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:: Rosa Candida, Audur Ava Ólafsdóttir, (Einaudi, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2014

978880621013MEDAd un certo punto della lettura di Rosa Candida, il romanzo dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir, mi sono chiesta se fosse una favola. Forse questo libro ha un che di favolistico, ma l’autrice riflette su quanto possano essere importanti per il corso del destino le scelte che compiamo nella nostra vita. Protagonista del romanzo edito dalla Einaudi è il ventiduenne Lobbi che ha lasciato la sua terra d’origine in direzione  del’Europa del Nord dove ha accettato di lavorare in un monastero come giardiniere, accudendo le specie molto rare di rose che lì crescono. L’arte del culto e della coltura floreale il protagonista l’ha ereditata dalla madre,  morta in un drammatico incidente d’auto. Lobbi parte alla ricerca si sé lasciandosi alle spalle l’anziano padre Thoir, intento a riprodurre le ricette ereditate dalla moglie, e Josefun fratello gemello autistico con il pallino dell’ordine. In realtà non c’è solo questa famiglia d’origine, perchè il giovane partendo abbandona anche il frutto di una fugace notte d’amore passata con Anna: la piccola di sette mesi chiamata Flóra Sòl. Lobbi parte, nessuno riesce a fargli cambiare idea, e con sé prende alcune piantine di Rosa candida, una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre. In un primo momento pensavo che il protagonista avesse deciso di scappare da alcuni imprevisti che il destino gli aveva riservato, ma procedendo nella lettura mi sono resa conto che Lobbi inizia un viaggio per trovare il senso della sua esistenza. Ad aiutarlo nel tortuoso cammino di scoperta di sé in una prima fase ci penserà padre Thomas, un monaco con la passione sfrenata per il cinema, il quale sosterrà il ragazzo con parole, ma soprattutto con una efficace terapia a base di film. Poi, sarà l’arrivo quasi inaspettato di Anna, ma soprattutto quello della piccola Flóra Sòl, identica a lui che ne è il padre, che stravolgerà l’animo e il cuore di Lobbi facendogli capire cosa vuole davvero: una famiglia tutta sua. Rosa candida è un romanzo di formazione dove all’inizio si ha la netta sensazione che il protagonista non abbia la minima idea di cosa fare della propria vita. Le atmosfere di questo percorso umano sembrano fatate e appartenenti ad una dimensione fuori dalla realtà, ma grazie ad un linguaggio delicato la Ólafsdóttir ci accompagna con garbo dentro alla vita di un giovane padre. La partenza di Lobbi verso un luogo del tutto sconosciuto, il lungo e complicato viaggio per arrivare alla meta e il lavoro, cominciano a insidiarsi in ogni fibra dell’animo di Lobbi. Anna, la madre della piccola Flóra Sòl, inizia a diventare per il nostro protagonista un qualcosa di più che la ragazza semisconosciuta di un rapido incontro d’amore. La convivenza li porterà ad essere vicini e a conoscersi meglio, tanto che ad un certo punto sembra che nella coppia possa scoppiare la vera scintilla. A dire il vero però, ciò che determinerà in Lobbi la presa di coscienza di quanto sia importante assumersi le proprie responsabilità saranno due forme di amore che lui mette in atto: il prendersi cura con passione costante delle delicate piantine di Rosa Candida e primo su tutti, l’amore incondizionato nell’accudire la figlia  Flóra Sòl, perché è solo grazie a questo frugoletto dai capelli rossi che Lobbi riuscirà a scovare il proprio – anzi il loro – posto nel mondo. Traduzione di Stefano Rosatti.

Audur Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavik nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Rosa candida, tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti, di cui Paolo Giordano ha scritto: «Rosa candida ubbidisce al tempo sospeso delle fiabe come se fosse stato scritto da un’eremita riparata per anni in un fiordo, senza radio, giornali o televisione: una bella boccata di ossigeno». Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito La donna è un’isola.

:: Le ossa della principessa, Alessia Gazzola, (Longanesi, 2014)

2 febbraio 2014

ossa_della_principessaDopo L’Allieva, Un segreto non è per sempre, e Sindrome da cuore appeso (prequel della serie) torna il personaggio di Alice Allevi, creato dalla simpatica autrice messinese Alessia Gazzola, in Le ossa della principessa, sempre edito da Longanesi, come i precedenti romanzi. Passano gli anni, Alessia nel frattempo è diventata mamma della piccola Eloisa, e anche il personaggio di Alice Allevi è cresciuto, si è arricchito di sfaccettature, esperienza e delusioni, pur non perdendo le connotazioni buffe e divertenti che l’hanno fatto emergere nel panorama giallo italiano.
La mia ipotizzata virata verso il medical thriller, con connotazioni più forti e drammatiche, non c’è stata, la Gazzola resta fedele al suo schema iniziale che unisce una piacevole  indagine gialla, (niente accenni macabri, derive pulp, per intenderci),  agli ingredienti tipici del romanzo rosa, venato di umorismo e vera e propria comicità. Alice Allevi è sempre sbadata, pasticciona, incapace di avvicinarsi ad un oggetto fragile senza mandarlo in mille pezzi, sempre innamorata sia di Arthur che di Claudio Conforti, (non spoilero promesso, ma in questo romanzo Alice compirà delle scelte definitive, e a meno che la Gazzola non introduca un nuovo personaggio maschile più tranquillo e posato, ma altrettanto affascinante, capace di darle una nuova serenità sentimentale. Daniel Sahar sarebbe stato un buon candidato, se non fosse…) Ma basta cercare marito alla povera Alice Allevi e analizziamo un po’ la trama puramente gialla.
Allora al centro de Le ossa della principessa ci sono due casi paralleli: una sparizione e un cold case. A sparire è niente meno che l’odiosa Ambra Negri della Valle, collega, nemica e rivale di Alice, della quale verremo a scoprire un lato più tormentato e umano, che di punto in bianco scompare da Roma, gettando nella disperazione la madre Isabella, un irriconoscibile Claudio Conforti, macerato dai sensi di colpa, e la stessa Alice che con sua somma sorpresa prova sentimenti ambivalenti nei riguardi di una ragazza fino a quel momento platealmente odiata. Il cold case invece è legato al ritrovamento in un campo delle ossa di un’archeologa morta alcuni anni prima, con accanto una coroncina di plastica da principessa delle favole, indizio messo apposta forse per sviare le indagini, e una moneta da due euro, quasi un obolo per Caronte, (nella religione greca e romana, l’obolo era appunto necessario per pagare il viaggio al traghettatore dell’Ade) segno forse d’affetto di chi comunque non si è preoccupato di dare degna sepoltura alla sfortunata ragazza.
Affiancati dall’Istituto di medicina legale, Calligaris, (il poliziotto alla Maigret, nostra vecchia conoscenza), e Alice porteranno avanti le indagini scoprendo collegamenti inaspettati, (Ambra e l’archeologa uccisa erano amiche e compagne di scuola), che avvalorano così il sospetto che i due casi possano essere legati e che anche Ambra possa essere morta. Il tutto porterà l’improbabile coppia di investigatori a vagliare ipotesi, seguire piste, interrogare presunti testimoni, ma naturalmente c’è qualcuno che mente, c’è qualcuno che ha qualcosa da nascondere e sarà proprio Alice, sempre più pasticciona, ad avere l’intuizione risolutiva, perché sarà anche imbranata e sentimentalmente scombinata, ma l’intuito investigativo non le manca e la porta ad anticipare lo stesso Calligaris, fiero della sua giovane allieva, forse più portata a fare il poliziotto che il medico legale.
Dunque la trama è semplice, con leggerezza e  agilità la Gazzola la dipana, giocando su una sorta di doppio,  Alice e Viviana (l’archeologa uccisa) si somigliano e più l’una conosce l’altra attraverso la lettura delle sue mail, e dei suoi diari, e più l’immedesimazione sembra sconcertare la stessa protagonista. Le difficoltà lavorative, le storie sentimentali complicate, il rapporto mentore allieva, tutto si sovrappone in un incalzante gioco delle parti. Chi sarà l’assassino dell’archeologa? Che fine avrà fatto Ambra? Sarà coinvolto Claudio Conforti nella sua sparizione? Come in ogni giallo che si rispetti il lettore si trova a porsi le stesse domande dei personaggi.
In più una spruzzata d’avventura. L’Oriente, gli scavi archeologi in Palestina e Israele, la scoperta dello scheletro di una antica principessa, la difficile situazione socio-politica, (che la Gazzola fa emergere dai dialoghi dei personaggi) le aspirazioni di una ragazza determinata, competente, e innamorata, che si scontrano con le competizioni del mondo accademico. Viviana ne esce un bel personaggio, non la solita vittima che sbiadisce sullo sfondo, la Gazzola la fa rivivere in pagine che frammentano la narrazione in prima persona di Alice.
Chiude il romanzo il più classico cliffhanger. La narrazione si interrompe con l’ incipit del prossimo romanzo della serie: l’annuncio di un delitto a teatro, lo stesso teatro in cui Cordelia e la sua compagnia fanno le prove ogni giorno, quindi in un modo o nell’altro Arthur tornerà a fare capolino. Non temete. Fascetta niente meno che di Jeffery Deaver, il padre di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs: «Un talento incredibile. Un thriller che ti conquista fin dalla prima pagina… Grande tensione psicologica e un ritmo travolgente. Vi terrà svegli tutta la notte.»

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982. Medico chirurgo, dal 2007 si sta specializzando in Medicina legale. Ha scritto il suo primo racconto all’età di cinque anni e da quel momento non ha più smesso di scrivere, ma L’allieva è il primo suo romanzo a essere letto da qualcuno che non sia la madre. Vive e lavora a Messina con il marito.

:: La figlia del boia, Oliver Pötzsch, (Beat, 2012) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2014

la_figlia_del_boia_1Tra i generi che vanno di più al momento c’è il giallo storico, con come ambientazioni predilette il Medio Evo o la Londra vittoriana, l’epoca in cui nacque il giallo come genere letterario, ma che ogni tanto può spaziare su altri momenti e luoghi, a raccontare storie lontane nel tempo ma con motivazioni alla fine non dissimili da quelle che muovono gli animi degli esseri umani oggi.
Tra i tanti titoli che sono usciti spicca, per l’epoca non tanto praticata, La figlia del boia di Oliver Pötzsch, prima di una serie di storie ambientate nella Germania del Seicento, dopo la conclusione della guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa, facendo nascere gli Stati nazionali moderni e dando un primo colpo ad un fondamentalismo religioso ancora presente, e che aveva ispirato le guerre di religione e la caccia alle streghe.
Il protagonista e investigatore di questa storia è Jacob Kuisl, il boia della cittadina di Schongau, all’epoca di una certa importanza, un uomo che per autorità della legge deve infliggere tormenti e morte, ma capace di umanità e diviso verso quella modernità che pian piano, almeno qui in Europa, renderà obsoleto il suo lavoro. Jacob non crede alla colpevolezza della levatrice Martha, detentrice di un sapere al femminile che la pone ancora in odore di stregoneria e sospettata della morte di alcuni bambini, e decide di aiutarla a dimostrare la sua innocenza, anche perché a lei deve la vita di sua moglie e dei suoi figli, come praticamente tutti gli uomini della cittadina.
Jakob, non un sanguinario assassino e nemmeno un freddo esecutore come saranno i boia in epoche più vicine a noi, è un uomo di scienza aperto alle possibilità della modernità, e sarà affiancato, nella sua ricerca della verità, dal giovane medico Simon Fronwieser, che cerca di portare una concezione più moderna e scientifica della medicina, e dalla figlia Magdalena, una femminista ante litteram che non accetta il ruolo preordinato di figlia di un boia, che comporta compiti e limitazioni e un destino praticamente deciso.
La figlia del boia è un thriller storico pieno di colpi di scena e di false piste, che rappresenta in pieno l’ingresso nella modernità di un’epoca in cui si crede ancora alle streghe, ma in cui in realtà i delitti sono commessi per motivazioni molto più terra terra e moderne, cambiando pochi elementi potrebbe essere una storia di speculazione edilizia di oggi.
Il mondo descritto da Oliver Pötzsch, discendente dalla famiglia dei boia di Schongau, è lontano da noi ma a tratti vicino, e rispecchia ancora una volta come il compito della narrativa gialla, storica o meno, sia di portare alla ricerca di una verità ma anche di far riflettere sulle contraddizioni e isterie di una società. O almeno, questo dovrebbe succedere nella buona letteratura gialla, e La figlia del boia lo è. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.

Oliver Pötzsch è nato nel 1970 e vive a Monaco di Baviera con la sua famiglia. Ha lavorato a lungo come sceneggiatore per la televisione tedesca ed è un discendente dei Kuisl, la dinastia di boia a cui appartiene anche il protagonista del suo romanzo, realmente esistita e che ha svolto il mestiere per 300 anni.

:: Storia di una professoressa, Vauro Senesi, (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2014

professoressaGli insegnanti oggi nel nostro Paese vengono spesso accusati di essere la causa di tutti i mali, disprezzati, precarizzati sotto la scure dei tagli: per questo motivo il libro Storia di una professoressa, di Vauro Senesi, più noto come vignettista ma da qualche tempo anche scrittore, merita una lettura, per capire l’importanza di una figura fondamentale.
L’eroina di questa vicenda, raccontata come un romanzo ma reale, è Ester, una professoressa, che incontriamo nel prologo quando non più giovanissima si indigna per il menefreghismo di un ragazzo durante la proiezione di un documentario sulla Shoah, e poi scopriamo a ritroso, dall’infanzia come scolara dalle Orsoline negli anni Sessanta alla giovinezza tra amore e impegno sociale con il prete di borgata don Carlo, dal matrimonio con Giovanni, il grande amore della sua vita, alla sua carriera come insegnante, dalla sua maternità per un bambino adottato difficile fino ad oggi ed oltre.
Mentre Ester cresce, si appassiona e prova a cambiare il mondo, sullo sfondo scorrono gli ultimi cinquant’anni della Storia del nostro Paese, la contestazione degli anni Sessanta, Piazza Fontana, le rivendicazioni sociali e sindacali degli anni Settanta, non ultime quelle sull’istruzione ispirate da don Milani, il femmnismo, gli anni di piombo, l’edonismo anni Ottanta, l’ultimo ventennio con i tagli alla scuola.
Ester è un personaggio che non si dimentica, figlia di un’epoca in cui le istituzioni, scuola e famiglia, ti opprimevano, ma dove si potevano avere sogni e aspirazioni, si poteva credere in un mondo migliore, si poteva provare a fare qualcosa e tutto questo non era visto come qualcosa da poveri illusi come capita oggi. Un’eroina moderna questa di Vauro, che sceglie un lavoro nel sociale, occupandosi dei più giovani fin da ragazza nel doposcuola di don Carlo, e che vive la sua vita tra gioie e dolori, tra la sua storia, comunque esemplare, e la grande Storia.
Storia di una professoressa è un libro che toccherà e magari commuoverà chi ha vissuto in quegli anni, cercando di non dimenticare quei valori malgrado tutto quello che c’è stato dopo o forse anche per reazione, ma è una storia che dovrebbe leggere anche chi non era ancora nato o era troppo giovane per vivere quell’epoca da protagonista come Ester.
E se non altro, Storia di una professoressa può aiutare a far capire quanto sono importanti gli insegnanti, soprattutto quando vanno oltre la cosa, peraltro legittima, di doversi guadagnare lo stipendio, e trasmettono cultura e qualcosa di più ai ragazzini che hanno di fronte. Come fa Ester per tutta la sua vita, e come hanno fatto e continuano a fare tanti altri e altre.

Vauro Senesi è nato a Pistoia nel 1955. Disegnatore e autore satirico, giornalista, scrittore, collabora stabilmente con Il Fatto Quotidiano e con la trasmissione televisiva Servizio Pubblico. Con Piemme ha pubblicato con successo Kualid che non riusciva a sognare (Premio Città di Cuneo), Il mago del vento, La scatola dei calzini perduti (Premio selezione Bancarella 2010), Farabutto, Sciacalli, Il respiro del cane e Storia di una professoressa.

:: La verità sul caso Harry Quebert, Joel Dicker, (Bompiani, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 gennaio 2014

4527328_0 Lo ammetto. Quando, diversi mesi fa, le librerie si sono riempite del romanzo ‘La verità sul caso Harry Quebert’ di Joel Dicker pubblicato da Bompiani e pubblicizzato persino nei metrò come un libro mozzafiato da cui era impossibile staccarsi, ho avuto alcune perplessità. Diversi amici e colleghi me ne parlarono benissimo ma… in realtà non erano giallisti e il marchio editoriale non mi pareva specializzato. Perciò qualche legittima riserva l’avevo, e anche il sospetto che si trattasse di qualche polpettone pseudointellettuale appena tinto di giallo. Il prezzo poi non era trai più invitanti (benché a dire il vero si tratti di 700 pagine di romanzo). Però lui restava sempre lì, a occhieggiare nelle librerie come a sfidarmi. Sono passati diversi mesi e l’ho trovato in una edizione praticamente identica all’originale in un club del libro a un prezzo più che conveniente. E allora, ho detto, accettiamo la sfida. E qui devo ammettere di dovermi ricredere su tutto. ‘La verità sul caso Harry Quebert’ non solo è un ‘page-turner’ che mi sono divorato in meno di una settimana, ma riesce nell’intento che sfugge alla maggior parte dei romanzi di questi tempi. Essere un thriller impeccabile con una continua evoluzione dei fatti sino a una conclusione inaspettata e al tempo stesso essere un grande romanzo che ci parla anche di altro. Nella fattispecie di argomenti a me cari. La scrittura, l’essenza di ciò che significa essere uomini e romanzieri, la boxe, l’amicizia, l’amore, la vita insomma senza che tutto questo appesantisca la vicenda con divagazioni inutilmente intellettualoidi.
Il fil rouge della vicenda è tutto sommato semplice e non nuovissimo, ma, come spesso dicevamo, non è il cosa ma il come si racconta una vicenda che fa la differenza. Tutto ruota intorno all’omicidio di una quindicenne, Nola, assassinata nel 1975 in un paesino della costa orientale americana, non lontanissimo da New York. Il corpo, ritrovato casualmente solo nel 2008, rivela però una serie di sconcertanti rivelazioni. Accanto al cadavere in una busta c’è l’originale di un manoscritto di un celebre scrittore, Harry Quebert, proprietario della tenuta. Persino la dedica affettuosa alla ragazza sembra una prova contro l’uomo che ormai ultrasessantenne viene incriminato. Non solo è accusato di aver ucciso la ragazza, ma appare evidente che con lei aveva una relazione chiaramente proibita considerata la differenza d’età, e a quel punto tocca a Marcus Goldman, giovane scrittore di talento in crisi di fronte alla consegna del secondo libro, allievo di Harry, amico, compagno di allenamenti pugilistici universitari che, più dell’agone sono parafrasi della vita, battersi per scagionare l’amico e mentore. E al tempo stesso scrivere quel libro che l’editore lo pressa per consegnare sfuggendo alla tentazione di trasformarlo in una storia torbida di facile vendibilità ma avvilente sotto il profilo umano. Da qui emergono, con un abile incastro di sovrapposizioni temporali condotte però in maniera chiara e mai confusa, i segreti della cittadina di Aurora. Insomma una sorta di ‘Twin Peaks’ che incontra ‘Peyton Place’. Ma tutto è veramente congeniato al millimetro, ogni capitolo (che segue un’inversa numerazioni di regole sulla scrittura che il professor Harry ha lasciato al giovane studente Marcus) introduce colpi di scena, capovolgimenti di fronte, nuove rivelazioni che portano il mistero con intelligenza sino all’ultima pagina, parallelamente la vicenda umana dei personaggi primi tra tutti Marcus e Harry, sempre in bilico tra genio e velleità. Scrivere, come boxare, richiede sincerità, passione, capacità di superare quell’istintiva tentazione di mistificare se stessi che, come accade al giovane Marcus, spingono a diffondere di sé l’immagine di ‘Formidabile’ vaso di ferro tra vasi di coccio. Come la boxe occorre sapersi mettere in gioco davvero, magari perdere. Una lettura consigliata a chi ama i gialli, ma anche semplicemente i romanzi di formazione, le storie che parlano di umanità e quelle che a dispetto di ogni moda editoriale, schivano la tendenza del momento. Perché anche questa è una delle trappole dell’editoria. È anche curioso che una storia che ha vaghissime ma innegabili echi fitzgeraldiane e, alla fine racconti ‘il grande romanzo americano’, sia narrata da uno scrittore svizzero e venga dalla Francia. Ma questo è solo uno dei tanti tasselli che rendono così avvincente la lettura.

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Les derniers jours de nos pères, ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012, ed è in corso di traduzione in oltre 25 paesi.

:: Un’ intervista con Enrico Astolfi

29 gennaio 2014

1186149_1424848757731572_575811040_nCiao Enrico, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Parlaci di te, racconta ai nostri lettori qualcosa della tua vita, dei tuoi studi, dei tuoi hobby, della tua passione per la lettura.

Prima di tutto vorrei ringraziare Liberi di scrivere per l’intervista, è la prima e non nascondo di essere emozionato. Parlando di me. Mi sono laureato come tecnico della comunicazione audiovisiva e multimediale presso l’Università di lettere di Ferrara, per poi arrangiarmi lavorando come fattorino, operaio, lavapiatti, facchino ed in produzioni cinematografiche sia come runner che aiuto attrezzista per la scenografia. Dal 2008 al 15 Gennaio 2014 ho prestato servizio in una cooperativa come operatore sociale in un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Ora sono un neo-disoccupato.
Nel tempo libero, gioco a calcio, alleno i portieri di una fortissima squadra di calcetto composta da bambini provenienti da campi rom o occupazioni, e quelli dell’Atletico San Lorenzo, compagine militante in terza categoria, società totalmente finanziata dalle varie realtà del quartiere e dai propri soci. Sono un appassionato degli sport da combattimento, mi alleno nelle MMA.
Leggo parecchio. Non ho un genere preferito anche se ho un debole per la letteratura latino-americana, per autori come Osvaldo Soriano, Mario Benedetti, Julio Cortazar,Galeano, Bolano e molti altri. Diciamo che passo molto tempo immerso nelle storie altrui.

Pensavi da giovanissimo che avresti potuto fare della scrittura una professione? E’ questa la tua attuale aspirazione? Pensi che in Italia, nell’attuale congiuntura economica, un giovane possa guadagnarsi da vivere tramite la scrittura?

Da giovanissimo speravo di giocare nella Spal in serie A.
Da grande ho sempre lavorato in altri settori, non ho mai guadagnato molto con la scrittura.  Sinceramente, anche adesso, non riesco a concepirla come unica attività della mia vita. Certo mi piacerebbe riuscire a mantenermi con i romanzi e le sceneggiature, ma, sinceramente, rimane un sogno, un’illusione, forse un miraggio, come quello di difendere la porta della mia squadra del cuore nella massima divisione italiana.

Casilina Ultima fermata è il tuo quarto romanzo. Sei già l’autore di Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo (con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo (con Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara). Come è nato questo romanzo?

Considero Casilina Ultima fermata il mio romanzo d’esordio.
Palude è una raccolta di racconti,  Eri tutto lungo e La ballata del Tocororo sono lavori che ho condiviso con altre persone.
Casilina Ultima fermata è nato dall’esigenza di raccontare una storia che ho raccolto per il quartiere, al Pigneto. Sono partito da un aneddoto e su quello ho costruito l’apparato narrativo che regge il romanzo. C’è molta realtà in quello che descrivo, personaggi, situazioni, colori, ho voluto rendere visibile una Roma che non è la solita Roma patinata da cartolina. Questa città ha seri problemi, nel libro se ne parla, ma non sono io, scrittore demiurgo, a proporre soluzioni, a dettar condizioni, a professare, ho lasciato spazio, campo libero, ai personaggi stessi, sono loro che si esprimono, che vivono, che combattono contro il degrado, che spacciano, che ammazzano o amano. Il romanzo, quindi, nasce dall’idea di raccontare un anfratto di questa megalopoli, ma con l’idea che siano sempre i protagonisti della storia a farlo, non io.
Se venite da queste parti, sono sicuro che riconoscerete quel vasto assortimento umano che popola le pagine del romanzo. Ritroverete i personaggi, forse in una battuta, in un gesto, in un lamento o in un’immagine. Questo poi dipenderà da voi.

Originariamente si doveva intitolare Occhi, poi avete scelto Casilina Ultima Fermata. Un omaggio a Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr?

Il titolo Occhi piaceva solo a me. Mi son battuto per mantenerlo, ma ho perso. Dalla Ponte Sisto mi han detto che avrebbero preferito qualcosa di più cupo, legato al territorio, che fosse più funzionale e legato al genere.
Adesso posso dire che la scelta di Casilina Ultima fermata sia stata assolutamente vincente perchè,  il richiamo alla via consolare crea aspettative, c’è curiosità, senso d’appartenenza.
Ultima fermata a Brooklyn di  Hubert Selby Jr è un libro molto bello, ma non posso dire che il titolo venga dall’intenzione di omaggiare lo scrittore statunitense.

Edito da pochi mesi da un piccolo editore romano la Ponte Sisto, che comunque ha in catalogo autori come Vincenzo Ostuni, Casilina Ultima fermata ti ha dato comunque molte soddisfazioni. E’ già in ristampa. Un piccolo successo per un autore ai suoi esordi. Una piccola rivincita su quelli che ti dicevano scrivi opere più commerciali?

In due mesi abbiamo venduto più di seicento copie e, a detta di tutti, pare che sia un ottimo risultato per un esordiente. Inoltre mi sembra che l’ingranaggio stia ancora girando e che il libro continui a destare interesse quindi, spero vivamente, che continui ad essere letto. Certo, sono molto soddisfatto. Sono felice che la storia che ho raccontato stia piacendo, a volte mi arrivano messaggi di amici insonni che mi maledicono perchè non riescono a staccarsi dalle pagine. Per me è questa la gratificazione maggiore. Da un senso a quello che ho fatto ed è uno stimolo per continuare.
Per questo motivo non vivo questo momento come una rivincita, perchè sto scrivendo altro, perchè il mio stile, la mia voglia di raccontare prescinde da indicazioni esterne, dalla rigidità di un genere o di un pubblico. Io, adesso, mi sento libero e sereno. In Italia ci sono case editrici, di piccole e medie dimensioni, che propongono opere non commerciali di ottimo livello, io penso a loro.
C’è un mondo di professionisti che opera nell’editoria “minore” che ha voglia di fare, che pubblica storie ed autori interessanti e c’è anche un gran numero di librai coraggiosi che le supportano e le tengono in vita. Penso che la curiosità del lettore, che la voglia di scoprire qualcosa di diverso, di vivo sia l’alternativa alla grande distribuzione. Ed io, forse ingenuamente, ci credo.

La vera difficoltà che un autore incontra, quando vuole far conoscere la sua opera, è la mancanza di spazi dove fare presentazioni, la difficoltà nel trovare canali che promuovano il suo lavoro. Il tempo in libreria, in cui un libro è segnato come novità, è sempre più breve. Non tutti vanno in radio, in televisione, sui giornali. E molti autori di nicchia, con opere anche veramente valide e originali restano nell’ombra. Come pensi di ovviare a questa situazione stagnante dell’editoria italiana?

Ho fatto parecchie presentazioni in questi due mesi, quasi tutte in spazi occupati, manifestazioni alternative, centri sociali, librerie di quartiere. Sono stato molto fortunato perchè ovunque ho incontrato persone disponibili che non solo hanno organizzato un bel evento, ma hanno anche proposto il libro ad altri. Sono così entrato in un giro che mi ha permesso di portarlo in contesti nuovi e stimolanti. Ovvio la presenza fisica dell’opera nelle librerie è fondamentale per arrivare ad un pubblico più eterogeneo e composito, ma penso che sia altrettanto importante costruirsi un pubblico che ti segue con interesse. Per chi non ha i mezzi per affrontare interviste in Tv o alla radio o per arrivare ai quotidiani, il passa parola dei propri lettori è fondamentale e a, a volte, può fare miracoli.
Come dicevo prima, le piccole case editrici si danno da fare, organizzano manifestazioni, fiere, si ritrovano e pubblicizzano i loro prodotti. C’è la volontà comune e condivisa di emergere da questa situazione.
Io nel mio piccolo porto in giro il mio lavoro con molto entusiasmo e cerco di fare più presentazioni possibili.

Parliamo ora del romanzo. Una storia semplice, ambientata a Roma, una sorta di noir metropolitano, ma ricco di umanità, di personaggi che una volta avremmo potuto definire gente comune. Parlaci di Franco e Roy.

Sia Roy che Franco sono due personaggi reali.
Franco, il Grigio, è un delinquente di borgata che, appena uscito di galera per aver massacrato di botte una cassiera durante una rapina, cerca una nuova identità, di ricostruirsi una vita. Una volta fuori, però, trova il suo quartiere, la sua dimensione familiare, il suo quotidiano completamente stravolti e viene inghiottito in una dimensione parallela. Inevitabilmente deve costruirsi una nuova identità, darsi obbiettivi, e combattere.
Si muove tra realtà ed irrealtà, visioni pseudo religiose, ricordi, allucinazioni, sino al finale, sino al gesto estremo. Che ovviamente non racconto.
La storia di Roy invece è più dolce, più rassicurante e mi è servita per bilanciare, o forse per rimediare, all’esistenza di Franco. Infatti all’inizio, quando raccolsi la storia del Grigio, iniziai a scrivere solo di lui, era l’unico protagonista. M’addentrai nella sua follia con troppa disinvoltura e, inevitabilmente, rimasi intrappolato.
Per mesi non scrissi nulla, finché non incontrai il vero Roy Van Persie e come per magia mi sbloccai. Lui divenne il pretesto, la chiave di svolta.
Così lo gettai nelle pagine del romanzo e riuscii a terminare il lavoro in pochi mesi.
Roy Van Persie è un olandese innamorato dell’Italia, che ogni anno utilizza le due settimane di ferie per aiutare associazioni di volontariato che recuperano cani randagi. Ogni estate una città diversa, una nuova missione. Sotto al sole dei primi giorni di Agosto carica il suo furgone, lo riempie di materiale, poi si mette comodo e parte. Cosa gli succederà a Roma? Ovviamente, anche questo, non lo voglio svelare.

E’ un romanzo profondamente romano anche se tu sei un romano d’azione. Come hai costruito la tua Roma, con vie, piazze, quartieri, accenni dialettali?

Ho costruito la mia Roma, passeggiando, stando molto per strada, lavorando, prendendo i trasporti pubblici, fermandomi nei bar, facendo nottate nei locali, conoscendo i personaggi più svariati.
A molti romani è piaciuta questa frase:“Sai qual è la verità? La verità è che non è cambiato niente. Tutti a dire questo è peggio, che una volta era meglio, che le cose funzionavano. Che si stava meglio quando si stava peggio. Non è vero. Credimi. Questa città è sempre uguale e sarà sempre uguale, e sai perché? Perché non sono i romani che fanno Roma. È Roma a fare i romani. E ti posso dire una cosa: Roma i romani li tiene per le palle”
Ecco, posso, dire che sia successa la stessa cosa anche a me, che sia stata la città a fare tutto, ad aiutarmi a costruire personaggi, dialoghi, situazioni, io semplicemente, ho ascoltato, visto e trascritto.
E mi piace farlo, perchè è come vivere più vite, aprirsi altre prospettive,e inevitabilmente essere più liberi.

Grazie Enrico della tua disponibilità, l’intervista è finita, nel salutarti mi piacerebbe chiederti se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro.

Anche se non ho fretta diciamo che il primo obbiettivo e trovare a breve un altro lavoro.
Per quanto riguarda Enrico e la scrittura, sto lavorando ad un romanzo nuovo, ho già scritto parecchie pagine, e posso dire che mi sta piacendo e divertendo moltissimo. Sempre storia romana, gran ritmo, personaggi spassosi e molti colpi di scena. Il tema principale è il pregiudizio, la domanda ricorrente “ fino a che punto ti spingeresti per avere potere?”
Inoltre ho avuto un paio di contatti da produttori cinematografici per la trasposizione di Casilina. Ultima fermata. Non ho ancora firmato nulla. Non nego che quando mi rilasso e magari chiudo gli occhi per fantasticare un poco, me li vedo, Franco e Roy, sul grande schermo, che si sfiorano e combattono la loro battaglia. Sarebbe un gran bel film. Ma non dipende solo da me.

:: L’ebreo che ride, Moni Ovadia, (Einaudi, 2008) a cura di Serena Bertogliatti

28 gennaio 2014

ovadiaDio ride.
Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi.

Ci sono molti modi di raccontare una barzelletta. Tra i tanti, il ricorso allo stereotipo rappresenta la via più comoda, semplificando al massimo gli elementi per assicurare un effetto immediato, scevro da dubbi, non intralciato da complicazioni che facciano scemare il climax – e questo la storia del popolo ebraico lo sa bene.
Eppure, è proprio la via dello stereotipo quella che Ovadia sceglie per narrare, in un libro che è a metà tra saggio e raccolta di aneddoti, la storia culturale del popolo ebraico (specialmente di quello yiddish, la manifestazione tedesco-slava della diaspora ebraica). Eppure, è proprio la via dello stereotipo che gli permette di guardare a questa cultura dall’interno, riportando quei Witze (“storiella umoristica ebraica”) con cui l’ebraismo prende in giro se stesso e, quindi, il proprio Dio (o forse il contrario?). E così, dopo aver assistito a un pogrom, un ebreo può lamentarsi con il proprio Dio:

«D’accordo, d’accordo, è perché siamo il popolo eletto! Ma senti! Ogni tanto non potresti eleggere qualcun altro e lasciarci un po’ in pace?»

Una barzelletta può stigmatizzare, ma mille barzellette possono far traballare lo stereotipo. Basta entrare completamente nei cliché, anziché usarli per creare distanze, e poi, una volta all’interno, parlarne e parlarne finché la fragilità di quella semplicistica rappresentazione non si rivela, rivelando così anche cosa si nasconda al di sotto, da quale fatto reale si sia partiti per giungere alla generalizzazione.
Questo fa Ovadia, che vede nell’ironia di stampo ebraico un antidoto all’idolatria. Ogni rilettura è necessariamente parziale, e Ovadia non fa eccezione, Ovadia che sottolinea quel “necessariamente”, vedendo nella Torah la Verità da indagare, ma credendo anche che quella Verità non sia mai perfettamente raggiungibile, costringendo quindi a un continuo dibattito, un continuo confrontare le proprie soggettive verità – quel che si ritrova nel Talmud e si dovrebbe ritrovare, si auspica l’autore, in ogni comunità ebraica. In tal senso Ovadia è parziale, in quanto sprona – ebrei e non – a una fluidità di pensiero, riconoscendo nel popolo ebraico, con la sua diaspora, quel popolo che la storia ha posto in condizione di dover comprendere l’Altro, anziché stigmatizzarlo, essendo stato il popolo ebraico così spesso l’Altro d’Europa.
Il libro inizia, dopo un capitolo dedicato all’“umorismo divino”, proprio in Europa, in quella cultura yiddish che ha dato vita ai Witze che intervallano la narrazione dell’autore. Ci fa entrare nello shtetl, la “cittadina ebraica”, microcosmo di cui ci presenta le figure tipiche: dal rabbino al suo shammes (scaccino/sagrestano), dal sensale di matrimoni (shadkhen) al povero strutturale alla comunità (shnorrer).
Lo shtetl non sopravviverà alle guerre del ventesimo secolo, ma l’ironia sì. E così, Ovadia ci accompagna fino al penultimo respiro della cultura yiddish europea, in quella Germania in cui gli ebrei si erano ormai integrati – in quel peculiare modo, diviso tra due identità, ebraica e tedesca – e che, durante il nazismo, si rivolta loro contro. Senza remore, i Witze continuano a dissacrare ebrei e nazisti, ma Ovadia qui si ferma, a un passo dalla fine della Seconda Guerra, dando un limite a quell’ironia che limiti non ha:

Il witz ebraico dal canto suo non si sarebbe arreso neppure all’orrore ma raccontare quelle storielle è «privilegio» e prerogativa per cui non ho titoli.

L’ultima parte del libro tratta un ebraismo più noto della specificità dello shtetl, parlandoci di quella cultura americano-ebraica in cui inciampamo in film e telefilm. Si ha così l’entrata dell’ironia ebraica nella Goldene Medine, la “patria d’oro”, prima come povero popolo migrante e poi come cultura sempre più integrata, ma sempre inesorabilmente se stessa. E così, per quanto “americanizzata”, l’ebraicità si ri-manifesta nella figura della yiddishe mame, la madre yiddish iper-protettiva che, a suon di alimentazione iper-trofica e sensi di colpa, crea questi figli ebrei morbosamente attaccati a lei che la fiction tanto volentieri restituisce.
Dagli Stati Uniti si passa all’altra parte della cortina, l’URSS, in cui la paradossale doppia condizione dell’ebreo prende ennesima forma: da una parte, l’ingerente apporto (nonché fiducia) che molti ebrei hanno dato al regime; dall’altra, il loro continuare a essere l’Altro.
Se questa dualità deriva dalla diaspora, come Ovadia dice, allora l’arrivo a Israele nel ventesimo secolo (ultimo capitolo) dovrebbe finalmente risolvere il problema. Ma, per Ovadia, tale condizione d’esule perenne è un problema sacro, in quanto impedisce all’ebreo di stigmatizzare, da minoranza, altre minoranze. La staticità geografica nasconde in seno il pericolo di una staticità mentale, e quindi di un ristagno intellettuale, spirituale, umano.
Per questo, forse, la necessità de L’ebreo che ride: per ricordare – a ebrei e non – le insidie di una vita fondata su certezze e assoluti.

Moni Ovadia nasce in Bulgaria nel 1946 per poi trasferirsi, giovanissimo, a Milano, dove si laurea in Scienze Politiche. Attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante, ha pubblicato diversi libri, tra cui Contro l’idolatria e Lavoratori di tutto il mondo, ridete.

:: Dovrei essere fumo, Patrick Fogli, (Piemme, 2014) a cura di Natalina S.

27 gennaio 2014

dovrei essere fumoRacconta, mi ha detto, se lo farai nessuno di noi sarà morto invano. Io non so se un racconto abbia questo potere e se le parole conservino la loro forza, dopo che sono state scritte e lette”.

Inizio dalla fine non per rovesciare una storia ma per renderle giustizia. La forza delle parole, se nate dal cuore, arriva, con lo stesso potere con cui sono state scritte. Giunge a cuori sensibili che non possono e non devono rimanere indifferenti al richiamo del ricordo e della commemorazione.
Scrivere e leggere di shoah non restituisce la vita ai 6 milioni di ebrei che l’hanno persa durante il genocidio nazista; non strappa alla memoria del tempo ciò che di terribile il genere umano ha causato.
Scrivere e leggere di shoah significa, prima di tutto, essere vicino a coloro che sono sopravvissuti per non farli sentire, ancora una volta, SOLI, legittimando ciò che è stato. È un modo per illuminare quelle notti da cui, puntualmente, si svegliano in preda agli incubi e agli attacchi di panico. Significa aggiungere tasselli e non rischiare di essere orfani di un passato a noi ignoto. Significa trovare risposte.
Ed è per questo che, da qualche giorno, sono in compagnia di Alberto ed Emile, protagonisti principali dell’ultimo lavoro letterario di Patrick Fogli, “Dovrei essere fumo”, pubblicato per Piemme nella collana Open.
È come se avessi viaggiato sulle rotaie di un binario. Prima Alberto, poi Emile, poi ancora Alberto, poi Emile, e così fino alla fine. Fino al nodo che congiunge e snoda tutte le verità. Verità che hanno radici lontane ma non abbastanza per essere taciute, dimenticate, rivendicate. È attraverso un linguaggio necessario, mai pletorico, e un ritmo che solo nelle riflessioni lascia spazio al respiro, che Fogli ci conduce a chiudere il cerchio di esistenze che la Storia (l’uomo) o il buon Dio, se ne esiste uno, ha messo sulla stessa strada. Le storie nascondono altre storie, altre vite, altri passaggi, come l’esistenza di Alberto, di Emile e di tutti i personaggi che costellano il romanzo. Dovrei essere fumo intreccia sentimenti contrastanti dell’animo umano, come l’innocenza e la colpa, il perdono e la vendetta, la vita e la morte, in un equilibrio narrativo il cui unico scopo è cullare un gemito soffocato dal Male e restituire, almeno in parte, uno stralcio di vita ad un uno, tanti, molti ebrei da giustiziare, con la consapevolezza di chi sa che non sarà mai abbastanza ma sempre troppo, miseramente, poco.

Patrick Fogli: È nato a Bologna ed è ingegnere elettronico. Ospite al Festivaletteratura di Mantova, finalista al Premio Scerbanenco al Noir in Festival di Courmayeur, è considerato dalla critica uno degli scrittori più interessanti e originali della narrativa italiana di oggi. Per Piemme ha scritto Lentamente prima di morire – il cui protagonista, Gabriele Riccardi, torna anche ne La puntualità del destinoL’ultima estate di innocenza e i romanzi: Il tempo infranto, sulla strage alla stazione di Bologna, e Non voglio il silenzio, con Ferruccio Pinotti, sull’omicidio Borsellino e la trattativa Stato-mafia. Ha scritto con Stefano Incerti la sceneggiatura di Neve, il nuovo film del regista napoletano.

:: I cani volano basso, Alek Popov, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2014

cani volano bassoTraduzione dal bulgaro di Sibylle Kirchbach

Ned e Ango Banov sono due fratelli bulgari. E fin qui tutto bene. Le loro vite sembrano trascorrere nella norma fino a quando un giorno dagli Stati Uniti d’America ricevono una misteriosa scatola nera, dentro alla quale sono custodite le ceneri del padre. L’uomo, un eminente docente matematico emigrato in America, con la passione per i numeri e per la bottiglia, è morto in modo misterioso. Popov compie un salto temporale di quindici anni e ci mostra, da una parte, il razionale e calcolatore Ned (Nedko in bulgaro) trasferitosi negli U.S.A. dove si è affermato come uomo di successo a Wall Street. Dall’altra parte, c’è il più impulsivo e squattrinato Ango (Angel all’anagrafe) che,  messa da parte la non proprio eccellente carriera di editore e un matrimonio fallito, parte con la sua una Green Card per l’America, raggiungendo il fratello a New York,dove si manterrà portando a spasso i cani dei ricchi newyorkesi. Tutto procede nella monotona quotidianità di ogni metropoli, ma all’improvviso la vita dei due fratelli cambierà: Ned avrà una sorta di sogno-visione premonitore con il mitico broker Soros e sarà spedito per ragion lavorative nella terra natia – la Bulgaria-  dalla quale aveva desiderato tanto andarsene. Ango, rimasto solo a New York, si troverà invischiato in una faida tra band di dog-sitter e scoprirà la verità sulla morte del padre. I cani volano basso di Popov sembra una storia umoristica per il costante stile ironico e sagace che mantiene viva l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, ma ad una riflessione post-lettura ci si accorge che è proprio grazie all’ironia che Popov riesce a compiere un’indagine nella realtà sociale nella quale i due fratelli vivono, mostrando quali sono le insidie e i pericoli presenti nel mondo capitalistico. Il sorriso è l’elemento che crea nel libro di Popov un’atmosfera divertente dove si evidenziano gli aspetti più grotteschi dell’umanità. Nel libro si alternano le vicende di Ned e Ango: dagli spuntini consumati nei cimiteri abbandonati in Bulgaria, alle multe newyorchesi per non aver raccolto gli escrementi dell’amico a quattro zampe, passando per incontri amorosi all’aperto con l’incombente arrivo delle forze dell’ordine sul più bello e misteriose pompe di benzina gestite da uomini con la saggezza d’altri tempi. In ogni situazione la comicità, il pericolo, la suspense e il dramma s’intersecano in perfetto equilibrio dimostrando come i due fratelli siano sì lontani fisicamente, ma empaticamente legati. Da queste strampalate e surreali avventure e visioni del mondo da due punti di vista diversi i “Banov brothers” usciranno spesso ammaccati, ma con una maggiore consapevolezza su quali siano i veri sentimenti che contano nella vita. La storia creata da Popov è una sorta di altalena che dall’alto si muove verso il basso e viceversa, in un’oscillazione tra povertà e fortuna che toccherà da vicino entrambi i protagonisti. La vicenda de I cani volano basso scorre via veloce in un rocambolesco turbine di eventi descritti dall’autore bulgaro con un sapiente tono umoristico, un espediente stilistico che gli serve per dimostrarci come Ned e Ango ad un certo punto della loro esistenza, quando sembrano non avere ben chiare le idee sul futuro,  saranno chiamati a fare i conti con il proprio passato. Non importa se la coppia Banov non ha chiaro da subito il modo in cui dovranno confrontarsi con il loro vissuto, perché Popov ci dimostra che prima o poi il faccia a faccia con quello che è avvenuto si manifesta e l’abilità sta solo nel capire (i fratelli lo fanno con coraggioso e simpatico eroismo) come affrontare l’avversario.

Alek Popov nasce a Sofia nel 1966, si laurea dapprima in Lingue e culture antiche, poi in Lingua e letteratura bulgara presso l’Università di Sofia. Pubblica la sua prima raccolta di racconti The Other Death nel 1992 e a questa seguiranno altre sei raccolte; il suo primo romanzo Mission: London, edito nel 2001 si basa sulle colorate impressioni raccolte nell’Ambasciata bulgara del Regno Unito ed è stato definito e lodato come il più divertente libro bulgaro contemporaneo per la sua sarcastica visione dell’élite dei diplomatici bulgari. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il National Radio’s Pavel Veshinov Award per il miglior racconto giallo; il Graviton Award per la miglior “science fiction novel”; il Raško Sugarev Award per il miglior racconto; il Prize Helicon per il miglior libro in prosa dell’anno; e di recente il National Prize for Drama Ivan Radoev.

La scelta di Lazzaro, Alessandro Bastasi, (Meme Publishers, 2013)

26 gennaio 2014

sceltaAnch’io avevo sparato, in Italia, nella mia esistenza precedente. Ma era qui che si era svolta una guerra vera, durata quattordici anni. Una guerra atroce, che aveva fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare. Desolazione, rancore e morti a grappoli, a ondate.
«Ormai ci avevamo fatto l’abitudine», mi diceva Samar. «E la gente usciva lo stesso. Noi bambini andavamo a scuola e spesso dovevamo rimanere lì anche a dormire, perché non potevamo tornare a casa. Senza luce, senza telefono, perché i cavi erano saltati con le bombe. I più ricchi avevano installato un generatore privato. La cosa terribile era che mia madre non sapeva mai se ero viva o se ero morta.»

Esponente del cosiddetto noir sociale, impegnato, di denuncia, corrente che negli anni 70 vede affermarsi autori prevalentemente francesi, per cui coniarono il termine neo polar, Alessandro Bastasi è un autore interessante e per il gusto di chi scrive degno di attenzione, capace di unire ad una capacità espressiva di tutto rispetto, un coraggio civile che gli fa affrontare temi anche scomodi o per lo meno controversi. Come appunto è successo in questo romanzo La scelta di Lazzaro, edito unicamente in ebook, per la francese Meme Publishers – Paris, in cui affronta il tema del terrorismo e delle conseguenze e delle ripercussioni delle nostre azioni, a cui non possiamo sfuggire, anche se passa il tempo, anche se cambiamo e non siamo più le persone che eravamo. Gli editori tradizionali hanno esitato a pubblicare questo romanzo, temendo di ferire sensibilità, di inerpicarsi in temi scabrosi e problematici, di turbare il già esiguo parco dei lettori italici, preoccupazioni comprensibilissime da un certo punto di vista, anche se piuttosto avvilenti. La maturità dei lettori credo sia superiore a quella a loro attribuita, e la capacità di affrontare un tema complesso e anche doloroso come il terrorismo, credo non vada negata a prescindere. Anche se va detto si è fatto ben poco in questi anni per venire a patti, e metabolizzare una realtà che ha pesantemente influenzato la nostra storia e di cui volenti o nolenti ne vediamo ancora le conseguenze tutt’oggi. La lotta armata degli anni 70 in Italia, è stata quasi dimenticata, se non rimossa, lo Stato ha vinto, molti militanti di allora, diventati pentiti, sono tornati nella vita civile e scrivono editoriali sui giornali. Ben venga quindi anche solo un romanzo, un’ opera di fantasia, che ci aiuti a  riflettere, a porci dei problemi, a non nascondere la testa sotto la sabbia, pensando che sia meglio non vedere, che venire a patto con realtà scomode e dolorose, appunto. Come ha detto Bastasi in un’ intervista non è un’agiografia di un terrorista, ma è una storia che aiuta a fare i conti con i dubbi e gli ideali traditi di una generazione, riproponendo nuovi dubbi, nuovi interrogativi. Detto questo, che mi sembrava doveroso, per rispetto delle vittime del terrorismo, di tutti i terrorismi compresi quelli di stato, ricordando che è appunto solo un romanzo, senza pretese di testimonianza o di verità conclamate, mi permetto di far notare che questo tema è quanto mai attuale, a causa delle recrudescenze del terrorismo islamico post 11 settembre, data piuttosto surreale che ricorda come ormai la guerra non è più relegata in territori lontani da noi, ma è ovunque, nelle nostre città del ricco occidente, pronta a esplodere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Protagonista del romanzo è Lazzaro Mainardi, ex militante di Azione Proletaria, un uomo conscio di suscitare quella diffidenza che gli crea il vuoto intorno. Forse perché non mi ero mai formalmente staccato dal mio passato. Forse perché considerato corresponsabile della morte di tanta gente. Un uomo che ha visto la guerra, e fotografato il massacro di Sabra e Shatila, compiuto dalle falangi libanesi, essendo stato in una sua vita precedente appunto fotografo. Mi pesava invece attraversare la città, ancora un cumulo di macerie, i muri sbriciolati dalle granate o crivellati dalle raffiche di kalashnikov, con le finestre vuote e senza vetri che mi fissavano e mi seguivano mentre camminavo. E uomini che mi correvano incontro, per farmi acquistare uno pneumatico usato, o per affittarmi una macchina scassata, o per vendermi una ragazzina. Soprattutto, mi pesava ricordare che quella era la città dove, nel campo di Sabra, nel 1982 avevo fotografato l’apocalisse.
Dopo aver scontato un periodo di detenzione per reati di terrorismo, sempre senza pentirsi, tornato in libertà, si impegna a ricrearsi una vita con l’amata moglie Samar, fondando una casa editrice dedicata all’ecologia. La stramba idea di aprire una casa editrice dedicata all’ecologia! Trattamento dei rifiuti, effetto serra, dissesto idrogeologico del paese. Saggi travestiti da romanzi, narrativa centrata sui dibattiti in corso. Contaminazione di generi spinta all’eccesso. Cui nessun critico, nessun giornale, nessun blog del settore dedicava un minimo di attenzione. Come se avessero concordato un cordone sanitario attorno alle edizioni “Autunno Verde”. Ero costretto a pubblicare solo esordienti, le “promesse della letteratura ecologista”. Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta «Eccolo, è arrivato», sentii che gli diceva Leonardo. «Dottore, c’è qui un suo amico che la cerca!», gridò, rivolto a me.
 «Amico? E chi sarebbe?»
«Sono io, Orson, non riconosci più i compagni? O preferisci che ti chiami Kane?»
Un colpo al cuore mi fece sussultare il petto facendomi cadere le chiavi dalle mani.
Erano decenni che nessuno mi chiamava più con quel nome.
Il mio nome di battaglia quand’ero militante di Azione Proletaria. C’erano Sirio, Straccio, Coniglio, Tigre… Il mio era Orso, ma avevo preferito Orson perché ero un patito di Orson Welles e del suo capolavoro, Citizen Kane. E il tempo delle scelte torna quanto mai attuale.
La storia si dipana nell’arco di trent’anni dal 1986 al 2012, anno in cui è maggiormente concentrata la narrazione. Il luogo è Milano, la sua amata moglie Samar è morta, un’altra donna Barbara gli è vicino, una donna che nasconde qualcosa. E nello scorrere dei giorni i ricordi dell’arrivo dei Carabinieri nel casale dove si erano rifugiati, gli ideali di gioventù, il coraggio, nascosto dai mille volti della paura, il tradimento, l’amore, la voglia di riscatto e di giustizia, la situazione attuale culla di nuove violenze e nuovi fondamentalismi, tutto ritorna vivido e doloroso,  fino al finale, quasi una condanna, forse una liberazione.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore e poi di cronista teatrale, ha pubblicato tre romanzi: La fossa comune (2008, Zerounoundici edizioni), thriller politico ambientato a Mosca nel 1993, La gabbia criminale (2010) e Città contro (2011), due noir usciti con Eclissi Editrice. Nel 2012 pubblica il racconto Ologrammi (ebook per MilanoNera Edizioni).  In agosto dello stesso anno il racconto La caduta dello status è pubblicato dal Manifesto nell’ambito della rassegna Resistenze Noir. Con altri racconti è presente in siti letterari e antologie.

:: La sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot, (Todaro, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

25 gennaio 2014

indexLa sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot è stato pubblicato nel settembre 2013 dalla Todaro Editore di Lugano. È un giallo storico ambientato nel 1500, alla corte di Giulio II, Papa imperioso il quale ha voluto in Vaticano l’esercito delle guardie svizzere, che hanno fatto il loro ingresso ufficiale il 22 gennaio del 1506, capitanate da Kaspar von Silenen.
Neanche il tempo di ambientarsi e conoscere i luoghi che li ospitano che i nuovi arrivati si ritrovano a dover sbrogliare una matassa piuttosto ingarbugliata, fatta di omicidi, violenze, rapimenti, stupri, intrighi e messe nere… un groviglio apparentemente inestricabile che farà apparire ancor maggiori le doti del tenente Julius Aloysius von Hertenstein, protagonista indiscusso del romanzo, capace di tenere testa a pericolosi criminali nonché al Sommo Pontefice.   
La Debicke van der Noot dimostra di essere una grande studiosa, oltre che un’abile scrittrice, capace di ricostruire i tempi che furono e regalare al lettore un’immagine del passato scevra di ipocrisie e luoghi comuni, ricordandoci ciò che anche Martin Lutero aveva avuto modo di constatare durante la sua visita a Roma nel 1510: Giuliano (Giulio II) è il tipico esponente di una Chiesa che ha abbandonato la propria missione spirituale per seguire potere e ricchezza.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo alcune esperienze all’estero ha deciso di ritornare a vivere in Italia. È autrice di numerosi romanzi, gialli, thriller e thriller storici d’avventura. Nel 2010, con L’uomo dagli occhi glauchi ha ricevuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari. Nel 2012 è stata insignita del Premio alla Carriera nel corso del IX Premio Europa a Pisa per la narrativa gialla e noir al femminile. Nel 2014 è uscito Il ritratto scomparso edito da Melino Nerella Editore.

:: Downton Abbey. Sceneggiatura completa prima stagione, Julian Fellowes, (Neri Pozza, 2013)

25 gennaio 2014

dowton scriptIl period drama, o english country drama che si voglia chiamarlo, cioè lo sceneggiato televisivo in costume, diciamo non è più lo stesso dopo Downton Abbey. C’è poco da fare, che amiate o meno la serie, che seguiate o meno le vicende dei conti di Grantham, dei Crowley e della loro servitù, che apprezziate o meno le ricostruzioni storiche dell’epoca edoardiana, epoca in cui lo sceneggiato prende l’inizio per poi proiettarsi negli anni Venti e Trenta, e finché la fantasia e le forze creative di Julian Fellowes gli consentiranno (che voglia arrivare agli anni 2000?), qualcosa è cambiato, e già se ne avevano le avvisaglie guardando Gosford Park, appunto sceneggiato da Fellowes nel 2001, per cui vinse un Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Julian Fellowes, nato al Cairo nel 1949, non è esattamente un progressista, né un radicale, è anzi un Conservative member della House of Lords, tuttavia è riuscito a fare qualcosa di davvero progressista, e radicale, se non  addirittura rivoluzionario, fotografare una società, quella inglese dei primi del Novecento, dando voce a coloro che nel bene e nel male si impegnarono a cambiare un mondo apparentemente statico e immodificabile. Molti personaggi dello sceneggiato di Fellowes sono tesi in questa impresa. Rivoluzionaria? Bè forse sì, una rivoluzione appunto silenziosa, soft, ma come appunto la goccia scava la roccia, inevitabile e definitiva. Già leggendo i suoi romanzi (Snob e Un passato imperfetto), si arguisce che Fellowes ha una coscienza critica molto sviluppata, ed è pronto a sottolineare difetti e mancanze, e contraddizioni di una classe sociale, di cui lui appunto facendone parte è un osservatore privilegiato ma non servile o ossequioso. L’humour e l’ironia sono le sue armi principali, il senso del ridicolo, l’implacabile minaccia con cui stigmatizza comportamenti personali, usanze, ingiustizie. Starei a parlare ore di Downton Abbey quindi scusatemi se ho divagato, questa è una recensione di  Downton Abbey. Sceneggiatura completa prima stagione   (Downton Abbey Scripts: Series 1, 2012), edita da Neri Pozza alla fine del 2013, e tradotta da Chiara Ujka, forse la stagione più brillante scritta finora, sicuramente la stagione che mi è piaciuta di più, prima della deriva un po’ da soap opera, che ha preso nelle stagioni successive. Leggere questo testo, (ovvero la sceneggiatura completa della prima serie così com’era al momento in cui fu messa in produzione, senza i tagli avvenuti prima dell’inizio delle riprese o in fase di montaggio), a dire il vero piuttosto corposo, circa 530 pagine, fornisce la possibilità di conoscere il dietro le quinte di un successo planetario, e nello stesso tempo immedesimarsi quasi completamente nel processo creativo che l’ha generato. Esperienza affascinante anche per chi non conosca Downton Abbey (ci saranno davvero costoro?) o non lo ami affatto. Innanzitutto la forza di questo sceneggiato sono i dialoghi, se anche fosse stato un radio drama, senza scenografie, sontuosi castelli, costumi eleganti, sfarzose automobili, e tutto il corollario di eleganza e raffinatezza che ci trasmette la visione di Downton Abbey, non stento a  credere, avrebbe avuto più o meno lo stesso successo. Quasi ogni battuta è un gioco di intelligenza e british humour, forse solo un po’ velato da una ironia amara, che spesso fa dire ai personaggi cose che si immaginerebbero solo pensate, con lampi di sincerità e vetriolica verità inattesa, e questo è forse il segreto dei segreti, che si coglie leggendo questo script impreziosito da riflessioni, giudizi, divertite argomentazioni dello stesso Fellowes come note a margine. Oltre che ascoltare le battute pronunciate dagli attori, è bello anche leggere lo script come fosse un romanzo, anche se ormai la storia è nota, i colpi di scena conosciuti e attesi. Sette episodi, dall’affondamento del Titanic allo scoppio della Prima guerra Mondiale, notizia che giunge tramite un telegramma a rovinare una sontuosa festa all’aperto nei prati verdissimi antistanti a Highclere Castle. La fine di un mondo,  un mondo che non sarà più lo stesso. Spero di avervi incuriosito, io mi sono divertita enormemente, e mi sono chiesta perché non portarlo in scena in qualche teatro amatoriale, sempre che non ci vogliano permessi o autorizzazioni, ma anche in questo caso si può rimediare. Riporto la quarta di copertina. E naturalmente, buona lettura! Consiglio anche la lettura delle recensioni di Il mondo di Downton Abbey di Jessica Fellowes (Rizzoli, 2012) e Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012)

Era il 15 aprile 1912 quando il Titanic affonda e più di 1500 persone perdono la vita. La notiziadella tragedia fa il giro del mondo. Quando arriva tra le verdi campagne dello Yorkshire, in Inghilterra, nella tenuta di Downton Abbey, il conte e la contessa di Grantham appaiono più sconvolti e turbati di chiunque altro.
Lo stesso destino che non ha concesso loro un figlio maschio, ma soltanto tre femmine Mary, Edith e Sybill, gli ha appena strappato anche il legittimo erede della loro proprietà, Patrick Crawley, morto a bordo del transatlantico.
Ora il nuovo beneficiario è Matthew, cugino di terzo grado della famiglia, un uomo «inopportuno», «scandaloso», che, in spregio a ogni nobile tradizione e costume, lavora per vivere.
Inizia così la serie più seguita e premiata della tv britannica, ideata e scritta da Julian Fellowes, già vincitore di un Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, diretto da Robert Altman. In questo libro l’autore raccoglie non soltanto il copione della sceneggiatura originale, ma aggiunge svariati aneddoti sul processo di creazione dei personaggi; sulla scelta dei luoghi, in primo luogo Highclere Castle; sulla ricostruzione dettagliata degli ambienti, come le cucine d’epoca ricreate negli studi londinesi di Ealing.
Downton Abbey è un’opera «talmente ben fatta che non è necessario aggiungere nessuna battuta, ma soltanto leggerla a voce alta» per immergersi, grazie alla forza dei dialoghi e a una serie di perfetti colpi di scena, nella vita di una famiglia aristocratica di inizio Novecento, e scoprirne i crucci e le insoddisfazioni, la noia e le gelosie, i rapporti con i domestici e gli amori più inconfessabili, e godere dell’elegante ritratto di un’epoca che ha cambiato il nostro mondo per sempre.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park , per la regia di Robert Altman. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, coprotagonista, insieme con Jeremy Irons, di Il danno , al fianco di Pierce Brosnan in Tomorrow Never Dies e di Anthony Hopkins in Shadowlands. Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Snob è il suo primo romanzo e ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica in Inghilterra.