Traduzione di Stefano Tummolini.
Tutti conoscono Williams per il romanzo Stoner, ma in realtà prima del capolavoro sulla straordinarietà della vita quotidiana, l’autore americano scrisse Nothing but the night, da noi Nulla, solo la notte edito da Fazi. La storia venne scritta da un Williams ventenne, per la precisione quando era militare durante la seconda Guerra mondiale in India e Birmania tra il 1942 e il 1945. La pubblicazione avvenne però solo nel 1948, quando Williams era ancora alla prese con gli studi universitari. Non so se sia per la traduzione ben fatta o per il linguaggio fluido come la trama, ma dalla narrazione del primo romanzo di Williams emerge la caratteristica indagine psicologica, tipica dello scrittore americano che amava scavare a fondo negli animi dei suoi personaggi. La solitudine del protagonista, Arthur Maxley, è la sua unica e certa convivente, ed è la stessa tormentosa certezza che i lettori troveranno in Stoner e nel cowboy viandante di Butcher’s crossing (sempre diti da Fazi). Tutta la storia di Nulla, solo la notte si sviluppa nell’arco di una giornata durante la quale scopriamo che Arthur Maxley è orfano di madre, ha un padre sempre lontano per questioni di lavoro e con il quale non ha mai avuto un particolare feeling. Il ragazzo non solo ha una famiglia scricchiolante, ma non ha amici e non c’è nessuno che lo ami, forse perché è lui stesso ad essere incapace ad amare. La vicenda è incentrata sull’esistenza di questo giovane borghese della California alle prese con la monotonia della sua vita quotidiana, scossa da alcune situazioni che mettono a dura prova la stabilità psicologica e anche fisica del giovanotto. Arthur non ha ben chiare le idee sul suo futuro e non sa decidersi se continuare gli studi o cercarsi un lavoro. A smuoverlo da questo torpore arriva un suo amico che lo vuole coinvolgere in un progetto editoriale per stampare poesie. Arthur non si lascia trascinare in questa avventura tipografica, perché non hai soldi richiesti dall’amico e non è sicuro che l’iniziativa avrà esiti positivi. Dopo questa breve parentesi per Arthur arriva il momento della cena con il padre. Un incontro fatto di poche parole e dal riaffacciarsi nel presente di incomprensioni latenti tra i due. Conflitti che permangono da troppo tempo tra loro e che hanno al centro la drammatica scomparsa della madre del ragazzo. In questa notte cupa tra presente e fantasmi del passato per il protagonista arriva una sorta di luce e speranza per il domani incarnata dalla figura di Claire. La ragazza sembra l’ancora di salvezza per Arthur che in lei vede qualcuno da amare, ma le cause che scatenano l’agire incomprensibile e insensato del giovane, quando si trova nell’appartamento di lei, ci fanno capire quanto traumatizzato e sofferente sia il protagonista di Nulla, solo la notte. Arthur è un giovane che vive nel presente, però il suo animo è così tormentato dai ricordi traumatici vissuti durante l’infanzia – e qui li rivivrà in un vero e proprio flashback- che essi gli faranno visita in modo continuo nella sua vita quotidiana rendendo difficoltoso il suo relazionarsi agli altri. Accostando Arthur Maxley a Stoner non è difficile trovare tra i due personaggi nati dalla penna di Williams una profonda somiglianza non solo per la solitudine che impera in modo costante nelle loro vita, ma credo che queste creature siano gli alter ego letterari creati da John Williams per affrontare la propria fragilità d’animo e quella degli altri esponenti del genere umano.
John Edward Williams nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. Uomo riservato e legato alla scrittura da una passione inarrestabile, fumatore accanito e forte bevitore, marito per quattro volte, Williams rimase per tutta la vita a Denver, dove insegnò letteratura inglese presso l’Università e dove morì nel 1994. Prima della sua riscoperta internazionale, Williams è stato oggetto di grande ammirazione da parte di una piccola nicchia di suoi accoliti, ex colleghi dell’Università ed ex studenti del corso di scrittura creativa in cui insegnò e a cui conferì un prestigio nazionale mai avuto prima. Poeta e narratore, pubblicò nel 1960 il romanzo Butcher’s Crossing (Fazi Editore, 2013) e nel 1965 Stoner (Fazi Editore, 2012), il suo capolavoro. Nel 1973 gli fu assegnato il National Book Award per il suo quarto e ultimo romanzo, Augustus.
Gin&Genio di Dan Fante è stato pubblicato in Italia lo scorso maggio dalla Whitefly Press. La traduzione dall’inglese americano è di Gabriella Montanari, co-fondatrice della casa editrice.
Lorenza D’Antoni è un’insegnante di cinquantadue anni, madre di famiglia, moglie ma soprattutto una donna.
« Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà. »
Prima di iniziare questa recensione alcune premesse mi sembrano doverose: non tutti gli interrogativi che sorgeranno durante la lettura di questo romanzo avranno una risposta, molte questioni rimarranno irrisolte e pure l’identità dell’assassino, (perché questo romanzo è infondo un poliziesco pur con tutti i ma del caso), seppure un’ ipotesi verrà fatta (sia dalla polizia che dalla protagonista, voce narrante del romanzo), resterà fumosa e indistinta.
The Given Day di Dennis Lehane
Benvenuto Richard, e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Lange? Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Benvenuta Francesca su Liberi di scrivere. Il prossimo maggio debutterà per Edizioni della Sera una nuova collana dedicata alla letteratura per ragazzi, Edizioni della Sera Junior. A te il compito di dirigerla. Puoi raccontarci come è nata questa collana?
Traduzione Franco Filice
Raffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità. Ma “Il male ero io” non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.
E’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.
Viviana Filippini:
























