Trad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi
“Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine.”[1]
Queste sono le parole con cui termina Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela. Questi sono i suoi pensieri i giorni successivi alla sua liberazione. Dopo 27 anni di carcere, dopo quasi mezzo secolo impegnato nella lotta per la libertà del popolo sud africano, dopo aver perso un figlio senza aver avuto la possibilità di dirgli addio, dopo due matrimoni falliti per i suoi ideali, dopo una vita dedicata agli altri, nel momento della libertà i primi pensieri di Mandela furono rivolti al futuro che doveva ancora arrivare, all’impegno che ad esso avrebbe dovuto dedicargli. Perché nella vita di Nelson Mandela non c’è stato mai riposo ad eccezione dei suoi ultimi anni di vita. Ha dedicato tutto sé stesso alla causa dell’emancipazione del popolo nero in uno stato dominato dai bianchi. E la sua lotta non si è conclusa con la sua liberazione, ma è andata avanti fino alla sua recente scomparsa.
Lungo cammino verso la libertà è la sua autobiografia, scritta in gran parte e di nascosto durante gli anni del carcere a Robben Island, un isolotto al largo della costa di Città del Capo.
Nato nella regione del Transkei e destinato a ricoprire l’importante ruolo di consigliere nella sua tribù, Mandela capisce presto di non esser realmente un uomo libero. Non si può essere liberi in un Paese dove vige la legge dell’Apartheid, dove un nero non ha gli stessi diritti di un bianco, dove un uomo è considerato inferiore solo per il colore della sua pelle: “lentamente ho capito che non solo non ero un uomo libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. È stato allora che sono entrato nell’African National Congress, e la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente.” Da qui comincia la lunga lotta di Mandela e dei suoi compagni per assicurare al popolo nero dignità e libertà.
Nella sua autobiografia Mandela ci racconta delle iniziative intraprese da lui e dagli altri membri dell’Anc per cercare di cambiare le cose in Sud Africa. Ci narra degli ostacoli che hanno dovuto superare, dei sotterfugi, delle fughe, dei lunghi periodo di clandestinità. Attraverso queste pagine scopriamo il suo lungo viaggio negli altri stati d’Africa, dei suoi incontri con i leader degli altri paesi ai quali ha chiesto appoggio per la lotta dei suoi fratelli. Ma, soprattutto, in queste pagine si legge dei sacrifici enormi che Mandela, e i suoi compagni, hanno dovuto fare per la libertà del loro popolo. Perché non è facile rinunciare a tutti, alla propria famiglia, al proprio lavoro e alla libertà personale per quella di molti altri.
Attraverso questa autobiografia si scopre un Mandela diverso da quello “mitizzato” dai media. Si scopre un Mandela più umano, con tutta la sua forza d’animo ma anche con tutte le sue debolezze. Si scoprono i suoi lati deboli, le sue incertezze. Perché dopotutto Mandela era pur sempre un uomo, un uomo che però ha fatto una scelta non facile e l’ha portata avanti ad ogni costo. E questa stessa scelta non l’ha fatta solo lui ma anche altri uomini che, come lui, credevano in un futuro migliore.
Nelle sue pagine racconta di uno stato ferito, di un Paese dove bianchi e neri conducevano vite separate. Un Paese in cui i neri e i meticci erano spesso vittime di soprusi. Un Paese dove uomini coraggiosi hanno deciso di combattere questo sistema.
La lettura di Lungo cammino verso la libertà non è una lettura semplice. Io l’ho intrapresa dopo un viaggio in Sud Africa dove ho avuto modo di osservare la nuova realtà post Apartheid. Ma è una lettura che mi sento di consigliare, non solo perché Mandela purtroppo è morto, ma perché permette di comprendere una realtà complessa come quella del Sud Africa e di conoscere la storia di uomini che hanno saputo lottare per la libertà. L’autobiografia di Mandela è un omaggio ai suoi compagni di lotta. Ci fa capire come Mandela non fosse solo, ma circondato da persone, sia nere che bianche, con i suoi stessi ideali che hanno lottato con lui per un Sud Africa più libero.
Lungo cammino verso la libertà è un libro che ti segna e ti insegna. Ti insegna che certe situazioni si possono e devono cambiare e che la libertà è la cosa che più conta.
Nelson Mandela (1918-2013), già presidente del Sudafrica e leader dell’African National Congress (ANC), premio Nobel per la pace, per la sua attività politica in difesa dei diritti degli africani e contro l’apartheid è stato rinchiuso per ventisette anni in prigione, dove ha scritto un libro autobiografico, Lungo cammino verso la libertà, pubblicato da Feltrinelli nel 1995. È autore anche della raccolta Le mie fiabe africane (Donzelli, 2004; Feltrinelli, 2012).
[1] N. Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, Milano 20013, pag. 579
DENTRO LE MIE CREPE
Traduzione di Pietro Zveteremich
Traduzione di Susanna Basso
Traduzione di Massimo Rizzante
Clare Moorehouse è una donna altoborghese di mezza età, che vive a Parigi con il marito aiuto ambasciatore, con due figli adolescenti a scuola in Gran Bretagna. Deve preparare una cena molto importante per la carriera del coniuge, che dopo aver girato per il mondo sarà destinato ad un’altra sede, molto probabilmente Dublino.
Lui si chiama Daniel, ha vissuto una vita per lo più da vagabondo a Londra, con un solo grande amore con una donna sposata, morta troppo presto, da cui ha avuto una figlia, che non ha mai conosciuto, alla quale manda ogni anno il giorno del suo compleanno presunto una lettera di auguri senza indirizzo.
Inizierei questa recensione con una piccola premessa: non tutti credono agli astrologi, ai leggitori di tarocchi, ai maghi, ai sensitivi, e io da buona illuminista sono tra questi. In questo romanzo si parla di astrologia, mappe astrali, stelle e pianeti che in un certo senso aiuteranno un personaggio a fornire il profilo psicologico dell’ “assassino”. Se questa premessa vi turba, potete benissimo interrompere la lettura, anche solo di questa recensione, se l’astrologia vi affascina anche solo come strumento di analisi dei caratteri e delle personalità, troverete pane per i vostri denti.
In La ballerina dello Zar la protagonista, Mathilde Kschessinska, è giunta quasi al secolo di età e decide di raccontare in un lungo flashback quella che è stata la sua esistenza tra pubblico e privato alla corte dei Romanov. Figlia di Felix Kschessinsky, famoso ballerino di origini polacche che per più di quaranta anni lavorò per i potenti zar, Mathilde ci porta dentro il suo mondo partendo da quel lontano 23 marzo del 1890 quando nel teatro Marijnskij svolse il saggio finale delle allieve del corpo di ballo. Tra le future étoiles c’era anche lei che a fine esibizione ebbe l’onere di sedere al tavolo dello zar Alessandro III, accanto al giovane e affascinante zarevič Nicola. Nonostante la timidezza, tra i due scattò immediata la scintilla e con il passare del tempo quel fuocherello divenne un vero e proprio falò amoroso, che ancora una volta riuscì a mantenere viva una tradizione in voga nella famiglia degli zar, quella che vedeva da tempo imperatori, granduchi, conti e ufficiali scegliere le proprie amanti tra le ballerine dei teatri. La ballerina dello Zar, edito dalla BEAT, è la narrazione di una storia d’amore nella quale non mancano ripicche tra amanti, amicizie pericolose, scambi di persone necessari a mantenere il quieto vivere a corte, giudizi affrettati e pregiudizi. Il tutto mescolato e mixato con sapienza dalla Sharp che fa di questo romanzo biografico, il racconto di una vita di una donna che è stata sì una grande ballerina di fama nazionale per la Russia, ma allo stesso tempo ha vissuto una lunga e travagliata relazione amorosa con lo zar Nicola II. Il romanzo della scrittrice americana non è solo la cronaca di una relazione di coppia, perché il libro porta noi lettori all’interno della società russa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del ‘900, fino alla grande rivoluzione del 1917. Un evento drammatico che cambiò per sempre la Storia e le vite di coloro che sono i protagonisti di questa vicenda. L’autrice crea un perfetto equilibrio tra realtà e finizione mostrandoci le difficoltà di Mathilde e Nicola nel vivere la loro relazione, un rapporto intenso messo a dura prova dalle norme comportamentali della società dell’epoca e dal fatto che la ballerina era riconosciuta come amante, ma non aveva lo stesso potere d’azione della moglie dello Zar. Tra le pagine si alternano i palazzi di lusso pieni di sfarzo e oggetti preziosi, i ricevimenti, gli spettacoli teatrali, i potenti uomini alla prese più con tresche amorose che politiche e donne sempre pronte a mettere in mostra la propria bellezza per conquistare il partner. Non solo. Ne La ballerina dello Zar troviamo riferimenti precisi alla famiglia di Nicola II, alle figlie e alle preoccupazione per l’emofilia che tormentava e rendeva difficile la vita al piccolo Aleksej, erede alla corona. Questi sono i luoghi, le persone e gli eventi protagonisti de La ballerina dello Zar, accanto ai quali avanza come un fiume in piena una Pietroburgo sull’orlo della rivoluzione sociale accompagnata al profondo scontento, sempre più evidente, del popolo contadino povero e affamato. Un malcontento sociale che intaccherà ogni singolo atomo della Russia e dell’amore tra Mathilde e lo Zar Nicola II costretto per questo ad abdicare, alla prigionia e ad uno sfortunato tentativo di fuga che non riuscì ad impedire alla Storia di svolgere il suo drammatico corso.
Splendore di Margaret Mazzantini, edito dalla Mondadori in formato cartaceo e digitale, è un romanzo che parla dell’amore ma soprattutto del dolore. È un libro intenso, profondo, a volte impegnativo come vuole da sempre la scrittura dell’autrice che indaga fin nel profondo dei suoi personaggi, scovando il loro lato segreto, nascosto, celato alla vista dei più ricoperto com’è dalle innumerevoli maschere di pirandelliana memoria che indossano per omologarsi, integrarsi, accettarsi in società, come la nostra, dove troppo spesso l’apparenza conta più della sostanza.
Il guanciale d’erba è il tipico cuscino utilizzato dai pellegrini giapponesi in cammino, ma il guanciale d’erba è anche il titolo del romanzo scritto da Natsume Sōseki nel 1906. L’ambientazione è nel Giappone dei primi del ‘900. Protagonista è un giovane pittore in viaggio in un mondo nel quale tutto sembra appartenere ad una dimensione fatata. Il narratore cammina senza avere una meta predefinita e le persone che incontra sono la rappresentazione di una umanità spesso sola e bisognosa del contatto con l’altro. Leggendo Guanciale d’erba si ha come la strana e piacevole sensazione di procedere a fianco del giovane artista percependo con lui tutto il mondo circostante. Compaiono così viandanti solitari e silenziosi, contadini intenti a lavorare la terra, nobili a cavallo e le bellezze del mondo naturale che danno piccoli assaggi d’ispirazione, mai del tutto completa, al giovane pittore e poeta. Tutto comincia a cambiare quando il protagonista, a causa di una insistente pioggia, trova riparo in un’abitazione sperduta sui monti. L’edifico è un casa da tè gestita da un’anziana signora che oltre ad offrire grande ospitalità al giovane, comincia a raccontargli tante storie sulla gente del posto. In particolar modo la donna si concentra sulla drammatica vicenda della ragazza di Nakoi desiderata da due uomini, ma per sua sfortunata finita in sposa a quello che lei non amava. Il giovane artista rimane affascinato e colpito da questa vicenda e cerca di trovare i segni che testimoniano il sofferto passaggio della giovane alla casa del tè dove si trova lui. La ricerca sarà un cammino impervio pieno di verità a volte tra loro contraddittorie, concentrate attorno al dramma esistenziale di una donna costretta a sposare chi non amava. Le pagine scorrono via veloci e chi legge si trova davanti ad immagini pittoriche cariche di emozioni che raccontano i drammi esistenziali di un’umanità che, indipendentemente dalla posizione sociale, vive una vita di gioie, dolori, sofferenze. Tali sensazioni lasciano negli animi individuali, ma anche in quella del giovane artista, tracce indelebili che li segneranno per sempre. Sarà proprio grazie a queste impronte incancellabili che il pittore poeta troverà, dopo un lungo pellegrinaggio, il fuoco sacro dell’ispirazione per realizzare la migliore opera della sua vita. Guanciale d’erba è un libro poetico caratterizzato da un linguaggio elegante e delicato che trascina chi legge in un mondo e in un’epoca lontani, così diversi per usi e costumi dall’Occidente, ma così uguali alla nostra parte del globo per le emozioni messe in gioco.
























