Dio ride.
Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi.
Ci sono molti modi di raccontare una barzelletta. Tra i tanti, il ricorso allo stereotipo rappresenta la via più comoda, semplificando al massimo gli elementi per assicurare un effetto immediato, scevro da dubbi, non intralciato da complicazioni che facciano scemare il climax – e questo la storia del popolo ebraico lo sa bene.
Eppure, è proprio la via dello stereotipo quella che Ovadia sceglie per narrare, in un libro che è a metà tra saggio e raccolta di aneddoti, la storia culturale del popolo ebraico (specialmente di quello yiddish, la manifestazione tedesco-slava della diaspora ebraica). Eppure, è proprio la via dello stereotipo che gli permette di guardare a questa cultura dall’interno, riportando quei Witze (“storiella umoristica ebraica”) con cui l’ebraismo prende in giro se stesso e, quindi, il proprio Dio (o forse il contrario?). E così, dopo aver assistito a un pogrom, un ebreo può lamentarsi con il proprio Dio:
«D’accordo, d’accordo, è perché siamo il popolo eletto! Ma senti! Ogni tanto non potresti eleggere qualcun altro e lasciarci un po’ in pace?»
Una barzelletta può stigmatizzare, ma mille barzellette possono far traballare lo stereotipo. Basta entrare completamente nei cliché, anziché usarli per creare distanze, e poi, una volta all’interno, parlarne e parlarne finché la fragilità di quella semplicistica rappresentazione non si rivela, rivelando così anche cosa si nasconda al di sotto, da quale fatto reale si sia partiti per giungere alla generalizzazione.
Questo fa Ovadia, che vede nell’ironia di stampo ebraico un antidoto all’idolatria. Ogni rilettura è necessariamente parziale, e Ovadia non fa eccezione, Ovadia che sottolinea quel “necessariamente”, vedendo nella Torah la Verità da indagare, ma credendo anche che quella Verità non sia mai perfettamente raggiungibile, costringendo quindi a un continuo dibattito, un continuo confrontare le proprie soggettive verità – quel che si ritrova nel Talmud e si dovrebbe ritrovare, si auspica l’autore, in ogni comunità ebraica. In tal senso Ovadia è parziale, in quanto sprona – ebrei e non – a una fluidità di pensiero, riconoscendo nel popolo ebraico, con la sua diaspora, quel popolo che la storia ha posto in condizione di dover comprendere l’Altro, anziché stigmatizzarlo, essendo stato il popolo ebraico così spesso l’Altro d’Europa.
Il libro inizia, dopo un capitolo dedicato all’“umorismo divino”, proprio in Europa, in quella cultura yiddish che ha dato vita ai Witze che intervallano la narrazione dell’autore. Ci fa entrare nello shtetl, la “cittadina ebraica”, microcosmo di cui ci presenta le figure tipiche: dal rabbino al suo shammes (scaccino/sagrestano), dal sensale di matrimoni (shadkhen) al povero strutturale alla comunità (shnorrer).
Lo shtetl non sopravviverà alle guerre del ventesimo secolo, ma l’ironia sì. E così, Ovadia ci accompagna fino al penultimo respiro della cultura yiddish europea, in quella Germania in cui gli ebrei si erano ormai integrati – in quel peculiare modo, diviso tra due identità, ebraica e tedesca – e che, durante il nazismo, si rivolta loro contro. Senza remore, i Witze continuano a dissacrare ebrei e nazisti, ma Ovadia qui si ferma, a un passo dalla fine della Seconda Guerra, dando un limite a quell’ironia che limiti non ha:
Il witz ebraico dal canto suo non si sarebbe arreso neppure all’orrore ma raccontare quelle storielle è «privilegio» e prerogativa per cui non ho titoli.
L’ultima parte del libro tratta un ebraismo più noto della specificità dello shtetl, parlandoci di quella cultura americano-ebraica in cui inciampamo in film e telefilm. Si ha così l’entrata dell’ironia ebraica nella Goldene Medine, la “patria d’oro”, prima come povero popolo migrante e poi come cultura sempre più integrata, ma sempre inesorabilmente se stessa. E così, per quanto “americanizzata”, l’ebraicità si ri-manifesta nella figura della yiddishe mame, la madre yiddish iper-protettiva che, a suon di alimentazione iper-trofica e sensi di colpa, crea questi figli ebrei morbosamente attaccati a lei che la fiction tanto volentieri restituisce.
Dagli Stati Uniti si passa all’altra parte della cortina, l’URSS, in cui la paradossale doppia condizione dell’ebreo prende ennesima forma: da una parte, l’ingerente apporto (nonché fiducia) che molti ebrei hanno dato al regime; dall’altra, il loro continuare a essere l’Altro.
Se questa dualità deriva dalla diaspora, come Ovadia dice, allora l’arrivo a Israele nel ventesimo secolo (ultimo capitolo) dovrebbe finalmente risolvere il problema. Ma, per Ovadia, tale condizione d’esule perenne è un problema sacro, in quanto impedisce all’ebreo di stigmatizzare, da minoranza, altre minoranze. La staticità geografica nasconde in seno il pericolo di una staticità mentale, e quindi di un ristagno intellettuale, spirituale, umano.
Per questo, forse, la necessità de L’ebreo che ride: per ricordare – a ebrei e non – le insidie di una vita fondata su certezze e assoluti.
Moni Ovadia nasce in Bulgaria nel 1946 per poi trasferirsi, giovanissimo, a Milano, dove si laurea in Scienze Politiche. Attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante, ha pubblicato diversi libri, tra cui Contro l’idolatria e Lavoratori di tutto il mondo, ridete.
“Racconta, mi ha detto, se lo farai nessuno di noi sarà morto invano. Io non so se un racconto abbia questo potere e se le parole conservino la loro forza, dopo che sono state scritte e lette”.
Traduzione dal bulgaro di Sibylle Kirchbach
Anch’io avevo sparato, in Italia, nella mia esistenza precedente. Ma era qui che si era svolta una guerra vera, durata quattordici anni. Una guerra atroce, che aveva fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare. Desolazione, rancore e morti a grappoli, a ondate.
La sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot è stato pubblicato nel settembre 2013 dalla Todaro Editore di Lugano. È un giallo storico ambientato nel 1500, alla corte di Giulio II, Papa imperioso il quale ha voluto in Vaticano l’esercito delle guardie svizzere, che hanno fatto il loro ingresso ufficiale il 22 gennaio del 1506, capitanate da Kaspar von Silenen.
Il period drama, o english country drama che si voglia chiamarlo, cioè lo sceneggiato televisivo in costume, diciamo non è più lo stesso dopo Downton Abbey. C’è poco da fare, che amiate o meno la serie, che seguiate o meno le vicende dei conti di Grantham, dei Crowley e della loro servitù, che apprezziate o meno le ricostruzioni storiche dell’epoca edoardiana, epoca in cui lo sceneggiato prende l’inizio per poi proiettarsi negli anni Venti e Trenta, e finché la fantasia e le forze creative di Julian Fellowes gli consentiranno (che voglia arrivare agli anni 2000?), qualcosa è cambiato, e già se ne avevano le avvisaglie guardando Gosford Park, appunto sceneggiato da Fellowes nel 2001, per cui vinse un Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Julian Fellowes, nato al Cairo nel 1949, non è esattamente un progressista, né un radicale, è anzi un Conservative member della House of Lords, tuttavia è riuscito a fare qualcosa di davvero progressista, e radicale, se non addirittura rivoluzionario, fotografare una società, quella inglese dei primi del Novecento, dando voce a coloro che nel bene e nel male si impegnarono a cambiare un mondo apparentemente statico e immodificabile. Molti personaggi dello sceneggiato di Fellowes sono tesi in questa impresa. Rivoluzionaria? Bè forse sì, una rivoluzione appunto silenziosa, soft, ma come appunto la goccia scava la roccia, inevitabile e definitiva. Già leggendo i suoi romanzi (Snob e
In libreria dal 12 febbraio il secondo titolo della collana Poesia
Ciao Alice benvenuta a Liberi di scrivere, dal 2008 lavori come editor alla casa editrice Fazi e hai dato vita a Le Meraviglie, una collana dedicata in modo esclusivo alla narrativa umoristica, a guide insolite e curiose e a tutto ciò che più ti piace, poi nel 2013 hai pubblicato Publisher questo insolito ritratto biografico di Elido Fazi, tuo marito ed editore.
Alla fine dello show viene annunciato che il suo libro A Magician Among the Spirits sarà in vendita nell’atrio e che Houdini firmerà gli autografi.
Per chi pensa che la terza età sia un grigio periodo esistenziale piatto e senza eventi c’è un simpatico romanzo che smentisce questo stereotipo sociale. Il libro in questione, edito dalla nottetempo, è Onda lunga di Elena Gianini Belotti ed ha per protagonista Valeria Ferrari. La donna, 79 anni, pensionata senza figli, trascorre le sue giornate in compagnia delle amiche, vivendo curiose avventure in un presente contemporaneo, un po’ troppo caotico e strampalato nel quale il verificarsi di problemi e intralci è l’imperativo quotidiano. La protagonista ha lavorato per quarant’anni alla Biblioteca Nazionale di Roma, ma dal momento della pensione passa il suo tempo a confrontarsi con la realtà quotidiana attraverso avventure tragicomiche che sì fanno sorridere, però allo stesso tempo permettono a lei e a noi lettori di scoprire gli usi e i costumi degli adulti e adolescenti contemporanei. Segni di questa nuova consapevolezza sono le incursioni in un campo rom, dove l’impavida Valeria, grazie ad un simpatico e volontario scambio di persona, si reca più volte per insegnare ai ragazzini a leggere e scrivere scoprendo con rammarico, quanto siano ancora sviluppati i pregiudizi e i timori della società comune nei loro confronti. Altre realtà che lasciano perplessa la protagonista sono la presa di coonsapevolezza che gli adolescenti del presente e lo studio della grammatica vivano su due pianeti lontani tra loro anni luce, così com’è quasi del tutto assente nei ragazzi di oggi l’interesse verso i libri ritenuti Classici della letteratura. Poi, accanto a tali questioni social-culturali si innestano problematiche più delicate che evidenziano come le incomprensioni tra adolescenti possano scatenare forme di autolesionismo grave. Le protagoniste di Onda lunga saranno pure anziane, ma le situazioni delle quali si trovano al centro dell’azione suscitano in chi legge simpatia per queste eroine della terza età. Allo stesso tempo Elena Gianini Belotti, grazie alla sua Valeria Ferrari, ci racconta di un mondo visto attraverso gli occhi di una ottantenne che facendo un confronto tra il presente e il passato si rende conto di quanto la società contemporanea sia diversa da quella di un tempo e di come nell’oggi siano venuti a mancare tutta un serie di certezze e punti di riferimento che da sempre secondo lei e le sue amiche sostenevano lo sviluppo del divenire umano. Quando Valeria e Co. erano adolescenti non c’erano i computer, i cellulari e le super tecnologie che tolgono spazio alla comunicazione faccia a faccia tra gli individui. Nel passato della protagonista c’è stato un formarsi di relazioni umane e di esperienze fatte a contatto diretto con le persone. Nonostante tutto, la pimpante ex-lavoratrice in pensione non si richiude a riccio nel suo mondo privato, anzi reagisce dimostrando una vitalità e voglia di vivere libera dall’età anagrafica, trovandosi per questo in situazioni che come un maremoto manterranno attiva la sua vita. La Belotti, già autrice di Dalla parte delle bambine, pubblicato con Feltrinelli nel 1973, in questo suo ultimo lavoro compie, da una parte un’acuta riflessione sulla terza età e su come essa possa dimostrarsi una fase esistenziale ricca di sorprese e, dall’altra, grazie ad un delicata e rispettosa ironia, la scrittrice riflette sulla società contemporanea così avanti del punto di vista tecnologico, ma spinta all’omologazione e incapace di superare i pregiudizi e di accettare le persone per quello che sono.
Emilia Bersabea Cirillo, autrice di racconti e romanzi che sembrano dedicati ai suoi protagonisti, per la passione con cui li descrive, ma soprattutto alla sua terra, per il calore con cui ne narra, risponde volentieri alle nostre domande sulla sua scrittura ma anche sul suo essere scrittrice nella sua Terra, l’Irpinia.
Secondo voi un uomo può perdere la testa per un animale abbandonato? Sembra assurdo, ma è possibile e l’amore sentito è quel sentimento passionale che travolge il Cardo – sgangherato e simpatico personaggio nato dalla penna di Massimo Tallone – che per amore decide di rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro. Cardo è così travolto dai sui nuovi sentimenti da non voler rivelare a nessuno quello che sta vivendo. I suoi amici della bocciofila notano in lui dei cambiamenti troppo evidenti per passare inosservati, tanto che Angela, l’amica amante del Cardo, comincia a provare un gelosia sospettosa. Ma chi è Cardo? Il Cardo è un clochard piemontese – come il luogo di ambientazione delle sue avventure- con l’estro della pittura e sarà proprio grazie alla sua capacità di realizzare perfetti trompe l’oeil e all’invito di Rombo, che il protagonista de L’amaro dell’immortalità si troverà a lavorare a Monforte, in un’antica villa circondata da vigneti. Il modo in cui Tallone descrive il vecchio palazzo e l’atmosfera che lo permea mette la giusta curiosità nel lettore spingendolo a girare pagina per capire cosa caspiterina accadrà al protagonista. La suspense aumenta in parallelo al manifestarsi di una serie di doppi sensi di situazioni e di parole che circolano tra il Cardo e il suo committente – uno strano e misterioso commendatore bloccato a letto da un terribile malattia- fino a quando l’uomo che ha assoldato il primo attore della narrazione si convince che Cardo sia l’unico conoscitore e possessore della ricetta di un antico elisir di lunga vita. Lo scanzonato clochard non ha la più pallida idea di cosa sia la pozione magica, visto che lui si accontenta solo di buon vino, ma per uscire dai guai decide di assecondare i suoi aguzzini senza rendersi conto che tale scelta gli complicherà parecchio la sopravvivenza. Cardo sarà scortato da Rombo nei meandri di un antico convento nel quale le vicende del presente e gli eventi del passato si mescoleranno mettendo a dura prova la resistenza psicologica e fisica del personaggio creato da Tallone. L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo è la nuova avventura con protagonista il simpatico Cardo pronto a mettersi in gioco per amore, Ribò, il compagno fidato dei romanzi precedenti, in questo libro è solo evocato dal protagonista nei suoi ricordi. Cardo è una persona che vive alla giornata, senza una stabilità economica, ma questo non gli impedisce di avere degli amici, qualcuno da amare e allo stesso tempo di sperimentare rocambolesche avventure che gli lasciano, ogni volta, indelebili ricordi e anche dei segni. Tanti sono i personaggi comprimari che ruotano attorno a Cardo e, non a caso, fondamentali sono gli amici della bocciofila che rappresentano per lui una famiglia da preservare e amare, anche se a volte non ha il coraggio di confidare loro tutto quello che gli capita o che gli passa per la testa, compreso il sentimento d’amore per l’asinella Nella. Cardo è sincero, spontaneo, è un uomo spesso concentrato a riflettere sul mondo e sulla strana, direi grottesca, umanità che lo abita. Il personaggio nato dall’estro di Massimo Tallone è simpatico, magari a volte si esprimersi senza seguire le tipiche regole del galateo, ma credo che il suo modo di pensare, di riflettere, di osservare la realtà circostante lo renda un esperto esploratore del mondo e dell’io umano. È vero, Cardo non consocerà i personaggi illustri che gli cita il commendatore e altri luminari della scienza, ma le sue maniere di agire, fare e pensare mi permettono di associarlo ad un vero e proprio filosofo, in questo caso di strada, che da ogni esperienza vissuta impara a conoscere il senso della vita.
























