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:: Quando leggere diventa gustoso: i #bookbreakfast di Petunia Ollister – Intervista a cura di Viviana Filippini

26 aprile 2016
Il Bambino magico. Petunia Ollister

© Petunia Ollister #bookbreakfast

Una mattina, navigando nel caotico e iper-affollato mondo di FaceBook, mi sono imbattuta in una foto dove compariva un libro (La versione di Barney di Mordecay Richler) in compagnia di una sfogliatina alle mele e di una tazza con del cappuccino. La cosa che mi ha colpito dello scatto fotografico è stata la perfetta corrispondenza cromatica tra la copertina del romanzo e il piattino con bevanda e spuntino messi lì a fianco. Poi, l’occhio si è spostato sulla foto del profilo: Petunia Ollister. Da quel giorno non ho mai smesso di seguire i suoi #bookbreakfast, un ottimo momento di relax per condividere nuove letture e colazioni. Per scoprirne di più ne parliamo con Petunia Ollister.

V: Chi è Petunia Ollister e cosa fa?

P: Petunia Ollister nasce dalle menti brillanti di un paio di amici, che anni fa hanno inventato questo personaggio. Ormai ha soppiantato la mia persona anagrafica, tanto che molto spesso mi capita di presentarmi con il mio vero nome e osservando la reazione sconfortata aggiungo timidamente Petunia suscitando il sollievo generale.

V: Come e quando è nato il progetto fotografico delle #bookbreakfast? Perché proprio la colazione?

P: Una mattina nel gennaio del 2014 mi sono resa conto che la copertina del libro che stavo sfogliando, Daily Dishonesty della graphic designer Lauren Hom, era dello stesso colore della tazza dalla quale stavo bevendo il mio caffè. L’istinto di fotografarli dalla cima di una scala, perfettamente a piombo, è stato immediato. Ho cominciato a condividere le mie letture a colazione su Instagram accompagnate da una tazza di caffè lungo, qualcosa – di solito dolce – da mangiare. Un’ossessione per i colori delle tazze e dei piatti, che richiamano rigorosamente i toni delle copertine e la maniacalità per le disposizioni simmetriche completano il quadro. Riassumendo in modo sufficientemente autoironico la mia mania per gli accostamenti cromatici, il rigore millimetrico e simmetrico e l’ossessione per lo scatto perfettamente perpendicolare da un’altezza fissa, è nato questo format diventato un apputamento fisso sul mio profilo Intagram per più di settemila appassionati di lettura.

V: Finalità del progetto e quanta visibilità hai riscontrato da quando hai iniziato?

P: Il progetto è nato in modo del tutto involontario, ma fin da subito ha avuto parecchio successo e mi sono resa conto, grazie ai commenti su Instagram, Facebook e Twitter – su cui ricondivido sempre gli scatti -, che era un modo leggero e semplice per avvicinare ai libri anche persone che non entrano mai in una libreria o tanto meno in una biblioteca. Il libro è un vettore di storie, forse reso un po’ troppo sacro da un certo radicalismo chic, il calarlo in un contesto molto quotidiano e divertente è un modo per dissacrare l’oggetto e rendere quotidiano e divertente il gesto di leggere.

V: In base a cosa scegli la colazione, l’agenda, la penna per gli appunti e la tovaglietta da abbinare a libro?

P: Quel che regola tutto sono lo stile e i colori della grafica di copertina. Per anni mi sono occupata di conservazione dei beni culturali – fotografie prima e libri poi – durante i quali ho maturato un certo interesse per le grafiche editoriali. In seconda battuta il tema del libro, grazie al qual scelgo gli altri oggetti ritratti negli scatti.

V: I libri gli scegli tu o sono proposti da editori?

P: La scelta è sempre insindacabilmente mia. Ho contatti con moltissimi uffici stampa che mi propongono nuove uscite, mi mandano schede, copertine e copie staffetta, ma sono sempre io che dopo attenta valutazione decido o meno se quel libro è adatto o meno al mio progetto.

V: Come e dove realizzi i tuoi scatti fotografici? (fai da sola, ti aiuta qualcuno, che mezzi usi e dove posti immagini)

P: Faccio tutto da sola, allestendo il set fotografico sul tavolo della mia cucina e poi salendo su una scala, da cui ad altezza fissa, scatto con il mio smartphone una trentina di scatti a piombo. Procedo poi a un minimo di correzione di colore, contrasti e ombre, per poi postare su Instagram e ripostare su Facebook e Twitter.

V: A colazione, con o senza libri, cosa mangia Petunia Ollister?

P: Mangio quel che vedete nelle mie foto, ossia di tutto. Biscotti, torte, pancake, bagel, yogurt, muesli, brioche, krapfen, panini. Compro tutto la sera prima, la mattina dopo scatto e, una volta scesa dalla scala, mangio, bevendo il mio caffè – conscia che i puristi dell’espresso stanno per inorridire – lungo americano con un po’ di latte freddo.

V: Quale è il libro più bello che hai letto, o al quale tieni di più, e quale colazione gli abbineresti e perché?

P: Non ho un libro preferito, o meglio ne ho tanti, ma forse il mio preferito ancora non l’ho letto o, più probabilmente, ancora non è stato scritto.
La mia colazione ideale è comunque salata, magari della sardenara – una pizza rossa, con capperi, olive e acciughe, tipica del ponente ligureoppure un club sandwich. Quindi spero che il mio libro venga pubblicato con una grafica di copertina adeguata.

V: Hai mai pensato di raccogliere tutte le foto dei #bookbreakfast in un libro?

P: Molti amici continuano a dirmi che dovrei farlo e io inizio a pensarci sul serio. Certo dovrei prima trovare un editore interessato a confezionare un libro piccolo e quadrato. Sto pensando di realizzare il merchandising dei #bookbreakfast, sempre su suggerimento di chi mi segue sui social. Vedremo.

V: Petunia legge libri cartacei o ebook?

P: Io leggo prettamente su carta. Preferisco il gesto, vedere la progressione delle pagine che diminuiscono. Sono abitudinaria e pigra, ma ultimamente mi sposto moltissimo e quindi ho ripreso in mano il mio eReader, esattamente come ho sempre fatto per i libri troppo voluminosi per venire in giro con me.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Viviana Filippini racconta “Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città”

25 aprile 2016
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Di solito mi occupo dei libri di altri scrittori, perché mi piace raccontare quello che le storie lette scatenano durante la lettura, per condividerlo con altri lettori e, magari stuzzicare la loro voglia di leggere. Questa volta su Libri di scrivere, e sarà più strano del solito farlo, vi parlerò del mio libro Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città, pubblicato da Historica edizioni. Brescia segreta è un testo dedicato alla città lombarda di Brescia e ammetto che poterlo scrivere è stato un onore e un omaggio alla città nota anche come Leonessa d’Italia e per le dieci giornate di resistenza, tra marzo e aprile del 1849, dei cittadini bresciani contro gli austriaci presenti nel castello della città. Parlando di Brescia segreta, credo di poterlo identificare come una sorta di saggio romanzato nel quale propongo la conoscenza di Brixia (come la chiamavano ai tempi della dominazione romana) attraverso la Storia, le storie umane dei personaggi che vi sono nati e che vi hanno vissuto, la storia dell’arte e anche una buona dose di ricordi personali legati alla città. Brescia la conosco perché abito da sempre nella sua provincia, l’ho più volte esplorata a passo umano e per tale ragione ho costruito una narrazione pensando a 6 ideali passeggiate che i turisti e i cittadini potranno fare a piedi nel cuore di Brescia. Non è stato facile scegliere cosa mettere nel libro e ho dovuto selezionare in modo mirato quello che in tutti questi anni mi ha sempre colpito e affascinato. Il tutto per far compiere al lettore un vero e proprio pellegrinaggio con il fine di far riscoprire la vita dei palazzi, strade chiese e monumenti che da secoli caratterizzano il volto cittadino, perché, come scrivo in relazione al cimitero monumentale del Vantiniano: “Spesso e volentieri mi sono resa conto, sperimentandolo in prima persona, che guardiamo quello che ci circonda e lo accettiamo per quello che è senza stare lì tanto a chiederci il perché e il per come delle cose. Se però provassimo a soffermarci di più davanti ad una basilica, ad un museo, ad una statua, ad un dipinto e in questo caso ad un cimitero ci renderemmo conto che dietro la facciata di perfezione si nasconde un lungo lavoro di preparazione e realizzazione.” Con Brescia segreta vorrei invitare le persone a riscoprire questa città che ha tanto da raccontare e donare. Brescia è luogo nel quale, nei percorsi narrati, convivono epoche storiche diverse e lontane tra loro. Per esempio, partendo da Piazza della Vittoria, il lettore si trova nel pieno Novecento, in quell’area che fu costruita tra il 1927 e il 1932, a conseguenza di un piano regolatore che cambiò per sempre il volto di quella parte di Brescia, facendo sparire un antico quartiere di epoca medievale dove, prima del rifacimento, vivevano 2.500 persone. Arrivando a Piazza della Loggia, attaccata alla precedente, ci troviamo nel pieno Rinascimento di dominazione veneziana e se ci spostiamo in Piazza del Duomo (Piazza Paolo VI) si possono vedere monumenti di epoca barocca, come il Duomo Nuovo, e di epoca medievale e romanica come il Duomo Vecchio, o Rotonda, e il Broletto sede degli amministratori cittadini durante il tempo dei Comuni. Percorrendo via Musei, dove si trova il Museo di Santa Giulia (ex San Salvatore), patrimonio mondiale dell’Unesco, fatto costruire da re Desiderio, ancora una volta si attraversano diverse ere che vanno dal Rinascimento, al Barocco grazie alla presenza di chiese e palazzi appartenuti ad importanti famiglie della nobiltà bresciana. Poi si incorra Piazza del Foro dominata dai resti di epoca romana e da quelli preistorici dei Cenòmani. Secoli di Storia accumunati dal fatto che tutte queste aree furono, nelle diverse epoche, luoghi di sviluppo della vita sociale, politica, amministrativa e religiosa dei bresciani. A dire il vero nel libro ci sono tanti posti che da secoli animano la città, ma che non tutti sembrano conoscere. Troviamo il Museo diocesano dove c’è una delle più grandi collezioni di pianete (abiti da prete) presente in Italia, il Museo degli strumenti Musicali di via Trieste, l’arco del Granarolo con i quattro medaglioni dedicati a Moretto, Agostino Gallo, Niccolò Tartaglia e Giammaria Mazzuchelli. Per non dimenticare le leggende popolari come quella del Bue d’oro e della Tomba del Cane. In conclusione per Brescia Segreta vorrei usare queste parole dell’introduzione: “Brescia per me non è solo una città, ma è una sorta di immensa biblioteca a cielo aperto, e ogni monumento in esso presente è un libro che aspetta di essere aperto per raccontarsi agli occhi del lettore visitatore. Quello che vi chiedo ora, se vi va, è di mettere scarpe comode, di potervi prendere per mano e di accompagnarvi in questa camminata nel cuore cittadino”.

Viviana Filippini è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I e II) per Historica edizioni, 2015 Cesena. Questo è il suo secondo libro. Ha scritto la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, progetto realizzato da Radio Basilica di Verolanuova e Parrocchia di Verolanuova, ebm edizioni, Manerbio 2015. Marzo 2016 Premio “Veronica Gambara” per le donne impegnate nell’ambito della valorizzazione e della promozione culturale a Brescia. Museo degli strumenti musicali Presidenza del Consiglio di Brescia, Università Cattolica di Brescia, Fondazione C.a.b. Rotary Club “V. Gambara”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Gente di Bergamo, a cura di Paolo Aresi (Bolis, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2016

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Bergamo è la città che ha una parte alta e un parte bassa. Bergamo è la città dei pittori Giovan Battista Moroni e di Caravaggio o, se vogliamo arrivare ai giorni nostri, possiamo ricordare l’alpinista Simone Moro, che lo scorso febbraio è riuscito a salire in cima del Nangar Parbat, noto come “La montagna assassina”. Bergamo è anche un posto dove la gente scrive e racconta il suo mondo e lo dimostra Gente di Bergamo, la raccolta di racconti pubblicata da Bolis, curata da Paolo Aresi. Le 20 storie trascinano il lettore dentro al mondo bergamasco, facendogli conoscere tutte le diverse tipologie di persone e caratteri umani che rendono bella, intrigante e sfaccetta la città. Il libro è un viaggio vero e proprio dentro la terra cittadina, ed essa prende forma dalle storie che hanno il sapore di testimonianze, di memorie, di ricordi e di esempi per il futuro dati dalle generazioni del passato. Le storie sono state suddivise in sei sezioni tematiche (Le montagne, le valli, i fiumi; Le radici, vicine e lontane; L’amore; L’amicizia, La storia, Il sogno) poi, leggendo ogni singola vicenda, ci si accorge di come ognuna di esse abbia caratteristiche specifiche che la rende coinvolgente e unica. Quello che i 20 autori partecipanti all’antologia Gente di Bergamo hanno fatto con le loro creazioni è importante, perché permette a chi legge di comprendere alcune caratteristiche comportali sì legate al personaggio protagonista della trama ma, allo stesso tempo, tipiche della gente bergamasca e non solo. Io sono nata e cresciuta in provincia di Brescia e leggendo questa raccolta mi sono divertita a scoprire i parallelismi esistenti tra i bresciani e i bergamaschi, tra i quali, si sa, c’è sempre stato un campanilismo dalle radici storiche. Per esempio, nel racconto Vecchio al monte di Alberto Gherardi, è curiosa la figura di Cesco, un uomo tutto d’un pezzo che ad un certo punto della sua vita farà una cosa che mai avrebbe pensato potesse servire anche a lui: andare dal dottore. Un atteggiamento che ritorna in modo abituale e che ho riscontrato in passato e ancora oggi noto, in alcuni uomini che incontro. Il libro edito da Bolis aiuta il lettore a conoscere questi bergamaschi amanti della natura, degli animali (interessante è il racconto di Giusi Quarenghi, Ali, dove la simpatica e anziana protagonista preferisce la compagnia delle galline e del suo tacchino, rispetto a quella degli esseri umani). Persone che parlano in un dialetto così stringato che a volte è difficile capire che in quelle poche parole smozzicate, invece si nasconde un intero discorso, come mette in evidenza Laura Mühlbauer nel racconto La salita. Lo stesso linguaggio vernacolare risentirà non poco della concorrenza del puro italiano che invaderà Bergamo e l’Italia intera con l’arrivo della televisione. Gente di Bergamo è una raccolta corale, un insieme di voci, che attraverso queste storie non solo ci permettono di conoscere meglio una città, ma ci aiutano a scoprire l’anima della gente che l’ha fatta e l’ha raccontata.

I racconti sono firmati (in ordine alfabetico) da:

Giovanna Amico, Paolo Aresi, Claudio Calzana, Tiziano Colombi, Piero degli Antoni, Annalisa Di Piazza, Chiara Di Sante, Davide Ferrario, Livio Gambarini, Cristiano Gatti, Alberto Gherardi, Adriana Lorenzi, Raul Montanari, Laura Mühlbauer, Alessandra Pozzi, Giusy Quarenghi, Federico Radaelli, Angelo Roma, Davide Sapienza, Roberto Tiraboschi.

Source: Consigliato da Anna Colosio Communication specialist, web editor, blogger e digital PR.

:: Due libri a confronto: La discriminazione e lo sradicamento in Tutti i giorni di tua vita, Lia levi, (ed e/o 2016) e Sotto un sole diverso, Ernst Lothar (ed, e/o 2016), a cura di Viviana Filippini

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Di solito quando recensisco libri, li commento in pezzi distinti, ma Tutti i giorni di tua vita di Lia Levi e Sotto un sole diverso di Ernst Lothar, entrambi editi da e/o, credo debbano essere raccontati assieme. I mondi narrativi creati dai due autori sono diversi, ma non troppo, perché in entrambe i testi le protagoniste sono due minoranze etniche (ebrei e altoatesini) che durante il periodo del Fascismo non ebbero vita facile nel nostro stivale. Gli ebrei come quelli narrati da Lia Levi finirono vittime delle leggi razziali del 1939, mentre i sud tirolesi raccontati da Ernst Lothar, assistettero inermi agli accordi tra Mussolini e Hitler, con i quali si stabilirono l’italianizzazione forzata per chi stava in Sud Tirolo con la rinuncia totale alla propria cultura d’origine, o il rimpatrio, ma sarebbe meglio chiamarlo esilio, nelle terre del Reich. Nonostante gli autori non si siano mai conosciuti (la Levi è nata nel 1931, Lothar nel 1890), ciò che mi ha colpito di Tutti i giorni di tua vita e di Sotto un sole diverso è che in tutti e due i testi ci sono temi ricorrenti e simili come il conflitto generazionale tra genitori e figli, l’imposizione di dover rinunciare alla propria cultura d’origine, la discriminazione accompagnata all’emarginazione perché considerati diversi e – brutto da scrivere- razze inferiori, le deportazione e lo sradicamento dalla propria terra. A Roma abbiamo una famiglia di ebrei che entra nella sua nuova casa. Al Nord, in Sud Tirolo, c’è un nucleo familiare dove un anziano nonno si ritrova a crescere i nipoti rimasti orfani. Le storie sono ambientate nell’Italia del nascente e dilagante Fascismo e i nuclei familiari protagonisti dovranno affrontare non solo i problemi quotidiani, ma dovranno imparare a convivere con il regime. Per la famiglia di Tutti i giorni di tua vita, le due sorelle (Regina e Corrina) hanno caratteri tra loro stanno agli antipodi, e non a caso assumeranno un atteggiamento differente verso il regime, che rispecchia anche il loro approccio nei confronti della vita. Regina sarà più impulsiva e propensa all’impegno politico e all’antifascismo, mentre Corinna, la minore, sceglierà la via della docilità e della tranquillità. Sulla stessa scia vivono i Mumelter nati dalla penna di Lothar, dove il capofamiglia si sente molto attaccato alle proprie origini altoatesine, tanto da vedere in Hitler l’unico che possa salvare la loro integrità culturale. Una speranza presto disillusa. Accanto a nonno Mumelter arrivano gli scapestrati nipoti: Sepp, il più giovane, si lascerà abbagliare dal Fascismo diventando un balilla; Riccarda darà scandalo rimanendo incinta fuori dal matrimonio e il maggiore Andreas verrà arrestato per il suo impegno antifascista.

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I capostipiti delle famiglie (Valfredo per la Levi e nonno Mumelter per Lothar) assistono inermi al frantumarsi di quella solidità che nel tempo si erano costruiti e in un certo senso sono la rappresentazione di una generazione che consapevole della fine di un epoca, non vuole rinunciare alle proprie radici per non far cadere nella dimenticanza i sacrifici secolari. In loro opposizione ci sono i figli con le loro mentalità nuove, a volte avventate, e sempre pronti a fare di tutto pur di sentirsi vivi e partecipi agli eventi a loro contemporanei. Questo creerà conflitti ed evidenzierà quanto l’evolversi delle teste delle persone della “storia”, in alcuni casi, sia pesantemente influenzato dall’imporsi della “Storia”. In entrambe i libri attorno alle due famiglie principali si aggirano personaggi che cercheranno di favorire e, soprattutto, di ostacolare l’agire delle famiglie, come per impedire loro di poter vivere in armonia e in libertà. Nella vita quotidiana narrata da Lia Levi, le due sorelle Regina e Corinna, entrambe sposate con mariti non ebrei, si confronteranno con Lilli Durante, un attrice del regime che non esiterà a fare la spia su chi sono gli ebrei del quartiere. Accanto a quest’ultima c’è una sarta fascista e pure Tarantella, un servetta di campagna che, tradita nel suo onore femminile, dovrà dare una sistemata alla sua esistenza per evitare che le conseguenze ricadano su di lei e sulla famiglia di Regina e Corinna. Stessa cosa accade nel libro di Lothar, nel quale i Mumelter, cacciati dal loro amato sud Tirolo, dovranno vivere nella sconosciuta Cecoslovacchia. Non solo, ma ogni loro azione e scelta, compresa la tenera amicizia tra Andreas e la figlia di una famiglia di americani, sarà sempre sotto stretto controllo e le conseguenze delle scelte compiute, avranno per loro conseguenze inaspettate e imprevedibili. I due romanzi usciti per e/o nel 2016 sono nati in epoche lontane tra loro, nel senso che Sotto un sole diverso venne pubblicato la prima volta nel 1943, Tutti i giorni di tua vita della Levi settantatre anni dopo. Questo lasso temporale non impedisce alla due storie di poter essere prese in esame in contemporanea, in quanto molto simili, e di scoprire come individui lontani tra loro per cultura e tradizioni abbiano narrato il dramma dello sradicamento. Con Sotto un sole diverso di Ernst Lothar e Tutti i giorni di tua vita di Lia Levi ci si rende conto che quell’essere estirpati dalla propria terra è ancora attuale, perché pensando ai tanti immigrati che occupano le cronache dei nostri giorni, sono cambiati il colore della pelle, i vestiti, usi e costumi, ma la storia di allontanamento, spontaneo o imposto, dalla propria terra è attuale ancora oggi come ieri. Sotto un sole diverso è tradotto dal tedesco da Monica Pesetti.

Lia Levi, di famiglia piemontese, vive a Roma, dove ha diretto per trent’anni il mensile ebraico Shalom. Per le nostre edizioni ha pubblicato: Una bambina e basta (Premio Elsa Morante Opera Prima), Quasi un’estate, L’albergo della Magnolia (Premio Moravia), Tutti i giorni di tua vitaIl mondo è cominciato da un pezzo,L’amore mio non puòLa sposa gentile (Premio Alghero Donna e Premio Via Po) La notte dell’oblio e Il braccialetto (Premio speciale della giuria Rapallo Carige, Premio Adei Wizo). Nel 2012 le è stato conferito il Premio Pardès per la Letteratura Ebraica. È stata finalista al Premio Maria Teresa di Lascia e al Premio Minerva.

Ernst Lothar Müller (Brno 1890-Vienna 1974) è stato uno scrittore, regista e critico teatrale, grande interprete dello spirito austriaco. Dopo la laurea in giurisprudenza e una rapida carriera nella burocrazia austriaca si dedicò anima e corpo alla scrittura e al teatro. Nel 1938, a causa delle persecuzioni del regime nazista per le sue origini ebraiche, emigrò negli Stati Uniti dedicandosi all’insegnamento universitario. Dopo la caduta del Reich tornò a Vienna e continuò a scrivere romanzi, liriche e saggi. La melodia di Vienna, pubblicato dalle nostre edizioni nel 2014, è il suo capolavoro.

Source: libri inviati dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

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:: L’invenzione dell’inverno, Adam Gopnik, (Guanda, 2016) a cura di Viviana Filippini

8 aprile 2016
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La primavera è arrivata e tra poco sarà il turno dell’estate, ma vi vorrei parlare di L’invenzione dell’inverno di Adam Gopnik, perché è una vera e propria analisi minuziosa della stagione che va da dicembre a marzo. Il saggio edito da Guanda è curioso e avvincente, in quanto l’autore, grazie ad elementi diversi, trascina noi lettori dentro alla stagione dominata dal freddo e dal gelo. Il testo è diviso in cinque intensi capitoli nei quali Gopnik narra e spiega i diversi modi di vivere il periodo stagionale invernale. Il tutto è un’analisi molto importante che evidenzia quanto l’inverno sia diventato soggetto e oggetto di studio dal Romanticismo in poi. A dire la verità, forse, fu proprio l’invenzione del riscaldamento centralizzato nell’Inghilterra del Settecento che permise di stare in un luogo caldo e protetto, per osservare e cominciare ad indagare il mondo niveo all’esterno. Dai ricordi d’infanzia dell’autore, nei quali l’inverno era, per lui bambino, un periodo di gioia e di serenità, il testo affonda le radici nelle diverse interpretazioni storiche, sociali e culturali che sono state fatte della stagione stessa. Per Gopnik c’è stato un periodo Romantico dell’inverno, nel quel gli artisti della pittura e letteratura proiettavano su di esso le loro emozioni e riflessioni sul mondo in evoluzione. Dopo di esso ci fu il periodo Estremo dell’inverno, da associare alla fase storica dell’umanità tra fine Ottocento e inizio del Novecento, quando molti uomini avventurieri sfidarono la stagione gelida per raggiungere i due Poli. Quello che emerge da queste missioni esplorative del passato evidenza la voglia dell’uomo di sfidare la natura e, allo stesso tempo, si scopre la non completa consapevolezza del genere umano nei confronti delle insidie presenti nel mondo dei ghiacci. Quello che lascia perplessi del periodo Estremo dell’inverno è il fatto gli uomini ad un certo punto capirono come fosse difficile contrastare l’inverno nella conquista dei Poli ma, nonostante tale barlume, gli esploratori continuarono nel loro assalto alle terre gelide, uscendone, in molti casi, sconfitti. L’autore si addentra anche nella dimensione familiare della stagione del freddo, e scrive di un inverno come Rigenerazione, compiendo una vera e propria indagine sulla tradizionale festa del Natale, alla scoperta del valore religioso e commerciale della festività (regali, addobbi, vischio), passando per un esame della nascita della figura barbuta di Babbo Natale che, in principio, non aveva la classica casacca rossa che lo distingue ancora oggi. Gopnik, non si ferma e ci porta ad un assaggio dell’inverno Ricreativo concentrato sul valore degli sport tipici della stagione con il ghiaccio e le temperature basse, seguito dall’inverno del Ricordo. Ricordo di cosa? L’inverno come una stagione ricca di eventi e fatti che ci toccano l’animo e che rimangono per sempre in noi. Nel saggio di Adam Gopnik ci son cinque dimensioni di indagine della stagione invernale, sviscerata attraverso l’arte pittorica romantica, la poesia, la letteratura, la scienza, la fede, l’antropologia e la sociologia che fanno di L’invenzione dell’inverno un saggio su come l’uomo abbia vissuto e plasmato, in base ai propri bisogni, costumi ed esigenze, quello che per Napoleone fu il “Generale Inverno”. Traduzione Isabella C. Blum.

Adam Gopnik scrive per il «New Yorker» dal 1986. Ha vinto tre volte il National Magazine Award for Essays and for Criticism e il George Polk Award for Magazine Reporting. Vive a New York con la moglie e i loro due figli. Guanda ha pubblicato Una casa a New York, Da Parigi alla luna, In principio era la tavola, Il sogno di una vita e L’invenzione dell’inverno.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Figlie dell’estate, Lisa-Maria Seydlitz, Keller 2015 a cura di Viviana Filippini

1 aprile 2016
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“E ho pensato alle famiglie che ci vengono date e a quelle che siamo capaci di costruire”, così Natascha Lusenti concludeva il suo risveglio di CaterpillaraAM, su Radio2, il 10 dicembre del 2013. Questa frase mi si è accesa nella mente appena mi sono imbattuta nella lettura di Figlie dell’estate di Lisa-Maria Seydlitz. Nel libro edito da Keller, la scrittrice crea un’intricata storia di vite umane, dove due giovani donne riusciranno, passo dopo passo, a superare ostacoli, incomprensioni e pregiudizi, dando vita ad un legame affettivo e di sangue indissolubile. Tutto comincia quando Juno, nella torrida estate tedesca, riceve una lettera anonima che l’avvisa di un fatto a lei del tutto sconosciuto. Frank, il padre defunto, le ha lasciato in eredità una casa in Bretagna. La ragazza è perplessa e un po’ sconvolta per il dono ricevuto. Il tutto diventa ancora più misterioso, quando facendo una serie di domande alla madre per avere spiegazioni sensate, l’unica cosa che la giovane riceve sono pesanti silenzi e un mazzo di chiavi. Juno capisce che la mamma non la aiuterà mai a risolvere questo enigma. Un bel giorno la ragazza sale in macchina e parte con una meta precisa: la Bretagna. Arrivata alla famigerata casa lasciatale dal padre, Juno scopre che nell’abitazione vicina al mare, ci vive un certa Julie, una ragazza di Marsiglia che lavora al Bar du Matin. Quest’ultima accoglie Juno, ma il suo atteggiamento si dimostra da subito un po’ circospetto e poco propenso al contatto. Da questo momento l’autrice, qui al sue esordio letterario, alterna il presente della Bretagna, al passato dal quale emerge molto dell’infanzia di Juno. Una parte della sua vita dove si scopre la passione per il nuoto del padre, il lavoro di libraia della madre e i frequenti viaggi in Francia di lui, fatti prima con la famiglia poi, troppo spesso, in solitaria. Tassello dopo tassello il lettore viene trascinato nel mondo di Juno, dove tante verità le sono state nascoste, ed esse, una volta scoperte, porteranno la protagonista a guardare se stessa e il mondo in modo del tutto nuovo e diverso da prima. La casa sul mare in Bretagna per Juno non è solo un’eredità del padre, essa è un vero e proprio dono che l’uomo le ha voluto fare, per permetterle di trovare un’altra parta della sua famiglia. Figlie dell’estate è un romanzo tutto al femminile, in quanto le principali protagoniste che agiscono sono donne (Juno, sua madre che vende libri, poi Julie e ancora Camille che gestisce il bar) e ognuna di loro, con il proprio dire e il proprio fare, contribuirà alla costruzione di un romanzo familiare. All’inizio Juno e Julie sono distanti, si guardano con sospetto, sono estranee poi, pian piano, tra loro nascerà una forte empatia condivisa, che evidenzierà quanto per entrambe è stato importante Frank. Lui non c’è più, ma la sua casa in Bretagna ha unito e avvicinato due persone per l’uomo-padre molto importanti. Lisa-Maria Seydlitz con Figlie dell’estate crea un romanzo dalla trama delicata, avvincente, nel quale l’amicizia, l’amore materno e fraterno sono gli strumenti ideali che permettono alle protagoniste di superare i diversi ostacoli e imprevisti che la vita riserva. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Lisa-Maria Seydlitz è nata nel 1985 a Mannheim, ha studiato scrittura creativa e giornalismo culturale alla Hildesheim Univesität e teatro all’ Université Aix-Marseille. Figlie dell’estate è il suo romanzo d’esordio.

Source: spedito al recensore dall’editore. Grazie a Silvia Turato per l’attenzione costante.

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:: Stella, babbo e papà, Miriam B. Schiffer (Gallucci editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

22 febbraio 2016
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Di prossima uscita per Gallucci editore, Stella, babbo e papà, scritto da Miriam B. Schiffer, illustrato da Holly Clifton-Brown, è un libro che con delicatezza e intelligenza spiega le unioni civili ai più piccoli. La trama ha per protagonista la piccola Stella, una bambina dai capelli tra il biondo e il rosso, simpatica, vivace e spensierata che vive con il suo babbo e il suo papà. La coppia le dà tutto l’amore di cui lei ha bisogno, ma per la piccola la situazione si complica quando nella sua classe si organizza la Festa della mamma. Carmen, Leo e Jonathan sono certi che le loro mamme saranno felici di partecipare all’evento ma, Stella è un po’ triste, perché lei la mamma non ce l’ha. Questo scatena la curiosità dei compagni di classe che le domandano chi la aiuta a fare i compiti, chi le rimbocca le coperte, chi la accudisce quando è malata e chi le legge le fiabe della buona notte, visto che una mamma lei non ce l’ha. Grazie alla simpatica combriccola di parenti, formata dai nonni, dagli zii e dai suoi due bei papà, Stella riuscirà a far capire a tutti quanti i suoi compagni di scuola che, accanto alle famiglie “tradizionali” dove ci sono una mamma e un papà, esistono altri nuclei familiari, dove i genitori possono essere due mamme o, come nel suo caso, due papà. Il libro della Schiffer racconta con una purezza cristallina e garbo il tema della diversità e lo fa attraverso la vicenda di una bambina – Stella – che con intelligenza e simpatia dimostra come anche nelle famiglie dove i genitori sono dello stesso sesso, c’è tanto amore. La cronaca italiana di questi giorni ci racconta gli infiniti dibattiti e accese discussioni, dentro e fuori dal Senato della Repubblica Italiana, sul disegno di legge riguardante le unioni civili, presentato dalla relatrice PD Monica Cirinnà. Questo primo libro l’infanzia della Schiffer è importante, perché vuole raccontare ai lettori bambini e, aggiungerei, anche agli adulti, come si vive in una famiglia dove i genitori sono dello stesso sesso, nell’intento di aiutare a comprendere e a rispettare la diversità del prossimo. Stella, babbo e papà, grazie anche alle immagini di Holly Clifton-Brown, è un libro che vuole guidare le persone alla tolleranza e al rispetto del prossimo diverso da noi, e lo fa dimostrando che l’amore donato alla piccola Stella dai suoi due papà è identico a quello che riceve ogni altro bambino, nato e cresciuto in una famiglia dove ci sono una mamma e un papà.

Miriam B. Schiffer, scrittrice newyorkese, si è laureata in Scrittura creativa alla Columbia University. Vive a Brooklyn con il marito Simon, dal quale ha avuto due gemelli. Stella babbo e papà è il suo primo libro per bambini.

Holly Clifton-Brown è cresciuta nella campagna inglese. Da piccola amava guardare i disegni nei libri. A un certo punto ha messo in valigia le matite colorate ed è andata a studiare Illustrazione alla University of West England. Oggi vive a Londra e pubblica libri per l’infanzia.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Orm il rosso. Le navi dei vichinghi (vol II), Frans Gunnar Bengtsson, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2016
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Orm il rosso. Le navi dei vichinghi di Frans Gunnar Bengtsson è il seguito de Le navi dei vichinghi uscito nel 2014, sempre per Beat edizioni. Nella prima parte della saga Orm, figlio di Toste, aveva abbandonato, dietro forzatura, la propria terra danese finendo prigioniero in Spagna e, dopo la fuga, arrivando in Irlanda. Da qui il ritorno nelle proprie amate terre nordiche con una nuova fede, quella cristiana. La seconda parte dell’epopea di Bengtsson è ricca, come vuole il suo stile narrativo, di epiche avventure che Orm vivrà un po’ per mare e un po’ sulla terra. Questa volta Orm, per sfuggire all’ira funesta del re Sven, si recherà verso le terre nordiche di confine con tutta la sua famiglia. Accanto a lui la moglie Ylva, il religioso cattolico Vilibaldo, che durante la narrazione riuscirà a convertire molte persone al cristianesimo, gli amati cavalli e i cani della Scania. Nella nuova terra Orm costruirà una casa, dove la moglie darà alla luce le loro gemelle, e lui farà innalzare una chiesa per accogliere i fedeli. La prima parte del romanzo è abbastanza stanziale, nel senso che Orm è presentato mentre sta costruendo e dando forma al suo regno. Oltre alla vita della sua famiglia, al suo nascente reame, compaiono alcuni personaggi strani che vengono a fare visita al signore. Tra di loro due strambi giullari irlandesi e un prete molto tormentato, in fuga da se stesso e dai propri problemi. La seconda parte delle avventure di Orm è molto più dinamica, perché il guerriero parte per un lungo viaggio con il fine di recuperare l’oro bulgaro del fratello Are, rimasto vedovo e senza figli. Una volta compiuta questa missione, Orm tornerà a casa, ma al posto della tranquillità tanto desiderata, troverà altri problemi e spinosi grattacapi da risolvere, come nuovi nemici da affrontare, tra i quali figura pure quel prete che aveva perso se stesso e che ricomparirà sulla scena, ancora più traumatizzato e senza più fede in Dio. Orm il Rosso. Le navi dei vichinghi (vol II) di Bengtsson narra di un mondo e di epoche lontane, e lo fa attraverso la storia di un ragazzo – Orm il rosso- diventato un uomo potente e saggio, che ha sì combattuto, ma che ha anche saputo trovare pace e stabilità, grazie all’amore per la famiglia e alla fede in Dio. Il protagonista è maturato e questo essere diventato uomo completo è quel valore aggiunto che gli permetterà di affrontare con sicurezza le difficili situazioni che la vita privata e pubblica gli riserveranno. La saga dello svedese Frans Gunnar Bengtsson è curiosa, affascinate e di piacevole lettura, perché i due volumi (Le navi dei vichinghi e Orm il Rosso. Le navi dei vichinghi)trascinano il lettore in un passato lontano nel quale, grazie alle fantastiche avventure, si scopre che la convivenza tra culture, usi e costumi diversi era possibile. Traduzione Ada Arduini.

Frans Gunnar Bengtsson è stato uno dei maggiori poeti e scrittori svedesi. Saggista, si occupò di François Villon, Walter Scott e Joseph Conrad e scrisse una imponente biografia di Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però Le navi dei vichinghi, pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Adone, Elisa Zimarri, (Scienze e lettere, 2015) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2016
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Adone è il protagonista del nuovo libro per bambini edito da Scienze e lettere, realizzato da Elisa Zimarri. Il volume dalla bella e intrigante copertina arancio appartiene alla collana Monstra, che la casa editrice ha creato per occuparsi di tutte quelle figure della mitologia antica, non esistenti in natura, che sono un po’ uomini e un po’ animali, ma forse anche qualcosa di più. Il libro di Adone è caratterizzato da un perfetto mix di parole e immagini colorate che narrano al lettore bambino la storia di questo essere dei miti antichi. Ogni bambino appassionato di lettura si addentrerà in un mondo di parole, forme e colori per conoscere la storia di questo giovanotto nato da Mirra, trasformata in albero da Zeus, colmo di pietà per lei e per l’inganno che le aveva giocato la gelosa Afrodite. Il piccolo Adone, uscito dal ventre dalla mamma albero, verrà affidato da Afrodite a Persefone, la signora dell’Ade. Quest’ultima si innamorerà alla follia del ragazzino e dimostrerà la sua esplicita intenzione di tenerlo con sé per sempre e di non restituirlo mai ad Afrodite. Il forte e saggio Zeus interverrà per porre fine alle liti tra le due dee, stabilendo che Adone dovrà vivere sei mesi con una dea e se mesi con l’altra. Adone accetterà questo destino e vivrà in modo spensierato la sua vita sui monti del Libano, fino a quando l’incontro con un cinghiale cambierà per sempre la sua vita e determinerà la nascita del fiore rosso dell’anemone. A narrare il tutto, grazie alla scorrevole scrittura di Elisa Zimarri, è Adone in prima persona, che prende per mano i piccoli lettori portandoli in una dimensione nella quale natura, mito e sentimento si mescolano alla perfezione. Adone è sì un libro per bambini, ma lo consiglio anche agli adulti per riscoprire la storia della mitologia classica e i suoi personaggi. Vivaci, colorate e molto utili per rendere ancora più coinvolgente il testo son le immagini di Martina Vanda.

Elisa Zimarri è laureata in lettere antiche con indirizzo archeologico, studiosa di miti dell’arte antica, insegnante di lettere ed esperta di educazione interculturale. Si occupa di integrazione di disabili, di alunni con bisogni educativi speciali e di alunni con DSA. Il suo incontro con la figura di Adone è avvenuto in occasione della redazione della tesi di laurea e l’approfondimento è stato realizzato con viaggi di studio in Sira e Libano.

Martina Vanda è autrice e illustratrice di picture books, designer e ceramista. I suoi libri son pubblicati in Italia e all’estero in Francia, Spagna, Messico, Cina e Cile. Dal 2012 dirige le autoproduzioni TunellingP. Per Scienze e Lettere ha realizzato Sirene e ha avuto riconoscimenti internazionali come la selezione alla Mostra Illustratori di Bologna (2012 e 2015), alla Biennale di Bratislava (2012), al CJ BOOK Awars Korea (2010) e al Premio Querty (2010). Il suo libro Estela Grita muy fuerte ha venduto 100mila copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Scienze e Lettere.

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:: Creature di un giorno, Irvin D. Yalom, (Neri Pozza, 2015) a cura di Viviana Filippini

1 febbraio 2016
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Creature di un giorno dell’ottantenne psichiatra Irvin D. Yalom, non è un vero e proprio romanzo. In questo libro, edito da Neri pozza, lo studioso propone una serie di vicende umane, aventi per protagonisti coloro che nel corso degli anni sono stati suoi pazienti e che, con lui, hanno affrontato problemi e traumi personali. Tra i patimenti ci sono la perdita di qualcuno d’importante per la propria vita, l’invecchiamento, il conflitto con gli altri, la malattia e la solitudine. In certi momenti della lettura si ha come la sensazione che i diversi protagonisti siano usciti dal mondo della fantasia, ma, invece, sono reali. Inoltre, leggendo le loro vicende, ci si rende conto di quanto siano umani e fragili, perché questo emerge proprio nel momento in cui sono chiamati a confrontarsi con quegli eventi traumatici che li tormentano da tempo. Yalom ha un garbo e una delicatezza nel raccontare queste storie, che il lettore è trascinato dentro ad ognuna di esse. C’è da dire che la stessa delicatezza, unita alla professionalità dello psichiatra, sono gli elementi che gli permettono di aiutare ognuno dei suoi pazienti. Tutti i protagonisti qui presenti riusciranno – con tempi diversi- a fare i conti con le proprie sofferenze e con quei dolori, non tanto fisici, ma psicologici, che rendono loro difficile il vivere la quotidianità. Tra i diversi pazienti c’è per esempio un uomo d’affari ossessionato dal fatto che tutto quello che lo circonda deve essere in perfetto ordine. Questa non è solo una necessità per lui, ma è quell’elemento vitale che gli permetti di pacificarsi con il suo animo caotico e tormentato. Intrigante è anche la ex ballerina della Scala in pensione, che entra nelle studio del medico come se fosse su un palcoscenico. Questo dimostra la sua difficoltà nel separare il presente da un passato che ormai non c’è più. Tra le tante storie di vita spicca anche quella di una redattrice scrittrice, dall’aspetto un po’ hippy, giunta allo stato terminale della sua malattia. Yalom, grazie alla sua finezza intellettuale e alla grande esperienza accumulata in più di cinquant’anni di pratica psicanalitica, permette anche a chi non è esperto di psicanalisi di conoscere in modo approfondito la psiche di alcune esistenze umane e di partecipare, in modo empatico, allo sbrogliarsi e risolversi dei loro tomrenti. L’uso di un linguaggio semplice, affabile, non tecnico, è l’elemento che permette a noi lettori di sentirci partecipi e coinvolti nelle vite di questi uomini e donne che hanno chiesto aiuto al noto psichiatra nella speranza di risolvere i propri problemi e di ritrovare la pace perduta. In questo libro, quello che stupisce è il fatto che autore e lettore, terapeuta e paziente, si trovino tutti sullo stesso piano emozionale. Un elemento importante che permette a tutti gli “attori” coinvolti nella narrazione di partecipare, sempre assieme, alla ricerca della soluzione. Per tale motivo la citazione iniziale tratta dai Pensieri dell’imperatore Marco Aurelio è quella che sintetizza alla perfezione l’essenza di Creature di un giorno, di Irvin D. Yalom:

“Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo. Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te. Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte”.
Marco Aurelio, Pensieri

Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Standford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Ha scritto numerosi libri e best seller internazionali, tra i quali La cura Schopenhauer (2005), Le lacrime di Nietschze (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014) e Sul lettino di Freud (2015), tutti editi da Neri Pozza. Per saperne di più www.yalom.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Quanta terra serve a un uomo?, Hanne Heurtier (Orecchio acerbo, 2015) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2016
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Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier prende ispirazione da Se di molta terra abbia bisogno un uomo di Lev Tolstoj, un racconto scritto dall’autore russo nel 1885 e pubblicato l’anno seguente. Il libro, edito da Orecchio acerbo, è caratterizzato da una perfetta armonia tra parole e immagini per narrare ai piccoli lettori (e non solo) la storia di Pachòm, un contadino siberiano, che abita con la famiglia (moglie e tre figli) in una piccola porzione di terra, simile ad un fazzoletto. L’uomo non è ricco, però ha tutto quello che gli serve per una vita dignitosa, ma questo scatena in lui insoddisfazione. Pachòm è convinto che se solo avesse molta più terra, sarebbe di certo più felice. Il contadino siberiano comincerà quindi a fare compere e spendere sempre più soldi, per avere terra e ancora terra, ma non riuscirà ad avere ancora tutto quello che vorrebbe per essere soddisfatto in modo completo. Pachòm deciderà di andare nel paese dei nomadi Baškiri, perché là la terra è venduta a poco e nulla. Arrivato qui, il capo della tribù gli farà una proposta che permetterà a Pachòm di avere, per soli mille rubli, tutta la terra che riuscirà a percorrere a piedi, delimitandone il perimetro. Per ottenerla il contadino dovrà ritornare dal capo dei nomadi entro il tramonto, altrimenti perderà terra e pure tutti i suoi soldi. Il contadino accetta la sfida, perché è sicuro di sé, ma non sa che il destino gli riserverà un’impensabile e amare sorpresa. Il libro di Hanne Heurtier è un‘interessante riflessione sull’avidità e il bisogno di possesso che attanaglia gli uomini di qualsiasi epoca. Pachòm ha tutto, ma non è contento della gioia che le piccole cose gli danno. Il suo attaccamento alle cose e la sua smodata ambizione personale, lo porteranno a perdere il senso della ragione. L’uomo mirerà a possedere sempre più beni materiali, nella convinzione che saranno quelli a dargli la felicità che tanto sta cercando. Il contadino protagonista di Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier, agirà seguendo la sua folle aspirazione, in modo tenace e ostinato e, arrivato alla fine, otterrà sì la terra tutta per sé, ma ben diversa da come l’aveva desiderata. I colori caldi e accesi e le forme delle illustrazioni di Raphel Urwiller rendono travolgente e appassionante la storia di Pachòm. Traduzione Paolo Cesari.

Annalise Heurtier è nata nel 1979. Nel 2003 ha cominciato a scrivere, quasi per caso, il suo primo romanzo per ragazzi, scrivendo poi venti romanzi pubblicati dalle case editrici francesi più importanti. Dal 2011 vive a Thaiti con la famiglia, scrive romanzi per adolescenti e partecipa ad incontri con le scuole.

Raphel Urwiller si è diplomato in Arti figurative a Strasburgo e si è da sempre distinto per il suo particolare tratto grafico, per l’utilizzo del colore e per la cura del particolare, derivante, forse dal contatto con la cultura nipponica dalla quale proviene Mayumi Oterio, sua compagna e collaboratrice. I due hanno creato la piccola casa editrice Icinori che fa serigrafie, libri illustrati e pop-up. Nel catalogo di orecchio acerbo troviamo Quanta terra serva ad un uomo? (2015) di Hanner Huertier tratta da Lev Tolstoj e Jabberwocky di Lewis Carrol (2012).

Source: prestito in biblioteca.

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:: La nonna vuota il sacco, Irene Dische,(Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2016
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La nonna vuota il sacco di Irene Dische è un romanzo allegro e davvero coinvolgente. La voce narrante è quella di Elisabeth, una donna tedesca di fede cattolica che narra la vicenda della sua famiglia, dal suo matrimonio fino alla nascita dei suoi nipoti e pure pronipoti. La nonna vuota il sacco non è un vero e proprio diario ma, il carattere della narrazione biografica e memorialistica gli calzano alla perfezione. Elisabeth ci porta dentro al suo mondo privato e noi lettori scopriamo che lei -capelli castani, naso fine, occhi azzurri e labbra perfettamente delineate- è una giovane donna corrispondente al 100% ai canoni della bellezza germanica. Il marito, Carl Rother, ha un naso adunco, occhi profondi e neri, è medico ed è il figlio di un ferramenta ebreo dell’Alta Slesia. Siamo tra gli anni Venti e Trenta del Novecento e le differenti religioni, per ora, non impediscono a Elisabeth e Carl di sposarsi. Tutto però si complica con la salita al potere dei nazisti. La loro violenza, e politica repressiva, andranno a colpire ogni ebreo, compresi coloro che hanno sposato tedeschi puri. Mentre i fratelli di Elisabeth diventeranno gerarchi nazisti, lei e il marito, sentendo incombere il pericolo, decideranno di scappare in America, nel New Jersey, con la figlia Renate. Qui, nel Paese dove tutto sembra essere possibile, l’inserimento dei fuggitivi non sarà proprio facile, ma un po’ alla volta, superati i diversi ostacoli e pregiudizi, la famiglia riuscirà a trovare un’adeguata stabilità. Il tutto durerà fino a quando Renate sposerà lo scienziato Dische, un uomo intelligente sì, ma pieno di manie comportamentali e la situazione sembrerà sfuggire al controllo completo, di tutto e tutti, quando arriverà Irene, la loro figlia. Il libro della Dische narra la vita di una famiglia, mostrandone le gioie, i dolori, le incomprensioni (il rapporto tra Elisabeth e Renate sarà sempre un po’ teso), gli improvvisi colpi di testa (Irene da adolescente dimostrerà una instabilità del vivere che la porterà a cambiare più scuole e ad intraprendere viaggi senza mete e obiettivi precisi) che condurranno i personaggi protagonisti a compiere scelte a volte stravaganti, ma per loro fattibili e importanti. Il romanzo della Dische è un vero e proprio viaggio nella memoria che riunisce tre diverse generazioni di donne appartenenti ad un unico nucleo familiare. Elisabeth, Renate e Irene sono rispettivamente una nonna, una madre e una figlia. I caratteri sono tra loro diversi, ma ciò che unisce queste tre figure femminili, oltre al legame di sangue, è il legame madre figlia che attraversa i tempi, è una sorta di senso di protezione sempre presente, nonostante i contrasti. Il linguaggio schietto e l’ottima traduzione di Riccardo Cravero permettono al lettore di entrare nel mondo privato di Elisabeth, nel quale la quotidianità è velata di ironia e da situazioni che commuovono e fanno riflettere chi sta fuori dal libro. Leggere La nonna vuota il sacco di Irene Dische è stato appassionante, è stato come essere a fianco della narratrice stessa e si percepisce in Elisabeth (e anche in Irene Dische stessa) la volontà di condividere con i lettori, i legami affettivi e una vita ricca di colpi di scena che ricordano emozionanti film ma, in questo caso, sono realtà vera e vissuta.

Irene Dische è nata a New York e vive a Berlino. È giornalista, scrittrice di libri per adulti e per ragazzi. Ha pubblicato anche Pietose bugie (Feltrinelli, 1991), Un accordo drammatico (Feltrinelli, 1995), Esterhazy. Storia di un coniglio, scritto con Hans Magnus Enzensberger (Einaudi, 2002), e La nonna vuota il sacco (Neri Pozza, 2006). Le lettere del sabato, con cui Dische ha vinto il Deutsche Jugendliteraturpreis, il più autorevole riconoscimento alla letteratura per ragazzi in Germania, è stato pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1999.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Beat.

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