Archive for Maggio 2012

:: Recensione di Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito

31 Maggio 2012

Io mi trovo bene a Parigi, in questa Parigi un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica, e per ora tutto questo mi basta. La lotta no, non mi interessa più.

Un’ educazione parigina (O qualcosa del genere) di Roberto Saporito è un romanzo breve un po’ speciale.
Non ha copertina, non ha editore, per lo meno non ancora, come entità editoriale “libro”non esiste, i lettori non possono recarsi in libreria e trovarlo sugli scaffali. Tuttavia l’autore mi ha proposto di recensirlo dicendomi: “E’ solo un’idea [un po’ “postmoderna-situazionista”, se vogliamo], ma magari è una buona idea, anche solo per smuovere questo “fangoso” mondo editoriale, per fare qualcosa che [forse] nessuno ha mai fatto: leggere la recensione di un romanzo che ancora non è stato pubblicato.
Vi chiederete voi che senso abbia recensire un libro che non c’è, che i lettori non potranno leggere, come se le recensioni fossero unicamente spot pubblicitari finalizzati alla vendita e non magari un discorso culturale più ampio e un pelino più nobile, una forma d’arte come dice Saporito. Certo c’è sempre il rischio di commettere non un crimine ma un gioco speculativo un po’ da intellettuali decadenti e bohemienne, gli sfavorevoli diranno sterile, perché non ancorato a sagge e avvedute manovre di marketing, ma chi l’ha detto che nella vita non si possa trasgredire ogni tanto le regole del buon senso e inoltrarsi in un terreno sconosciuto e non privo di bellezza che a me ricorda tanto gli orologi liquefatti di Salvador Dalì.
E così eccomi qua a parlare di un romanzo che ha un che di mitologico come l’unicorno, o il drago alato delle favole medioevali. Da critico letterario in erba, e recensore per passione, la sfida non potrebbe essere più stimolante.
Un’ educazione parigina è un romanzo multi sensoriale: è provvisto infatti di una colonna sonora, che se aveste a disposizione il testo trovereste a pagina 6, che va dagli Strokes, ai Kasabian alla Yellow Magic Orchestra, e di una lista di consigli di lettura a pagina 7, piuttosto composita, trovereste infatti libri di autori come Patrick Modiano, alternati ad altri di Ken Bruen o Christian Gailly, senza privarci di classici come La versione di Barney di Mordechai Richler o Bonjour tristesse di Françoise Sagan.
Saporito si sa è uno scrittore colto e raffinato, portatore sano di una sensibilità a volte ingombrante ma mai presuntuosa e forse fuori moda. Legge di tutto, con una predilezione per la letteratura americana contemporanea, della quale oltre che estimatore è proprio un fine cultore. Non a caso Luigi Bernardi aveva scelto personalmente questo libro per la pubblicazione, poi la crisi, la dannata crisi che ci impantana, ha compromesso tutto e ha spinto l’autore a cercare un nuovo editore.
Prima di iniziare la lettura del romanzo vi trovereste a leggere una breve nota dell’autore, una specie di mappa che vi guiderà nella lettura, simile ad un faro che nelle notti di burrasca indica gli scogli ai naviganti e la giusta rotta. Il discorso sembra complesso, ma in realtà non lo è, anzi è affascinante. L’autore si è così innamorato di tre personaggi dei sui libri precedenti che ha deciso di farli rivivere ancora in questo libro come tre io narranti senza nome. Le storie di questi tre io narranti, ambientate in massima parte a Parigi, si rincorrono di capitolo in capitolo e ogni capitolo ha un io narrante senza nome differente come protagonista: “primo io”, “secondo io” e “terzo io”.
Come sottofondo il rumore del traffico di Parigi, lo sciabordare della Senna e queste tre vite che si intrecciano, si sfiorano, respirano in un canone a tre voci virtuosisticamente stilizzato. Tracce distintive riportano ai personaggi dei libri precedenti, fuggevoli ma inconfondibili; come non pensare alla bicicletta con cui il protagonista di Carenze di futuro vuole raggiungere Parigi, e la vita fluisce, tanti fotogrammi che si susseguono verso un finale che non c’è. Come la sceneggiatura di un film francese della Nouvelle Vague, uno di quei collage esistenziali recitati pianissimo, tra voci che si rincorrono, tra il rumore cacofonico delle tazzine e i cucchiaini che tintinnano in un bar.
La scrittura di Saporito affascina, come sempre anche quando parla di cose minime, in un minimalismo suo proprio che ne fa la cifra distintiva della sua scrittura. Riflesso di quanto la psicologia dell’uomo moderno sia frammentata, quasi che i tre “io” siano i volti di un medesimo personaggio, quasi da teatro dell’assurdo. Il titolo farebbe pensare ad un romanzo di formazione, ma a dire il vero i personaggi sono già formati, maturi; si limitano a vivere, a domandarsi cose, a vagare per la città fatta di zone degradate, cimiteri storici, caffè all’aperto, librerie, mercatini da strada e tetti, i magnifici tetti di Parigi. Il resto è silenzio.

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

31 Maggio 2012

Bentornato Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista.  Mi piacerebbe parlare in questa intervista principalmente del tuo nuovo libro Il metodo del coccodrillo, con cui hai esordito in Mondadori. Come sei stato accolto in questa grande casa editrice? Che cambiamenti hai notato? Ti senti più libero o più vincolato rispetto a prima, non solo artisticamente ma anche proprio nell’organizzare presentazioni, concedere interviste?

R. Grazie a te dell’attenzione, sai che seguo il tuo blog con grande piacere, fai un bellissimo lavoro. Per rispondere alla domanda, non è tanto la casa editrice, che peraltro supporta con professionalità e bravura l’attività di promozione, quanto il successo del libro a riempire piacevolmente la mia agenda. Il metodo del Coccodrillo è partito molto forte, al di là delle più rosee previsioni, affermandosi in classifica e attirando l’attenzione della stampa, dei festival e delle librerie.

I tuoi lettori hanno accolto questo libro con molto calore. E’ stato quasi un azzardo, un rischio lasciare un personaggio molto amato come Ricciardi per nuovi personaggi. Ti aspettavi tanto successo?

R. Sì, è stato un azzardo. A volte ci penso con un brivido, ho corso davvero un rischio: Ricciardi è comodo, ha una base consolidata di lettori affezionati e tutto avrebbe consigliato di continuare per la strada tracciata ancora un po’. Ma quando hai una storia dentro, questa comincia a mettere radici, rami e foglie e allora devi lasciarla uscire. Certo che tutto questo successo è stato una bellissima sorpresa, prima per me e poi per gli altri.

C’è una svolta nel tuo stile, nella tua costruzione della trama rispetto alla serie di Ricciardi. Sei meno romantico, sentimentale. Quali scrittori, quali letture pensi abbiano influenzato la stesura di questo libro?

R. E’ diversa l’epoca, è diversa la città. La Napoli di Ricciardi è evocativa, misera ma dignitosa; il linguaggio è improntato alla tenerezza per un tempo lontano, per una scala dei valori condivisa che non esiste più. La città che racconto oggi è una qualsiasi metropoli occidentale, che viaggia a mille all’ora e che ha un unico intento: quello di non essere coinvolta nei problemi altrui. Scrittori contemporanei come Ruggero Cappuccio raccontano questa città, e li leggo con il piacere che si riserva a una grande scrittura e con l’accorato timore per il nostro futuro.

Il metodo del coccodrillo è un noir contemporaneo, un poliziesco metropolitano molto all’americana, molto alla Ed McBain. Niente più anni 30, niente più schegge di sovrannaturale. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

R. Ti ringrazio per l’accostamento che mi onora enormemente, sai che McBain è il mio inarrivabile modello e i tratti somatici di Lojacono, orientali, sono un sentito omaggio al suo Carella dell’87° distretto. Volevo camminare narrativamente per la mia città, almeno un po’. Nei racconti non hai il respiro sufficiente per guardarti attorno, hai bisogno di un romanzo per respirare l’aria che tira, per capire tante cose. E volevo un faccia a faccia tra due solitudini, una immersa nel male e una nel ricordo dell’amore

Parlami del protagonista lispettore Giuseppe Lojacono, un siciliano in esilio a Napoli, una città che sente estranea, inospitale, fredda. In che misura i luoghi influenzano questo personaggio o è vero il contrario?

R. I collaboratori di giustizia, lo sappiamo, determinano i destini delle persone. Spesso non necessitano di riscontri per gettare addosso a uomini e donne che magari sono innocenti l’infamia di un delitto o di una connivenza con la criminalità che a volte si scopre inesistente anche dopo anni. Lojacono ha perso per questo motivo tutto quello che aveva: famiglia, amici, lavoro. Perfino la sua città. Si ritrova proiettato in una realtà fredda, oscura e diffidente, di cui non capisce a fondo le dinamiche e nemmeno vuole coinvolgersi più di tanto con i pochi che gli danno confidenza. In questo modo riesce però a guardare con obiettività alle cose che gli succedono attorno e quindi a intuire le vere mozioni del Coccodrillo. Il legame col luogo è diverso ma strettissimo, alla fine è Lojacono a indicare le regole del gioco ai suoi colleghi.

Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole, evidenziandone i passaggi salienti, per incuriosire un lettore che passasse di qua e non l’avesse ancora letto?

R. Domanda difficile. E’ una storia che parla d’amore, il più terribile e il principale movente di ogni delitto; di solitudini, di disperazione; ma anche di un piccolo spiraglio di umanità, e dell’immenso legame tra padri e figli.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

R. Inizialmente volevo un faccia a faccia serrato tra Lojacono e il Coccodrillo, un assassino freddo e determinato che sta portando a termine un disegno all’ombra del muro che costituisce una città chiusa e indifferente. Poi sono venuti fuori tutti gli altri personaggi, donne, ragazzi, perfino una bambina di sette mesi, e hanno chiesto voce e presenza. Io non ho fatto altro che aprire la porta, e loro sono entrati nel romanzo, ognuno al suo posto.

Ci sono due donne legate al protagonista una più materna, sensuale, accogliente e una più indipendente, determinata, aggressiva. Due volti quasi opposti della femminilità. In che misura questi due personaggi femminili si accostano al protagonista?

R. Ogni persona, donna o uomo, ha due lati della propria personalità che hanno diverse esigenze. Diciamo di desiderare la tranquillità, la serenità di un rapporto consolidato che faccia da porto sicuro, e poi restiamo affascinati dall’imprevisto, dall’incomprensibile, dal mistero. Ricciardi e Lojacono non sono diversi da chiunque altro, ed essendo per motivi opposti portatori di mistero affascinano le donne che incontrano. E’ una dinamica normale della vita, nulla di strano che la inserisca con naturalezza nei miei romanzi.

Quale è o sono le tue scene preferite in Il metodo del coccodrillo?

R. Credo che la parte finale, una sequenza che ho cercato di rendere serrata e senza fiato, sia riuscita abbastanza bene. Anche le lettere che scrive il Coccodrillo, che sono il modo in cui gli do voce, danno l’idea della sua personalità e mi hanno soddisfatto.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

R. Il più difficile è stato senz’altro il Coccodrillo. Doverne descrivere le mozioni e i comportamenti senza poter contare sul dialogo e sull’interazione con gli altri personaggi è stata una prova di una certa problematicità, spero di essere riuscito. Il più facile, all’inverso, proprio Lojacono: immedesimarsi nella sua condizione, ritrovare i colori della sua solitudine e della sofferenza di padre è stato semplice.

Il metodo del coccodrillo è in un certo senso un romanzo che ha un protagonista nascosto. La solitudine dei personaggi è cupa, li intrappola, li schiaccia. Sia Lojacono che il suo antagonista, il coccodrillo, molto più simili di quanto si pensi, soffrono entrambi di questa malattia dell’anima. Come hai reso un “sentimento” così evanescente come la solitudine?

R. Al solito la tua sensibilità di lettrice ha individuato il principale elemento dell’atmosfera del romanzo. La solitudine è il mood principale, il rumore di fondo che ho voluto sottendere a tutta la narrazione. L’ho immaginata come un retrogusto, una colonna sonora e senza mai discuterne direttamente l’ho poi ritrovata in ogni pagina. E’ la peste contemporanea, la grande malattia della società moderna.

Il coccodrillo persegue una vendetta. La sofferenza l’ha chiuso in una lucida follia dandogli quasi le stigmate del giustiziere, anche se non è giustizia quella che persegue. Da genitore, senza svelarci troppo, quanto ti è costato elaborare questo processo di progettazione del crimine?

R. Il motivo della sofferenza per i figli è un filo conduttore della mia scrittura, tu sai per aver letto quanto sia stato difficile scrivere Il giorno dei morti, il quarto romanzo di Ricciardi. Mi basta immaginare, immedesimarmi in quel dolore per comporre la follia che pervade una mente normale, e seguirla nella sua innaturale evoluzione. Come un tumore. Ti rispondo: mi è costato, sì. Mi è costato moltissimo.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: Enrico Pandiani, Carlo Lucarelli, Garcia Marquez, Alessandro Bastasi, Diana Lama, Marco Vichi, Ed McBain, Stephen King, Cormac McCarty, Philip Roth.

R. Questa è perfidia pura! Peraltro citi autori che mi piacciono da morire, quindi prendo il dizionario dei sinonimi… A parte gli scherzi, Enrico è fantastico; Carlo è un Maestro, Garcia Marquez inarrivabile, Alessandro in costante, splendida crescita, Diana effervescente e ironica, Marco va approfondendo le sue interessantissime tematiche, King è unico, McCarty un caposcuola e Roth impressionante. McBain, be’, lui e in cima a tutti per me. 

Il metodo del coccodrillo nasce come romanzo unico. Ci sarà un seguito?

R. C’è una cosa da dire, sulla serialità. Tu non decidi prima di voler fare una serie, non pianifichi, non allestisci. Semplicemente non scrivi una favola, non chiudi con un “… e vissero per sempre felici e contenti”. La vita continua sempre, e i personaggi che non muoiono hanno sempre la faccia rivolta al futuro. Il metodo del Coccodrillo è un romanzo singolo, ma le figure dei protagonisti e l’affetto dei lettori hanno creato un grande interesse dei maggiori editori a un seguito. Io stesso mi sono affezionato, e sono curioso di vedere cosa può succedere a Lojacono e agli altri, e avrei anche un’idea sulla prosecuzione della vicenda che li riguarda. Staremo a vedere.

Per i fan di Ricciardi è iniziato il ciclo delle festività. La prossima sarà la Pasqua?

R. Sì, il prossimo romanzo di Ricciardi che uscirà probabilmente in autunno si svolgerà tra il 20 e il 27 marzo del 1932, il giorno di Pasqua appunto. La storia è molto intrigante, non vedo l’ora di cominciare a scriverla (lo sai che scrivo durante le ferie estive).

Infine per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: che progetti hai attualmente in corso, teatrali, letterari, cinematografici?

R. Stiamo lavorando a un’idea innovativa cinematografica che riguarda Il metodo del Coccodrillo, una cosa che in Italia non è ancora stata realizzata sul modello di Sin City, per intenderci. Poi spero che verrà messo in scena Gli altri, un mio testo teatrale al quale tengo davvero tanto. Poi come sempre c’è Ricciardi che incombe… Ci sarà da divertirsi, insomma. Nel frattempo lasciati abbracciare, e con te i lettori del tuo splendido blog. 

:: Un’ intervista a Eleonora Mazzoni a cura di Elena Romanello

30 Maggio 2012

Tra le novità della casa editrice Einaudi spicca Le difettose, romanzo ironico e toccante di Eleonora Mazzoni, già attrice di teatro e di fiction televisive, che approda alla letteratura raccontando l’odissea di Carla, docente universitaria quarantenne, che fa i conti con un desiderio e una ricerca di maternità difficile se non impossibile. Un libro che racconta, senza drammi ma senza nascondere la verità, la ricerca di un figlio in un Paese come l’Italia, dove si è penalizzate da una legge oppressiva, parlando a chi vuole essere mamma ma in definitiva parlando della vita e delle sue scelte a tutti.

Come è nata l’idea de Le difettose?

E’ nata dopo qualche anno che frequentavo i reparti di procreazione assistita. Mi sembrava di avere aperto la porta su un mondo incredibile ma sconosciuto, gremito, variegato, ricco di storie, un mondo che ho avuto voglia di raccontare. In più intuivo che questa materia mi avrebbe dato la possibilità, in modo più sotterraneo, di raccontare anche altro: il momento misterioso e complesso che sono il concepimento e la nascita; il rapporto tra i nostri desideri e la loro realizzazione, fino a che punto li seguiamo, quando li abbandoniamo; il sentimento del tempo che passa; i legami tra madri e figlie.

Perché e come si passa dal lavorare nello spettacolo alla scrittura?

All’inizio avrei voluto fare un documentario o un film, ma tra il momento in cui hai l’idea e quello in cui cominci l’opera, nel mondo del cinema, possono passare tanti anni. Perchè è un’arte collettiva e soprattutto costosa, mentre la letteratura è solitaria ed economica. Dopo il liceo classico e la laurea in Lettere, periodi ricchi di poesie e di un romanzo mai finito, pur avendo fatto solo il mestiere dell’attrice, non avevo mai smesso di scrivere: appunti, scene, soggetti, racconti. Mi è sembrato di tornare a casa. Credo che recitare e scrivere siano due strumenti più simili di quello che si può immaginare. Per recitare devi metterti in contatto con una parte molto profonda di te, lavori sulla psicologia dei personaggi, sui dialoghi, sul ritmo, sui sottotesti. Esattamente come quando scrivi.

Il tuo libro parla di un grave problema sociale italiano (per non  definirlo con qualche epiteto) la legge sulla procreazione assistita: qual è il tuo pensiero in riguardo, cosa si potrebbe e dovere fare per migliorarla?

La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è la più restrittiva al mondo, molto meglio la Turchia o addirittura l’Irlanda (dove non si può nemmeno abortire). Io credo che vietare non serva, se non a discriminare chi non ha soldi. Chi ce li ha, aggira la legge andando all’estero, per fare l’eterologa, ad esempio. O crioconservare gli embrioni e fare la diagnosi pre-impianto (anche se negli ultimi 2 anni e mezzo, grazie ai ricorsi vinti in Corte Costituzionale, queste due pratiche sono permesse anche in Italia, a discrezione del medico). Credo che per una cosa così intima come il voler diventare genitori lo Stato non possa dettare regole ferree. Ci deve essere una normativa (tutti i paesi ce l’hanno, anche la progressista Spagna che ci ha lasciato, per ora, Zapatero) ma una rigidità come abbiamo noi proprio no, è inaccettabile, è quasi ottusa. Per capire cosa fare e cosa no, cosa si desidera veramente, fino a che punto conviene spingersi occorre uno sguardo umano, rispettoso della vita ma totalmente laico e antropocentrico come quello di Seneca. Per questo nel romanzo ho scelto la sua voce.

Quanto c’è di te in Carla e negli altri personaggi?

Tanto. Come sempre. Anche se nel prossimo libro scegliessi come protagonista un ottantenne di colore ci sarebbe molto di me. Ogni personaggio è un mix di persone conosciute (non solo una) più una bella dose di immaginazione. Su questo, come diceva Stanislavskij per l’attore, si innesta il vissuto dello scrittore. Così scaturisce una simbiosi tra lui e il personaggio, capace di creare una terza realtà.

Senza volermi addentrare nella tua vita, la vicenda raccontata è autobiografica o capitata a qualche persona che ti è cara?

Pur non essendo autobiografica, la storia parte da un’esperienza personale e dall’avere raccolto, in tanti anni impiegati nella ricerca di un figlio, un ricchissimo materiale umano. Migliaia di donne incontrate in rete e nella vita reale che avevano il mio stesso problema e avevano intrapreso, o stavano intraprendendo, l’iter della fecondazione artificiale, un percorso lungo, complesso, psicofisicamente faticoso.Ma nello stesso tempo appassionante.

Cosa consiglieresti ad una Carla che incontri nella vita reale,  magari una tua amica?

Di non vivere questa incapacità dolorosa di procreare come una disgrazia. O una punizione. Come dice Carla, rispetto alle madri “secondo natura”, le “difettose” possono avere una marcia in più. Possono cioè fare, attraverso questo limite, un percorso di conoscenza e di approfondimento su cui le altre molte volte sorvolano. La maternità non è solo legata al fatto di partorire o no dei figli. E’ una categoria dello spirito. E’ un miscuglio di potenza, potere e forza che ciascuna donna ha e che deve tirare fuori. Occorre partorire prima di tutto se stesse. Perchè madri si diventa.

Hai degli altri progetti, legati magari al libro (monologhi, presentazioni) o su altri libri da scrivere?

Sto facendo molte interviste e presentazioni (per chi fosse interessato tutto il materiale si trova nel sito http://www.ledifettose.it). Ho venduto l’opzione per i diritti cinematografici, per cui il romanzo potrebbe diventare un film. Scriverò la sceneggiatura ma non voglio recitarci. Questione di misura. Per quanto riguarda il mio prossimo romanzo ho già buttato giù (durante la gravidanza passata interamente a letto) l’imbastitura del secondo. Ora devo solo trovare tempo e concentrazione per lavorarci sodo.

:: Recensione di Undici stelle risplendenti di Anna Vera Sullam (Mondadori, 2012) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2012

Angelina ha un segreto. Angelina è una ultra novantenne e ora sente il bisogno di confessare la dolorosa verità che si porta dentro da tutta la vita. Angelina sceglie come suo confessore Vittoria, una nipote acquisita. Angelina decide di rivelare il suo segreto consegnando a Vittoria una vecchia lettera. Angelina, come tutti i suoi parenti vive nella Venezia contemporanea e appartiene alla comunità ebraica della città lagunare. Tutti si stanno preparando a festeggiare la Pesach, ossia la Pasqua ebraica, preceduta da una cena molto importante come il sedér, che in questa occasione sarà realizzata da Vittoria. L’organizzazione della cena rituale per Vittoria è una grande responsabilità e sarà caratterizzata da un elevata tensione emotiva per l’accurata preparazione della tavola: dalle stoviglie, ai pani azzimi, per passare alle erbe e ai dolci in un susseguirsi di preoccupazioni e ansie che la donna spera di allontanare da sé. La causa di tutto: Vittoria ha conosciuto un professore universitario più giovane di lei che le fa battere il cuore, provocandole uno shock emotivo che rischia di mettere in crisi la sua stabilità coniugale e le insidia il dubbio sulla fedeltà del marito Giacomo. Questo il punto di partenza del romanzo Undici stelle risplendenti di Anna Vera Sullam pubblicato dalla Mondadori, un libro il cui titolo ha derivazione biblica (basta leggere la storia di Giuseppe nella Bibbia, nel libro della Genesi dove si ritroveranno le undici stelle risplendenti) e allo stesso tempo è una frase inserita nella filastrocca cantata dai protagonisti al sedér. La cena prima della Pasqua ebraica che riunisce i Mondolfo, zii, cugini, nipoti, amici di vecchia data, colleghi di lavoro e anche alcuni non ebrei nella casa di Vittoria, dove tutti quanti seduti attorno alla grande tavolata celebreranno la liberazione degli ebrei attraverso la lettura di testi sacri e allo stesso tempo chiacchierando tra di loro, riveleranno a noi lettori le storie di vita quotidiana di una famiglia. C’è l’anziana zia Angelina che ricorda il suo primo amore mai dimenticato; Vittoria con Giacomo che osservano il figlio Beniamino poco propenso al rispetto dei limiti imposti dalla tradizione ebraica. Daniele, fratello di Giacomo in crisi con la moglie Sofia, una donna un po’ troppo ficcanaso, che con il suo comportamento ha fatto arrabbiare e allontanare la figlia Micòl. C’è Edoardo con i figli piccoli e la moglie Ruth, una ex cattolica neoconvertita e molto osservante dell’ebraismo e anche Arrigo, un ex compagno di scuola dei fratelli Mondolfo arrivato nella sua Venezia da Roma, dove vive da tempo, per sistemare alcune questioni di famiglia (deve far riparare la tomba del padre). Quello rappresentato in Undici stelle risplendenti è un piccolo mondo fatto di tradizioni e riti religiosi millenari, affiancati alle preoccupazioni della vita di ogni giorno, dove le vicende umane dei protagonisti si intrecciano con gli usi e i costumi della tradizione ebraica. Anna Vera Sullam in questo romanzo permette a chi legge di addentrarsi in un mondo diverso da quello cattolico, per conoscerne le tradizioni, gli usi e i costumi e lo fa attraverso i gesti compiuti da un microcosmo famigliare riunito per la cena comune del sedér. Allo stesso tempo però le pagine sono una riflessione sulle problematiche che, indipendentemente dall’orientamento di fede, travolgono le famiglie. Ed ecco comparire il figlio taciturno poco avvezzo al rispetto delle tradizioni (Beniamino); la paura del tradimento coniugale fatto e subìto da parte di Vittoria; l’allontanamento dalla propria fede e dalla famiglia da parte di una giovane donna (Micòl) esasperata dalla madre; il ricordo della deportazione nel campi di concentramento e degli amori di un tempo per l’anziana e pure po’ smemorata Angelina. Non solo, perché nella pagine del romanzo di Anna Vera Sullam c’è anche il tema di colui che ritorna nella città di origine (Arrigo) per un soggiorno momentaneo, un permanere nei luoghi di un tempo che faranno capire all’uomo, che sì Venezia è il posto dove è nato e dove è cresciuto, ma allo stesso tempo Arrigo la percepisce come estranea perché a cambiato lui, ma è molto cambiata anche Venezia. Interessante in Undici stelle risplendenti – e forse più nascosta tra le righe- è la riflessione dall’autrice sulla comunità ebraica e sulla sua esistenza in rapporto tempi odierni. Un vivere messo in bilico dalla presenza sempre minore di ebrei, dal confronto e spesso scontro tra i principi della tradizione e quelli della contemporaneità e dalla convivenza con diverse culture in uno stesso spazio – Venezia, ma anche l’Italia – dove il multietnico è sempre più diffuso. Tengo a precisare che il romanzo della Sullam non è un manuale teorico che analizza le tradizioni della cultura ebraica, Undici stelle risplendenti racconta anche i rituali di fede, ma in primo piano mette la storia di una famiglia travolta da un turbine di fatti nei quali passato e presente si intrecciano con forza tra loro, a dimostrazione del fatto che ogni famiglia indipendentemente dalla cultura e religione è un piccolo atomo fatto da tante piccole particelle che si incontrano e scontrano per imparare a conoscersi, amarsi e crescere.

Undici stelle risplendenti
Autore Anna Vera Sullam
Ed. Mondadori, pp. 247 €  18,00

:: Recensione di Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2012

Arrivo in piazza costeggiando i tigli del castello. Il loro profumo per me è quello della festa patronale. Realizzo che mancano solo due settimane al 29 giugno SS. Pietro e Paolo, quindi festeggerò il mio ritorno con le giostre e i fuochi d’artificio, e questo pensiero, che immediatamente è anche ricordo (conta dei giorni, danza rituale contro lo spauracchio della pioggia rovinafeste, conquista della mezz’ora in più sull’orario di rientro, krapfen bisunti, ragazzi nuovi, musica, luci e ancora luci), spalanca la voragine del mezzogiorno, l’ora destata, l’ora tannica. Mi appoggio al muro settecentesco, chiudo gli occhi e aspetto che la vertigine passi, poi mi allontano svelta dall’assedio nauseante dei tigli e ritorno a casa.

Laura Liberale, dopo il suo esordio nel 2009 con Tanatoparty edito da Meridiano Zero, torna al romanzo con Madreferro. Saga familiare minima edito nella collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci di Perdisa Editore e si assume la responsabilità di portare la scrittura ad un livello superiore e ben poco superficiale. Interpretando la scrittura come rituale catartico, come vera e propria cerimonia di iniziazione, l’autrice ci accompagna in un breve viaggio affascinati e quasi ipnotizzati dalla voce seducente e da sirena della protagonista, voce narrante del romanzo non privo di picchi inquietanti e delicati al tempo stesso, in cui il sangue, penso che ferro nel titolo richiami a questa sostanza, si fa veicolo di continuità e rugginosa percezione del reale attraverso gli occhi di una donna-bambina che cerca di comprendere cosa è difficilmente percepibile con la sola razionalità.
Laura, giovane ricercatrice alterego piuttosto manifesto dell’autrice o perlomeno sua incarnazione letteraria trasfigurata e liberatoria, grazie ad un congedo temporaneo di sei mesi torna a Fabrica piccolo paese della campagna canavesana in Piemonte, che l’ha vista bambina e ha abbandonato sette anni prima per la grande città. Apparentemente per svolgere delle ricerche per l’università, forse in realtà per iniziare a scrivere un romanzo, quello che non sa e che prenderà coscienza durante la narrazione, è che una chiamata l’ha attratta come una calamita in quel luogo di memoria e di ritorno, di rientro nel grembo materno, di riscoperta delle radici familiari e mitiche, dove le storie familiari si intrecciano indissolubilmente alla memorie fantastiche del luogo, alle masche, le streghe della mitologia piemontese, arse sul rogo secoli prima accusate di commerci con il Diavolo in persona, di cui esiste pure un’ immagine piuttosto inquietante nel sottotetto della canonica e che i bambini si divertono ad evocare nei loro giochi irriverenti Bade bade bade eh!.
Ora sono di nuovo a Fabrica, per inseguire orme vecchie di centosessant’anni, per parlare con i morti, visto che con i vivi non mi riesce più di farlo. Sono tornata da Angela, l’ultima donna di un mio matriarcato potente e invasivo. Dice la voce narrante e introduce i due temi centrali di questo misterioso romanzo breve: la morte o meglio i morti che come fantasmi affollano il mondo dei vivi e l’essere madre, condizione richiamata dal titolo, femminile potere vivificante e devastante nello stesso tempo che riflette quello ancora più terribile della Magna Mater.
Georgina de Martignac e il suo album di disegni, la zia Angela, la madre che riposa nell’urna a fiori viola che condivide con suo padre,  la giovane Elsa sono tutti personaggi femminili che declinano uno stesso volto di donna, la femminilità oscura e terribile che si autoafferma e porta a compimento una misteriosa missione di vita o di morte sta al lettore trovare la strada.
In libreria dal 6 giugno.

Giuseppe Iannozzi intervista Laura Liberale

:: Un’ intervista a Salvo Barone a cura di Viviana Filippini

28 Maggio 2012

Ciao Salvo e benvenuto nel blog Liberidiscrivere per questa chiacchierata sul tuo ultimo lavoro Una giustizia più sopportabile pubblicato dalla Todaro Editore. Facciamo due chiacchiere e accompagniamo il lettore nella storia.

Chi ti ha ispirato il personaggio di Efisio Sorigu?

Il personaggio l’avevo già in testa: normodotato e proprio per questo atipico. Sufficientemente refrattario ad assimilare passivamente molte regole di funzionamento che la società di oggi spesso impone. Insomma, Efisio Sorigu pur non essendo un rivoluzionario che vuole cambiare il mondo è uno che, nei fatti, non si accontenta. E la differenza sta proprio qui: oggi troppa gente dice che non va bene ma poi nei fatti…

Tu sei siciliano, ma hai vissuto in Sardegna e a Como. Quanto c’è di te in Efisio Sorigu?

Efisio Sorigu potrebbe essere il frutto genetico di queste esperienze. L’elaborazione di un prototipo d’uomo non legato ai luoghi fisicamente ma condizionato piuttosto dall’influenza che questi hanno avuto nella sua vita.

Come hai scoperto il fatto storico che ti ha dato l’imput per Una giustizia più sopportabile?

Avevo iniziato una ricerca sull’uccisione di don Renzo Beretta, parroco di  Ponte Chiasso, avvenuta per mano di un extracomunitario. Perché quello era il mondo che volevo indagare. Mi interessava approfondire l’analisi del passato e poi lo sviluppo delle vite dei migranti. Nella società contemporanea la struttura relazionale che viene valorizzata intorno a un migrante è di tipo economico/produttivo: si prende in considerazione il presente e  quello che ti può dare in futuro. Per questo motivo, penso, l’integrazione è ancora più difficile da realizzarsi. E poi mi sono imbattuto nell’articolo del Corriere della Sera, ancora più drammatico, che parlava dei profughi del Kosovo all’epoca della guerra dei Balcani.

Perché ambientare il tuo secondo romanzo a Como, raccontando quello che è Sorigu prima del suo trasferimento a Milano?

Como era la città giusta: provinciale e al tempo stesso di frontiera. Il luogo ideale dove ambientare una storia “privata” che sa di normalità ma che ha ripercussioni “globali”. Per quanto riguarda invece la consecutio temporum con l’indagine precedente, quella delle Regole del formicaio (storia tra l’altro attualissima malgrado l’abbia scritta tre anni fa), ho fatto un passo indietro per far conoscere al lettore il passato di Efisio Sorigu. Vedi? Anche in questo caso il passato che torna di moda, e non solo per i migranti.

A fianco di Sorigu c’è Stefano La Duca, il suo amico bancario. Quanto è importante il suo contributo alle indagini?

Con Stefano La Duca ho voluto dare al lettore un punto di osservazione diverso rispetto a quello più professionale coltivato dall’investigatore, e inoltre, a Efisio Sorigu, un mentore. Penso ci volesse, per introdurre nel romanzo una chiave di lettura da uomo comune. In questo senso Stefano La Duca potrebbe essere ognuno dei lettori.

Sorigu è uomo del Sud, come vede il mondo del Nord dove vive?

Ti dicevo, Sorigu non è un uomo legato allo stereotipo dello Ius Loci: non è il luogo in cui si nasce che comanda le scelte di vita. Influenza di più il coacervo di esperienze che si maturano nella vita stessa. Quindi Efisio Sorigu vedrà il Nord senza pregiudizi, con curiosità e con l’illusione che a influenzare i comportamenti di un uomo con sia la sua carta d’identità ma piuttosto i principi e l’educazione che ha ricevuto.

Efisio Sorigu è un commissario solitario, ha una pseudo relazione, lavora molto e in lui convivono in lotta perenne la  ragione e il sentimento. Quanto è influenzato il suo lavoro da questi sentimenti?

Lui deve essere un melanconico perché la vita che vede scorrere non può sollecitare sentimenti troppo entusiasti e la ragione gli suggerisce che c’è poco da fare per fare funzionare questo mondo benedetto. Per giunta avendo a che fare con il crimine è come se partisse sconfitto in partenza.

Come reagisce la piccola località comasca alla scoperta dell’omicidio della rispettabile signora Minghetti?

Penso come tante volte vediamo nei servizi televisivi quando viene intervistato il vicino di casa dell’autore di una strage, o di un omicidio: … sembrava una persona così a modo…

I sospetti ricadono su stranieri – il principale indiziato è il giardiniere kosovaro -, quanto è ancora radicato nel nostro mondo il pregiudizio e la paura verso il diverso da noi?

Il sospetto e la prudenza verso la novità/diversità è un sentimento tutto sommato naturale, il problema è che questa resistenza si trasforma spesso in pregiudizio e intolleranza. Penso si tratti di ignoranza: è un problema di pura e semplice cultura e conoscenza.

Il comportamento ambiguo della donna vittima cosa rappresenta?

Quello che dicevo prima: la doppiezza tra comportamenti dichiarati e comportamenti poi agiti nella realtà. Nella società di oggi questa incoerenza raggiunge livelli patologici e mina la tenuta e la sostenibilità della crescita non solo economica ma anche morale.

La legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali davanti alla legge. Potresti spiegare meglio questa frase che viene usata nel libro?

Questa riflessione è figlia delle ineguaglianze. Le leggi, in quanto summa di regole alle quali un individuo deve uniformarsi, devono essere uguali per tutti. Non potrebbe essere altrimenti. Ma poi siamo del tutto certi che il metro di valutazione di coloro che queste leggi applicano sia effettivamente uguale per tutti?

Perché per titolo hai scelto Una giustizia più sopportabile e cosa la rende tale?

La giustizia, appunto, dovrebbe essere semplicemente giusta: è quello che chiedono le vittime e i parenti delle vittime quando si va a processo. Soltanto che la giustizia è anche pena, condanna, per chi la subisce. Sempre più frequentemente si predilige una lettura di tipo “econometrico” rispetto alle sanzioni erogate. Il tema della condanna risarcitoria è sempre più esteso anche a reati non solo amministrativi. Ecco perché ho voluto abbinare le due parole: sopportabile si dice di un dolore o di un fastidio. La giustizia a mio avviso non può essere misurata.

Quali sono i modelli letterari presenti e passati ai quali ti ispiri?

Oddio, posso dirti cosa mi piace. L’ispirazione non sono così sicuro di averla e soprattutto di riuscire a trasformarla in prosa. Mi piace il giallo di matrice europea e non quello americano, proprio perché ci trovo l’analisi di temi sociali che oltre oceano non fanno cassetta. Leggo volentieri Markaris la Doody,  la Bartlett e Mankell. Tra gli italiani Carlotto, De Cataldo, Carofiglio, Camilleri e Fois al quale invidio la capacità narrativa e poetica. Fuori dal giallo il più bel libro dell’ultimo anno è senza dubbio Accabadora di Michela Murgia.

Sei già al lavoro per una nuova avventura con protagonista Sorigu? Se sì di cosa si tratterà?

Sì, la storia c’è già e conto molto sulle prossime vacanze estive per portarmi verso la conclusione. Posso dirti che ritroveremo Efisio Sorigu alle prese con la Milano inquietante della criminalità organizzata.

:: Recensione di Il re solo di Sabina Colloredo (Fanucci, 2012) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2012

Dopo il primo capitolo, La grande marcia, continua con il secondo volume la saga che Sabina Colloredo ha deciso di dedicare ai Longobardi, il popolo barbaro o cosiddetto tale che segnò poi di più la vita e la società da dopo la caduta dell’Impero romano in Italia, dando il suo nome ad una delle Regioni italiane e mescolandosi con la cultura dei Romani in decadenza ma non certo desiderosi di cedere terreno.
Il Re Solo è uscito per Fanucci e ricostruisce il momento in cui, nel 568 d. C. i Longobardi si affacciano alla penisola italiana, provenienti dalle steppe dell’attuale Kazakistan, sulla mitica via della seta, nota fin dall’antichità, mentre a Bisanzio si vivono gli splendori dell’Impero romano, che dureranno ancora per quasi un millennio e intanto si affacciano anche dall’Asia gli Avari, tribù crudele e discriminatoria verso le donne, in arrivo dall’Afghanistan, da sempre terra di confine, contesa tra le varie potenze, fino al tragico presente che sta vivendo.
Ed è alle donne che l’autrice sceglie di far raccontare la storia, la sacerdotessa Rodelinda, seguace degli antichi riti messi in pericolo da nuove credenze religiose, la regina Rosmunda, infelice sposa di Alboino passata poi alla leggenda più nera, la romana Valeria Prima, ostaggio dei barbari, la giovanissima Mama, principessa prigioniera degli Avari, che grazie ai nemici longobardi forse conoscerà per la prima volta la libertà.
La storia della caduta dell’Impero romano è sempre stata vista, dalla storiografia posteriore, come un momento cupo e di immensa  barbarie, anche se fu invece un processo graduale, e per decenni se non per secoli i Romani credettero ancora di far parte di un Impero: Sabina Colloredo restituisce una pagina spessa raccontata nei libri di Storia come un momento oscuro e confuso in maniera fedele ed appassionante, raccontando storie di persone, uomini e donne, che si confrontano, incontrano, scontrano, a volte si uccidono, a volte si amano o scoprono comunque di avere affinità e di sognare le stesse cose.
Il rigore è quello dello storico, ma la passione e la narrazione è quella del romanziere, che ricostruisce quel tempo lontano come qualcosa di vero e vicino, raccontando la voce di chi non aveva voce, le donne in testa, o meglio di chi a cui per secoli è stata negata la voce, anche se allora ce l’aveva eccome, in questo universo in cui un mondo finiva e nuovi mondi venivano fuori, religiosi, culturali, di abitudini, influenzati da nuovi equilibri ed incontri, in una penisola che per secoli fece poi gola a tanti, forse anche in ricordo di quel mondo perduto legato all’antica Roma.
Sabina Colloredo si mette con questo suo romanzo nel solco di altri autori, che hanno raccontato il passato remoto della nostra Storia mescolando verità e fantasia, a cominciare da Marion Zimmer Bradley con la quale condivide lo stesso approccio al femminile e femminista verso quella pagina del passato.
Gli intrighi, le battaglie, le passioni e gli eventi di quei giorni di un millennio e mezzo fa diventano una storia appassionante e appassionata, nella tradizione del romanzo storico e del fantasy ligio alla storia, costruendo un universo di famiglie in lotta che non mancherà di appassionare chi si strugge da anni per esempio sulla saga del Ghiaccio e del Fuoco di George R. Martin. Con la differenza che qui è tutto vero, tutto realmente accaduto, o quasi, in quel mondo remoto ma dove si sono messi i semi per l’Italia, e anche per l’Europa dei secoli successivi.
La storia non è comunque finita: Sabina Colloredo sta scrivendo il terzo libro della trilogia.

:: Recensione di Chiunque io sia di Biagio Proietti e Diana Crispo (Hobby & Work, 2012) a cura di Stefano di Marino

27 Maggio 2012

Biagio Proietti firma con Diana Crispo (compagna di vita e di lavoro) ben più che un giallo ispirato a uno sceneggiato (La mia vita con Daniela) che negli anni ’70 riscosse un lusinghiero successo televisivo. Un romanzo tutto nuovo ambientato in un’Europa (perché l’azione si svolge tra Roma il Belgio e la Francia) senza tempo e questo, per cominciare, è un punto di forza di una narrazione che si basa su regole semplici ma che vanno conosciute: quella della pura suspense psicologica. In un’epoca dove l’elettronica diventa invadente nelle storie, in cui la fiction anche televisiva ci ha abituato a un’esagerazione nella rappresentazione dei sentimenti, Chiunque io sia  brilla per linearità ed efficacia. L’avvocato Guido Morelli, uomo disperato per l’improvviso abbandono della moglie, si ritrova un giorno di fronte al più classico dei misteri. La giovane venuta a presentarsi al suo studio per un’assunzione è, in tutto e per tutto, la moglie amata. Ma il nome è diverso, la donna afferma di non conoscere Guido e di essere arrivata per caso al suo ufficio, indirizzata da una fantomatica agenzia. E c’è pure un altro uomo che la segue e finisce per insidiarla. Il ‘presunto’ amante, perché anche di lui Bianca(o Daniela?) non ricorda o finge di non ricordare nulla. Il dubbio diventa padrone del campo. La giovane donna è Daniela, la moglie trascurata che fuggì senza una spiegazione, o Bianca che, a poco a poco  prende forma ma con un’inquietante psicologia, una vicenda alle spalle che, oltre a non coincidere anagraficamente con Daniela, rivela lati oscuri. Eppure malgrado tutto Guido e Daniela/Bianca si riavvicinano. Duellano a parole, diffidano, ma sono attirati uno dall’altra. Nella ricerca della verità diventano persino… persone differenti e finiscono per concedersi reciprocamente una nuova possibilità d’intesa. Ora, chi mi conosce sa che, pur praticando forme narrative differenti, sono un cultore del thriller anni ’70 proprio per le sue qualità di intreccio, di tensione psicologica ricavata senza artifizi e che i lavori di Biagio da sempre sono per me modelli, almeno nella produzione più’ gialla’. Questo è il vero noir italiano, senza crudeltà esplicite ma con una grandissima capacità di coinvolgimento. I motivi sono molteplici. Prima di tutto, lo ripeto, la circostanza che la storia sia esentata da ogni vincolo con l’attualità. Potrebbe svolgersi oggi, trent’anni fa o forse  tra  venti. Il gioco delle personalità è al centro della trama e non ha bisogno di altri espedienti. Persino il contorno fisico della storia è accennato, tratteggiato con poche frasi eppure s’indovina s’intuisce. Ciò che conta è la tensione che cresce e va in continuo crescendo. In breve il lettore sente la necessità di svelare l’identità di Bianca/Daniela quasi con lo struggimento che prova lei stessa. E anche Guido. Chi non si sentirebbe catturato dal mistero nascosto dietro le sembianze di una donna amata e sfuggente? Hitchcokiano certo, ma anche profondamente italiano nella conduzione della vicenda. E tutto realizzato senza scenate, senza quell’esasperazione che mi pare pervadere la fiction italiana oggi. Continuo a parlare in termini televisivi e visuali perché la storia me la vedo lì, già pronta a essere filmata. Il merito è sicuramente dello stile narrativo che è limpido, secco ma non piatto. Non una parola, non un aggettivo di più. Le battute non hanno necessità di spiegazioni, rivelano sentimenti , dubbi, angosce  con il solo fatto di scorrere davanti agli occhi di chi legge. Pulizia linguistica e linearità in perfetto equilibrio per un racconto efficace. Consigliato ad aspiranti  scrittori giovani e meno giovani come libro-guida. Per chi invece vuol solo assaporare il gusto di un ‘giallo dell’anima’è un regalo. Per di più scandito in tempi che permettono una lettura rapida, perché anche la tensione ha i suoi tempi e non deve essere né troppo breve né dilatata.

:: Segnalazione di Alter Ego di Alexia Bianchini / e-book Edizioni Diversa Sintonia 2012.

26 Maggio 2012

Storie brevi, collocate in un futuro nel quale l’essere artificiale si confonde facilmente con una natura umana che perde la sua prerogativa come tale. Questa raccolta vede come protagoniste delle creature femminili legate tra loro da una condizione che, di fatto, le pone di fronte alla scelta di uno status diverso da quello per il quale sono state generate, spingendole a difendere il proprio diritto alla vita. Di indole a tratti amabile e guerriera, tutte mostrano una propria individualità,  umana o artificiale che sia, volta comunque a modificare l’ordine sociale vigente. L’autrice offre un interessante esempio di scrittura di fantascienza in perfetto stile cyberpunk,  intensa, coinvolgente, mostrando attraverso i suoi personaggi l’idea di una possibile mutazione del valore dell’esistenza, slegata da retorici condizionamenti di umana, e forse superata, derivazione. Incantevoli le illustrazioni per mano dell’artista Max Rambaldi.

L’autrice Alexia Bianchini, classe 1973 è scrittrice, editor e curatore di antologie per CIESSE Edizioni. Direttore del web-magazine Fantasy Planet.

:: Recensione di Una giustizia più sopportabile di Salvo Barone (Todaro, 2012) a cura di Viviana Filippini

25 Maggio 2012

Nuova avventura per il commissario Efisio Sorigu protagonista de Una giustizia più sopportabile, il secondo giallo di Salvo Barone che ha per protagonista l’ispettore di polizia d’origine sarda. Questo libro racconta il lavoro di Sorigu a Como, prima del suo trasferimento a Milano (ne Le regole del Formicaio editato da Todaro due anni fa troviamo lo stesso protagonista nel capoluogo lombardo). In pieno agosto, quando le città si svuotano perché tutti vanno in vacanza e la quiete si diffonde ovunque, c’è qualcuno – il bancario Stefano La Duca – che non si è ancora deciso a partire per le vacanze, in quanto assorbito nelle ultime faccende lavorative. Finalmente pronto a raggiungere la moglie in Sardegna, La Duca rimanderà di qualche giorno la partenza  a causa di un furto con scasso subito nel suo appartamento. Il ladro non lo ha depredato di molto, gli ha portato via una catenina, due orologi dal valore modesto e una camicia color pervinca. La situazione si complica quando nelle stessa palazzina dove vive La Duca, viene ritrovato il cadavere di una donna anziana   – la signora Minghetti – sgozzata senza pietà. Per Sorigu scattano subito le indagini, la raccolta delle prove e la formazione della cerchia dei sospettati inoltre, secondo il commissario, l’omicidio e il furto con scasso nell’appartamento dell’amico sarebbero strettamente correlati tra di loro. L’inchiesta porta l’ispettore di polizia ad identificare il presunto colpevole in Nazim Decan, un kosovaro fuggito dal suo paese per trovare la salvezza in Italia, che lavora come giardiniere nel  condominio dove la donna è stata assassinata. Il caso sembra del tutto chiuso, ma le carte in tavola verranno rimescolate nel momento in cui il vero reo – un amico del principale indiziato – si costituirà, scagionando Decan.  Facendo il rapporto per il magistrato Ariatti- Brown, Efisio Sorigu si rende conto che tutti gli indizi conducono sì al vero colpevole, ma ci sono degli elementi di incoerenza nel movente e nella dinamica di sviluppo del brutale assassino che, sommati alle informazioni passate sottobanco dall’amico derubato, inducono l’ispettore a indagare più a fondo nella vita delle vittima e del suo carnefice. Scava, scava in profondità Efisio Sorigu si imbatterà in agghiaccianti e dolorosi fatti storici riguardanti i traffici umani avvenuti durante la guerra in Albania, eventi nei quali il colpevole e la sua vittima sono inconsciamente collegati. La scoperta di questa dolorosa verità porterà il commissario a rendersi conto che non sempre le persone sono quello che sembrano. Una giustizia più sopportabile di Salvo Barone è un bel giallo ambientato nella provincia comasca, che ha come input di partenza un fatto storico reale – alla fine degli anni ’90, durante la guerra del Kosovo, il governo svizzero stipulò un accordo con quello di Milosevic, che prevedeva un rimpatrio forzato per tutti i profughi fuggiti dal Kosovo e con i documenti non in regola –  certificato con nota dell’autore stesso alla fine della vicenda narrativa e una riflessione sulla giustizia che non lasciano indifferente il lettore una volta terminato il libro. Non a caso questo romanzo non è solo l’ardito processo di recupero dei tasselli di un mosaico per incastrare il colpevole, nel libro Barone crea una storia che induce chi legge a pensare e valutare la realtà nella quale si vive. Se ci mettiamo nei panni di Sorigu, non solo riusciamo ad entrare in pieno nella storia, ma ci accorgiamo di quanto sia difficile svolgere il mestiere del commissario e comunicare in modo bilanciato i risultati del proprio operato ai magistrati e allo stesso tempo ai media assetati di scoop e sempre pronti ad aggiungere particolari inesistenti per rendere la notizia più drammatica del reale. Ciò che colpisce di Sorigu è la sua profonda umanità e variegata dimensione emotiva, perché mentre indaga si comporta come rappresentante della legge ma, nel momento in cui scoprirà i drammi della vita del colpevole, il commissario attuerà una completa rivalutazione del proprio modo di pensare e giudicare sia il carnefice – in questo caso vittima di un tremenda ingiustizia -,  che la vittima (i lettori scopriranno che la tanto stimata signora Minghetti non era proprio uno stinco di santo). Complimenti – concedetemelo –  alla casa editrice Todaro di Lugano per la pubblicazione di romanzi gialli non scontati, nel senso che non si limitano a narrare la ricerca di chi ha commesso il reato, ma raccontano il mondo di oggi con tutte le sue sfaccettature – in queste pagine molto interessante è la tematica della diversità culturale e il fatto che essa scateni il pregiudizio verso l’altro che non è come noi -, stimolando in chi legge la riflessione sull’agire umano e sulla società nella quale viviamo. Arrivati alla fine di Una giustizia più sopportabile ci si rende conto di una realtà dolorosa: è vero sì che “La legge è uguale per tutti”, ma è ancora più vero il fatto che non tutti siamo uguali davanti alla legge e  questa sensazione che la giustizia vera non sempre venga compiuta, ci fa capire che spesso al suo posto si cercano soluzioni, o meglio compromessi, che la rendano a tutti più accettabile.

::Recensione di Il destino è un tassista abusivo di Luca Manzi (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

25 Maggio 2012

Giorgio Correnti abita per scelta in un quartiere alla periferia di Roma, tra l’acquedotto e la ferrovia. Romanista convinto e studioso di storia dell’arte, si divide tra supplenze in un istituto tecnico e prestigiose, quanto inconsistenti, collaborazioni universitarie a Milano. La sua vita trascorre precariamente nella perenne attesa di un concorso da ricercatore e dell’arrivo della donna della sua vita. A vivacizzare la sua esistenza pensano i suoi bizzarri amici: Davide, il suo vicino di casa, un matematico stralunato che elabora algoritmi per una società di telefoni, che ha un bidet scollegato dai tubi in salotto e una nobile fidanzata che potrebbe anche non esistere; Franco, pittoresco esponente della romanità più verace, nonché massimo esperto di biscotti per il latte, che fa affari coi videopoker; Mario, il fratello minore di Davide, attento alla moda e impegnato nella redazione delle regole fondamentali del rapporto uomo-donna e infine Corrado, autore televisivo omosessuale dall’eleganza innata.
In breve tempo la tranquilla e monotona esistenza di Giorgio è completamente stravolta. Il mutuo da pagare lo obbliga ad accettare la proposta di lavoro di Franco: diventare decoratore di videopoker. Il suo ruspante amico, in crisi con la moglie, si trasferisce temporaneamente a casa sua, coinvolgendolo in memorabili imprese, come il furto delle fave sulla Sacrofanese. Intanto da Milano arriva la convocazione del gioviale professor Abernati, filosofo sgamato che procede imperturbabile tra le contraddizioni della vita. Giorgio deve aiutarlo a fare i colloqui per il master in Eventi multimediali, preparare le lezioni e partecipare a eventi del calibro di Pitcha te stesso, vetrina sul mondo del lavoro. Contemporaneamente ottiene udienza da Zanbesi, luminare di storia dell’arte medievale, appassionato di biciclette, che gli offre di pubblicare una monografia su Giotto, dandogli finalmente qualche speranza per il futuro.
Il destino però, come recita il titolo, quasi sempre si presenta come un tassista abusivo alla stazione: mimetizzato con l’ambiente circostante. E tu non ti accorgi, non sospetti mentre ti punta e ti avvicina. Dal tassista poi ti puoi svincolare, magari con imbarazzo, ma puoi. Al destino invece non gli puoi dire “no grazie, guardi prendo la metropolitana”, quello ti prende e ti porta via. Tra le studentesse del master c’è Agnese, una ragazza che attrae Giorgio fin dal primo sguardo. Un colpo di fulmine, un amore dalla portata lacerante che sconvolge tutte le sue piccole e fragili certezze. Agnese, infatti, non corrisponde affatto al modello di donna ideale di Giorgio, è una Madonna del Botticelli vestita da Barbie estetista. Giorgio si sente inadeguato e impreparato, oltre che angosciato: la compagna della sua vita, la donna che desiderava così tanto forse è arrivata, ma non è quella che sognava, come fare una fila di sei ore per entrare al derby e una volta seduto scoprire che per incanto c’è il campionato interregionale di tresette col morto. La via più semplice sembra la fuga. Tra cornetti che sanno di cartone, degustazioni di biscotti, raid notturni nelle serre, piccanti aneddoti sui massimi esponenti della storia dell’arte, musica barocca, scivoli a forma di brontosauro, viaggi in Calabria, gite in barca e principeschi ricevimenti Giorgio tenta di trovare qualche risposta, qualcosa che gli indichi la tanto agognata strada giusta da seguire.
Il destino è un tassista abusivo è prima di tutto un romanzo molto divertente, pieno di scene comiche esilaranti. Il mondo descritto è popolato da personaggi paradossali e situazioni surreali al limite del grottesco, ma la storia narrata e i sentimenti in gioco sono molto reali. Al di là dello scenario da commedia all’italiana l’autore affronta i temi dell’amore, dell’amicizia e del lavoro in maniera delicata e profonda allo stesso tempo.  Luca Manzi, brillante sceneggiatore e ideatore della serie di culto Boris, delinea un efficace ritratto della società contemporanea e delle sue contraddizioni. Attraverso una scrittura icastica, che alterna stile colloquiale e prosa ricercata, il romanzo si sviluppa come un dipinto pieno di sfumature diverse, rivelando un grande talento nel descrivere e rendere significativa la realtà delle piccole cose.  Una riflessione sull’esistenza capace di commuovere e far ridere fino alle lacrime: da non perdere!

:: Recensione di La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo (Neri Pozza, 2010) a cura di Michela Bortoletto

25 Maggio 2012

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo..” Comincia così una celebre canzone che ormai fa parte della storia della nostra musica. Ma questo potrebbe anche essere l’inizio e la sintesi del libro di Eshkol Nevo. Un libro che parla soprattutto di amicizia, ma anche di incertezze, di imprevisti della vita, di dolore e di speranza per un futuro migliore.
I protagonisti sono loro: Amichai, Churchill, Ofir e Fried. Loro però non vogliono cambiare il mondo come gli amici di Paoli. Si accontentano di cambiare loro stessi.
La loro non è un’amicizia come tante altre. È quel tipo particolare di amicizia nata sui banchi di scuola che ha saputo affrontare crescita, scelte e separazioni. È quella forte, che ha saputo creare un legame indissolubile nonostante tutto, nonostante l’università, gli anni di militare, i matrimoni e persino i tradimenti. È l’amicizia vera, raccontata attraverso gli occhi di Fried.
Come tutte le volte, i quattro amici si ritrovano a casa di Amichai a vedere le partite dei mondiali di calcio. È il 1998 e i quattro decidono di mettere nero su bianco dove pensano o sperano di ritrovarsi ai successivi mondiali. C’è chi spera di cambiare lavoro e scrivere un libro (attenzione però! Nulla è come sembra!), chi vuole occuparsi di una causa importante, chi di rimanere sempre con la ragazza appena conosciuta, chi sogna di aprire una clinica per le terapie alternative.
Passano i giorni, i mesi e gli anni. Ci si ritrova in un attimo nel 2002 alla vigilia dei mondiali. È arrivato il momento della resa dei conti. Chi di loro sarà riuscito a realizzare i propri desideri? Chi avrà fallito? Fried si ritrova così a fare un bilancio della propria vita, inevitabilmente intrecciata a quella di Amichai, Ofir e Churchill. Si rende così conto che tutto è cambiato, ma non per lui.
Amichai, Ofir e Churchill sono cresciuti ulteriormente, sono andati avanti, hanno trovato la loro strada.
Solo Fried sembra ancorato al passato, rimpiangendo ciò che ha perso senza saper trovare il  modo di andare avanti. Tutto intorno si muove mentre lui è immobile. Lui non guarda davanti a sé perché troppo impegnato a volgersi indietro verso il suo passato. E quando lo capirà comincerà davvero a cercare di voltare pagina e cambiare. Ma forse per lui ormai sarà troppo tardi…