Cosa ve lo sto a dì che Maurizio De Giovanni è bravo? Già lo sapete. Lo conoscevo, ma non di persona. Ci siamo incontrati a Suzzara e abbiamo fraternizzato, anche per amicizie comuni. Poi ha detto una cosa fulminante. Che i Bastardi di Pizzofalcone aveva in sè una scintilla in comune con l’opera di uno dei miei autori preferiti, Ed McBain. Allora mi sono preso subito il suo ultimo libro. Così, per vedere se l’aveva sparata grossa o era la verità. E mi sono divertito moltissimo. C’è Napoli che è un personaggio come Isola ma non invadente, come nessuno dei Bastardi lo è. Per inclinazione mi sento un po’ Aragona e un po’ Romano, ma ci si affeziona a tutti, li si segue, nelle indagini e nella vita privata. Ma non c’è sospetto di soap opera, di compiacimento del gusto dell’editore che vuole accontentare quello che pensa sia il gusto del pubblico. C’è invece la grande capcità di raccontare semplicemente, piccole e grandi storie, intrecciandole e, pur tenendole distinte, trovare quel colpo di coda che unisce indagini diverse, cosa che molti autori nostrani non sanno fare e lasciano un senso di incopiutezza nel lettore. I Bastardi invece no, alla fine cuciono un arazzo complesso, ragionato, eppure umanisismo. E con un twist inaspettato che più nero non si può. Una ragione in più per leggere italiano. Salvatore Lombino ne sarebbe entusiasta.Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi. Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.
Questo era il titolo di una discussione svoltasi ieri nel Gruppo FB di Liberi di Scrivere, che ha coinvolto una decina di partecipanti e ha portato a riflessioni interessanti, forse non risolutive, ma intanto le questioni sono state poste ed è un primo passo. Unirò mie riflessioni ai punti invece sollevati dagli altri partecipanti, per andare all’intera discussione questo è il link:
Traduzione Gaja Cenciarelli
In alcune parti di Tokyo, il passato remoto è solo pochi giorni fa.
Bukowski è uno di quegli autori che andrebbero letti comunque, indipendentemente dal motivo per cui si acquista o si prende in prestito un libro e dalle ambizioni personali del lettore, se desidera o meno diventare anch’egli uno scrittore. Lo merita perché la sua scrittura è sincera, irriverente, spietata come solo la verità e la realtà sanno esserlo.
Fabrizia ha trentadue anni.
‘Trincee’ è il titolo scelto per l’edizione 2014 di èStoria Festival internazionale della Storia che avrà luogo a Gorizia dal 22 al 25 maggio 2014. Giunto quest’anno alla decima edizione, il Festival sarà dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale e riunirà i più importanti nomi della storiografia mondiale sulla Grande Guerra.
Bentornato Paolo su Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il 25 febbraio l’editore Morellini, riporta in libreria Taccuino di una sbronza, (usci nel 2008 per Kowalski). Un tuo personalissimo omaggio al genio di Bukowski, a vent’anni dalla sua morte. Una tua opera giovanile, forse marcata da una certa incoscienza, ma ancora capace di trasmettere una gran carica di entusiasmo e lo spirito del vecchio Hank. Come pensi l’accoglieranno i tuoi lettori, come sei cambiato tu da quando il libro uscì per la prima volta?
Chi lo dice che non si pubblicano più dei grandi romanzi di spionaggio? Che io sia un fan della serie Tv è noto. Trovo che se l’azione non è il primo obiettivo, sia scritta molto bene. Homeland. In fuga è un prequel che segue comunque ritmi differenti. Andrew Kaplan è un grande (in Italia misconosciuto) scrittore di spy story sin dagli anni 80, basti ricordare The Hours of the Assassins, Scorpion, Dragon fire. Qui prende la protagonista della serie, Carrie, senza indugiare più del dovuto al disturbo bipolare che la caratterizza, poi il suo mentore Saul e Davis Estes che avranno poi un ruolo nel serial. Ma qui la vicenda è quasi completamente svolta tra Beirut e Bagdad con un intrigo degno dei maestri in cui si mescolano doppi e tripli giochi, suicidi inspiegabili, ovviamente sospetti sulla protagonista stessa e un triplo piano da sventare. Dietro a tutto c’è la figura diabolica di Abu Nazir, ma anche molto di più. L’unico finora, romanzo di spionaggio di ambientazione irakena in cui c’è una mappa dettagliata delle varie fazioni, tribù, bande religiose. Carrie è l’unica a rendersi conto che il mondo islamico è diviso mentre i suoi capi, come nella realtà, a volte pensano solo di avere a che fare con un unico gruppo di ‘teste di stracci’. Ed è su questa ambiguità che è costruito l’intreccio che non lesina sesso e sparatorie ma è essenzialmente un grande intrigo. Da leggere per tutti gli appassionati di spy story, che abbiano o meno visto la serie tv. Kaplan scrive il ‘suo’ romanzo e lo fa da maestro. Traduzione di Gaetano Luigi Staffilano.
Traduzione di Anna Vivaci
Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Inaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.
























