A febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski.
Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è.
All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo».
Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo».
Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».
Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.
Traduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi
Devo confessare che ho qualche difficoltà a scrivere la recensione del romanzo “Il sapore inatteso delle cose perdute” pubblicato da Piemme Editore , primo lavoro dell’americana Jessica Soffer: è piuttosto difficile trovare il modo di spiegare un libro cosi intenso senza svelarne i segreti più intimi che la storia stessa nasconde; è anche piuttosto complicato affrontare i temi che la scrittrice ha deciso di raccontare: ci si trova immersi in paure, autolesionismo, indifferenza, abbandono, adozioni, tantissima solitudine, moltissima voglia di amare e di essere accettati.
Muwatalli, il grande imperatore e sacerdote del Dio del Tempesta della città di Hattusas, deve trovare una soluzione per il Morbo Nero, una malattia che ha colpito la sua città. Si rinchiude nel tempio del Dio della Tempesta per avere un segno che gli riveli la soluzione e scopre che deve trovare la Figlia della Luna, solo lei potrà far finire la pestilenza che li ha colpiti.
Milano, la città della moda, del lusso, la più internazionale metropoli italiana, all’avanguardia in molti campi, anche in quello medico, città dove è ambientata la storia narrata in questo nuovo romanzo di Pino Farinotti, scrittore e critico cinematografico. Il romanzo si intitola E l’angelo partì da lei e per quanto i temi trattati siano piuttosto impegnativi e se vogliamo anche dolorosi, bisogna riconoscere all’autore una leggerezza e una capacità di raccontare i sentimenti, le reazioni emotive, le difficoltà di una madre ad affrontare la malattia del figlio, decisamente rari e per nulla retorici o scontati. Il dolore protagonista silenzioso di questo romanzo giunge autentico al lettore e si stempera in qualcosa d’altro che ha ben poco a che fare con l’accettazione, o la rassegnazione. Innanzitutto il male, la malattia di un bambino, non è una punizione meritata inflitta ai genitori, questa verità è uno dei fili conduttori della trama (quale dolore per una madre e un padre può essere maggiore della morte di un figlio?) in alcuni passi dove un guru ipotizza questa corrispondenza secondo la legge del karma, abbiamo una reazione molto severa da parte di uno dei personaggi più miti del racconto. Elena, voce narrante del romanzo, è una donna moderna, in carriera se vogliamo, sicura di sé, sposata con un affermato professionista, sempre in giro per il mondo, e madre di Massimo un ragazzino di 8 anni dolce e simpatico, intelligente, vivace, pieno di amici, esperto di internet, un ragazzino come tanti, con tutta la vita ancora davanti, chiusa ancora in una promessa. Poi di colpo il male entra nelle loro vite, la diagnosi suona come una sentenza, tumore al cervello, certo la speranza della guarigione resiste, ma le difficoltà sono tante. La malattia del figlio innesca nella coppia meccanismi distruttivi e la separazione è quasi inevitabile. Vanni, il padre, pur non rifiutando il suo ruolo e mantenendo un legame con Massimo, va via di casa, accetta lavori che lo tengono lontano, allontanandosi sempre più da Elena e lasciandola sempre più sola ad affrontare la prova che si trova ad affrontare. Poi un giorno nella loro vita entra una donna, Maria, una volontaria, che opera all’Istituto dei Tumori di Milano (mai citato per nome). E con lei arriva una sorta di dolcezza e di consapevolezza. Elena e Maria diventano amiche, e mentre questo rapporto si rafforza, un dubbio attraversa la mente di Elena: chi è in realtà Maria? donna così misteriosa, di cui sa così poco. Una volta aveva un marito, una volta aveva un figlio, ora vive da sola in una stanza ammobiliata, ma quando passa le mani sulla testa di Elena, il mal di testa che la opprimeva quasi svanisce per magia. E se fosse davvero… Questo dubbio accompagna la protagonista durante il viaggio a Lourdes, in cerca di un miracolo, in cerca di un perché a tutto il dolore che sta vivendo. E l’angelo partì da lei è un romanzo profondo e nello stesso tempo soffuso di una grande leggerezza e delicatezza, scritto straordinariamente bene, per stile e ritmo narrativo. Il dolore non viene mai spettacolarizzato né forzato, ma con dignità e riserbo evocato in modo realistico e nello stesso tempo sincero. L’autore si immedesima in una madre gravata dalla malattia del figlio, e rivive con lei rabbia, speranza, amore, tristezza, come se vivesse tutto ciò sulla propria pelle, e questa capacità rende il romanzo interessante e umanamente ricco. Si parla anche di fede, della sua mancanza, di innocenza e di giustizia. Quando un tumore colpisce un bambino la ragione umana si blocca, e allora subentra una ragione superiore, capace di spiegare l’inspiegabile. E proprio questo tenta di fare questo romanzo. Riuscendoci a mio avviso.
Thomas Walker è un ingegnere che ha appena inventato una nuova maschera antigas. Proprio durante un viaggio di lavoro per la presentazione del suo prodotto, viene coinvolto in una tragica avventura.
Periodicamente l’immaginario fatto di romanzi, film, telefilm e fumetti torna ad occuparsi delle streghe, figure iconiche prima profondamente disprezzate e demonizzate e poi esaltate come simbolo del femminismo e del potere delle donne. In una produzione però abbastanza massificata e uguale a se stessa spicca il romanzo di Suzanne Palmieri, Una luna magica a New York, perché le sue sono streghe decisamente un po’ diverse, non maliarde, non potentissime, non paladine contro il male, ma simili alle donne che si incontrano e che forse Suzanne ha conosciuto nella sua vita.
Riassumere La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides sarebbe semplice:
Ci sono libri di poesie in grado di lasciare un solco profondo con la loro meravigliosa ed originale levità. Passi sull’acqua prima raccolta poetica di Ilaria Mainardi, stupisce per la capacità dell’autrice di segnarci sfiorandoci appena con la sua penna.
Hajime. Un normalissimo ragazzo, un po’ gracilino, figlio unico in un’epoca in cui i figli unici erano rari, si sentiva sempre fuori luogo. Quando inizia la scuola fa amicizia con una sua compagnia, Shimamoto, anche lei figlia unica, cosa che li ha uniti molto insieme al fatto che anche lei era quasi sempre lasciata da sola perché aveva problemi a una gamba che la portava a zoppicare.
Torna la quarta indagine dell’ispettore Andrea Lucchesi scritta dal bresciano Gianni Simoni. Luogo di ambientazione dello spinoso caso di omicidio, che metterà a dura prova il protagonista e chi lavora con lui, è come vuole la tradizione di questo filone: Milano. Scena un ufficio postale dove avviene una rapina e una delle impiegate è brutalmente assassinata – quanto sembra – senza una ragione precisa. Lucchesi viene mandato ad indagare e dai primi interrogatori svolti all’ufficio e poi a casa della vittima, il protagonista intuisce che c’è qualcosa che non torna in tutta questa tragedia. Se i malviventi erano intenzionati a prendere solo il malloppo e a scappare, perché hanno ammazzato la ragazza che stava dietro lo sportello postale? Sulla base di questo sospetto o forse intuizione, Andrea Lucchesi comincia a muoversi nel dedalo della capitale lombarda alla ricerca degli indizi utili alla risoluzione del caso di quello che per lui è un omicidio premeditato. Nonostante il suo tenace impegno nel tentare di portare a galla la verità, il commissario non riuscirà ad evitare di finire per l’ennesima volta nelle mani della Disciplinare, che prenderà seri e drastici provvedenti verso di lui. Quello che colpisce di questo ispettore dalla pelle scura (per chi non lo sapesse la madre di Lucchesi è madre è eritrea, basta leggere i romanzi precedenti editi da Tea, iniziate con Piazza San Sepolcro) è il continuo muoversi in bilico tra sobrietà e perdizione dovuta all’abuso di alcol e ad una vita privata parecchio contorta. Andrea cerca di stare lontano da quello che dagli spettri della sua vita passata che continuaono a dargli il tormento e che rendono precaria la sua salute, già provata da un infarto e da un intervento al cuore. Il problema è che Lucchesi non riesce a rimanere”pulito” e appena la sua stabilità emotiva abbassa la soglia di attenzione, Andrea è travolto dal suo ossessivo attaccamento alla bottiglia. Interessante in Contro ogni evidenza è che Simoni non si limita a raccontarci un’indagine. L’autore ci porta dentro alla sfera personale di Lucchesi mettendo in evidenza sì tutta la sua sete di giustizia per i più deboli e le vittime, ma allo stesso tempo ci mostra un uomo profondamente umano e fragile, che partecipa e soffre con tutto se stesso alle tragiche morti per le quali deve smascherare il colpevole. A rendere più ardito il tentativo di sbrogliar la matassa ci pensano i colleghi di Lucchesi, i quali fanno tutto il possibile e immaginabile per chiudere alla svelta il caso, mettendo in discussione il modo di fare dell’ispettore, che riesce a trovare sostegno nell’ispettrice Lucia Anticoli: collega di lavoro, donna da amare e sua unica ancora di salvezza.
Ildefonso Falcones è tornato in libreria con un nuovo romanzo storico: dopo la costruzione della cattedrale del Mar a Barcellona ne La cattedrale del mare e la cacciata dei Moriscos alla fine del Quattrocento in La mano di Fatima, stavolta con La regina scalza l’autore ci porta nella Spagna del Settecento, durante il cosiddetto secolo dei lumi, quando i gitani furono vittima di una vergognosa persecuzione etnica, una delle tante in un Paese che ebbe comunque non poche difficoltà a liberarsi da intolleranze e pregiudizi, diviso più ancora che altrove tra aneliti di progresso e istituzioni che lo ancoravano al passato. La Spagna del resto fu l’ultimo Paese a mettere al bando il tribunale dell’Inquisizione.
























