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:: Segnalazione: X° Festival internazionale della Storia: Trincee – Gorizia 22-25 Maggio

13 febbraio 2014

indexTrincee’ è il titolo scelto per l’edizione 2014 di èStoria Festival internazionale della Storia che avrà luogo a Gorizia dal 22 al 25 maggio 2014. Giunto quest’anno alla decima edizione, il Festival sarà dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale e riunirà i più importanti nomi della storiografia mondiale sulla Grande Guerra.

Ecco alcune notizie sull’edizione 2014:

– La creazione di un comitato storico internazionale, undici specialisti di fama internazionale sono stati scelti per offrire una prospettiva globale sul significato del centenario: Paolo Mieli (Presidente), Gerhard Hirschfeld (Germania), Erwin Schmidl (Austria), Petra Svoljšak (Slovenia), Nicolas Offenstadt (Francia), Boris Kolonitskii (Russia), Mile Bjelajac (Serbia), Mustafa Aksakal (Turchia), Graydon A. Tunstall (U.S.A.), Hew Strachan (Gran Bretagna), e Virgilio Ilari (Italia).

Il comitato, oltre ad assicurare consulenza e aggiornamento mondiale, curerà il 22 maggio un Convegno Internazionale, La Grande guerra: le origini e il mito, articolato in due momenti: la mattina dedicata a Le origini e il mito, il pomeriggio a Una guerra arcaica, Una guerra globale. Questi stessi temi diventeranno i due fili conduttori del programma che vedrà a Gorizia i maggiori esperti del settore.
In concomitanza con il festival è si svolgerà la Borsa Europea del Turismo della Grande Guerra, ideata e promossa da Nordest Comunicazione & Eventi. Per il direttore dell’evento Filiberto Zovico si tratta ‘di una grande opportunità per ospitare tutte le istituzioni e realtà protagoniste di questa importante ricorrenza storica’. Ogni anno infatti oltre 5 milioni di visitatori frequentano i luoghi simbolo della Grande Guerra, ne percorrono le trincee e i musei. Questo fenomeno, grazie ai numerosi interventi di recupero dei luoghi che le amministrazioni locali stanno predisponendo e alle celebrazioni della Grande Guerra che segneranno il prossimo quinquennio, è destinato ad accrescersi. Il fenomeno del turismo sui luoghi della Grande Guerra è ampiamente diffuso e organizzato a livello europeo, in particolare in Francia, nel Regno Unito, in Slovenia ed in Germania. In Italia le celebrazioni del centenario porteranno a un afflusso significativo di visitatori e favoriranno la creazione di itinerari, visite guidate ed iniziative editoriali. La Borsa Europea del Turismo della Grande Guerra sarà quindi una manifestazione fieristica che metterà a disposizione spazi commerciali su una superficie di circa 2.000 mq, nell’area adiacente al Festival èStoria (Piazza Cesare Battisti), in modo da favorire il reciproco scambio di flussi di visitatori.
èStoria  2014, Festival internazionale della Storia toccherà dunque le tematiche legate alle origini e alla nascita del mito della Grande Guerra: diversi eventi in programma esploreranno il legame tra storia e letteratura, tra storia e cinema e teatro, per finire con la musica e la storia dell’alimentazione; saranno organizzati spazi espositivi, spettacoli e reading, laboratori per bambini e ragazzi, oltre i consueti viaggi di carattere storico-turistico attraverso gli èStoriabus: un percorso guidato attraverso i luoghi-simbolo della Grande Guerra, corredato dai racconti degli storici che guideranno i visitatori dove la storia ha lasciato un segno indelebile.
Anche quest’anno Radio Uno Rai sarà presente al Festival èStoria per una serie di dirette.

Il programma completo del Festival sarà disponibile alla fine di aprile sul sito: www.estoria.it

Tutti gli eventi saranno gratuiti a ingresso libero fino a esaurimento posti.

èStoria è anche su facebook e twitter:
facebook: associazioneculturaleestoria
twitter: @eStoriaGorizia

:: Un’ intervista con Paolo Roversi

13 febbraio 2014

imagesBentornato Paolo su Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il 25 febbraio l’editore Morellini, riporta in libreria Taccuino di una sbronza,  (usci nel 2008 per Kowalski). Un tuo personalissimo omaggio al genio di Bukowski, a vent’anni dalla sua morte. Una tua opera giovanile, forse marcata da una certa incoscienza, ma ancora capace di trasmettere una gran carica di entusiasmo e lo spirito del vecchio Hank. Come pensi l’accoglieranno i tuoi lettori, come sei cambiato tu da quando il libro uscì per la prima volta?

Io penso di essere molto cambiato e la scrittura anche. Taccuino di una sbronza, tuttavia, rimane un’opera riuscita, fresca e ancora attuale. Rileggendola mi sono stupito di quanto questo testo abbia resistito al tempo!

Un’ opera “quasi” autobiografica? Sei tu il ragazzo milanese che si sveglia credendosi Bukowski e inizia a frequentare una certa “Jolanda Bivano”?

No, è pura fiction. Io incontrai davvero la Pivano e a quell’episodio ammetto di essermi ispirato. Ma le analogie finiscono qui.

Fernanda Pivano rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento. Portò in Italia i più importanti scrittori americani dell’epoca, tra cui i ragazzi della Beat Generation. Li tradusse, (tradusse pure Addio alle armi, Il grande Gatsby e molti altri classici),  gli fece da madre, amica, sorella. Che ricordo hai di lei?

Di una donna energica e dolce. Che aveva una passione profonda per gli autori americani e che sapeva dare un’opportunità ai tanti giovani che bussavano alla sua porta in cerca di un consiglio o di un aiuto.

E continuò questa sua opera da mecenate segnalando ai lettori e ai critici italiani i più significativi autori americani. Oggigiorno chi pensi abbia ricevuto il testimone. Ci sono ancora persone così?

Purtroppo credo di no.

Taccuino di una sbronza è un romanzo piuttosto surreale, divertente e sconcertante. Puoi raccontarci qualcosa della trama?

Tutto comincia con un week-end  in Irlanda. L’addio al celibato di Carlo Boschi, un trentenne milanese, impiegato modello e futuro marito di Sara. Insieme a lui c’è l’amico di una vita, Romeo, che, a dieci giorni dalle nozze, gli propone tre giorni memorabili a Dublino per festeggiare le nozze imminenti con una sbronza colossale. Birra dopo birra, però, il promesso sposo finisce all’ospedale, in coma etilico. Quando si sveglia, la sorpresa: Carlo è convinto di essere la reincarnazione del suo scrittore preferito, Charles Bukowski, morto proprio quella notte. Possibile?

Hai poi scritto la  sceneggiatura, per un film tratto da Taccuino di una sbronza?

No, c’è un progetto ma nulla di più. Il regista Sergio Scorzillo, invece, ne ha tratto uno spettacolo teatrale che rimetteremo in scena a giugno.

E che ci puoi dire di Enrico Radeschi, se non ricordo male l’ho da poco lasciato a investigare in una antologia di racconti noir dedicati a  Milano.  Quali progetto hai in mente per questo personaggio?

Radeschi tornerà ma non tanto presto. Ho una storia che mi gira in testa in cui lo rivedremo in sella alla sua vespa gialla. Però non so ancora quando prenderà forma…

Hai fondato e dirigi “MilanoNera” sito dedicato alla letteratura gialla, noir e thriller– che è anche una free press, una web tv, una società per eventi e una libreria –. Che bilancio hai tratto, è un’ attività che ti gratifica?

Mi gratifica molto anche se è molto impegnativo. MilanoNera è anche diventata una casa editrice di ebook e su questo punteremo molto per il futuro.

Come sei accolto all’estero, in quali paesi sei tradotto? I blogger esteri ti recensiscono? Che effetto ti fa?

Sono sempre stupito che in Francia, Spagna o Germania leggano le mie storie. Ho anche fatto alcune presentazioni in quei Paesi e posso dire che la differenza con l’Italia non è molta: quando hai dei lettori di gialli, li hai a prescindere dalla nazionalità. Il noir, possiamo dire che sia un linguaggio internazionale.

E parliamo del “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival”, che si tiene ogni anno il primo weekend di febbraio,  un punto di riferimento ormai per molti scrittori, editori, lettori. Un bilancio sull’edizione appena trascorsa, un anticipo sulle novità. Chi parteciperà alla prossima edizione?

Per la prossima edizione non ho ancora nessuna idea, ho un anno davanti per pensarci! L’edizione 2014 è andata benissimo: un cinema sempre pieno di lettori interessati. Non posso chiedere di più.

Un altro tuo progetto è il portale Hotmag,  cui hanno aderito numerosissimi blogger.

Sì, è un modo per scrivere insieme e per raggruppare idee. Anche questo progetto verrà a far parte in maniera consistente della “conversione” di MilanoNera in casa editrice di ebook. Aspettate e vedrete…

Progetti per il futuro? 

Un romanzo per ragazzi che uscirà a fine aprile per Fabbri…

:: Homeland, In fuga, Andrew Kaplan, (Mondadori, 2013) a cura di Stefano Di Marino

13 febbraio 2014

indexChi lo dice che non si pubblicano più dei grandi romanzi di spionaggio? Che io sia un fan della serie Tv è noto. Trovo che se l’azione non è il primo obiettivo, sia scritta molto bene. Homeland. In fuga è un prequel che segue comunque ritmi differenti. Andrew Kaplan è un grande (in Italia misconosciuto) scrittore di spy story sin dagli anni 80, basti ricordare The Hours of the Assassins, Scorpion, Dragon fire. Qui prende la protagonista della serie, Carrie, senza indugiare più del dovuto al disturbo bipolare che la caratterizza, poi il suo mentore Saul e Davis Estes che avranno poi un ruolo nel serial. Ma qui la vicenda è quasi completamente svolta tra Beirut e Bagdad con un intrigo degno dei maestri in cui si mescolano doppi e tripli giochi, suicidi inspiegabili, ovviamente sospetti sulla protagonista stessa e un triplo piano da sventare. Dietro a tutto c’è la figura diabolica di Abu Nazir, ma anche molto di più. L’unico finora, romanzo di spionaggio di ambientazione irakena in cui c’è una mappa dettagliata delle varie fazioni, tribù, bande religiose. Carrie è l’unica a rendersi conto che il mondo islamico è diviso mentre i suoi capi, come nella realtà, a volte pensano solo di avere a che fare con un unico gruppo di ‘teste di stracci’. Ed è su questa ambiguità che è costruito l’intreccio che non lesina sesso e sparatorie ma è essenzialmente un grande intrigo. Da leggere per tutti gli appassionati di spy story, che abbiano o meno visto la serie tv. Kaplan scrive il ‘suo’ romanzo e lo fa da maestro. Traduzione di Gaetano Luigi Staffilano.

Andrew Kaplan è l’autore di numerosi spy thrillers come  Scorpion Betrayal, Scorpion Winter, e Scorpion Deception. I suoi libri sono stati definiti “a gold standard for thriller writing” e sono stati tradotti in venti lingue. Ha lavorato come giornalista free-lance e corrispondente di guerra per l’ International Herald Tribune,  a Parigi.  Ha servito sia nell’ US Army che nell’Israeli Army durante la Guerra dei Sei giorni nel 1967.  Ha lavorato alla sceneggiatura del film GoldenEye, della serie cinematografica dedicata a James Bond.

:: Dickens, Stefan Zweig (Elliot Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2014

dickens-9788861923942Traduzione di Anna Vivaci

Dickens voleva insegnare la poesia della vita quotidiana a tutti coloro che erano legati a un’esistenza modesta. Egli ha mostrato a migliaia di uomini fino a quale profondità della loro misera vita giungeva l’eterno […] Voleva essere d’aiuto ai più piccoli e poveri”.

Charles Dickens conosceva bene la povertà. Aveva conosciuto la fame e le rinunce. Fin da bambino aveva avuto freddo e mai nessun “gentiluomo” lo aveva accolto e salvato dalla miseria.
Le sue opere rappresentano in qualche modo il riscatto della sua infanzia, di quella negata, maltrattata, dimenticata. Oliver Twist, David Copperfield o il giovane Pip dalle grandi speranze sono un esempio di quel riscatto. Bambini derubati dell’infanzia diventano uomini di gran cuore e di speranze ritrovate.
C’è tutto questo nell’autore delle famiglie, come ce lo descrive George Orwell nel suo saggio Inside the Whale del 1940: si tratta di uno di quei grandi scrittori che vengono propinati in “dosi massicce” sin dall’infanzia (si pensi a Canto di Natale) e che, per tale ragione, non sono suscettibili di critiche di sorta.
Insomma che ci piaccia o no, Dickens è un’istituzione, un esempio assoluto di grande prosa, capace di imprimersi nella mente dei suoi lettori per sempre. Chi ha letto almeno un libro di questo autore conserverà dei suoi personaggi delle immagini nitide come illustrazioni.
Stefan Zweig ripercorre in questo brevissimo ed efficacissimo saggio – uscito nel 1920 e ripubblicato da Elliot nel 2013-  i romanzi di Charles Dickens attraverso un’epoca, quella vittoriana, che in essi più che altrove ha trovato la sua degna rappresentazione.
La sua narrativa soddisfa alla perfezione il gusto dell’Inghilterra dell’epoca, il suo lavoro diviene a tutti gli effetti l’emblema della tradizione inglese” e dentro i confini di quella tradizione si compie la sua opera, senza voli pindarici o cadute di stile. Si mantiene onesta, fedele a se stessa, specchio di un’Inghilterra ormai “sazia”, come la definisce Zweig, diversa da quella elisabettiana e shakespeariana. Un scrittura lontana da modelli più arditi quali quelli di Shelley, Lord Byron, Balzac o Dostoevskij.
Gli eroi di Balzac sono avidi e prepotenti, ardono di un’orgogliosa brama di potere, non si accontentano di nulla, sono letteralmente insaziabili. […] Anche gli eroi di Dostoevskij sono arditi e intransigenti, la loro volontà rifiuta il mondo e tenta, con un’incontenibile superbia, di afferrare la vita vera che soggiace alla vita reale. […] L’eroe di Balzac vuole conquistare il mondo, l’eroe di Dostoevskij arriva a considerarsi al di là delle leggi […]. I personaggi di Dickens al contrario sono tutti modesti. […] non vogliono sovvertire l’ordine sociale, non vogliono essere né ricchi né poveri, ma stare nel mezzo, che è una strategia molto utile per il commerciante ma davvero pericolosa per l’artista”. E nel mezzo c’è il mondo borghese che tanto piaceva a Dickens, quella sfera media “che sta tra la casa dei poveri e la piccola rendita”.
Zweig ci spiega come l’opera di questo autore sia certamente democratica, ma non socialista. Dickens non sapeva essere radicale. Si accontentava di stare nel mezzo, come i suoi personaggi si accontentano di una vita modesta: una casetta con giardino, un lavoro onesto e dei bambini.
Quella vita viene descritta con precisione e con dovizia di particolari, quelli che il suo occhio attento sapeva cogliere perfettamente nella realtà circostante.
Prima di fare lo scrittore, egli aveva lavorato come stenografo per il parlamento e si era allenato a rendere dei particolari con brevi note, a condensare una parola in un tratto di penna, un’intera frase in un ghirigoro”.
Quei particolari ricadono nei suoi romanzi rendendoli una rappresentazione fedele e quindi credibile della realtà. David Copperfield, per tutti, “è una sorta di autobiografia romanzata” scrive Zweig. “Sono presenti ricordi di un bambino di due anni, di sua madre e della cameriera, i loro profili sono così dettagliati che sembrano emergere dal fondo”. La sua scrittura non lascia spazio ad interpretazioni: “costringe alla precisione”.
Quella fedeltà al particolare era ciò che rendeva le sue opere – per suoi contemporanei – un porto sicuro in cui rifugiarsi: impossibile non affezionarsi ai suoi personaggi. Ecco, quindi, che le uscite mensili dei romanzi a puntate erano attesa con grande fermento: “il giorno in ci arrivava la posta sembrava impossibile restare tranquilli in casa ad attenere che il postino consegnasse finalmente il fascicolo azzurro […]. L’attesa era durata un mese intero, trascorso a sperare e a scommettere sulla scelta di Copperfield tra Dora o Agnese, oppure a rallegrarsi della nuova crisi di Micawer […] E tutti, vecchi e bambini, anno dopo anno, nel giorno fatidico percorrevano a piedi chilometri per raggiungere il postino a metà strada e ricevere così più velocemente il fascicolo”. Un vero e proprio successo in patria e nell’intero mondo anglosassone.
Lo scrittore e poeta Stefan Zweig ci offre un’analisi accattivante e molto interessante di colui che rappresentò per il suo tempo un vero e proprio fenomeno letterario e per la storia uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento. Per nulla rivoluzionario, ma con un occhio sempre rivolto alla normalità e alla quotidianità: più interessato all’uomo che alle dinamiche politiche e sociali, mai veramente critico nei confronti della ricchezza, ma fiducioso negli uomini e nel loro ravvedimento.
Il suo approccio è sempre di tipo morale e i suoi personaggi sono l’esempio eccellente che tutti possono cambiare (in meglio ovviamente). Le sue opere infatti non sono mai veramente tragiche: il lieto fine è sempre dietro l’angolo.
Zweig ci ricorda che proprio il perbenismo di un’epoca e della sua tradizione rappresentarono in qualche modo il limite più grande di questo grande autore e che solo l’humor, “quel suo umorismo lieto e geniale” impedirono a Dickens e alla sua opera di impantanarsi nella più scontata mediocrità.
Un saggio di straordinaria raffinatezza, capace di cogliere aspetti profondi e insoliti dell’opera di Dickens. Una lettura sensata per tutti gli amanti della letteratura e della lettura in generale, anche se non particolarmente affezionati all’autore di Oliver Twist.
Consigliatissimo.

Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petropolis, 1942). Di origini austriache ma naturalizzato britannico, fu critico, poeta e romanziere. Il saggio su Dickens fu pubblicato nel 1920 all’interno del volume Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij. Dello stesso autore sono apparsi per Elliot Amerigo e Brasile.

:: Anime assassine – La vendetta del cigno nero, Diego Collaveri (La mela avvelenata, 2013) a cura di Micol Borzatta

10 febbraio 2014

cigno-nero-4-225x300Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Silvie Blake, stilista di abiti gothick vede scomparire una sua modella e amica. La polizia non è intenzionata a darle retta perché oltre a risalire a troppo poco tempo prima, la scomparsa riguarda un ambiente, quello dei night di dominatori-slave, che per loro porta in automatico a sparizioni e peggio. Per questo motivo Silvie si rivolge a Guido.
Insieme indagano ritrovandosi in set fotografici per servizi hard, in locali frequentati da coppie dominatore-slave, fino al sorprendente finale.
Un romanzo brioso e in alcuni punti seducente, senza però cadere nel volgare, che coinvolge il lettore tenendolo legato fino alla fine.
Lo stile di narrazione è veloce, lineare e molto semplice, e l’autore non ricade nel classico errore di molti autori di gialli che rallentano la narrazione durante la parte delle indagini rendendo il lavoro di difficile lettura e pesante, ma anzi è riuscito anche in quella parte di solito molto complicata a tenere un ritmo veloce.
Personaggi e luoghi molto ben descritti, minuziosamente ma sempre senza appesantire la lettura, portano il lettore a potersi immedesimare sempre di più durante la lettura ritrovandosi a indagare insieme a Guido per poi scoprire il grande colpo di scena del finale.

Diego Collaveri
nasce a Livorno nel 1976. Dal 1992 al 2000 lavora come chitarrista e arrangiatore per ENI music, per poi spostare il suo talento artistico verso la scrittura, partecipando a concorsi di poesia e narrativa che gli portano fin da subito riconoscimenti e le prime pubblicazioni.
Nel 2001 inizia a lavorare a delle sceneggiature e a delle commedie teatrali per riuscire nel 2002 a dirigere il primo cortometraggio.
Nel 2003 fonda la Jolly Rogers productions con la quale produce cortometraggi e video di spettacoli live.
Nel 2009 viene inserito nell’Enciclopedia degli scrittori contemporanei.
Autore di due saghe di generi completamenti opposti: una saga giallo/noir e una saga fantasy.

:: Io la troverò, Romano De Marco (Feltrinelli, 2014) a cura di Stefano Di Marino

9 febbraio 2014

romano de marcoInaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.

Romano De Marco è nato in abruzzo, nel 1965, ha esordito nel Giallo Mondadori, a marzo 2009, con il romanzo Ferro & Fuoco (ripubblicato per le librerie, nel 2012 da Pendragon edizioni). Nel 2011 ha pubblicato Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. A Gennaio 2013 è la volta di A casa del diavolo nella collana Time Crime di Fanucci (secondo classificato premio Nebbia Gialla 2013). Il suo ultimo romanzo è Io la troverò (Feltrinelli Fox Crime) uscito a gennaio 2014. Ha pubblicato racconti su numerose antologie e articoli sulle collane del Giallo Mondadori. Collabora con la Delos edizioni con una rubrica sulla rivista Writer’s Magazine Italia (diretta da Franco Forte) e pubblicando racconti in ebook per la serie “Sex Force” diretta da Stefano Di Marino.

:: Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2014

jane austenJane Austen è una delle scrittrici anglosassoni più amate e conosciute. I suoi romanzi hanno raccontato e ci raccontano ancora oggi le tresche amorose, gli intrighi di coppia e la routine della vita quotidiana della nobiltà inglese nella campagna del ‘700 e chissà quale sarebbe oggi la sua impressione se scoprisse di essere diventata lei stessa la protagonista di un romanzo. Ebbene sì, in Una Carrozza per Winchester la scrittrice Giovanna Zucca si immagina una possibile – perché a dire il vero i due protagonisti non si incontrarono mai nella realtà – storia d’amore tra la Austen e il medico Thomas Addison, accorso al suo capezzale nella speranza di trovare una cura all’oscuro male che la attanagliava da tempo. Una volta giunto a destinazione il dottore scoprirà una donna forte, coraggiosa che non ama molto le regole delle società dove è nata e questo creerà da subito tra i due un intenso e inaspettato feeling. Il romanzo è una perfetta mistura tra realtà e finzione che servono a chi scrive a raccontare a noi lettori la relazione tra l’autrice di Orgoglio e Pregiudizio e l’eminente medico- scienziato, due personalità che emergono pagina dopo pagina in ogni loro sfaccettatura caratteriale, a differenza dei comprimari che per il loro modo di porsi nella trama richiamano spesso alla mente molti degli stereotipi comportamentali che la Austen stessa rese protagonisti delle sue opere. Una carrozza per Winchester è allo stesso tempo un viaggio dentro ad un’epoca passata, un microcosmo campestre che affiora con forza in tutte le sue forme di rispetto morale e sociale alle quali la Austen non amava molto sottostare. Questo atteggiamento di ribellione volontaria ci mostra quindi una Jane Austen in netta opposizione alla sua famiglia e alla comunità troppo legata alla rigidità formale . L’immagine restituitaci da Giovanna Zucca è quindi ben lontana da quella che spesso è ricorsa nella storia e che ci ha mostrato Jane come una donna debole, “impegnata” a trascorrere le sue giornate tra feste, balli o a ricamare. La Zucca con questa narrazione ci aiuta a capire la vera indole dell’autrice di Mansfield Park, dimostrandoci la sua tenacia, il suo fare di testa propria andando spesso contro il parere dei familiari e la poca propensione al rispetto di dettami d’etichetta ormai obsoleti per i suoi tempi e che lei seguiva solo per non mettere in cattiva luce la famiglia d’origine. Non a caso la scrittrice firmava i suoi libri con “A Lady” proprio per evitare dicerie attorno al suo conto e perché era impensabile che ai suoi tempi una donna si guadagnasse da vivere con la scrittura (una riflessione sul ruolo della donna in letteratura la potete trovare anche in Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove tra l’altro si parla della Asuten stessa). Attorno a Jane ci sono tanti altri personaggi, tutti ammaliati dal suo io debilitato della malattia, ma impavido nell’affrontare la vita. Addison travolto dai sentimenti per questa donna farà tutto il possibile per sterminare lo sconosciuto nemico che la tormenta, chiedendo consiglio anche all’amico e collega Hodgkin. I due intuiranno la possibile origine del malanno, ma la questione principale rimarrà capire se le eventuali cure proposte avranno efficacia o no. In Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca racconta con garbo l’amore tra la Austen e Addison, un rapporto che da medico-paziente, si trasforma in una relazione d’amore vero tra una donna  e un uomo. Una rapporto  che è la rappresentazione di  un amore maturo fatto di ragione e sentimento puro tra persone adulte che si amano, rispettano e accettano per quello che sono, in barba agli ottusi pettegolezzi di villaggio.

Giovanna Zucca piemontese di nascita ma veneta d’adozione, vive e la lavora a Treviso come strumentista e aiuto anestesista. Laureata in Filosofia, una disciplina che coltiva con grande interesse e passione, collabora con il centro interuniversitario di studi sull’etica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Con Fazi ha pubblicato nel 2010 Mani calde, romanzo ad ambientazione ospedaliera che nel 2012 ha vinto il Premio Reghium Julii Opera Prima, ben accolto da pubblico e critica. Del 2012 lo scherzo filosofico Guarda, c’è Platone in tv!(Fazi).

:: L’intimo delle donne, il primo open ebook scritto da voi, per dire basta alla violenza contro le donne

7 febbraio 2014

indexDare voce alle donne vittime di violenze, violenze di tutti i generi non solo fisiche, ma anche morali e psicologiche, è l’obbiettivo che si è prefissato Libreriamo (www.libreriamo.it), sito letterario e associazione culturale tesa alla diffusione della letteratura, dando il via ad un’ iniziativa sociale in Crowdsourcing, forse per la prima volta tentata in Italia. “L’intimo delle donne”, questo è il nome del progetto, consentirà alle donne, soggetto finalmente e non più oggetto di violenza, di raccontare le proprie esperienze, le proprie paure, i propri sogni, le proprie aspirazioni in un libro (un open e-book) infrangendo la barriera del silenzio che ancora troppo spesso copre queste situazioni. Una iniziativa coraggiosa, come coraggiose saranno le donne che parteciperanno, ponendo se stesse al centro delle loro narrazioni. Trasformare in arte qualcosa di così odioso, che ancora troppo spesso avvelena le vite di tutti i giorni, è una grande lezione di civiltà e le donne sono capaci di questo. Partecipare è molto semplice, basterà consegnare entro la fine di aprile del 2014, i propri racconti, uno o più d’uno, legati alla propria esperienza o anche di fantasia. Siete state discriminate, sfruttate, avete subito violenza e non avete mai trovato il coraggio di denunciare, raccontare questo a nessuno, avrete ora l’occasione per farlo, unite, insieme ad altre donne con esperienze analoghe alle vostre. Un’occasione per farsi ascoltare, per sensibilizzare l’opinione pubblica e toccare le coscienze di chi queste violenze le perpetra. Ho visto a proposito delle vittime della Shoah che l’effetto liberatorio di queste iniziative per i soggetti coinvolti, ed educativo per tutti gli altri, è reale e per meglio ribadire il concetto lascio la parola a Saro Trovato mood maker, sociologo e fondatore di Libreriamo: “Vogliamo proporre una campagna sociale concreta a favore della tutela e del rispetto delle donne. Protagoniste della campagna saranno le stesse donne italiane, le quali saranno chiamate a raccontare le proprie storie di vita o di fantasia, per contribuire insieme a far emergere in maniera sempre piu’ forte un problema sociale che meriterebbe non esistere in un Paese civile. Obiettivo della campagna e’ sensibilizzare le donne a non aver paura di denunciare chi fa loro violenza, dare sostegno a chi e’ rimasto vittima e costruire una “community in rosa” che possa far sentire la propria voce ai media e alle Istituzioni.” Sul sito Libreriamo troverete l’apposito form per inviare i racconti, o se preferite sulla pagina facebook . Ad aprile saranno comunicati i racconti selezionati da un’apposita giuria composta dalla redazione di Libreriamo e coadiuvata da alcuni autorevoli critici e scrittori italiani. Indicativamente la lunghezza dei racconti non dovrà superare le 20mila battute, corrispondenti a circa 10 cartelle word. Dunque la parola a voi, avrete modo di fare concretamente qualcosa per difendere la dignità e la vita di molte donne. Cito il comunicato stampa ricevuto: “Per fornire qualche dato, per dare un senso  alla campagna di Libreriamo, l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ con la London school of hygiene&tropical medicine e con il South African medical research council, ha portato avanti una ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul giornale inglese “The lancet”. Il 13% degli omicidi nel mondo, pari a 1 su 7 e’ commesso tra le mura di casa, da parte del partner della vittima.  Il partner e’ responsabile di una quota che va da un terzo alla meta’ di tutti i femminicidi. Il 42% di coloro che hanno subito violenze fisiche o sessuali da uomini con cui avevano avuto una relazione intima ha riportato danni alla salute.

:: Segnalazione di Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina (Piemme, 2014)

7 febbraio 2014

DSC08275-コピー-260x500Curiosi di sapere come si vive in Giappone? Ricordo che c’era un blog molto bello, di un’italiana che raccontava la sua vita nella terra del Sol Levante, con ironia e leggerezza, non mi ricordo come ci finii, e maledetta vecchiaia, non mi ricordo neanche più neanche come si chiamasse. Mi ha fatto passare ore divertenti, lo cercherò, sempre che sia ancora online. Comunque di blog scritti da italiani trasferitisi in Giappone per studio o lavoro, o perchè hanno li trovato, l’uomo o la donna della loro vita, ce ne sono parecchi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Trai più popolari c’è Giappone Mon Amour  della blogger, docente universitaria e ora scrittrice Laura Imai Messina. Romana, ancora giovanissima, è del 1981, nella sua vita ha già fatto davvero molte cose. Si è trasferita a Tokyo a 23 anni per perfezionare la lingua, ha sposato un giapponese Ryōsuke, con cui vive assieme alla cagnolina Gigia nel piccolo quartiere di Kichijōji, ha ottenuto un dottorato di primo livello in Culture Comparate presso l’International Christian University con una tesi sulla scrittrice giapponese Ogawa Yōko, é docente a contratto di lingua italiana in alcune università della capitale e ricercatrice nell’ambito delle letterature comparate presso la Tokyo University of Foreign Studies,  e ora esordisce con Piemme con il suo primo romanzo Tokyo Orizzontale, libro che mi è appena arrivato, e il corriere gentilissimo, causa pioggia, ha voluto consegnarmi nelle mie mani, perché non si rovinasse. Sarà un segno, che è qualcosa di prezioso? Chissà. Dal poco che ho letto della trama è un romanzo che parla delle vite e degli amori di quattro ragazzi a Tokyo, alcuni giapponesi, altri stranieri. Che dire per ora ve lo segnalo, in attesa di leggerlo e soprattutto vi consiglio la lettura del suo bel blog.  Laura Imai Messina sarà in Italia per un lungo tour di presentazione del suo libro, tappe Bologna, Milano, Roma, Torino tra le altre, sul suo sito troverete l’intero piano del tour. Mata aimashou!

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: Segnalazione di Colazione da Tiffany, Truman Capote, (Garzanti, 2014)

6 febbraio 2014

colazionedatiffanyTruman Capote
Colazione da Tiffany

Traduzione dall’inglese di Bruno Tasso

Da questo libro il film vincitore di 2 premi Oscar, con Audrey Hepburn e Mickey Rooney

Quando Colazione da Tiffany venne pubblicato per la prima volta nel 1958, il «Time» definì la sua eroina, Holly Golightly, «la gattina più eccitante che la macchina per scrivere di Truman Capote abbia mai creato. È un incrocio tra una Lolita un po’ cresciuta e una giovanissima Auntie Mame (l’eccentrica protagonista dell’omonimo romanzo di Edward E. Tanner, del 1955)… sola, ingenua e un po’ impaurita».
Di tutti i suoi personaggi, disse Capote più tardi, Holly è stata la sua preferita, ed è facile capire perché.
Holly Golightly è una cover-girl di New York, attrice cinematografica mancata, generosa di sé con tutti, consolatrice di carcerati, eterna bambina chiassosa e scanzonata. È un personaggio incantevole, dotato di una sorprendente grazia poetica. Intorno a lei ruotano tipi bizzarri come Sally Tomato, paterno gangster ospite del penitenziario di Sing Sing; O.J. Berman, il potente agente dei produttori di Hollywood; il «vecchio ragazzo» Rusty Trawler; Joe Bell, proprietario di bar e timido innamorato… «Holly Golightly», scrisse «The Atlantic», «è bizzarra, simpaticissima, commovente… e reale.»

Solo il 14 febbraio 2014 torna nelle sale italiane il film di Blake Edwards in versione restaurata e digitalizzata in 4K, per far rivivere su grande schermo l’intramontabile classico della storia della letteratura e del cinema Colazione da Tiffany di Truman Capote.

PRESENTATI ALLA CASSA DEL CINEMA CON IL LIBRO COLAZIONE DA TIFFANY (edizione Garzanti) PER ACQUISTARE IL BIGLIETTO PER LA PROIEZIONE A PREZZO RIDOTTO*

L’elenco delle sale e delle proiezioni in 2K e 4K disponibile su www.nexodigital.it

* La promozione è valida solo nei cinema che aderiscono all’iniziativa

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Altre voci, altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), il romanzo che Capote ha concluso poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e riemerso solo nel 2004, tra le carte abbandonate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn; la raccolta completa di tutti i suoi racconti La forma delle cose. Tutti i racconti di Truman Capote (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e la raccolta dei suoi scritti giornalistici Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008).

:: Volevo solo averti accanto, Ronald H. Balson, (Garzanti, 2014) a cura di Natalina S. e Marco Minicangeli

5 febbraio 2014

imagesNatalina S.

Sarebbe stato un peccato chiudere nel cassetto dei sogni “Volevo solo averti accanto”, un romanzo di Ronald H. Balson, avvocato statunitense, che nella sua forgia letteraria ha saputo fondere il senso di giustizia con la passione per la scrittura e arrivare, con grande calore, al cuore dei lettori. Ed è proprio il cuore dei lettori a restituire entusiasmo e forza tali da rendere il romanzo un successo indiscusso a livello internazionale. Tradotto da Lucia Ferrantini ed edito da Garzanti, Volevo solo averti accanto, conquista anche gli scaffali delle librerie italiane nonché  l’animo, appassionato e sensibile, degli amanti del genere.

“Ci piace pensare di aver ormai superato l’odio razziale, ma la verità è che non possiamo mai abbassare la guardia [ … ] noi siamo delle sentinelle, dobbiamo tenere gli occhi aperti rispetto a qualunque indizio possa assomigliare al germe del genocidio.”

Sono le parole di Ben Solomon, protagonista principale del romanzo, ad offrirci una chiave di lettura profonda e significativa del tema che fa da perno all’intera storia: l’Olocausto che, pur essendo una delle manifestazioni più terrificanti del male, non esaurisce in sé le mille altre facce in cui può mostrarsi  e ci obbliga, in quanto figli della civiltà, a non abbassare il livello di guardia per non rischiare di inciampare, nuovamente, in errori che poco distano dal confine del filo spinato.
La storia narrataci da Balson abbraccia due momenti spazio-temporali, un presente nell’Illinois del 2004 e un passato nella Zamość degli anni del nazismo, perfettamente bilanciati nelle tre parti in cui la struttura narrativa è stata concepita. È il 26 settembre del 2004 e Ben Solomon, ebreo polacco, sopravvissuto ai campi di concentramento, sta per partecipare all’evento mondano più atteso dell’anno: il Gran Gala di apertura, la forza del destino, al Teatro dell’opera di Chicago. Il suo è un appuntamento atteso, voluto. Ben desidera, con tutte le sue forze, risanare la spaccatura che Elliot  Rosenzwaig, oggi, uomo integerrimo e dalla posizione indiscussa, ha provocato nella sua vita e in quella della sua famiglia, in cambio di una fatiscente bramosia di potere durante il regime. Sostenuto dalla forte quanto fragile avvocatessa Catherine Lockhart, Ben combatterà la sua battaglia fino a quando una luce spunterà per i giusti a dar gioia ai retti di cuore e solo allora troverà pace.
Non c’è vita senza amore, in tutte le sue manifestazioni, e anche nel clima nefasto dello sterminio nazista o, forse, soprattutto, esso si confonde fino a fondersi con l’istinto di sopravvivenza per sputare sull’odio e abbracciare i sogni. Volevo solo averti accanto è, anche, una storia d’amore e di amicizia non circoscritte entro i limiti del tempo e dello spazio ma cerniere indissolubili tra la vita e la morte.
Con la sua prosa minuziosa e l’estrema naturalezza nel narrare i fatti, questo romanzo conduce i lettori ad entrare in empatia con la sofferenza e con il senso di giustizia che spinge il protagonista alla ricerca della verità. Il ritmo, seppur lento nello snocciolare istante per istante ogni avvenimento, tiene alta l’attenzione e il desiderio di arrivare fino in fondo per scoprire che mai nessuno potrà chiudere questo capitolo chiamato Olocausto. Traduzione di Lucia Ferrantini.

Marco Minicangeli

Chicago, 26 settembre 2004. Al Teatro dell’Opera sta per iniziare La forza del destino, Gran Gala d’apertura della stagione. Elliot Rosenzweig, ricco mecenate della città, sta apprestandosi ad entrare quando tra la folla appare un uomo vestito con uno smoking fuori moda che si avvicina e gli punta addosso una pistola. Subito viene fermato e arrestato, ma il problema è che l’arma, una vecchia Luger, non avrebbe mai potuto sparare. Effettivamente quello che vuole l’uomo non è uccidere, ma attirare l’attenzione di tutti su un fatto: il vero nome di Resenzweig è Otto Piatek, e quell’uomo è il Macellaio di Zamosc, un famoso criminale nazista.
Inizia così Volevo solo averti accanto Once We Were Brothers — di Ronald H. Balson, un romanzo che negli Stati Uniti è stato un piccolo caso. Autopubblicato in formato ebook, è letteralmente esploso solo grazie al passaparola nella rete e le grandi case editrici se lo sono conteso a suon di dollari.
Torniamo alla vicenda narrata. L’uomo che ha puntato la pistola è Ben Solomon, un ebreo che è riuscito a salvarsi dalle persecuzioni naziste ed è emigrato in America. Sarebbe più o meno la stessa storia che racconta Rosenzweig — magnate delle assicurazioni, benefattore della città — che afferma di essere sopravvissuto ad Auschwitz, ma Solomon continua a dire che non è così, che lui è un nazista delle SS. Nessuno sembra volergli credere, nessuno tranne Catherine Lockhart, un giovane avvocato avviato a una radiosa carriera. E così Ben inizia a raccontare la storia sua e di Elliot (o forse sarebbe meglio dire Otto?), facendo rivivere al lettore la follia degli anni del nazismo. La storia scorre bene e non pochi saranno i problemi che Catherine e Ben si troveranno ad affrontare in una Chicago che fa fatica ad accettare quelle accuse. Ma è davvero così o dietro c’è qualche altra cosa? Possibile che quell’ottantenne illuminato, che fa donazioni anche ad associazioni ebraiche, sia un criminale di guerra?
Volevo solo averti accanto mette il dito in una piaga che forse non sarà mai sanata. Molti sono quelli che non hanno pagato (in Francia, Didier Daenickx con lo splendido A futura memoria si era fatto le stesse domande) e noi italiani dovremmo interrogarci su quante siano le camice nere che da un giorno all’altro sono diventate bianche. Chissà quante ricchezze, più o meno cospicue, sono il risultato della spoliazione degli ebrei. Già, chissà.

Ronald H. Balson: è un avvocato con la passione della scrittura. Volevo solo averti accanto è il suo primo romanzo .

:: Segnalazione: “Grandangolo – I Grandi Filosofi del Corriere della Sera”

5 febbraio 2014

3D_grandangoloLa collana di saggistica, Grandangolo, del Corriere della Sera è in edicola. A partire da martedì 11 Febbraio, e per tutti i martedì successivi fino al 7 Ottobre, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 35 volumi contenenti il cuore del pensiero Occidentale. Ogni volume, assolutamente inedito, (circa 160 pagine, brossura alettata 12,2cm  x 18,5cm, con introduzione curata da Armando Torno) sarà dedicato a un pensatore, filosofo, scienziato che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo e all’evoluzione del mondo come lo conosciamo: dai grandi padri della filosofia come Socrate, Platone e Aristotele, ai pensatori cristiani come Sant’ Agostino e San Tommaso, per poi passare a Cartesio, Galileo, Newton. Non mancheranno i padri della psicanalisi Jung e Freud, per arrivare poi a Hegel, Marx, Kirkegaard, Nietzsche e infine a Popper, Sartre e Einstein e molti altri. Un’ opera divulgativa insomma di grande respiro, completa e di facile consultazione, che ha coinvolto professori e filosofi contemporanei, capaci di trasmettere con linguaggio semplice e immediato il loro sapere alle nuove generazioni e a tutti coloro che per studio o curiosità si avvicinano anche per la prima volta alla filosofia. Ogni testo è composto da una parte biografica, da una parte monografica, in cui è trattato il cuore del pensiero dei vari filosofi, arricchito dalle citazioni più celebri. Ricca anche la parte grafica e bibliografica alla quale si aggiungono le recensioni di alcuni dei massimi pensatori contemporanei. La prima uscita dedicata a Platone sarà venduta al prezzo lancio di € 1,00 + il costo del quotidiano. Dal secondo volume in poi il costo sarà di €5,90 + il prezzo del quotidiano. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 206 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link: http://goo.gl/dxUMi4. Per chi preferisce il formato digitale,  i volumi saranno disponibili sui principali store e sull’app per iPad Biblioteca del Corriere ad un prezzo ancora più conveniente. Il primo ebook sarà venduto a partire da € 0,89; dalla seconda uscita in poi il prezzo sarà a partire da € 3,59.