Archive for Maggio 2012

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Dietro le sbarre di Allan Guthrie (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2012

Dietro le sbarre (Slammer, 2009), edito in Italia da Revolver collana noir-crime diretta da Matteo Strukul delle Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, è l’ultimo romanzo dell’agente letterario e scrittore scozzese di romanzi crime Allan Guthrie, esponente del Tartan Noir. Ambientato nel carcere “Hotel” Hilton di Edimburgo,  ha per protagonista Nick “Cristallo” Glass una giovane e inesperta guardia carceraria schiacciata da troppe responsabilità e da un lavoro per cui non è portata che la porteranno a perdere il suo equilibrio mentale e a distruggere la sua vita. Usato e abusato dai suoi stessi colleghi e dai detenuti Nick infatti perderà sempre più i contatti con la realtà sprofondando in un abisso di disperazione e violenza che l’autore descrive in maniera così accurata e minuziosa che più si avanza con la lettura e più ci si sente come se una mano ci afferrasse alla gola. Asfissiante, claustrofobico, delirante più che un dramma carcerario è una tragedia della follia che descrive gli stadi in cui la psiche si disgrega disintegrata da varie forze oltre le quali si raggiunge un punto di rottura. Nick in fondo è un bravo ragazzo, onesto, pulito che vive per la sua famiglia, per sua moglie e per sua figlia, il suo mondo è elementare, semplice non ha grandi ambizioni, non è eccessivamente coraggioso o altruista, non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere tra delinquenti e guardie non meno feroci e corrotte, ma naturalmente non gli sarà concesso con esiti del tutto inarrestabili. Tutto inizia quando Nick subisce un vero e proprio ricatto da parte di Cesare un detenuto che controlla la circolazione della droga all’interno del penitenziario. Fare da mulo non è decisamente coerente con le sue aspettative ma quando Cesare tramite il fratello di Mafia minaccia la sua famiglia, Nick è costretto ad accettare. Naturalmente Cesare non vuole da lui solo questo, il suo obbiettivo è la fuga. Il piano è ben congegnato, ma un evento imprevisto farà precipitare tutti gli equilibri in un vortice di violenza che non risparmierà nessuno. Dietro le sbarre  è un romanzo  angosciante, in cui il grado di violenza, più psicologica che fisica, ma anche quella non manca, e i meccanismi che rendono il più debole schiavo del più forte hanno ripercussioni drammatiche e terribili. Nick sarebbe in fondo un debole, incapace in circostanze normali di atti veramente violenti e invece arriva a commettere i crimini più atroci senza rendersene quasi conto. Il finale è piuttosto aperto, la follia del protagonista si presta a diverse interpretazioni, lascio a voi lettori di trovare la giusta chiave di lettura. Se amate le atmosfere cupe e malate di Irvine Welsh non potrete non amare anche questo libro. Sconsigliato alle guardie carcerarie fresche di diploma e in attesa del primo incarico.

:: Recensione di La collezionista di ricette segrete di Allegra Goodman a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2012

Il modo è bello perché è vario. Affermazione perfetta che si addice alle due sorelle protagoniste del nuovo romanzo di Allegra Goodman – La collezionista di ricette segrete- pubblicato dalla Newton & Compton. Emily e Jessamine -Jess per gli amici – Bach sono due sorelle e la loro diversità è la manifestazione concreta della ragione e del sentimento che caratterizzano l’agire umano. Emily ha ventotto anni, è fidanzata  ed è già a capo della Verithec, un’azienda informatica abbastanza importante nel mercato finanziario americano. Jess è l’opposto: si è appena laureata in filosofia, è un’ambientalista del gruppo “Save the trees”, lavora part-time in una piccola libreria indipendente ed è un perfetta sognatrice. La storia ha le sue radici negli States tra il 1998 e il 2001, periodo durante il quale noi lettori assistiamo allo sviluppo delle vicende esistenziali delle due sorelle, ma anche dei tanti personaggi che attorno a loro gravitano a dimostrazione della volontà esplicita dell’autrice di raccontare sì la vita di due persone, ma allo stesso tempo di documentare il mondo di persone che le circonda. In questo lasso temporale Emily prende sempre maggiore consapevolezza dell’importanza del settore informatico nell’economia mondiale e vede indebolirsi, a causa delle distanza, la sua relazione con Jonathan, anche a lui a capo di un’azienda (la Isis) che si occupa di programmi informatici. Jess ha una vita emotivamente instabile, la sua relazione con Leon è un continuo tira e molla che non lascia presagire nulla di stabile per il futuro, poi comincia a frequentare la comunità ebraica locale e  il lavoro presso la libreria di libri antichi gestita da George – geloso degli strambi spasimanti della sua commessa- si intensifica sempre più, grazie all’incontro con Sandra che cede loro l’intera collezione di vecchi libri di cucina lasciati a lei in eredità da un zio defunto. Per ognuno dei personaggi presenti nella narrazione l’arrivo dell’11 settembre 2001 segnerà la vita di tutti, tanto che la rigida razionalità di Emily comincerà a vacillare dimostrandole che è impossibile tenere sotto controllo ogni secondo della propria vita, mentre la sognatrice Jess scoprirà il vero amore e la sua importante funzione guida nel microcosmo dove vive. La collezionista di ricette segrete ha come protagoniste principali le due sorelle Bach, ma in realtà può essere definito un romanzo corale, a più voci, vista la presenza di diversi punti di vista che raccontano in modo progressivo la storia di una famiglia, che si trasforma in comunità, per divenire una città e una nazione unita. Accanto alla sorelle ecco comparire Richard Bach, il padre di Emily e Jess, che rimasto vedovo si è risposato e ha avuto altri figli. Troviamo Orion e Molly,  Sorel, Dave, Aldwyn tutti alla ricerca della vera felicità del vivere. Da non dimenticare George, il datore di lavoro di Jess, un uomo ombroso e freddo che dimostrerà di avere un cuore tenero.  E come dimenticarsi di Sandra, una donna pronta a tutto  pur di racimolare i soldi necessari per aiutare la figlia a pagarsi l’avvocato e ottenere l’affidamento dei figli e ancora rabbini divisi tra fede e questioni familiari, uniti alle due protagoniste da legami di sangue a loro sconosciuti. Attenzione, il  nuovo libro della Goodman non ha personaggi con super poteri o che investigano alla ricerca di chissà quale tesoro, nelle pagine di questo libro si trova la vita quotidiana di ogni giorno con tutti i suoi problemi, gioie e dolori, che non fanno altro che rendere ogni singola personalità umana e reale, nella quale ogni lettore può trovare  le sue stesse paure,  le ansie, le ossessioni e magari anche i tic comportamentali provocati da una vita troppo stressante. Sono certa che qualche lettore abituato alla suspense o ai thriller mozzafiato storcerà sicuramente il naso leggendo questo libro, magari affermando: «Va beh, ma non accade nulla di sensazionale!» Ok, è vero non ci sono omicidi da risolvere, mappe da interpretare o altro, ma ciò che è eccezionale in La collezionista di ricette segrete – e dal mio punto di vista sta qui la magistrale abilità delle Goodman- è stata la capacità della scrittrice di rendere spettacolare la vita di ogni giorno, richiamando alla memoria opere di Jane Austen come Ragione e sentimento, di Tolstoj come Guerra e pace o Anna Karenina e perché no, anche Stoner di  John Williams.
Un ultima considerazione riguardo al titolo: è vero le ricette segrete dell’intestazione non sono forse  quelle composte da deliziosi ingredienti culinari per suggerirci squisiti piatti da gustare in compagnia – non a caso nelle pagine ne troviamo solo qualche presenza sporadica e questo potrebbe indurre i lettori a rimanere delusi – ma penso che le ricette segrete a cui la Goodman fa riferimento, corrispondano ai segni lasciati dalle esperienze di vita negli animi delle sorelle protagoniste – in particolar modo di Jess-, i quali formano le sostanze dei loro caratteri e le aiuteranno a vivere la vita dell’oggi e del domani.

:: Recensione di Il torto del soldato di Erri De Luca a cura di Michela Bortoletto

23 Maggio 2012

Una locanda di montagna. Uno scrittore-scalatore conoscitore della lingua yiddish con una pila di fogli sparsi sul tavolo. Una donna che aspetta la sua consumazione al tavolo di fianco e viene raggiunta da un uomo più vecchio di lei. Èmet, verità: una parola soffiata inavvertitamente fuori dalla bocca dello scrittore  che darà l’avvio a tragiche conseguenze per il misterioso uomo seduto lì accanto.
Da queste premesse si delinea il breve ma inteso racconto della figlia di un criminale di guerra. Non di una guerra qualunque, ma di quella immensa e orribile che ha squarciato il Novecento. Lui, il padre è un uomo che si sente perennemente braccato, seguito e spiato. Non ha sensi di colpa.  Lui ha obbedito agli ordini. Il suo reato? Essere un soldato vinto. Il torto del soldato è la sconfitta. La vittoria giustifica tutto. Dice lui.
Il criminale è tranquillo, non rinnega il suo passato, non lo vive in tutto il suo orrore. Ha eseguito gli ordini. Punto. Non così la pensa la figlia. Una figlia per la quale la colpa del padre è certa e senza appello. Un rapporto complicato, il loro, che sembra prendere un’ulteriore piega quando il padre scopre la kabbalà ebraica dove lettere e numeri si scambiano le parti e alludono a pronostici. Da quel momento il valore numerico delle lettere, le corrispondenze tra le varie parole diventano quasi un ossessione per il vecchio soldato che andrà convincendosi che tutto è già scritto in anticipo. La nascita dello stato d’Israele, la distruzione degli ebrei, la sconfitta nazista. Tutto è il risultato di parole e numeri. Comincia così un’assidua ricerca di corrispondenze tra fatti, numeri e parole finché non scoprirà che la parola fine ha lo stesso valore di vendetta e quando un apparente sconosciuto mormorerà la parola verità sentirà che il suo momento è giunto e che il suo tragico destino si starà per compiere. Destino, tragica fatalità oppure il peso delle colpe che giungono inaspettatamente a presentare il conto?A ogni lettore la propria risposta.

:: Un’ intervista con Alessia Gazzola – Un segreto non è per sempre

23 Maggio 2012

Grazie Alessia per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza come scrittrice e come medico.

Grazie a voi per l’invito. Identifico un punto di forza e uno di debolezza in particolare. Quello di forza è la capacità di mantenere il distacco e di non prendermi troppo sul serio. Quello di debolezza è, senza dubbio, un’insicurezza pervasiva che mi fa credere di non essere mai all’altezza della situazione.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Figlia unica, studi classici, una vita tranquilla in una città provinciale.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura?

E’ stata mia madre a iniziarmi alla lettura, da bambina mi raccontava i miti greci o i grandi classici della letteratura anziché le favole. Non appena ho avuto l’età per capire mi ha messo in mano un libro. Quanto alla scrittura, è cresciuta con me, ho sempre inventato storie. Era ed è il mio “hobby”.

Quanto è importante per una giovane scrittrice essere anche una lettrice?

Fondamentale: leggere è la prima vera scuola di scrittura. Impari dagli altri autori come si costruisce un plot, come si sfumano i personaggi. Per non parlare del fatto che attraverso la lettura identifichi il genere che prediligi ed entro il quale vuoi muoverti.

Come nascono i tuoi romanzi? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo. Scrivi una scaletta, immagini le scene come parti di una sceneggiatura visualizzandole mentalmente, lasci molto all’ improvvisazione non sapendo dove i personaggi porteranno la narrazione?

E’ un mix di tutto: ho l’idea vaga di cosa raccontare, da dove cominciare e dove approdare. Tutto quello che accade nel mezzo è improvvisazione, e in generale, trascrivo quello che immagino.

Hai esordito con L’allieva un romanzo decisamente insolito che unisce ad una trama gialla i toni frizzanti e spiritosi di una commedia romantica. Che ricordi hai del tuo debutto: quanto è stato difficile trovare un editore, cosa hai provato quando hai firmato il tuo primo contratto, quando sei stata alla prima presentazione?

Esordire è difficile: l’impegno psicologico può essere devastante. Trovare un editore non è stato difficile, perché mi sono rivolta a un’agenzia letteraria e lei si è occupata di trovare il contatto giusto. Tutto quello che ha accompagnato l’esordio è stato molto emozionante, mi sembrava di vivere una realtà parallela. Ma non è tutto rose e fiori: sono contenta di aver maturato un anno e mezzo di esperienza, che sembra poco ma è già un grande passo nella comprensione del mondo dell’editoria e dei suoi meccanismi.

E’ appena uscito Un segreto non è per sempre, sempre per Longanesi e sempre con Alessia Allevi protagonista. Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

Prima ancora che l’Allieva fosse pubblicato avevo già iniziato a scrivere Un segreto. Volevo esplorare l’aspetto oscuro della scrittura, la smania acritica, l’ambizione sfrenata di pubblicare, a qualunque costo.

Perché hai scelto come titolo Un segreto non è per sempre? Ci sono segreti nella tua vita?

Il titolo lo ha scelto l’editore, come pure L’allieva. Io li ho presentati entrambi senza titolo, non sono capace di trovarne uno adeguato.

Raccontaci i personaggi principali del libro.

Oltre ad Alice, la specializzanda maldestra e incauta che era protagonista dell’Allieva e oltre ai personaggi principali che popolano la sua vita, in questo romanzo c’è un fiorire di scrittori complicati e su tutti Konrad Azais, un vecchio, burbero e famoso autore ungherese, attorno alla cui interdizione e morte ruota tutta la storia. Il personaggio che preferisco è quello di Clara, la nipote quindicenne di Azais, una ragazzina un po’ emo, intelligente, acuta, cui sogno di dedicare un libro, un giorno.

Non è un medical thriller non è solo un romanzo sentimentale. Unisce ironia e umorismo ad una trama in cui la protagonista indaga tra libri e sale di autopsia per fare chiarezza su un suicidio molto sospetto. Come definiresti il tuo romanzo, in che genere lo collocheresti?

Commedia giallo-rosa.

Arthur e Claudio movimentano la vita sentimentale della protagonista. Come hai costruito questi personaggi? Quale dei due catturerà il cuore di Alice, le tue lettrici lo scopriranno leggendo il libro, tu personalmente quale personaggio dei due ti sei più divertita a creare?

Arthur è ispirato a un leggendario reporter polacco, Ryszard Kapuscinski, autore di libri che ho divorato anni fa, Ebano su tutti. E’ un ragazzo sradicato, idealista e inquieto. Anche un po’ egoista. Claudio invece è un tipo cinico, ambizioso e rampante. Personalmente mi piace moltissimo scrivere le scene in cui lui è protagonista: lo confesso, come personaggio è di gran lunga più divertente.

Parlami di Konrad, il famoso scrittore ungherese, personaggio cardine di tutta la storia, per il quale crei intere pagine di wikipedia. Si ispira ad uno scrittore realmente esistito?

Non a uno in particolare, ma in generale all’abisso, alla genialità e all’inquietudine degli autori slavi come Marai e la Kristoff.

La curiosità e una grande dolcezza e umanità sono le molle che spingono la protagonista ad indagare tra i libri questa volta. La letteratura è piena di libri che non esistono, è un’affascinante terreno di studio. Come è nato questo spunto narrativo?   

Non è nulla di nuovo, in fondo: l’idea di scrivere un piano diverso fatto di autori e libri inesistenti era già stata messa in pratica da autori ben più blasonati di me, cito la Byatt con Possessione, tanto per fare un esempio. Era un’idea che mi piaceva molto e ho pensato di attuarla a modo mio.

Che ruolo hanno le tue conoscenze mediche nella stesura del libro?

Fondamentale, perché il meccanismo della morte di Konrad non avrebbe potuto idearlo nessuno se non un medico.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

Non so se sia cinematografico, forse però è molto visivo. I diritti televisivi sono della Endemol e spero che il progetto vada in porto.

Citami i versi della tua poesia preferita.

Per fare una prateria ci vuole un trifoglio e un’ape

solo un trifoglio e un’ape

e il sogno.

Ma il sogno può bastare,

se le api sono poche.

Emily Dickinson

Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto con lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Il rapporto è molto stretto e lo considero indispensabile, perché mi da’ la carica e perché è il mio strumento di confronto, di feedback con quello che scrivo. Mi da la percezione della vita dei miei libri. I lettori possono entrare in contatto con me attraverso la mia pagina Facebook o scrivendo alla Casa Editrice Longanesi, o alla mail: alessiagazzola@alice.it

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Quale è la recensione o il commento di un tuo lettore che ti ha emozionato di più?

Sì le leggo sempre, sono troppo curiosa. Troppe mi hanno colpita per poterne estrapolare una in particolare. Forse, in generale, mi commuovono quelli che mi scrivono che Alice è come un’amica da incontrare dopo una brutta giornata e che è capace di dare subito il buon umore. E anche chi mi ha scritto che i miei libri danno serenità.

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?

Sì, che le avventure di Alice continuano. Entro l’anno ci sarà una sorpresa in libreria.

:: Recensione di Il bosco della morte di Susannne Staun (Newton&Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

7 Maggio 2012

Se amate il cruento, se vi piace il torbido, se siete curiosi di capire come avviene una autopsia, se volete scoprire cosa si nasconde nella mente del serial killer, se siete patiti di telefilm della serie “C.S.I”, “Dexter2, “Bones” e simili, rullo di tamburi… ecco il libro giusto per voi: Il bosco della morte di Susannne Staun, pubblicato in Italia dalla Newton Compton. Protagonista di questo thriller ambientato nella cittadina di Odense è Maria Krause, un’anatomopatologa di Copenhagen molto meticolosa e precisa nel proprio lavoro, qualità che le hanno fatto guadagnare nel tempo la stima dei colleghi di laboratorio.  Da subito la protagonista trascina il lettore nel pieno del suo lavoro, sezionando il corpo  Emilie, una giovane ragazza uccisa da un bruto assassino che le ha lasciato strani segni rossi sul collo. Tutto sembra procedere per il meglio, ma Maria tentenna perché in quel corpo straziato vede sua figlia Emilie. La domanda nasce spontanea: quindi anche Maria Krause non è così perfetta come sembra? Non proprio, perché il medico legale ha un carattere molto particolare, infatti è scontrosa, schiva e solitaria e nonostante il matrimonio, il marito è del tutto assente e perso nel mondo dei suoi libri. Come se non bastasse, la protagonista del Il bosco della morte nasconde un passato cupo e doloroso che emerge un po’ alla volta nella narrazione evidenziando la complessità caratteriale della donna. Nei primi anni Novanta la Krause è stata stuprata in un parco, ha scoperto di essere rimasta incinta e ha abortito, ma la sua mente molto provata dal trauma, l’ha portata a concepirsi una realtà immaginaria: una figlia di nome Emilie, che la accompagnerà fino alla traumatica autopsia di un’omonima. Una donna dall’animo composto da sentimenti contrastanti, che la portano ad ammette la sua passione per forme si svago fuori dal comune e ogni tanto Maria, giusto per provare l’ebbrezza dell’estremo, assolda degli stupratori a pagamento. C’è qualcuno che conosce il particolare hobby di Maria? Sì. Testimone di questa verità drammatica è Nkem, l’unica vera amica della protagonista e fidata collega di lavoro – è un chimico forense molto competente – che oltre ad aiutarla nelle indagini, le fa da sostegno fisico e morale. Il suo  supporto lavorativo sarà fondamentale per le indagini relative alla morte della diciannovenne Emilie e della   scia di sangue che colpirà la comunità danese. Susan Staun, non sarà molto conosciuta da tutti i lettori – io l’ho scoperta leggendo questo libro -, ma in Danimarca, suo Paese d’origine, è una tra le autrici viventi più famose, che ha raggiunto il successo grazie a romanzi polizieschi e si è pure guadagnata con Il bosco della morte il premio del miglior thriller dell’anno, assegnatole dalla  Danish Crime Academy. Quello che mi ha colpito di questo libro è l’accurata perfezione della descrizione riguardante le scene autoptiche, raccontate con una tale precisione che ho avuto la sensazione di trovarmi accanto a Maria intenta a svolgere il suo lavoro di medico legale. Il bosco della morte è il primo libro della Staun a essere pubblicato in Italia e da subito si capisce che la protagonista non è imbrigliata nel solito rigido stereotipo del medico legale gelido ed emotivamente tutto d’un pezzo, che si limita a fare il suo lavoro per ricevere il giusto compenso. Maria è umana, è una donna dal passato difficile, minata da un lesione del corpo e dell’animo che l’ha segnata per sempre e che continuerà a tormentarla. Questo profondo dolore non impedirà alla donna svolgere nel migliore dei modi la propria attività lavorativa raggiungendo la verità, e credo che sia proprio questa necessità di portare a galla il vero a conferire a Maria gli stimoli per trovare la giustizia. Allo stesso tempo Maria Krause deve affrontare il pregiudizio dei colleghi, le chiacchiere maligne, le avances dei datori di lavoro, le ripicche di rivali in amore tradite e pure il confronto diretto con l’assassino. Forse a qualcuno dei lettori la protagonista de Il bosco della morte potrà sembrare fuori di testa per come vive la sua vita, ma dal mio punto di vista Maria racchiude nella sua fragilità e, allo stesso tempo, forza vitale le paure, i dolori e le difficoltà di una donna indipendente e perspicace che la società contemporanea sembra non riuscire ad accettare.

:: Recensione de Ferro Sette di Francesco Troccoli – Curcio Editore 2012 a cura di Barbara de Carolis

6 Maggio 2012

“Le profondità del pianeta sopprimevano il normale rincorrersi fra il giorno e la notte, e le settimane passarono, travestite da giornate senza inizio né fine.
Il tempo a Ferro Sette prese a essere un concetto astratto e privo di senso, ombra evanescente di un privilegio accessibile ai soli fortunati che vivevano all’esterno.”

Ferro sette è un romanzo di fantascienza.
Ambientato in un futuro lontano, popolato dagli stessi esseri umani che nel tempo hanno appagato la loro sete di spazio attraverso la scoperta e la colonizzazione di nuovi mondi, il romanzo si sviluppa intorno alla figura di Tobruk Ramarren, un uomo nel quale alberga una natura forte, cinica, funzionale a un’esistenza da risoluto cacciatore di taglie.
In una società in cui la logica imperante è quella della produzione, chiunque costituisca un ostacolo in tal senso, deve essere fermato e Tobruk ha una missione: recarsi su Harris IV, un pianeta vulcanico, poco ospitale e stanare un gruppo di minatori ribelli guidati da una sua vecchia conoscenza, un compagno di ventura. Gli anni della milizia sono distanti eppure Tobruk si ritrova al cospetto dell’uomo il cui ricordo fraterno non lo ha mai abbandonato, riconoscendo nei suoi occhi il familiare spirito ardente, custode, ora, di una verità dimenticata e riposta in un angolo scuro della memoria degli uomini. Le rivelazioni sull’idea stessa di umanità e sul suo destino penetrano profondamente nella coscienza del protagonista e la miniera diviene il luogo nel quale intraprendere un viaggio che lo condurrà  a diversi livelli di consapevolezza fino a scoprirsi un uomo capace di ospitare un animo complesso, le cui ombre si alternano a continui sprazzi di luce dei quali non si era voluta percepire la presenza.
Il carattere dei personaggi viene svelato a poco a poco, espressione di quelle dinamiche umane a noi vicine e, in fondo, consuete, seppur collocate in un universo sconosciuto, quasi a voler trasmettere quel senso di continuità nel comportamento umano, che anche l’evoluzione e il progresso sembrano voler comunque  conservare.
Francesco Troccoli è al suo esordio letterario come romanziere.
La sua narrazione ricca di elementi provenienti da un mondo delle idee ben frequentato dà prova di una naturale propensione al genere fantastico, presentandosi agli occhi del lettore, come un valido interprete di quelle immagini che si muovono incessantemente nella fantasia dei tanti affezionati alla fantascienza, come solo uno scrittore appassionato è in grado di fare.
Difficile non cogliere l’abilità dell’autore nel saper tracciare in punti nevralgici della storia delle linee utili a un ulteriore sviluppo delle vicende di questo personaggio del quale, siamo certi, sentiremo ancora parlare.

L’autore, Francesco Troccoli, romano, traduttore e blogger, dopo aver navigato con successo le acque dei concorsi letterari italiani, si cimenta in questa opera prima, entrando meritatamente a far parte della schiera degli scrittori di fantascienza degni di questa definizione.

:: Recensione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio de Giovanni

5 Maggio 2012

«La fortuna non c’entra. È una questione di metodo. Si prepa­ra, semplicemente. Prepara tutto, passo per passo, momento per momento. Il metodo del coccodrillo: si apposta, osserva, aspetta. E quando la preda è a tiro, colpisce. Non può permettersi un erro­re, si muove solo quando è sicuro.»

Il metodo del coccodrillo, nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, edito da Mondadori, è un’opera che segna una svolta rispetto alla sua produzione precedente, e già questo è un atto di coraggio, piuttosto insolito, in un panorama letterario in cui quando si trova un filone di successo, e de Giovanni con il suo Ricciardi non si può dire che non abbia raccolto consensi sia di critica che di pubblico, lo si prosciuga fino al possibile. Un azzardo simile può essere accolto con perplessità, o peggio delusione, dai lettori innamorati del suo personaggio simbolo, o con entusiasmo come sembra stia accadendo con questo libro. Io devo confessare appartenevo agli scettici, amo così profondamente il suo Ricciardi, e la Napoli passata, che è riuscito a fare rivivere con sensibilità e calore, descrivendone suoni, colori, sapori, sensazioni, che quando ho saputo che il suo nuovo libro aveva un nuovo personaggio, e una nuova ambientazione temporale, un po’ ho sofferto. Ricciardi ormai, più che il protagonista di una serie di romanzi, è per me un amico che a cadenza fissa rallegra le mie giornate, per cui ero cosciente di affrontare una lettura impegnativa. Cercherò di non fare troppi paragoni, se no finirei lo so per parlare tutto il tempo di Ricciardi, perché se c’è una caratteristica che accomuna me lettrice a de Giovanni scrittore è che siamo appassionati, viviamo la lettura e la scrittura come degli innamorati e questo è il motivo per cui ci fa essere sulla stessa lunghezza d’onda, stessa percezione, che credo di condividere con la maggior parte dei suoi lettori. Il metodo del coccodrillo è un romanzo duro, realistico, ruvido per alcuni versi, un poliziesco sporcato di noir, in cui assassino e poliziotto che gli da la caccia sono fatti della stessa sostanza, sono due persone dolorosamente molto più simili di quanto ci si aspetterebbe da un poliziesco tradizionale. L’ispettore Giuseppe Lojacono detto Peppuccio, come lo chiama­vano la famiglia lontana e gli amici che non aveva più, da Montal­legro, provincia di Agrigento, è un uomo triste, ferito, privato della sua famiglia, della sua reputazione, del suo territorio. Catapultato, e imprigionato, dalla sua Sicilia a Napoli, commissariato San Gaetano, nel ventre molle di una città in peren­ne decomposizione. Evidentemente non c’era nulla di peggio, im­mediatamente disponibile. Da estraneo vive Napoli, metropoli contemporanea come tante, e il suo sguardo è lucido, imparziale, privo si sentimentalismi. Traffico. Sempre traffico. Lojacono si è abituato a pensare alla città come a un muro. La diffidenza, l’indifferenza, il rumore costante che copre le parole e che rende impossibili i sussurri. Il traffico, la folla silenziosa, gli sguardi di odio. Un muro. Un collaboratore di giustizia, un pentito, ha fatto il suo nome dicendo che dava informazioni alla mafia, e senza prove, senza processo, perché l’accusa non sta in piedi, ora si trova in esilio lontano dal lavoro investigativo ad occuparsi di denunce e a giocare a carte con il computer. Poi un giorno il caso lo pone sulla scena di un delitto: unico ispettore a raccogliere una chiamata. Un ragazzo, mezzo delinquente, viene assassinato con un colpo di pistola, una pistola non da killer, da dilettante, uno dei motivi per cui Lojacono è certo non si tratti di un delitto di camorra, come credono i suoi superiori. Un fazzoletto sporco di lacrime lasciato come firma, tanto basta a far battezzare dalla stampa l’assassino come: Il Coccodrillo, quando altri ragazzi verranno uccisi con le stesse modalità. Lojacono deve stare fuori dalle indagini, i suoi capi non hanno dubbi, ma il magistrato, la Dottoressa Laura Piras, di Cagliari, una trentina d’anni non ci sta, lei sente che quello strano poliziotto dagli cocchi allungati, come un cinese, ci vede chiaro, dove loro annaspano nel buio, e lo vuole nelle indagini.  «Questa storia è fantastica» disse, «in un periodo in cui, a par­te qualche morto di camorra nei soliti quartieri, non succede nien­te d’interessante, all’improvviso spunta un serial killer di ragazzi che lascia tanto di firma, e addirittura piange. Ci pensa, lei? Una cosa da premio giornalistico, una storia che promette di fare epo­ca. E la polizia… pardon, ma è la verità… la polizia che indaga ne­gli ambienti camorristici, mentre i camorristi cascano dalle nuvo­le. Troppo bella!» Lojacono sente che l’assassino è un’ ombra che si confonde in una città dove tutti si fanno i fatti propri, indifferente, fredda, priva di allegria, niente di più lontano dallo stereotipo, pizza, risate e mandolini. «Credimi, Savare’: in questa città è molto più facile di quello che pensi andare in giro senza che nessuno ti veda. E questo semmai ci aiuta. Dobbiamo cercare uno anonimo, un uomo comune da tut­ti i punti di vista.» Poi un’ intuizione, un sogno la veicola, ma questa volta niente fatto ricciardiano, più che altro l’intuito di un padre. Lojacono alzò gli occhi fissando il magistrato. «Io penso che ci sia una sola cosa peggiore della morte: perdere un figlio. Una pena da cui non ci si risolleva più.» Finale terribile. Parlavo di una svolta perché oltre alla deriva noir anche lo stile è nuovo, secco, sincopato, scarno, si accompagna ai personaggi, all’ambientazione, alla luce livida che de Giovanni vuole dargli. Piove, fa freddo, la luce è opaca, torbida. La voce dell’assassino nelle sue lettere testamento è l’unica fonte di calore. Da brividi.

:: Segnalazione di Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord, 2012)

4 Maggio 2012

Susana Fortes

IL CAMMINO DEL PENITENTE

titolo originale: La Huella del Hereje

pagine: 288 – prezzo: 16,50 euro

In libreria: 10 Maggio 2012

Una città, un libro, un destino:
Santiago de Compostela e Barcellona nel thriller e nel romanzo storico

Lois Castro è sconcertato. Lavora in polizia da molti, troppi anni, eppure non si è mai trovato di fronte a una scena simile: una ragazza giovanissima, nemmeno ventenne, barbaramente uccisa nella cattedrale di Santiago de Compostela. La vittima viene subito identificata come Patricia Palmer, studentessa di archeologia nonché appassionata attivista per la difesa dell’ambiente. In particolare, Patricia aveva partecipato a una manifestazione contro una grossa fabbrica della zona e la cosa le aveva procurato non pochi nemici. Ma perché assassinarla? E perché farlo in uno dei luoghi più sacri del mondo?
Laura Márquez è al colmo della gioia. Il direttore del giornale per cui collabora l’ha finalmente incaricata di occuparsi di un caso vero: la sparizione di un manoscritto dalla biblioteca dell’università di Santiago. Messi da parte i bollettini del traffico e i necrologi, Laura si getta a capofitto nel suo primo lavoro sul campo, anche perché ha la netta sensazione che, dietro quel furto, si nasconda una storia ben più interessante: quella stessa mattina, infatti, l’arcivescovo ha diramato un appello per esortare il ladro a restituire l’antichissimo testo. E, poco dopo, i sospetti di Laura trovano una drammatica conferma: l’ultima persona ad aver consultato quelle carte è stata Patricia Palmer, la ragazza uccisa nella cattedrale…

Susana Fortes è nata a Pontevedra. Si è laureata in Storia e Geografia presso l’università di Santiago de Compostela e in Storia americana all’università di Barcellona. Tiene conferenze in Spagna e negli Stati Uniti e collabora con riviste e quotidiani, tra i quali La Voz de Galicia ed El País. Si è affermata sulla scena internazionale con Quattrocento (Nord, 2008) e le sue opere hanno vinto numerosi premi letterari, in Spagna e all’estero, tra cui il Premio de Novela Fernando Lara. Attualmente vive a Valencia.

:: Recensione di Un segreto non è per sempre di Alessia Gazzola (Longanesi, 2012)

4 Maggio 2012

Seguito de L’Allieva, romanzo d’esordio di Alessia Gazzola pubblicato con notevole successo da Longanesi nel 2011, Un segreto non è per sempre segna il ritorno di Alice Allevi, un curioso miscuglio tra Temperance Brennan, più la Bones televisiva che il personaggio originale della Reichs e la svampita, bislacca e sentimentalmente disastrata Bridget Jones. Innanzitutto è bene precisare che non si tratta di un medical-thriller e tanto meno di un noir, fraintendimento forse anche indotto dal battage pubblicitario del precedente romanzo. Il mondo di Alice Allevi è un universo solare e luminoso in cui si respira un’ atmosfera naif molto più simile a quella che si respira ne Il favoloso mondo di Amélie che in quelle di un giallo tradizionale. I toni sono quelli della commedia brillante, l’umorismo è lieve e delicato mai volgare, lo stile è leggero, frizzante, brioso. La comicità disarmante della protagonista, frivola, goffa, teneramente innamorata cattura la simpatia del lettore nella misura in cui si è disposti a giocare e a passare ore di lettura spensierate. Niente forti emozioni, niente sesso, sangue e violenza per intenderci, se cercate un thriller medico è meglio che vi orientate su autori più ortodossi come Kathy Reich, Tess Gerritsen, o Patricia Cornwell, la Gazzola ha scritto un libro con il chiaro intento di divertire non di spaventare o shockare, la patina gialla, l’indagine, il delitto, perché qualcuno che muore in circostanze misteriose c’è, hanno una funzione marginale, accessoria. La vita sentimentale della protagonista ha un ruolo importante e non trascurabile anche credibile nella caratterizzazione di una ragazza della sua età insicura, romantica e idealista. La parte investigativa è sicuramente originale, scoprire indizi preziosi raccogliendoli dai libri immaginari di Konrad Azais farà la gioia degli appassionati di pseudobiblia. La parte tecnica- medica è accurata e il fatto che la Gazzola sia un medico dà sicuramente autorevolezza ad ogni riferimento. La continua elencazione di marche di profumi, Claudio usa solo Déclaration di Cartier, borse, accessori, prodotti alimentari dal pollo Amadori alla gomma da masticare Brooklyn, titoli di programmi televisivi, personaggi famosi, ha un chiaro intento comico anche se devo ammettere che un uso più moderato dell’espediente sarebbe stato più efficace. Non lessi L’Allieva scoraggiata da alcune recensioni che mi avevano presentato il romanzo troppo rosa per i miei gusti, poi la curiosità e la simpatia dell’autrice mi hanno convinto a leggere questo suo nuovo romanzo e devo dire che mi sono divertita, ho sorriso spesso, con leggerezza, semplicità. Il candore di Alice, il suo mondo pulito, mi hanno fatto tenerezza. Il finale, pur conclusivo, apre la strada ad una continuazione e sarà interessante vedere come evolverà il personaggio, e se l’autrice deciderà di mantenere il registro umoristico o lo lascerà in favore di componenti più decisamente drammatiche e gialle. Un medical thriller con ambientazione italiana, e una punta di cattiveria in più, scritto al femminile non mi dispiacerebbe. 

:: Recensione di L’ora decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

3 Maggio 2012

Duro, durissimo, senza pietà. Jack Reacher torna in una nuova avventura, fedele alla formula che gli ha portato fortuna negli anni. In viaggio, sempre senza bagaglio, una meta abbozzata, si ritrova in una situazione di emergenza, coinvolto in un complicato meccanismo che lo schiera in prima linea contro il crimine. E lui, che vorrebbe star fuori dalla lotta, finisce per trasformare in personale ogni battaglia. Forse il segreto del personaggio sta tutto in un frammento di film che Susan Turner, che lo ha sostituito nell’esercito e intreccia con lui una bizzarra ma coinvolgente relazione a distanza, ritrova nelle sue valutazioni. Una reazione di un bambino di sei anni che, mentre gli altri mostrano paura, impugna un serramanico e si prepara ad affrontare un mostro. Non importa che sia di celluloide. È il tratto psicologico di Reacher a stupire. Reagire, combattere, non accettare soprusi. Sempre più eroe western in un’epoca sbagliata. Ma forse Reacher è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. O quello giusto nel posto giusto. Questa volta in una tormenta con solo 61 ore per sventare il piano di un narcotrafficante che ha portato alla luce un segreto vicino a una prigione. Ci sono poliziotti, testimoni, biker, gente comune, gangster messicani e russi. Solo contro tutti, Reacher corre verso il traguardo. Ci arriverà? L’ho conosciuto nel 2006, Lee Child. Molto british, taciturno come il suo eroe. Capace di creare vicende complesse coinvolgenti, ricche di azione ma anche di suspense e umanità. Uno di quei personaggi che compro il giorno stesso in cui li vedo in libreria e me li leggo d’un fiato. Per divertirmi e imparare. Solo, mi rimane  sempre il dubbio che accorciati di una cinquantina di pagine i romanzi di Child potrebbero essere anche più belli, più adrenalinici. Ma se proprio un difetto lo vogliamo trovare. Avercene, cari maestri del thriller italiano…

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro del recensore.

:: Recensione di Wunderkind di G.L. D’Andrea (Mondadori, 2009) a cura di Gianrico Gambino

3 Maggio 2012

Quando tre anni fa venne presentata la trilogia del Wunderkind ero scettico. Non so nemmeno bene io dire oggi per quale motivo. Non mi attirava: scrittore ignoto, titolo “tetesko”, insomma per leggere un libro deve crearsi un’alchimia qualcosa nel volume che stuzzichi la curiosità del potenziale lettore. C’è poco da fare. Ci sono libri che amo che ho atteso anni prima di leggere. Con Wunderkind, per gli amici W, non andò così.
Non attesi troppo.Tuttavia da subito questa trilogia dovette scontrarsi con inattesi contrattempi. Conobbi l’autore attraverso una comune amica, una tizia che scrive di ragazze drago e cosaccie del genere, lo conobbi su Facebook, ad oggi non ci siamo mai visti di persona sebbene si chiacchieri spesso del più e del meno, spesso arrabbiandoci. Dicevo dei primi problemi. Mi ricordo ancora quando andai a cercare alla Feltrinellona di Torino come la si chiama di solito il primo dei tre volumi. Sapevo che era un fantasy e così mi misi a cercarlo tra i volumi del settore in questione senza esito. Mi dissi allora: “Siccome è un po’ forte lo troverò tra gli horror”, buco nell’acqua. Dopo un venti minuti nuovi di vana ricerca chiedo alla commessa che con mia somma sorpresa mi indirizza tra i libri per bambini. Insomma trovo W tra i testi per dodicenni. Mio figlio HA dodici anni e MAI gli farei leggere adesso un libro di questo genere. I motivi sono molti: in primis non ha l’età per comprenderlo, secondariamente non è un libro per bambini scene decisamente non adatte a loro. Chiedo all’autore che messo da molta gente in più città a conoscenza di questa situazione mi rivela la sua frustrazione di fronte a questa categorizzazione assurda e assolutamente sbagliata fatta dall’editore.
La trilogia, un breve riassunto, mi perdoni G.L.
Tralasciamo per un attimo questo primo disguido. G.L. D’Andrea è persona chiara, netta, a volte persino fastidiosa per quanto sa essere diretto. Lo stimo per questo. Nella sua chiarezza disse che questa sarebbe stata la prima e l’ultima trilogia di cui si sarebbe occupato. Ciononostante trilogia era e ce la dovevamo sorbire come tale con i relativi lunghi tempi di attesa tra un volume e l’altro e la conseguente perdita di tutta una serie di dettagli. Ecco perché i libri a puntate secondo me sono deleteri.
Di chi e di cosa parla il Wunderkind. Banalmente, se questo termine può essere usato con tanta leggerezza, parla del destino del mondo, parla dell’aspetto magico della vita e del prezzo che impone agli uomini. La magia ha un prezzo. C’è un quartiere a Parigi che non si vede (in questo dissi a G.L. che era stato potteriano, come potteriana, ma solo nel primo libro è la figura di Caius Strauss il protagonista), i tratta del Dent de Nuit, qui vivono i cambiavalute e tutto un popolo decisamente strano. Ci sono mostri i cagoulard (nella mia mente li ho assimilati a una sorta di orco, sebbene credo l’autore li abbia pensati diversi). Ci sono creature incredibili come le Rarefatte. C’è la magia dicevo e i cambiavalute sono i maghi, ma ogniqualvolta il mago esegue una magia deve pagare un prezzo: un ricordo lo abbandona per sempre.
Qui vive Caius che viene avvicinato da un losco figuro Herr Spiegelmann del quale ci verrà narrata la storia nel secondo libro in uno dei capitoli più incredibili che io abbia mai letto in cui si viene proiettati all’inferno senza scomodare per questo i danteschi cerbero e soci. È evidente da subito che la vita di Caius sta per essere ribaltata e infatti nel breve volgere di alcuni capitoli il ragazzo viene a trovarsi avvolto da un turbine di eventi violenti magici inspiegabili e terrorizzanti, vede morire la madre e viene salvato da un gruppo di persone che per lui si battono per salvarlo da Spiegelman.
Cosa vuole costui? Dovrete arrivare alla fine, io posso solo dirvi che siete davanti ad uno dei cattivi più pervicaci e insistenti che io abbia mai trovato in giro. Certo, come tutti i cattivi ha dei limiti che lo portano oltre il limite dell’umano, della carne. Parola cruciale. Carne, specie nel terzo volume.
Il gruppo che salva Caius è guidato dal Barbuto un Apriporta. Come? Che porta? EH, ma se racconto tutto… va beh. Porte su altri mondi, porte sul Mare d’Hidirac al di là del quale vi è la terra in cui vivono i ricordi perduti dai cambiavalute e non altre, molte altre terre, con esseri di ogni genere.
Vi è tra i personaggi più importanti che Caius incontra un cagoulard schiavo di Spiegelmann, cui lui ridà il nome e con esso la libertà. Sì, Spiegelmann toglie i nomi ai suoi schiavi e senza di essi costoro possono solo dimenticare chi siano e diventare servi. L’amicizia tra i due fa capire chiaramente che molti limiti possono essere eliminati, che molte barriere si abbattono con una semplicità che a volte sembra impensabile e Bellis restituirà questa libertà conquistata cercando in tutti i modi di aiutare il suo amico.
La figura del cattivo va affinandosi molto nello sviluppo della storia, dapprima appare come il classico cattivo, quello che è tutto crudeltà, malvagità e bramosia di potere. In realtà egli ha un piano ben preciso, usare Caius, il Wunderkind. Un bambino che non dovrebbe essere, ma che invece è stato lasciato in vita. Nel secondo libro il protagonista scopre quanto sia complesso il mondo, si scontra con realtà che non credeva possibili e proprio in una di queste scopre al contempo l’amore e la morte. Ed è a quel punto che sparisce nel Mare.
Il Regno che verrà
È lo scontro finale in cui tutti i protagonisti e i comprimari debbono affrontare il nodo cruciale della vicenda che per ognuno di loro ha risvolti e implicazioni diverse, c’è chi muore chi prende il suo posto, chi perde e chi vince.
Ma principalmente viene mostrata la cosmologia del W. Vediamo com’è fatto l’universo, L’Albero con al suo centro il Dent de Nuit e sulle radici i Ceterastradivari, suoi custodi, il cui esprimersi orrendo per i più è compreso e può essere guidato solo da un essere. Wunderkind. E i Ceterastradivari mangiano ricordi rendendo così possibile la Permuta e al contempo mantenendo sano e in vita l’Albero. Ma questo sta morendo. Qualcosa in questo meccanismo che rende ciò che esiste stabile s’è rotto. C’è necessità di una nuova Permuta.
Si scoprono parecchie interessanti vicende che precedettero l’avvento di Caius, cioè che prima di lui il Rana era un Wunderkind o qualcosa di simile e che aveva modificato lui stesso la prima Permuta che invece che ricordi richiedeva sangue. Adesso Spiegelman vuole cambiare ancora la Permuta e ha perfettamente in mente la soluzione perfetta. Si debbono usare le Speranze.
Non rivelerò il finale sebbene debbo dire che in questo G.L. è stato un realista, mettendo in luce le debolezze di chi è chiamato a svolgere un ruolo forse troppo elevato per la sua scarsa esperienza, e la pervicacia, quasi il furore famelico, con il quale il suo antagonista persegue il suo obiettivo sfidando la morte stessa, parlando con i Ceterastradivari.
Come ho vissuto questi libri
Non vi è un modo letterario per dirlo, ma la sola immagine che possa spiegare è quella di un trittico pittorico. L’enorme merito di G.L. d’Andrea a mio parere è proprio quello di fare immergere il lettore in immagini talmente forti da lasciare spesso senza fiato. Ho spesso visto tinte rosso fuoco, arancioni caldi misti a nero. Ho letto questo quadro. Ne ho sentito la musica a volte speranzosa a volte tragica, a volte suadente (Ceterastradivari a me ricorda gli archi, non so a voi).
La visione dell’autore è una visione allargata del concetto stesso di scrittura, in essa si fondono oltre alle parole, le immagini e i suoni o i silenzi.
Siamo davanti a un affresco. A una serie di flash visivi. Il risultato generale è davvero potente. Scrissero questo aggettivo mi pare sulla quarta di cover del primo volume suscitando nei soliti noti alcune ire in quanto tale potenza non venne ravvisata. Ognuno è libero di vederla a modo suo per carità, ma se vi immergete in questo romanzo vi accorgerete della sua forza.
Alcune note sulla storia editoriale del W
Alle grandi attese del primo volume sono seguite una serie di traversie ben più gravi e ingiustificabili che hanno creato non pochi problemi. Faccio qui una breve premessa perché è la prima volta che scrivo qui una recensione. Per lavoro mi occupo di informatica, più specificamente mi occupo di editoria digitale nelle sue più svariate forme e sviluppi. Essendo il classico fanatico ho vari lettori di libri digitali, dal Kindle all’iPad. Da quando liuto per me il libro di carta viene preso in considerazione solo nel caso in cui non ne esista la versione digitale.
Non mi sono pertanto stracciato le vesti quando ho saputo che il W3 sarebbe uscito solo in versione e pub, cioè digitale, tuttavia mi sono posto la domanda, perché? Ufficialmente la versione di Mondadori è che i due precedenti avevano venduto troppo poco per giustificare l’uscita del terzo volume in cartaceo. Così con l’astuzia che contraddistingue certa editoria italica, hanno deciso che era meglio uscire col solo digitale (quindi destinato allo 0,2% dei consumatori). Geniali.
Molto probabilmente dietro la vicenda vi è stata una pressione editoriale per far sì che il volume arrivasse a un mercato cui non era stato destinato. Un autore scrive un libro perché è una necessità per lui identica alla respirazione. Che un editore forzi un libro volendolo correggere per arrivare a prendere un mercato cui quel libro non è rivolto, è un fatto che lascia sbigottiti. Probabilmente fa parte del novero delle cose reali, ma non per questo sono giuste. In più se un autore usa il suo cervello anche davanti a mostri sacri come Mondadori, scatta immediata una sorta di ostracismo.
In tale visione il digitale è visto come una sorta di camera di punizione, invece che una enorme opportunità, fatto che denota l’assoluta mancanza di preparazione degli editori su un tema che ormai non è più eludibile e che sta erodendo a poco a poco ma inesorabilmente lo spazio della carta stampata.
Su questa vicenda vi rimando al solito bell’articolo di Lara Manni altra notevole scrittrice dotata di una sagacia che in pochi ho visto.