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:: Un’intervista con Giovanni D’Alessandro a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2013

tanaOggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.

L’hai già fatto tu. Aggiungo solo che da due anni non scrivo più sul quotidiano abruzzese, col quale continuo ad avere un rapporto di amicizia. Ho collaborazioni con quotidiani nazionali che considero preziose, perché intercettano il pubblico nella vita di ogni giorno ed è una frequenza cui tengo molto. Un esempio: il recente, copiosissimo, appassionato ritorno, soprattutto da imprenditori del nord Italia, che ho avuto per la “Lettera a un aspirante suicida” ospitata su Avvenire qualche giorno fa mi ha lasciato senza parole. Ho sentito il polso, ferito e pulsante, robusto e combattivo, teso e pronto a captare nuovi segmenti di mercato, di una fascia sociale, oggi piegata, ch’è stata l’orgoglio dell’hand made italiano. Hanno chiesto i miei riferimenti alla redazione e mi hanno scritto o telefonato imprenditori che fino a ieri avevano 200 operai e oggi vivono in un miniappartamento in affitto. Ho parlato con loro, anzi stabilito rapporti già profondi anche se nati da poco, con loro. Ci incontreremo. Il giornalismo è una scrittura preziosa, è il vissuto reale e quando riesci a sollevarlo verso una dimensione di dialogo, ti accorgi, a volte il giorno stesso della pubblicazione di un pezzo, se hai fatto centro. La narrativa pratica altri pentagrammi. E’ astrazione dal reale, fascinazione, affabulazione, ciò che non esclude possa avere anche valenza di approccio più avanzato alla realtà stessa. Sono due forme di scrittura autonome e  molto importanti per ogni “scrittore”, termine che non dev’essere sinonimo, come avviene di solito, di narratore. Io mi sento scrittore di pezzi per giornali almeno quanto lo sono di romanzi.

Hai esordito nel 1996 con il romanzo Se un Dio pietoso, edito da Donzelli. Un debutto felice, caso letterario dell’anno, tradotto in diverse lingue, finalista al premio Viareggio. Come è nato il tuo amore per la letteratura, specialmente anglosassone, e poi per la scrittura?

E’ nato dal fascino per i libri, maturato fin da bambino. Vengo da una famiglia di lettori, poco intellettualoidi, molto “sostanziali”. Casa mia era una casa di porte che si chiudevano, con gente ritirata a leggere ognuno nella sua stanza. Una tacita tregua di non interruzione delle alchimie magiche che avvenivano dietro quelle porte chiuse era condivisa naturalmente, senza bisogno di essere ricordata o formalizzata: se vedevi  uno sui libri, dicevi a chi lo cercava per telefono: chiama dopo.  Poi – usciti dall’antro delle alchimie- rientravamo nella vita di ogni giorno, con una decisa ironia e con divertimento. Ma restare ognuno col suo libro in mano, nel proprio habitat mentale e spirituale, era una parte della nostra quotidianità: un atto naturale quanto il respirare. Penso avessimo una predisposizione genetica ad affrontare la vita così. Eravamo e siamo, anche quelli che non ci sono più, born reader, lettori nati; con la stessa fascinazione anche per altre forme d’arte come il cinema o la musica. Il lettore nato è come un violino Stradivari o un Guarnieri del Gesù che deve essere scaldato dalla pratica, affinato dalla disciplina, premuto e sollecitato sulle corde per cavare da sé le note, fonde e acute, del buon legno da cui viene; per farsi strumento cioè di veicolazione di armonia, melodia, ritmo. Il lettore nato è come una nave che solo andando per mare entra nel suo elemento naturale e impara a navigare. Noi eravamo maneggiatori di libri. Grandi navigatori di storie – con solido ancoraggio alla realtà, se posso aggiungere. Il mio esordio nella narrativa avvenne in modo casuale nel 1996, con la pubblicazione del romanzo ambientato nell’Abruzzo del 1708 Se un Dio pietoso, il quale prende le mosse dal rovinoso terremoto che aveva devastato la città di origine della mia famiglia, Sulmona (oggi in provincia dell’Aquila) nel 1706, causando mille morti. Prima ero stato solo un lettore, non avevo scritto neanche una lettera d’amore a una fidanzatina o una mezza poesia; soltanto pubblicazioni giuridiche, in cui alcuni rilevavano per la verità un certo gusto per la parola. Ma a parte questo, nulla. Ero preda della classica ritrosia a scrivere del forte lettore. Tuttavia dopo il Classico, nel ’96 erano vent’anni ormai che gli studi tecnici di legge e la mia attività mi avevano allontanato dalla letteratura classica… qualcosa mi spingeva a cimentarmi col rimettere i piedi sul mio terreno di formazione. Risposi alla sollecitazione di un editore che chiudeva un punto vendita in Abruzzo, lamentando l’assenza di proposte narrative da autori abruzzesi. Penso adesso che non si riferisse neppure agli esordienti, ma io lo intesi così e buttai  giù un plot come se fosse stata un’ipotesi di pubblicazione giuridica. Lo faxai a mezzogiorno a lui e un altro notissimo editore nazionale. Il secondo mi chiamò due ore dopo per dirmi che voleva assolutamente pubblicare un romanzo con quel soggetto. Lo scrissi e l’anno dopo, il 1997, prese molti premi, fu lodato dalla critica, popolò le pagine dei media,  venne tradotto dai più importanti editori europei, per essere recensito e premiato anche all’estero. Poi stop. Totale. Per 8 anni. Era stato troppo? Non lo so. Incise anche una fase personale un po’ travagliata, ad allontanarmi da un terreno di bellezza che mi sembrava di non poter o voler ripercorrere in quella fase. Dal punto di vista editoriale, un suicidio, comunque, dopo un esordio del genere.

In seguito sono venuti i grandi editori: nel 2004 hai pubblicato con Mondatori I fuochi di Kelt, vincitore dello Scanno 2005; due anni dopo con Rizzoli La puttana del tedesco, vincitore del premio Fenice Europa 2007. Una carriera costellata di premi e riconoscimenti. In che misura il talento e il duro lavoro incidono in un successo? Di quali autori, italiani e stranieri, ti senti debitore?

La disciplina è il talento della costanza. Ripartire a scrivere dopo otto anni me l’ha insegnato. Una volta ripreso, non ho smesso più. O non entri in palestra o ti alleni costantemente. O non fai venir su i muscoli o li tempri, sennò si afflosciano. Gli autori italiani e stranieri di cui mi sento debitore? Tanti. Troppi per fare alcuni nomi, senza recar offesa agli omessi. Una certa predilezione c’è per i classici, perché nel classico c’è l’appeal universale, c’è la scintilla del genio nascosta in questa o quella pagina. Oggi si spacciano per classici dei non-scrittori che hanno pubblicato per contiguità e contatti, non sempre confessabili, con la grande editoria; non-scrittori che, dopo aver afflitto magari svariate generazioni di lettori, si autocelebrano in raccolte consuntive, postume o, com’è oggi invalso, in vita. Così la non-scrittura protratta per decenni si musealizza… in operazioni in “parallelo” (intelligenti pauca) e simili. E’ l’apoteosi del grottesco. Lo spaccio della bestia trionfante. Torno alla domanda: ho letto gli anglosassoni dal 1800 in poi. Ma anche i francesi. I tedeschi. I russi. Anzi no, non li ho letti. Li ho amati. Non importa quanto si legge, importa quanto si ama. Un rigo che da una pagina ti entra, e ti dilaga, nell’anima per accompagnarti tutta la vita, vale più di cento libri scorsi ma non posseduti, non fatti propri. Tra gli italiani come si fa a non amare Manzoni?  E’ così inquieto e inquietante. E la commossa profondità di Pomilio? La visionarietà di Bufalino? Il sognante desiderio di oblio di Tomasi di Lampedusa? L’incandescente distacco di Fenoglio, la panica magia di Buzzati, la lunare eleganza di Landolfi, l’appassionata asciuttezza di Magris… basta, ci fermiamo qui, sul limitare della selva selvaggia degli omessi in cui non dovevamo metter piede.

Quest’anno hai pubblicato La tana dell’odio, un romanzo doloroso su una ferita aperta dell’Europa, la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando si parla di guerra la si immagina sempre lontana, in Iraq, in Afganistan, separata dalla nostra quotidianità. Invece Sarajevo è ad un passo da noi, solo varcato l’Adriatico, il suo lungo assedio, documentato dai mezzi di informazione ci ha presentato un dramma che avveniva nel cuore dell’Europa. Come hai trattato questo tema nel tuo romanzo?

Partendo proprio dalle tue parole, dalle interrogazioni sul mistero del male – centro di ogni teologia e  filosofia, inesausta domanda che l’uomo rivolge a se stesso dagli albori della storia, anche il più vulnerato agnostico, anche il più fervido credente – perché questa assurda guerra colma di atrocità ne è un simbolo. Si è svolta nel cuore dell’Europa pochi anni fa, dal ’92 al ’95, con uno dei suoi epicentri nel martirio della capitale della Bosnia-Erzegovina Sarajevo, città iconica di una secolare integrazione  multietnica, multiculturale, multireligiosa, sulle cui bellissime montagne solo otto anni prima, nell’84, tutto il mondo era convenuto per le olimpiadi invernali. La storia non è magistra vita, non ha insegnato niente, né quella remota né quella recente; è maestra di rimozione, semmai. Le tane dell’odio sono sempre attive, sono tra noi, ma noi disimpariamo di volta in volta a individuarle e cercarle. Disimpariamo a riconoscere l’odio al suo stanarsi e prendere a strisciare tra di noi  perché non ripete mai le forme assunte in passato, le diversifica. Diabolico, cangiante, il male assume forme sempre più avanzate di quelle che può cogliere la labile percezione prodotta in noi dalla rimozione, dall’abbassamento del livello di guardia e dalla colpevole ignoranza, mascherata da informazione, che caratterizza questa società.

Protagonista de La tana dell’odio è Giuseppe Vegagni, nato Jusuf Samirovic. Allo scoppio della guerra era solo un bambino, anni dopo lo troviamo in Italia, adottato da una famiglia italiana, diventato medico. Parlaci del tuo personaggio, si ispira ad una persona realmente esistita? Assistere alla distruzione della sua famiglia di origine incide dolorosamente nella sua coscienza. In che misura la vendetta e il perdono si fanno largo nella sua anima?

Non è un romanzo sulla vendetta e lo avrebbe ucciso essere un romanzo dal facile accesso al  perdono: sono dimensioni troppo intime perchè uno scrittore possa violarle trasferendole in una narrazione. La tana dell’odio è un romanzo-monito sulla reviviscenza del male, sulle mortali ferite che produce nell’anima e sulla esigenza di sopravvivere ad esse per tornare a vivere. E’ una storia  sulla difficile mediazione tra memoria e cancellazione, dinamiche entrambe vitali. E indomabili.

Alla ricerca di se stesso, di un equilibrio che sembra incerto, minato dall’assassinio dei suoi genitori, decide di ritornare nei luoghi della sua infanzia in cerca della verità. Cosa trova?

Trova il passato, destinato però a rovesciarsi nel suo presente in un modo particolarissimo e crudele, come se fosse sempre stato in agguato per lui. Un passato che il protagonista sperava sepolto coi suoi cari, sulle cui tombe torna per la prima volta dopo vent’anni, dopo avere assistito alla loro tragica uccisione; mente non era affatto seppellito con loro. Ciò rende per lui più drammatica la mediazione di cui parlavamo prima.

Rimozione e memoria, in che misura questo binomio influenza la vita del protagonista?

Totalmente; rimozione, immagino intenda tu, non nel senso di allontanamento della memoria, bensì di riemersione da essa: il protagonista Jusuf-Peppe, nelle mie pagine è animato, lacerato, mosso da questo binomio.

Ricordare è dolorosamente necessario, penso per esempio alla tragedia della Shoah. Che relazione c’è tra il bisogno di cancellare il male e il perdono?

Secondo me? Il perdono (che  – torno a  dire – non è tema di questo mio romanzo politematico) nasce dalla coscienza del male subito e quindi dalla memoria. Il vero perdono se è tale, vale a dire dimensione finale di un approdo spirituale trascendente, non giustificato da logiche umane, non può che nascere, umanamente, dal doloroso ricordare che tu dici. Di più: dal coltivare il ricordo.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico del tuo romanzo, che regista sceglieresti, quali attori?

Giacomo Battiatio, autore del bellissimo Résolution 519, film poco distribuito in Italia e molto lodato all’estero dov’è stato prodotto e realizzato, sulla tragedia della Bosnia-Erzegovina: prende  nome dalla risoluzione dell’ONU la cui inapplicazione portò all’eccidio di Srebrenica e alle altre centinaia di stragi ed  efferatezze di questa guerra.

Nel finale c’è spazio per la luce della speranza?

Sì. Thanatos  – odio violenza morte – non prevale su Eros, forza vitale

Parlaci del titolo: come l’hai scelto, nasce da un proverbio?

Nasce da un proverbio prodotto dalla dolorosa saggezza dei Balcani, che funge da leitmotiv del romanzo : “L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole”. L’odio nella sua tana dorme un sonno leggero, sotto un esile strato di neve che il sole, ogni giorno senza colpa sorgendo, può sciogliere, ridestandolo.

Grazie della tua disponibilità, nel concludere questa intervista, permettimi un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

I muscoli vanno tenuti tonici! La palestra di cui parlavamo prima è aperta h24. E’ una dura palestra. Dopo la quale ci vorrà un po’ di riposo, dopo. Ma siamo già quasi a metà del nuovo romanzo che uscirà tra le strenne del ’14 e le prime settimane del ’15 con un nuovo editore. Sempre che l’editoria italiana sia ancora in piedi tra due anni.

:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

Un’intervista con Dario Flaccovio a cura di Giulietta Iannone

4 Maggio 2013

dario-flaccovioBenvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?

Un editore innamoratissimo del suo lavoro, sin da prima di farlo.

Come è nata la Dario Flaccovio Editore? Chi sono i suoi fondatori? Quando tutto è iniziato?

Nasce come evoluzione maturata all’interno della mia iniziale attività di libraio: avevo infatti due librerie, aperte nel 1972 e nel 1976. Dal 1980, anno di apertura della casa editrice, è stato un continuo crescendo che mi ha convinto agli inizi del 2000 a cedere le due librerie per dedicarmi solo alla attività di editore. Le mie due ex librerie sono ancora in attività, con i nuovi proprietari. Le attività sono state intraprese sin dall’inizio con mia moglie, Marisa Dolcemascolo, perno amministrativo della struttura aziendale, e il futuro è rappresentato da mio figlio Enrico, che dopo anni di formazione a Milano, ha scelto il ritorno a Palermo e all’attività di famiglia.

Fare cultura a Palermo è una sfida coraggiosa, una sfida di civiltà, di amore per la condivisione del sapere, della bellezza. Ricevete aiuti statali? Ci sono enti che, non solo con sovvenzioni, supportano il vostro lavoro?

Fare cultura è una sfida coraggiosa dovunque, non solo a Palermo. Qui abbiamo a nostro carico qualcosa che si chiama “distanza fisica” dal continente e dai centri nevralgici delle principali attività industriali e commerciali, posizionati tutti nel centro/nord del Paese. E’ un costo oggettivo e notevole. Consideri che da sempre, quando devo incontrare un autore o un possibile autore per un approccio o una proposta, devo attraversare l’Italia in tutte le direzioni geografiche. Se vivessi a Roma o Milano i costi sarebbero men che dimezzati. Ma di bello c’è che da Palermo sono riuscito ad abbattere l’aspetto più negativo di questa “distanza”e sia i nostri autori che il nostro pubblico, grazie alla nostra presenza e continua proposizione, sentono che Palermo è più vicina di quanto si possa pensare.
Quanto a enti e possibili sovvenzioni, siamo notoriamente editori indipendenti e ci manteniamo rigorosamente al di fuori dell’ambiente politico e clientelare di cui le sovvenzioni (quando ci sono) sono sinonimo; abbiamo sempre preferito camminare con le nostre gambe e la nostra testa, che sinora non ci hanno mai tradito.

Molti giovani saranno curiosi di conoscere la parte più nascosta del suo lavoro. Può raccontarci una sua giornata tipo?

Oggi è una giornata abbastanza riposante. Potendo contare su uno staff super attivo, mi limito a un aggiornamento esasperante e alla continua ricerca di autori e argomenti nuovi validamente supportato da mio figlio Enrico che mostra di avere notevoli capacità e spesso mi surclassa.

Quali sono i pilastri su cui si regge la sua impresa? L’editore è ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

L’editore è l’industriale più artigiano che ci sia. Oggi come sempre le regole del business vanno rispettate, ma al primo posto c’è sempre la qualità della proposta: se non soddisfi la tua clientela, non avrai mai né durata né riconoscibilità.

L’editoria sta attraversando un momento di crisi, le librerie chiudono, anche molti editori anche medi chiudono. Certo non c’è una ricetta per curare tutti i mali ma seconda lei quali sono le cause reali inserite certo in una crisi globalizzata mondiale? Quali i rimedi più efficaci?

Bè, mi attribuisce una bella responsabilità nell’individuare cause e rimedi… Penso solo che stiamo vivendo un’epoca di grandissima trasformazione e riuscirà a superarla chi avrà capito qualcosa di quello che sta accadendo, adeguandosi alle nuove necessità che queste trasformazioni richiedono.

Recentemente avete pubblicato anche collane di gialli e narrativa e fantasy. Pensate che la diversificazione, sia un metodo efficace per crescere?

Certo, quanto meno ti mette a contatto con realtà diverse da quelle con le quali ti confronti usualmente e ti consente di esaminare più a fondo le tue capacità.

Il mercato editoriale sta attraversando una rivoluzione oserei dire copernicana. Voi siete diciamo un’eccellenza nel campo dell’editoria specializzata in letteratura tecnica e professionale. Ma l’ebook sostituirà davvero il libro di carta? Quali sono ancora i maggiori ostacoli verso questa trasformazione?

No, l’ebook non sostuirà il libro di carta. Il libro tradizionale e l’ebook sono due prodotti paralleli, che si integreranno e vivranno affiancati. L’avanzata dell’editoria elettronica apre nuove frontiere e vantaggi che certo la carta stampata non può offrire. La rivoluzione vera avverrà con la generazione che inizierà a studiare sin dalla prima elementare sul tablet. Si vedrà allora cosa può succedere. Oggi l’editoria tradizionale si sta ridimensionando, e ancor più si ridimensionerà, e credo proprio che non sia un male questo. E’ giusto che ogni anno si stampino milioni di copie tra libri e riviste e giornali che vanno a finire in gran parte al macero? Non è meglio, alla fine, che anche l’ambiente sia salvaguardato? I librai e gli editori che si rispettano dovranno adeguatamente riconvertirsi rendendosi conto che l’evoluzione tecnologica non è il diavolo, va seguita, assecondata. Arriveremo, se ci si saprà organizzare, anche ad acquistare ebook in libreria, insieme ai libri di carta. Si tratta di impegnarsi nella trasformazione, tutti. Quando arrivò la televisione, si disse che la radio era morta. Cosa vediamo oggi a distanza di sessant’anni? Che oggi la radio è più in voga che mai, ha sempre nuovi estimatori e si è enormemente avvantaggiata grazie anche ai canali satellitari e digitali.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

Possiamo fare abbastanza poco, in verità. L’avvicinamento alla lettura deve nascere dalla famiglia, dalla scuola, dal sistema…

Cosa ne pensa della critica letteraria italiana? E’ indipendente, corretta, professionale?

Penso semplicemente che i critici facciano il loro lavoro. Per come si fa oggi in Italia. Non è una cosa entusiasmante, ma è importante che ci sia, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo esercizio può offrire.

Accanto alla critica diciamo istituzionale  ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensa? Sono una valido strumento di promozione, specie per gli autori esordienti? Quali sono quelli che legge più spesso?

Forse sono un po’ troppi. Sta un po’ succedendo quello che accade con le proposte editoriali: tutti sono convinti di essere scrittori. Tutti fanno blog. Però è una nuova forma di comunicazione, alla fine ben venga: la pluralità è sempre un valore. Non sono assiduo nella lettura dei blog, mi dedico maggiormente all’area scientifica e tecnica, la mia passione.

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

I social, nuovi sistemi di comunicazione dai quali ormai non si può prescindere. I risultati sono decisamente interessanti.

Quali sono le novità maggiori per i prossimi mesi di Dario Flaccovio Editore?

Nel campo della varia abbiamo in uscita alcune ristampe tra cui Palermo al tempo del vinile un libro pubblicato a novembre e subito andato esaurito, Palermo è… il primo libro che Gaetano Basile pubblicò con noi e Via Libertà ieri e oggi un cult ormai passato in edizione economica che continua ad affascinare. Tra le novità, un importante libro sulle feste e sagre che si svolgono in Sicilia, dal titolo curioso Sagre Magìc che fa il verso all’Arbre magique, il deodorante per auto, essendo una guida da tenere in auto quando si decide di andare per sagre. Un libro che veramente mancava e sarà in libreria a giorni. Ancora, sarà a breve disponibile un interessantissimo saggio su Massoneria e Chiesa, che farà molto discutere. Nel campo tecnico, le cito solo qualcosa di siciliano, un testo indispensabile e unico per la sua qualità, l’ottava edizione di Edilizia privata in Sicilia di Giuseppe Monteleone, che non c’è professionista siciliano che non apprezzi e non possieda per la sua completezza.

:: Un’intervista con Mark Pryor

16 aprile 2013

il libraio di parigiCiao Mark. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mark Pryor? Punti di forza e di debolezza.

Chi sono io? Domanda complicata … ma prima di tutto penso a me stesso come un marito, e padre di tre bellissimi bambini. Sono una persona molto attiva. Gioco a calcio in un campionato competitivo, e mi piace viaggiare ogni volta che posso. I miei punti di forza sarebbero … beh, mi piace far ridere la gente. Non prendo me stesso o il mondo troppo sul serio, e penso che non ci sia mai abbastanza da ridere. Per quanto riguarda i punti deboli, penso che quello più grande sia la mia  totale incapacità di parlare delle mie debolezze. Cosa ne pensi del mio modo di glissare?!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una fattoria in Inghilterra e mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo 25 anni. Devi sapere che mia madre è americana, e sono venuto in America solo in viaggio, ma mi sono innamorato del paese e ho deciso di trasferirmi. Sono stato molto fortunato, il posto in cui sono cresciuto aveva un parco giochi enorme per me e per il mio migliore amico e mi ha dato la capacità si apprezzare la natura e il paesaggio. Anche se vivo in una città ormai, ho sempre voglia di uscire in ampi spazi aperti e con la mia famiglia vado in campeggio ogni volta che posso. Per quanto riguarda i miei studi, beh, ho un diploma in giornalismo presso un college in Inghilterra, e un altro diploma conseguito in una università qui negli Stati Uniti. Ho anche una laurea americana in legge.

Che lavori hai svolto in passato? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

In Inghilterra ho studiato giornalismo e ho lavorato come giornalista a Colchester per tre anni. Mi occupavo di cronaca nera, ma devo dire che era un posto molto tranquillo – nulla di davvero violento, e niente di molto eccitante insomma! Era una città molto diversa dalla città in cui vivo ora, Austin, Texas. Poi, quando sono arrivato negli Stati Uniti, ho deciso di diventare avvocato e così ho studiato legge qui. Dopo di che, ho lavorato per un grande studio legale di Dallas prima di trasferirmi ad Austin e diventare un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale. Lavoro qui da circa quattro anni, e gestisco i casi di omicidio, stupri, rapine … praticamente ogni tipo di grave procedimento penale che si possa pensare. E ‘un lavoro molto gratificante, mi sento davvero di stare facendo qualcosa di utile per rendere più sicura la mia comunità e aiutare le vittime dei reati.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

E ‘qualcosa che è sempre stato dentro di me. Sono sempre stato occupato a scarabocchiare idee per delle storie, a scrivere racconti. Così non è stato che improvvisamente sono diventato uno scrittore, ho solo deciso, circa dieci anni fa, di prendere tutto sul serio, e ho iniziato a cercare di scrivere un romanzo con l’obbiettivo di farlo pubblicare. Ho una fantasia molto attiva, quindi ho deciso che mi sarei allontano dal giornalismo e avrei provato con la fiction.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Beh, per darti un’idea, Il libraio di Parigi è stato il terzo romanzo che ho finito e ho cercato di vendere. Dei primi due non se ne è fatto niente, ho il sospetto che proprio non fossero molto buoni. E sì, attraverso questa esperienza ho imparato molto sui rifiuti, probabilmente ho contattato e sono stato respinto da più di 100 agenti per quei libri. Il libraio di Parigi ha riscosso più interesse da parte degli agenti letterari, e abbastanza rapidamente, quindi ho saputo di aver scritto qualcosa di buono. Ma anche così, è stato un processo lungo e talvolta faticoso.
Il libro mi ha richiesto circa sei mesi per scriverlo, e l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi con mia moglie. Ho afferrato una penna e un taccuino da un negozio nelle vicinanze e ci siamo seduti in un bar fino a quando ho avuto l’idea di base della storia. Poi, una volta scritto il romanzo, il mio agente mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato a migliorare il libro. Le è voluto circa un anno per trovare un editore, ma sono rimasto basito quando volevano offrirmi un contratto di tre libri per la serie. Avevo scritto il secondo, The Crypt Thief, ma nemmeno pensavo ad un terzo!

Il tuo primo romanzo, The Bookseller (2012), ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo Il Libraio di Parigi, è un romanzo fantastico per chi ami Parigi e i libri. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Cosa ti ha spinto a scriverlo? E ‘ispirato ad una storia vera?

Grazie. Come ho già detto, l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi. E’ quel tipo di posto, capace di ispirarti. Se ricordo bene, ho visto i librai della Senna e ho capito che dovevo scrivere una storia in cui non solo fossero presenti, ma avessero un ruolo fondamentale. Poi ho fatto una partita di  “E se?” Allora, che cosa sarebbe successo se un libraio fosse scomparso? E se fosse stato un amico del mio personaggio principale? Che cosa sarebbe successo se un altro libraio fosse scomparso … e così via, creando piccole risposte per ciascuna domanda. Volevo anche, come avrete notato, creare un romanzo in cui Parigi fosse la star. Volevo che il lettore che già conosceva la città desiderasse tornarci, e il lettore che non ci fosse mai stato, desiderasse visitarla per la prima volta. So che molti miei lettori l’hanno fatto​​, proprio questa settimana un mio collega mi ha detto che sua moglie ha letto il libro e gli ha ordinato di portarla a Parigi! Non è tratto da una storia vera, no, e infatti ho dovuto inventare alcuni elementi per rendere il complotto. Sono contento che sia finzione, però, odierei vedere quei meravigliosi librai scomparire!

Perché hai deciso di scrivere Il libraio di Parigi?

Oltre ad avere una idea solida per la storia, penso che fosse il momento giusto per me di impegnarmi per mettere insieme un romanzo completo. Mia moglie mi ha sostenuto, nel senso che mi a dato il tempo a casa per scriverlo, e il mio lavoro mi ha permesso di dedicare tempo ed energia mentale per il libro. E, onestamente, è bastato scrivere di Parigi per avere una fonte di ispirazione, era lei il carburante di quello che ho scritto.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Hugo Marston. Potresti dire ai lettori che cosa succede?

Assolutamente. Hugo è il capo della sicurezza presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Il suo capo, l’ambasciatore, gli ha detto di prendersi una vacanza, anche se lui non ne ha alcuna voglia. La moglie di Hugo l’ ha appena lasciato e lui non sa dove andare in vacanza, e nessuno con cui andarci. Il libro inizia con lui che vaga lungo le rive della Senna. Si ferma a comprare un libro, o due, da un libraio di nome Max, un uomo più anziano che è diventato negli ultimi anni amico di Hugo. Vedete, Hugo è collezionista dilettante di libri. Mentre stanno accordandosi per l’acquisto di due libri, un uomo appare dal nulla e punta una pistola alla testa di Max. Lo trascina verso il fiume e lo costringe a salire su una barca, che si allontana. Hugo deve stare lì a guardare mentre il suo vecchio amico viene rapito, e quando la polizia mostra una strana mancanza di interesse,  decide che il tempo della sua vacanza può essere ben speso a caccia di Max, e di chi lo ha rapito.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Certamente. La trama ruota intorno a Hugo che cerca di ritrovare Max. Ma qualcuno lo aiuta nella nella sua ricerca, però. Il suo amico Tom Green, un ex agente della CIA, un amico di lunga data di Hugo, un po’ un ubriacone, con un debole per le donne e le parolacce. Hugo incontra anche Claudia, una giornalista francese, che gli offre il suo aiuto. Quando diversi librai cominciano a sparire, Hugo deve capire se Max sia stato coinvolto in qualcosa di illegale, o se ci fosse qualcosa nel suo passato che abbia iniziato a innescare questa catena di eventi. (Mi dispiace essere vago, ma non voglio svelare troppo!)

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Hugo Marston?

Fisicamente, Hugo è un uomo imponente. Alto, bello, e ha un modo di fare affascinante e gentile con le persone. Lo descriverei più come un osservatore che non un giocatore, vale a dire che preferisce in un contesto di gruppo lasciare che gli altri prendano l’iniziativa fino a che non è certo di sapere che cosa stia succedendo. Parte di questo deriva dal suo lavoro passato come ex profiler comportamentale per l’FBI, è stato infatti ben addestrato nell’individuare i difetti e le motivazioni delle persone. Così, è tranquillo ma non introverso. E ‘un uomo molto sicuro di sé, ma non arrogante. Ama piuttosto leggere un libro che guardare la TV e ama vivere a Parigi. E’ di Austin, Texas, e per tutta la sua carriera ha indossato gli stivali da cowboy, e ne ha tre coppie tra cui scegliere: casual, funzionale per il lavoro, e formale.

Max è un vecchio bouquiniste con un passato come “cacciatore di nazisti”. Ci puoi parlare di lui?

Sì. In un primo momento e anche se sono amici, Hugo non sa molto di Max. Nemmeno il suo cognome. Lo conosce davvero solo dopo che è stato rapito, e una delle cose che scopre è che Max è un sopravvissuto all’Olocausto. Non solo, ma il vecchio ha trascorso diversi anni dando la caccia ai nazisti dopo la guerra, così Hugo deve indagare se forse quella parte della storia di Max è tornata a tormentarlo. Anche Max è un uomo divertente, leggermente amaro e sarcastico, ma in modo onesto, ed è molto affascinante. A volte penso a lui come ad una versione precedente di Tom, sono molto simili e ciò spiega perché Hugo e Max vanno così d’accordo.

Claudia è una giornalista, una tipica parigina. Il nuovo amore di Hugo. Potresti dirci qualcosa su di lei?

Claudia è un po ‘come Hugo. E’ molto indipendente, forte, fieramente leale con suo padre, e ha un po’ paura di impegnarsi. Inoltre, come Hugo era sposata con qualcuno che è morto tragicamente, in un certo senso indossano la stessa cicatrice, per così dire. E’ romantica, ma anche molto realista, quindi sarà interessante vedere come lei e Hugo continueranno a sviluppare la loro romantica amicizia.

Tom Green è un agente della CIA, ex agente dell’FBI come Hugo. Qual è il suo ruolo nel tuo libro?

Tom è il migliore amico di Hugo. E’ in un certo senso controbilancia il personaggio di Hugo,  può dire e fare tutto quello che è grossolano e pericoloso (e legalmente discutibile!) Cose che Hugo non fa. Da scrittore, il suo personaggio è un gioiello – Posso inserirlo in situazioni uscite fuori dal nulla e farlo attingere alle sue risorse nella CIA se c’è un problema che deve essere risolto, e risolto in fretta. Ma lui è un uomo complesso. Tutta la sua millanteria e la sua passione per il bere, le sua caccia alle donne  e il suo essere sempre in cerca di guai, sono in parte il risultato del suo tempo passato nella CIA. E’ provato e stanco, ha visto un sacco di cose che avrebbero fatto impazzire chiunque altro, così come tutti gli altri cerca di avere a che fare con i propri demoni nel modo migliore che può.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Non consapevolmente, no. Sono più propenso ad inserire i miei interessi personali (l’analisi comportamentale, Parigi, ecc.) E le mie esperienze di vita reale non sono così interessanti come quelle di Hugo o di Tom, quindi non sono sicuro che varrebbe la pena scriverle!

Immagina che Hollywood ti chiami, quali attori indicheresti per le parti di Hugo, Tom e Claudia?

Ooh, grande domanda. Per Hugo mi piace George Clooney. Lo so che non è una scelta molto originale ma realmente penso che Clooney sia adatto. Per Tom, qualcuno come Philip Seymour-Hoffman. Lui è un grande attore e perfetto per il ruolo. Per Claudia, mi piacerebbe una attrice francese, Marion Cotillard sarebbe l’ideale. Spero che uno o tutti loro leggano questa intervista …!

Il tuo secondo romanzo, The Crypt Thief, sarà pubblicato in maggio in America. Potresti parlarne? Quando uscirà in Italia?

Mi piacerebbe parlarne, infatti ecco il riassunto della trama:
E ‘estate a Parigi e due turisti vengono uccisi nel cimitero di Père Lachaise di fronte alla tomba di Jim Morrison. Il cimitero è bloccato e messo sotto sorveglianza, ma l’assassino ritorna, svolazza dentro come un fantasma, ed entra nella cripta di una ballerina del Moulin Rouge morta da tempo. Poi scompare con il favore della notte con una parte del suo scheletro. Uno dei turisti morti è un americano e l’altra è una donna legata ad un sospetto terrorista, così l’ambasciatore degli Stati Uniti manda il suo uomo migliore Hugo Marston – capo della sicurezza dell’ambasciata -per aiutare la polizia francese con le indagine. Quando il ladro irrompe in un’altra cripta in un cimitero diverso, rubando le ossa da una seconda famosa ballerina, Hugo è perplesso. Come agisce questo killer invisibile? E perché sta rubando le ossa di alcune famose ragazze del can can? Hugo indaga nei segreti dei cimiteri, ma presto si rende conto che le vecchie ossa non sono tutto quello che l’ assassino vuole. . .  Sono abbastanza contento perché ha già ottenuto alcune ottime recensioni, sono molto impaziente che esca sugli scaffali. E sì, sicuramente uscirà in Italia, ma ho paura di non sapere la data esatta (è ancora vaga). Non sono stato in stretto contatto con il mio editore per questo, probabilmente perché stanno lavorando con Il libraio di Parigi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certo, ce ne sono molti che amo. Uno è Alan Furst, che ambienta anche i suoi libri in Europa. Lui è un grande scrittore di spionaggio, e ha un dono incredibile, quando si tratta di fare sentire il lettore veramente come se stesse in qualunque città stia descrivendo. Ho sicuramente cercato di imparare da lui. Altri scrittori moderni, fammi pensare. Mi piace Fred Vargas, la giallista francese. Adoro gli elementi leggermente mistici che si insinuano nei suoi libri, e lei è brava a creare personaggi memorabili. Tana French è anche meravigliosa, un genio con il linguaggio e le immagini, e per il suo modo avvincente di raccontare amo molto William Landay.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un romanzo ‘noir’ di James Crumley, si chiama The Last Good Kiss. Un amico della mia libreria locale me l’ha consigliato, e mi sto divertendo molto. Inoltre ho deciso che leggerò più libri noir.

Ti piace fare tour letterari ? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono molto le presentazioni. Mi piace parlare del mio viaggio verso la pubblicazione e mi piace condividere la mia esperienza con i lettori che sono anche scrittori che stanno cercando di farsi pubblicare. E mi piace incontrare le persone che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti, è un vero onore perché mi sento in debito con loro in qualche modo. A volte non riesco a credere di essere in questa posizione, uno scrittore pubblicato con i libri che vendono, per cui questi eventi sono un segno che sta succedendo davvero! Quindi, ecco una storia: in uno di questi eventi una donna si avvicinò al tavolo dove stavo firmando i libri e mi porse il libro che aveva comprato. A quel punto, mi aspettavo che mi dicesse il suo nome in modo da poter personalizzare la firma, ma lei mi fissò. Mi sorrise e disse: “Ciao, come stai?”  Ma lei non mi disse chi era, si limitò a fissarmi. Allora io dissi: “A chi devo dedicare questo libro?” Stavo cercando di essere gentile come potevo, perché, bene, non ero sicuro di quello che stava succedendo e se non altro questa donna aveva preso il tempo e la briga di venire all’ evento. Lei mi guarda e dice: “Per me.” E poi inizia a sillabare il suo nome. E ‘a metà strada mi rendo conto, Oh mio Dio, io la conosco! Beh, avevamo lavorato insieme per un anno ed eravamo stati amici, ma erano passati un paio di anni da quando l’avevo vista e lei aveva cambiato la sua acconciatura e cambiato completamente il colore dei capelli! Ero abbastanza imbarazzato, ma lei è una grande e ha semplicemente riso.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Amo stare in contatto con i miei lettori, davvero. Rispondo personalmente a tutti coloro che sono così gentili da scrivermi, e il modo migliore per contattarmi è tramite il modulo di contatto sul mio sito, che è http://www.markpryorbooks.com (non mi piace mettere il mio indirizzo di posta elettronica direttamente su Internet, dopo ti trovi sempre un sacco di spam.)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho ancora mai visitato l’Italia, ma mi piacerebbe. Infatti, dato che il mio editore mi ha dato il via libera per ambientare i futuri libri di Hugo Marston in diverse parti d’Europa, forse l’Italia è in cima alla lista. E dove va Hugo, devo andare prima anche io per fare ricerche!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

In questo momento sto lavorando al terzo romanzo di Hugo. Si intitola The Blood Promise e sono letteralmente ad una settimana di distanza dal finire la prima stesura. Una volta finito, dovrò passare un mese a fare editing, che è sempre piuttosto faticoso. Ma poi spero di essere in grado di prendere un periodo di pausa (una settimana, due settimane …!) E poi iniziare a pensare al quarto della serie. Ho Londra e Barcellona, ​​in fila, ma ora sto pensando a Firenze? Roma? Qualche luogo in Italia dovrebbe essere il prossimo della lista, non pensi?

:: Un’intervista con Paul French, autore di Mezzanotte a Pechino a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2013

mezzanotte a PechinoSalve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.

Sono fondamentalmente, suppongo, quello che oggi viene chiamato un “Old China Hand”. Ho studiato la lingua, la storia e la società cinese all’ Università e ho vissuto e lavorato in Cina, soprattutto a Shanghai, per quasi 20 anni. Di giorno lavoro come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, la Mintel, scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi. Di notte scrivo libri sulla storia moderna della Cina, sono specializzato nel periodo pre-1949, e mi occupo di quali erano il ruolo e la vita della popolazione straniera che visse a Pechino, a Shanghai e altrove.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono un londinese al 100% – nato e cresciuto – e nonostante quasi due decenni e mezzo di studio e lavoro in Cina, la mia storia d’amore più antica e più lunga rimane con Londra! Non c’era alcuna buona ragione per me di sviluppare un profondo interesse per la Cina – i miei genitori non hanno quasi mai lasciato l’Inghilterra e mai hanno viaggiato oltre la Francia o il Belgio, quindi non sono molto sicuro da dove sia nato questo amore per i viaggi in Estremo Oriente! Ma so che quando sono arrivato per la prima volta a Shanghai, e ho passeggiato lungo il magnifico lungo fiume del Bund e poi mi sono perso nei vicoli e nelle strade della Ex Concessione Francese, è scoccata la scintilla!

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Prima di tutto volevo solo trovare uno sbocco per le grandi storie che avevo scoperto quando avevo fatto ricerche sulla Cina del 1920 e del 1930. Ho scritto una biografia di un grande americano di nome Carl Crow che è venuto in Cina nel 1911 e l’ha lasciata nel 1937 – era un grande giornalista, avventuriero, commentatore di tutte le cose cinesi e ha aperto la prima agenzia di pubblicità in stile occidentale a Shanghai. Poi ho deciso di scrivere una storia sui corrispondenti esteri in Cina – chi erano, perché sono venuti, quello che hanno scritto e pensato sulla Cina. Ma poi mi sono imbattuto nella storia di Pamela Werner e lei è diventata la mia ossessione per circa 5 o 6 anni …

Midnight in Peking, ora pubblicato in Italia con il titolo Mezzanotte a PechinoOvvero il Torbido Omicidio della Torre della Volpe, è basato su una storia vera. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto una piccola nota in una biografia del famoso giornalista americano in Cina Edgar Snow, che ha scritto Red Star Over China nel 1936, il libro che in realtà ha introdotto il mondo al Presidente Mao. La nota diceva che Snow e sua moglie vivevano in un vicolo tradizionale (un hutong) a Pechino nel 1937, accanto ad un vecchio inglese, un ex diplomatico e a sua figlia adolescente. Nel gennaio del 1937 la figlia, Pamela, è stata orribilmente assassinata e si iniziò una indagine della polizia che fu un caso unico nella storia cinese – un detective cinese lavorò con un detective britannico addestrato a Scotland Yard. Questo era incredibile e, anche se non ha risolto l’omicidio, ha rivelato gli scandali e lo sporco della comunità straniera di Pechino in quel momento.

Parlaci di alcune delle fonti che hai scoperto durante la scrittura Mezzanotte a Pechino.

Le prime fonti più importanti sono state i giornali, che hanno seguito da vicino l’omicidio e la successiva indagine. Poi ci sono state le note della autopsia e alcune note ancora dei poliziotti. È importante sottolineare che, dopo il luglio 1937 (quando i giapponesi invasero Pechino e occuparono la città), l’inchiesta ufficiale è stata interrotta. Ma il padre di Pamela, un grande diplomatico britannico in Cina e un noto sinologo, ha continuato a dare la caccia agli assassini di sua figlia. Ha trovato un sacco di nuove prove e testimoni e ha inviato tutte le informazioni a Londra, sperando di riaprire il caso. Ma c’era la guerra, Pechino era stata occupata dal Giappone, Londra combatteva Hitler – nessuno era interessato a una ragazza che era morta nel 1937. Trovare queste carte è stato il mio momento “eureka” – quando una storia interessante è diventata una missione per portare giustizia a Pamela (dopo 76 anni!) E risolvere il suo omicidio.

Che cosa ti è piaciuto di più scrivendo il libro?

E’ stato il periodo, il tempo – la Cina nel 1937 era sull’orlo della guerra, sull’orlo del caos. Ciò che noi oggi chiamiamo “Vecchia Cina” stava per finire – questi fatti accaddero nelle ultime settimane e mesi di una vecchia Cina che avrebbe poi combattuto una guerra contro il Giappone fino al 1945 e poi avrebbe affrontato una rivoluzione e il maoismo e non sarebbe mai più stata la stessa. E ‘un momento incredibile nella storia della Cina.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

La prima metà del libro descrive realmente l’omicidio e l’inizio delle indagini della polizia. Anche se lavorarono duramente gli agenti di polizia cinesi e inglesi non furono in realtà in grado di risolvere il crimine – in effetti sia il governo britannico che quello cinese interferirono nelle indagini. Quello che è stato affascinante fu che l’inchiesta era incentrata su un territorio di Pechino denominato “Badlands” – questa era una piccola zona che è stata quasi del tutto dimenticata dal 1949 ed era il luogo dove andavano gli stranieri di Pechino, a consumare i loro vizi. Era un labirinto di bordelli, bar, fumerie d’oppio ed era in gran parte gestita da apolidi russi bianchi che erano fuggiti dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Poi, nel luglio del 1937, i giapponesi invasero Pechino e l’inchiesta fu interrotta. La seconda metà del libro segue l’ indagine non ufficiale  del padre di Pamela attraverso le Badlands di Pechino. Poi ho cercato di ricostruire quello che è successo la notte di gennaio tra il 7 e l’8 del 1937, quando Pamela è stata uccisa.

Parlaci un po’dei tuoi protagonisti principali?

Beh, il padre di Pamela è un grande personaggio – un tipico inglese della classe superiore – freddo, apparentemente impassibile, ossessionato dal suo lavoro, non eccessivamente affettuoso con sua figlia. Eppure, mentre il libro si sviluppa diventa più simpatico, si vede in che modo ha sacrificato la sua salute, i suoi risparmi di tutta una vita e la sua sicurezza per cercare di trovare gli assassini di sua figlia. Entrambi i poliziotti principali sono interessanti – il Colonnello Han era il detective più alto in grado a Pechino, il capo degli investigatori e di grande esperienza. L’ispettore capo Richard Dennis era un eroe della Prima Guerra Mondiale che aveva poi servito nella polizia metropolitana di Londra e come detective di Scotland Yard, prima di diventare il capo della polizia britannica nel Concessione britannica di Tientsin (oggi Tianjin), una città, non lontano da Pechino. Ci sono una serie di sospetti – i possibili assassini – ma io non ho intenzione di parlarvi di loro e dirvi troppo della trama – non vi resta che comprare il libro! E, naturalmente, Pamela, la ragazza di 19 anni assassinata, è un personaggio importante nel libro, di fatto si aggira per tutta la storia e tutti i soggetti coinvolti cercano di scoprire chi l’abbia uccisa.

Pamela Werner era la figlia di un ex console britannico in Cina. Che impatto ha avuto l’omicidio di Pamela nella Pechino di fine anni Trenta?

Era una storia apparsa su tutti i giornali. Tutti erano molto spaventati. Nel gennaio 1937 i giapponesi avevano circondato Pechino – non era una questione di “se” avrebbero attaccato, ma di “quando”. Tutti in città, cinesi e stranieri, si interrogavano sul fatto che se una giovane, privilegiata, bella ragazza bianca poteva essere orribilmente uccisa e i suoi assassini sfuggire alla giustizia, allora qual era il destino di chiunque altro, di Pechino o, anzi della stessa Cina?

Pechino nel mese di gennaio del 1937, è un’ ambientazione straordinaria per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario esotico?

Pechino era una città di 3 milioni di persone, con forse 3.000 stranieri. Non era la capitale della Cina, che era Nanchino nel 1937. Era circondata, gli abitanti erano spaventati, tutti sapevano che la guerra e la devastazione stavano arrivando. Ma era anche una bella città a quel tempo – una città di antiche mura e templi, la Città Proibita e il centro della storia della Cina imperiale. Era una città di tradizione e di cultura, ma era anche, purtroppo, nel posto sbagliato al momento sbagliato e proprio il luogo dove l’esercito giapponese era determinato ad entrare dalla Manciuria per invadere tutta la Cina.

E finalmente hai dato una soluzione al caso, una soluzione che era stata negata a suo tempo. Come hai fatto a scoprire la verità?

Ho preso i documenti che il padre di Pamela aveva inviato a Londra (documenti ora conservati negli Archivi Nazionali inglesi di Londra), li ho confrontati con il giornale della polizia, i referti medici e le altre carte al momento delle indagini della polizia ufficiale – I riferimenti incrociati mi hanno permesso di arrivare a quello che io credo sia la verità dell’omicidio di Pamela Werner. Sono anche, incredibilmente, riuscito a trovare circa 6 persone, ti parlo della fine degli anni ’80 e ’90, che sono andati a scuola con Pamela e che si ricordavano di lei quando era viva.

Quale è la tua scena preferita in Mezzanotte a Pechino?

C’è una scena – nel capitolo intitolato L’Elemento del Fuoco – che mi piace molto. Si trova alla fine delle indagini ufficiali quando i poliziotti sono depressi per non aver ottenuto nulla e non essere riusciti a risolvere il crimine. Succede anche che fuori stiano avvenendo le celebrazioni cinesi per il Nuovo Anno. Credo che il contrasto della depressione del poliziotto, con l’ultima celebrazione del Capodanno cinese prima che la guerra scoppi in Cina, evoca bene la vecchia Pechino. E ‘quasi impossibile, credo, per uno scrittore essere sempre soddisfatto al 100% di tutto ciò che ha scritto, ma quel capitolo è quanto di più vicino a questo che abbia mai raggiunto!

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Mezzanotte a Pechino?

La scrittura vera e propria è stata veloce – 6 o 7 mesi. Tuttavia, c’erano anche i 5 o 6 anni di ricerca per arrivare al punto in cui ho potuto dare un senso alla storia e, infine, iniziare a scrivere!

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Abbiamo un accordo con la TV Kudos, la brillante compagnia televisiva britannica che ha fatto Spooks, Hustle, Life on Mars, e altri grandi spettacoli. C’è uno script in fase di scrittura al momento e penso che potrebbe essere davvero incredibile – sarà certamente sorprendente per me vedere ricreati sullo schermo la vecchia Pechino e tutti quei personaggi, e soprattutto Pamela.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Tendo a leggere i grandi scrittori inglesi degli anni Trenta – e poi li rileggo! George Orwell, Evelyn Waugh e soprattutto Graham Greene sono i miei favoriti. Meno noti, ma ora popolari sono gli scrittori modernisti degli anni Trenta come Patrick Hamilton e Henry Green. Sto cercando di capire meglio l’età del jazz e il 1920 per un libro sulla Shanghai degli anni Venti e Trenta, per un romanzo che ho intenzione di scrivere quindi sto leggendo i grandi di quel periodo – Djuna Barnes, Hemingway, Scott Fitzgerald. Sto anche leggendo i grandi scrittori cinesi, i modernisti tra le due guerre – Lao She, Mu Shiying e Eillen Chang (Zhang Ailing).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto molto – fiction / non-fiction, classici. Di recente ho letto e amato Trilby di George Du Maurier (Bohemians a Parigi nel 1890) e The Heat of the Day di Elizabeth Bowen sulla Londra del tempo di guerra. Mi piacciono le biografie e recentemente mi è piaciuta la biografia La vita privata di Somerset Maughan di Selina Hastings, e Among the Bohemians di Virginia Nicholson. Tuttavia, se c’è uno scrittore che ammiro molto in questo momento e leggo avidamente e rileggo per le sue incredibili descrizioni dei luoghi e della storia, nonché per i personaggi e le trame: è lo scrittore di spy story Alan Furst. Sorprendentemente i suoi romanzi sono tutti impostati in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale ma sono così preso dalla vita dei personaggi e dalle speranze per la pace, anche se so che la guerra verrà. Furst ha una capacità incredibile di evocare i luoghi e il tempo passato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace visitare e incontrare i lettori. I Festival letterari sono i luoghi ideali per incontrare altri scrittori e le persone che amano i libri, mentre mi piace anche parlare in piccole librerie indipendenti, perché, spero, che durante le mie presentazioni possano vendere qualche libro in più e che ciò li aiuti a rimanere in attività. Sono egoista – Amo le belle librerie e non voglio che falliscano! Il problema più grande che provo quando vado in giro è che, per qualche motivo che non capisco, il personale di molte librerie e il pubblico si aspettano che io sia molto più vecchio. Io non sono giovane – ho 45 anni – ma molte persone sembrano pensare che stia scrivendo di un tempo che ho vissuto – il 1930! Mi credono di circa 90 anni! A volte sono un po ‘delusi perchè non sono vecchio! Tuttavia mi auguro che, quando avrò 90 potrò ancora scrivere un buon libro e andare in tour per Festival e librerie in tutto il mondo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori amano entrare in contatto con me – tramite e-mail, e lettere vecchio stile (che amo molto) e vengono e chiacchierano con me in occasione di eventi. Per lo più vogliono raccontarmi le loro teorie sull’omicidio di Pamela, che io sono sempre interessato a conoscere e mi sorprendo di vedere con quanto interesse abbiano letto il libro, tanto da conoscere tutte le informazioni ed essere diventati essi stessi “detective dilettanti”. Inoltre, ho incontrato persone che sono cresciute e vissute a Pechino nel 1930 – mi hanno mandato le foto, aneddoti e storie di quel tempo che hanno migliorato la mia conoscenza. Ho raccolto di recente il materiale in un piccolo e-book legato a Mezzanotte a Pechino che è in corso di pubblicazione intitolato Badlands: Decadent Playground of old Peking – le 8 storie raccolte in questo breve libro sono fondamentalmente le storie che mi sono state raccontate da persone con cui sono entrato in contatto a partire dalla pubblicazione in inglese di Mezzanotte a Pechino.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Se qualcuno in Italia mi invita a visitarla prometto di correre all’aeroporto e prendere il prossimo volo …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho finito le ricerche e ora sto scrivendo il prossimo libro – si tratta di una storia ambientata un paio di anni dopo Mezzanotte a Pechino e questa volta nelle Badlands di Shanghai del 1940/1941. Spero che si intitolerà City of Devils e seguirà le vite e le carriere di due stranieri – uno un ebreo viennese gestore di sale da ballo e casinò a Shanghai e l’altro un prigioniero americano appena sfuggito che gestiva una banda dedita al gioco d’azzardo a Shanghai – le due più grandi operazioni criminali straniere in Cina – ancora una volta sullo sfondo dell’attacco incombente di Pearl Harbour e la guerra totale in tutto il Pacifico tra la Cina e gli alleati e il Giappone. Spero che i lettori avranno tutti gli ingredienti che tutti si aspettano per un libro sulla Shanghai di quel periodo – jazz, oppio, belle ragazze, gangster, pistole, locali notturni …

:: Un’ intervista con Filippo Fornari a cura di Viviana Filippini

14 marzo 2013

FornariCiao Filippo, piacere conoscerti e ospitarti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo romanzo intitolato La signora degli inferi, edito da Todaro. Prima di entrare nella storia tanto per cominciare raccontaci qualcosa di te e di quando è nata la tua passione per la scrittura.

Ho iniziato a scrivere nell’ambito professionale (sono un biochimico) e per hobby (sono appassionato di vela), quindi ho cominciato con materiale scientifico, riviste di nautica e giornali di bordo. I romanzi sono arrivati  perché mi affascinavano le analogie, storiche e culturali, che legano tra di loro avvenimenti e temi attuali con fatti e miti del passato. Ho provato a mettere le mie riflessioni su una pagina bianca, e poi a legarle tra loro con una trama.

La Signora degli inferi è stato ispirato più dalla letteratura o dalla realtà?

Direi da entrambe: il romanzo è nato da un altro mio hobby, la numismatica, ed è stato ispirato dai miti classici, greci e romani, che sono rappresentati sulle antiche monete.  La realtà è entrata di prepotenza, perché il mondo della numismatica, con la presenza di falsi e di contraffazioni  che ne inquinano il mercato milionario, è sovente teatro di vicende, ignote ai non addetti, che non hanno nulla da invidiare alle trame di un film o di un libro giallo.

Leggendo il tuo romanzo ho pensato ad autori come Dan Brown e Glenn Cooper. Quali sono gli scrittori che ti hanno influenzato?

Diciamo che mi sento più vicino alla sensibilità europea che non americana, e sono stato più influenzato dalla lettura degli autori dei classici “gialli” storici, tipo l’Umberto Eco de Il nome della rosa o l’Ellis Peters dei romanzi di Fratello Cadfael, anche se, degli autori che hai citato, apprezzo la scrittura agile e l’abilità con cui mescolano il presente con il passato. Come anch’io ho cercato di fare nel mio romanzo.

Al centro della storia c’è un lunga scia di omicidi sparsi in diverse località italiane ed europee. Perché la scelta di questa diffusione geografica di delitti diversi, ma allo stesso tempo simili vista la presenza di antiche monete sui cadaveri?

Perché, anche per la mia attività al di fuori della scrittura, sono abituato a considerare l’attualità con un approccio europeo. E poi, guardando al racconto con l’ottica di un viaggiatore o come se fosse la sceneggiatura di un film, ne ho immaginato l’ambientazione nelle città che più mi affascinano.

Nel libro sono presenti riproduzioni grafiche di monete antiche. Sono realmente esistite o sono riproduzioni ad hoc per il tuo romanzo?

Tutto quello che racconto sulle monete è assolutamente vero. Sono iscritto a un forum di appassionati di numismatica, lamoneta.it, e i miei “colleghi” non mi avrebbero perdonato, in un thriller in cui si racconta di antiche monete, inesattezze o imprecisioni.

Perché scegliere la città di Roma come luogo principale dove tutto deve accadere e manifestarsi?

Perché è un crogiolo ineguagliabile di antico e moderno, di sacro e profano. E poi ci ho vissuto per un certo periodo della mia vita.

Spesso nei romanzi dove ci sono reperti archeologici o reliquie di una certa valenza artistico-storica-sociale sono presenti delle sette o confraternite a caccia dell’oggetto. Secondo te questi gruppi segreti che agiscono nell’ombra non possono essere messi in relazione un po’ con le società massoniche?

L’idea di un gruppo ristretto o segreto di iniziati che operano all’interno della società in cui vivono perseguendo fini noti solo agli adepti è vecchia come l’uomo. La massoneria ne è un’espressione relativamente moderna.

Visconti è un ex soldato appena tornato dall’Afghanistan, come sarà per lui agire in un campo lavorativo del tutto nuovo e del quale non conosce quasi nulla?

Si sente sicuramente inadeguato e impreparato al suo nuovo ruolo di detective nel Reparto Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Tuttavia, per senso del dovere, e anche per la fiducia che nutre nelle proprie capacità, non ha esitazioni ad accettare il nuovo incarico.

Il protagonista maschile mi ha ricorda un po’ Indiana Jones, ma in questo caso è un esploratore in fase di formazione. Questa è un’associazione azzardata o fattibile?

Non mi ero mai soffermato su questa analogia. Se c’è, è del tutto involontaria, anche se plausibile.

Lavinia, l’esperta con la quale Visconti collabora è un donna forte, ma anche lei come lui ha un passato colmo di dolori esistenziali. Quanto questi traumi influenzano il loro agire nel presente?

Non credo che Marco abbia dolori esistenziali, piuttosto dei sensi di colpa. È un uomo pratico e, anche se soffre per la separazione e la lontananza dalla figlia, affronta comunque la vita di getto, senza remore o esitazioni. Lavinia, invece, è più cauta e diffidente nei rapporti umani, e sta ancora cercando di metabolizzare le esperienze negative che l’hanno segnata.

Il vicino di casa del protagonista è lo stereotipo del simpatico ficcanaso sempre a spasso con il proprio fido, chi ti ha ispirato questa figura?

Non è un personaggio che si ispiri a qualcuno in particolare, è stato inserito nel racconto per dare un senso di vissuto, di realtà quotidiana.  E per ironizzare e sdrammatizzare, come sanno fare i romani.

Ci sarà un seguito de La signora degli inferi?

Sicuramente sì. Anzi, la nuova indagine di Marco Visconti è già ben avviata.

Ora, parlando di libri, quale è stata la tua ultima lettura?

Gli ultimi due che ho letto, in contemporanea. Magellano, di Stefan Zweig: sarà per la passione per la vela, ma amo i libri sulle esplorazioni e i grandi navigatori. E Viaggio al termine della notte, di Celine, autore difficile e quasi odioso per certi versi, ma che a  mio parere scrive in un modo inarrivabile per noi comuni mortali.

Il libro più importante che hai letto?

I libri dei grandi sudamericani, Borges e Marquez. Immancabili, in ogni biblioteca e in ogni percorso di formazione culturale.

:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2013

i baciGrazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”)  Leggo l’Orlando Furioso da anni.

Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni  sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.

Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?

Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.

Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?

Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro.  Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.

Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.

Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.

Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?

Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.

Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?

Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile.  E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.

Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.

“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.

Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?

La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.

Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!

:: Un’ intervista con Fabio Gamberini

29 gennaio 2013

the prestigeCiao Fabio, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla terza edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di The prestige di Christopher Priest,  Miraviglia editore. Dopo tanti scrittori ho l’opportunità di intervistare un traduttore, e inizierei col parlare di te. Sei nato a Bologna nel 1979, sei traduttore di narrativa, fumetti e videogiochi. Vuoi descriverti ai nostri lettori?

Ciao e grazie per l’ospitalità e per la menzione per la mia traduzione di The prestige.
Sono un avido divoratore di tutto ciò che contenga un pizzico di magnifico, siano libri, fumetti, film o serie tv. La traduzione è la mia passione, il mio lavoro e il mio passatempo. Non saprei che altro fare nella vita! Faccio questo mestiere da diversi anni e arrivare a poter tradurre un titolo prestigioso (scusate il gioco di parole!) come il romanzo di Christopher Priest è stata una grande soddisfazione, tanto personale quanto professionale.

Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Che io sappia non esistono premi per traduttori, almeno niente di paragonabile ai più celebri riconoscimenti per scrittori. Scrivere un romanzo o un racconto è certamente più impegnativo che tradurne uno, perché il traduttore non deve compiere il processo creativo: la storia è già sulla pagina, con il suo inizio, sviluppo e finale, efficace o meno che sia. Al traduttore, però, spetta il compito di adattare il testo alla propria lingua e cultura. Pertanto, tradurre certi romanzi può essere molto impegnativo e il traduttore meriterebbe un riconoscimento maggiore, invece tende a restare nell’ombra e a non essere notato dal lettore.
Conosco molti lettori smaliziati che hanno iniziato a fare caso al nome del traduttore solo da quando faccio questo mestiere. Prima, il libro veniva letto senza porsi troppe domande sull’impianto professionale dietro la creazione del volume editoriale. Apprezzo molto quelle edizioni (purtroppo poche) che citano in copertina il nome del traduttore.

Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Se dico da sempre suono banale? Eppure è così. Credo che la scintilla sia nata leggendo uno dei primi fumetti Marvel: ho provato subito una grande ammirazione tanto per chi li scriveva quanto per chi mi dava la possibilità di leggerli nella mia lingua.

Ci sono qualità, caratteristiche psicologiche, doti necessarie per intraprendere questa professione?

Una profonda conoscenza della lingua source del testo ma, ancora di più, della lingua target. La prima cosa che insegnano o che si impara all’atto pratico è che è la resa finale quella importante, a costo di stravolgere l’originale. Per questo, condivido appieno il detto: “Traduttore traditore”.
Come doti particolari, è importante una marcata versatilità nell’adattare il proprio stile per riprodurre in modo efficace quello dell’autore, altrimenti si rischia di risultare monocordi, di rendere un italiano corretto ma privo di verve. Ah, e una buona dose di velocità nel tradurre è sempre apprezzata.

Che studi hai fatto? Quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in lingue e letterature straniere all’università di Bologna e ho frequentato un master in traduzione letteraria alla Sapienza di Roma. So che esistono numerosi corsi sulla traduzione ma non ne conosco molti direttamente: come in ogni cosa, ce ne saranno alcuni più validi di altri. Quelli che ho frequentato sono stati importanti, ma il “grosso” della formazione è avvenuto sul campo, dove è l’esperienza pratica a insegnare. Purtroppo, in questo settore più che in altri, è richiesta parecchia esperienza fin da subito e non è semplice trovare qualcuno disponibile a insegnarti, a metterti alla prova, ad accettare possibili errori dettati dall’inesperienza, nonostante tutta la buona volontà e il talento che ci puoi mettere.

Ci sono maestri, sulle cui traduzioni hai studiato, che ti hanno insegnato qualcosa? Da chi hai imparato di più?

In ambito di narrativa, sicuramente Roberta Rambelli, le cui traduzioni di fantasy e fantascienza mi hanno accompagnato fin dai tempi dell’adolescenza. Negli ultimi anni sono state preziose le lezioni di Alfredo Colitto, impareggiabile traduttore di thriller. In campo fumettistico, invece, gli albi tradotti da Pier Paolo Ronchetti e da Andrea Plazzi mi hanno insegnato ad affrontare quel tipo di testi, per cui è necessario un approccio diverso, più mirato alla sintesi a causa degli spazi ristretti imposti dai balloon e a un’efficacia “d’impatto”.

Hai tradotto più di venti romanzi per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Inviare curricula è sicuramente un buon modo, anche se nella maggior parte dei casi si ricevono risposte negative o non si riceve risposta alcuna (non per malafede dell’editore, ma perché i candidati che si propongono sono tantissimi). Credo che il segreto sia trovarsi al posto giusto nel momento giusto, proporsi a una casa editrice proprio mentre questa sta lanciando un progetto in linea con il proprio curriculum e per il quale sta cercando nuove risorse.
Per questo, credo sia importante non desistere e inviare regolarmente il proprio CV aggiornato. Nel mio caso, ho cominciato con Fanucci tramite lo stage del master a cui accennavo prima, dopodiché la collaborazione è continuata. Con Panini, invece, abbiamo iniziato con qualche volume saltuario, poi mi è stata affidata una nuova collana di classici e da lì le collaborazioni sono aumentate considerevolmente. In ogni modo, è sicuramente come dici tu: una volta avviata una collaborazione, se soddisfacente per entrambe le parti, è piuttosto normale che prosegua in modo continuativo.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Solitamente a occuparsi della scelta del libro da tradurre sono gli editor, non i traduttori. A me non è mai capitato di scegliere il libro su cui lavorare. Il committente mi fa una proposta e sta a me accettarla o meno. Naturalmente, di solito tale proposta è basata sul mio bagaglio d’esperienze o sull’attinenza ad altri progetti analoghi già svolti per quel committente. Per esempio, quando la Panini ha lanciato una nuova testata mutante (nello specifico, la bellissima “Wolverine e gli X-Men”), mi è stata affidata perché traducevo già gli altri mensili mutanti.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Esatto, proprio così. Quando mi viene affidata una traduzione faccio un paio di giorni di “prova”, per calibrare la difficoltà del lavoro ai miei tempi. Dopodiché organizzo una scaletta nella quale assegno un determinato numero di pagine a ciascuno dei giorni che ho a disposizione, cercando sempre di stare largo e poter così gestire eventuali imprevisti o parti di lavoro particolarmente ostiche. Per fortuna, non mi è mai capitato di sforare una deadline.

Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla traduzione.

In realtà non è molto diversa da una normale giornata di lavoro, tranne per il fatto che non devo recarmi sul posto di lavoro e che posso organizzarmi liberamente gli orari. È una bella fortuna!
Cerco comunque di essere regolare nel rispettare la scaletta, in modo da non trovarmi con troppe pagine da tradurre a pochi giorni dalla data di consegna. Amo lavorare alle prime ore del mattino, mentre trovo faticosissimo mettermi al computer dopo cena. Ma ogni traduttore ha i propri ritmi: so di alcuni miei colleghi che lavorano solo di notte, come vampiri!

Vuoi svelarci qualche segreto del mestiere? Come si ricrea lo stile, il ritmo, la parlata magari gergale di un autore? Leggi altri testi tradotti di questo autore, quando ci sono? Ti immedesimi, respiri la sua aria?

Mi fai una domanda molto difficile, nel senso che non esistono regole fisse a cui attenersi.
Ricreare lo stile dell’autore è una sfida sempre nuova, e molto sta nel modo in cui è scritto il romanzo: a volte sembra di non lavorare nemmeno, tanto l’opera di adattamento risulta naturale, mentre altre è più impegnativo. Per quanto possibile cerco sempre di dare brio anche a quelle parti che in originale risultano – a mio parere – meno efficaci. Tutto questo senza mai stravolgere il testo, s’intende, ma tenendo a mente – come dicevo prima – che è il risultato finale a contare, quello che il lettore italiano si trova per le mani.
Quando possibile, leggere altri libri dello stesso autore può essere utile per verificare eventuali deviazioni da uno stile più o meno abituale, così come è consigliabile leggere traduzioni precedenti – se ce ne sono – di quell’autore, in modo da farsi un’idea di come il pubblico italiano è abituato a conoscerlo.

Consegnata una traduzione, viene revisionata dall’editore. Arrivati a questo punto che passaggi sono necessari prima che il testo sia pubblicato?

Sia che si parli di traduzioni di narrativa, di fumetti o di videogiochi, il testo tradotto passa sempre sotto le abili mani (o per meglio dire occhi) di revisori esperti con i quali il traduttore ha spesso un contatto diretto in caso di problemi o di scelte stilistiche da concordare. Superato questo passaggio, il testo viene controllato anche dai correttori di bozze, i quali si occupano di rimuovere i refusi e di controllare nuovamente il testo.

Parliamo  della traduzione di The prestige di Christopher Priest, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

Conoscevo The Prestige grazie al film di Christopher Nolan, ma non il libro, che ho letto soltanto prima di iniziare la traduzione. Mi sono trovato davanti qualcosa di completamente diverso, a livello di approccio narrativo, benché la storia fosse la medesima. I diari di Rupert Angier e Alfred Borden mi hanno assorbito completamente. La parte più difficile sono state alcune pagine intorno alla metà del libro, nelle quali si “accenna” al segreto di Borden. Sapevo bene di cosa si stava parlando, ma dovevo fare attenzione a sciogliere quei passaggi senza rivelare troppo al lettore.

Collabori con Panini Comics, per cui curi la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi. Fumetti, cinema, narrativa ti appassionano. Che differenza c’è tra tradurre un fumetto e un testo narrativo?

La differenza principale è data dalla ristrettezza degli spazi dei balloon. In un romanzo, un riferimento culturale o un gioco di parole possono essere sciolti o spiegati prendendosi la libertà di spendere qualche parola, a volte inserendo anche una battuta in più, mentre in un fumetto bisogna necessariamente essere concisi. È lo stesso problema che devono affrontare i traduttori per il cinema e per la tv, per intenderci. Nel loro caso il limite è la durata del labiale, nel mio la capienza dei balloon (a volte davvero minima!). Al tempo stesso, però, la traduzione di un fumetto è facilitata dalla presenza dei disegni, che forniscono contesto e spesso sono utili per sciogliere espressioni o riferimenti ostici. Personalmente, poi, mi sento più a mio agio nel tradurre i dialoghi, anche nei romanzi, e data la loro presenza massiccia all’interno dei fumetti, questa mia propensione si sposa bene con il genere dei comics.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Traduco i quattro mensili dedicati agli X-Men e a tutti i gruppi di contorno (Nuovi Mutanti, X-Factor e molti altri), e il mensile dedicato agli Avengers. Sto traducendo anche importanti novità per i lettori di comics Marvel in vista dell’evento Marvel NOW!, ma non mi è concesso svelare nulla! Oltre a questi, sono al lavoro su interessanti volumi Marvel e Image, tanto per appassionati di fumetto quanto per chi non ha familiarità con il genere.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi della menzione sul blog e dell’intervista. Un saluto a tutti!

:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2013

francoCiao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.

Quale è la tua idea sull’editoria italiana?

Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.

Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?

Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.

Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?

Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.

Prediligete autori italiani o stranieri?

Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.

C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?

L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata  a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.

Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?

La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.

Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?

Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.

Scrivono di più gli uomini o le donne?

Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.

Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?

Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.

Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?

Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.

Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?

Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.

Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?

Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.

Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?

Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.

Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?

Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.

 Perché ti son piaciuti?

Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.

Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?

Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.

:: Un’intervista con Heike Koschyk a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2012

pergamena_maledettaGrazie Heike per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Sei nata a New York, ma ora vivi in Germania con la tua famiglia. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Heike Koschyk? Punti di forza e di debolezza.

Molte grazie per il tuo interesse!

Chi sono? Una persona con una passione incredibile per la storia e le storie. Mi piace ascoltare ed entrare in empatia con le persone, al fine di comprendere le loro motivazioni. Questa è anche una debolezza. Chi può comprendere tutti i punti di vista spesso ha problemi a vedere il proprio punto di vista.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho trascorso la maggior parte della mia infanzia a Travemünde, un villaggio costiero nel quale non succedeva niente tranne che nei mesi estivi. Così mi sono trasferita a Monaco di Baviera subito dopo essermi diplomata (“Abitur”), per studiare letteratura tedesca e la lingua cinese.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo scrivere da quando ero bambina. Ma ci sono voluti anni per capire che questo avrebbe potuto essere il mio vero lavoro. Un giorno, quando ormai i miei libri erano già stati pubblicati regolarmente da noti editori, ho preso la decisione di seguire il mio cuore. Sapevo solo che non avrei voluto fare altro che scrivere.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

In quel periodo lavoravo come istruttore medico. I miei seminari prevedevano tali estese documentazioni, che decisi di pubblicarle in un libro. Questo fu l’inizio. Il libro successivo fu un thriller – un genere in cui mi sono sentita subito a casa.

Hai esordito in Italia, grazie alla Newton Compton, con La pergamena maledetta (Pergamentum, 2009). E’ il tuo primo romanzo? Hai scritto altri romanzi?

Ho già scritto due romanzi polizieschi e una biografia di Ildegarda di Bingen. “Pergamentum” è stato il mio primo romanzo storico, seguito da un altro: “Die Alchemie der Nacht” un thriller che si svolge nel 18 ° secolo e conduce il lettore agli inizi della medicina moderna, in un mondo tra superstizione e scienza.

La pergamena maledetta è un thriller storico ambientato nel Medioevo che si basa su una storia avventurosa e di investigazione. Tutto avviene tra le mura di un monastero in cui si nasconde un segreto che potrebbe mettere fine alla Cristianità. In una misteriosa pergamena, scritta in un codice da decifrare, è nascosta una profezia che lascia dietro di sé molte morti misteriose. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante le ricerche per la biografia di Ildegarda di Bingen ho notato che una parte molto importante del suo lavoro era stata quasi ignorata dagli storici: la Lingua Ignota. La Santa ha usato questo linguaggio segreto per comunicazioni confidenziali? E perché? Appena ebbi finito la biografia, scrissi la trama di Pergamentum  e immediatamente mi trovai nel bel mezzo della storia.

Ad indagare la giovane nobildonna Elysa da Begheim. Parlaci della tua protagonista.

Elysa è una donna molto volitiva, all’inizio forse un po’ superficiale. Grazie a suo zio, che è un insegnante presso la cattedrale di Mainz, ha ricevuto una eccellente educazione. Per questo motivo si ritrovata involontariamente nel ruolo di investigatrice. Nel corso della storia impara ad essere attenta e sviluppa una comprensione per le suore e la vita nel monastero. E solo grazie all’ intuizione che sarà in grado di scoprire il segreto della pergamena maledetta.

Raccontaci qualcosa anche degli altri personaggi del libro.

Oltre a Margherita, che è molto compassionevole, e Jutta, la suora del monastero versata nell’arte Medica, mi piace il personaggio di Ida – una suora che ci insegna che il primo parere non è sempre quello corretto.

Inoltre Clemente di Hagen è una persona molto importante. Egli è l’iniziatore delle indagini e prosegue la ricerca al di fuori delle mura del monastero. E’una persona che svolge un ruolo importante nella vita Elysa.

Forse il più famoso giallo storico ambientato nel Medioevo è Il nome della rosa di Umberto Eco. L’hai letto? Ti ha influenzato nella stesura de La pergamena maledetta?

Umberto Eco è uno dei miei autori preferiti. E, naturalmente, ho letto “Il nome della rosa.” Sono rimasta colpita da come intreccia magistralmente i simboli all’interno della trama. E mi ha ispirato soprattutto riguardo alla semiotica (la scienza dell’uso dei segni). Così ho esaminato l’ opera di Ildegarda di Bingen,  a proposito dei segni nascosti e li ho inseriti all’interno della storia di Pergamentum. Chi legge con attenzione noterà che le descrizioni, il ruolo degli elementi o il gioco di superstizione e di religiosità, fanno notare che i segni corrono come un filo conduttore attraverso il libro, ed infine conducono alla soluzione.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La pergamena maledetta?

Incluso il lavoro di ricerca per la biografia, circa un anno.

La ricostruzione di eventi reali e storici nelle tue storie è prevalente, o preferisci utilizzare la fantasia?

Lo sfondo è autentico e storicamente corretto. Ma la storia stessa è nata dalla mia immaginazione, anche se comunque si basa su una supposizione, che fino ad ora nessuno aveva presentato in questo modo. Ma oltre  alla correttezza: io amo mostrare la storia – come avrebbe potuto essere – in un modo da intrattenere e pittoricamente.

La mistica Ildegarda di Bingen è un personaggio realmente esistito e fu una delle donne più importanti del Medioevo. Ho avuto modo di leggere La sognatrice di Anne Lise Marstrand- Jorgensen, ma so che anche tu hai scritto una sua biografia. Vuoi parlarci di questa affascinante e leggendaria donna.

Hildergard era una donna davvero notevole e moderna nel suo modo di pensare. In quei tempi, mentre tutti avevano paura dell’ inevitabile destino, e tutti pensavano, che non c’era nulla che rendesse la vita migliore se non pregare, chiese alla gente di agire in modo responsabile. Herefor la paragonò all’interazione tra uomo e natura come in un’orchestra in cui ogni suono –  distorto o armonioso – ha un effetto sulla composizione nel suo insieme. L’uomo al centro della creazione, con la libertà, ma anche la responsabilità, deve contribuire ad ottere una vita felice e soddisfacente per l’intera umanità. Questa affermazione è valida ancora oggi – la questione della sostenibilità è più attuale che mai.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo libro?

Ho avuto la fortuna di avere accesso diretto alla Biblioteca Universitaria di Amburgo. Negli archivi ci sono informazioni eccellenti sul Medioevo, come ho ben scoperto per le fonti su Ildegarda di Bingen. Ho lavorato molto con i vecchi libri e i documenti e non appena il romanzo fu quasi finito, visitai i siti storici per verificare le descrizioni.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ogni volta che scrivo, voglio che il lettore si crei un cinema mentale al fine di dargli anche una esperienza visiva. E sarebbe il mio più grande desiderio vedere le mie storie su uno schermo reale. Mi chiedo spesso per esempio come un regista o un produttore immaginerebbero la mia storia. Per Pergamentum una società cinematografica aveva già manifestato il suo interesse, ma non è riuscita a causa del costo.

Nel 2008 hai vinto l’Agatha Christie Krimipreis, il più importante riconoscimento tedesco per i racconti gialli. Che ricordi hai di questo premio?

E ‘stato quasi come un suggerimento del cielo, perché in quel momento mi trovavo di fronte alla decisione di accrescere la mia attività di naturopata e smettere di scrivere. Ho pregato per un segno – e c’è stato. Ora scrivo e ho abbandonato la pratica.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena iniziato il nuovo libro di Carlos Ruiz Zafon (“Il prigioniero del cielo”). Mi piace il suo stile di scrittura – una miscela di mistero, emozione e umorismo, e sono felice che Daniel Sempere e il suo amico Fermin siano ancora una volta presenti in questa storia.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, certo. Solo allora so se ho raggiunto il lettore. Le critiche giustificate mi incoraggiano costantemente a migliorare il mio lavoro . Le recensioni entusiastiche mi rendono felice, perché scrivo per intrattenere i miei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Fino ad ora non ci sono piani.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, vorrei concludere questa intervista chiedendoti a cosa stai lavorando ora, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto scrivendo un thriller storico ambientato in Italia alla fine del 19 esimo secolo. Ma in questo momento non posso darti ulteriori dettagli …

:: Un’intervista con Adrian McKinty a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2012

1704421_0Grazie Adrian per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adrian McKinty? Punti di forza e di debolezza.

Sono tutte debolezze, ho paura. Sono distratto, disordinato, pigro con un’etica del lavoro molto povera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Carrickfergus, Irlanda del Nord, nel 1968 e sono andato alla scuola media locale. Sono cresciuto in un complesso residenziale pubblico durante il periodo della storia dell’Irlanda del Nord conosciuto come “The Troubles”: era un momento piuttosto interessante con un sacco di attentati, dirottamenti, sequestri di persona e omicidi a caso. Ho studiato giurisprudenza presso l’Università di Warwick in Inghilterra e poi, dopo sono andato a studiare filosofia presso l’Università di Oxford.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura poteva diventare un vero lavoro?

Si tratta di un vero e proprio lavoro? Non sono ancora convinto di questo.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Ho fatto vari lavori: insegnante, postino, camionista, barman ecc… Sono tra un lavoro e l’altro al momento.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

I demoni nella mia testa.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Oh merda si ‘. Molti, molti rifiuti. Solo la stupidità mi ha fatto andare avanti. Se fossi stato un individuo più centrato, con un miglior senso di prospettiva avrei smesso, ma io sono un pessimista ottimista così ho continuato a inviare il mio libro.

Hai scritto dodici libri, sei dei quali formano due trilogie. In Italia è uscito solo Ballata Irlandese con Rizzoli Editore. Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà un libro l’anno prossimo. Una traduzione di The Cold Cold Ground (ma non sono sicuro di questo)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia quindi mi piacerebbe tornare.

Parlami della tua routine di scrittura. Descrivimi una  tua tipica giornata di lavoro?

Purtroppo per me non è routine. Ho una grande ammirazione per quegli scrittori che scrivono 1000 parole prima di colazione ogni giorno, ma non sono mai stato uno di quelle persone. Scrivo quando posso, durante il giorno. Un’ora qui o là, talvolta nel mezzo della notte. Il mio non è il sistema migliore ad essere onesti.

Puoi dirci qualcosa della casa editrice che pubblica i tuoi libri?

Sono stato pubblicato da Scribner che è abbastanza famoso per aver pubblicato i primi libri di Hemingway e F. Scott Fitzgerald quindi sono molto onorato di essere pubblicato da loro.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Tanti. Cormac McCarthy, James Ellroy, Evelyn Waugh, JG Ballard, Angela Carter ecc ecc

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Molto spesso. Dead I Well May Be  era vero all’80%. The Cold Cold Ground una percentuale simile.

Sei un autore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Stai scherzando? Mi hanno gettato merda addosso per tutto il tempo. Se vuoi leggere alcune recensioni terribili puoi leggere quello che hanno detto del mio libro Deviant su Good Reads. Wow.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni  che il tuo stile sia cinematografico?

Sono stato influenzato molto dal cinema. Soprattutto dal cinema europeo d’essai. Mi piacciono le scene dei film che non hanno musica o dialogo. Alcuni film recenti che ho ammirato sono Fish Tank, Mulholland Drive, In The Mood For Love

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No.

Sei stato criticato per l’uso esplicito della violenza nei tuoi romanzi. Cosa rispondi a queste critiche?

La violenza fa parte della vita, in particolare la mia vita quindi se voglio dire la verità bisogna che ne parli.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori. Mi sento come se fossi in una cella di prigione quando sto scrivendo un romanzo quindi è fantastico per me uscire e incontrare qualcuno che abbia letto i miei libri. Non ho mai avuto una brutta esperienza con un fan. Ho fatto piuttosto poche letture pubbliche, alcune dove nessuno aveva voglia di vedermi. Questo mi rende triste.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo Zadie Smith che non è altro che brillante.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, George V. Higgins, Ross Mc Donald, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ken Bruen, Declan Hughes e John Connolly.

Ellroy: brillante; Woolrich: grande, Goodis: cool; Crumley: cinetico; Thompson: Il Maestro; Willeford: buono; Higgins: sottovalutato; McDonald: sopravvalutato; Chandler: Il Re; Dashiell Hammett: Dio; Bruen: il mio padrino; Dec Hughes: una cosa superba, John Connolly: in realtà non mi piace questa roba soprannaturale, ma apprezzo la sua abilità …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad una storia vera di un omicidio avvenuto tra un gruppo di nudisti tedeschi emigrati in un’isola in Nuova Guinea nel 1906, in modo da poter costruire una comune lì.

:: Un’intervista con Giuseppe Merico a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2012

Ciao Giuseppe e bentornato su Liberi di scrivere. Pugliese, classe 1974, scrittore e curatore della rivista Argo. Mancavi sul nostro blog dal 2009, data della nostra ultima intervista. Stilaci un bilancio. Cosa è cambiato da allora? Come si è evoluto il tuo stile di scrittura? Quali sono le conquiste più significative di questi anni?

Ciao e grazie per l’ospitalità. Ho iniziato a scrivere nel 2007 e dopo un approccio divertente e nemmeno tanto impegnativo che ha portato alla luce la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi), ho scritto il romanzo Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), durante la stesura di quest’ultimo non mi sono chiesto nulla, ho tirato dritto come un fuso, era ed è una storia molto sentita, scritta di getto in una manciata di mesi e presa in nemmeno dieci giorni dalla casa editrice romana, quest’anno è stato pubblicato Il guardiano dei morti (Perdisa Pop). Questa è una breve illustrazione del mio lavoro che chiarisce un po’ le idee innanzitutto a me in modo da rispondere alla tua domanda. Bilanci, non credo di volerne fare, nel senso che al di là dei lettori conquistati credo che la mia scrittura serva innanzitutto a me per sciogliere dei nodi che mi porto dentro, quindi non è il caso di usare strumenti di peso, al posto di questi preferisco le lenti di ingrandimento, diciamo che ho adottato una lente sempre più precisa che mi ha permesso di vedere meglio e di conoscere ciò che mi muove nelle relazioni e nel comportamento. Per quel che riguarda lo stile invece credo di esser passato da una forma “ingenua”, passami il termine, di narrazione, quella di Dita amputate con fedi nuziali a una forma più decisa, ben visibile in Io non sono esterno, dove le frasi sono brevi e anche i periodi lo sono, il tutto è stato funzionale alla durezza della storia e ancora a un’altra forma leggermente più complessa  dove alterno periodi di ampio respiro a tempi concitati soprattutto nelle scene pulp del Guardiano dei morti.

Sei nato a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. Ci hai vissuto? Che ricordi hai dei luoghi della tua infanzia?

Il mio paese non è solo il luogo dell’infanzia ma anche il posto dove trascorro quasi tutte le estati e ci torno spesso anche durante l’inverno, una parte della mia famiglia d’origine è ancora lì, dunque non rappresenta un ricordo ma una cosa viva che vedo mutare negli anni, è il posto delle radici ed è il posto che amo di più, nonostante le sue brutture ben identificabili nel Guardiano dei morti. I luoghi della mia giovinezza sono strade piene di polvere e vento o con l’asfalto che si scioglie sotto un sole fortissimo, pomeriggi sospesi a dormire anche quando non ne avevo voglia, spremute d’arancia alle sei del pomeriggio, odore di miscela del Mini Chic di mio padre, panni stesi su terrazze piatte, campi incolti e cani randagi, lo schianto del pallone Tango contro i garages usati come porte durante le partite di pallone, pistole o proiettili trovati per caso durante i giochi nei pressi della ferrovia e ancora chiodi messi sui binari ad aspettare che passassero i treni e ne ricavassimo poi delle piccole lance, quegli stessi treni sui quali ho viaggiato centinaia di volte e che mi hanno portato via dal mio sud per una scelta radicata fin da subito nella mia testa e poi quel mare e quel cielo che riconosco come miei. Quindi se dico di amare tanto la mia terra, perché ho deciso di lasciarla? Mi chiedo e credo che questa domanda nasca spontaneamente a chi legge quest’intervista. Una specie di disagio, come se sapessi che per realizzarmi in qualche modo sarei dovuto andar via, un posto più grande dove poter scomparire e riaffiorare a piacimento, la città dunque, Bologna, il posto in cui vivo da più di quindici anni.

Se ti va mi piacerebbe parlare con te del tuo ultimo romanzo appena edito da Perdisa, Il guardiano dei morti. Inizierei col chiederti come è nato. Quale è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Il Guardiano è nato subito dopo aver saputo che Castelvecchi mi avrebbe pubblicato Io non sono esterno. Covavo dentro ancora molta rabbia e amarezza per come la vita finiva, uscivo da una situazione normalissima eppure drammatica, ovvero la malattia di mio padre e la sua conseguente morte. Decisi quindi di afferrare questa spinta intessuta di disagio e angoscia e mi chiesi come buttare tutto fuori. C’era un modo, violentare la morte, ucciderla. Così è nato il personaggio di Mimino che rappresenta una parte nera di me e del mio vissuto. Era lui che si sarebbe ribellato alla morte, che l’avrebbe sfidata, che si sarebbe ammalato per colpa di lei, che avrebbe giocato con lei  la sua partita a scacchi nel mio personalissimo e non tanto più privato Settimo Sigillo.

Quanto tempo hai impiegato per creare e ideare la trama, trasferirla sua carta, limare i dialoghi, correggere le imperfezioni? E’ stato nelle mani  di un editor?

Il romanzo pur essendo corposo, 380 pagine, è filato via bene, sapevo cosa stavo scrivendo e non ho tentennato mai, nel giro di quattro o cinque mesi l’ho terminato e sì, alla fine, prima della pubblicazione come tutti i libri è stato nelle mani del mio editor che si è limitato ad aggiungere qualche virgola e non perché non sappia fare il suo lavoro, anzi, ma proprio perché andava già bene così. Devo dire che in entrambi i romanzi, sia la Castelvecchi che la Perdisa Pop non hanno ritoccato il mio lavoro, né mi hanno chiesto di farlo.

Il guardiano dei morti ha per protagonista Mimino, Mimì, un giovane che lavora in un cimitero. Spoglia i cadaveri ed è l’ultimo a vederli prima che la bara sia chiusa. Vive ancora con la madre e il padre è appena morto lasciandolo ad affrontare questa assenza, questa privazione affettiva, che lui somatizza compiendo gesti estremi e ripugnanti. I suoi comportamenti sono una forma di ribellione contro la morte? Quale è l’interpretazione più autentica di questi atti?

Credo di averti risposto prima. Assolutamente sì, una forma di ribellione.

Mimino cerca nella famiglia e negli affetti l’unica via di salvezza. E’ dotato di grande umanità, è un uomo fondamentalmente buono anche se danneggiato. Ama Carmela, che non giudica e rispetta, vuole bene a Mirko non ostante sospetti (e poi ne ha la conferma dal prete) che abbia compiuto una cosa terribile, cura e accudisce la madre malata. La sua idea di famiglia non è proprio convenzionale, comunque. In che misura questa necessità, questa fame di sentimenti caratterizza il personaggio?

Direi che ne è intriso, Mimino è corda vibrante, tutti i suoi movimenti sono dettati da una grande emotività e fragilità e fame di affetto, è un perdente per nascita ed educazione ma cerca in tutti i modi di ribellarsi a questa sua condizione. Cerca il contatto con la madre, lo ha cercato con il padre e la negazione di questo senso di unione, proprio fisica col genitore ha creato in lui un vuoto, un pozzo dal quale a fatica cerca di emergere, lotta in tutti i modi per far capire alla madre che lui ce la può fare, è in grado, ha la capacità di dar vita a qualcosa di buono e vuole trasmettere questo messaggio anche al padre, figura dalla quale riesce a staccarsi con fatica tanto che in una parte del romanzo sente la voce del genitore che gli parla nella testa dal mondo dei morti, da qui la sua idea di costruzione di un tessuto familiare che lo liberi da quello malato nel quale è cresciuto e dal quale vuole scappare.

Carmela, la donna amata da Mimino, è una creatura ferita e vittima di abusi nell’infanzia; fa la prostituta ma in un certo senso ricorda quei personaggi felliniani, sognanti, ingenui e inconsapevolmente diventa lo strumento con cui Salvatore, un mafioso del luogo vuole dare una lezione a Mimino, per uno sgarbo, per una ragione non chiaramente identificabile. Parlami del personaggio di Carmela, delle sue luci, delle sue ombre.

Ci tengo a precisare che il signor Salvatore è innamorato di Carmela, per quanto il suo amore sia più un insieme di movimenti che lo portano a non renderle la vita facile, soprattutto dettati da una forma di brama, di sete di possesso, è un uomo abituato a prendersi ciò che vuole, non parlerei di ragione non chiaramente identificabile come suggerisci tu. Di lei posso dire che è una donna sostanzialmente forte e bella e che quando cede chiede aiuto a Mimino, riconosce in lui un’onestà che non riesce a trovare e che forse nemmeno cerca negli altri uomini. Serba dentro di sé il desiderio di trovare una via d’uscita dalla vita che conduce e Mimino questo sembra saperlo. Nel romanzo una scena chiave che indica la completa realizzazione di Carmela come donna è quando viene accettata dalla madre di Mimino che dapprima la rifiuta, ha la benedizione di questa donna e l’amore di Mimino e del piccolo Mirko.

Ambienti la storia in un piccolo paesino del Salento. Un luogo arretrato e degradato, in cui il tempo è cadenzato dalla festa del patrono, dal mercato coperto, dai morti per mafia che richiamano due poliziotti da Roma. Uno di essi ti permette di avere uno sguardo esterno. Cosa vede?

Il poliziotto che viene giù da Roma assieme al suo collega che ho chiamato “il malato” e che ho voluto fosse un po’ una spalla tragicomica del primo, mi ha permesso di utilizzare la terza persona che si addice, come suggerisci tu a uno sguardo un po’ più distaccato negli eventi laddove lo sguardo di Mimino è molto più addentro, con lui uso un Io narrante. Mimino e il poliziotto si assomigliano molto, entrambi inquieti e tutt’e due solcati da una sorta di malinconia che è proprio del Salento che ho voluto descrivere. Il poliziotto è anche il tentativo di descrivere l’avvicinamento a un luogo, il Salento appunto che a primo impatto trova ostile e che non capisce ma che impara ad amare e sono proprio i fatti che gli accadono che lo portano a questa scoperta o epifania.

Ritornando all’ambientazione: come hai deciso di ricrearla? Quali sono i particolari ai quali hai voluto dare maggiormente risalto?

Il romanzo è completamente intriso di sud, mentirei se dicessi che ho cercato di focalizzare l’attenzione su un particolare piuttosto che un altro. Quando ho iniziato il Guardiano venivo fuori da un’esperienza narrativa estremamente claustrofobica, il precedente romanzo, Io non sono esterno, nel quale togliendo le descrizioni della spiaggia nella parte finale e del posto desolato nei pressi della ferrovia dove viveva la famiglia del bambino protagonista della storia, mi riportava sempre in un luogo angusto, chiuso e dove c’era poca luce o nessuna luce, la cantina dove era tenuto prigioniero dal padre, avevo quindi bisogno di spazio, molta aria, libertà di descrizione di paesaggi che in qualche modo ho voluto riportare nelle pagine del Guardiano dei morti.

E’ un romanzo pulp, con venature horror, caratterizzato da una scrittura molto emozionale. Quali scrittori pensi abbiano influenzato il tuo stile?

Ti rispondo dicendo che non riesco a discernere, è un po’ come chiedere, quali alimenti tra quelli di cui ti sei nutrito hanno fatto di te quello che sei come persona. Ogni libro che ho letto ha lasciato un po’ di sé nel mio modo di scrivere, ci sono poi elementi che appaiono più evidenti e altri che rimangono “covert”. Da Bret Easton Ellis a Jonathan Coe a Cormac McCarthy a Raymond Carver e  non solo, una fonte di suggestione me la forniscono la musica e il cinema.

Alcune scene sono estreme, veramente disturbanti. Non hai mai avuto il dubbio di aver travalicato qualche limite, di aver infranto qualche tabù?

Guarda, non credo si possa come dici tu “travalicare limiti” nella fiction, ovvero nella narrazione tutto è possibile, non mi sono posto quasi nessun problema nello scrivere le scene di necrofagia o violazione dei corpi dei morti, tranne una che non dico e che ho tolto dalla versione che è stata pubblicata, non tanto perché ho immaginato o mi sono posto il problema di come avrebbero potuto reagire i lettori o la critica, ma proprio perché non mi “suonava” più, era una scena che nella prima stesura reggeva e nelle successive letture non più. Ne ho parlato anche con l’editor riguardo al possibile taglio di alcune scene cruente e entrambi siamo stati d’accordo che il romanzo andava bene così.

Ogni lettore leggendo un libro dà una propria personale interpretazione del narrato. Avendo l’occasione di parlare con lo scrittore del romanzo mi piacerebbe scoprire se le mie conclusioni sono corrette. E’ vero che, non ostante l’apparente sconfitta, Mimino incarna una speranza, una luce, un atto di amore per la vita?

Direi di sì, la tua lettura del personaggio finora è stata la più centrata. Invito quindi i lettori a leggere la recensione apparsa su Liberi di scrivere.

Quale è il personaggio che ti ha creato maggiori problemi nel delinearlo?

Forse Aldo, il poliziotto che entra nel romanzo nella parte finale o superata la metà della storia, dopo la morte del “malato”. Volevo intervenire con un personaggio che sostituisse la sua dipartita così ho pensato a una possibile altra spalla del poliziotto, Aldo rimane un personaggio non ben definito, dapprima sembra un tipo spavaldo che ci sa fare con le donne, si diverte e ci tiene a farlo sapere in giro, un po’ leggero quindi, poi però in lui si scopre un’anima più profonda ed estremamente altruista, infatti quando non lavora fa volontariato in una casa di riposo. Probabilmente con lui ho voluto suggerire al lettore l’ambivalenza caratteriale delle persone, cosa che faccio anche con Mimino, credo si possa essere in un modo ma contemporaneamente in molti altri e vivere in un mondo ma nello stesso tempo in molti altri. Tramite Aldo, il poliziotto entrerà in contatto con gli anziani della casa di riposo e troverà uno scopo inaspettato e che lo spingerà ad andare avanti nella sua permanenza in questo sud profondo.

Passi da un punto di vista esterno a quello interno, alternandoli in maniera funzionale e naturale. Parlaci di questa scelta.

Sì, credo di averti risposto prima quando ti ho parlato del poliziotto e del ruolo che gioca nella struttura del romanzo, attraverso lui e aggiungo anche con l’intervento di Carmela ho potuto diluire la storia, allungarla, volevo allontanarmi dalla prima persona molto presente nel precedente romanzo, dove la terza è stata funzionale soltanto a raccontare i ricordi del ragazzino quando viveva nel mondo di sopra, e volevo spingermi a scrivere molte più pagine delle 120 di Io non sono esterno. Nel Guardiano l’Io narrante di Mimino resta il punto di vista più vicino alla parte biografica e si presta a una lettura psicologica laddove il punto di vista esterno mi è servito per creare una sovrastruttura nella quale mescolo fiction e descrizione del paesaggio.

Grazie della disponibilità. Nel salutarti mi piacerebbe sapere se stai lavorando ad un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?     

Ho da poco iniziato a scrivere una nuova storia, in questi mesi ne ho provate almeno tre, ma il risultato non mi sembrava soddisfacente non tanto per la qualità della scrittura, rileggendo questi tentativi di storia lunga ho trovato parti buone in tutto quello che ho scritto, le storie tenevano e mi dispiace aver dovuto abbandonare il materiale buttato giù, ma mi son chiesto se ero veramente onesto, se quello a cui stavo lavorando era veramente ciò che volevo dire o che mi portavo dentro o mi tormentava. Ho questa spinta a partire da una base profonda, inconscia quasi, solitamente sono nodi irrisolti nella mia personalità e li uso per dare avvio alla narrazione e così è stato in questo nuovo tentativo di scrittura che ha già un titolo e ci tengo a precisare, provvisorio, che è Maternalia. A grandi linee e per quanto ne posso capire fin dove sono arrivato, tratta della parte nera, oscura del Femminile o delle interpretazioni che può fornire il protagonista, giuste o sbagliate non lo sappiamo, una sorta di nigredo che è costretto ad attraversare per realizzarsi come uomo nella sua interezza. Credo di aver in parte preso l’ispirazione dopo aver letto Madreferro, il bel romanzo che la narratrice e poetessa Laura Liberale ha pubblicato con Perdisa Pop nel 2012, poco prima dell’uscita del Guardiano dei Morti.

Grazie a te per queste domande attente che mi hanno permesso di confrontarmi ancora una volta con questa storia.