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:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2013

Iconfinidelnulla-280x428Ciao Carsten. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carsten Stroud? Punti di forza e di debolezza.

Allora in cosa sono bravo? Amo sentire i personaggi parlare nei libri. I buoni dialoghi penso siano, assieme ai personaggi ben caratterizzati, il modo migliore di narrare una storia. Quindi penso di essere umile abbastanza da permettere alle persone che vivono nei miei libri di raccontare le proprie storie e modellare la propria vita. Odio considerare uno scrittore come un burattinaio, un burattinaio che fa saltare, piroettare i suoi personaggi, in questo modo può raccontare la propria vita non la loro… Io credo veramente che se uno scrittore è fortunato abbastanza da vedere i suoi personaggi prendere vita, allora dovrebbe lasciarli vivere! Penso di essere bravo in questo. La mia debolezza. Penso di essere troppo fiorito, vado avanti per tramonti, per la qualità della luce. Ho detto già abbastanza. E’ sufficiente. Ora sto zitto.

Hai avuto una vita avventurosa. Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua giovinezza.

Mio padre era un ufficiale britannico che ebbe una relazione con la vedova di un ufficiale tedesco a Bad Salzuflen. Io sono stato il risultato. Sono cresciuto nel Gelido Nord e ho sempre sognato di diventare un campione di surf in California. Ho fatto l’autostop per la California nel 1964 e ho scoperto che fare surf in un vero e proprio oceano era molto molto difficile, così mi sono arruolato nell’esercito. Molto poca istruzione e vita da soldato. Ho poi scoperto che ero molto bravo a fare solo tre cose: la guerra, bere e raccontare storie. Ho scelto di raccontare storie. Il resto è storia.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando ho scoperto che non mi avrebbero fatto combattere, bevendo.

Sei l’autore di Niceville primo episodio di una trilogia thriller-horror – comprendente anche The Homecoming, appena pubblicato in Italia da Longanesi con il titolo I confini del nulla, e The Departure. Iniziamo con una domanda facile facile, tu credi al paranormale? Ti sei mai imbattuto in eventi “soprannaturali”?

Qualche volta… Ho visto cose che si muovono al di là della linea nemica, al buio, nella giungla, cose che non erano davvero lì, ma le ho potuto sentire e la mattina c’erano i segni. E a Venezia, dove mia moglie ed io siamo stati per un po’, ero solito camminare attraverso il Ghetto e le parti più antiche della città a tarda notte, da solo. Mi sono seduto a un tavolo vuoto al di fuori del Florian alle quattro del mattino una volta e ho visto le anime salire fuori dalle pietre e camminare… Nel Montana ho camminato sul campo di battaglia chiamato The Little Bighorn, dove uomini che avevo conosciuto giacevano morti. Queste cose sono successe, e non solo a me. Ma non abbiamo nulla da perdere, perché nessuno ci crede,  ma io ho visto quello che ho visto…

Hai vissuto esperienza di guerra. Sei entrato in contatto con il pericolo e con la paura vera e di conseguenza con il coraggio. Pensi che i tuoi romanzi possano rendere più coraggiosi anche i tuoi lettori?

I lettori si avvicinano ai libri per essere aiutati a sopportare il terrore e le paure che li circondano nella vita reale… non c’e niente che potrei scrivere che possa rendere un lettore più coraggioso di quello che è già, semplicemente alzandosi ogni mattina e andando al lavoro. Il terrore che i libri possano ispirare provengono dall’interno del lettore, lo scrittore può solo aprire le porte… il lettore deve entrare liberamente.

Parlaci della trama di I confini del nulla. Raccontaci un po’ come continua la storia di Niceville.

In Niceville c’erano suggerimenti e indizi sulla storia della città e sulle forze oscure che si muovono sotto di essa. Ne I confini del nulla a queste storie viene data più profondità e bisogna andare indietro nel tempo fino alla Rivoluzione francese e alla Guerra Civile Americana per vedere quanto profondo e da quanto tempo gli antenati di Teague siano stati in combutta con il Nulla; e i gangster Coker e Danziger affrontano ancora più problemi, più sparatorie e violenze che non sono soprannaturali. Nick e Kate vedono più chiaramente nell’anima di Rainey Teague e ciò che vedono è terribile. Tutto è spiegato e nulla è sottinteso, la follia produce violenza. Tutto finisce nel sangue… ma non finisce affatto.

Qual è la scena o le scene preferite in I confini del nulla? Quella più spaventosa.

La mia scena preferita in I confini del nulla è in realtà un intero capitolo, la storia di Hy Brasail, la piantagione in Lousiana, e quello che è successo lì un giorno d’estate del 1840. Un racconto all’interno del libro che ci fa capire le vendette che si sono generate sin da prima della Guerra Civile e  che hanno influenzato la vita di  tutte le persone che vivono a Niceville.
La scena più spaventosa? Alla fine del libro, Nick e Kate convincono un medico a utilizzare l’ elettroshock  per cercare di “curare” Rainey da ciò che vive nella sua testa, e per la prima volta possiamo effettivamente vedere il Nulla. Questa scena mi ha davvero spaventato, e l’ ho scritta.

Il detective Nick Kavanaugh, tuo protagonista principale, è un ex militare con la testa sulle spalle, un uomo concreto, razionale, positivo, che si trova a vivere in una piccola cittadina circondato da eventi che non comprende ma che deve accettare. Perché non scappa, perché resta a combattere il Male?

Come il capitano della Costa Concordia ha scoperto sopravvivere da codardi è come vivere in un inferno, un inferno che rende la vita inutile. Meglio morire, è sempre meglio morire che vivere come un codardo.

Tutto avviene all’ombra di Tallulah’s Wall, e del Crater Sink. Quali romanzi, film, fumetti ti hanno influenzato nella creazione di questo scenario?

Il Divoratore di Anime che vive sul Tullalah’s Wall mi è venuto in mente proprio all’inizio del primo libro, e poi, a metà strada attraverso la scrittura, mia moglie Linda ha scoperto che i primi indiani Cherokee, che vivevano intorno a quello che più tardi divenne Savannah, in Georgia, ritenevano che un demone di nome Tal’ulu vivesse in una profonda gola del fiume e si nutrisse delle anime dei vivi. Quindi stavo scrivendo di qualcosa che non sapevo di essere vero, e poi ho scoperto che era proprio vero.
Il Crater Sink? Ora che me lo chiedi, penso che il film giapponese Ringu – The Ring – potrebbe avermi dato l’idea, ma, mi cito: l’uomo che può scendere in un pozzo e non sentire stringere le budella e accapponare la pelle…  è allevato a temere un pozzo.

Parlaci di Rainey Teague. Come è nato e si è sviluppato questo personaggio? 

Lui è reale. L’ho incontrato mentre stavo lavorando alla Omicidi nella città di New York. Era un ragazzo di dodici anni che aveva ucciso per divertimento, guardando la gente mentre moriva. Lo catturammo vivo. Parlai con lui per ore. Era nato malvagio ed era rimasto tale. Avremmo dovuto ucciderlo. Andò in una clinica psichiatrica e successivamente fu liberato. Avremmo dovuto ucciderlo. Ma non l’abbiamo fatto. Dio solo sa quello che sta facendo ora.

Ti hanno accostato a Stephen King. Condividi questa similitudine. Questo autore ti ha influenzato in qualche misura. Nei tuoi romanzi ci sono omaggi, citazioni, rimandi ai suoi romanzi?

Beh, per quanto ammiri molto il lavoro di Stephen King, trovo che lui sia a tratti volgare e grossolano in modo disturbante. (In italiano) Egli è estremamente offensivo nelle sue descrizioni delle funzioni corporee e le usa come modi per aumentare la tensione e per mostrare carattere, è così volgare da essere fonte di distrazione.
Gli scrittori che ammiro? Dante Alighieri, che ha inventato l’horror e nessuno l’ha mai superato. Pensate all’Inferno. Nel mondo moderno Ambrose Bierce e Edgar Allan Poe, Peter Straub, HP Lovecraft… non ricordo chi abbia scritto L’esorcista, ma, dal momento che sono un cattolico ed ero stato un chierichetto mi ha davvero traumatizzato, aspetta si chiama William Peter Blatty.

Quali sono per te le qualità principali di un buon scrittore?

Ciò che rende uno scrittore un bravo scrittore? Mai e poi mai credere ai propri pregiudizi, sia buoni che cattivi, entrambi, sfidare sempre se stessi per provare di più, mai accontentarsi di una frase ad effetto o di far passare un concetto a buon mercato che è stato detto molte volte in passato. Una combinazione di umiltà e coraggio, e soprattutto, rispettate il vostro lettore e parlateci in modo diretto, come se foste a cena insieme e apprezzasse il vostro fascino e fosse felice di trascorrere una buona serata con voi, come se fosse una signora molto bella, d’accordo!

Se Hollywood si interessasse della tua trilogia. A che regista affideresti la direzione di lavori. Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Come regista? Roman Polanski. Ridley Scott. Quale attore per recitare la parte di Coker? Ryan Gosling.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, la primavera prossima, ma prima devo imparare la lingua in modo da non parlare come un pazzo o un idiota!

Ami fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani l’avvenimento più insolito, divertente o bizzarro accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piacciono molto. L’aneddoto più bizzarro? Sono stato intervistato in televisione. Il mio intervistatore spense la telecamera. Era ubriaco fradicio. Inizia l’intervista e si addormenta. Mantengono la telecamera su di me e fanno movimenti di rollio con le mani. Io continuo a parlare per un quarto d’ora mentre cercano di svegliare l’intervistatore. Finalmente si sveglia, e puntano la telecamera su di lui, e lui mi ringrazia per la bellissima intervista.

E parlando di soprannaturale. Ho fatto ormai centinaia di interviste, eppure un senso di deja vu mi perseguita nei tuoi riguardi, la sensazione di averti già intervistato, seppure non trovi da nessuna parte questa benedetta intervista. Sei mai stato a Venezia, ne hai mai parlato in un’ intervista?

Pensi di avermi già intervistato? Credi che potrebbe essere collegato a Venezia. Ma non si può riportarlo. So il segreto di questo. Ma non posso dirtelo in pubblico. Te lo dirò quando ci incontreremo. Ma hai ragione, Venezia è la chiave.

I corvi aleggiano come il braccio armato della presenza. Molto hitchcockiano non trovi?

Sì, Hitchock, ma anche gli indiani Cherokee, che hanno creduto in un demone chiamato Corvino Beffardo, era sempre circondato da cornacchie e corvi

Cosa stai leggendo al momento?

I confini del nulla, in italiano, in modo che possa un giorno essere in grado di scrivere in italiano, come le persone che traducono i miei libri.

Che rapporti hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su facebook e invito chiunque a contattarmi lì – in qualsiasi lingua – cercherò di essere divertente. Inoltre ho un sito web – http://www.nicevilleusa – dove potete farmi domande direttamente.

Ho letto in una tua intervista che hai appena finito The Departure. Come ultima cosa, nel ringraziarti della tua disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

Sì, è vero ho appena completato l’ultimo libro della trilogia. In America si chiamerà The Reckoning – La resa dei conti – e cosa farò dopo? Giulia, cara mia, non ne ho idea… Sono a caccia in questo momento, l’ispirazione verrà da me, probabilmente di notte…

:: Un’ intervista con Marco Montemarano

11 ottobre 2013

ricchezzaCiao Marco. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, speaker radiofonico e pubblicitario, musicista, docente di traduzione giuridica, autore di testi didattici per far imparare l’italiano ai tedeschi. Chi è Marco Montemarano? Punti di forza e di debolezza.

Sono un eclettico eppure credo di avere una mente ordinata e discrete capacità comunicative. D’altro canto soffro di vertigini, in tutti i sensi. Ora che il mio nuovo romanzo sta per uscire spero tanto che diventi un “caso” letterario, ma d’altra parte ho paura del successo. Forse per questo odio le persone che sul lavoro, in famiglia o nelle varie situazioni della vita fanno di tutto per deprimere l’autostima degli altri. Credo che una bella percezione di sé, un senso di affetto e amicizia verso se stessi sia fondamentale e su questo punto devo ancora lavorare.

Hai fatto diversi lavori nella tua prima giovinezza: il chitarrista blues, il venditore di polizze assicurative, il barista tabaccaio, fin anche l’allibratore per un parente che gestiva una piccola rete di scommesse. Quando è nata la tua passione per la letteratura? Quando hai deciso che avresti voluto fare lo scrittore?

Intorno ai venticinque anni ho iniziato a strutturare testi dapprima poetici, poi di prosa narrativa. Ma quella di “fare lo scrittore” nel senso di pubblicare, trovare un pubblico con cui confrontarsi, far sì che la scrittura diventasse, perché no, anche una fonte di guadagno, è un’idea che molto a lungo è rimasta sullo sfondo. C’era in me forse un po’ di elitarismo. O forse temevo (temo ancora!) che trasformando una passione in professione l’ispirazione non potesse che risultarne inibita.
La fase di produzione, articolata in 4-5 romanzi, che culmina in La ricchezza, è iniziata esattamente dieci anni fa, all’inizio del 2003. La radio nazionale tedesca aveva chiuso il programma italiano per il quale lavoravo e mi sono messo a scrivere un romanzo che prendeva le mosse da quell’esperienza.

Hai lasciato Roma nel 1990, per trasferirti all’estero in Germania, a Monaco. Raccontaci questa esperienza. Come vive a Monaco un italiano? Torneresti in Italia?

“Sono un povero emigrato”, dico a volte. La gente ride pensando a una battuta ma io di solito resto serio. Vivo da 23 anni in Germania e la condizione di chi vive in terra straniera, circondato da persone che parlano una lingua diversa da quella dei tuoi pensieri e dei tuoi sogni, forgia la tua identità.
Io qui mi prendo la libertà di fare quello che mi piace di più, seguo le mie passioni e le mie inclinazioni. La Germania in questo è un grande paese. Ti aiuta a fare quello che ti piace di più, o almeno ti consente di scegliere tra un ampio spettro di opzioni diverse.
Ma quel particolare lavoro di adattamento, quel sentirti proiettato addosso in ogni momento il cliché dell’italiano, il pregiudizio degli altri, c’è anche qui come in ogni altro luogo. La condizione di straniero plasma fortemente l’identità di una persona.
Detto questo, Monaco è una città moderna, piacevole, che non ti ruba tempi e spazi come tante città italiane. A volte è un po’ soporifera, forse. E conservatrice, certo. Ma trovo che sia una cornice molto accettabile entro la quale fare esperienza del mondo.
Non tornerei in Italia, non adesso.

Negli anni Ottanta hai iniziato a scrivere racconti, poi hai esordito con il romanzo Acqua passata, la storia di un contrabbassista jazz che viene strappato da un idillio tropicale per affrontare il suo passato a Roma. Uno dei vincitori dell’edizione 2012 del Torneo letterario IoScrittore di GeMS, che circola attualmente in formato e-book. Parlaci dei tuoi esordi, dei tuoi primi passi nel mondo editoriale.

Dicevo prima del mio ingiustificato elitarismo e della paura di rovinarmi l’ispirazione pubblicando libri. Poi dieci anni fa ho deciso che dovevo aprire una fase nuova. Ho scritto un romanzo, ne ho scritto un altro, ho avuto un’esperienza non molto felice con un’agente. Mi sono accorto quasi subito che entrare in rapporti con il mondo editoriale italiano vivendo all’estero e occupandosi di tutt’altro era difficile. E che ancora più difficile, almeno per me, era comprendere le regole che presiedono a questo gioco: come riuscire ad entrare, a farsi percepire, a ottenere per lo meno il riconoscimento di giocatore a pieno titolo. Fantasticavo di salotti, party, aperitivi ai quali non sarei mai stato invitato. Poi ho iniziato a iscrivere alcune mie opere a concorsi letterari. Nel 2012 sono stato tra i finalisti di IoScrittore. Bella soddisfazione, certo. Ma il risultato del Premio Neri Pozza mi ha letteralmente stordito. E per uno come me, scettico sull’evoluzione del nostro paese negli ultimi decenni, è stata un’iniezione di fiducia: la prova che l’Italia riesce ancora a produrre meccanismi di selezione seri, trasparenti, meritocratici. In questo Neri Pozza ha lanciato un importante segnale, che spero venga imitato da altri.

Con La ricchezza hai vinto il I° Premio nazionale di letteratura Neri Pozza. Raccontaci come è andata. Cosa hai provato quando ti hanno comunicato la vittoria?

Soffro di tachicardia, così puoi immaginare come mi sono sentito, anzi: come tutti e cinque noi finalisti ci siamo sentiti fino all’ultimo. I sette giurati erano stati bravissimi a non far trapelare il nome del vincitore. Quando sul tabellone è comparso il punteggio finale (la mia vittoria di un punto sul giovane Alessio Arena, artista di enorme talento cui profetizzo un grande futuro, si è decisa proprio all’ultima scheda dopo uno spoglio logorante) ho sentito che dovevo stare fermo, lì seduto sulla gradinata del Teatro Olimpico di Vicenza, per qualche istante ancora. “Non muoverti ancora”, mi diceva una voce. “Questo scroscio, l’applauso, è acqua, nient’altro che acqua, falla scorrere un po’ su di te.” Vogliamo chiamarlo “battesimo”? Io non sono particolarmente religioso, eppure…

Verrà pubblicato a novembre nel catalogo Neri Pozza. Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è il senso di un’identità fragile, che vacilla perché edificata su un terreno incerto, quello della memoria, degli “anni gloriosi” della nostra gioventù. E poi c’era la voglia di tornare a un’epoca della mia vita per la quale provo nostalgia, di riviverci dentro attraverso una storia inventata ma plausibile.

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Sono tutti in qualche modo segnati dallo stigma dell’inadeguatezza, direi. Fabrizio, troppo ammirato. Mario, tormentato e schiacciato dall’ingombrante mole di suo fratello. Maddalena, inquieta e sempre in fuga da tutto. E infine Giovanni, soprannominato Hitchcock, che sente quasi di non avere una vita che gli appartenga. Sono le vite che ho conosciuto io all’epoca in cui la vicenda ha inizio, la metà e la fine degli anni Settanta.

“Un romanzo i cui personaggi restano a lungo nel ricordo del lettore. Costruito narrativamente in maniera magnifica, una storia dalla quale è impossibile staccarsi fino alla fine.” Cito Giuseppe Russo, ideatore del Premio e Direttore editoriale Neri Pozza. Piuttosto lusinghiero come commento.

Sì, è bello avere un editore che crede in te. Credo che pubblicare con una casa editrice medio-grande che investe energie e fiducia in te sia molto meglio che pubblicare con un editore-moloch che poi lascia i libri a fare la muffa in libreria senza promuoverli. Neri Pozza potrebbe davvero diventare il punto di riferimento di una ripresa della narrativa italiana a livello di temi, di capacità di raccontare il nostro presente, di impatto sulla contemporaneità. Io glielo auguro e ovviamente lo auguro anche a me stesso.

La ricchezza è un romanzo sulla meglio gioventù degli anni ’70 costruito attorno a uno dei temi centrali della letteratura che è la fugacità della giovinezza. Un tema molto letterario. Quali letture e quali autori ti hanno ispirato?

Dostoevskij e Tolstoj. Stevenson e Conrad. Franz Kafka. Nel Novecento metterei tra i primi Musil e Proust. Ma anche Joseph Roth e Céline. Borges, Nabokov, Vonnegut, Ishiguro. Tra gli italiani Gadda, prima di tutto. Poi Primo Levi, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati. E amo moltissimo alcuni romanzi di Sebastiano Vassalli e Domenico Starnone. E infine Philip Roth, Philip Roth, Philip Roth… Per me è un dramma che abbia smesso di scrivere.

Sei anche un musicista. Hai inciso due album di composizioni per chitarra. Alcuni tuoi brani vanno a sottofondo di alcune trasmissioni radiofoniche e televisive. Musica e letteratura, cosa hanno in comune? Essere un musicista come influenza il tuo lavoro di scrittore?

L’influenza è forte e intima. Quando dieci anni fa ho deciso di scrivere con una nuova intenzionalità, uscendo dalla lunga fase di scritti sparsi ed episodici, ho sentito che dovevo anche rimettermi a suonare. Avevo smesso da una quindicina d’anni. La musica ha preso sottobraccio la scrittura, direi. L’ha sostenuta. Le ha trasmesso un senso della misura che prima non aveva.

Tornando alla tua esperienza di vita in Germania, parlaci del mondo editoriale tedesco, ci sono autori interessanti, non ancora editi in Italia? Ci sono scrittori italiani che hanno “sfondato” da voi? Proprio in questi giorni si aprirà la Buchmesse di Francoforte. Ci andrai?

Purtroppo seguo poco gli esordienti. Rimasi conquistato, anni fa, da una scrittrice di short stories tedesca, Judith Hermann. Spero che il Nobel ad Alice Munro possa rilanciare la narrativa breve anche in Italia.
Gli autori italiani noti in Germania, a parte i classici, non sono molti. Ma non riesco a identificarne il motivo. Forse i tedeschi preferiscono altri aspetti della nostra cultura. Certo, influisce anche il fatto che il romanzo non ha in Italia la tradizione che ha in altri paesi.
Alla Buchmesse sono stato giovedì scorso. Non ci crederai ma era la prima volta. Ho incontrato il mio editore, alcuni scout francesi e tedeschi, la mia agente Ombretta Borgia, che insieme a Fiammetta Biancatelli e Paolo Valentini ha messo su una realtà nuova e molto interessante.
A Francoforte ho sentito molto interesse intorno al Premio Neri Pozza e di riflesso intorno a La ricchezza. Segno che il direttore Russo ha visto giusto. Il “caso”, prima ancora che dai libri vincitori, è rappresentato dal Premio stesso.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un vecchio romanzo di fantascienza di Kurt Vonnegut, The Sirens of Titan.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Senz’altro. L’ufficio stampa di Neri Pozza, diretto dalla bravissima Daniela Pagani, sta organizzando delle presentazioni e degli incontri con la stampa. A me piacerebbe, compatibilmente con gli impegni di lavoro che ho qui a Monaco, vedere tante librerie. Sono un fan delle piccole librerie indipendenti.

Infine, nel ringraziarti della disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri.

Sto raccogliendo le idee per un nuovo romanzo di cui non vorrei rivelare nulla. Anche se non credo che prima di gennaio riuscirò a iniziarlo. Vorrei anche rimettere le mani su mie vecchie cose. E mi piacerebbe che questo mio libro, La ricchezza, mi portasse un po’ in giro per l’Italia, a vedere luoghi e realtà che non conosco ancora.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

7 ottobre 2013

sdm per liberi di scrivereLdS. Ciao Stefano, benvenuto e grazie di aver accettato questa nuova intervista per Liberi di Scrivere. Scrittore, traduttore, curatore di collane, blogger, saggista, sceneggiatore di fumetti, esperto di cinema e di arti marziali, consulente editoriale, appassionato di viaggi. Non si può dire che tu sia una persona pigra e priva di voglia di fare. Per chi non ti conoscesse ancora, parlaci di te. Raccontaci chi è Stefano Di Marino.

SDM. Molto semplicemente un ragazzo che amava l’avventura e voleva scrivere libri e raccontare storie. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non sapevo fare altro, che di per sé potrebbe  anche essere una cosa negativa ma… insomma eccomi qui… preso da questa febbre inestinguibile di narrare.

LdS. Sei di ritorno dalla VII edizione di GialloLatino. Come è andata?

SDM. È la terza volta che ho il piacere di essere invitato come autore a Giallo Latino, manifestazione ideata da Gianluca Campagna giunta alla 7 edizione. Ogni volta mi diverto di più, non solo per gli eventi ma anche per il clima di convivialità e amicizia che si è instaurato con colleghi, organizzatori e collaboratori. Non ultimo il piacere di parlare ai ragazzi delle scuole che saranno i futuri lettori e autori. Ho avuto anche la grande soddisfazione di ricevere un premio che è un riconoscimento generale alla mia attività non solo come autore ma anche come animatore di questi eventi. Per me le due cose sono inscindibili.

LdS. Mi anticipavi che un sacco di cose bollono in pentola. Iniziamo con Action, rivista digitale di cui è anche disponibile un sito internet. Ce ne vuoi parlare? Puoi farci un bilancio? Quali saranno le prossime novità?

SDM.  Action è un work in progress. Purtroppo per ragioni che esulano un po’ dalla mia volontà il progetto di rivista digitale al momento sta cercando ancora una formula. Probabilmente la riproporremo gratuitamente in un prossimo futuro. Al momento funziona come blog (http://actioneaction.blogspot.it/)  e raccoglie articoli, segnalazioni ed eventi. Il marchio ACTION in effetti funziona e riunisce molti appassionati. Continuiamo però a produrre libri cartacei in piccole tirature (l’ultimo uscito è il mio manuale di scrittura pulp Regole di Sangue, cui saranno legati anche una serie di corsi) ma sono in preparazione altri volumi. DBooks è una piccola realtà editoriale, professionale, NON a pagamento, ma la battaglia con i grandi è impari. Il marchio ACTION soprattutto funziona da traino per molte iniziative come quelle svolte al museo fermo immagine legato al cinema e a Cartoomics che è ormai un appuntamento costante.

LdS. Poi arriva in eBook, targato Delos Digital, SexForce, una nuova collana, di cui sei il curatore, che raccoglie avventure erotiche questa volta dedicate al pubblico maschile. Sembra che il genere erotico sia stato in un certo modo sdoganato e reso fruibile da un più vasto pubblico, che non deve nascondere più Playboy nel Sole 24ore. Cosa differenzia maggiormente secondo te un racconto erotico destinato ad un pubblico maschile: più realismo, più crudezza di dettagli, più azione e avventura?

SDM. Prima di tutto due parole sul digitale. In tre anni di attività  in questo settore posso trarre qualche conclusione. Ancora c’è molta strada da fare. Sinché non si cominceranno a percepire  delle somme ragionevoli sarà difficile lavorare unicamente in questo campo. Perciò ho deciso di scrivere solo per gruppi che mi diano affidamento. Uno di questi è Delos con cui collaboro da anni e che ha una efficace rete di promozione ed è precisissima con i conti. Detto ciò SEX FORCE nasce come una sfida di fronte al dilagare di romanzi erotici al femminile. Non solo sono autore ma anche curatore… la prima domanda da porsi è: cosa è l’erotismo al maschile. Differente da quello al femminile certo ma non una mera sequenza di atti sessuali descritti con crudezza. L’erotismo maschile va al di là del semplice atto sessuale. È il piacere della conquista, ma anche dell’adrenalina che nasce non solo dal sesso ma anche dall’emozione dell’avventura, dal vivere piacevolmente e pienamente assaporando cibo, liquori, sigari, marche di abiti e motori. Insomma è un universo intero, forse più pragmatico di quello fantastico femminile ma che può dar vita a innumerevoli avventure. In effetti malgrado molti si propongano (e molti autori  abbiano anche un po’ snobbato l’iniziativa) la scelta è rigorosa. Con me al momento ci sono due altri autori. Francesco Perizzolo che già vinse il premio Segretissimo l’anno passato e Romano De Marco che è un autore già convalidato. Ma molti altri stanno lavorando e, eccezionalmente, ci sarà anche una presenza femminile…

LdS. A novembre ci aspetta in edicola una nuova avventura inedita del Professionista dopo diverse ristampe, – Il Professionista Story n° 5 con un inedito è stato disponibile per due mesi settembre e ottobre –  conferma che il tuo personaggio trova grande seguito tra i lettori. Dunque l’Inglese ritorna per dare filo da torcere al nostro?

SDM. ‘La Triade di Shangai’, il Professionista di novembre è un romanzo importante per la serie. Ho impiegato il doppio del tempo abituale per scriverlo e porta in sé tutto quello che io e, mi auguro, i lettori amiamo del Professionista. Chance si trova in una situazione disperata, braccato dall’Inglese che non è certo morto sulle montagne dell’Himalaya e finisce per accettare una missione di infiltrazione ad alto rischio. Da qui parte una storia complessa piena di colpi di scena e ambientazioni differenti, c’è Gangland, ma anche la Parigi di Pietrafredda, poi un inedito paesaggio del deserto del Taklimakan, il ‘luogo dove non vive nulla’ e poi Shangai con le triadi, i servizi segreti che si contendono potere e denaro. E poi i ninja, la vecchia squadra con la Bimba e persino un inedito Gobbo… innamorato. Ma c’è anche qualcosa di più, un filo diretto ma comprensibilissimo con uno dei miei primi romanzi Lacrime di Drago. Chance incontra la figlia dei protagonisti di quella vicenda che era la storia del traffico di eroina dal 49 agli anni 90. Ma oggi la situazione è del tutto cambiata. Invece che l’eroina si spacciano metanfetamine. Insomma credo che una storia così non l’abbiate mai letta. Un bell’inizio per annunciare che dal prossimo anno, oltre le ristampe leggerete  3 nuovi Professionista in collana…

LdS. Sei un maestro dell’action noir, che consigli daresti ai giovani autori che volessero intraprendere la tua strada?

SDM. Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Così semplicemente. E anche vivere però, perché anche nel Pulp la nostra vita, seppure trasfigurata, ha una sua importanza e nessuno ha mai raccontato belle storie chiuso dentro casa.

LdS. C’è nell’aria una storia con antichi romani, gladiatori, soldati e affascinanti schiave? Ti dedicherai all’action storica?

SDM. È ancora un po’ presto per parlarne. È un progetto digitale per un altro prestigioso gruppo di cui mi fido particolarmente. Un progetto che molti mi hanno spinto a intraprendere. Ne parleremo in una fase più avanzata però al momento, posso dire che sarà uno Sword & Sorcery piuttosto ferale ambientato in una Roma in cui la storia… lascia dei punti oscuri e si contamina con la magia… Obscura Legio…

LdS. Tra i romanzi in uscita in questo giorni, c’è qualche esordiente o qualche veterano che ti sentiresti di consigliare?

SDM. Sicuramente vi consiglio la lettura dell’ultimo Grangé Kaiken,-  Il respiro della cenere in italiano-, per chi  ama il thriller puro. Tra gli action mi è piaciuto molto Red Notice di Andy MacNabb  e The English Girl del maestro della spy story Daniel Silva. Sono entrambi ancora inediti ma sono certo che saranno pubblicati in Italia.

LdS. Cosa stai leggendo tu attualmente? Cosa legge il Prof quando si rilassa con un buon sigaro e un bicchiere di Bourbon?

SDM. Per rilassarsi un buon sigaro e una buona vodka… anche se ovviamente con moderazione. Scherzi a parte ho terminato da pochissimo L’arena dei perdenti di Varenne (letto in originale Le Mure, le Kabyle e le marin…a un prezzo decisamente più interessante per il lettore…7 euro invece di 20) e sto aspettando sempre in originale il 200° SAS. Tra gli italiani ho in dirittura di lettura il premio Tedeschi vinto dal mio amico Andrea Franco L’odore del peccato.

LdS. Stai traducendo? C’è qualche autore estero, snobbato dalle nostre case editrici che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

SDM. Ho appena consegnato la traduzione di Pines di Blake Crouch, un thriller Horror che uscirà per Sperling. Molto, molto bello. Attualmente ho ridotto un po’ l’attività di traduttore. Sto scrivendo a tempo pieno, ma è sempre parte del mio lavoro. Mi piacerebbe tradurre regolarmente SAS… chissà se un giorno…

LdS. Il più bel noir che hai letto ultimamente?

SDM. Il romanzo che citavo poc’anzi. L’arena dei perdenti di Varenne realmente un bellissimo noir impegnato ma senza esagerazioni. E soprattutto senza piegarsi alle leggi dell’editoria che oggi in Italia ti pubblicano in libreria solo se scrivi ‘a tavolino’ un romanzo per compiacere i ‘supposti’ gusti del pubblico femminile. Il che mi sembra anche una stupidaggine perché conosco moltissime donne che leggono thriller e romanzi senza l’ossessione di dover essere coccolate con melensaggini o pseudoerotismi… il modo migliore per rispettare le donne è non creare il mito di una loro letteratura con valori diametralmente opposti a quelli che sino a oggi hanno  guidato l’editoria. Un bel libro è un bel libro e basta… (Sorride)

LdS. E’ da pochi giorni mancato Tom Clancy, un maestro del techno-thriller made in Usa, padre dell’indimenticato Jack Ryan, un personaggio invidiabile per ogni scrittore di action. Clancy è morto a Baltimora a soli 66 anni. Che ricordo hai di questo scrittore? Hai scritto un post sul tuo blog.

SDM. Clancy è un punto di riferimento per chi scrive spy story anche se non è uno dei miei autori –modello. Troppo americano e ‘patriottico’ per i miei gusti. Mi piacevano molto le sue trasposizioni cinematografiche, con Ford in primo luogo. Però Attentato alla corte d’Inghilterra resta un grandissimo romanzo. Clancy ha saputo approdare alla multimedialità, romanzi, spin off, giochi, film…insomma tutto quello che a me e ad altri suppongo, piacerebbe fare.

LdS. Avventura, azione, esotismo, arti marziali, donne non solo belle ma anche intelligenti e forti, capaci di tener testa ai personaggi maschili, un tocco di erotismo, mai volgare, mai grezzo, sempre venato di rispetto per i tuoi lettori, una sana gioia di vivere, un pizzico di introspezione, questi sono i segreti del tuo successo. Sei d’accordo? Cosa pensi i tuoi lettori amino di più dei tuoi libri?

SDM. Esattamente questi ingredienti che hai individuato con tanta precisione. L’avventura, il divertimento di chi scrive ancor prima di chi legge. La formula o il segreto se vuoi è proprio questo. E, lo ripeto, per me è una grandissima soddisfazione sentire lettori e amici in rete. Pensate quando l’autore se ne stava solo soletto senza alcun riscontro…

LdS. Penso che sia tutto, nel salutarti ti ringrazio nuovamente della tua disponibilità.

SDM. Grazie a te e ai lettori di Liberi Di scrivere per avermi ospitato ancora una volta. Ci vediamo sulle pagine dei libri…o in rete…

:: Un’intervista con Håkan Östlundh a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2013

viperaCiao Håkan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, giornalista, sceneggiatore. Chi è Håkan Östlundh? Punti di forza e di debolezza.

Credo di essere una persona molto sensibile, che in realtà è una grande risorsa per il mio lavoro di scrittore, ma a volte può essere uno svantaggio nella vita.

Hai studiato letteratura comparata e storia delle idee presso l’Università di Stoccolma. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in un sobborgo a nord di Stoccolma, in una zona piuttosto noiosa abitata dalla classe media. Verso i dieci anni ho deciso che sarei diventato uno scrittore e che sarei andato via da lì il più presto possibile. Il più presto arrivò cinque giorni dopo il mio diploma di scuola superiore, quando mi sono trasferito in città e ho cominciato a lavorare come giornalista.

Hai lavorato come giornalista per il Dagens Nyheter. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Ho lavorato soprattutto per i supplementi dei giornali del fine settimana, scrivendo di cultura, eventi e vita notturna. Questo è successo circa 20 anni fa, quando la carta stampata  aveva ancora una certa importanza ed i giornalisti potevano fare un buon lavoro. A parte quello che sto facendo ora, penso che quello sia stato il miglior periodo della mia carriera, finora. Mi è piaciuto davvero molto lavorare lì.

Sei stato influenzato dal partito socialdemocratico e dal movimento operaio.

Beh, ci sono nato dentro. Mio padre proveniva dai piccoli agricoltori e mugnai su al nord. Era molto attivo politicamente fin dall’inizio e dopo aver frequentato l’università di Uppsala lavorò come dirigente nella pubblica amministrazione. Svolsi il mio primo lavoro dopo la scuola, in realtà, in una agenzia di stampa collegata ai giornali socialdemocratici.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Ho scoperto di avere qualche tipo di talento in età precoce (a dieci anni). La mia famiglia si era trasferita e ho iniziato ad andare, in quarta elementare, in una nuova scuola. All’inizio ci avevano assegnato di scrivere un saggio. L’ insegnante lesse il mio ad alta voce davanti a tutta la classe e piacque molto a tutti. Da quel momento non sono più tornato indietro.

Bolt, ora pubblicato in Italia da Fazi Editore con il titolo La Vipera – Un Nuovo Omicidio dell’Isola di Gotland, è un romanzo giallo della serie di Fredrik Broman. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La famiglia è il tema ricorrente in un sacco di miei libri. In questo caso ho rubato la maggior parte della trama ad una tragedia dell’Antica Grecia.

Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro?

Un padre di famiglia torna a casa dopo aver lavorato diversi anni in Giappone. Pochi giorni dopo la moglie e il cugino sono trovati brutalmente assassinati nella sua casa e l’ uomo stesso scompare senza lasciare traccia. I suoi due figli, ormai adulti, sono travolti dal dolore e dalla confusione. Il loro padre è davvero un assassino?

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Il personaggio ricorrente nella serie di Gotland – è Fredrik Broman, un detective della polizia che si è trasferito sull’isola con la sua famiglia pochi anni prima. Quello che succede ne La Vipera influenzerà per sempre la sua vita e la sua carriera.

L’ isola di Gotland è uno scenario molto interessante per un romanzo. Può descrivercelo?

Gotland è la più grande isola svedese del Mar Baltico. E ‘ un luogo esotico, la natura e l’atmosfera sono molto diverse dal resto della Svezia. La città principale, Visby, è una vecchia Hansa-city (città commerciale) sin dal Medioevo. Nelle famiglie di campagna che coltivano la stessa terra da secoli le vecchie ingiustizie sono difficili da dimenticare.
Gotland è anche il luogo in cui il regista Ingmar Bergman ha scattato un sacco di foto.

Ci sono progetti cinematografici ispirati ai tuoi libri?

Molti.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Io uso solo le mie paure e le mie esperienze personali.

Nelle interviste citi Dennis Lehane, Sjöwall & Wahlöö e Haruki Murakami come tuoi autori preferiti. Leggi altri scrittori contemporanei? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

A parte quelli che hai già citato amo molto Joyce Carol Oates e Jonathan Franzen. Penso che lo svedese Henning Mankell sia lo scrittore di crime che maggiormente mi ha ispirato a utilizzare l’ambientazione locale nei miei libri .

I tuoi romanzi sono diversi dai soliti thriller scandinavi più lenti e introspettivi, sono più simili ai thriller americani per ritmo e azione. Questo è voluto?

Sì, scrivere romanzi veloci e pieni di suspense era certamente un obiettivo, ma sono stato più influenzato dai film e dalla tv che dai thriller americani. Ho un background come sceneggiatore e questa esperienza ho voluto utilizzarla quando ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere un nuovo libro sugli agenti della CIA che si trasferiscono in paesi dove possono torturare i sospetti di terrorismo senza infrangere le leggi americane. E’ stata una lettura molto interessante in quanto descriveva in dettaglio un evento accaduto a due egiziani che vivono in Svezia, che è stato fonte di ispirazione per il mio penultimo libro uscito in Italia, Gotland – L’isola di Dio. Ora sto iniziando il nuovo romanzo di Jonathan Lethem, Dissident Gardens.

Hai un agente letterario?

Si, ho un agente che lavora duro e che ha appena aggiunto la Francia ed Israele alla lista delle traduzioni .

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Quando sono arrivato, con 20 minuti in ritardo, alla fiera del libro di Anversa (in Belgio ), c’era una fila di persone lunga 50 metri in attesa che gli autografassi i loro libri. Se non l’avevo fatto prima, ho capito allora di avere un sacco di lettori in tutto il mondo. E ‘stato un momento molto speciale.

Come è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Ricevo un sacco di e-mail di incoraggiamento tramite il mio sito e la mia pagina fan di Facebook. E’ sempre fonte di grande ispirazione per me sentire i miei lettori.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è nessun progetto al momento, che io sappia. Ma mi piacerebbe venire in Italia.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando attualmente?

Al settimo libro della serie di Gotland, intitolato Men of Darkness.

:: Un’intervista con Louise Penny a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2013

penny_250X_Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.

Ho 55 anni, ma non ho iniziato a scrivere fino a quando non ne ho compiuti 40. Troppa paura di provarci e così non ho potuto fare l’unica cosa che ho sempre sognato di fare. Anzi, io sono piena di paure. Questa è la mia debolezza. Ma questo significa anche che ho dovuto affrontarle. Questa è la mia forza. Un sacco di paura, ma un po’ più di coraggio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita a Toronto, Canada – ho lavorato come giornalista per la Canadian Broadcasting Corportation (la chiamiamo Mother Corp), e ho lavorato in diverse parti del paese. Sia in grandi città, che in alcuni centri molto piccoli. Questo mi ha permesso di scacciare l’arroganza fuori di me e mi ha insegnato ad ascoltare. Per prestare attenzione, con rispetto. Sapendo che la gente ha una grande quantità di saggezza – e la generosità di offrirla. Avevo solo bisogno di guardare e ascoltare.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?

Quando avevo 8 anni e leggevo La tela di Carlotta. Avevo paura dei ragni, ma amavo Carlotta. E in un attimo la mia paura scomparve. Per un bambino impaurito era pura magia, e così compresi il potere del racconto.

Tu sei l’ autrice della serie di mystery di Armand Gamache. Composta da Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets.  A Trick of the Light è il tuo settimo romanzo per la prima volta pubblicato in Italia da Piemme con il titolo L’inganno della Luce. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è quasi sempre un brano di musica o una poesia. Nel caso di L’inganno della Luce sono stati i versi di una poesia di Stevie Smith: I was much too far out all of my life and not waving but drowning.  Trovo anche la domanda centrale, “la gente cambia davvero?” sia affascinante. Questo è diventato il tema centrale del mio mystery.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Armand Gamache ?

E’ l’ uomo che ho sempre voluto sposare. Diverso da molti altri detective della narrativa, è contenuto, calmo, amorevole e crede che in fondo al male si trovi la bontà. Ha molte convinzioni fuori moda, convinzioni forgiate vedendo troppa crudeltà, troppa cattiveria e violenza. Perché ha visto tanta morte, capisce che la vita è un grande dono che ha bisogno di essere vissuto con amore. Sa anche, come credo anche io, che ci voglia molto più coraggio ad essere gentili che ad essere crudeli. Ci vuole più carattere ad essere di supporto che nel trovare difetti. Qualsiasi idiota può essere critico, ovvero in grado di trovare difetti. Ma ci vuole una certa forza per vedere la bontà.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro ?

No. Ho rifiutato tutte le offerte.

Leggi altri scrittori contemporanei ? Quali sono i tuoi preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Sono stata principalmente influenzata dagli scrittori della Golden Age. Georges Simenon. Josephine Tey.

Cosa stai leggendo in questo momento ? Quali sono i tuoi scrittori canadesi esordienti preferiti?

Vivo per Peter Robinson, Giles Blunt, Gail Bowen, Alan Bradley . Non sono debuttanti, ma sorprendenti giallisti canadesi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piace fare tour promozionali – è così incredibile incontrare così tanti lettori. Quando ho iniziato non si presentò nessuno, tranne mio marito Michael. Povero ragazzo! Entro la fine di quei tour potevo vedere le sue labbra muoversi mentre parlavo – aveva memorizzato tutto quello che avevo da dire. Ora, ci sono dalle 400 a alle 500 persone ad ogni evento – e Michael è sempre lì. Il mio Gamache.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi ?

Se mi inviteranno, verrò volentieri in Italia.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Beh, ho una pagina facebook e un sito web. E ‘ importante per me che i lettori sappiano quanto sono grata del fatto che amino i miei libri. Penso che sia una grande benedizione avere un certo successo nella seconda metà della mia vita. E so quanto sono fortunata – e so anche che è tutto merito dei miei lettori.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando attualmente?

Onestamente, sto passando del tempo con Michael e riprendendo fiato. Sempre facendo tour e promozione.

:: Un’ intervista con Janet Evanovich

17 settembre 2013

otto volanteCiao Janet. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Janet Evanovich? Punti di forza e di debolezza .

Dal momento che sto finendo il mio ultimo romanzo proprio in questo momento, consentitemi di dire solo che sono una moglie, una madre, una nonna e una scrittrice. La mia forza è la mia disciplina nella scrittura. La mia debolezza sono le torte.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice ?

Suppongo che volessi scrivere da quando ero una bambina. Ho iniziato da bambina infatti a inventare storie .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione .

Ho iniziato a scrivere a 30 anni, quando i miei figli erano piccoli. Scrivevo durante il giorno mentre loro erano a scuola. Ho scritto tre libri prima di avere successo e ho anche avuto un sacco di lettere di rifiuto. Dopo un decennio di scrittura, ho finalmente venduto il mio primo manoscritto – in realtà  una fama di breve durata!

Parlaci dei tuoi libri. Quale è o sono i tuoi romanzi preferiti?

Ho scritto più di quaranta libri. I primi erano romance . Poi ho avuto molto successo con la serie di Stephanie Plum, che io chiamo avventure romantiche. Chiedi alla maggior parte degli scrittori e vi diranno che il loro libro preferito è quello su cui stanno attualmente lavorando. Per me , questo è Takedown Twenty, che sarà pubblicato questo autunno.

Parlaci della tua protagonista della tua serie, Stephanie Plum.

Stephanie è come me – una rossa maldestra. L’ unica differenza è che Stephanie è più giovane, più sexy e può mangiare quello che vuole e non aumenta di peso.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Poichè lavoro 12 ore al giorno, sette giorni la settimana , non ho molto tempo per leggere libri. Ma nel corso degli anni, ho avuto i miei preferiti. Nella narrativa, mi piace tutto di Robert B. Parker e Robert Crais. Nella non-fiction amo Anthony Bourdain. Il suo libro, Media Raw, è stato davvero grande .

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto finendo il 20 ° romanzo della serie Plum – Takedown Twenty.

:: Un’ intervista con Paola Ronco

31 luglio 2013

luce illuminaBentornata Paola su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Mettiamo in sottofondo una canzone di Paolo Conte e intanto che la caffettiera gorgoglia stilaci un tuo breve bilancio. Cosa è cambiato nella tua vita dal 2010? Come vive una piemontese a Genova, il suo essere scrittrice, donna e osservatrice di una società gravata da crisi, infelicità, rassegnazione?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dal 2010 a oggi, in effetti, la mia vita è cambiata in maniera radicale. Dal punto di vista personale posso dire di aver fatto tabula rasa, allontanando persone e situazioni che non avevano più niente a che fare con me, e trovando il mio vero centro. Non è stato un processo sempre facile; come canta Paolo Conte, per l’appunto, in un mondo adulto si sbaglia da professionisti, ma oggi posso dire di essere serena e in pace con me stessa. Il bilancio personale, insomma, è molto positivo. Non posso dire lo stesso di quello generale; la crisi si sente eccome, non ho bisogno di dirlo, e condiziona in maniera pesante il futuro e le scelte possibili. Mi chiedo spesso, in effetti, se riusciremo mai a trovare un punto di rottura oltre il quale non sia più possibile adattarsi a questo tipo di sistema economico e morale.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo La luce che illumina il mondo, edito da Indiana editore, un piccolo editore di Milano molto attivo e interessante. Come hai deciso di pubblicare con loro?

Quello con Indiana editore è stato per me un incontro felice; li seguivo con interesse dalla loro nascita, nel 2011. Hanno le idee chiare, l’entusiasmo e un catalogo davvero bello. Quando ho pensato che il mio testo fosse pronto, sono stati i primi a riceverlo. Verso la fine del 2012, dopo aver ricevuto una proposta poco convincente da un altro editore, li ho ricontattati, giusto per capire se potevo avere qualche possibilità. Pochi giorni dopo ho ricevuto la telefonata da Bernardino Sassoli de’ Bianchi.

Parlaci un po’ di questo libro, da alcuni definito un noir fantascientifico. Come è nata l’idea di scriverlo? Come sono nati i personaggi?

Come ho già raccontato, La luce che illumina il mondo nasce, letteralmente, da un sogno di qualche anno fa; ricordo ancora oggi le immagini di una città alluvionata e di un corteo di eretici in nero, pronti a darsi fuoco. Nel sogno facevano la loro comparsa, molto brevemente, anche Florestano Leoni e la sua Melissa.
Da quella visione sono partita per inventarmi una città, che somigliasse in tutto a quelle che conosciamo ma non fosse reale. È un tipo di approccio su cui rifletto fin dai tempi di Corpi estranei, e che con questo romanzo si è accentuato parecchio; cercare di raccontare la realtà evitando di citarla in maniera esplicita, aggirando i rischi della cronaca, trasportando insomma il nostro mondo e i suoi accadimenti da un’altra parte.

Il romanzo è ambientato a Sumonno, una città immaginaria, attraversata da un fiume e divisa in settori come Berlino appena terminata la Seconda Guerra Mondiale. Da un lato i poveri rinchiusi in una baraccopoli di lamiera ZonaSviluppo, poi la zona dei ceti medi CittàProgresso con palazzi dormitorio, supermercati e uffici, e infine la zona ricca CentroRubino. Un po’ discosta l’Isola che si raggiunge con vaporetti allungati come gondole in cui trova l’enorme discoteca di Florestano Leoni, un gangster che avrà un ruolo determinante nel romanzo. Come hai costruito questa città, che modelli hai utilizzato?

Prima di cominciare a scrivere, in fase di documentazione ho letto parecchie cose sulle baraccopoli delle grandi città; per citarne uno, mi è rimasto particolarmente impresso il libro Korogocho, di padre Alex Zanotelli, che racconta la vita quotidiana nel più grande slum di Nairobi. Per CittàProgresso, invece, e in generale per l’assetto di Sumonno, mi sono ispirata alle geometrie della Défense di Parigi. In fase di scrittura mi è venuto naturale immaginare una suddivisione rigida delle zone, esasperando una condizione che vediamo già, a grandi linee, nelle metropoli occidentali.

La famiglia Neri rappresenta il potere, la ricchezza accumulata in generazioni, i compromessi, i raggiri. Costanzo Neri, è una figura dolente, forse stanca, senza il carisma di un tempo. Il figlio Ramsete una specie di Nerone, mondano, cinico, crudele. Il figlio Osiride infelice, solo, plagiato da un guru, pronto a perdere tutto per un po’ di fede. A chi ti sei ispirata per costruire questi personaggi?

Da torinese, mi tocca confessare che la famiglia Agnelli è molto presente nel mio immaginario; il patriarca carismatico, il giovane rampollo beniamino delle cronache mondane, il figlio stravagante che si perde nel misticismo. Sono figure in qualche modo ricorrenti in tutte le grandi famiglie di potere, e possiedono un innegabile fascino, anche e soprattutto per le ombre oscure che si intravedono sotto lo strato levigato della leggenda.

Toni è senz’altro un personaggio interessante. Tormentato, chiuso in se stesso, con un conflitto irrisolto, c’è infatti un avvenimento del suo passato con cui deve fare i conti. Vive una breve relazione con Melissa. Che funzione ha questo personaggio nel romanzo?

Senza voler anticipare niente, Toni rappresenta l’inconsapevole elemento di disturbo in un sistema di modelli codificati. È l’uomo d’ordine che non si permette mai uno scarto, e che si ritrova sotto gli occhi le macerie di una realtà che credeva di poter controllare; è lo sguardo che cerca di prevedere ogni contromossa, e non si accorge di essere intrappolato da sempre. La relazione con Melissa, in questo senso, funge un po’ da detonatore di sentimenti e pensieri che forse non sospettava nemmeno di avere.

Ad un certo punto si attiva una sottotrama quasi poliziesca. La morte di una prostituta senza nome di “proprietà” di Florestano Leoni, porta ad una specie di indagine. Il colpevole è evidente. Questo delitto richiama una vendetta?

La morte della prostituta senza nome è in realtà un pretesto per affrontare, nella mia maniera tangenziale, il tema del corpo femminile usato come merce di scambio. Lo vediamo tutti i giorni nelle pubblicità, nelle cronache dei processi illustri, e tristemente lo leggiamo spesso in cronaca nera. La vittima del mio romanzo non è vissuta, dal suo proprietario prima e dal suo assassino poi, come un personaggio reale, con una sua storia e una personalità; è un corpo da possedere, nient’altro, e la sua morte un incidente di percorso da chiarire ai fini della conservazione del potere, non certo per curiosità o empatia.

L’esercito pattuglia, la pioggia è incessante, il fiume, esondando, semina morti e detriti. Una situazione di emergenza, da scenario apocalittico. Poi si aggiungono gli adepti di una setta, una confraternita ispirata a un’eresia medievale, che iniziano a darsi fuoco per raggiungere il mondo dello spirito, per smuovere le coscienze. Un po’ Blade Runner, penso alla pioggia incessante, l’atmosfera cupa, un po’ 1984 di Orwell, penso ai meccanismi oscuri del potere, sebbene il tuo romanzo non sia proiettato nel futuro?

C’è un po’ di Blade Runner, sicuramente; ho amato molto quel film e le sue atmosfere inquietanti e malinconiche. In quasi tutto quello che scrivo, mi rendo conto, c’è una grande attenzione alla parte ‘visiva’; costruisco le scene procedendo per immagini, e dando molta importanza ai colori, che in questo romanzo hanno un ruolo chiave.

Un tema che affronti è la degenerazione del potere mediatico, utilizzato da alcune famiglie per manipolare l’opinione pubblica e rinsaldare il proprio potere. Giornalisti asserviti, vecchi giornalisti disillusi che il potere cerca di comprare. Informazione e controinformazione. Quale sarà il futuro?

Credo che le cose non cambieranno molto nel lungo termine, e che continueremo a vedere giornalisti ridotti a meri impiegati di gruppi di potere, preoccupati solo di pubblicare notizie su commissione, e poche persone convinte che raccontare e indagare le cause degli eventi sia l’unico modo per fare questo mestiere.

Un altro tema che affronti è l’importanza della memoria necessaria per metabolizzare il passato, in questo caso il terrorismo. Nel romanzo una realtà ormai conclusa, i protagonisti di allora sono quasi tutti morti o in carcere. Dimenticare il passato fa correre il rischio di ripetere gli stessi errori, argomenta un personaggio. Perché pensi che qui in Italia ci sia in atto un processo di rimozione, di rifiuto di un’ elaborazione oggettiva di quei fenomeni di lotta armata?

Mi sembra che in Italia ci sia un processo perenne di rimozione della storia recente, soprattutto quando quella storia non è molto lusinghiera per la nostra immagine. È accaduto con il fascismo, con le guerre coloniali, e certamente anche con il terrorismo. Abbiamo vissuto, viviamo tuttora, momenti di grande lacerazione interna, ci immergiamo nel clima dell’emergenza e del terrore e poi, una volta finito il fenomeno contingente, ci comportiamo come se il fatto non fosse mai avvenuto, come delle persone invitate a una cena cui sia presente un ospite molesto, e che fanno di tutto per fingere di non vederlo o sentirlo. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto male possa fare questa rimozione, e quanti eventi successivi siano in realtà figli di queste ferite mai curate.

Finale spiazzante, non l’anticipiamo, ma mi dà lo spunto per chiederti se per te c’è uno spiraglio di speranza all’orizzonte, o solo i peggiori come sempre se la caveranno?

I miei personaggi, a modo loro, cercano tutti una salvezza, qualcosa che regali loro una specie di speranza; lo fanno in maniere diverse, attraverso il potere, il sesso, la ricerca del trascendente, la rivolta. La risposta non può essere univoca; ognuno ha la responsabilità di cercare il proprio spiraglio di luce, e in molti, purtroppo, preferiscono lasciare questa possibilità ai peggiori.

Grazie della tua disponibilità. Concluderei l’intervista con un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

Grazie a voi per l’ascolto. Sono al lavoro per scrivere, sempre per Indiana editore, il seguito della Luce che illumina il mondo; nelle mie intenzioni ci saranno almeno altri due romanzi ambientati nella città di Sumonno.

:: Un’intervista con Fabio Mundadori

3 luglio 2013

occhi-violaGrazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Sei nato a Bologna nel 1966, e ora vivi a Latina. Sei uno scrittore. Ami la fantascienza. Parlaci di te descrivendoti come se fossi un personaggio di un tuo libro.

Grazie a te Giulia. Come prima domanda non c’è male! Provo.
Mundadori sta sulla sedia dietro al tavolo di metallo, la lampada puntata al volto gli permette d’intravedere appena la sagoma del poliziotto di fronte a lui che in piedi sfoglia un dossier Fabio Mondadori! Per questo le permettono di scrivere: è un raccomandato.
Mundadori, con la U.
Le chiedo scusa se mi sono permesso.
Ma le pare! Passo metà del mio tempo a correggere chi sbaglia il mio cognome.
Ovviamente non mi stavo scusando davvero.
Non avevo dubbi, potrebbe togliermi dalla faccia questa lampada?
Nemmeno a parlarne, che razza d’interrogatorio sarebbe.
Di cosa sono accusato?
Di esistere.
Nientemeno.
Vediamo che dice qui: ah perbacco è un informatico.
Non esattamente: violento server.
Non si allarghi troppo: problemi di linea vedo che ne ha già a sufficienza.
Se lo faccia dire: è proprio una sagoma. Sì, comunque: mi occupo di sicurezza informatica.
Sicurezza? Lei? Siamo in una botte di ferro!
Ma è sicuro di essere un poliziotto e non un cabarettista?
Commissario Sammarchi, per servirla.
Ora mi è chiaro perché se ne sta lì buio, pantaloni arancio o gialli oggi?
Non si permetta! Non è colpa mia se…
Lo so, lo so: una moglie dal sonno leggero.
Sa troppe cose.
Secondo lei come mai?
Le domande le faccio io. Forza, cos’è questa storia del morbo di Asimov che ha contratto nell’infanzia.
Nulla di contagioso.
Non le ho chiesto questo.
È un gioco di parole ovviamente: da Isaac Asimov compianto scrittore, di fantascienza ma non solo. Ho amato ogni suo romanzo o racconto, spero un giorno di poter acquisire un decimo della sua padronanza nel raccontare.
Una missione impossibile.
Ha qualcuno che le scrive le battute o è così al naturale?
Dovrebbe saperlo.
Questo interrogatorio è contro la legge!
Qui la legge sono io,
Spettacolare questa frase, vorrei averla scritta io!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho sempre amato la lettura e pur cercando di leggere di tutto ho comunque preferito la fantascienza, l’avventura e il giallo: il mio immaginario è stato formato da scrittori come Salgari, Verne, Doyle e Asimov ma anche Richard Matheson, Dan Simmons, Valerio Evangelisti, Robert E. Howard e William Gibson. Per me lettura ha significato anche fumetti partendo dagli immancabili eroi Disney passando da mostri sacri come Stan Lee, Jack Kirby, John Byrne, Neal Adams per arrivare ai tratti più maturi di Frank Miller, al cartooning esagerato di Todd McFarlane o al bonelliano Claudio Castellini. Gli stessi generi mi hanno appassionato anche nel cinema; registi come Tim Burton, Ridley Scott, George Lucas e Steven Spielberg mi hanno insegnato come  trasmettere emozioni, se con profitto o meno vedremo.
Malgrado tutto questo la mia è una formazione tecnica: sono diplomato in elettronica industriale anche se lettere è sempre stata la mia materia preferita.
La mia infanzia è stata tutto sommato felice, vissuta in una Bologna, ovviamente, molto diversa da quella di oggi, circondato da nonne e da una bisnonna sempre pronte a regalarmi il libro o il fumetto che attirava la mia attenzione.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?    

Per la letteratura (e la lettura) davvero non saprei, spesso mi diverto a dire che ho imparato prima a leggere che a parlare, è uno scherzo ovviamente ma ho un ricordo chiaro di me stesso in prima elementare che leggo Topolino seduto su un muretto, mentre i miei compagni giocano a calcio (sport in cui, non a caso, sono una schiappa). A guardare bene anche il piacere di scrivere è qualcosa che mi accompagna da molto tempo: se vado indietro nel tempo mi rendo conto che scrivere un tema è una cosa che mi ha sempre stimolato e difficilmente mi è capitato di non saper davvero cosa scrivere. Piuttosto c’è stato un momento chiaro in cui ho deciso di far leggere ciò che scrivevo e questo è accaduto grazie a un blog che avevo aperto sulla ormai defunta piattaforma Splinder., ma è stato più che altro un pretesto, per come la vedo io chi scrive ambisce a essere letto: quanti diari segreti sono mai rimasti davvero tali?

Hai iniziato scrivendo racconti, apparsi in diverse antologie e vincitori di premi. Poi nel 2010 è uscita la tua prima antologia Io sono Dorian Dum. Parlaci dei tuoi esordi

Ho accennato poco fa a Splinder: da quelle pagine virtuali ho cominciato a raccontare le mie prime storie (molte delle quali sono poi finite proprio in Io sono Dorian Dum) che riscuotevano sempre buoni giudizi dai frequentatori di blog, lettori che non si possono certo definire “teneri”, così ho cominciato a partecipare a vari premi letterari fino a vincere l’edizione del 2008 di Giallolatino. In quell’occasione ho conosciuto il mio attuale editore e autori della fama di Biagio Proietti (Lungo il fiume, Dov’è Anna, La mia vita con Daniela tra le sue più famose sceneggiature per la TV), Andrea G.Pinketts, Andrea Carlo Cappi, Enrico Luceri e Stefano Di Marino.

La struttura del racconto pretende uno stile molto definito, autonomo, personale. Quali sono i tuoi maestri? Quali sono i libri di racconti che hai amato di più?

È vero, scrivere un racconto spesso costringe a misurarsi con un limite di battute imposto e di conseguenza, soprattutto nel caso del giallo o del thriller, a scoprire le proprie carte solo al momento giusto. Per quanto mi riguarda queste sono condizioni molto stimolanti che mi fanno immaginare di condurre una vera e propria sfida con il lettore, spingendomi a trovare continui accorgimenti per tenere sempre alta la sua attenzione.
In questo senso veri maestri per me sono stati Isaac Asimov, Richard Matheson (che purtroppo ci ha lascato da pochissimo) Salgari e Dan Simmons, senza contare i vari Jack Kirby, Stan Lee, Frank Miller, John Byrne, Chris Claremont: dalle loro sceneggiature a fumetti ho imparato la scansione temporale della narrazione d’avventura. Tra i libri di racconti che ho preferito ci sono sicuramente Io Robot e Catastrofi a scelta di Asimov, I migliori racconti di Richard Matheson, Le avventure di Sherlock Holmes di A.C. Doyle e la serie di antologie edita da Mondadori delle storie di Conan il barbaro scritte da Robert E. Howard.

Dai racconti al romanzo. Occhi viola è stato definito un thriller dai risvolti horror. Viola, una misteriosa ragazza ritratta in un dipinto, morta cinque anni prima in circostanze mai chiarite, “sembra” tornata dall’oltretomba per vendicarsi. In che misura la paura, – generata, indotta, evocata -, e il soprannaturale sono presenti in questo romanzo?

Se fossero ingredienti di un dolce, nelle dosi ci sarebbe scritto Q.B. : una regola che uso per tutti i generi che di solito trovano spazio in ciò che scrivo. Personalmente non decido a priori di quale genere scrivere,  mi viene naturale contaminare tra loro più forme narrative, naturalmente compatibili. In questo senso in Occhi Viola la paura e il sovrannaturale, quest’ultimo tengo a precisare non come elemento fondante della trama gialla, sono funzionali alla costruzione del caso che il commissario Sammarchi deve  risolvere.

Raccontaci brevemente la trama e descrivici i personaggi principali.

C’è un ragazzino che in una notte di luna piena entra in una chiesa sconsacrata e vede qualcosa che non deve.
C’è una setta che si fa chiamare “I Legati di Satana” che lo teme tanto da volerlo uccidere.
Ci sono un dipinto e l’antica famiglia di possidenti terrieri che lo conserva.
Ci sono  un cadavere carbonizzato e una misteriosa ragazza di nome Viola che sembra tornata dall’aldilà per vendicare la propria morte.
Questi gli elementi in mano al commissario Sammarchi. Catapultato in un piccolo paese di campagna, per risolvere un apparentemente semplice caso di omicidio, il poliziotto si troverà invece a districare una matassa di eventi che si snoda lungo l’arco di molti anni.
Il tutto sotto l’onnipresente sguardo dei Palmieri: la ricca famiglia che, guidata dal vecchio Emiliano, da decenni esercita il proprio potere su tutto il territorio circostante.
Questi quindi i personaggi principali.
Ranieri: il bambino che di fatto innesca la sequenza di eventi che porterà alle indagini.
Viola: per certi versi la vera protagonista del romanzo, una ragazza che custodisce molti segreti, alcuni dei quali senza nemmeno saperlo.
Il tenente Musolesi: l’ufficiale a capo della locale caserma dei carabinieri e che avrà un ruolo determinante nella soluzione del caso.
E ovviamente il commissario Sammarchi.
Sfrutto questa domanda per parlare della parte artisitico/promozionale legata a Occhi Viola: per la copertina è stata utilizzato un’inquietante scatto delle rovine dell’abazia di S.Galgano della fotografa Cinzia Volpe. La colonna sonora del book trailer, visibile qui http://www.youtube.com/watch?v=oOVxLB-pQXY,  è il brano “Nel sole della notte” concessami da Erika Savastani e Danilo Pao. ovvero i Deserto Rosso.

Ambientato nella campagna emiliana, Occhi viola ha come protagonista il commissario Sammarchi. In cosa si differenzia questo personaggio dal clichè tipico del commissario del giallo italiano?

Prima di rispondere a questa domanda vorrei ringraziarti perché sottintende un complimento rispetto a qualcosa che nella mia scrittura ritengo fondamentale: l’originalità. A proposito di questo ciò che posso dire è che Sammarchi non l’ho costruito a tavolino: è venuto fuori immaginando una persona qualsiasi, non particolarmente simpatica anzi direi scorbutica, con un’intelligenza sopra la media che non si preoccupa di nascondere. Si capisce che ha alle spalle un passato piuttosto movimentato, ancora avvolto nella nebbia.
Dal punto di vista narrativo Sammarchi è funzionale alla storia e al ruolo che riveste, ma non è invadente, non cerca i riflettori come capita per molti dei suoi colleghi.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

Narrazione e luoghi s’influenzano vicendevolmente: modificando anche solo in parte uno dei due elementi la storia cambierebbe radicalmente: nel caso di Occhi Viola la collocazione in un piccolo paese di campagna della provincia italiana mi ha permesso di avere a mia disposizione elementi che ad esempio in una grande metropoli sarebbero fuori luogo e che invece sono fondamentali nell’economia della storia.

Quale è la tua scena favorita del romanzo?

Senza fare troppe anticipazioni è una sequenza che rappresenta il mio personale, e indegno, tributo alla serie cinematografica Die Hard. Chi leggerà (tutto) il libro capirà 🙂

Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.

Il più facile direi Musolesi, il più complesso forse Ranieri: un altro che rischiava di trasformarsi in un cliché.

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontaneo e guidato dall’ inconscio?

Normalmente opero una sorta di mix tra le due cose: c’è una “prima scelta” spontanea e una successiva “rifinitura” più ragionata anche se molto spesso l’inconscio ha già lavorato nella direzione giusta.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Rispettivamente “Il passaggio” di Justin Cronin. “Buio come una cantina chiusa” di Enrico Luceri e “I Dodici” sempre di Justin Cronin, il sequel de “Il passaggio”.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?

Credo di averli citati più volte nell’intervista ma lo rifaccio volentieri per Dan Simmons un autore che definire poliedrico è riduttivo: come Asimov (quello che considero il mio punto di arrivo) e Matheson, ha scritto di tutto senza preoccuparsi troppo di giurare fedeltà a un genere in particolare.
Sono italiani, ma non posso non citare Alessandro Manzoni , Giacomo Leopardi e Emilio Salgari.

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Certamente i dialoghi, anzi spesso sfrutto le parti di dialogo per far conoscere i personaggi al lettore: credo che per i personaggi di un libro valgano le stesse regole che si utilizzano per le persone reali: vanno conosciuti attraverso le loro azioni e le loro parole e non perché qualcuno ce li racconta. Alla descrizione dei luoghi mi dedico solo se è strettamente funzionale alla storia o se mi serve creare un’atmosfera particolare, come accade ad esempio per la Pieve Rossa nel primo capitolo di Occhi Viola.

Usi metafore o significati nascosti nei suoi libri?

Non esattamente: spesso inserisco delle citazioni a canzoni, film o fumetti, a volte sono nascoste altre nemmeno troppo; in ogni caso fanno sempre parte di quella sfida tra me e lettore, ovviamente a livello di gioco, senza nessuna pretesa di dimostrare o insegnare nulla. In Occhi Viola qualcosa c’è. 😉

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Sinceramente è un problema che non mi sono ancora posto, dici che sbaglio?
Scherzi a parte, credo che cercare di scrivere sempre qualcosa che mi piace sia un ottimo metodo per rimanere indipendenti. Convengo sul fatto che potrebbe non essere sempre possibile, ma mi riservo di affrontare il problema qualora dovesse presentarsi.

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Occhi viola, quali musiche sceglieresti?

La musica non incide in modo “attivo” sulla mia scrittura, funziona piuttosto da accompagnamento, come scrivi tu da colonna sonora. Per Occhi Viola c’è un pezzo che sembra tagliato apposta ed è Back in black degli AC/DC, insieme a Clubbed to death di Rob Dougan o ancora It’s no good dei Depeche Mode e perché no The final countdown degli Europe, anche se una lettrice ha avuto la pazienza di confezionare un CD contenente una compilation dedicata e devo dire che molti dei brani che ha scelto sono piuttosto azzeccati come Nothing else matters e Mama said dei Metallica, My Sacrifice dei Creed e Iris dei Goo Goo Dolls.

Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?

Oddio, parlare di lettori preferiti mi mette un po’ in imbarazzo. Diciamo che mi aspetto che chi mi legge sia chi cerca storie dove mistero, azione e avventura la facciano da padrone, senza preoccuparsi troppo del genere specifico al quale appartengono. Contattarmi è facilissimo, chi vuole può farlo alle mie presentazioni e attraverso l’ormai onnipresente Facebook: il mio profilo è http://www.facebook.com/doriandum, via twitter: http://www.twitter.com/fabiomundadori  o sul mio sito http://www.fabiomundadori.it, e già che ci siamo anche Google+ fabio.mundadori@gmail.com.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ho appena terminato di scrivere una nuova storia del commissario Sammarchi che spero veda la luce presto. Alla voce “altri progetti” troviamo un libro su Bologna e un romanzo di “fantascienza” scritto a quattro mani con un collega rimandato per troppo tempo. Ovviamente sto già abbozzando l’idea per il terzo romanzo con il mio commissario.

:: Un’ intervista con Matti Rönkä a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2013

fratelloSalve Mr Rönkä. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matti Rönkä? Punti di forza e di debolezza.

Sono un uomo di mezza età che cerca di osservare e comprendere la vita di un uomo di mezza età. Sono nato in campagna, sono andato a scuola, ho fatto il servizio militare, mi sono trasferito a Helsinki per studiare all’università … Sono andato in una scuola di giornalismo molto famosa, e così ho lavorato per quasi 30 anni in un giornale, alla radio e alla televisione … poi ho deciso di fare qualcosa di più appagante, e ho scritto il mio primo libro … Potrei descrive me stesso come un uomo giovane, insicuro e coraggioso!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Beh, sono nato e cresciuto vicino al confine sovietico, e la guerra era ancora molto vicina – mio padre e tutti i miei zii hanno combattuto – qualcuno è morto, altri sono stati feriti e così via … Così sono stato allevato in modo che sapessi chi fosse il nemico. E allo stesso tempo abbiamo sempre cantato le melodie malinconiche russe, e l’Unione Sovietica era un paese così romantico durante la mia infanzia e la mia adolescenza. E da giovane studente ho viaggiato molto in URSS, e ho capito quanto il paese fosse pieno di contraddizioni. I servizi igienici sono sporchi, ma possono volare verso la luna, non funziona niente ma tutto può essere aggiustato, lo stato può essere molto crudele, ma gli abitanti sono molto amichevoli …

Sei un giornalista televisivo finlandese, sei stato anchorman dal 2003 su YLE del telegiornale quotidiano 8:30 National Report, e ora sei un romanziere. Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi polizieschi?

Quando ho creato Viktor, quando stavo progettando il mio primo romanzo, ho voluto creare un protagonista che fosse unico, diverso dagli altri. Non un poliziotto o un gruppo di poliziotti e poliziotte (normale struttura del poliziesco scandinavo …). E un detective privato nello stile americano non si adatta alla realtà finlandese. La questione delle persone che si spostavano in Finlandia dalla ex Unione Sovietica era un argomento molto discusso in quel periodo, e mi resi conto che avrei potuto usare una persona così. Dandogli un background da esule, capacità speciali e così via. E allo stesso tempo facendo osservazioni sulla società finlandese. E in realtà, lo ammetto, ho fatto un “ pastiche ” di un eroe chandleriano …

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho sempre letto molto, così posso dire che ci sono molte opere classiche che hanno influenzato la mia idea di una buona trama o alcuni paragrafi e così via. Nei miei romanzi ho cercato di utilizzare alcuni elementi della tradizione del noir americano … Posso dire che ho provato a fare una pastiche del romanzo chandleriano (Raymond Chandler) e combinarlo con alcune caratteristiche del romanzo giallo scandinavo, e con alcuni elementi di umorismo finlandese.

Hyvä veli, paha veli, ora pubblicato in Italia con il titolo Fratello buono, fratello cattivo, è il secondo libro della serie di Viktor Kärppä, ora in Finlandia al sesto romanzo. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando stavo progettando il mio primo libro, ho voluto creare un tipo di eroe diverso, una location e una scena diverse …. e mi sono reso conto che questi argomenti erano molto dibattuti . Ho anche capito che dovevano essere cose che conoscevo (il mio interesse per la storia, la mia formazione, i miei studi, i miei viaggi in Unione Sovietica negli anni 80 ….)
E ho pensato di poter dare un’ immagine della gente e degli affari che la gente della classe media “normale” non vede.

Raccontaci qualcosa in più del tuo protagonista, Viktor Kärppä?

Viktor è solo un uomo, che vuole vivere una vita normale e tranquilla. Ma ci sono molte cose che gli sono successe – cose che non ha effettivamente scelto che accadessero!
Ho descritto Viktor come un uomo, il cui cervello è fatto di acciaio inossidabile, e il cuore di puro ghiaccio …
Ha avuto un addestramento speciale nell’Armata Rossa, e forse avrebbe dovuto agire come un agente in futuro – per il KGB o il GRU (L’intelligence militare). Ma in realtà è solo un ragazzo normale, a cui è capitato di nascere in URSS, a cui è capitato di essere uno sportivo di talento e così via … e il suo paese natale è appena scomparso … tutte cose che non ha scelto. E le cose e le persone del suo passato, della sua storia, ritornano sempre nella sua vita. Puoi vendere o comprare o cambiare quasi tutto – ma non il tuo passato … Ogni persona ha le sue contraddizioni – e questo è quello che è interessante. Credo che, per me la cosa più importante sia, che Viktor è un outsider, o meglio non è completamente integrato nella società finlandese. Le cose si vedono sempre più chiaramente dal di fuori, quando non si è nel mezzo delle situazioni. Ha la sua chiara morale, e cerca di seguire il suo personale codice morale con la sua famiglia e le persone, ma quando le cose diventano più grandi di lui, oppure quando Viktor è trattato male, a volte passa dalla parte sbagliata. Lo seguo ormai da dieci anni, e cerca di muoversi in affari sempre più legali, ma … È possibile acquistare o vendere o dare via quasi tutto, ma non il passato. E questo è qualcosa che continua a tornare da Viktor. Le persone e le cose che ha fatto nella sua vita.

Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003) è una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Come è cambiata la Finlandia dai primi anni del 2000?

Alcune strutture della società sono cambiate. Per esempio molti luoghi in Carelia ora sono luoghi di villeggiatura per i ricchi di San Pietroburgo. Anche San Pietroburgo è molto cambiata – ora l’ élite politica (Putin-Medvedev, ecc) ha alcune cose in comune – il KGB e San Pietroburgo!
Si possono vedere un sacco di russi in Finlandia al giorno d’oggi, che spendono denaro per le loro vacanze nei centri benessere, negli alberghi e nei negozi di lusso. C’è sempre più traffico attraverso il confine!

Puoi parlarci un po’ del libro senza rivelarci il finale?

La cosa più difficile per me è quella di creare il “crimine” … Non mi interessa descrivere la criminalità e la violenza o qualche mistero da risolvere … I miei libri non sono il tipo di romanzi in cui è importante il “chi è stato”. Ho letto che Raymond Chandler scrive grande letteratura poliziesca in modo che puoi strappare via le ultime 20 pagine e apprezzare ancora il libro. Questo è quello che voglio fare anche io.
La trama è come una corda, e io appendo le mie piccole storie e gli episodi dei miei romanzi su di essa. Sto pubblicando il mio sesto romanzo qui in Finlandia, e le mie trame sono sempre più deboli e meno importanti rispetto al resto. Eppure, in questo genere di storie, si deve creare un po’ di tensione e di pericolo, ma per me questo non è il problema principale!

Perché hai ambientato la storia ad Helsinki? Come i luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

Credo che sia una location unica – una società molto chiusa, l’impero, il crollo dell’ URSS e tutte le vecchie strutture che scompaiono. Ciò significa un nuovo inizio, ed è possibile vedere il rapido sviluppo di un capitalismo selvaggio … e si possono vedere i problemi legati all’ immigrazione, alla povertà, alla criminalità … Helsinki è come un laboratorio sociale!

Come è cambiata la tua vita dopo il successo?

Sembra che le persone amino veramente Viktor! Dopo aver vinto il Glass Key, un premio riservato ai migliori autori scandinavi di crime, tutto è cambiato. Da allora sono stato classificato tra i primi 10 o 15 scrittori in Finlandia e i diritti dei libri sono stati venduti in 15 paesi stranieri. E’ stato incredibile.

Verrai in Italia, di nuovo, per presentare i tuoi romanzi?

Sì, certo che verrò in Italia per presentare i miei nuovi romanzi e conoscere i lettori di italiani.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando su alcune cose, ma per ora è tutto top secret!

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Viviana Filippini

21 Maggio 2013

stagnoCiao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista  Martin Bora.
Il “ciclo Bora” ricopre un arco temporale di otto anni, dal 1936 al 1944, oltre ad essere identificati come romanzi gialli e storici, queste opere possono essere viste come una sorta di romanzo di formazione a puntate?

Re:Ottima domanda. Tradizionalmente, il Bildungsroman è una storia di crescita e formazione. Ho avuto occasione di osservare che nel caso di Martin Bora si tratta in un certo senso di un romanzo di “deformazione” ideologica (la fascinazione di quella generazione per le dittature), che nel corso degli anni di guerra porta un uomo sensibile a ricredersi. Ed è vero che, mentre ogni romanzo è autonomo e può leggersi slegato da tutti gli altri, è pure parte di una progressione che vuole restituire un quadro completo sia delle vicende personali che di quelle storiche intorno al protagonista. In questo senso, serve anche da – spero piacevole – corso di aggiornamento nella storia di quegli anni.

Quanto tempo ci metti di solito a recuperare tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione del contesto  storico di ambientazione?

Re:La seconda guerra mondiale ha avuto il privilegio di una forte copertura saggistica, nonché romanzata. Cercare le fonti per episodi meno noti ma coinvolgenti, da usare come contesto per le investigazioni di Bora, richiede pazienza e mesi di lavoro, quando non anche anni. Alcuni romanzi esigono una gestazione piuttosto lunga, al punto che a volte lavoro ad un dato romanzo mentre continuo a raccogliere fonti primarie e secondarie per un altro, che si svolge in un diverso luogo e momento del conflitto. L’apertura degli archivi russi, un nuovo interesse per gli ex-territori tedeschi e le biografie individuali dell’epoca permettono di spaziare attraverso utilissimi testi e immagini sul Web, e non solo.

Come mai hai scelto di ambientare il ciclo giallo con protagonista Martin Bora  proprio durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale?

Re: Studs Terkel ha definito il secondo conflitto mondiale “the Good War”. Con questo intende che da una parte e dall’altra ci fu generalmente consenso per gli interessi e idealità che scatenarono e portarono avanti l’immane disastro. Intervistando veterani alleati e tedeschi anni fa, mi sono resa conto di come per molti di loro, nonostante perdite e sacrifici, il periodo della guerra restasse importante, perfino esaltante. Mi è sembrato perciò una buona idea ambientare una serie di detection proprio in questo periodo tragico e appassionato. È un po’ la storia della Grande Balena, che – vedi Melville – permette e sottintende un ampio affresco narrativo.

La figura di Bora è parzialmente ispirata a quella reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, noto per aver organizzato il famoso attentato ad Hitler. Cosa hai messo in Bora del colonnello realmente vissuto?

Re: Stauffenberg, eroe del fronte e della resistenza antinazista all’interno dell’esercito tedesco, è tuttora un personaggio controverso in Germania. Ufficialmente gli si intitolano strade e monumenti, ma la questione dell’omicidio politico resta scomoda per molti. Come lui, Bora è aristocratico, cattolico, colto, valoroso. Però, diversamente da Stauffenberg, che lavorava per lo Stato Maggiore, Bora è un ufficiale del controspionaggio: ha conoscenze diverse e frequenta ambienti militari contigui ma non identici. La sua scelta di opporsi al Male prende una piega differente da quella degli attentatori del 20 luglio 1944: è meno eclatante ma altrettanto (se non più) efficace, estesa nel tempo, direi quotidiana. Non a caso Bora discende da una famiglia di diplomatici, e ha molto in comune con i Giusti, quali Schindler e Perlasca.

Il protagonista  non è un vero e proprio detective perché è un militare dell’esercito,  ma cosa determina in lui l’istinto dell’investigatore?

Re:  Anche se Heidegger (le cui lezioni Bora ascolta a Friburgo nel 1923) ha delle riserve sulla curiosità, che considera un’attitudine incapace di vero approfondimento, è proprio questo istinto avventuroso di ricerca ed esplorazione che guida il protagonista verso la detection. Sembrerebbe strano che un soldato in piena guerra voglia risolvere casi individuali di omicidio, eppure la giustizia non cessa di esistere sotto le bombe, e il sangue delle vittime chiede di essere ascoltato. Da ufficiale addestrato nello spionaggio militare, Bora ha la preparazione e il fiuto necessari all’investigazione, senza contare la spregiudicatezza che gli viene dall’ambito dei Servizi.

Cosa determinano le esperienze belliche vissute da Martin Bora sul suo essere uomo e soldato ?

Re: Chi ha conosciuto la generazione di quanti, come soldati, come civili e anche come vittime, hanno vissuto la guerra, sa che nulla per loro restò uguale a prima del conflitto. Dell’11 settembre gli americani dicono che “Nothing was the same anymore”. Immaginiamo quello che davvero significa avere perso tutto, dai propri cari agli oggetti quotidiani, dalla casa alla sicurezza lavorativa, dalla salute alla giovinezza. Immaginiamo di avere intorno solo rovine, o neanche quelle, e neanche una tomba su cui piangere. Pur nei suoi privilegi di famiglia e di grado, Martin Bora non è affatto risparmiato dalla guerra: ferite, la perdita dell’unico fratello, l’abbandono della moglie necessariamente ne intaccano le certezze e ne riplasmano profondamente il corpo e l’anima. Eppure il suo coraggio come soldato e la sua pietas come uomo non vengono mai meno: mi pare che sia questa la cifra del suo valore come individuo.

Le due vittime della storia appartengono all’Armata Rossa e le circostanze del loro decesso sono avvolte dal mistero, cosa spinge i superiori di Bora ad affidargli l’indagine per scoprire come  Platonov e Tibyetskji sono morti?

Re: Ne Il cielo di stagno le due vittime eccellenti sono alti ufficiali dell’Armata Rossa, quindi nemici giurati della Germania. Tuttavia, a parte l’imbarazzo di averli “perduti” mentre erano prigionieri di guerra, resta il dilemma di come ciò sia stato possibile. Chi meglio di un ufficiale dei Servizi, per di più provetto interrogatore e conoscitore del russo, per indagare sulla faccenda? Si potrebbe dire che in questo caso i comandanti di Bora preferiscono lavare i panni sporchi in casa propria, anche per l’annosa divergenza esistente tra l’Abwehr di Canaris (che fu impiccato in campo di concentramento nel 1945) e il servizio segreto delle SS.

Di solito in base a cosa scegli il titolo da dare al libro e che significato ha Il cielo di stagno del tuo ultimo romanzo?

Re: La faccenda dei titoli è interessante, perché in modo paradossale alcuni precedono la stesura dei romanzi. Sono un po’ come l’immagine fondativa di cui parlava Faulkner: un germe da cui poi sviluppare una serie di vicende. In altri casi, derivano “naturalmente” dagli eventi narrati, e molto spesso dalla metafora che sottintende il romanzo. Nel caso de Il cielo di stagno, avevo già in mente di usare questo titolo, per la valenza che ha un cielo del colore di un metallo, e soprattutto perché, dopo la vicenda terribile di Stalingrado, la “Città di Stalin (o dell’Acciaio)”, mi sembrava emblematico scegliere un metallo poco costoso come lo stagno, opaco, dal basso punto di fusione.

Questo libro è ambientato nel 1943 dopo la sconfitta di Stalingrado. Cosa ha incrementato questa drammatica disfatta nel morale dell’ufficiale dell’esercito tedesco?

Re:  Contrariamente a quanto si pensa, Stalingrado – città in cui gli assedianti tedeschi divennero assediati e furono poi quasi totalmente annichiliti – non fu il vero giro di boa del Fronte Orientale. Lo sarà sei mesi dopo, nell’estate del 1943, la battaglia di Kursk, in cui la superiorità numerica e tecnologica dei carri armati russi annienterà per sempre le ambizioni hitleriane nell’URSS. Tuttavia fu proprio Stalingrado ad affascinare in senso negativo l’opinione pubblica tedesca. Basti dire che, quando molti soldati stremati combattevano ancora a -30 gradi, la radio ne annunciò la morte eroica in battaglia. Ho conosciuto piloti tedeschi che, comandati di rifornire dall’aria le truppe assediate nella città sul Volga, non avevano altro da paracadutare se non caramelle digestive – a compagni che letteralmente morivano di fame. Rimando al mio racconto “Il giaciglio d’acciaio” (in Natale in Giallo, Sellerio 2011) per l’esperienza di Martin Bora a Stalingrado.

Ciò che colpisce nella narrazione non è solo la minuziosa ricostruzione del fronte bellico, ma anche  della vita nella società civile afflitta  dalla guerra. Perché ha i deciso di inserirla nella narrazione?

Re: Frequentemente i romanzi cosiddetti “di guerra” privilegiano dettagli di tattica, violenza legata ai combattimenti, e l’ambiente rude e spietato dei soldati. Nessuno di questi manca alla serie di Martin Bora, ma ho scelto di dare importanza a tutto quanto circondava le vite degli uomini in divisa: i civili in fuga, le città e i paesi distrutti, il raccolto fallito e il bestiame disperso, ma anche il tentativo di mantenere decenza e pudore nelle circostanze peggiori. In tempo di guerra bordelli, campi di detenzione, ospedali, fattorie, chiese furono sempre e soprattutto luoghi in cui l’umanità si ingegnava a non perdere la speranza. Bora è molto attento a ciò che gli è intorno, e non può non notare i civili cui la guerra è stata imposta: mi sembra importante ricordarlo.

Ne Il cielo di stagno, Martin interagisce con diversi personaggi. Quale è dei comprimari del protagonista quello che ti ha creato maggiori difficoltà durante la fase di scrittura?

Re: Il cielo di stagno vede Bora impegnato a confrontare tipi umani assai diversi. Dai generali nemici al suo giovane attendente ucraino, dai politici in uniforme all’antica amante di suo padre, dagli avversari della Gestapo al medico e al giudice militare che ne condividono la quotidianità. Ognuno di loro è un caso a parte, e la rilevanza che un personaggio ha nel romanzo non diminuisce necessariamente il tempo necessario a disegnarlo in modo credibile. Direi che Larissa Malinovskaya, ex-soprano e vecchia fiamma del padre naturale di Bora, ha richiesto molta attenzione, perché il suo mondo copre diversi decenni di vita russa, dallo zarismo allo stalinismo. Un po’ Mrs Habersham (Grandi speranze), un po’ Nora Desmond (Viale del tramonto), Larissa tiene testa a un ragazzo che potrebbe essere suo nipote, ma ha anche il potere di farla mettere a morte se volesse. Molto intrigante!

Bora è al fronte lontano dalla moglie Benedikta,  volendo potrebbe tradirla in qualsiasi momento, ma le rimane fedele dimostrando una solidità morale forte. Dikta invece è più sfuggente e ambigua,cosa gli nasconde e Bora come riesce ad amarla?

Re: La relazione tra Martin Bora e sua moglie Benedikta, nata fra giovani durante la permissiva Jazz Age, è forse destinata a fallire dall’inizio. Sono troppo diversi, e la passione fisica non può sopravvivere alla lontananza (sia geografica che esistenziale) fra loro. Attraenti, privilegiati, “perfetti”, si sposano immediatamente prima della guerra perché (come dirà Dikta a Roma anni dopo) “allora lo facevano tutti”. Sono e restano soprattutto amanti, ma Bora – cattolico, conservatore e idealista – resiste a ogni tentazione di infedeltà. Per quanto ne so, grazie anche all’occhiuto controllo del patrigno di Bora, il generale Sickingen, Dikta non può fare altro che annoiarsi in assenza del marito. Quello che gli nasconde per almeno tre anni – cosa gravissima ma perfino comprensibile date le circostanze – è che non è più innamorata di lui.

Il cielo di stagno è come permeato da un senso costante di stallo e di sospensione. Che valore ha questo senso di immobilità che mi ha ricordato lo stallo tipico della guerra di trincea del 1914-18?

Re: Ovviamente, ogni volta che un caso criminale deve essere risolto, l’investigatore necessita di un minimo di calma per elaborare le sue teorie. Questo risulta immancabilmente difficile per Martin Bora, dato il suo impegno quasi ininterrotto al fronte dal 1937 (in Spagna) al 1945. Però nei romanzi c’è sempre un momento di respiro, l’attesa di una battaglia importante (Il cielo di stagno) o addirittura del conflitto (Il Signore delle cento ossa), o lo stallo attonito in una “città aperta” come Roma (Kaputt Mundi). La seconda guerra mondiale non fu conflitto di trincea come la Grande Guerra, eppure vi furono periodi di stasi, come la cosiddetta “Phony War” (ottobre 1939-marzo 1940) dopo l’invasione della Polonia, e i quasi cinque mesi di preparazione prima della battaglia di Kursk in Ucraina. Sono spazi cronologici in cui un investigatore “per caso” come Martin Bora può portare a termine le sue indagini con successo.

Se si facesse un adattamento cinematografico con protagonista Martin Bora, quale attore vedresti bene  nei panni del tuo personaggio?

Re:Ah, come dare un volto e una voce a un personaggio letterario? Ognuno di noi ha  immaginato Anna Karenina o James Bond a modo suo, anche a dispetto delle descrizioni fornite dai loro creatori. Fa parte del godimento della lettura, quello di formarsi un’immagine interna tutta propria dei protagonisti. Basti dire che Ian Fleming aveva in mente Alec Guinness quando disegnò 007 – il contrario esatto di Sean Connery o Daniel Craig! Fatta salva la statura e il colore di occhi e capelli, Bora è un po’ come chi legge se lo vede davanti. Nei romanzi si osserva che somiglia ai fratelli Stauffenberg, che ha l’aspetto severo e alza raramente la voce: quanto al resto, è giusto che ognuno lo senta proprio, immaginandolo come il proprio beniamino cinematografico. Non ravvedo fra i famosi attori contemporanei alcuno che somigli all’idea che io ho di Bora. La sua è un’avvenenza maschile di altri tempi. Però nel booktrailer de Il cielo di stagno sul Web gli ho dato gli occhi di Montgomery Clift agli inizi della sua carriera: forse lo sguardo più profondo e sensibile che Hollywood avesse all’epoca….

Potresti dirci  a cosa stai lavorando adesso?

Re:Fedele alla mia infedeltà alla progressione cronologica dei romanzi, sto lavorando al prossimo episodio nella saga di Bora, che tuttavia si svolge due anni esatti prima de Il cielo di stagno. Infatti siamo a Creta nella tarda primavera del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Bora, di servizio all’ambasciata del Reich a Mosca, vi capita con un compito apparentemente mondano (assicurare alcolici nientemeno per Lavrenty Beria, l’anima nera dietro le Grandi Purghe staliniane). Naturalmente, un crimine imprevisto ne prolungherà la presenza creando pericoli e complicazioni. E se Martin rivestirà il ruolo insolito di Teseo nel labirinto, resterà da vedere se avrà accanto un’Arianna disposta a cedergli il filo salvatore!

Ringraziandoti per la tua disponibilità, Ben ho ancora una curiosità. Quale è il libro che hai letto che ti ha più colpito e perché lo consiglieresti ai noi lettori?

Re: Se dovessi fare un elenco dei saggi e dei romanzi che mi hanno non solo colpito profondamente, ma anche aiutato a crescere come persona, la lista sarebbe molto lunga. Mi limito a citare un saggio e un romanzo, per i motivi che dirò. Tra i saggi, sicuramente il primo posto va a Walden, o Vita nei boschi, del trascendentalista americano Henry David Thoreau (1817-1862). Apparentemente, l’opera racconta la sua esperienza biennale in una piccola capanna sulle rive del lago Walden in Massachusetts, attraverso le stagioni e insieme agli amati Classici. In realtà è il manifesto fondativo dell’ecologia, della conservazione, della critica al capitalismo sfrenato. L’autore di Disobbedienza civile mi ha folgorato con due osservazioni: Semplifica! e Si è ricchi in misura delle cose di cui si può fare a meno. Rileggo Walden almeno una volta all’anno, e lo suggerisco caldamente.
Tra i molti, moltissimi romanzi di autori internazionali vecchi e nuovi che mi sono cari, devo dare precedenza a Moby Dick di Herman Melville (1819-1891). Ancora una volta, all’apparenza si tratta di un romanzo di avventure marinare, in cui il capitano Achab si ostina fino alla perdizione a inseguire la balena bianca che gli ha mutilato una gamba. La verità è che Moby Dick è una metafora di vita interiore, lucida follia, spietatezza eppure amore per la vita segreta di uomini incolti e taciturni, come pure delle creature del mare. Dal punto di vista narrativo e tecnico, poi, il romanzo non conosce quasi rivali, tranne forse Song of Solomon della grande Toni Morrison. Chiunque ami leggere o scrivere deve partire da qui!

:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.

:: Un’ intervista con Matt Bondurant a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2013

Matt BondurantGrazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac  e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.

Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così  il tuo interesse per la scrittura?

No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?

Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.

Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?

Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.

Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che  racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera  era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo  storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su unurna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?

La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.

Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?

Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va  in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?

Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.

Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?

Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.

Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?

Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più  da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.

Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?

Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.

Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:

David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante

Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere,  a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.

Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui