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:: Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi (Todaro, 2025) a cura di Patrizia Debicke

15 novembre 2025

Nelle strade di una Milano attraversata dal vento della rivolta, Tra l’ombra e la rabbia di Vittorio Renuzzi affonda le radici in un periodo in cui ogni vicolo vibra di tensione, paura e speranza. Siamo nel marzo 1848, un attimo prima e durante le Cinque Giornate.  La città si trasforma minacciosamente in un sistema inquieto, rivoluzionario, attraversato da mortali scontri improvvisi e da un raffazzonato ma efficace tumulto collettivo che trasforma piazze e cortili in luoghi di resistenza all’esercito austriaco usurpatore. Renuzzi ricrea quell’atmosfera con rara attenzione ai dettagli, restituendo al lettore lo sventolare  degli stendardi, l’eco dei passi armati, l’acre sentore della polvere da sparo e lo sferragliare delle spade che serpeggia nei cortili, s’insinua nei bordelli  e raggiunge perfino gli appartamenti signorili. Milano appare viva e palpabile, sospesa tra entusiasmo rivoluzionario e  cupe ombre minacciose. In questo scenario, la strana apparentemente misteriosa e incomprensibile scomparsa di una contessa scatenerà un’indagine che fin da subito assumerà il ritmo di un’ossessione.
Protagonisti della storia saranno due insolite e stranamente complementari figure. Il conte marito della donna, da Monza manderò  a cercarla il suo medico personale: il dottore e noto poeta anche dialettale   Giovanni Rajberti, aperto, duttile e intelligente  uomo colto e sensibile, abituato a scrivere, intuire l’altrui  dolore e scandagliare la natura umana, e il suo intendente, uomo di fiducia Georgay ,un dragone dallo sfuggente e tenebroso passato, un soldato avvezzo alla disciplina, ai rischi, e  uso alle verità taciute. Ungherese/italiano, uomo tutto di un pezzo, apparentemente  inesorabile, nel suo lavoro è sempre affiancato da un pericoloso cane dal nome luciferino di Ördög, il diavolo.
L’alleanza tra due persone tanto diverse, nata dalla urgente necessità,  si incrementerà attraverso difficili scelte, improvvise intuizioni e tragici scontri con una realtà fatta di segreti che feriscono quanto una lama affilata. I due dovranno muoversi insieme in una città in bilico, scoprendo legami sepolti e scomode verità, mentre il clima insurrezionale amplifica ogni passo, ogni esitazione, ogni sospetto.
L’intreccio si sviluppa come un labirinto governato da antichi rancori, ricatti e passioni. Ogni indizio raccolto spinge verso un nuovo enigma, e la lunga e penosa  ricerca della contessa diventerà  un viaggio nei recessi più oscuri dell’animo umano, dove desideri repressi e feroci ambizioni si intrecciano con la fragilità dei sentimenti, mentre ogni indizio spinge  più a fondo in un labirinto di intrighi, anche in  odore di massoneria.
L’autore tratteggia, nella sua storia, personaggi mossi da intime pulsioni, da una rabbia troppo spesso nascosta e da un improrogabile bisogno di riscatto. Le loro passioni non scorrono come un semplice sottofondo, ma condizionano pesantemente tutta la trama influenzando ogni loro scelta. Nel medico poeta si avverte un tormentato e irriducibile idealismo mentre nel dragone ungherese emerge una silenziosa forza, plasmata da passati traumi interiori e da una pervicace lealtà che sorprende.
Il ritmo narrativo cresce pagina dopo pagina, pressato da veloci dialoghi e da colpi di scena che arrivano quando la tensione sembra sul punto di spezzarsi. L’impianto storico non rimane cornice decorativa, ma diventa un essenziale elemento narrativo, in grado di influenzare le azioni e le reazioni dei protagonisti. Il romanzo riassume in sé la vitalità del thriller d’azione mischiata a intrighi dal sapore gotico e politico, dove tra barricate, stanze segrete e carte truccate, la verità non si mostra mai in piena luce. Apparentemente l’intreccio della trama pare animato da buone intenzioni mascherate da giustizia, l’emotiva profondità di un giallo psicologico prende piede, e l’inquietante onnipresenza del dragone offre alla vicenda più ampio respiro con molti aspetti da districare.
Tra l’ombra e la rabbia si impone dunque come un romanzo in cui storia, passione e mistero si intrecciano con naturalezza. Milano diventa lo specchio delle tensioni interiori dei personaggi e la ricerca dell’interiore verità par voler assumere valore più grande della stessa indagine. Mentre gli altri interpreti della storia, dipinta come un’umana tragedia, avanzano, si presentano, pronunciano poche avare battute e si girano per poi, abbandonata la scena, allontanarsi e sparire quasi. Apprezzabile  la scorrevolezza, la ricchezza di dettagli e le caratterizzazioni: cito in particolare quella di  un gruppo di ex ragazze di bordello trasformate in efficienti infermiere durante gli scontri, agli ordini del “nostro” poeta dottore.
Vittorio Renuzzi costruisce un romanzo complesso in cui la città in rivolta pulsa all’unisono con i protagonisti, e ogni passo avanti nella trama ne illumina la passione, il dolore e il desiderio di affrancarsi. Un mondo in divenire, una ancora lunga strada verso l’agognata libertà.
Un giallo storico intenso e vibrante, capace di trascinare il lettore nel cuore di giorni tumultuosi e in un’indagine che avanza tra  fitte ombre e misteriose, tragiche e crudeli  pulsioni.

Vittorio Renuzzi nato nel 1967 si è  laureato nel 1992 in Economia politica all’Università Pavia. Ha trasformato la passione per il teatro nel suo lavoro, contribuendo con le sue competenze alla comunicazione di idee e progetti.
Nel 2000 ha contribuito a fondare la “Compagnia della Corte”, con la quale organizza progetti che hanno lo scopo di rendere la cultura uno strumento vincente per la realizzazione della persona e per fare impresa.

:: Bordell per nagott, Tanto rumore per nulla di Paola Varalli (Todaro 2025) a cura di Patrizia Debicke

22 settembre 2025

Una nuova indagine per gli investigatori del Bar William. L’idraulico Pino, il virile gommista Marietto, il barista Viliam, il di lui padre Socrate, la buttafuori Edmonda De Amicis (chiara dimostrazione di come dei genitori possano architettare il male dei figli)… una banda di “mal traa insema”, un manipolo di investigatori dilettanti che si sono autoproclamati i Quattro moschettieri, decisi a portare a casa il risultato a ogni costo. La Eddy è sotto ricatto! Ha un segreto ma che  l’avrà scoperto? E cosa vogliono da lei?
Mentre i nostri eroi, su richiesta della madre, indagano sulla morte sospetta di Rosolino Pochintesta, trovato cadavere nelle acque del Ticino dopo più di una settimana dalla sua scomparsa, ufficialmente un suicidio, un misterioso e forse temibile  personaggio  li trascina in una rocambolesca caccia al tesoro nella vivace Milano degli anni Ottanta. Socrate conosceva bene Rosolino : era il figlio della Ines, una cara amica che, per il dispiacere, è stata ricoverata in ospedale. La donna è certa che qualcuno lo abbia assassinato. Lui era sereno, aveva un buon lavoro e una bella fidanzata: perché mai avrebbe dovuto uccidersi?
Gli amici del Bar sono disposti a indagare, ma quella non sarà l’unica faccenda su cui dovranno far luce.
La procace rossa Albisa, entraîneuse del night BarLafus, dove lavora come buttafuori anche il quarto pilastro dei moschettieri Edmonda De Amicis, si presenta al Bar William preoccupata. Ultimamente Edmonda, la Eddy, non sembra più lei: è sempre sfuggente, silenziosa. Così Albisa preme sugli amici affinché la tengano d’occhio. E siccome anche loro non la vedono e la sentono da un po’ di giorni, decidono di andarla a cercare, o meglio, di convocarla per capire cosa stia succedendo.
Tra tira e molla, la Eddy si apre e confessa di aver ricevuto dei biglietti minatori. In un foglio appeso al suo motorino c’era addirittura scritto: “Se parli si saprà di Playboy, non ti conviene!”. Insomma, parrebbe un ricatto vero e proprio. Ma per cosa? Oddio… La Eddy, con il suo lavoro al BarLafus, una notte ha avuto modo di sentire frasi minacciose pronunciate da due figuri, due poco di buono o peggio. Gente che parlava di un “lavoretto pulito” … ma anche di qualcosa buttata nel fiume.
I biglietti minatori li hanno scritti loro? E se sì, a cosa si riferiscono? Chi ricatta la Eddy? E cosa intendono con quel “Playboy”?
Se inizialmente l’Edmonda pensava a uno scherzo, adesso è molto preoccupata e ha assolutamente bisogno del sostegno dei suoi amici.
Anche stavolta quindi ci sarà un mucchio di carne al fuoco per gli investigatori dilettanti del Bar William. Sarà l’avvio di una caccia al tesoro meneghina per sbrogliare una scherzosa serie d’indizi, magari anche in dialetto, sulle tracce di targhe commemorative. Una caccia che costringerà i nostri eroi a una passeggiata simil turistica per le strade cittadine a piedi, in tram, in metropolitana e con il motorino, senza contare le gite in macchina, per saperne di più sulla morte di Rosolino, verso Sesto Calende e il Lago Maggiore.
Tra colazioni, la cucina di Socrate che scalda il cuore e delizia lo stomaco, caffè e aperitivi, ecco un’altra divertente indagine di Paola Varalli che ci rimanda alla Milano da bere degli anni ’80. Ai tempi in cui tutti eravamo ancora spensierati, e potevamo sognare un domani migliore senza guerre e catastrofi disumane in giro per il mondo. Quando le maggiori preoccupazioni dei giovani riguardavano più avere un look con abiti all’ultima moda e un fisico scolpito in palestra che non i grandi problemi globali. Insomma, quando si sperava ancora che il futuro potesse essere solo rosa. Quando Milano era una metropoli immersa in eventi, innovazione e divertimenti, e forse si riusciva più facilmente a sorridere.

Paola Varalli architetto per la pagnotta e scrittrice per passione, Paola Varalli nasce sul lago Maggiore e vive tra Milano e il lago di Como. Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli editori, con le “squinzie” come protagoniste, due amiche con la propensione ad indagare e a ficcarsi nei guai.  Con Todaro editore è uscita con due racconti lunghi sulle antologie Quattro volte Natale e Odio l’estate, e nel maggio 2023 ha visto le stampe il suo ultimo lavoro dal bizzarro titolo di “Tira, mòlla e messèda” (le indagini del bar William), giallo che si svolge negli anni ottanta nella Milano da bere. Pino e Marietto, un idraulico e un gommista sui generis indagano nel “borgh di ortolan”, la zona di via Sarpi, Canonica, Piero della Francesca, ingollano bianchini spruzzati e forse riusciranno a salvare una persona in pericolo ecc. ecc.

:: Alba tragica di Paola Varalli (Todaro, 2024) a cura di Patrizia Debicke

4 luglio 2024

Tornano i quarantenni e poco più protagonisti di “Tira mòlla e messèda”: il terzetto formato dal bravo e onesto idraulico Pino dell’acume sopraffino, il prestante e virile gommista Mario detto Marietto , da Viliam (rigorosamente con la V) il barista al bancone del bar figlio di Socrate bravo e irresistibile cuoco e la loro erculea amica Eddy, diminuitivo di leggasi: Edmonda de Amicis, di professione buttafuori in un locale notturno .
La nuova squadra di personaggi della Varalli , ritornano in pista più pimpanti, irresistibili e disincantati che mai e il romanzo è ambientato nella stessa cornice : Milano anni Ottanta e più in particolare nel Bar William, zona Paolo Sarpi, ormai colonizzata dai cinesi che allarga fino a via Canonica, e a via Piero della Francesca, luogo delle loro quotidiane riunioni.
Favolosi anni quelli in cui si credeva ancora, soprattutto nella Milano da bere, che il meglio dovesse venire. Anni in cui ancora si chiacchierava consumando un paio di “biciclette” al bar. Traduco : aperitivi di quei bei tempi, a base di bianchino o spruzzato accompagnati da due olive e quattro patatine. Una città molto meno conosciuta e che bisogna saper spiegare bene , per chi non è nato e cresciuto milanese..
Ma torniamo a noi, ad Alba tragica e dunque per chiarezza ripartiamo da capo. Da un prologo antefatto avvenuto a un alba di metà giugno del 1980 al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Autonomo. Quando un’ambulanza porta a sirene spiegate una quarantaduenne vittima di un incidente stradale. Per salvarla serve un’immediata trasfusione. In sala d’attesa affidata a un vigile urbano, è seduta figlia la undicenne … Ma accadrà qualcosa di tragico.
Qualche anno dopo, Alba Tremonti, appena assunta come lavorante apprendista dello Studio GraficheINdue, aspetta il turno in tipografia, mentre le sue “cape”, Giovanna e Agnese, – grafiche pubblicitarie, ma anche art director, copywriter e donne delle pulizie che possiedono una gatta bianco e nero detta Helvetica Light (come il carattere tipografico più utilizzato) – , si sono appena accorte che ha portato a stampare il lavoro sbagliato sperando di fare ancora in tempo a fermarla. Lei , bassetta grassoccia sempre distratta che non ne fa mai una giusta, si è ormai guadagnata il soprannome di Alba Tragica. E stanno scherzando, su di lei, su quanto sia imbranata, persino Marietto e Pino al Bar William. Oddio Pino l’idraulico, scherza un po’ meno. Si è invaghito infatti della dolce infermiera Ornella: peccato che lei, dopo aver chiesto a Viliam sue notizie si sia allontanata per poi svanire nel nulla, anche se a conti fatti parrebbe non per sua volontà… Infatti passato a chiedere notizie in ospedale saprà dalle colleghe che è stata costretta ad allontanarsi per andare in soccorso di una zia malata.
Ma questo allontanamento di Ornella, condito di assoluto silenzio che si prolunga un po’ troppo e par voler assumere contorni più foschi, finirà con mettere in apprensione Pino. Poco convinto si morde le mani e fa mille congetture. Ragion per cui, dopo avere allargato il raggio delle indagini, anche a Eddy che, messa al corrente, ha trovato informazioni sul luogo di residenza dell’inferma zia dell’Ornella, a Pino e Marietto, Eddy è impegnata e Viliam consegnato dal padre al bar, non resta che andare a cercarla a Bologna, non la goduriosa capitale emiliana ma una frazione di Perledo, in provincia di Lecco, sopra il lago di Como, in una baita sperduta ma con una posizione al bacio e una spettacolare vista sul lago e sulle montagne che lo circondano. Ma la zia di Ornella non l’ha mai vista e anzi impensierita consegna a Pino quanto sua nipote le aveva chiesto in caso di sua sparizione e cioè un’inserzione da mettere a Milano sul giornale del quartiere con scritta una frase apparentemente senza senso. Sarà un codice? Parrebbe e bisogna assolutamente trovare il modo di decifrarlo.
Ma i nostri del Borgh di Ortolan sono o non sono i detectives del Bar William? Ci riusciranno e non basta perché sapetelo che in questa loro seconda avventura, densa di colpi di scena, dovranno confrontarsi con non una ma addirittura con due sparizioni. La faccenda è grave perché più di qualcuno minacciosamente tornato dal passato è ricomparso all’orizzonte.
Un altro divertente romanzo corale di Paola Varalli con interpreti e comparse che rimandano alla Commedia all’italiana. Nelle pagine di Alba tragica troviamo infatti : il portinaio Renato Curaluscio (nomen omen), l’infermiera Edera Avvinta e il ricolo ma salvifico architetto Giovanni Saibene della Rocca. Irrinunciabile poi Viliam, sfegatato fan di Ursula Andress. Tanto che in giro si narra addirittura che abbia avuto un storia con lei quando non era famosa. E questa volta la Varalli introduce addirittura una comparsata di una cinquantenne Andress, sempre bella come tutti ricordano in 007, di passaggio al volo in zona Sarpi. E impossibile non citare il padre di Viliam Socrate, inventore del Niente, perfido liquore da lui creato per punire quegli avventori che alla richiesta del barista di ordinare dicono : ‘Niente’.
Ma la maggiore protagonista del libro ancora una volta sarà Milano non quella patinata ma quella genuina e piena di umanità di via Paolo Sarpi e via Lomazzo, la Milano dei bar senza pretese con la Cimbali, i flipper , i jukebox con le canzoni di Massimo Ranieri e di Celentano, i tavoli alla buona, le seggiole impagliate spaiati e il bancone di formica color verde bile.
Un universo variegato fatto di clienti del bar, vicini , pensionati, strani personaggi, per una storia arricchita da una lieve ma godibile trama gialla, resa complicata da tutta una serie di false tracce ma con degli abilissimi investigatori di quartiere che riescono sempre a sbrigarsela facendo a meno dei carabinieri.

Paola Varalli nasce in provincia di Varese, vive tra Milano e il lago di Como, di professione è architetto. Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli Editori e ha partecipato a numerose antologie a tema (con Todaro Editore Quattro volte Natale nel 2020 e Odio l’estate nel 2021). Nel 2023 sempre per Todaro ha pubblicato Tira mòlla e messèda – Le indagini del Bar William.

:: L’uomo senza una scarpa di Salvo Barone (Todaro 2024) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2024

In un fosco lunedì di metà marzo, crudamente ingrigito dalla foschia, il cadavere di uno sconosciuto è saltato fuori nell’angolo del cavedio del cortile di un condominio milanese destinato ai sacchi della spazzatura, proprio quella mattina per un ritardo non ancora ritirata dall’impresa. Cinque piani di un edificio di qualità, situato in piazza Piemonte. Il morto è stato ritrovato dal cane, un retriever, di proprietà di uno dei condomini, Ugo Restelli che l’aveva portato fuori per la solita passeggiata mattutina verso le sette e lasciato libero dal guinzaglio.
Il caso verrà affidato al commissario Enzo Biondo della Omicidi e alla sua squadra formata dall’ispettore Gigio Martinoia che per tornare a lavorare al fianco dell’amico e superiore ha rinunciato a un tranquillo commissariato di città e dall’agente Giusy Garofalo, brava, intelligente e piena di iniziativa, dalla pelle ambrata perché di origine etiope, adottata da piccola da una famiglia italiana. Tra i pochi plausibili testimoni nessuno ha visto o sentito qualcosa di strano. E nessuno tra i residenti nel palazzo, proprietari, inquilini e la portinaia coreana part time conosce la vittima o almeno così asseriscono. Anche se sembra strano pensare che l’uomo fosse là di passaggio.
Cosa ci faceva nel cortile di un condominio? La scientifica dopo aver constato che al cadavere manca una scarpa, rinverrà buttata vicino una pesante catena antifurto con evidenti tracce di sangue sul lucchetto. L’arma del delitto? Pare probabile e la successiva autopsia lo confermerà. Il morto non ha documenti addosso ma in tasca un cellulare e ancora al polso il suo orologio fermo alle sei… L’omicidio a logica parrebbe commesso alle sei di mattina. Poco prima del fortuito ritrovamento del corpo, quindi… Potrebbe trattarsi di un delitto magari provocato da una banale lite di condominio oppure peggio? Particolare da valutare: nello stesso immobile una donna ha presentato denuncia per molestie, una bicicletta è stata rubata e altre piccole cose . Ma perché quell’uomo sconosciuto è venuto a morire proprio là in quel cortile? Bisogna risentire tutti i residenti con maggiore calma, approfondire i fatti e cercare di escludere strampalate ipotesi che tendano a portare fuori strada.
La vittima, subito identificata tramite le impronte che figurano nel casellario giudiziario, si chiamava Onofrio Puleo, residente a Cinisi (Palermo) ed era un pregiudicato con precedenti per estorsione e associazione. Un mafioso? Perché si trovava là ? Affari sporchi? Un appuntamento, una visita a un conoscente? Ma allora potrebbe trattarsi anche di peggio: di una vendetta e non si può escludere un regolamento di conti tra clan. Tanto per cominciare bisogna tenere un profilo basso nei confronti della stampa senza dilungarsi in particolari.
Le indagini, più complicate del previsto, sembrano volersi attorcigliare su se stesse costringendo gli inquirenti a barcamenarsi con testimoni riluttanti. E nonostante le ricerche, praticamente a tappeto, la scarpa mancante del morto non salta fuori. E Graziano Scarpa, il condomino del quarto piano – il caso pare divertirsi coi nomi – non è a Milano e risulta irrintracciabile proprio come la scarpa del Puleo . E in tutto questo contesto poi, a complicare maggiormente la situazione, il commissario Biondo – la cinquantina appena passata, è reduce da un bel viaggio in Patagonia in compagnia di una brava giornalista di inchiesta, Beba Blondel sua vecchia fiamma ritornata in auge ma già ripartita per seguire una pista “copernicana” e che non si fa viva da più di sei giorni. Ma questa fuga di Beba è un elegante modo per mollarlo , oppure… è finita in qualche rogna ? E comunque lui si sente abbandonato ed è sprofondato in una specie di crisi esistenziale. Insomma pronto a interpretare male ogni parola, perennemente sbadato sul lavoro, svogliato, solo concentrato sui suoi problemi. Toccherà quindi all’ispettore Gigio Martinoia, pieno di acciacchi e vicino alla pensione, e all’agente Giusy Garofalo, indagare su quello strano omicidio. Bisogna muoversi con intelligenza ma anche con cautela in un caso solo basato su congetture e minuziose verifiche. Vanno ricostruiti gli spostamenti dei testimoni, ma anche potenziali indiziati, controllare tutti gli alibi, immaginare motivazioni. E andare molto più a fondo sui tanti segreti legami tra i sospettati, giostrando tra false piste fino a ricostruire, passo passo, lontane storie nel tempo e nello spazio che si vorrebbero dimenticare. E dove certe inattese e complicate soluzioni possono presentarsi proprio quando meno te l’aspetti.
Epperò la faccenda pare volersi allargare addirittuta a macchia d’olio. I morti aumentano. La stampa accusa, i superiori premono. Il commissario regge male tutto quel circo in cui si dovrebbe, peggio che al Colosseo, fornire colpevoli alla folla vociante degli spettatori. Per fortuna Biondo può ancora contare sulla strenua e infallibile collaborazione di Gigio Martinoia e sulla perseveranza e l’acume di Giusy Garofalo.
Trama gialla classica che si rifà al più famoso genere francese del XX secolo, intrigante, basata su inattesi colpi di scena e ben sviluppata attraverso diversi piani temporali che rimanda a fatti e avvenimenti del passato ancora da interpretare e neutralizzare.
La narrazione che si avvantaggia di una accurata descrizione ambientale ci consegna un romanzo molto piacevole da leggere , che nel corso dell’indagine ci offre un’accurata evoluzione della vita e delle scelte del commissario Biondo e della sua squadra.

Salvo Barone è nato a Palermo nel 1956, bancario, ha vissuto in Sardegna per una decina d’anni e da altri dieci risiede a Como. Laureato in Scienza Politiche con una tesi sui mezzi di comunicazione di massa, è sposato e ha due figli. Nel 2010 pubblica Le regole del formicaio e nel 2012 Una giustizia più sopportabile.

:: Tira molla e messèda di Paola Varalli (Todaro 2023) a cura di Patrizia Debicke

27 giugno 2023

Una nuova squadra di personaggi per la Varalli, dopo la serie sulle “Squinzie” all’opera sullo sfondo di una Milano ancora anni ‘80. Favolosi anni in cui si credeva che il meglio dovesse ancora venire, soprattutto nella Milano da bere dove si chiacchierava ancora consumando un paio di “biciclette” al bar. Traduco : aperitivi di quel tempo che fu, a base di bianchino o spruzzato che ritroviamo in “Tira, mòlla e messèda” (le indagini del bar William), giallo ambientato sulla fine degli anni ottanta.
Una Milano che bisogna saper interpretare, per chi non è cresciuto milanese. Già il titolo: Tira mòlla e messèda, va spiegato bene agli analfabeti di dialetto. Dunque, tanto per cominciare, ecco la versione italiana ovverosia: girarci attorno, perder tempo.
Modo di dire dal quale faranno ampio usato i vari personaggi per far capire che a volte serve tanta pazienza prima di trovare una soluzione.
Ma ora passiamo ai protagonisti , e membri della squadra, spassosi attori che dovranno sbrogliare un caso nel “borgh di ortolan”, la zona di via Sarpi, ormai colonizzata dai cinesi che allarga fino a via Canonica, e a via Piero della Francesca . Protagonisti saranno infatti i quarantenni e poco più membri di un terzetto formato dall’alto e prestante gommista Mario, il bravo e onesto idraulico Pino dell’acume e la loro erculea amica Eddy, diminuitivo di leggasi: Edmonda de Amicis, di professione buttafuori in un locale notturno .
La storia comincia a ottobre del 1988 con Mario e Pino in coda dietro a una schiera di famelici e affannosi pensionati, all’ufficio postale di via Bertini. Pino ha trovato nella cassetta delle lettere l’avviso di un pacco da ritirare.
Il bottino, ovverosia la busta di cartone – a lui indirizzata da una sconosciuta ditta milanese, verrà finalmente guadagnato da Pino, spostatosi su suggerimento di Mario, dall’ingresso di via Bertini a quello di via Lomazzo riservato a posta e raccomandate -, rivelerà di contenere una misteriosa musicassetta.
E già e poi il mistero pare destinato a infittirsi già dal primo tentativo d’ascolto. Una volta inserita in un registratore infatti si sentono solo fischi e ronzii tipo colonna sonora di un film di fantascienza. Solo suoni e rumori incomprensibili.
Ma il Mario, o Marietto, capisce subito che si tratta di roba moderna, da computer. Insomma sarebbe la trascrizione per salvare un file, se però vogliono provare a capirci qualcosa serve la consulenza di Eddy , unica tra loro proprietaria di un portatile e di una stampante . Ma prima dovranno aspettare che sia disponibile, dopo aver lavorato tutta la notte. Poi , arrivati a casa della robusta buttafuori, il suo portatile partorirà una sfilza tabelle contenenti nomi e cifre incomprensibili… Bisogna indagare e dargli un significato. Anche perché, cercando bene dentro la busta di cartone, che conteneva la cassetta del file troveranno anche scritto a macchina un foglio con quella che appare come una precisa richiesta d’aiuto.
Con il repentino arruolamento arruolato anche dell’Edmonda nell’improvvisato gruppo di detective, ormai tre baldi eroi, dovranno darsi da fare, soprattutto per scoprire l’identità del mittente di quel pacco spedito a Pino. Intanto il nome e il logo stampati sulla busta ricordano quello di un negozietto di gadget nel quartiere. Che vendeva gadget soprattutto a scopo promozionale. Ma ormai quel negozietto si è trasferito …
Ciò nondimeno bisogna cominciare e partendo proprio da quella traccia. Ai tre amici pertanto non resta che mettersi in caccia, sfruttando anche l’appoggio logistico di Viliam, proprietario del Bar William, un locale particolare, con due vetrine senza pretese, un jukebox, un flipper, dei tavolini spaiati e il bancone in formica verdina. Per noi, per meglio inquadrare Viliam, par doveroso aggiungere che è un personaggio speciale, famoso per essere uno sfegatato fan di Ursula Andress. Tanto che in giro si diceva addirittura che avesse avuto una mezza storia con lei quando non era famosa. Lui ci giurava, ma la Andress no!
E comunque, avvalendosi anche degli occhi, delle orecchie di Viliam, perfetto esemplare di barista: ficcanaso e pettegolo quanto basta, intercalando la loro ’indagine con qualche stuzzichino, con bianchini spuzzati, i tre amici riusciranno in qualche modo a a sbrogliare l’enigma del pacco e tirare fuori una persona da brutti forse bruttissimi guai.
Un universo variegato pieno di clienti del bar, vicini chiacchieroni, pensionati, strani vetrai, ecc. ecc. intessuto con abilità, quasi a ricostruire un film commedia di quegli anni che si esalta in una piccola comunità. Una trama gialla appena accennata, fatta di buffi aneddoti e false piste con investigatori di quartiere che se la sanno sbrigare da soli senza ricorrere ai carabinieri.
Continue argute citazioni in dialetto che si rincorrono, arricchite dalla premessa dell’autrice con ampie delucidazioni sulla pronuncia.
Storia molto godibile e che si fa leggere tutta di fila.

La scrittura di Paola Varalli è ironica, frizzante. Ama i giochi di parole e l’enigmistica, i suoi personaggi potrebbero essere gli amici della porta accanto, a loro è facile affezionarsi ma poi si scopre che potrebbero celare qualche mistero. Architetto per la pagnotta e scrittrice per passione, Paola Varalli nasce sul lago Maggiore e vive tra Milano e il lago di Como.
Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli editori, con le “squinzie” come protagoniste, due amiche con la propensione ad indagare e a ficcarsi nei guai.
Con Todaro editore è già uscita con due racconti lunghi sulle antologie Quattro volte Natale e Odio l’estate.

:: Intervista a Marco Badini per il suo “L’ombra sul colosso. La prima indagine del commissario Villata” A cura di Viviana Filippini

14 marzo 2023

“L’ombra sul colosso. La prima indagine del commissario Villata” è il romanzo ad ambientazione storica di Marco Badini, edito da Todaro. Luogo del giallo è la Brescia del 1932, poco tempo prima dell’arrivo di Benito Mussolini per l’inaugurazione di Piazza della Vittoria. Ai piedi della scultura realizzata da Dazzi, nota a Brescia con il soprannome di “Bigio” è ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna. A sbrogliare la matassa di questo romanzo carico di suspense dovrà pensarci il commissario Fulvio Villata, noto a tutti come “Il Mastino”. Abbiamo parlato con Marco Badini dell’origine del suo giallo ad ambientazione bresciana.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo giallo? Il genere poliziesco è sempre stato tra i miei preferiti e da tempo desideravo misurarmi con la stesura di un giallo. Una volta trovato lo spunto, scrivere è stato naturale: un processo creativo e costruttivo più complesso rispetto ad altri generi narrativi, ma molto gratificante e istruttivo sotto il profilo letterario.

Perché hai deciso di ambientarlo a Brescia e perché nel 1932, poco prima dell’inaugurazione di Piazza della Vittoria? Ho scelto questa precisa collocazione spaziotemporale perché l’ho trovata una formidabile opportunità di sviluppo narrativo per un poliziesco con venature storiche. L’inaugurazione di Piazza Vittoria fu molto importante per la città che, in quella circostanza, si trovò sotto i riflettori dell’attenzione nazionale. Mussolini in persona giunse per tenere a battesimo la nuova piazza: un clima effervescente e teso… il momento ideale per un delitto.

Fulvio Villata è il protagonista, detto “Il Mastino” (ho pensato a “Il mastino di Baskerville”), come hai creato il tuo protagonista, ti sei ispirato a persone reali? Il tuo pensiero fa molto onore al mio commissario, ti ringrazio! In effetti i romanzi di Arthur Conan Doyle occupano un posto d’onore nella mia piccola biblioteca. Fulvio, il mio commissario, in realtà non è ispirato a nessuna figura reale. È piuttosto un insieme dei tratti che più ho apprezzato nei vari investigatori letterari che mi è capitato di leggere. Principalmente, per nominarne due, Sherlock Holmes e il commissario Maigret di Simenon. Ci sono poi aspetti più superficiali, piccole cose o atteggiamenti che ho preso in prestito dalle persone che mi capita di osservare nella vita di ogni giorno. Non esiste comunque una persona in particolare a cui mi sono ispirato: il Mastino è nato nella mia mente quasi d’improvviso, come d’improvviso è apparso in piazza Vittoria la notte del 16 ottobre 1932.


Brescia, la sua piazza in Art Déco, sono scenografia e parte integrante della narrazione, come ti sei documentato per ricostruire il periodo di quel momento storico bresciano? La fase di ricerca è stata la più laboriosa, anche perché si è estesa ben oltre la piazza e la sua architettura razionalista. Mi sono interessato anche agli aspetti più ordinari del quotidiano, per farmi un’idea di come potesse essere la vita per un cittadino di quasi cent’anni fa. Al giorno d’oggi disponiamo di una quantità impressionante di fonti potenziali, proprio per questo mai come ora è necessario applicare criteri rigorosi al vaglio dei dati. Quando possibile preferisco rifarmi ai classici testi scritti, l’ideale è se posso sfogliare concretamente le pagine di un volume di consultazione. Devo riconoscere però che anche immagini e filmati d’epoca mi sono stati di grande utilità, soprattutto per alcune parti strettamente descrittive.

Il colosso del titolo – a Brescia noto con il soprannome di Bigio, ma il suo nome vero è Era Fascista- che funzione ha nella storia. Il colosso è il cardine ideale dell’opera e nel titolo ha un valore polisemantico: indica la statua scolpita da Arturo Dazzi che hai citato, un manufatto di dimensioni ragguardevoli; il colosso però può anche significare per estensione il regime fascista con le sue aspirazioni totalitarie. Nello specifico del romanzo, la statua e il suo creatore prendono parte allo sviluppo delle indagini, rivelandosi un fattore di primaria importanza per far luce su diversi punti oscuri.

L’agente Ferri e il dottor Calligaris, medico legale, sono due i comprimari di Villata, quanto sono importanti per il protagonista dal punto di vista lavorativo e umano? Direi che sono fondamentali. Ne hai colto la duplice importanza: sul piano professionale costituiscono una risorsa irrinunciabile per il commissario. Il dottor Calligaris con le sue perizie è in grado di offrire una considerevole mole di indizi, mentre l’agente Amilcare Ferri in veste di vero e proprio uomo d’azione completa il quadro delle competenze necessarie alle indagini. C’è poi, come hai giustamente osservato, il lato umano. Amilcare è in particolar modo legato al commissario da una solida amicizia e lo rende partecipe della sua vita in molte circostanze come, ad esempio, il consueto pranzo della domenica. Possiamo dire che lui e il dottor Calligaris rivestono ruoli importanti nel lavoro del Mastino di Brescia ma sono anche una consistente presenza nella sua sfera privata.

Romanzo unico o primo di una serie? Sto mettendo a punto qualche idea, credo proprio che il Mastino e i suoi compagni si troveranno presto alle prese con un nuovo caso.

Quali sono le tue letture preferite? Amo molto leggere saggi storici, ma anche polizieschi, thriller e altri generi di narrativa. Mi piacciono anche alcuni fumetti, soprattutto quando dimostrano di possedere profondità e spessore non inferiori alla letteratura in senso stretto.

:: I bambini di Escher di Paolo Pedote (Todaro editore 2017) a cura di Viviana Filippini

13 marzo 2018

I bambini di Escher

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Il romanzo di Paolo Pedote – I bambini di Escher– pubblicato da Todaro editore è un giallo e allo stesso tempo un thriller mozzafiato. Già dalle prime pagine il lettore si troverà catapultato in una Milano torbida e violenta nella quale una serie di omicidi si susseguiranno uno dietro l’altro. Per compicciare incontriamo Alicia, una giovane che ha perso tutto giocando alle slot. La donna, alla quale hanno tolto pure l’ultima dose di droga, torna a casa, ma la sua esistenza subirà una battuta d’arresto quando la aggrediranno con l’acido. E sulla scena compare Nerone Crespi. Pedote sposta la narrazione su un giovane barista che vorrebbe fare carriera nel mondo dell’hip hop. Tutto per lui cambia quando portano cibo e bevande in un ufficio e gli tagliaeranno la gola. Ancora una volta compare Nerone Crespi. Chi è costui che aleggia sempre nei luoghi dove accadono tremendi assassini? Il presunto colpevole? Uno testimone? O, una persona qualunque che si trova sempre nei paraggi della scena del delitto? No Nerone Crespi, un emarginato, è un uomo che non ha memoria e che non riesce a ricordare il proprio passato. Nerone è in cura in una comunità e a seguirlo c’è una dottoressa che lo accudisce con tutte le attenzioni possibili e immaginabili. La vita di Nerone si incrocia con quella di Angela Delfino, soprannominata “La Sbirra”, una donna a capo della Squadra Mobile che però ha rassegnato le dimissioni, perché disgustata della giustizia e della propria funzione in Polizia. I due si incontrano dopo che Nerone rischia di finire investito dalla “Sbirra” stessa. Motivo: lo smemorato Nerone è sotto shock dopo essere stato spettatore di una scena impressionante. Lui ha visto un uomo nudo, completamente ricoperto di sangue, in corsa per le strade di Milano. Da sospettato a testimone, per Nerone, grazie anche all’empatia con Angela Delfino, ci sarà un cambiamento di ruolo, perché sì è vero che l’uomo ha dei vuoti di memoria spiazzanti ma, allo stesso, tempo ha un fine intuito che porterà alla luce realtà scioccanti per le indagini. “I bambini di Escher” è un giallo con venature piscologiche, perché Pedote ha creato una vasta gamma di personaggi delusi dalla vita o rifiutati dalla società, coinvolti in una scia di brutali omicidi all’apparenza inspiegabili. La narrazione di Pedote sembra una grande vetrina dove scorrono le tipologie umane più disadattate, quelle che hanno maggiore difficoltà a stare nelle società e che, se guardiamo la realtà vera del quotidiano, non sono così finte come vorremmo credere. Certo è che l’indagine compiuta dalla “Sbirra” con l’aiuto di Nerone porterà alla luce aspetti del genere umano del tutto impensabili. Sarà un cammino pieno di insidie e di scoperte che lasceranno segni indelebili in quei personaggi letterari che animano “I Bambini di Escher” di Paolo Pedote. Creature della finzione non troppo lontane da quello che i tanti fatti di cronaca nera ci raccontano ogni giorno, a dimostrazione di come il confine tra realtà e finzione sia molto più labile di quello che potremmo pensare.

Paolo Pedote (Milano 1966) ha collaborato con Radio Popolare, Radio Città Fujiko e diverse riviste. Tra le sue pubblicazioni: Storia dell’omofobia, prefazione di Gian Antonio Stella, Odoya; L’apocalisse secondo Pier Paolo Pasolini, Stampa Alternativa 2013. Questo è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke (Todaro Editore, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

2 settembre 2016

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Secondo capitolo della serie dedicata alla Sentinella del Papa, La congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot riporta i lettori ai primi anni del 1500, ai giorni dello Stato della Chiesa e dell’Inquisizione.
Questa volta, ancor più delle altre, la Debicke crea una storia ricca di suspense, di intrighi e di mistero che tiene il lettore incollato al testo. La struttura scelta, con la volontà di non suddividere la storia in capitoli bensì mantenere un continuum articolato in paragrafi, si rivela efficace. Ogni passo è centrato su un indizio, una svolta, una sottolineatura e, visto l’elevato grado di complessità della vicenda narrata, ciò aiuta chi legge a seguire con attenzione gli sviluppi, le indagini e tentare magari anche di anticipare qualche rivelazione.
Giulio II e la sua corte si trovano a Bologna e sarà proprio la Dotta a fare da sfondo alle vicende che coinvolgeranno il Papa e la sua Sentinella, Julius Aloysius von Hertenstein leutnant della Guardia Pontificia, il convento di San Domenico e quello di San Mattia, Santa Maria Celesta, le “vedette” della strada e Michelangelo Buonarroti.

«I fedeli hanno visto e sentito. Non possiamo nascondere o minimizzare. Questo spaventoso delitto nella basilica è un sacrilegio che comporta la sconsacrazione.»

Il rinvenimento del corpo di fra’ Consalvo, vice di fra’ Gaudioso e suo assistente nell’Inquisizione, sui gradini dell’Arca, trafitto da un Cristo dorato e con il cadavere di un gatto nero a cingergli la testa come una corona lascia emergere fin da subito la dimensione del marcio che sta per essere svelato. La posa in cui viene rinvenuto il frate è una messinscena e non sarà la sola su cui il lettore avrà piacere di riflettere pensando alle tante, troppe ipocrisie che reggono istituzioni storiche o religiose e dalle cui “impalcature” facilmente si può “precipitare”, come accade al maestro Buonarroti, e ciò può ben rappresentare l’occasione per la svolta.
Il leutnant Hertenstein de La congiura di San Domenico è meno “lucido” del personaggio narrato dalla Debicke ne La Sentinella del Papa (Todaro Editore, 2013), commette un’imprudenza ma questa volta il legame con Maria non è solo sentimentale o carnale, hanno in comune l’aver vissuto sulla propria pelle una terribile esperienza, figlia di una delle più bieche manifestazioni della malvagità umana.

«Ogni tanto penso che Cristo sia morto invano. Per la nostra salvezza? Nossignore, la nostra gente incensa i tiranni e gli assassini e rincorre i sacrileghi

Gli Inquisitori si ergono, dinanzi a Dio e al popolo, a giustizieri e, pur dedicandosi a vizi e malvagità, infliggono violenza invocando la retta via, la parola sacra e il perdono. I sotterranei del convento di San Domenico ricordano le sale degli interrogatori della Brigata Speciale, la polizia segreta del dittatore Francisco Franco, descritte da Mark Oldfield in Quindici cadaveri (Newton Compton, 2013) e allora automaticamente ci si chiede dov’è la differenza. Un convento e un quartier generale che hanno entrambi una stanza della tortura, delle celle per la prigionia degli indiziati, delle sale per gli interrogatori e la “via dell’acqua” che se da un lato può rappresentare una via di fuga sotterranea dall’altro è un utile mezzo per liberarsi di qualunque cosa, soprattutto cadaveri.
Patrizia Debicke van der Noot con La congiura di San Domenico si rivela ancora una volta un’artista della scrittura “storica”. In tutte le 260 pagine che compongono il libro non si trova una frase di troppo. Narrazione asciutta, essenziale, decisa e precisa. Per far immergere il lettore nel contesto storico da lei narrato non le occorre sciorinare quanto appreso e certamente studiato sui fatti e le usanze dell’epoca, essendo sua la capacità di rappresentarlo attraverso la scena, lo sviluppo della vicenda, il linguaggio dei personaggi.
La lettura del libro si rivela piacevole e invoglia chi legge in riflessioni sul passato ma anche sul presente della Chiesa, della religione e della spiritualità; sulla società del 1500 ma anche su quella attuale; sul popolo e su chi lo “governa”; sull’ordinario come sullo “straordinario”.

Patrizia Debicke: Nata a Firenze, vive a Clervaux in Lussemburgo e fa lunghi soggiorni in Italia. Dal 2003 si dedica interamente alla scrittura. Ha scritto romanzi, romanzi gialli, gialli storici, racconti per varie antologie e racconti lunghi pubblicati in formato e-book. È collaboratore editoriale di Delos Book, Mentelocale, MilanoNera, The Blog Around The Corner. Ha tenuto conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Parigi e Lussemburgo, per l’Università del Lussemburgo, per circoli letterari e workshop di scrittura per scuole medie e superiori.(fonte: http://www.patriziadebicke.com)

Source: pdf inviato al recensore dall’ autrice.

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:: La Signora degli Inferi, Filippo Fornari, Todaro editore, 2012 a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2013

la-signora-degli-inferiOk è vero vero non si chiama Dan Brown e non ha scritto il Codice Da Vinci, e nemmeno la Biblioteca dei morti e seguenti come Glenn Cooper, ma Filippo Fornari, chimico piacentino ha creato con La Signora degli Inferi un avventuroso giallo avvincete, nel quale presente e passato si mescolano lasciando in chi legge alcune stimolanti curiosità da approfondire. La struttura è quella classica dell’omonimo genere che comincia con un morto assassinato – il bibliofilo Augusto Maria Orsini trovato cadavere con due antiche monete sugli occhi -, seguita dall’indagine del detective di turno – Marco Visconti- con la conseguente identificazione del caso come il fine tragico di un illecito traffico di monete false. Un’ipotesi che non convince Visconti, maggiore dei Carabinieri tornato da un missione estera e assegnato alla sezione omicidi, il quale vista la scia di morti presenti un po’ ovunque in Europa e molto simili a quella romana decide di fare di testa propria, dando il via ad un’indagine del tutto personale per capire quale mistero si nasconda dietro i brutali assassinii. Accanto a lui l’affascinante Lavinia Alibrandi, esperta di monetazione antica e un intelligente e simpatico docente in pensione di Storia delle Religioni. Chi leggerà La Signora degli Inferi non sarà trascinato solo in rocamboleschi inseguimenti nelle viuzze all’aperto e dentro al ventre di Roma, dove la tensione rimarrà sempre fior di pelle, ma sarà introdotto all’affascinante mondo della numismatica, alla scoperta del significato celato nei disegni incisi sulle antiche monete in circolazione tra le pagine della dinamica storia di Fornari. Accanto alla tipica azione del thriller, quella che ti tiene con il fiato sospeso pagina dopo pagina, si innestano le vicende personali di Visconti e di  alcuni suoi comprimari, a dimostrazione del fatto che i protagonisti creati dall’autore piacentino superano i classici stereotipi del giallo (non sono attori narrativi imbrigliati in rigide qualità o categorie comportamentali) per assumere una natura più umana, che li rende simili a noi lettori. Ed ecco Visconti alla prese con il difficile rapporto con la ex-moglie e pienamente consapevole di non essere un buon padre per la figlia. Poi, tocca a Lavinia, che è sì bella e tenace, ma nasconde un passato drammatico e doloroso segnato da un grave lutto in famiglia e da un brutale violenza subìta. Un evento che le ha lasciato profonde ferite nell’animo, tanto dolorose da non riuscire a chiuderle. La coppia lotterà con le proprie questioni private, dimostrando di avere due anime sensibili e umane, ma nello stesso momento i due neodetective combatteranno contro il tempo per fermare  la lunga inspiegabile scia di omicidi. Morti misteriose, dove le vittime possono essere importati personalità pubbliche o sconosciuti campagnoli. Decessi  attuati seguendo rituali precisi che nascondono una realtà contorta, cupa ed inquietante, che portata a compimento potrebbe cambiare il destino dell’umanità. Il tutto è narrato da Fornari con un linguaggio schietto, rapido tipico della cronaca, che non si perde in inutili fronzoli descrittivi trascinando noi lettori nelle avventure di questo contemporaneo – concedetemi il paragone- Indiana Jones in fase di formazione!

Filippo Fornari, chimico, piacentino ritornato alle sue colline dopo molti anni di esilio a Milano, si occupa di marketing di sistemi di diagnostica molecolare. In precedenza ha fatto il ricercatore e l’imprenditore nel settore biomedico e, soprattutto, ed è la cosa su cui più ama soffermarsi, lo skipper di imbarcazioni a vela. È stato istruttore al Centro Velico di Caprera e per un lungo periodo, quando non teneva famiglia e poteva scialare il proprio tempo, ha fatto regate, trasferimenti (oceano compreso) e insegnato ai corsi della Lega Navale di Milano. Ora è sposato e ha una figlia tredicenne: non può più permettersi di sprecare tempo, denaro e energie, ma, grazie a Cecilia, può guardare al mondo d’oggi con lo sguardo di un adolescente.Prima di cimentarsi con i thriller, ha scritto di chimica clinica e di nautica. Ecco, questo è quello a cui vorrebbe dedicarsi in un futuro non tanto lontano, lo studio delle tecniche di navigazione e delle rotte dei marinai dell’antichità. In effetti ha già cominciato: ha in cantiere un romanzo storico, ambientato nel Mediterraneo del IV secolo a.C., che ripercorre gli itinerari degli antichi navigatori e riprende, come una sorta di prequel, i medesimi miti che compaiono ne La Signora degli Inferi.