Posts Tagged ‘Viviana Filippini’

:: Casa Lampedusa. Semplicemente eroi, Antonio Ferrara, (Einaudi Ragazzi, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 aprile 2017
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Casa Lampedusa è il libro di Antonio Ferrara edito da Einaudi Ragazzi. La storia è ambientata proprio sull’isola italiana dove, ogni giorno, arrivano e naufragano centinaia di migliaia di persone in fuga dei loro Paesi afflitti da guerra e povertà.  A Lampedusa però ci vive anche Salvatore, con la mamma e con il babbo, e un giorno tornando da scuola il ragazzino scopre che a casa loro ci sta Khalid, un omone alto, scuro di pelle.  Il profugo è un “dono” portato a loro tre dal mare. La famiglia di Salvatore si troverà a convivere con questo uomo in fuga e non sempre i rapporti con lui saranno facili a causa di una lingua diverse e di usi e costumi differenti. Salvatore e la famiglia faranno il possibile per aiutare Khalid, ma non sempre i loro gesti verranno compresi dall’uomo che, per esempio, non capisce e accetta molto il fatto che la madre del piccolo protagonista vada a lavorare o che si trucchi. Salvatore non comprende Khalid, lo ritiene burbero e a volte non vorrebbe averlo in casa, poi però – durante le loro camminate sull’isola- il ragazzino scopre il grande dolore che si nasconde nel cuore del loro ospite amico. Salvatore capisce che lo straniero prova un profondo senso di colpa e di fallimento per non essere riuscito a salvare la moglie e la figlia annegate durante l’attraversata. Lo stesso senso di impotenza che prova Salvatore per la sua incapacità di nuotare. A fare da sfondo alle due vite in trasformazione ci sono la scuola, il lavoro, l’arrivo di nuovi naufraghi dai soccorrere e la creazione di una biblioteca di volontari. Tra il ragazzino e l’adulto nascerà pian piano una profonda amicizia fatta anche dallo scambio di saperi e competenze che permetteranno a Khalid di sentirsi parte di una famiglia e a Salvatore di superare la sua paura (il non saper nuotare) aiutando chi è in difficoltà. Casa Lampedusa è un romanzo per ragazzi molto attuale nel quale l’autore affronta l’arrivo sulle coste italiane dei tanti naufraghi in fuga delle loro terre minate da guerre e povertà. Donne, bambini, uomini, giovani e vecchi, pronti a tutto pur di raggiungere una nuova terra, nella speranza di ricostruirsi una vita migliore. Casa Lampedusa di Antonio Ferrara è una storia di coraggio, di amicizia, di una conoscenza e comprensione reciproca tra mondi e culture diverse, che imparano a convivere per trovare pace e armonia per tutti, dimostrando che ognuno di noi, indipendentemente dalla lingua parlata, dalla fede religiosa o dal colore della pelle, può diventare un eroe della propria quotidianità. Età di lettura: da 10 anni.

Antonio Ferrara vive a Novara. Ha lavorato per sette anni presso una comunità alloggio per minori; durante questo periodo si è accostato sempre più intensamente alla psicologia dell’età evolutiva e alla scrittura come strumento per narrare il disagio. Alcuni suoi racconti sono stati rappresentati da compagnie teatrali. Tiene laboratori di scrittura creativa presso scuole, biblioteche, librerie, carceri, associazioni culturali, ospedali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni.

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:: Il libro di mio padre, Urs Widmer, Keller editore 2017 A cura di Viviana Filippini

3 aprile 2017
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Il libro di mio padre di Urs Widmer è un viaggio dentro ad una vita intera, nella quale l’autore affronta in modo completo la figura del padre, rendendolo un personaggio letterario formidabile per il quale non è possibile non sentire un po’ di affetto ed empatia. La storia ha al centro la morte di un uomo (il padre dell’autore-narratore) e il tentativo del figlio di mantenerne vivo il ricordo. Il viaggio letterario si svolge nelle Svizzera del passato, permettendo al lettore di addentrarsi dentro ad usi e costumi a molti di noi sconosciuti. Tra le diverse tradizioni c’è il vero e proprio rito iniziatico alla comunità che il padre dodicenne del protagonista sperimenta sulla propria pelle. Una lunga corsa immerso nella natura boschiva, alle intemperie. Un bagno purificatore, il dono del libro dalle pagine bianche da riempire ogni giorno della propria vita e la consegna della bara nella quale essere sepolti il giorno della morte. A raccontarci tutto è il figlio che, una volta deceduto il genitore, cercherà quel misterioso e affasciante libro per leggerlo, perché è così che la tradizione vuole, ossia che il volume scritto a mano venga letto solo dopo la morte del suo proprietario. Qui però sorge un problema, perché il librone dalla scrittura fitta fitta è scomparso e per tale ragione il figlio attuerà una vera e propria corsa nella memoria nel tentativo di mettere su carta tutti i ricordi dell’esistenza paterna. Quello che emerge dalle pagine di Urs Widmer, non è solo una volontà di un figlio fare memoria di un genitore scomparso, ma l’intenzione dello scrivente è quella di far capire ai lettori chi era e come viveva Karl. L’uomo descritto dalle pagine stese dal narratore era carismatico. Karl aveva nel proprio Dna una passione viscerale per i libri e per l’arte in ogni sua possibile forma espressiva e, non a caso, tra le pagine scorrono i tanti incontri con letterati, pittori, musicisti e scrittori. Non mancano i ricordi legati alla guerra combattuta da Karl e al suo costante timore che qualcosa di brutto potesse accadere, non tanto a lui al fronte, ma ai suoi cari a casa in Svizzera. L’immagine di Karl è quella di un uomo molto impegnato e appassionato nel proprio lavoro editoriale ma, allo stesso tempo, la sensibilità del protagonista è così compatta da permettergli di amare in maniera profonda la moglie Clara (compresi i momenti difficili derivanti dal ricovero in ospedale psichiatrico da parte della donna) e per il figlio. Il libro di mio padre non è solo un libro nel quale Urs Widmer omaggia la figura del padre. Il libro dello scrittore svizzero, edito in Italia da Keller, è una storia sull’importanza dei legami familiari e del fare memoria per mantenere vivi i ricordi, gli affetti e le tradizioni del proprio mondo d’origine. Traduzione di Roberta Gado.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Piccola Orsa, Jo Weaver, (Orecchio Acerbo, 2016), a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2017
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Piccola Orsa, tutta morbida e pelosa è la protagonista del libro Piccola Orsa di Joe Weaver, edito da Orecchio Acerbo. L’orsacchiotta non è sola, ma in compagnia di grande Orsa che vigila e protegge la piccoletta. Le due sono mamma e figlia e compiranno un viaggio attraverso le stagioni della natura. Dalla nascente primavera dove la vita si rigenera, alla calda estate nella quale è divertente cercare sfiziose bacche di cui cibarsi, fino all’autunno annunciato dalla partenza degli uccelli migratori per terre calde e lontane. Da ultimo arriva l’inverno con il suo gelido freddo e quelle tempeste improvvise che metteranno a dura prova la coppia protagonista. Mamma Orsa infatti metterà in campo tutta la sua esperienza e il suo fiuto per ritrovare la via verso la protettiva e calda tana. Il libro della Weaver, adatto per i bambini dai 4 anni in su, è una vero e proprio viaggio di formazione che ha per protagonista la piccola Orsa. Durante le camminate nei boschi e nella foresta, il piccolo mammifero, grazie all’aiuto della madre, non solo consocerà le stagioni, ma capirà quanto la vita sia fatta di momenti in cui si alternano gioie e dolori. Tutte prove che l’esistenza pone a chi vive e che servono a formare il carattere. L’autrice mette in campo in questo libro dei protagonisti animali, e non esseri umani, come a voler dimostrare che le situazioni dell’esistenza sono comuni e simili. Piccola Orsa e mamma Orsa, sono figlia e madre che accompagnano il lettore nelle pagine di Piccola Orsa e sono legate da un universale legame affettivo ed emotivo che le sostiene nell’avventuroso cammino della vita. Traduzione Carla Ghisalberti.

Jo Weaver si è diplomata in Children’s Book Illustration alla Cambridge School of Art, Oggi vive a Nord di Londra con con tredici pesci, alcune coccinelle e un compagno. Nel 2014 è stata finalista del prestigioso The AOI Illustration New Talent Awards, Piccola Orsa è il primo libro che ha scritto e illustrato.

Source: acquisto del recensore.

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:: Il pastore d’Islanda, Gunnar Gunnarsson, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

17 marzo 2017
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Benedikt è un buon pastore e come tale, ogni prima domenica di Avvento, per lui è l’occasione giusta per andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. L’uomo è il protagonista de Il pastore d’Islanda un racconto lungo, o romanzo breve, di Gunnar Gunnarsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Quello che colpisce di questa storia è il fatto che Benedikt, da anni e sempre prima di Natale, decida di sfidare il gelo, la neve e le intemperie per addentrarsi nella terra islandese e salvare animali sperduti. Il pastore è solo nella sua ricerca, o meglio, accanto a lui non ci sono uomini, ma il fedele cane Leon e il possente montone Roccia.  Il gruppo, da tutti soprannominato “la Trinità”, parte in barba ai pericoli che il temibile e terribile inverno può scatenare.  Attorno a loro la candida neve cancella e ovatta tutto, mettendo a dura prova la missione che Benedikt deve portare a termine – salvare le pecorelle smarrite- e l’incolumità sua e dei suoi compagni di avventura. La storia del pastore Benedikt, protagonista del Pastore d’Islanda, ha in sé un fascino fiabesco che porta a interpretazioni diverse. Prendendo in considerazione la vicenda del pastore e mettendola in relazione con la prospettiva cattolico cristiana, il protagonista di questa storia che va alla ricerca delle pecorelle perdute, mettendo a repentaglio la propria vita pur di salvarle, ha un netto ed esplicito richiamo alla figura di Gesù. Come il Cristo, il pastore d’Islanda, è l’uomo dal cuore nobile pronto al sacrificio di sé per il bene altrui. Dal mio punto di vista però la storia del buon pastore Benedikt può essere spogliata dall’abito religioso per una visione naturalistica che mi ha ricordato molto la figura dello scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thureau, per il quale la Natura era un vero e proprio strumento intimo filosofico capace di donare benessere ed equilibrio esistenziale. Non a caso Benedikt ha pochi contatti con i suoi simili e quando si trova con gli altri uomini cerca sempre di isolarsi o di scovare un proprio “angolino” per recuperare il giusto equilibrio interiore.  Il pastore d’Islanda si trasforma in modo completo, diventando un uomo vivo, eroico e dinamico, nel momento in cui è a diretto contatto con i suoi amici animali e con il mondo della Natura pura. Benedikt parla con le piante e con gli animali come se fossero delle persone, anzi come se fossero la sua vera famiglia, nella quale lui si sente a suo agio, perché sa di trovare in essa l’amore completo. A Benedikt non importa se la Natura si comporta da Madre e da Matrigna, perché per lui sarà sempre la dimensione ideale nella quale trovare la propria pace esistenziale. Ad un certo punto l’uomo, ormai diventato troppo vecchio e acciaccato per compiere la sua impresa salvifica, dovrà rinunciare a fare il suo lavoro, lasciandolo in eredità ad un altro Benedikt, molto più giovane e questo non farà alto che lasciare nel Pastore d’Islanda di Gunnarsson un po’ di amara sofferenza per l’impossibilità di vivere ancora a diretto contatto con la natura Madre di ogni cosa. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei più importanti nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Liberi junior – Chiedimi cosa mi piace, Beranard Waber, (Terre di mezzo, 2016) a cura di Viviana Filippini

6 marzo 2017
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Chiedimi cosa mia piace è il nuovo libro per bambini scritto da Bernard Waber, illustrato da Suzy Lee. La storia è semplice, quotidiana, ma è la dimostrazione come nelle piccole cose di ogni giorno sia possibile scoprire la felicità del vivere. In questo libro una bambina e il suo papà camminano a piedi nel bosco e nel mondo dove vivono, immersi in una bella e colorata giornata d’autunno. La camminata sembra una porzione di un dì qualunque ma, in realtà, essa si trasformerà in un’avventura meravigliosa. La piccola protagonista, in un tenero dialogo con il padre fatto di domande e risposte, gli racconta cosa gli piace e cosa gli piacerebbe tanto conoscere, vedere e scoprire, evidenziando una curiosità profonda. Per la bambina ci sono le anatre, i cani, i gatti, le farfalle, le lucciole e per lei non sono semplici animali o insetti, ma creature magnifiche alla quali donare simpatici nomignoli. In realtà la piccoletta ama anche i fiori, gli alberi, le conchiglie e le colorate foglie rosse gialle dell’autunno avvolgente come un abbraccio, che fa da sfondo alla sua passeggiata in compagnia del babbo. La storia narrata da Waber è resa ancora più coinvolgente dalle immagini di Suzy Lee, già autrice del libro L’onda. Con pochi tratti, decisi e dolci, uniti a colori calorosi, la disegnatrice riesce a trasmettere al lettore l’amore, la meraviglia, lo stupore della piccola protagonista per ogni singola cosa che la circonda. Chiedimi cosa mi piace di Bernard Waber è una storia che evidenzia quanto sia importante stupirsi delle piccole cose che ogni giorno la vita riserva come mangiare un gelato, giocare con la sabbia, guardare il volo di una lucciola o correre felici tra gli alberi. Gesti quotidiani vero, ma se tutti noi riuscissimo a vedere il mondo con gli occhi puri e stupiti come quelli della protagonista riusciremmo, come accade al papà della bambina, a ritrovare in noi la capacità di gioire delle piccole cose che la vita ci dona. Dai 4 anni in su.

Bernard Waber è stato un prolifico autore e illustratore americano di libri per bambini, con oltre 30 titoli pubblicati e quasi due milioni di copie vendute.

Suzy Lee è nata e vive a Seul, in Corea del Sud. Tra i numerosi albi pubblicati in tutto il mondo, anche la famosa Trilogia del limite (edita in Italia da Corraini).

Source: acquisto del recensore.

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:: Un’ intervista con Chiara Rapaccini, a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2017

baires-lightChiara benvenuta su Liberi di scrivere per noi è un piacere averla qui per fare qualche parola su Baires, il suo romanzo intrigante, curioso tra realtà e dimensione fantasia edito da Fazi. Cosa ha scatenato l’idea di scriverlo? Come è stato per lei scriverlo?

R: Baires è una città che amo e che frequento da anni. Una città “dove tutto può accadere”. Un misto di razze, religioni, umanità povera e ricchissima, arte e sperimentazione che se la sognano negli Usa. Una città dove su due persone, una è italiana. La location perfetta dove perdersi e ritrovarsi.

Lei di solito scrive e illustra libri per bambini come è stato creare questo libro per adulti?

R: Ho scritto libri per bambini per anni e continuerò. Ma da qualche tempo sono rimasti pochi gli editori italiani che sperimentano e osano. Il “politicallycorrect” si è appropriato anche di questo settore culturale che negli anni 90 era sperimentazione pura e libertà. Allora ho preferito scrivere per i grandi. Nessuno può censurarti! La prima collaborazione a un testo per adulti è avvenuta con Elio e Storie Tese per Stile libero Einaudi. Ricordo il senso di libertà che ho respirato entrando negli uffici Einaudi… Chi mi ha spinto alla letteratura adulta però è stato mio cognato, Furio Monicelli, fratello di Mario, un grande scrittore.

Frida, ha perso l’uomo amato, e parte per l’Argentina con il figlio. Le loro strade si divideranno e per la donna comincerà in viaggio tra reale, surreale, sogno,dimensione mistica. Cosa rappresenta davvero per la donna questo viaggio in Argentina?

R: Per Frida rappresenta la fuga dal dolore ma anche da un mondo protetto, infantile, falsamente rassicurante. La metafora vale anche per l’Italia, l’Europa e il vecchio mondo, ormai asfittico, ripiegato su se stesso, polveroso. Il nuovo mondo, il Sudamerica è un luogo povero ma vitale, perfetto per ricominciare da capo.

Tra i diversi personaggi che Frida incontra c’è anche Guillermo, con il quale si instaura un rapporto speciale. Quanto è importante lo scrittore nel percorso catartico che Frida sta compiendo?

R: Guillermo è un uomo cinico ma affascinante, uno scrittore acuto (esiste davvero, è il più grande scrittore argentino vivente). Frida, in questo lungo viaggio complicato, riscopre anche il suo corpo. Un corpo che invecchia ma ancora sensuale. Il sesso è uno straordinario mezzo per rivitalizzare mente e corpo. A Buenos Aires c’è la cultura del corpo, della sensualità, dell’eros. Frida , per continuare a vivere, deve risvegliare a poco a poco i cinque sensi…

Tra gli altri personaggi incontrati ci sono una sciamana, proprietarie di alberghi dal carattere ambiguo, psicologhe e dottori che entrano ed escono dalla vita della protagonista. Che cosa sono per Frida, semplice incontri o elementi essenziale del suo cammino di rinascita?

R: Sono i cosiddetti “aiutanti magici “ indicati da Vladimir Propp nel suo testo sulle fiabe. Un testo su cui ho studiato per laurearmi in psicopedagogia. Aiutano Frida nel suo percorso, a volte la ostacolano, a volte donano oggetti magici. Per ”rivedere le stelle” è necessario andare all’inferno, incontrare angeli e diavoli, farsi scortare da un Virgilio. Da soli non si riesce a raggiungere uno scopo.

Una delle presenze costanti nel libro è la figura del Vecchio. Lui- compagno morto della protagonista- ha funzione protettiva o è una sorta di guida per Frida verso una nuova fase esistenziale?

R: Il vecchio è un angelo custode, ma allo stesso tempo una presenza autoritaria, un padre padrone da cui Frida deve emanciparsi. Mi ispiro in parte a Mario Monicelli, per questo personaggio, il mio compagno di una vita. Uomo straordinario che mi ha insegnato molto, ma allo stesso tempo una personalità castrante, come tutti i geni.

Gli 11mila chilometri percorsi da Frida sono ricchi di colori, profumi, odori e sapori. C’è anche un buona dose di fede vissuta tra religione cristiana e qualcosa che ha sapore di pagano. Questo mix di elementi che effetto ha sulla protagonista?

R: Frida è lei stessa un personaggio magico, lungimirante, fantasioso. E’ un artista. Per comprendere se stessa e dare una svolta alla sua vita, si affida al sesto senso, all’irrazionale.

Quanto c’è di Chiara Rapaccini in Frida? E perché ha scelto di chiamare il suo alter ego letterario con il nome che mi ha ricordato la grande Frida Khalo (pittrice, donna di carattere forte che ha affrontato dolori e sofferenze fisiche ed emotive)? C’è un collegamento tra le due?

R: Frida è la mia alter ego… banale ma vero. Io vorrei essere coraggiosa come lei, ma lo sono molto meno. La mia vita però è stata altrettanto avventurosa. Frida non è il nome della Khalo, ma di mia nonna. Una crocerossina che ha salvato molti soldati nella prima guerra mondiale. Un’austriaca dal cuore d’oro, impavida quanto autoritaria. L’adoravo.

Se dovessero fare un adattamento cinematografico di Baires, lei esclusa, chi potrebbe interpretare il ruolo di Frida?

R:Bella domanda!!! Una Maggie Smith giovane, oppure EmyWinehouse. Ma mi verranno in mente attrici viventi e più giovani…

:: Torto marcio, Alessandro Robecchi, (Sellerio, 2017) cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2017
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Tutti vogliono avere ragione, spesso l’evidenza delle cose dimostra che forse le persone hanno torto marcio e Torto marcio è il nuovo thriller mozzafiato di Alessandro Robecchi, edito da Sellerio. Il tutto si svolge in una Milano cupa e grigia. Una città dove il centro a tratti sfarzoso e luccicante è tale ma, la periferia non è così lontana come sembra, tanto è vero che quei palazzoni più o meno visibili ospitano migliaia di vecchi, giovani, italiani, immigrati, criminali. Tutti sono diversi e allo stesso tempo tutti uguali perché poveri. Questa umanità derelitta incombe in modo costante nella storia. Non a caso a poca distanza dal crogiuolo vivente dove per sopravvivere ci si inventano tutti gli stratagemmi e politiche commerciali possibili e immaginabili, un imprenditore sessantenne, super ricco e dalla vita molto regolare, viene freddato a colpi di pistola. Ghezzi e Carella, due poliziotti che stanno agli antipodi per il loro carattere, compiono le prime indagine e notano che A) la pistola è molto vecchia; B) sul cadavere è stato messo un sasso. Perché? Le indagini sembrano arrancare fino a quando altri due corpi senza vita, di uomini della Milano bene, vengono ritrovati freddati con una pistola e con un sasso messo sul corpo. Tutti, investigatori e media alla ricerca dello scoop, parlano di serial killer. Vista la spinosità del caso il team Ghezzi-Carella viene estromesso dall’indagine, ma questo non impedirà ai due colleghi e ai loro aiutanti di continuare l’indagine, facendo dell’appartamento del vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi e della consorte Rosa, casalinga dal fiuto investigativo geniale, la base dalla quale muovere l’indagine parallela. Accanto ai principali protagonisti s’innesta la figura di Carlo Monterossi, sull’orlo di una crisi di nervi e autore di un affermato programma tivù spazzatura, incappa nel «caso dei sassi» e con l’amico Oscar Falcone, vero detective, i due dovranno recuperare un antico e prezioso anello rubato. Avvenimento fortuito che li porterà a scoprire un’amara e impensabile verità sui tre omicidi. Torto marcio è un giallo intrigante nel quale Alessandro Robecchi oltre alle tre morti, mette in scena una serie di tematiche che sono specchio della società dei giorni nostri. C’è l’uomo solitario che sta pagando per colpe che non sono solo le sue. Ci sono giovani alla ricerca di un futuro migliore che sembra sempre sfuggire loro. Ci sono arricchiti che hanno tutto e non sono contenti di nulla. Robecchi, ci trascina nella storia, perché compie anche un’acuta riflessione sui media e sulla loro necessità esasperata ed esasperante di spettacolarizzare una vicenda privata, cercando persino di arrivare ad individuare il presunto assassino prima delle forze dell’ordine. Il tutto per fare ascolti e conquistare il pubblico. Infine, ed è questo il filo sottile che percorre tutto il romanzo di Robecchi, c’è il tema della vendetta personale che porterà uno dei personaggi presenti nell’intreccio narrativo a farsi giustizia da sé, in quanto esasperato, fino alla stremo, delle sconfitte della vita. Sarà proprio questo gesto – sbagliato vero, “ma fino a che punto?” il lettore arriverà a chiedersi- a spingere Tarcisio Ghezzi di Torto marcio di Alessandro Robecchi ad affermare che, nessuno ha ragione, perché quando anche l’ultima speranza di riscatto viene negata allora, forse è vero, tutti hanno torto marcio.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011). Con Sellerio ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: Liberi Junior – Una cosa difficile, Silvia Vecchini, Sualzo, (BaBao, 2016) A cura di Viviana Filippini

13 febbraio 2017
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Una cosa difficile è il libro per bambini di Silvia Vecchini, con i disegni di Sualzo. La storia realizzata per i piccoli lettori che ancora non sanno leggere ha per protagonista un bambino con le sembianze di cane. Il bimbetto fa di tutto pur di recuperare una rotella. Lui poi, impavido, sfida le intemperie e la montagna per raggiungere la cima. Qui trova un altro personaggio, un bimbo pulcino, al quale dà la rotella e dice una sola parola “SCUSA”. I due, a pace fatta, partono sullo slittino a rotelle per nuove mirabolanti avventure. Una cosa difficile è un libro che riesce a dimostrare come con il solo uso di immagini disegnate, di pochi colori (bianco, azzurro e nero) si riesca a creata una narrazione curiosa e avvincente. Il piccolo lettore che non ha ancora imparato a leggere riesce a comprendere la trama grazie alle immagini. Inoltre è chiaro è netto il messaggio, sul fatto che a volte ci sono cose da fare e da dire che non sono facili da compiere. Basta una buona dose di coraggio e di maturità, proprio come fa il bambino cane, per fare il possibile per recuperare la rotella e chiedere poi scusa all’amico di sempre e compagno di giochi. Una cosa difficile è sì un libro per bambini, ma la purezza tramite la quale i due autori riescono a comunicare il messaggio è così forte che non solo smuove l’animo bambino, ma anche quello adulto. È vero chiedere scusa non è una cosa facile da fare, e noi adulti lo sappiamo meglio dei bambini, ma queste pagine ci insegnano che è possibile farcela perché, a volte, basta poco per sistemare le cose.

Silvia Vecchini, nata nel 1975 a Perugia, è laureata in Lettere, studia presso l’Istituto Teologico di Assisi, scrive libri per bambini, testi scolastici e progetta materiale didattico. Con suo marito, Antonio Vincenti, ha creato Il Gruppo Sicomoro per svolgere insieme una attività editoriale rivolta ai bambini e ai ragazzi come autori e illustratori, sia nell’ambito della catechesi che dell’insegnamento della religione cattolica e della narrativa. Con le Edizioni San Paolo ha pubblicato, oltre ai lavori con Il Gruppo Sicomoro, i romanzi per ragazzi Rabbunì (2009) e Myriam (2011).

Sualzo è il vero nome di Antonio Vincenti. Sassofonista mancato, disegnatore autodidatta e interessato alle cose del mondo, inizia il suo percorso artistico negli anni Novanta collaborando con “Il corriere della sera”. Autore di libri per ragazzi, si ritrova ben presto a lavorare per le principali case editrici italiane. I suoi libri sono pubblicati in Francia, Portogallo, Croazia, Svizzera, Polonia, Nuova Zelanda, Malesia, Indonesia, Giappone, Cinea, Corea del Sud, USA. In Italia ha pubblicato L’improvvisatore (Rizzoli-Lizard, 2009), opera grazie alla quale ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al Festi’BD di Moulins. Nel 2013 pubblica Fermo, graphic novel edito da Bao Publishing con cui apre la collana “Le città viste dall’alto”. Nel 2014, sempre per Bao Publishing, illustra Gaetano e Zolletta, sui testi di Silvia Vecchini.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Domani è domenica, Sandrine Fabbri (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

7 febbraio 2017
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Domani è domenica di Sandrine Fabbri, edito da Keller, è un romanzo coinvolgente e doloroso, nel quale la protagonista, nonché voce narrante, è una giovane donna intenta a ripercorrere la propria vita. Il tutto è da lei vissuto nel tentativo di comprendere quanto il carattere autoritario del padre abbia influito sulla drammatica scelta di sua madre. Una figlia, molto turbata a quanto si percepisce dalla sue parole,racconta la propria vicenda intima familiare evidenziando come il padre sia riuscito, giorno dopo giorno, anno dopo anno, a distruggere in modo completo l’io della mogli- madre che tanto aveva desiderato sposare. Quello che emerge dalle pagine della Fabbri è la diversità caratteriale tra i due genitori. Lui, sempre uguale a se stesso, è un immigrato sloveno fuggito da Tito, che non ha esitato ad italianizzare il suo nome. Amante del ballo, della musica, ha un carattere riservato e molto dispotico. Silvia, la madre, è la bella ed elegante ragazza un po’ bohèmienne, amante della propria indipendenza e della bella vita divisa tra canti e balli. Poi, l’incontro e l’amore per questo serioso immigrato scateneranno in lei, e nessuno riesce a capire il perché, una completa rinuncia alla propria autonomia. Il dramma completo della famiglia si verifica a Ginevra, quando un giorno, prima delle tradizionali vacanze estive, Silvia decide di farla finita con un salto nel vuoto dal quale sarà impossibile fare ritorno. La voce narrante della figlia della coppia guiderà noi lettori in una ricerca dolorosa della verità attraverso gli indizi derivanti da una scatola di vecchie fotografie, dal sapore di una pastina ai lamponi che ricorda molto le dolci madeleine di Proust e da una cartella clinica che prima non si trova e poi compare all’improvviso. Accanto a questi elementi tanti altri piccoli dettagli che mostreranno verità dolorose e sconosciute. Silvia, come il marito, ha avuto un passato tragico che la costrinse a francesizzare il suo nome in Sylvia, per nascondere le sue origini svizzero germaniche e sfuggire dalle persecuzioni riservate ai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, nazisti proprio per le origini tedesche. Il tentativo compiuto dalla figlia di ricostruire il doloroso puzzle della sua famiglia si rivelerà un rompicapo non facile da risolvere, come non sarà facile comprendere la scelta estrema della madre e il perenne atteggiamento prevaricatore del padre. In Domani è domenica di Sandrine Fabbri, marito e moglie sono due persone dalle vite tormentate, piene di traumi le quali, unendosi in matrimonio hanno come tentato di rinascere, peccato che la loro incompatibilità caratteriale abbia impedito loro il raggiungimento della pace condivisa. Traduzione Daniela Almansi.

Sandrine Fabbri è nata a Ginevra da padre sloveno italianizzato e da madre svizzera e ha lavorato a lungo come giornalista culturale. Dopo aver vissuto a Zurigo e Parigi, è tornata nella sua città natale dove insegna francese e comunicazione in un istituto tecnico commerciale. Ha tradotto Lukas Bärfuss e Sibylle Berg. Il suo romanzo Domani è domenica ha ricevuto il premio Pittard 2010 ed è stato tradotto anche in tedesco.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: A Milano arriva ‘Vivo e scrivo’: quando la scrittura incontra la psiche, a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2017

1Scrivere per liberare le proprie emozioni e comprendere il proprio io può avere effetto terapeutico. Tutto questo sarà possibile, per la prima volta in Italia, a Milano, da ActsFactory, con “Vivo e scrivo” un per-corso di cura di sé e lavoro sulle emozioni nel quale la scrittura incontra la psiche. ActsFactory è un ente che offre diverse attività creative e riabilitative con esperti e specialisti sotto la supervisione del Dott. Paolo Giovannelli, Psichiatra e Psicoterapeuta, docente presso l’Università degli Studi di Milano.
Tra le proposte per il 2017 “Vivo e scrivo”, un originale e interessante laboratorio di scrittura emotivo/creativa che ha il fine di portare le persone alla riscoperta del proprio corpo come spazio ricco di suggestioni, emozioni, tracce da rinvenire e seguire per la realizzazione di un racconto scritto.
Il corso:
Ogni lezione sarà suddivisa in due parti. La prima dedicata all’ascolto della propria fisicità ed emotività con domande come: Cosa vuole dirci il nostro corpo? Quale storia vogliono raccontarci le nostre emozioni? I partecipanti potranno rispondere a queste domande attraverso esercizi di visualizzazione creativa e tecniche di rilassamento. La seconda parte si occuperà degli aspetti più tecnici ed accademici della scrittura, dello studio del personaggio, della struttura e sviluppo della trama e di tutto ciò che occorre alla costruzione di una storia.
Il laboratorio sarà tenuto Emina Gegic, autrice e drammaturga e da Elena Mearini, scrittrice. Durante i laboratori ci saranno interventi di autori di narrativa contemporanea ed editori che aiuteranno a comprendere meglio l’arte di scrivere.

“ Vivo e scrivo” vuole dimostrare che la parola scritta , se usata con consapevolezza,può farci stare bene.
Il laboratorio è aperto a tutti, le sole prerogative richieste sono curiosità e voglia di riscoprirsi.

Durata del laboratorio: 8 incontri da 3 ore ciascuno, due mercoledì al mese dalle 18 alle 21.
Per informazioni: http://www.wecarepsichiatria.eu;
mail: info@actsfactory.it

:: 27 gennaio Giornata della Memoria – L’orsetto di Fred, Iris Argaman, Illustrazioni di Avi Ofer, (Gallucci, 2017), a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2017
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L’orsetto di Fred di Iris Argman, è il libro per bambini che l’editore Gallucci ha deciso di far uscire in occasione della Giornata della Memoria. La vicenda ha per protagonista un simpatico orsacchiotto e il suo padroncino Fred, un bambino di origine ebraiche. Tutti e due furono coinvolti in un lungo viaggio nell’Europa afflitta dalla Seconda guerra mondiale fino all’arrivo negli Stati Uniti d’America, la terra di salvezza per entrambe. Negli USA Fred divenne un uomo, si sposò e si creò una famiglia, sempre con la compagnia e il sostegno dell’inseparabile amico di pezza poi, un giorno, una telefonata venuta da lontano chiese a Fred Lessing se gli andava di prestare il suo amico orsetto al museo dello Yad Vashem a Gerusalemme. Il tutto per aiutare altri bambini a conoscere la sua storia. Fred, prima di confermare a chi lo chiamava da Israele, chiese al suo inseparabile amico cosa ne pensasse e l’orsetto accettò di compiere quel lungo viaggio verso Gerusalemme, dove ancora lo si può vedere oggi. L’orsetto di Fred è una storia vera che ha per protagonista il piccole ebreo Fred Lessing e la rocambolesca fuga che affrontò per avere salva la vita. L’autrice Argman ha dato vita ad una narrazione dove i piccoli lettori potranno conoscere la vicende del piccolo ebreo attraverso il racconto fatto dal suo inseparabile orsacchiotto, passando attraverso ai diversi nascondigli dove i due finirono in Olanda, prima di arrivare in America. Fred, figlio di un musicista, e l’orso sopravvissero alla Shoah, alla discriminazione raziale e all’insensata violenza che il regime Nazista attuò nei confronti degli ebrei. A testimoniare l’esito positivo di questa vicenda, oggi, al museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme c’è davvero l’orso di Fred Lessing. L’orso di Fred di Iris Argaman, con le delicate ed eleganti illustrazioni di Avi Ofer, è un libro per bambini e adulti, ideale per fare memoria attraverso le parole e i disegni e per aiutare i piccoli lettori di oggi a conoscere il passato, nella speranza che gli errori di ieri non si verifichino mai più nel presente e nel futuro. Traduzione di Elena Lowenthal.

Iris Argaman è nata nel 1967 ad Ashdod, in Israele. Dopo gli studi in Letteratura all’Università di Gerusalemme e di Tel Aviv, ha cominciato a scrivere libri per l’infanzia.

Avio Ofer è nato e cresciuto a Tel Aviv, è illustratore e regista di film di animazione. Con i suoi lavori ha partecipato a mostre e festival in diversi paesi del mondo.
Vive a Barcellona.

Source: inviato al recensore dall’editore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: VersOriente – La vegetariana, Hang Kang, (Adelphi, 2016) a cura di Viviana Filippini

19 gennaio 2017
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Yeong-ye, è la protagonista de La vegetariana romanzo di Hang Kang, edito da Adelphi. La giovane donna, piccola, minuta e dalla pelle giallastra svuota da ogni tipo di cibo, carne e similari, il frigorifero e il congelatore della casa che ha messo su con il marito. Per lei è un azione naturale, per il consorte è qualcosa di inaccettabile. Lui sbraita, si arrabbia e chiede spiegazioni alla moglie che non solo non parla, ma dimostra un’inquietante calma e freddezza nel suo vivere e agire. La scelta di Yeong-ye sarà un qualcosa di inaccettabile pe la sua famiglia che farà di tutto per salvare la moglie/figlia/sorella dal baratro- secondo loro- nel quale lei sta volontariamente precipitando. Hang Kang divide in tre parti il suo scritto e questi tre atti mi hanno richiamato alla memoria la struttura dell’antica tragedia greca. Non a caso tra le pagine del libro si assiste ad un dramma che scombussolerà in modo completo le esistenze di tutti i diversi personaggi dell’intreccio, portandoli a vedere la vita in modo diverso da come hanno sempre fatto. Elemento che ritorna in modo costante, come un mantra, è il fatto che in più occasioni la protagonista affermi di aver fatto un sogno. Non lo racconta mai a chi la circonda, ma noi lettori siamo ammessi a conoscere quello che sta nella sua testa e che la tormenta. Di forte impatto sono le scene nelle quali il padre di Yeong-ye cerca di ficcarle del cibo in bocca. Immagini di estrema violenza e, allo stesso tempo, di violazione di un corpo e delle scelte da esso compiute. Poco nobile anche l’agire del cognato, uno pseudo artista -come narrato nelle seconda parte del romanzo “La macchia mongolica”- che farà della cognata l’oggetto del suo film artistico. Un’opera d’arte che rischia di scadere in un misero e triste film a luci rosse da lui girato solo per il proprio piacere personale. La protagonista è succube in modo completo dell’uomo ed è come ipnotizzata dai colori e dai fiori disegnati che le ricoprono il corpo durante la fase di lavorazione della pellicola. Yeong-ye è come in un altro mondo e sembra essere incapace di comprendere quello che realmente le sta accadendo. La vegetariana non è solo la storia di una figura femminile che ha scelto di non mangiare più carne di nessuna specie. È la storia di una donna che ha compiuto un passo in più. Un donna che oltre alla carne come cibo ripudia, giorno dopo giorno, la carne che costituisce il suo corpo. Una scelta estrema vero, ma necessaria per trovare armonia. L’unica persona che sembra davvero capirla e non la prende per pazza è la sorella. Il non mangiare della protagonista è la spinta principale della sua ricerca personale che punta all’immaterialità corporea per una vita di pura anima. La vegetariana di Hang Kang per qualcuno potrebbe essere un romanzo sulla dissoluzione esistenziale di una vita umana e di autolesionismo, ma la scelta di Yeong-ye ci fa riflettere. La sua decisione è forte, però per lei è un vero e proprio percorso di spoliazione del superfluo (materialità corporea), in funzione della ricerca di una spiritualità pura e immateriale che dona pace e pone fine al tormento. Traduzione Milena Zemira Ciccimarra.

Han Kang, nata nel 1970, è figlia dello scrittore Han Seungwon e ha vinto il “Yi Sang Literary Award” come il padre. In Italia è uscito il suo La vegetariana (Adelphi 2016).

Source: acquisto del recensore.

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