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:: Un’ intervista con Giordano Tedoldi

20 luglio 2017

aaGiordano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Giordano Tedoldi?

Sono uno scrittore.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Roma. La mia infanzia non ha avuto nulla di speciale, almeno non da un punto di vista superficiale o aneddotico. Un giorno vorrei scriverne e allora forse scoprirò come sono andate le cose.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

In famiglia si era deciso che dovessi cominciare a leggere. Non so quanti anni avessi, ero comunque piccolo. Mio nonno materno mi diede il libro Cuore, cosa che fece infuriare mia madre, raramente la ricordo così indignata, neanche mi avessero dato un romanzo pornografico. Mia madre disse che non dovevo assolutamente leggere quelle idiozie. Andammo in una cartoleria e si ritenne opportuno cominciare dai Racconti di Poe, che mi conquistarono immediatamente.

Che lettore sei? Quali sono i tuoi romanzi o autori di riferimento?

Come si dice con un cliché, sono un lettore onnivoro. Non ho romanzi di riferimento in senso stretto, ma tanti libri e autori con cui sento delle affinità. Però non mi va di fare liste di nomi o titoli, sinceramente lo trovo stupido.

Sei uno scrittore difficile? Hai la percezione che gli altri pensino questo di te?

Sì, ho questo sospetto, anche se poi, e proprio adesso con un romanzo certo non di facile lettura come “Tabù”, vedo che molti lo leggono senza uscirne troppo affaticati. Magari un po’ storditi, ma quello è un bene.

Ami rilasciare interviste? Quale è la prima cosa che pensi quando te ne chiedono una?

A periodi, a volte mi va a volte no. La prima cosa che penso è che spero non siano domande cretine o astruse.

Parlami del tuo ultimo romanzo edito.

Come ho detto si intitola “Tabù”, ed è uscito per la collana Romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni. Ci tengo a sottolinearlo perché senza l’esistenza di questa collana, e l’entusiasmo del suo curatore, “Tabù” forse non sarebbe mai uscito. Quanto al parlare del libro, posso dire solo che è un libro in cui si tenta di alzare il livello del desiderio oltre i limiti diciamo così sopportabili dall’apparato percettivo umano. È come se uno alzasse sempre di più il volume di una musica, scoprendo progressivamente non solo l’evidente fastidio e dolore acustico, ma anche nuovi dettagli, nuove voci, nella trama sonora.

È stato difficile trovare un editore? Hai ricevuto molte risposte negative?

Sì è stato molto difficile e frustrante. A volte mi sono anche brevemente scoraggiato. Ma anche grazie a persone in cui ripongo assoluta fiducia, e che l’avevano letto e mi assicuravano che era un lavoro di valore, ho insistito. In generale comunque non sono il tipo che si sfiducia. Finito un lavoro, è raro che pensi davvero di aver sprecato tempo. Gli editori, in generale, ma non voglio esagerare questo aspetto, mi vedono ancora come un “fuorilegge”, per dirla con James Purdy.

Che accoglienza ha avuto da stampa, radio, televisione?

Dalla televisione finora nessuna, da stampa e radio entusiastica.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Questa è una domanda molto tecnica e che richiederebbe una risposta molto lunga.
Diciamo che però tra le due scuole, quella del personaggio “schiavo” di Nabokov, e quella invece del personaggio di cui, a un certo punto fatale, l’autore perde diciamo così il guinzaglio, enunciata da Henry James, io propendo quest’ultima.

Leggi poesie?

Continuamente. Adesso sono alle prese con i Canti di Maldoror e sto finendo la lettura del “Paradiso”.

Pensi che la bellezza salverà il mondo? Pensi che ci sia salvezza per il mondo?

Penso che la bellezza non salverà il mondo e che la questione se ci sia salvezza o no per il mondo è posta male: penso che il mondo sia quello che è e che non abbia bisogno di essere salvato.

Che legami hai con i tuoi lettori?

Prudenti.

Che legami hai con la critica? Leggi le recensioni ai tuoi libri? Pensi che la critica sia libera?

Leggo tutto. Nel bene e nel male, lascio che dicano, senza intervenire se non proprio tirato per i capelli.

Quale è il tuo metodo di scrittura? Fai molte stesure? Scrivi di getto? Scrivi tutti i giorni? Solo in alcune fasce della giornata?

Il metodo è abbastanza variabile, a seconda delle cose su cui sto lavorando. Per un romanzo come “Tabù” mi sono imposto di scrivere almeno mille parole al giorno, tutti i giorni. Questo per completare la prima stesura. Durante la prima stesura non amo molto rileggere o correggere o criticarmi. Al contrario. Sono molto indulgente. Stendo il braccio più che posso per prendere più che posso. Successivamente, c’è una pausa così, un po’ esitante, di riletture timide, piccole correzioni, prima della revisione finale, che può essere anche fatta di più revisioni (come è stato per “Tabù”). A questo punto c’è un’unica affezione che mi domina, oltre al lucido controllo di quello che ho scritto, ed è la spietatezza estrema verso me stesso e, conseguentemente, verso lo scritto. Tutta quell’indulgenza della prima stesura viene capovolta nel suo opposto. Dopodiché si può dire che il lavoro è finito.

Ha amici scrittori, li frequenti? (Se non vuoi fare nomi puoi anche dare una risposta generica).

Sì li ho e li frequento (non molto perché sono abbastanza solitario e del resto anche alcuni di loro) e molti di loro li stimo e ne leggo con curiosità le novità.

Ti piace il teatro? Sei mai stato tentato di scrivere opere teatrali?

Mi piace enormemente. Sì, sono stato tentato ma finora non mi ci sono mai dedicato seriamente.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale, o anche solo artistica, nell’attuale mondo letterario?

Si possono impiegare diverse strategie, ma avrei timore, impiegandole, di diventare un fanatico del controllo, e alla fine di soccombere a una diversità schiavitù. Diciamo che mi fido del mio istinto.

Ti piace la musica jazz?

Non riesco ad amarla profondamente, come la classica. L’unico che ascolto senza troppe perplessità è Coltrane. O cose leggere e credo non rigorosamente jazz come Getz/Gilberto.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

Sì così tanti che non mi va neanche di pensarci. Non mi piace guardare indietro alla mia vita, in genere. Cerco di evitare i resoconti.

Raccontaci un segreto, un dettaglio tecnico relativo alla scrittura che consiglieresti di utilizzare a uno scrittore esordiente.

Imparare a scrivere male. A non avere paura dell’errore, dell’irregolare, dell’abnorme. Se si legge a fondo la letteratura italiana – l’unica letteratura che “faccia testo” per uno scrittore italiano – si troveranno violazioni di ogni genere. Qualche tempo fa in radio mi è scappato un “più maggiore”, me ne sono crucciato ovviamente, pur dicendomi che può capitare. Poi sono andato per curiosità a vedere: in una novella del Bandello si dice “più maggiore”. Resta un errore, non sto invitando all’anarchia linguistica, ma inviterei gli scrittori ad avere più lo spirito di chi si avventura fuori dai confini e dalle norme, che di sigillarsene ermeticamente.

Scrivere ti rende felice? O ti fa arrabbiare, ti rattrista, ti entusiasma?

Scrivere è la mia vita, ma ho l’idea che la felicità, le varie emozioni siano qualcosa di ulteriore. In altre parole: si può dire felicità in tanti modi. Uno di questi è la felicità della scrittura. Ma ce ne sono molti altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Un romanzo non molto noto di Zola: “La cuccagna”, lo “Zarathustra” di Nietzsche, gli scritti musicali di Savinio, e come dicevo i “Canti di Maldoror” di Lautréamont, e Dante.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Per ora, seriamente, a nulla.

:: L’arte della fuga, Fredrik Sjöberg, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

20 luglio 2017
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Fredrik Sjöberg, entomologo scrittore svedese, ci ha abituato ad entrare piano nella vita e nei mestieri di persone che hanno un fascino particolare e che hanno fatto davvero qualcosa nella Storia ma, purtroppo non sempre vengono ricordate in modo adeguato. Il suo ultimo libro, “L’arte della fuga”, segue le orme dei precedenti “L’arte di collezionare mosche” e “Il re dell’uvetta”, portandoci in un incredibile viaggio alla scoperta di Gunnar Widfross (1879-1934). Lo so che molti di voi lettori si domanderanno chi sia costui, ma Sjöberg nel suo ultimo libro edito in Italia da Iperborea, ci porta alla scoperta della vita di un grande paesaggista! Sì, perché Gunnar Widfross, che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu un geniale pittore svedese, forse non tanto noto per l’Europa, ma per gli Stati Uniti d’America, lui fu il “pittore dei parchi nazionali”. Il libro dell’entomologo svedese è una vera e propria avventura, nel senso che Sjöberg, per raccontarci la sua vita dell’artista compie un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca di informazioni, dipinti, indizi che gli permettano di ricostruire la vita di questo pittore così osannato in America che una cima del Gran Canyon porta il suo nome. Ed ecco che noi lettori seguiamo Sjöberg in Nevada, Arizona e Colorado. Tante tappe nelle quali c’è l’assaggio – descritto a parole – della gigante e selvaggia natura americana, quella molto amata da Emerson e Thoreau, dove ci si addentra in immense riserve naturali e indiane, dove tutto è così protetto fino a chiederti se tutta questa salvaguardia non rischi diventate una sorta di ghettizzazione. Il viaggio di Sjöberg non è solo una indagine su un uomo che dipinse opere su opere con protagonista il paesaggio americano con le sue montagne rocciose, alberi, deserti e radure. Il viaggio nella vita di Widfross è una vera e propria scoperta dell’esistenza di molte delle persone che lui incontrò nel suo soggiorno americano. E allora si rimane a bocca aperta dallo stupore nel conoscere come prese vita l’industria del chewing gum, passando a quella delle tessere dei puzzle, alla carovana di cammelli che inaugurò la mitica la Route 66, fino al tradizionale tacchino che Benjamin Franklin avrebbe voluto adottare come simbolo degli Stati Uniti al posto dell’aquila che conosciamo oggi. Quello che appassiona della scrittura di Sjöberg è la sua capacità usare le parole per trascinare il lettore dentro a vite umane di outsider non sempre ben compresi dalla loro patria. “L’arte della fuga”, non è solo quella sensazione che porta a vedere in Widfross un uomo sempre in viaggio, quasi incapace di piantare le radici in un posto, spinto da una sorta di senso di ricerca della libertà che lo faceva sentire vivo. “L’arte della fuga” è un libro avventuroso e avvincente che permette a Sjöberg di appassionarsi e appassionarci a questo pittore svedese e al suo particolare rapporto con la natura. Traduzione Fulvia Ferrari.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato dal The Times «Nature Book of the Year».

Source: inviato dall’ editore al recensore. Grazie a Francesca Gerosa e a Silvio Bernardi dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Torino magica fantastica leggendaria, Massimo Centini (Il Punto Piemonte in Bancarella, 2017) a cura di Elena Romanello

20 luglio 2017
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Da anni si sente parlare di Torino città magica, vertice dei due triangoli della magia bianca e di quella nera, e su questo sono stati scritti libri e sono stati costruiti tour turistici per visitatori provenienti da tutto il mondo.
Massimo Centini, antropologo e autore, dedica a questo aspetto del capoluogo subalpino il saggio Torino magica fantastica leggendaria, insolito come approccio, visto che è organizzato in un’enciclopedia alfabetica di oltre trecento voci, e partendo da una prospettiva diversa e senz’altro più realistica.
L’autore ricorda come certe storie sulla Torino città magica, massonica e demoniaca erano nate dopo il Risorgimento, per mano dei detrattori dei Savoia, ma che il grosso momento di celebrazione e invenzione di questo mito fu tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento, quando alcuni giornalisti iniziarono a scrivere articoli in tema, prendendo spesso spunto da vecchie leggende metropolitane poi non tanto diverse da quelle presenti in altre città, ma ricamando e aggiungendo storie spesso non documentate. Questa operazione era vista e per fornire un diversivo alle notizie tragiche degli anni di piombo, sia per creare una nuova identità di Torino dove il modello industriale stava andando in crisi.
Detto questo, non si può dire sfogliando questo libro che a Torino non ci siano elementi interessanti su cui lavorare e speculare: a Torino ha vissuto il sensitivo Gustavo Rol, personaggio non certo banale e ciarlatano e in passato fu visitata dall’alchimista e profeta Nostradamus, le cui centurie furono studiate da un altro torinese, Renucio Boscolo. A Torino c’è la Sindone, una delle massime reliquie della cristianità, sulla cui veridicità è aperto un dibattito che dura da secoli, sotto la Mole si nasconderebbe il Sacro Graal, alla faccia di Dan Brown che l’ha messo in un altro posto, vicino a Torino sul Musiné ci sarebbero stati avvistamenti di UFO e nelle case torinesi soprattutto dell’epoca liberty sono molte le decorazioni simboliche, da diavoli a draghi, senza dimenticare il vicinissimo maniero della Rotta, considerato uno dei più infestati d’Italia.
Un libro interessante per chi vive a Torino, ma anche per chi viene a visitarla da fuori, che non sminuisce l’importanza antropologica delle leggende e delle tradizioni, raccontandole da un punto di vista scientifico e documentato. Nel libro trovano spazio anche le tante associazioni che sono nate negli anni sull’esoterismo e tematiche associate, le librerie specializzate, le case editrici, autori e autrici del settore, tra saggistica e narrativa, e realtà recenti come il Mufant, Museo del fantastico.
Da un po’ di anni Internet e non solo hanno fatto sparire tutto il proliferare di notizie paranormali e simili: mentre il fantastico nella finzione non si esaurisce, nella realtà ha ceduto il passo ad altro, bufale comprese. In ogni caso il libro fornisce un ottimo viaggio in un universo tra fantasia e realtà, che ha avuto e ha comunque il suo fascino.

Massimo Centini, nato a Torino oltre sessant’anni fa, ha una laurea in antropologia culturale e si occupa di didattica universitaria e di ricerca sul campo, non solo in Italia. Ha scritto vari libri per Il Punto Piemonte in bancarella, oltre che con editori come Mondadori, Newton Compton, Rusconi, Piemme, Yume, alcuni dei quali tradotti all’estero. Nei suoi saggi si è occupato di tematiche come la storia della crimonologia, la caccia alle streghe, il folklore, i bordelli torinesi del passato.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di Editrice Il Punto.

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:: Diario del ladro, Jean Genet (Il Saggiatore, 2017), a cura di Nicola Vacca

19 luglio 2017
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Jean Genet è uno scrittore ribelle che nella vita e nella letteratura ha violato ogni consuetudine, raggiungendo in ogni cosa l’antiretorica di un esistere. È stato, nella vita prima che nei suoi libri, sempre dalla parte maledetta di un se stesso che ha sempre toccato i bassifondi dell’esperienza.
Diario del ladro è il suo libro autoritratto in cui lo scrittore francese mette a nudo il racconto della propria vita raccontandone il degrado e il turpiloquio, non vergognandosi della sua immoralità scandalosa fatta di furti, prostituzioni, di abiezione e depravazione.
Il Saggiatore manda di nuovo in libreria il libro scandalo di Genet nella storica traduzione di Giorgio Caproni.
Pagine dalle tinte forti in cui lo scrittore racconta gli anni del suo vagabondaggio e la sua giovinezza da sbandato e da teppista per le vie di Barcellona e per l’Europa.
Genet, l’eroe tragico che sfida il proprio destino in compagnia di altri disperati come lui con cui condivide tutte le più infime bassezze.
Lo scrittore si degrada per anelare a una beatitudine terrestre e tiene il suo diario non per confezionare un’opera d’arte ma per fare in maniera immanente i conti con un presente e un passato che non ignorino tutti gli orrori del cammino intrapreso.
Diario del ladro è il capolavoro di uno scrittore che mette a nudo senza alcuna vergogna le sue debolezze di uomo incline al pericolo. La letteratura nelle pagine di Jean Genet si fa avventura di una caduta a cui lo scrittore non ha nessuna intenzione di rinunciare.
È la cronaca di un inferno in cui c’è spazio per la poesia:«Mi sentivo allora veramente in esilio, e il mio nervosismo stava rendendomi permeabile a quella che – in mancanza di altre parole – chiamerò poesia».
Genet è il narratore di se stesso e in ogni pagina (autobiogafica) mette sempre in discussione la sua stessa natura di essere umano che fa i conti con le violenze e tradimenti del suo carattere maledetto che lo porta a cercare la bellezza nell’orrore, nella depravazione e nel vizio.
«Voi che mi disprezzate, non siete fatti d’altro che di un susseguirsi di miserie analoghe, ma non avrete mai coscienza, e quindi l’orgoglio, vale a dire la conoscenza di una forza, che vi permetta di tenere testa alla miseria – non alla vostra propria miseria, ma a quella di cui è composta l’umanità».
Jean Genet usa la lingua dei derubati per scendere senza alcun paracadute nel proprio inferno di cui nel suo Diario del ladro ci racconta ogni singola tensione.
Quella di Genet è una lezione feroce che profana l’innocenza. Il tono del suo libro ha scandalizzato gli spiriti migliori, anziché i peggiori, anche se lo scrittore non ha mai cercato lo scandalo.
Nel Diario del ladro egli riporta la sua esperienza dolorosa, racconta gli abissi del suo percorso interiore verso l’annientamento, dà forma agli atti di una dissoluzione, facendo della letteratura un argine contro il mondo che lo inghiotte.

Jean Genet è nato a Parigi nel 1910 e morto, sempre a Parigi, nel 1986. Il Saggiatore pubblica in Italia le sue opere narrative.

Source: libro del recensore.

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:: Omaggio a Jane Austen, a cura di Ippolita Luzzo

18 luglio 2017

drawing janeIl 16 dicembre 2010 Google il motore di ricerca più diffusa nel mondo dedica il doodle presente nella homepage a Jane Austen per celebrare il 235° anniversario della nascita.
Nel 1995 il film inglese “Ragione e Sentimento” tratto dall’omonimo romanzo ottiene sette nomination all’Oscar e una statuetta per la sceneggiatura alla Thompson che era candidata anche come attrice.
Nel 2007 il film “Becoming Jane”, tratto in parte da Orgoglio e Pregiudizio, racconta la vita romanzata della scrittrice.
Ancora nel 2007 il film “Il club di Jane Austen”, vede protagonista il club letterario creato da cinque donne per consolare Sylvia, abbandonata dopo vent’anni di matrimonio. Le cinque donne decidono di leggere i libri della Austen e di discuterne la trama ogni mese per cinque mesi.
Che meraviglia! che dialoghi! altro che “Uomini e Donne” su Canale 5!
Otto marzo quindi, lei Jane sapeva già tutto, i ritratti delle donne, che la Austen fa, sono così attuali. Donne che parlano, consigliano, indirizzano, descrivono, si parlano addosso. A volte si alleano, più spesso si combattono. Gli uomini sembrano comprimari.
La Austen descrive la vita in maniera calma, così come la trova, arrogante nella sua banalità. Veniva naturale a Jane Austen descrivere le persone attraverso i loro difetti, senza amarezza, lei satireggia sulla assurdità della vita senza desiderare che le cose possano essere diverse da come sono. Era solo una tranquilla signora nubile con a disposizione carta e inchiostro e con questi strumenti ebbe l’ingegno di darci il senso della significatività della vita, al di là di ogni personale simpatia e antipatia, della bellezza e della continuità al di sotto della corrente in superficie.
Jane Austen nasce il 16 dicembre del 1775 nella contea dello Hampshire, la sua è una famiglia molto unita, non ricca ma benestante, tanti figli, Jane è una delle ultime figlie. Nel 1802 un uomo la chiede in sposa, Jane prima accetta ma la mattina seguente rifiuta. Anche lei avrà avuto un amore, un uomo del quale non ha mai potuto parlare, un amore relegato in un angolo nascosto del suo cuore e bandito per sempre.
A diciannove anni aveva già pronte le bozze di “Ragione e Sentimento” ma solo nel 1811 scrive e pubblica a sue spese anonima, By a Lady, i tre volumi di Sense and Sensibility.
Nel 1813 viene pubblicato Orgoglio e Pregiudizio che raggiunge una tiratura di mille copie, pagò lei stessa la pubblicazione del primo romanzo e nel 1815 il suo libro venne tradotto in francese. Dopo la pubblicazione dei primi due libri la carriera letteraria di Jane è avviata, ma lei rifiuta la notorietà e la vita di società. Continuerà a pubblicare anonimi i suoi romanzi. Nel 1816 si ammala del morbo di Addison, allora incurabile, e a quarantadue anni muore, la salma riposa nella cattedrale di Winchester. Alla sua morte Cassandra farà sparire tutta o quasi la corrispondenza della sorella, una donna che scrive è pur sempre stravagante e lei lo farà per pudore, per salvaguardare i suoi pensieri più intimi, per proteggerla, ma a noi manca tanto un suo diario segreto che recentemente una scrittrice Syrie James lo ha immaginato e scritto.
Da allora i suoi romanzi come fiumi in piena hanno invaso le fantasie dei suoi numerosissimi lettori, le sue donne sono prese ad esempio. Gli uomini da lei valutati per la loro rendita, per la loro posizione, per il loro carattere, un esame dettagliato che li renderà degni dei progetti matrimoniali di splendide fanciulle. Tutte abbiamo letto “Orgoglio e Pregiudizio”
La Elisabeth di Orgoglio e Pregiudizio è la donna intelligente, saggia, è quella che sa portare avanti qualsiasi argomento in modo logico, brilla di luce propria. È la donna femminista e femminile per eccellenza. Nessuna prima di lei, nessuna come lei. Darcy è solo il mezzo per far brillare le sue capacità. Elisabeth è l’unica capace di capire le situazioni e prendere decisioni appropriate, è sempre cosciente di ciò che fa e cerca di agire con razionalità. Non è una ragazza ipocrita e non è interessata al denaro ma sceglierà il suo uomo dopo che comprenderà il carattere positivo e l’onestà. La sua vivacità intellettuale la porta a non sottomettersi alle convenzioni sociali e porta avanti idee proprie
Orgoglio e pregiudizio: Un difetto o una virtù? Gli uomini, penso sono più abituati alla sfida, al predominio, le donne invece cercano di placare gli animi in nome della tolleranza, della comprensione dei difetti altrui. Non è così? Lei, la Austen, prima di tanti trattati di psicologia ci delinea il difetto di persone orgogliose, con sentimenti implacabili, che sono sempre pronti a pensare male, a detestare il prossimo perché lo considerano inferiore, Elisabeth riconosce subito il carattere difficile di Darcy e lo fa riflettere, avremmo saputo noi fare altrettanto?
Elinor di Ragione e Sentimento. Emma dell’anonimo romanzo. Fin qui gli esempi positivi.
Poi ci sono le donne perfide e la Fanny di Ragione e Sentimento è proprio una cognata. Come tante. Troppo simile alle nostre cognate. Ho letto più volte il primo capitolo di Ragione e Sentimento, perché è così reale e vero che sarà capitato anche a voi di sentire o subire un ragionamento così, e agli uomini sarà capitato nel passato di tornare a casa con una decisione buona e di cambiarla senza accorgersene dopo averne parlato con la moglie! Fanny è la moglie di John, il quale ha tre sorellastre. Il padre in punto di morte gli ha fatto promettere che si sarebbe preso cura delle sorelle e della matrigna donne generose e amorevoli, escluse dalla eredità dello zio scapolo che pure avevano accudito. Ma tant’è! L’eredità era passata direttamente dallo zio a John e al figlioletto di quattro anno di questi. Fanny, moglie di John, non appena terminato il funerale del suocero, arrivò nella casa con figlio e servitù al seguito e senza badare che in quel luogo vi abitavano le sorelle e la matrigna del marito le degradò alla condizioni di ospiti. Lei pensava che nessun legame affettivo potesse esistere tra i figli avuti da un uomo da matrimoni diversi. Qualsiasi proposta John faccia Fanny ha le sue perplessità, addirittura conclude: ”Sono convinta che tua padre non avesse affatto per la mente che dessi a loro del denaro, penso che l’aiuto a cui si riferiva era quello di trovare loro una piccola casetta, mandare omaggi di pesce e cacciagione quando è stagione. E poi che diamine possono volere quattro donne più di questo? Vivranno in modo frugale. La cura della casa richiederà poco o nulla. Non avranno carrozza, cavalli, né servitù, e quasi non avranno ospiti, potrebbero non avere spese di alcun genere, considera solo quanto sia assurda la tua intenzione di dare loro altro denaro. Saranno loro forse a poter dare a te qualcosa. Tuo padre ha pensato solo a loro, se avesse potuto avrebbe lasciato a loro tutte le fortune del mondo.”
L’argomento era irresistibile egli si convinse che sarebbe stato inopportuno se non addirittura indecoroso avere per la vedova e le figlie del padre sue sorelle avere più riguardo di quanto suggerito dalla moglie.
Ah le donne! Rifletto e più rifletto, più penso, che uno specchio della verità non ci farebbe poi tanto male. Vi vedremmo riflessi avarizia, egoismo, invidia, tutti sentimenti che ci impediscono di essere leggere e ci appesantiscono, tenendoci legate mani e piedi ad un marito che non ci ama più, ad un padre, ad un fratello, perché si sa, un uomo fa sempre comodo e questi sentimenti invece di unirci leggiadre e leggere ci rimandano l’una contro l’altra. Non è rabbia però il sentimento generale che percepisco tra noi è la delusione, deluse da chi credevamo senza macchia, senza paura, deluse da noi stesse, perché non raggiunte le mete che avevamo in mente. Ecco l’otto marzo, che è anche una bellissima data per me, perché è nato il mio unico figlio, deve essere la nascita della consapevolezza nuova che anche noi a volte sbagliamo, che anche noi a volte dobbiamo chiedere scusa, e lievi senza pesi poter guardarci l’un l’altra.
Forse dovremmo recuperare la ragione di Elizabeth, anche se c’è troppo illuminismo in questa ottimistica fiducia nella ragionevolezza e nel trionfo di questa, oggi che i nostri punti sono incerti, confusi. La ragione non illumina più. Le conquiste fatte dalle donne hanno permesso a tutte di accedere nelle aule dei Tribunali, nelle sale operatorie, sulle cattedre universitarie. Ma ora una generazione di fanciulle adolescenti, non tutte, per carità con birra in mano e sigaretta in bocca, scimmiottano comportamenti negativi. Evidentemente le conquiste sociali ora devono lasciare il passo alle conquiste individuali. Conquiste che devono darci la consapevolezza di essere donne senza essere vittime della nostra viltà, da dipendenze amorose, senza accettare il disprezzo di un uomo pure di non perderlo, consapevolezza che stiamo scegliendo noi il nostro giorno perché come diceva qualche tempo fa la pubblicità dell’Oreal “IO VALGO” e voglio rispetto.
Rispetto, verso se stesse, verso i nostri genitori e figli. Non vuol dire accondiscendere, ma tenere una dirittura che implica sacrificio e costanza. La ragione di Elizabeth, di Elinor, la ragione del settecento, ci sia da luce nel nostro fumoso cammino.

:: Forever, Jane – A 200 anni dalla morte di Jane Austen

18 luglio 2017

jacportrDopo tutto, devo dire che non c’è svago migliore della lettura. Si finisce per stancarsi di tutto, ma mai di un libro. Quando avrò la mia casa, sarò contenta solo se ci sarà una grande biblioteca.

Il 18 luglio 1817 moriva a Winchester, nell’ Inghilterra meridionale, Miss Jane Austen. Proprio oggi cade il bicentenario di questa ricorrenza e l’Inghilterra, e il mondo tutto si apprestano a dare il via alle celebrazioni. Anche noi di Liberi vogliamo ricordarla con un ciclo di recensioni legate ai suoi libri: Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger, Persuasione, Lady Susan.
Già ci siamo chiesti, riferendoci a Orgoglio e Pregiudizio quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Forse resterà un mistero, che nessuno sarà in grado di scandagliare, ma probabilmente è quasi certo che tra 200 anni (quando ormai avremo abbandonato la terra per qualche altro pianeta, da come si stanno mettendo le cose) si starà ancora a discutere sulle opere di questa scrittrice dotata come nessun’altra di ragione e sentimento.
Jane nacque in un piccolo villaggio dello Hampshire il 16 dicembre del 1775. Dotata di scarsa avvenenza, figlia di un pastore anglicano progressista, attento all’educazione anche delle figlie femmine, Jane ebbe modo di dedicarsi alla scrittura, pubblicare i suoi libri, non sposarsi (non le permisero di sposare l’uomo che amava, ma almeno non l’obbligarono a un matrimonio di convenienza), e ottenere una certa indipendenza economica, senza in realtà che il suo nome circolasse tra i lettori comuni mentre era in vita.
La grandezza di Jane Austen e se vogliamo la sua capacità di analizzare molto più di un’ epoca attraverso i suoi personaggi, sta nell’atteggiamento, nel punto di vista chiaro e diretto con cui osserva il mondo. L’eroine dei suoi libri non sono donne straordinarie, non compiono gesti eclatanti, sono ragazze comuni (a volte anche ingenue e maldestre) che sognano candidamente di innamorarsi ed essere felici. E nonostante tutto la loro indipendenza di pensiero le rende incredibilmente moderne e emancipate, soprattutto l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, forse la più vicina alterego dell’autrice.
L’intelligenza, la cultura, l’umorismo di cui sono dotate, illumina personaggi che vivono vite familiari dove quasi nulla accade. Qualche festa, qualche viaggio (il luogo più eccitante è Londra), qualche camminata a cavallo sotto la pioggia, qualche morte, qualche passaggio di proprietà di tenute che le figlie femmine non possono ereditare, qualche pettegolezzo.
Nei suoi libri si parla apertamente di soldi, di rendite, di buoni partiti, (di contro di povertà, di ingiustizie finanziarie, di cacciatori di dote) con semplicità, con una pragmaticità e concretezza tutta britannica definibile come buon senso. Che non offusca i sentimenti, perlopiù sinceri, che legano i personaggi.
I suoi personaggi insomma non vivono sulle nuvole, ma nel mondo reale, un mondo spesso ingiusto, falso, determinato dall’apparenza, dalle convenzioni, e haimé dal denaro, non amichevole verso chi detta le sue scelte di vita seguendo il proprio cuore. Ma Jane nonostante tutto chiude le sue storie con l’immancabile lieto fine, l’ amore trionfa e il bene con lui (con annessa sopravvivenza economica).
Se non poté far sì che accadesse nella sua vita, lo fece sempre accadere nei suoi romanzi. Nei quali era l’unica artefice, la sola a decidere sorti ed evoluzione dei personaggi.
La bellezza e perfezione della sua scrittura si fonda con la bellezza dell’intelligenza, della perspicacia, della sensibilità capace di vedere sfumature che un occhio più superficiale non scorgerebbe. La profondità delle sue riflessioni, dei suoi giudizi, della sua anche feroce assenza di preconcetti, ci consegnano ritratti di ambienti, di persone, di oggetti, attraversati dalla luce della sua lucidità e della sua grazia.
Forse Virginia Woolf ha trovato le parole più efficaci, più bilanciate, per definire il suo genio, la sua spregiudicata seduzione di cui unica vittima sembra essere il lettore. Attraverso la sua lente ben pochi vizi o debolezze sfuggirono, in questo è spietata e forse fredda, come da qualcuno è stata accusata (che si risentiva quando l’accostavano a Shakespeare). Le venne imputata la scarsa esperienza delle cose del mondo, lei signorina che aveva poco viaggiato, sempre protetta dalle fitte maglie della sua famiglia. Ma anche Emily Dickinson, quasi uscita mai dalla sua stanza, non aveva bisogno di molto perché il suo animo sondasse le profondità delle cose, dei sentimenti, delle mutevolezze dell’essere come del cielo.
Apriamo dunque i festeggiamenti, e ricaviamoci il tempo per rileggere i suoi libri. E’ tempo ben speso.

:: La sposa yemenita, di Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

18 luglio 2017
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Il mondo islamico è oggi nell’occhio del ciclone per vari eventi di politica estera e interni anche ai Paesi occidentali: in particolare lo Yemen, fino a non pochi anni fa meta di tour per un turismo di élite culturale e molto amato da Pasolini, è visto adesso come una delle roccaforti del terrorismo integralista.
La sposa yemenita racconta una storia diversa, oltre gli stereotipi, attraverso il reportage realizzato dalla giornalista Laura Silvia Battaglia, che nello Yemen ci è andata e ci vive. La graphic novel racconta vari momenti di vita, da quando la giornalista italiana ha potuto assistere ad un rito nuziale festeggiando con la sposa e le sue amiche alle lezioni di arabo per gli stranieri nel Paese, dall’incontro con un capo che parla di cosa fanno i droni alla popolazione civile al traffico dei bambini tra Yemen e Arabia saudita dove vengono usati per spacciare droga, fino al ruolo delle donne velate nello spazio pubblico e ai rapimenti di turisti stranieri visti dal punto di vista degli yemeniti.
Il risultato è una lucida disanima di una cultura lontana da quella occidentale ma legata da alcune radici, un mondo che è bene conoscere, fuori dagli stereotipi ma senza dimenticare i problemi, un universo immobile e tragico, con drammi e questioni irrisolte che sono emerse oggi nella loro drammaticità e che nulla tolgono al fascino e all’interesse di un Paese dove vive una cultura millenaria, precedente di molto a quella musulmana.
La sposa yemenita non è la prima graphic novel dedicata al mondo islamico uscita negli anni, dalla celeberrima Persepolis di Marjane Satrapi, ma è una delle prime, insieme a Kobane Calling di Zerocalcare, scritta da autori e autrici occidentali, e raccontata come una serie di reportage e di scene di vita, facendo parlare persone e costumi locali, senza giudicare ma raccontando la realtà, con uno stile di disegno tondeggiante, a tratti quasi da manga, ma che non toglie niente alle parole e alla forza di quello che si sta raccontando.
Alla graphic novel è aggiunto un reportage sotto forma di articolo, con le foto dell’esperienza di Laura Silvia Battaglia nello Yemen, una bibliografia e sitografia, e una cronologia sugli ultimi tre anni di storia yemenita, che hanno sconvolto e stanno distruggendo una cultura millenaria.
La sposa yemenita è una graphic novel e non solo da leggere per chi vuole capire meglio l’oggi in tutte le sue sfumature oltre gli stereotipi, ma anche per chi è incuriosito da un Paese che mescola tragedie a scenari da Mille e una notte e non accetta luoghi comuni sul mondo islamico, più complesso e variegato di quello che si pensa.

Laura Silvia Battaglia è giornalista professionista, freelance e documentarista, nata a Catania e vive tra Roma e Sana’a, la capitale dello Yemen. Svolge attività di corrispondente per vari media italiani e stranieri, come l’agenzia turca TRTWorld, Panorama, Rai tre, D-Repubblica delle donne. Ha realizzato inoltre reportage delle zone di conflitto, girando sette documentari e vincendo numerosi premi.

Paola Cannatella, napoletana di origine, nata a Catania, vive e lavora ad Alessandria, ed è fumettista autodidatta, illustratrice, grafica e docente di fumetto. Si è classificata al primo posto nel 2006 al concorso Fumetto International Talent Award e ha pubblicato la graphic novel Maria Grazia Cutuli – Dove la terra brucia, oltre a vari minicomic sul supplemento La Lettura del Corriere della Sera.

Provenienza: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: Londra, Virginia Woolf, curato e tradotto da Mario Fortunato (Bompiani, 2017), a cura di Daniela Distefano.

18 luglio 2017
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L’occhio non è un minatore, né un tuffatore, e neppure uno scopritore di tesori nascosti. Ci porta con dolcezza lungo la corrente; riposando, fermandosi, il cervello forse dorme mentre guarda.

Quindici racconti, quindici modi di osservare con occhio fermentato:

Per le strade di Londra, Casa Carlyle, Hampstead, Un moderno salon, Ebrei, Tribunali civili, Vecchio Bloomsbury, Tuoni a Wembley, I Docks, La marea di Oxford Street, Le case degli uomini illustri, Abbazie e cattedrali, “Ecco la Camera dei Comuni”, Ritratto di una londinese, In volo su Londra.

Si tratta di scritti londinesi nei quali non esiste un io narrante; la città si narra da sé, parla la modernità novecentesca registrata da una Virginia Woolf nel pieno della sua vocazione letteraria.
Un’esperienza semplice, quotidiana, come può essere una passeggiata fra l’ora del tè e quella della cena, diventa un’esperienza primaria di apertura al mondo, che libera la mente, e che è uno specchiamento nella folla anonima, un affondo nel proprio Io prima dell’Io.
Come ebbe modo di notare Doris Lessing, questi sono “esercizi di stile che contengono semi di futura grandezza”.
Nella cartina stradale del suo cervello il Gruppo Bloomsbury, nel quadrante nordorientale di Londra, occupa un posto di forte risonanza: un luogo soffuso di prestigio e illusione durante quegli ultimi anni che precedettero la guerra.

Un guscio che protesse molte menti celebri dalla peste dei totalitarismi.
London calling” ( come cantavano i mitici Clash )?
La città non è fatta soltanto di strade, piazze, luoghi, ma anche di persone con la loro storia, non importa se nota o ignota ai più.
Una raccolta preziosa, questa, un felice connubio di arte narrativa, horror vacui di pensieri, nel solco di uno stile che divenne vertiginoso e inarrivabile.
Virginia Woolf era affetta dalla malattia del troppo vivere, del troppo guardare con occhi stupiti ad un congegno che ci fa agire come attori senza copione.
Non vinse la battaglia finale, si smorzò fino all’ultimo rigagnolo di inchiostro vitale, però sapeva che:

Solo quando guardiamo al passato e da esso togliamo ogni elemento di incertezza, possiamo godere una pace perfetta.

Donò la propria spremuta di pace interiore al lettore di ogni epoca. Forse per questo la associamo senza sforzo al simulacro dell’umana intelligenza. Una santa delle lettere suicida per paura dei vuoti del cuore.

Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico Leslie Stephen, è una delle voci più importanti della letteratura inglese del Novecento.
Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro, Mrs Dalloway, Orlando, Le onde, è stata anche saggista di straordinaria intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune). E’ scomparsa gettandosi nel fiume Ouse il 28 marzo 1941.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Frida e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: L’ordine del tempo, Carlo Rovelli, (Adelphi, 2017), a cura di Nicola Vacca

17 luglio 2017
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Siamo davvero felici di tornare a leggere nuovamente Carlo Rovelli . Dopo Sette brevi lezioni di fisica, lo scienziato veronese torna con un altro libro affascinante.
Sempre da Adelphi esce L’ordine del tempo. Come nel suo fortunato libro precedente, il fisico si preoccupa prima di tutto di arrivare ai suoi lettori e in queste pagine gioca d’azzardo con il mistero del tempo.
Anche questa volta Rovelli raggiungerà un pubblico numeroso e possiamo dire che se lo merita tutto.
Facendo dialogare la filosofia con la religione e la scienza, passando per la fisica quantistica, Rovelli parla degli infiniti misteri che racchiude il tempo.
Scomoda la meccanica quantistica per mettere in gioco un magma rovente di idee in cui Newton dialoga con Aristotele, Einstein con il grande poeta Rilke, dove troviamo anche le riflessioni di S.Agostino e di Kant passando per la Recherche di Proust, il romanzo che racconta quello che c’è dentro la memoria ( che è la vera essenza del tempo), il libro del grande tempo ritrovato che è una disordinata, dettagliata passeggiata nella mente di Marcel.
Il volume di Carlo Rovelli è diviso in tre parti. Nella prima l’autore prende in esame quello che la fisica moderna ha compreso del tempo. Nella seconda e la terza il fisico coltiva una serie di interessanti e suggestivi paradossi per dirci, anche attraverso l’aiuto di pensatori, scrittori e scienziati che si sono cimentati con il mistero del tempo, che se il tempo non c’è è indubbio che noi esistiamo nel tempo.
Per comprendere e cogliere il tempo bisogna penare il mondo come un insieme di eventi. Il mondo non è un insieme di cose, è un insieme di eventi.
Bisogna essere nell’ accadere e non nell’essere per mettersi in contatto con la nozione di tempo.
«Noi, quindi, descriviamo il mondo come accade, non com’è. Meccanica di Newton, equazioni di Maxwell, meccanica quantistica, eccetera, come accadono eventi, non come sono cose».
Carlo Rovelli ci conduce con queste pagine fino dove arriva il sapere attuale sul tempo, ne sonda con la filosofia, la scienza e la letteratura il suo mistero soprattutto lanciando con la conoscenza una sfida perché sul tempo molte sono le cose che non sappiamo.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, sostiene giustamente Rovelli.
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Carlo Rovelli entra nelle pieghe più intime del mistero del tempo, ne attraversa le sue assenze fisiche e metafisiche, ne coglie gli aspetti gravitazionali e filosofici per dirci prima di tutto che il tempo è un concetto stratificato, complesso con molteplici proprietà distinte, che vengono soprattutto da approssimazioni diverse.
«Il tempo è allora la forma – scrive Rovelli – con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità».
Il mistero del tempo si interseca con il mistero della nostra identità personale, con il mistero della coscienza.
Il mistero del tempo continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Carlo Rovelli (Verona, 3 maggio 1956) è un fisico italiano. Ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti e attualmente lavora in Francia. La sua principale attività scientifica è nell’ambito della gravità quantistica, dove è uno dei fondatori della gravità quantistica a loop (loop quantum gravity). Si è occupato anche di storia e filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico, e, in particolare, della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell’umanità. (Fonte wikipedia).

Source: libro del recensore.

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:: L’ombra del Golem, Éliette Abécassis (Gallucci 2017), a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2017
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Il Golem, quell’essere antropomorfo nato nella mitologia ebraica e molto noto nel folclore medievale, bene o male lo abbiamo conosciuto tutti. Il Golem è quella creatura in argilla che abbiamo visto al cinema o del quale abbiamo letto la storia nel libro di Gustav Meyrink. In realtà la creatura nata dall’argilla è anche la protagonista del libro per ragazzi “L’ombra del Golem” di Éliette Abécassis, che ha per protagonista sì l’energumeno in argilla, ma lui non è solo, perché alla sua nascita assiste la piccola e sveglia Zelmira. La storia del libro per ragazzi edito da Gallucci è ambientata in una Praga di viuzze e casupole povere, ammucchiate le une vicine alle altre. Tra di esse ce n’è una, tutta stortignaccola, dove vive la piccola e curiosa Zelmira, alle prese con un fratellino dispettoso e con due genitori alchimisti che cercano di trasformare il piombo in qualcosa di più prezioso. Peccato che le loro abilità nel maneggiare alambicchi e pentolino non porti ricchezza ma solo miseria per tutti e disperazione per il padre che si rifugia nelle locande per trovare un “perché” al proprio fallimento. Nonostante tutto, Zelmira non si abbatte e cerca di sopravvivere alla vita nel ghetto dove c’è anche un uomo barbuto e misterioso, che potrebbe sembrare uno stregone dal quale stare alla larga. In realtà l’uomo è Maharal, il rabbino della comunità. Già la vita è difficile e povera nella collettività ebraica di Praga ma, a complicare ancora di più le cose arriva il guastafeste di turno, ossia Thaddeus, un monaco al completo servizio dell’imperatore Rodolfo. Le minacce incombono sempre più sul ghetto, urge quindi una soluzione che garantisca il bene della comunità. Vuoi la notte, vuoi la luna di Praga, vuoi l’acqua della Moldava, il saggio Maharal, con la curiosa e fidata Zelmira, la combina bella e grossa mettendo le mani in pasta (fango) e plasmando quell’essere gigante noto come il Golem. La creatura, la servizio del rabbino, non esiterà a sistemare le cose, proteggendo la piccola Zelmira e tutti gli indifesi della comunità dagli attacchi bruti e insensati dei cattivi di turno. “L’ombra del Golem” della Abécassis è una avvincente rivisitazione del mito del Golem che dimostra come una creatura mostruosa possa creare sì spavento ma, allo stesso tempo, quell’essere in argilla dimostra un affetto e una sensibilità per la piccola Zelmira e per chi come lei è vittima delle prepotenze altrui. Evidente segno che anche un essere nato dalla terra per mano dell’uomo (ricorda un po’ la creazione di Adamo devo dire il gesto del rabbino) può avere dei sentimenti veri e propri. A rendere ancora più avvincente e coinvolgente il libro della Abécassis, ci sono le colorate tavole di Benjamin Lacombe, che rendono ancora più sfiziosa la lettura della storia del mostro d’argilla, dal cuore buono. Traduzione Camilla Diez.

Éliette Abécassis nata nel 1969 a Strasburgo da una famiglia ebraica sefardita di origine marocchina e insegna filosofia all’Università di Caen. Le storie che racconta, frutto di minuziose ricerche e vita vissuta, sono profondamente intrise della religione e della cultura ebraica. Madre di due figli, vive a Parigi.

Benjamin Lacombe è nato a Parigi nel 1982, ed è tra gli esponenti di spicco della nuova illustrazione francese. Ha scritto e illustrato una ventina di libri, tradotti in varie lingue sia in Europa sia negli Stati Uniti. Espone regolarmente le sue opere d’arte a Tokyo, New York, Los Angeles, Roma.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

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:: Primo Levi, Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2017
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Nel trentesimo anniversario della morte tragica di Primo Levi, uno dei testimoni massimi della Shoah, si distingue tra le tante iniziative la graphic novel a lui dedicata, realizzata da Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci, proprio per lo sguardo inedito e interessante che lancia su una personalità d’eccezione.
La storia raccontata parte da un intervento di Primo Levi presso la scuola Rignon, da lui stesso frequentata da bambino, pochi mesi prima della sua morte, quando si confronta con le domande di alcuni ragazzini, che non capiscono come possa essere stata permesso un orrore come i campi di sterminio. Da questo partono i ricordi come studente, poi come partigiano e poi come deportato di Primo Levi, con alcuni momenti chiave, presi dai suoi libri Se questo è un uomo e La tregua. La campanella di fine lezione interrompe le sue parole, ma non l’interesse dei ragazzi e dei docenti, e anche la maestra chiede a Primo Levi l’eterna domanda, se questo orrore potrebbe tornare e lui risponde con le parole di un reduce, Guerra non è mai finita, guerra è sempre.
La graphic novel si chiude con una delle celebri frasi di Primo Levi, suo leit motiv per tutta una vita condotta con lucidità senza voler odiare ma volendo fare giustizia con la narrazione: Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. La parte disegnata è completata da una postfazione dello sceneggiatore Matteo Mastragostino, che racconta il suo rapporto con Primo Levi, da una cronologia della vita di Primo Levi, dai profili delle persone incontrate nella graphic novel, compagni di lotta partigiana e di lager, da una bibliografia e sitografia.
Senza togliere niente ai libri di Primo Levi, essenziali e imperdibili per le generazioni che lo ricordano in vita e per chi è venuto dopo, questa opera risulta essere un modo ottimo per avvicinare i neofiti alle sue opere e alla sua vita, ma anche un modo per vivere in maniera diversa e molto efficace un percorso umano lucido e implacabile, con sempre l’importanza di testimoniare e le paure che certe cose possano ripetersi, magari in maniera diversa.
Ci sono stati tanti omaggi doverosi a Primo Levi, ma questa graphic novel riesce forse ancora più che altri a dimostrare la sua attualità e la sua importanza.

Matteo Mastragostino, classe 1977, di Lecco, è scrittore e sceneggiatore. Laureato in Disegno industriale presso il Politecnico di Milano, sfrutta la sua creatività in vari settori, spaziando dal graphic design alla scrittura creativa e collaborando da freelance per varie agenzie, oltre che per vari giornali on line e cartacei su argomenti di cronaca, sport e costume. Primo Levi è il suo esordio come sceneggiatore di fumetti.

Alessandro Ranghiaschi, romano, classe 1990, ha frequentato la Scuola Romana dei fumetti e la facoltà di Archeologia all’Università La Sapienza. Dopo la laurea ha scelto di occuparsi a tempo pieno del disegno e ha svolto lavori come storyboard artist in campo cinematografico e pubblicitario. Primo Levi è il suo esordio come disegnatore.

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:: La strega, Camilla Läckberg (Marsilio, 2017) a cura di Micol Borzatta

15 luglio 2017
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1671
Elin, dopo essere rimasta vedova, viene assunta dalla sorellastra Britta e dal marito, padre Preben, come serva insieme alla figlia Marta.
Da quando ha dieci anni Elin ha imparato dalla nonna materna e usare le erbe e le segnature. Pratica molto pericolosa da quando il nuovo Re ha aperto la caccia alle streghe.

1985
Linda e Anders Strand vivono beatamente nella loro fattoria con le figlie Sanna e Stella.
Un giorno mentre Linda e Sanna sono a fare shopping e Anders è al lavoro, Stella è affidata alle babysitters Marie Wall ed Helen Persson.
Tornate a casa Linda e Sanna scoprono da Anders che Stella, di soli quattro anni, è scomparsa.
Verrà trovata poche ore dopo morta nel bosco intorno a casa.

2015
Eva e Peter Berg abitano nella fattoria che un tempo era degli Strand.
Una mattina Peter esce prestissimo per andare ad arare lasciando Eva e la figlia di quattro anni Linnea a dormire.
Quando Eva si sveglia e trova la camera della bambina aperta è convinta che sia andata con il padre.
A ritorno a casa di Peter i due coniugi scoprono che la figlia è scomparsa, e verrà trovata morta esattamente come trent’anni prima è successo per Stella.
Le indagini sono guidate da Patrik Hedstrom, aiutato come sempre dalla moglie Erika Falck che oltretutto sta proprio scrivendo un libro sul caso Stella.

Come ogni libro della Lackberg anche questo romanzo non delude nessuna aspettativa che ci siamo fatti quando è stata comunicata l’uscita.
Ritroviamo nuovamente i personaggi a cui ci siamo affezionati, ovvero Patrik ed Erika, insieme ai loro famigliari, e anche in questo possiamo seguire il proseguo della loro vita, che collega tutti i romanzi dell’autrice.
Anche questa volta troviamo delle descrizioni minuziose sia per quanto riguarda le ambientazioni e gli avvenimenti, che per quanto riguarda i personaggi.
Conturbante, intrigante e spettacolare, un ennesimo capolavoro dell’autrice.

Camilla Lackberg nasce a Fjallbacka nel 1974.
Ha all’attivo altri dieci romanzi della serie di Patrik Hedstrom ed Erica Falk, alcuni saggi, libri di cucina e una raccolta di libri per bambini ispirata al figlio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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