti nel tempo, una vicenda la cui trama è molto contemporanea?

R. Ambientare una storia nel futuro significa godere di una grande libertà narrativa. Ci si può inventare un universo, purché si rispettino una certa plausibilità e le leggi della termodinamica. Il Polialcaloide Viola, la Divisione Terza, il Distretto Cinese, la diffusione dei sintocarburanti, sono alcuni degli elementi immaginari che contribuiscono a comporre lo sfondo di una vicenda nella quale alcune tendenze della contemporaneità vengono portate all’estremo. In alternativa al futuro, potevo immaginare un presente fantastico e distopico. In ogni caso, è un futuro non molto lontano dal nostro quotidiano, è un riflesso del presente.

D. Il protagonista è un giovane professore, un uomo che compie un atto di altruismo (prende le difese di un extracomunitario) e per questo viene arrestato e condannato a scontare la sua pena. Perché la sua bontà e azione in nome della giustizia viene punita?

R. “Se sei un uomo buono, è probabile che facciano di te una vittima”: è una frase che ho letto in un articolo alcuni mesi fa. Una riflessione che riconosco, e credo che ciascuno ne abbia esperienza. Nulla di nuovo.

D. L’ex professore è costretto ad arruolarsi nella Terza Divisione, che ti confesso mi ha ricordato un po’ la Legione Straniera, come influirà su di lui questa esperienza?

D. Chiunque si trovasse a passare in un tritacarne come quello che descrivo ne uscirebbe segnato. Il protagonista è colto, consapevole, critico, ma quando esce dall’esperienza della Terza è anche spietato. Un personaggio magari poco plausibile, ma interessante. La Legione Straniera è in effetti un modello cui ho pensato, ma non solo. La Francia concedeva la cittadinanza agli algerini che si arruolavano per combattere sul fronte della prima guerra mondiale – a quelli che ne uscivano, almeno: per gli altri, lapidi con la mezzaluna in cimiteri affollati di croci.

D. Il mondo di Io non sono come voi è immerso in una Totaldemocrazia, ma la libertà vera esiste?

R. Non credo che la libertà sia un tema del mio romanzo. Forse lo è il Potere, che non è mai buono. L’Italia che immagino è gestita da un consiglio di amministrazione che svolge in maniera molto snella le funzioni di governo e parlamento, senza tanti vincoli e con grande efficienza. Molto moderno, no? Si rinuncia a un po’ di diritti, a un po’ di libertà, ma il PIL sarà soddisfacente. E le consultazioni elettorali sono una liturgia inutile; tanto, si sa, non cambia mai nulla, sono tutti uguali e rubano tutti allo stesso modo. Allora, meglio limitarsi a verificare la stabilità del consenso popolare con agili sondaggi. Butteremo via tempo e soldi per le elezioni solo quando la statistica rileverà una varianza significativa.
Ecco, questa è la Totaldemocrazia. La libertà è un’altra cosa.

D. Leggendo il tuo libro ho pensato molto alle riflessioni degli anni ’70 del secolo scorso di Pier Paolo Pasolini sul ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nella società. Ti ha un po’ influenzato per la creazione del mondo apparentemente libero del tuo libro?

R. Ho letto poco di Pasolini, ma mi ha colpito, e in effetti avevo presente una sua riflessione – non sul ruolo dei media però. Gli italiani, scriveva, sono “un popolo storicamente incapace di dissentire”. La società che ipotizzo, infatti, non è costruita sulla repressione dall’alto, ma sulla mediocrità di un popolo che non vuole essere protagonista delle decisioni, che trova più comodo subire piuttosto che prendere coscienza, un popolo che non è nemmeno tale, ma è solo un insieme di persone chiuse nel proprio particolare, una massa disomogenea, priva di tessuto connettivo e relazioni autentiche. Il protagonista non è tanto vittima del potere, quanto della mediocrità diffusa.

D. Che ruolo hanno i media in questa storia, ossia comunicano il vero o sono gli strumenti del potere per controllare la massa e tenerla buona?

R. La stampa indipendente è un’illusione da tempo. Gli editori, i produttori, devono assecondare non solo gli interessi dei gruppi finanziari di riferimento, ma anche le esigenze degli inserzionisti pubblicitari – che sono i veri utenti dei media. È una situazione tanto palese che nemmeno la consideriamo aberrante. Difficile pensare a un futuro in controtendenza.

D. Accanto al protagonista ci sono tanti personaggi e mi ha colpito la coppia della giornalista con il suo operatore, due persone molto diverse caratterialmente. La freddezza calcolatrice di lei è dovuta al lavoro che svolge?

R. Già oggi nell’informazione c’è molto news-show: è questo che la brava gente vuole, no? Jennifer Micheletti non è una giornalista vera, nel 2059 il giornalismo autentico è estinto, soppiantato dallo spettacolo delle news. Ma lei è solo uno dei tanti personaggi che, in “Io non sono come voi”, si muovono perseguendo unicamente i propri interessi: il giudice, il poliziotto, l’assessore, l’avvocato… Tutti funzionali alla “società” in cui vivono. L’operatore, Rachid, è invece una figura diversa, e infatti il suo ruolo sarà emblematico.

D. Un altro elemento che impera è la corruzione presente ovunque. Spiegaci il senso del suo diffondersi in modo capillare in ogni dove, ossia nelle istituzioni e nelle persone.

R. È uno dei tanti aspetti del presente che ho esasperato – questo, in particolare, neanche tanto, almeno secondo la percezione che ho.

D. Quale è tra i personaggi di questo libro quello a cui sei più affezionato e perché?

R. Markus è forse il mio preferito. Malgrado il suo passato, malgrado il suo cinismo, incarna la solidità, la fedeltà agli affetti che si scelgono – non una fedeltà carnale, ma sostanziale. E poi è molto fuori dagli schemi, i rapporti che instaura sono autentici, anche se non inquadrabili in categorie. Infatti, il protagonista fatica ad accettarli. Un altro bellissimo personaggio secondo me è Nadija, che riflette una personalità simile a quella di Markus.

 

D. Quello invece che ami di meno o che ti è stato più difficile creare e perché?

R. Davvero non saprei. Ogni personaggio ha qualcosa di “difficile” nella sua costruzione. Per me è importante che ognuno di essi sia riconoscibile al lettore, abbia una “voce” che lo distingua, e su questo ho cercato di fare del mio meglio.

D. Ho avuto la sensazione che il tuo libro voglia invitare noi lettori a riflettere e osservare meglio la realtà dove viviamo, perché non sempre l’apparenza delle cose corrisponde al vero. È questo il messaggio?

R. Mi rendo conto che è difficile non trasferire nella scrittura la propria visione del mondo, però il mio intento era meno ambizioso: narrare una storia, far sentire una voce senza sottotesti. Ho cercato di scrivere un romanzo che coinvolga il lettore, che trasmetta la voglia di scoprire cosa succederà nella pagina seguente, sino a un finale che non deluda – tutto qui.

D. Sei già alle prese con un nuovo lavoro?

R. Insieme all’amico Paolo Frusca sto completando un’antologia di racconti e contiamo di autopubblicarla in formato elettronico. Un lavoro più impegnativo – un nuovo romanzo – è anch’esso in corso d’opera, ma ci vorrà tempo. Intanto, il disegnatore Angelo Bussacchini e lo sceneggiatore Christian Bisin stanno dando vita a una graphic novel tratta da Ph0xGen!, che dovrebbe uscire nel 2015 insieme alla riedizione del romanzo, un lavoro dal quale ci aspettiamo un buon riscontro.

:: Bambina mia, Tupelo Hassman (66thand2nd, 2013) a cura di Lucilla Parisi

23 febbraio 2014

tupelo_bambina_scheda-sitoTraduzione di Federica Aceto

Gli uccelli nascono da uova e sono sempre a forma di uovo. Forse è impossibile sfuggire allo stampo che ti ha plasmato, non si può sfuggire allo stampo iniziale, anche se ci si prova”.

Rory Dawn ha un nome da alba ruggente, ma un’esistenza che nel deserto del Nevada non lascia sperare nulla di buono.
Figlia di Johanna Ruth Hendrix e nipote di Sherley Crum, il destino di Rory o R.D. è impresso nella terra polverosa di una Contea che ha poca voglia di farsi carico dei casi disperati.
Reno è la città dei giocatori d’azzardo e dei turisti e nella sua periferia, “imbrattata di rum e sperma”, c’è il campo caravan Calle del Flores ed è lì che Rory si trasferisce con sua madre a soli 4 anni, per vivere in una casa con le ruote.
Inizia da piccola, Rory, a fare i conti con i sogni spezzati della madre e della nonna, due donne le cui vite fatte di fughe, matrimoni sbagliati e figli lontani si ripropongono identiche e fallimentari. Rory non ci sta a ripetersi. Allieva eccellente e bambina “quasi” prodigio nella mediocrità di una realtà fatta di infanzie rubate, violenza domestica, assistenti sociali e alcolismo ereditario, la piccola R.D. fatica però a riemergere dal fango della Calle e a trovare le parole giuste per dare voce al mondo che si porta dentro.

Io comunque non ho detto niente alla mamma […]. Se lei è convinta che va tutto bene, allora va tutto bene, e così io mi tengo dentro le parole che mi si annidano in gola e sotto la lingua e mi spuntano fuori dalle labbra come i germogli di soia che crescono nei cartoni delle uova sul davanzale della nonna. Mi tengo sempre le mani sulla bocca, […] per paura che una mi possa scivolare e che la verità mi scappi fuori nel sonno”.

Sarà la ricerca di una dimensione alternativa, privata e rispettosa delle regole a salvare Rory dalla caduta: il Manuale delle girl scout e la lettura in genere saranno per R.D. l’altro modo di vivere la Calle e la fonte da cui attingere consigli utili per allontanarsi quanto prima dal deserto esistenziale.
Tupelo Hassman è bravissima a raccontarci i sogni di Rory, una bambina che osserva i grandi con il biasimo e l’orrore di chi ha dovuto conoscere troppo presto i loro soprusi e la violenza endemica delle loro azioni. Il mondo che la circonda e da cui sua madre non riesce a proteggerla sarà il luogo da cui prendere le distanze e allontanarsi, da sola, per riuscire a sopravvivere.

Come può mia madre spiegarmi cos’è la sicurezza? Come fa una donna cresciuta sul manubrio di un motorino che correva a tutta velocità spiegare cosa sono le cinture di sicurezza? A mamma il manubrio del motorino della nostra vita sembrava un posto sicuro, e intanto la sua bussola girava come il tachimetro e noi correvamo all’impazzata.

La narrazione in prima persona aggredisce il lettore attraverso la cronaca fedele e impietosa della realtà: le confessioni di un diario, i resoconti di assistenti sociali o gli articoli di giornali sono lo strumento di cui la protagonista abilmente si serve per raccontare gli eventi della strada in cui vive e delle persone che la abitano.
Uno stile originale e accattivante che lascia il segno e invita alla lettura.
Il romanzo d’esordio della scrittrice americana Tupelo Hassman convince. Bambina mia è un lavoro ben riuscito e credibile, una novità originale nell’attuale panorama letterario ed editoriale.

Tupelo Hassman (1973) ha vissuto a Reno, in Nevada, dai quattro ai dodici anni. Ha conseguito un master alla Columbia University. Ha pubblicato articoli e recensioni su varie testate, tra le quali «The Boston Globe», «The Independent», «Harper’s Bazaar» e ha vinto il London’s Literary Death Match. Bambina mia è il suo romanzo d’esordio, frutto di dieci anni di lavoro. È stato definite dal «Boston Globe» il caso letterario del 2012. Sito web

:: Ai margini della ferita, Sepp Mall, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 febbraio 2014

indexTraduzione di Sonia Sulzer
Keller editore ha cominciato il 2014 con un nuovo progetto chiamato “Confini”, che da quest’anno fino al 2018 porterà alla pubblicazione nelle due collane “Vie” e “Passi”, di autori della letteratura europea – e non solo- che hanno trattato durante la loro produzione letteraria il tema della Prima guerra mondiale. Il primo di questi romanzi è Ai margini della ferita di Sepp Mall, nato in Alto Adige nel 1955. La vicenda è ambientata nel Sud Tirolo degli anni ’60, periodo tetro durante il quale in più di un’occasione si verificarono attentati terroristici che per anni martoriarono la zona di confine. La situazione delicata che coinvolge le due famiglie di lingua tedesca protagoniste di questa storia ruota attorno alla difficile convivenza tra la popolazione di origine teutonica e coloro che invece sono italiani e vivono in quelle zone, per la precisione nell’apposito quartiere di Harlem.  Da una parte c’è la famiglia di Paul, un ragazzino che una mattina si sveglia e scopre dalla madre in lacrime che il padre è stato arrestato e portato in prigione per una ragione che a lui forse, perché ritenuto ancora troppo piccolo, non verrà mai chiarita del tutto. Paul trascorre il passaggio nell’età adolescenziale litigando spesso con la sorella infatuatasi di un militare italiano di nome Salvatore, giocando a pallone con l’amico Herbert, perdendo la testa per la bella ragazza soprannominata Kaki e domandandosi spesso quale sia la ragione che ha condotto il padre dietro le sbarre. Dall’altra parte, nella stessa area c’è la famiglia composta da Johanna e da Alex. I due fratelli hanno abbandonato la casa paterna a causa di un clima di esasperante tensione con il genitore. Motivo: Alex balbetta, anzi, non riesce proprio a parlare e questo suo modo di essere è stato fin dalla sua infanzia, motivo di accese lotte con il padre che non ha mai accettato il figlio. I due fratelli se ne vanno da casa in cerca di lavoro. Johanna studia per diventare infermiera, mentre Alex, nonostante il suo mutismo, riuscirà a trovare lavoro come elettricista. Il legame tra i due consanguinei è intenso, fatto di scambi di occhiate, di piccoli gesti che determinano la comunicazione affettiva e l’intesa tra loro. Alex non racconta mai nulla di quello che fa alla sorella, anzi si limita a farle capire che va tutto bene. Lei vorrebbe sapere di più, perché ha dei sospetti che la assillano e per tale motivo avrà verso il fratello un atteggiamento materno e iperprotettivo, peccato che tutto questo amore non le servirà a tenere il giovane uomo lontano dai guai.  Ai margini della ferita è un romanzo nel quale aleggia in maniera costante una profonda tensione e non accettazione di coloro che vengono identificati come i “diversi”, in quanto appartenenti ad una cultura differente dalla propria. Nel libro di Mall i “diversi”, visti come una sorta di minaccia alla propria integrità, in questo caso sono gli italiani che risiedono in quelle zone dell’alto Adige. Il timore verso chi viene da luoghi altri è ben espresso nella narrazione dal fatto che il padre di Paul imponga ai figli, con un monito indiscutibile, il divieto assoluto di frequentare degli italiani. Questo ordine  imposto metterà in crisi il protagonista e la sorella  che dovranno vivere con particolare prudenza e discrezione le  simpatie per il poliziotto Salvatore e per Kaki. La vita di Paul e quelle di Johanna e Alex sembrano due mondi separati e lontani tra loro, ma in realtà ci sono piccoli elementi, azioni e fatti che li uniscono e li rendono i protagonisti e testimoni di uno dei periodo più cupi e forse ancora non molto conosciuti. La bravura dell’autore sta proprio nel riuscire ad affrontare con garbo una argomento il valore dei legami e le tensioni emotive tra le persone e una parte, purtroppo, ancora poco nota della storia d’Italia.

Sepp Mall, nato nel 1955 a Curon in Alto Adige, vive e lavora a Merano. Autore, insegnante e redattore. Scrive soprattutto poesia e romanzi e radiodrammi. Ha vinto vari premi e borse di studio, tra l’altro il Meraner Lyrikpreis mentre “Wundränder” è stato nel 2005 il libro di “Innsbruck liest”.
In tedesco è pubblicato dell’editore Haymon.

:: Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2013) a cura di Stefano Di Marino

18 febbraio 2014
131126 BUIOCosa ve lo sto a dì che Maurizio De Giovanni è bravo? Già lo sapete. Lo conoscevo, ma non di persona. Ci siamo incontrati a Suzzara e abbiamo fraternizzato, anche per amicizie comuni. Poi ha detto una cosa fulminante. Che i Bastardi di Pizzofalcone aveva in sè una scintilla in comune con l’opera di uno dei miei autori preferiti, Ed McBain. Allora mi sono preso subito il suo ultimo libro. Così, per vedere se l’aveva sparata grossa o era la verità. E mi sono divertito moltissimo. C’è Napoli che è un personaggio come Isola ma non invadente, come nessuno dei Bastardi lo è. Per inclinazione mi sento un po’ Aragona e un po’ Romano, ma ci si affeziona a tutti, li si segue, nelle indagini e nella vita privata. Ma non c’è sospetto di soap opera, di compiacimento del gusto dell’editore che vuole accontentare quello che pensa sia il gusto del pubblico. C’è invece la grande capcità di raccontare semplicemente, piccole e grandi storie, intrecciandole e, pur tenendole distinte, trovare quel colpo di coda che unisce indagini diverse, cosa che molti autori nostrani non sanno fare e lasciano un senso di incopiutezza nel lettore. I Bastardi invece no, alla fine cuciono un arazzo complesso, ragionato, eppure umanisismo. E con un twist inaspettato che più nero non si può. Una ragione in più per leggere italiano. Salvatore Lombino ne sarebbe entusiasta.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: I mali dell’editoria. Secondo voi quali sono i principali? Cosa si potrebbe fare davvero di concreto per cambiare le cose?

18 febbraio 2014

smith12Questo era il titolo di una discussione svoltasi ieri nel Gruppo FB di Liberi di Scrivere, che ha coinvolto una decina di partecipanti e ha portato a riflessioni interessanti, forse non risolutive, ma intanto le questioni sono state poste ed è un primo passo. Unirò mie riflessioni ai punti invece sollevati dagli altri partecipanti, per andare all’intera discussione questo è il link: qui
Viviamo in un periodo di crisi mondiale che ha coinvolto tutti gli operatori economici, e sembra che l’editoria sia stata toccata in modo molto severo. Chiudono librerie, chiudono case editrici, e notizia dell’altro giorno che un editore di Padova, sommerso dai debiti, si è suicidato. La situazione è grave, come è grave il periodo che sta attraversando l’Italia (limitiamoci a considerare il nostro paese). Che non sia solo una crisi economica ma anche culturale non sono la sola a pensarlo e a dirlo, ma torniamo ai punti salienti della discussione.
La gente non legge. Le statistiche parlano chiaro. Rimando alle statistiche dell’Istat che si riferiscono all’anno 2013. qui  Analizzare le ragioni di questo fenomeno è piuttosto complesso, comunque dalla discussione sono emersi alcuni punti: la gente non legge perché la crisi ha reso  i libri se non oggetti superflui, almeno oggetti non di prima necessità; perché ha di meglio da fare (computer, televisione, serie tv al cinema in streaming, videogiochi, smartphone) questo Natale l’acquisto di gadget tecnologici sembra non avere avuto flessione anzi un incremento; per una forma di protesta, si pubblica tanta spazzatura e il lettore si ribella e non compra; perché in Italia “ci sono milioni di persone che hanno difficoltà a leggere un giornale, perché non lo capiscono, non hanno gli strumenti culturali per farlo”; perchè i libri cercati (sia in libreria che in Rete) sono irrimediabilmente fuori catalogo, e non solo libri rari, particolari e di nicchia.
Cause interne dell’editoria. Ricerca acritica del bestseller a tutti costi da parte di editori forti che impongono certi titoli sul mercato invece di altri magari di maggior qualità;  ricerca di titoli fotocopia da parte degli editori minori;  idolatria del marketing; false sicurezze (basate su veri e propri studi) su cosa la gente voglia, invece di proporre qualcosa di veramente nuovo che spesso invece viene proposto da editori indipendenti schiacciati dai più grossi; caccia al nome già “famoso” per motivi non letterari; oltre il 60% del ricavato della vendita libro spetta ad un solo anello della catena condizionando l’intero processo editoriale, (gli editori perlopiù pubblicano quello che i distributori si dicono disposti a promuovere); pubblicare troppo, 60.000 titoli all’anno, poi di conseguenza non sufficientemente promossi; tagli dei costi che vengono ad incidere sulla scarsa qualità del prodotto libro, (poca cura dell’editing, delle trduzioni, etc…); poca propensione al Social, all’interazione.
Cause esterne Responsabilità del Ministero della Cultura: “gli istituti di cultura scandinavi hanno per esempio sovvenzionato con bandi molto ricchi le traduzioni e la diffusione dei loro scrittori. Tanti editori hanno visto, grazie a questo aiuto, un rischio ridotto, visto che riuscivano a stampare romanzi, a volte di qualità, a volte no, praticamente a costo zero, se non addirittura guadagnandoci in partenza. Sovvenzioni del genere sono in uso un po’ ovunque, dall’Argentina alla Francia, alla Spagna (finché la crisi non ha impedito di proseguire). Al contrario, le politiche culturali italiane non hanno mai sponsorizzato nulla di simile, e questo è uno dei (tanti) motivi per cui i nostri romanzi sono poco tradotti”.
Sono emerse soluzioni? Innanzitutto (come per mille altre cose in Italia) sono necessarie e urgenti scelte politiche, leggi a favore e a sostegno della cultura e della scuola. (Glisso sull’infelice decorso della legge che prevedeva sgravi fiscali ai lettori).  E’ necessaria una rinascita culturale, prima che economica, e di questa rinascita principali attori sono i lettori stessi, gli operatori culturali, i critici, i giornalisti, i blogger (ebbene sì, mettiamoci in causa pure noi), i traduttori, gli editor, gli editori infine. (Utile la diffusione di alcuni nuovi bandi comunitari a sostegno di progetti culturali: qui). Tra le soluzioni per ridurre costi e sprechi l’utilizzo del “print on demand”. Questi sono solo spunti di riflessione. Lascio a voi la parola.

:: I marmocchi di Agnes, Brendan O’Carrol, (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

18 febbraio 2014

indexTraduzione Gaja Cenciarelli

Brendan O’ Carrol, showman irlandese, ha creato la simpatica Agnes Browne dando vita ad una serie di romanzi che la vedono protagonista delle proprie avventure esistenziali della giovinezza, passando per la maternità fino al fatto di diventare nonna. In tutti i libri emerge l’immagine di una donna proletaria nell’Irlanda tra anni ’60 e ’70, simpatica, intraprendente, forte e allo stesso tempo protettiva verso le persone che ama. In I marmocchi di Agnes però, più che la mitica Agnes Browne, i protagonisti sono tutti i suoi figli, dal più grande al più piccolo. I ragazzi sono al centro del delicato passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, inseriti in un arzigogolato cammino di ricerca della loro strada per il domani. Ognuno dei figli è raccontato e, aggiungerei anche, indagato con passione e profonda attenzione da parte dell’autore che riesce a restituire a chi legge lo stato psichico ed emotivo di questi fratelli. Mark, il maggiore, è quello più maturo e responsabile. È colui che pensa a studiare per diplomarsi e lavora con impegno in un’azienda che sta attraversando un difficile momento di crisi. Accanto a lui Rory, giovane parrucchiere sensibile e omosessuale che non avrà vita facile a causa dei pregiudizi sociali e di una banda di skinhead che lo prederà di mira.  Simon, afflitto da una perenne balbuzie non si lascerà intimorire da questa sua difficoltà e riuscirà a trovare un ottimo lavoro. Dermont ne combinerà di tutti i colori, ma poi metterà la testa a posto. Che dire della vivace e spericolata Cathy che, messi da parte gli sport adolescenziali, diventerà donna trovando l’amore della sua vita e Trevor il più piccolo di tutti i Browne? Coloro che lo conoscono lo considerano un po’ ritardato e invece dimostrerà di essere il genio artistico del quale la famiglia non si è mai accorta. Tra loro non manca la pecora nera del gruppo, Frankie, lo scapestrato scansafatiche sempre pronto a cacciarsi nei guai e in situazioni molto pericolose che metteranno a rischio la sua incolumità. Ognuno di questi ragazzi sta nel cuore della sempre attiva e impegnata Agnes, vedova del Rosso, donna dinamica che ogni giorno vende frutta a verdura al mercato locale per guadagnarsi la pagnotta quotidiana da condividere con i figli. Agnes è una madre affettuosa che ama i suoi pargoli, ma allo stesso tempo sa essere severa quando loro compiono degli errori. I suoi moniti e le sue attenzioni verso i marmocchi sono molte, tanto che in più di un’occasione dimostrerà di essere pronta a tutto pur di mantenere unita e compatta la sua numerosa famiglia. I marmocchi di Agnes è una vicenda ambientata nell’Irlanda degli anni’70 e l’autore oltre alla avventure della famiglia Browne ci restituisce il quadro socio-politico del tempo portandoci dentro a Larkin Court. Il posto dove i protagonisti sono nati, ma dal quale ad un certo punto della storia saranno costretti ad andarsene a causa di  un piano di recupero del centro storico. La famiglia finirà a vivere nella zona periferica di Finglas e, nonostante alcune difficoltà iniziali d’ambientazione, questo nuovo ambiente non impedirà ad ognuno della piccola combriccola di recarsi in città al lavoro o a scuola.  Il romanzo di O’Carroll ha un linguaggio ironico, spassoso, nel quale si alternano gioie e dolori che caratterizzano la vita, perché Agnes Browne e i suoi figli saranno pure personaggi, ma i loro caratteri e le situazioni nelle quali sono coinvolti rispecchiano la tipica vita quotidiana degli irlandesi e la loro coraggiosa forza di non abbattersi mai.

Brendan O’Carroll è un autore, attore, regista, sceneggiatore e commediografo tra i più celebri del mondo irlandese. Negli ultimi dieci anni la sua carriera è stata un susseguirsi di trionfi: dall’acclamato programma radiofonico Mrs Browne Boys, al best seller d’esordio, Agnes Browne mamma (Neri Pozza 2008), tradotto in numerose lingue e seguito dagli altrettanto fortunati I marmocchi di Agnes (Neri Pozza 2008) e Agnes Browne nonna (Neri Pozza 2009), fino ai grandi successi teatrali e alla fama internazionale regalatagli dal film La storia di Agnes Browne, tratto dal primo libro della serie con protagonista Angelica Huston. www.agnesbrowne.com

:: Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina, (Piemme 2014)

16 febbraio 2014

tokyo_orizzontale_copertinaIn alcune parti di Tokyo, il passato remoto è solo pochi giorni fa.
Una moda cambia e dura solo una stagione, e anche se fa caldo le ragazze hanno già calato sulla testa il cappello di lana con il pon pon, perché la moda lo richiede e le vetrine, le idols alla tv e le riviste cantilenano così. I negozi chiudono a  mucchietti, come cicale che cadono dai rami a fine estate. In un attimo anno chiuso la gelateria Hagendatz a Shibuya, il ristorante fusion dove quella sera Hiroshi, Hideo e Masako sono andati a cena; non c’è più la sala giochi piena di macchinette per fare purikura che Carmen avrebbe voluto scattare insieme a Jun in quella notte misteriosa in cui è stato risucchiato dalla folla e poi ha trovato Sara: e in meno di due anni la Creperie davanti al MaDonald’s (anch’esso scomparso nel frattempo tra le rughe della strada)dove si sono incontrati Sara e Hiroshi diventerà prima una yogurteria, poi un negozio di boxer e in fine una succursale dei grandi magazzini Yuzakawa.

Le mille luci di Tokyo avrebbe potuto intitolarsi questo bellissimo romanzo di esordio di Laura Imai Messina. Non perché richiami tematiche e atmosfere del romanzo di McInerney, titolo originale Bright Lights, Big City, ma perché è davvero Tokyo, con i suoi quartieri, i suoi grattacieli, i suoi mercati all’aperto, le sue strade, i suoi Love hotel, i suoi Kaiten- zushi, i suoi treni superveloci, illuminata dalla luce di un cielo che sembra racchiudere le sue stesse fondamenta, la vera protagonista di questo romanzo privo di prolissità e ridondanza, caratterizzato da uno stile semplice e limpido, fatto di immagini, di colori, di gesti minimi, dalla preparazione dei cibi, all’espressione dei volti dei personaggi, imbevuto di una sacralità tutta orientale, una calma, una dolcezza che a me richiama il tintinnio dei segnavento fuori dalle porte delle case, o sui balconi.
L’autrice ha scelto invece Tokyo orizzontale, come titolo, dal nome di un blog di uno dei personaggi, Jun, in cui vengono catturate ed esposte al pubblico ludibrio immagini di gente abbandonata per la strada, ubriaca alla fermate degli autobus o della metropolitana, per poi riderne in Rete. 10,000 accessi giornalieri, un blog di successo, nato per scommessa, che ispirerà un’agenzia turistica, in cui la gente sdraiata sui lettini viaggerà sulle strade di Tokyo vedendo palazzi, luci e colori, e squarci di cielo. Un’idea folle, ma come tutte le idee in cui ci si crede fermamente, destinata ad un futuro.
E’ un romanzo breve, Tokyo orizzontale, i fatti narrati sono racchiusi in tre giorni, venerdì, sabato e domenica, e poi un lungo salto temporale di un anno per l’epilogo. E’ la storia di un incontro, tra occidente e oriente, tema che traspare in controluce e ci accompagna attraverso le pagine; è la storia di una città modernissima e supertecnologica, ma ancora capace di conservare i suoi spazi intimi, raccolti, vista da un’ occidentale che da anni ci abita e filtrata dallo sguardo di due personaggi Sara e Carmen, due straniere, due ragazze provenienti da altri paesi, e giunte a Tokyo in cerca di una nuova vita, di nuove possibilità. I protagonisti sono tutti ragazzi ci circa vent’anni, lo specchio di una generazione multietnica e luminosa, che certo nasconde angoli bui, dolori terribili, soprattutto Hiroshi, segnato da un dolore che quasi lo soffoca, ma che vede nell’amore la strada per superare barriere, per incontrarsi,  per realizzarsi.
Romanzo minimale e nello stesso profondo, caratterizzato da una scrittura davvero originale, che colpisce il lettore e lo trasporta, in un mondo parallelo fatto di parole, bellezza, e orientale leggerezza. Un romanzo per ragazzi, data l’età dei personaggi, ma non solo, se amate il Giappone, ne avrete un quadro intimo e vitale, Tokyo è fatta così, ha la faccia sporca e il bicchiere sempre pieno. Pub, ristoranti, librerie dove sfogliare manga, scale mobili, altoparlanti che diffondono musica alla moda, grandi cartelloni pubblicitari in movimento, insegne accese, il chiarore dei lampioni, immagini dalle tv delle idol, ragazzi alla moda che attraversano la strada, impiegati e impiegate nelle loro divise d’ordinanza, grandi centri commerciali, taxi, treni che scintillano fatti di vetro e di acciaio.
Immagini, schegge di luce che appaiono e scompaiono e si frammentano con le storie dei personaggi, i loro amori, le loro solitudini, la loro forza, le loro debolezze.  Sara e Hiroshi, Hideo e Masako,  Carmen e Jun, coppie che si allacciano e si separano, trasformano l’amore in amicizia, resistono, si abbandonano, e intanto il romanzo è già finito, lasciando un senso di nostalgia e di stordimento e la consapevolezza di aver letto davvero un bel romanzo, ben scritto, piacevole, con un doppio finale non lieto per tutti, ma così è la vita, c’è chi trova l’amore, chi la consapevolezza di sé, chi la morte. Consigliato.

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: Taccuino di una sbronza, Paolo Roversi, (Morellini, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

15 febbraio 2014

taccuinoBukowski è uno di quegli autori che andrebbero letti comunque, indipendentemente dal motivo per cui si acquista o si prende in prestito un libro e dalle ambizioni personali del lettore, se desidera o meno diventare anch’egli uno scrittore. Lo merita perché la sua scrittura è sincera, irriverente, spietata come solo la verità e la realtà sanno esserlo.
Taccuino di una sbronza è un testo centrato quasi interamente sulla figura di Bukowski, redivivo grazie al transfert di Carlo Boschi che in lui si immedesima al punto da credersi, o fingere di farlo, il vero Buk. È una paradossale commedia dei tempi moderni dove, in confronto a certi eventi contemporanei, la follia del Boschi finisce col diventare una perla di positività contrapposta all’avidità della società in cui viviamo.
Il libro di Roversi edito da Morellini Editore è una rivisitazione della versione pubblicata nel 2008 da Kowalski. Leggendolo traspare l’ammirazione che l’autore prova nei riguardi dello scrittore e anche il suo stile sembra piegarsi alla circostanza, ricalcando le linee guida della scrittura bukowskiana. A tratti sembra che il personaggio Boschi – Bukowski sia in realtà l’alter ego dello scrittore – Romeo, che condivide quasi in pieno le vedute del suo amico che pensa di essere diventato il suo idolo, con la differenza però che, al contrario di loro, Romeo non riesce a liberarsi dal giogo delle briglie e finisce col diventare ciò da cui Boschi e Bukowski sono fuggiti.
Roversi non manca di lanciare condivisibili stoccate al popolo italiano e ai suoi governanti, alla comoda credulità dei primi e alla bieca avidità dei secondi. Ne esce uno spaccato amaro della società meneghina che funge da oblò affacciato sull’intero mare nostrum che costeggia in lungo e in largo un Paese diretto sempre più alla deriva. Osservare il tutto attraverso il filtro Carlo Boschi – Charles Bukowski rende al lettore un po’ di quel buonumore positivo che serve per razionalizzare gli eventi, soppesare le reali aspettative e prospettive, nonché la forza dell’irriverenza necessaria per tracciare un ampio colpo di spugna indispensabile per compiere la grande virata di cui il nostro Paese ha bisogno.
Taccuino di una sbronza di Paolo Roversi è un libro che va letto, esattamente come lo scrittore da cui trae ispirazione, con lo spirito di un esploratore, di un argonauta e perché no anche di un sognatore e dopo averlo fatto si potrà fingere di non aver ben capito ma non si potrà più far finta di non sapere.

Paolo Roversi: È uno scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Definito dalla critica lo Scerbanenco post-moderno nonché il golden boy del giallo italiano. Affianca alla sua produzione di noir metropolitani libri, saggi e raccolte che narrano dello scrittore Charles Bukowski di cui è appassionato studioso. Nel 2007 gli è stato conferito il Premio Camaiore di Letteratura Gialla. I suoi libri sono tradotti in Spagna, Germania, Francia e Stati Uniti. È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival; ideatore del Milano in bionda giallo e noir festival; direttore e fondatore di MilanoNera web press, mag e casa editrice digitale; direttore della collana Calibro9 di Novecento Editore.

:: Marmellata d’arance, Rosalia Messina, (Arianna, 2013) a cura di Diego Di Dio

14 febbraio 2014

marmellataFabrizia ha trentadue anni.
Nella sua vita ci sono state parecchie perdite, ma la più dolorosa è quella più recente: Bianca, la nonna che si è sempre occupata di lei. La nonna che l’ha cresciuta, accudendola con la sua saggezza, la sua calma, la sua intelligenza.
“Marmellata d’arance” è il monologo lungo e sofferto della protagonista, che in occasione del funerale della nonna, trova l’occasione di immergersi di nuovo nel passato. Il passato, come si sa, è un vendicatore silenzioso e ponderato, che alla fine porta sempre il conto. E questo conto è salato, ed è fatto di voci che si rincorrono, di ricordi vividi, di emozioni che riemergono dal mare della memoria, da questioni in sospeso che forse non troveranno mai una soluzione.
La scrittura di Rosalia Messina, che io già ho avuto modo di apprezzare, in questo romanzo breve trova la sua compiuta evoluzione. È una scrittura raffinata, ma non pomposa. Una continua ricerca verso il modo più diretto ed elegante per descrivere un’emozione, una situazione, un evento. Per raccontare le amicizie dell’infanzia, una madre sempre assente, una famiglia sui generis, la vita che cerca un senso.
Come confessa l’autrice, per lavoro lei scrive in “giuridichese”. Ma, come è evidente, per passione no. La sua scrittura non ha nulla del formalismo esasperato e del tecnicismo del linguaggio giuridico. Come spesso accade, gli studi e il lavoro non hanno scalfito il nocciolo più duro della passione letteraria. La scrittura come catarsi, la narrativa come “oasi di libertà”. La prosa di Rosalia Messina è bella, come bella sa essere la scrittura: raffinata, elegante, colta.
“Marmellata d’arance” è un romanzo mainstream che, per certi versi, mi ha ricordato Margaret Mazzantini: l’uso della prima e della seconda persona singolare rafforza lo scorrere di questo monologo che si fa dialogo, di questa voce che si fa grido silenzioso mentre Fabrizia, come una marionetta mossa da fili che non può controllare, ripercorre le strade, i posti, i visi e i nomi che sono stati il suo passato. Fino alla conclusione, in cui finalmente ogni tassello sembra trovare il proprio posto, e sembra aprire uno spiraglio verso il futuro.

Rosalia Messina (Palermo, 1955) vive e lavora a Catania. Ha esordito nel 2010 con una raccolta di racconti Prima dell’alba e subito dopo, edito da PerroneLab.