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:: Mi manca il Novecento – Gesualdo Bufalino: storia di un grande scrittore dimenticato e rimosso a cura di Nicola Vacca

19 marzo 2018

Bufalino

Quando nel 1981 uscì Diceria dell’untore l’opera prima di Gesualdo Bufalino, fu subito un caso letterario. Un esordio all’età di sessantuno anni che avrebbe segnato la narrativa italiana.
Lo scrittore di Comiso era un uomo di immensa cultura. Sempre affascinato dalla letteratura e dai libri, trascorre la sua infanzia nella biblioteca paterna.
«Ingegnoso nemico di se stesso», così amava definirsi. Bufalino ha letto tutti i libri e ha sempre resistito alla proposta di pubblicarne uno dei suoi.
Grazie all’incoraggiamento del suo grande amico Leonardo Sciascia, all’età di sessantuno anni pubblica da Sellerio Diceria dell’untore, un libro importante sul tema della morte, un romanzo che ancora oggi rappresenta un classico del romanzo italiano di fine Novecento.
Attenzione della critica e un ottimo successo di pubblico per uno scrittore schivo che ama vivere appartato tra i suoi libri e le sue pagine.
A ventidue anni dalla sua scomparsa, Gesualdo Bufalino rischia di scomparire anche dalla memoria letteraria.
Sellerio pubblica i suoi libri più belli (Argo il cieco ovvero i sogni della memoria, Cere perse, La luce e il lutto, Museo d’ombre)
Morto Leonardo Sciascia, i libri di Gesualdo Bufalino inspiegabilmente spariscono dal catalogo della casa editrice siciliana, Nel 1988 Bufalino pubblica da Bompiani Menzogne della notte, romanzo con cui si aggiudicherà lo Strega.
Nel 1996 esce Tommaso e il fotografo cieco. Lo scrittore muore improvvisamente in un incidente stradale il 14 giugno dello stesso anno.
Oggi Bufalino è poco letto, poco pubblicato e poco conosciuto e giace inspiegabilmente in un limbo editoriale. Si trova ai margini di un cono d’ombra che lo ha portato verso l’oblio.
Non riesco a capire perché, a un certo punto, Elvira Sellerio abbia smesso di credere nella sua scrittura. Non riesco a capire perché Gesualdo Bufalino, uno degli scrittori più importanti con cui si è chiuso il Novecento, sia diventato lo scrittore più velocemente dimenticato del nostro Novecento.
Non riesco a capire il perché di questa rimozione. Eppure un grande scrittore come Gesualdo Bufalino è quasi scomparso dalle librerie. Lo scrittore di Comiso dovrebbe avere un posto di riguardo tra i più grandi letterati del nostro tempo.
Ma se guardo oggi per un attimo il catalogo di Sellerio, vedo che un altro siciliano impazza con la sua dozzinale letteratura d’intrattenimento, capisco tutto.

:: Mi manca il Novecento – Stig Dagerman e Il nostro bisogno di consolazione a cura di Nicola Vacca

13 marzo 2018

Stig DagermanStig Dagerman ha attraversato il Novecento con la velocità di una cometa. Morto suicida a soli trentuno anni, è stato uno dei più importanti scrittori svedesi e ancora oggi possiamo considerarlo un gigante della letteratura, leggendo i libri che ci ha lasciato.
Dagerman è stato un uomo in rivolta, in molti lo hanno paragonato a Camus e a Kafka.
È un anarchico inquieto e sempre in lotta contro se stesso e con un’angoscia lucida come pochi è riuscito a stare dento la catastrofe bellica del suo tempo, lasciandoci con i suoi libri una testimonianza unica.

«La scelta anarchica è, – scrive Fulvio Ferrari nella postfazione a Il nostro bisogno di consolazionenella formazione di Dagerman, un momento fondamentale da cui non si può prescindere se si vuol comprendere la sua persona e la sua opera».

Come non si può prescindere da Il nostro bisogno di consolsazione, che tra i suoi libri è quello che più lo rappresenta, e soprattutto mette in evidenza il dramma dell’uomo e le contraddizioni esistenziali di un grande scrittore di fronte al peso enorme del male di vivere.
Proprio questo piccolo libro verrà considerato il testamento letterario di Dagerman.
In queste pagine lo scrittore scava nel fondo del suo abisso di uomo a cui manca la fede e afferma di non essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa.
Inizia così Il nostro bisogno di consolazione, un viaggio di uno scrittore nel tormentato inferno della sua coscienza. Pagine intense, di disperazione e di sconforto, ma anche attraversate da un grande amore per la letteratura di cui Dagerman si avvale per scavare nella consumazione terribile della sua tormentata interiorità, sempre interrogando quella vita che sta stretta ai suoi anni.
Sono queste riflessioni che lo conducono a riflettere su quel concetto di consolazione spaventosa che riesce solo a fargli vedere le cose con intensità cinque volte maggiore.
Stig Dagerman scrive sempre in preda al dubbio e all’incertezza, mentre lo sconforto lo assale in ogni istante. L’unica cosa che gli importa è proprio quella che non ottiene mai:

«l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo».

Il mondo è più forte di lui, al suo potere non ha altro che opporre se stesso. Così non gli resta altro che la scrittura e la letteratura. Finché avrà la forza di resistere, si sentirà dotato del potere di opporre le sue parole a quelle del mondo.
Questa è la sua unica consolazione che non gli salverà la vita.

«Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione».

Il nostro bisogno di consolazione è un monologo di un uomo che scrive perché combattuto tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità di esserlo. È un libro la cui lettura non lascia indifferenti. Le parole di Stig Dagerman scorticano, fanno male, sanguinano. Solo come i grandi scrittori sanno fare.

:: Mi manca il Novecento – Carlo Levi e Cristo si è fermato a Eboli a cura di Nicola Vacca

7 marzo 2018

Cristo si è fermato a EboliCristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è uno dei romanzi più importanti della letteratura italiana.
La descrizione della vita di un confinato politico si intreccia con la scoperta del sud e di un mondo primitivo e arcaico al quale l’autore si accosta non senza letterari compiacimenti.
L’opera di Levi diventa una pietra miliare della letteratura meridionalista ed è la scoperta e la ricognizione di questo mondo tagliato fuori dalla storia, arcaico e immobile, rassegnato e dolente.
Cristo si è fermato a Eboli è un’ opera non inquadrabile nei tradizionali generi letterari: è diario, descrizione di paesaggi, saggio storico e sociologico, meditazione e galleria di scene di vita di provincia.
Dal mondo del Sud Carlo Levi non si separerà mai più, se lo porterà sempre dentro.
Anche nella sua attività di pittore esplorerà l’indigeno profondo sud.
In un certo senso fu proprio il suo libro a segnare l’inizio di un interesse per il Sud che avrebbe avuto larga eco nella letteratura e si sarebbe esteso alla pittura e al cinema.
Il libro è scritto a Firenze tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 durante l’occupazione tedesca della città. Pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel settembre del 1945 ebbe subito un notevole successo suscitando dibattiti e riflessioni sul rapporto tra civiltà contadina e modernizzazione. Ma soprattutto decretò la nascita di uno di nostri più grandi scrittori.
A oltre cinquanta anni dall’ uscita del suo libro più importante e a quaranta dalla sua scomparsa, Carlo Levi resta uno dei punti più alti della letteratura italiana del Novecento.
Levi era un intellettuale che nella Torino di inizio secolo sentiva il richiamo urgente della realtà e del collegamento con la vita collettiva. Intensa fu la sua attività giornalistica.
Ma la letteratura divenne subito per lui la testimonianza autentica. Così quando nel 1945 uscì Cristo si è fermato a Eboli, il libro fu accolto come una rivelazione.
Mai prima nessuno era riuscito a descrivere con grande trasporto poetico, emotivo, sociale e politico il Mezzogiorno serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente, terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà.
Italo Calvino scrisse che

«la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo».

Quando Levi venne condannato al confino in Lucania (dal 1935 al 1936) non conosceva quel mondo e soprattutto fu folgorato da quel Sud profondo e dal suo mondo contadino che non partecipa alla Storia, escluso da un sistema sociale che gli consente di sopravvivere, con l’unica possibilità del patimento.
Prima di Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi era lontano dalla letteratura in senso stretto. Fino a quel momento aveva scritto articoli di politica su “La Rivoluzione liberale” di Pietro Gobetti.
Dal fondo dell’inferno del Sud con la sua miseria nasce Carlo Levi scrittore che come pochi è riuscito a interpretare con la sua voce autentica quella questione meridionale di cui ancora oggi tanto si parla, spesso a vanvera.
Dopo quella prima esperienza letteraria, anche gli altri libri che Levi scrive sono affreschi di un mondo e di una società, o anche di un momento particolarmente significativo che generalmente era di trapasso o di transizione.
In proposito va anche ricordato L’orologio, libro in cui Carlo Levi racconta la fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri, l’inizio della crisi dei partiti liberale e azionista, l’avvento della Democrazia cristiana e l’ascesa di Alcide De Gasperi. Soprattutto riporta la decadenza di Roma e dell’Italia di allora e l’immobilismo della classe politica che ieri come oggi ha una visione astratta dei problemi del paese.
La realtà, infatti, secondo Carlo Levi non è mai nel particolare in sé considerato, cioè in quello che appare. La realtà che interessa è quella viva – scrive in Paura della libertà – cioè il punto di incontro tra il determinato e l’indeterminato, fra il finito e l’infinito, fra il collettivo e l’individuale.
Levi in maniera eclettica con la penna (ma anche con il pennello) di questa realtà è stato maestro di vita e di pensiero.

:: Mi manca il Novecento – Quel meraviglioso genio osceno di Henry Miller a cura di Nicola Vacca

20 febbraio 2018

Henry Miller

Per molti anni Henry Miller fu lo scrittore più deprecato e detestato in America, dove i suoi libri venivano giudicati scandalosi e immorali. Soltanto dopo la pubblicazione a Parigi del Tropico del Cancro, gli americani in parte furono costretti a rivedere il loro giudizio.
Ma in realtà Miller non ha mai amato il suo Paese e nei suoi libri certo non lo nasconde.
Anche in Italia i suoi libri non furono amati. I suoi romanzi da alcuni critici furono definiti porcheria, fango, frenesia bieca.
In realtà, Henry Miller è stato un grande genio della letteratura perché con le sue opere ha rotto il vetro del conformismo letterario e spezzato i ghiaccio di ogni perbenismo bacchettone.
La sua intera opera può essere considerata come una celebrazione della sua esistenza splendida e miserabile allo stesso tempo.

«Era qualcosa – afferma Miller – che dovevo fare per preservare la mia integrità. Ripeto che era un caso di vivere e morire».

In pochi hanno veramente capito il carattere anticipatorio dell’opera di Miller. La narrativa prima di lui non aveva offerto un sincero e totale quadro della comportamento umano attraverso la vita sessuale.
Quando egli decise di continuare la sua carriera di scrittore in Europa e non in America, fu netto nel condannare il modo di pensare e di ragionare degli americani. Lui stesso affermò di non riuscire a ragionare come i suoi connazionali, e aveva ragione.
Tropico del Cancro Miller lo cominciò e lo terminò a Parigi. Il libro venne pubblicato nel 1934 e Miller prima di vederlo nelle librerie parigine lo riscrisse ben tre volte.
Nel suo capolavoro, come in tutti i suoi libri, c’era la vita che aveva fin a quel momento condotto: la lotta più nera contro la miseria e tutta la conoscenza di un modo di vivere europeo e in particolare del mondo intellettuale parigino che per primo consacrerà la sua grandezza.
I suoi discorsi avventurosi, apocalittici, ribelli, aleatori, veridici sul destino della nostra civiltà e della nostra arte persuadono o respingono, si fanno detestare e amare come tutto ciò che egli scrive.
A proposito delle discussioni provocate dalla pubblicazione dei suoi libri, Miller aveva una sola preoccupazione e riguardava non quanto uno scrittore possa essere libero nell’esprimere se stesso, ma quanto grande e pericoloso per il futuro dell’umanità sia il distacco tra gli audaci, ispirati da convinzioni oneste e il conformismo basato sull’inerzia, la stupidità, la vigliaccheria, l’ipocrisia.
Letta oggi questa è una profezia e Henry Miller è stato uno dei pochi scrittori che si è spinto per fortuna troppo in là dove ha avuto il coraggio di dire e di scrivere l’estrema verità di certe cose che la maggioranza pensava soltanto. La verità l’ha detta e l’ha scritta con la semplicità sconcertante di chi volutamente ha testimoniato nell’assoluta libertà di pensiero lo scandalo della vita.

:: Mi manca il Novecento – Dissipatio H.G. di Guido Morselli a cura di Nicola Vacca

9 febbraio 2018

DissipatioA Guido Morselli il mondo editoriale e culturale della sua epoca doveva tutto. Invece quel tutto glielo ha negato, lui non è riuscito a sopravvivere alla sua sensibilità e si è tolto la vita.
Morselli è un gigante della letteratura del secondo Novecento e i suoi libri dovevano essere pubblicati in vita, ma lui collezionò dagli editori una serie ininterrotta di rifiuti.
La fama postuma dimostra che questa penna straordinaria non meritava in vita disprezzo e indifferenza.
Italo Calvino, nel 1965, rifiutò la pubblicazione per Einaudi de Il Comunista. Carlo Fruttero bocciò la pubblicazione per Mondadori di Contro passato prossimo.
Dissipatio H.G. è l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli, ovviamente anche questo resterà inedito. Siamo nel 1973 quando Morselli non regge più l’ennesimo rifiuto editoriale e si toglie la vita. Immediatamente dopo la sua morta scoppia il caso Morselli e si parla di come sia stato possibile negare la pubblicazione a uno scrittore così complesso e importante. Le solite cose italiane. Grazie a Adelphi la sua opera finalmente vide la luce.
Dissipatio H.G. oggi continua a scavare come un tarlo nelle coscienze.
Oggi che i pericoli di estinzione del genere umano sono molto più concreti e tragicamente imminenti di ieri, il romanzo apocalittico e post-apocalittico di Giudo Morselli lo leggiamo come una profezia che lascia il segno.
L’umanità misteriosamente è scomparsa, il genere umano si è dissolto. Non è rimasto nessuno in vita sul pianeta, tranne il protagonista del romanzo di Morselli che si ritrova solo, completamente solo in un mondo che non si è saputo giocare bene le sue possibilità di sopravvivenza.
In preda alla paura, il personaggio morselliano si muove dal suo rifugio in montagna e si dirige verso la città di Crisopoli in cerca di qualche altra presenza umana.
Dissipatio H.G. è un monologo interiore in cui il sopravvissuto cerca di ipotizzare le cause di questa catastrofe che ha portato alla fine dell’umanità sul pianeta Terra.
Con cinismo e una punta amara di ironia mista alla paura, l’unico uomo sopravvissuto cammina tra le macerie del mondo estinto e su tutta questa dissipazione riflette. Ma di una cosa è convinto e non nasconde la sua crudeltà nell’affermarlo quando in merito alla fine del mondo a cui sta assistendo afferma che non esiste alcuna escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose e poi aggiunge:

« Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi date troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipiedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro».

Non manca mai il vetriolo nelle pagine di Giudo Morselli. In Dissipatio H.G. per fortuna ne troviamo in quantità industriale, e nemmeno un grammo è andato sprecato, visto che oggi l’Apocalisse può contare sulla complicità di tutti gli esseri umani.
«Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più» commenta il sopravvissuto in uno dei suoi deliri di solitudine, quasi pensando che il mondo potrà rinascere meglio adesso che l’uomo ( che Cioran definisce il cancro della terra) sì è tolto definitivamente di mezzo.

:: Mi manca il Novecento – Anche la letteratura è un’alternativa nomade: Bruce Chatwin a cura di Nicola Vacca

7 febbraio 2018

Bruce

Bruce Chatwin ci ha insegnato che il nomadismo non è una condizione di felicità.
È un’ «anatomia dell’irrequietezza». Uno stato d’animo che ci porta dal un luogo all’altro senza mai amarne uno.
«Che ci faccio qui?» Questo è l’interrogativo che porta il vero nomade in giro per il mondo. Unica meta la conoscenza.
Questa è, in sintesi, la carta d’identità di Chatwin, mente brillante nata nella regione dello Yorkshire il 13 maggio 1940.
Inizia a lavorare giovanissimo nel 1958 presso la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s.
Presto si interessa all’archeologia e sviluppa un interesse per i nomadi.
Nel 1973 viene assunto da Sunday Times Magazine come consulente per i temi dell’arte e dell’architettura. Qui presto scoprirà di avere un talento narrativo e la sua scrittura darà voce e corpo al suo carattere di uomo inquieto e itinerante.
A Parigi intervista l’architetto novantatreenne Eileen Gray; nello studio della Gray, Chatwin nota una mappa della Patagonia da lei dipinta. Nel breve scambio di battute che segue l’architetto invita Chatwin a partire per quel luogo al suo posto. Da lì a poco Chatwin parte per l’Argentina. Solo arrivato a destinazione informerà il giornale della sua partenza includendo le proprie dimissioni.
Il risultato dei primi sei mesi della sua permanenza sarà il libro In Patagonia (1977), che consacrerà la fama di Bruce Chatwin come scrittore di viaggi.
Da quel momento lo scrittore inglese non starà mai fermo. Il viaggio nomade diventerà la sua ragione di vita. Con i taccuini nello zaino e buone scarpe ,Bruce racconterà il mondo attraverso l’esperienza dei luoghi che visiterà.
Con una prosa semplice e evocativa Bruce Chatwin coinvolge il lettore nel suo continuo elogio del viaggio.
In tutti i suoi libri (in Italia pubblicati da Adelphi) lo scrittore inglese narra il suo spostarsi da un posto all’altro del pianeta coinvolgendo interamente il lettore, portandolo direttamente sulla scena della nuova meta raggiunta.
Bruce Chatwin è affascinato dal nomadismo perché per lui viaggiare significa affermare la propria esistenza. Andare per il mondo significa allo stesso tempo evadere e essere liberi.
Un continuo errare, il suo, che lo porterà sempre a essere inquieto e assetato di conoscenza, a non essere mai soddisfatto dell’ultimo luogo raggiunto perché il viaggio intorno al mondo è un modo ininterrotto di fare i conti con la propria coscienza.

«La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi».

Con queste parole Chatwin rivela il suo stato d’animo e inquieto di scrivere e viaggiare nel mondo. Errare è l’unica condizione che Chatwin conosce per essere.
Il maestro degli irrequieti che viaggia e scrive avendo una sola domanda nella testa:« qual è la natura dell’inquietudine umana?».
«L’alternativa nomade» porterà Chatwin in tutti gli angoli del pianeta. In ogni luogo l’ordinario è diventato meraviglioso.
L’immobilità è un malessere che vleva combattere. Bruce Chatwin si sentiva vivo solo in movimento. Fino alla fine è stato sempre nel viaggio, in fuga verso destinazioni nuove dove scrivere e incontrare persone che si portano dietro il loro bagaglio di esperienze e di sogni da condividere con un viandante come lui che ha fatto della sua vita il migliore dei suoi romanzi.
Verso la fine degli anni ‘80 Chatwin contrae il virus dell’HIV. Muore a Nizza l’8 gennaio 1989 a soli 48 anni.

:: Mi manca il Novecento – Il dibattito sul caso Silone e Uscita di sicurezza a cura di Nicola Vacca

1 febbraio 2018

Uscita di sicurezzaLa grandezza di Ignazio Silone risiede nell’attualità della sua opera. Oggi, purtroppo, Silone è uno scrittore poco letto. La straordinaria coerenza politica –intellettuale, che ha fatto dell’autore di Fontamara uno degli scrittori più irregolari del Novecento, merita considerazione e rispetto e soprattutto una rilettura onesta.
Silone è stato uno dei più attenti osservatori del suo tempo, un anticonformista capace di cogliere il fascino della seduzione ideologica per poi superarne profeticamente gli stessi contenuti.
La passione ideologica, infatti, muoverà il pensiero di Silone e lo condurrà fino al cuore del totalitarismo moderno (nel suo caso il comunismo) e poi alla definitiva rottura, che in seguito caratterizzerà la sua vicenda esistenziale prima ancora di quella politica. Dopo l’espulsione dal partito comunista si radicò nella sua coscienza la convinzione della necessità ideologica del tradimento nei confronti di ogni tentazione totalitaria.
Da quel momento in poi la figura di Ignazio Silone è stata oggetto di un duro attacco da parte dell’intellighenzia di sinistra che vedeva in lui un nemico da isolare e da abbattere. Lo scrittore nei suoi libri più importanti (Uscita di Sicurezza, La scuola dei dittatori) aveva denunciato il fallimento di un progetto ambizioso, il comunismo di matrice marxista, finito in una morsa tirannica e liberticida.
Silone, di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 nella qualità di membro della delegazione dei comunisti italiani, così scrive dei suoi colleghi russi:

«Ciò che mi colpì dei comunisti russi era l’assoluta incapacità di discutere lealmente di opinioni contrarie alle proprie. E il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro opportunista, se non addirittura un traditore ed un venduto».

Silone comprese, a proprie spese e sul campo, che il regime comunista nulla aveva a che fare con il concetto di libertà del pensiero occidentale.
Da quel momento con la sua opera egli si schierò apertamente dalla parte dell’uomo libero. E nella difesa ad oltranza della sua libertà, ma soprattutto della sua dignità, non rimaneva altro da fare che lasciare una testimonianza scritta e diretta dell’universo totalitario che aveva avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

«Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me l’assoluta necessità di testimoniare».

Silone è uno scrittore che non si dovrebbe mai smettere di leggere: ponendo al centro del suo pensiero sempre la libertà di giudizio nei suoi libri (in modo particolare nei saggi) ha descritto minuziosamente l’ingranaggio politico della nostra epoca, fornendo una interpretazione crudele, appassionata e inquietante dell’Italia contemporanea.
In tal senso, il libro di svolta è Uscita di sicurezza, una raccolta di scritti autobiografici che Ignazio Silone dà alle stampe nel 1965 in cui lo scrittore abruzzese con grande analisi e lucidità dà conto della sua disillusione nel confronti dell’ideologia.
Il nucleo centrale dei saggi che Silone mette insieme nel libro (si veda in proposito il saggio da cui prende il titolo l’intera raccolta) è rappresentato dalle tappe della sua militanza politica che lo porterà, dopo un viaggio in Unione Sovietica, alla fine del rapporto con il Partito Comunista.
In queste pagine Silone aderisce alla visione cristiana e individuale del socialismo e denuncia, dopo aver constato personalmente, la dittatura sovietica.
In piena guerra fredda, Silone prende definitivamente le distanze da quell’idea in cui aveva creduto e che si è rivelata totalitaria e oppressiva.
Nel saggio La lezione di Bubapest, dedicato ai fatti di Ungheria Silone scrive:

«Rinunziare, una volta per sempre, agli intermedari.Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali detti di sinistra. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».

Ignazio Silone, come il suo amico Albert Camus, aveva scelto di essere un uomo in rivolta.
E nel saggio «La scelta dei compagni» (che si trova sempre in Uscita di sicurezza) a proposito del grande scrittore francese Silone scrive:

«Camus ci ha insegnato che anche da una rivolta che nasce dalla semplice pietà può ridare un senso alla vita».

Uscita di sicurezza ha molte affinità con L’uomo in rivolta di Albert Camus.
I due scrittori allo stesso modo si sono schierati dalla parte della libertà, andando sempre controcorrente, con dedizione alla causa, coltivando i medesimi ideali di giustizia sociale, stando sempre dalla parte dell’uomo e mai del potere.
Uscita di sicurezza è soprattutto il percorso intellettuale di Silone, testimone scomodo del suo tempo, sempre politicamente scorretto che ha servito la verità e si è schierato contro la mistificazione del pensiero.
Il libro è uno straordinario autoritratto politico – morale dell’uomo e dello scrittore Ignazio Silone a cui costò caro aver scritto, nell’Italia che aveva i Pci più organizzato d’Europa con il suo codazzo servile di intellettuali al seguito, «ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi».

:: Mi manca il Novecento – Simenon, Maigret e la commedia umana a cura di Nicola Vacca

29 gennaio 2018

Simenon

Georges Simenon nei suoi libri riesce a dare voce agli aspetti più estremi della nostra psiche, e allo stesso tempo mette sulla pagina tutte le zone oscure del comportamento umano, smascherando sempre fragilità e debolezze di un conflitto dell’uomo con il sistema sociale e le sue infinite contraddizioni.
Tra gli scrittori più prolifici del secolo scorso, Simenon ha goduto di un enorme successo commerciale e la critica letteraria è stata sempre indecisa riguardo a una sua possibile classificazione in un genere.
Uno scrittore a tutto tondo che è riuscito a creare atmosfere suggestive e intense, ignorando finezze letterarie alle quali preferiva uno stile essenziale e nudo.
Il commissario Maigret è il risultato perfetto del suo modo di essere scrittore. Simenon ha creato un uomo comune e eccezionale. Acuto, saggio e paziente. Un funzionario di polizia un po’ stoico e po’ scettico che detesta gli abusi e la prepotenza, ma soprattutto non sopporta coloro che ritengono di sapere tutto.
Maigret, innamorato delle piccole cose della vita quotidiana, nel suo ufficio al Quai des Orfèvres in compagnia della sua pipa, vede passare sotto i suoi occhi fatti e persone di quella commedia umana di cui sente parte integrante.
Non possiede metodo di indagine, ma ha un grande fiuto. Maigret davanti a ogni inchiesta sostiene che la verità non bisogna scoprirla. L’unico modo per arrivare a essa non è il ragionamento ma il fervido sentire.
Maigret non ama il chiacchiericcio, si tiene lontano dalle parole inutili, conosce nei più piccoli dettagli l’arte di vivere che gli insegna la strada. Egli sa che vivere è il mestiere più difficile che ci sia, e mai si sottrae all’attraversamento del quotidiano che bisogna accettare per saper vivere nel mondo e con gli altri.
Il commissario Maigret è uno dei personaggi più riusciti della letteratura e Simenon con tutte le sue maschere è senza dubbio tra gli scrittori più importanti del Novecento.
Georges Simenon non finirà mai di stupirci.
Nei romanzi duri (come egli stesso definiva i suoi romanzi “letterari”) la psicologia umana è scandagliata nel profondo. Nelle sue pagine noi esseri umani ci ritroviamo senza maschera con le nostre debolezze e le nostre solitudini.
Pochissimi scrittori sono riusciti a entrare dentro l’uomo. Qui sta la sua grandezza.
Simenon è magistrale nel rappresentare le deviazioni perverse di cui siamo capaci, a entrare nei coni d’ombra della nostro cervello che spesso senza alcun motivo innescano cortocircuiti devastanti.

:: Mi manca il Novecento – La caduta di Albert Camus a cura di Nicola Vacca

25 gennaio 2018

La CadutaJean Baptiste Clamance è un brillante e rispettato avvocato parigino. Un giorno decide di cambiare vita, abbandonare la sua professione e lasciare Parigi. Si stabilisce in un quartiere malfamato di Amsterdam e sceglie il Mexico City, un bar davvero poco raccomandabile, come sede per esercitare il suo nuovo ruolo di giudice – penitente.
Questa è la trama de La caduta, il romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1956.
Il protagonista si avventura in un monologo incalzante e serrato in cui si confessa apertamente agli avventori che incontra nel bar facendo finta di cercare l’assoluzione ai suoi misfatti di essere umano.
In realtà, vestendo i nuovi panni del giudice – penitente, Clamance si muove nell’acqua putrida della sua coscienza come un «profeta vuoto per tempi meschini».
Dopo lunghi studi su se stesso, adesso che si è seduto ai margini della società, l’avvocato pentito scopre la duplicità profonda della sua creatura.
Attraverso le parole di Clamence, Albert Camus mette in scena l’ipocrisia di un modello sociale che non ha nessuna intenzione di far cadere la maschera.
Quando l’avvocato si rende conto del peso che ha sulla sua coscienza la sua maschera decide di cadere e di iniziare il suo percorso di giudice – penitente.
Percorso di scavo che non sarà facile per lui. Spesso si troverà a fare i conti con i nodi irrisolti della sua vita precedente e con quelli della sua esistenza attuale.
In ogni pensiero che gli passa per la mente, Clamance sfiora il delirio. Ed è proprio nel delirio che cerca la via della redenzione.

«La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri, visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice».

Nelle ultime pagine del suo monologo si svela ma continua a cadere e rialzarsi sarà impossibile.
Anche nelle pagine de La caduta Camus non rinuncia al suo umanesimo antidogmatico.
Clamance ammette le sue colpe definendosi «falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne».
Si rende conto che la sua caduta è diventato un assedio e che, nonostante la vita valga la pena di essere vissuta, sarà difficile per la presenza del male dichiarare apertamente la propria innocenza.

«In filosofia, come in politica io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza dell’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole. Carissimo, lei vede in me un fautore illuminato del servaggio.».

Jean Baptiste Clamence cade e noi insieme a lui, perché facciamo parte della stessa umanità di cui siamo le miserabili e strane creature che si accusano e per avere più diritto di giudicare.

:: Mi manca il Novecento – Non si legge più Alberto Moravia a cura di Nicola Vacca

22 gennaio 2018

Alberto Moravia

Che fine ha fatto Alberto Moravia? La domanda è pertinente e lo è allo stesso modo la risposta: pressoché dimenticato. A ventotto anni dalla sua scomparsa uno degli scrittori più importanti del dibattito culturale del Novecento è scivolato nell’oblio, sorte comune a molti altri autori del suo tempo. Questo accade soltanto in un Paese senza memoria come il nostro. Dall’esordio avvenuto nel 1929, proprio con Gli indifferenti, lo scrittore romano classe 1907, ha scritto trenta romanzi. Ma oggi poco si parla di Moravia e della sua opera. E il suo nome rischia di scomparire per sempre. Ma ripeto, queste rimozioni italiche sono talmente frequenti che passano silenziose nel disinteresse generale in cui si consuma una pseudo letteratura di cui nulla resterà.
Ma Alberto Moravia nei suoi libri è stato profetico. In libri come Le ambizioni sbagliate e Il conformista egli ha affrontato il rapporto tra l’uomo e la società, l’aridità morale degli esseri umani, l’ipocrisia e l’incapacità del genere umano di aspirare alla felicità.
La sua scrittura non ha mai rinunciato a uno stile semplice, e in quel grande capolavoro che è La noia racconta l’alienazione dell’essere umano come pochi hanno fatto nella letteratura italiana.
Alberto Moravia è stato uno scrittore morale, ogni suo libro ruota intorno al nucleo tematico: rappresentare un’umanità priva di slanci e di ideali, raccontare l’uomo nelle sue contraddizioni tenendo sempre conto della trasformazioni sociali, da lui sempre annotate con acume e intelligenza. Come non ricordare il bellissimo libro di saggi L’uomo come fine, in cui Moravia afferma che il mondo moderno è un mondo di antiumanesimo, che può generare solo la noia, il disgusto, l’impotenza e l’irrealtà.
Alberto Moravia pensava che il compito dell’intellettuale è quello di dire la verità, o quello che in quel momento considera la verità. Oltretutto, dicendo la verità, si può anche qualche volta cambiare il mondo. Si può ma non si deve (Impegno controvoglia, saggi articoli, interviste: trentacinque anni di scritti politici, Bompiani 1980).
Il Moravia politico coincide con il Moravia scrittore. Entrambi raffigurano gli scenari di una decadenza morale e culturale del suo tempo e della società. Le sue pagine oggi leggono anche il nostro tempo, finito nel baratro di una crisi morale e economica. I suoi libri sono drammaticamente aderenti alla stagione fallimentare del nostro scontento globale scontento che non finiremo di attraversare.
Che fine ha fatto lo scrittore profetico Alberto Moravia? È stato assassinato dall’indifferenza, dall’aridità e dal conformismo che ha magnificamente descritto e denunciato nei suoi romanzi.

:: Mi manca il Novecento – Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli a cura di Nicola Vacca

17 gennaio 2018

altri libertiniÈ il 1980 quando esce Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e una generazione scopre di avere un suo portavoce.
Tondelli è stato l’ultimo grande scrittore di fine Novecento, capace di rappresentare una generazione inquieta e Altri libertini è il libro che la rappresenta.
Lo scrittore emiliano con una lingua viva e sperimentale narra in sei storie – che lui stesso definisce un romanzo di racconti – le bizzarrie della sua gioventù e lo fa non nascondendo nulla del disagio e dell’inquietudine di quella generazione che è stata la protagonista del movimento del Settantasette.
Non ha paura di dare scandalo il giovane scrittore quando nelle storie che racconta usa senza inibizioni un linguaggio crudo e diretto che era quello dei suoi coetanei, che come lui hanno pagato caro, troppo caro, il prezzo per la ricerca di una loro autenticità.
Fu proprio per la scrittura carnale e violenta di Tondelli che Altri libertini fu sequestrato per oscenità. Per fortuna il libro poi fu ripubblicato e ottenne un enorme successo di pubblico.
Altri libertini è uno straordinario libro trasgressivo che interpreta dal vero il libertinaggio eversivo di una generazione che prende la distanza dalle convenzioni della società borghese.
È un libro che rivendica il rifiuto dei giovani di allora a conformarsi alla morale del proprio tempo.
Tondelli usa lo schietto parlato dei giovani dell’epoca e nelle sue storie, non si autocensura mai quando descrive la vita dei suoi coetanei tra marchette, droga, riunioni nei postoristoro della stazione dove si ingannava il tempo bruciando le proprie vite.
Recentemente Massimo Raffaeli su L’Espresso ha scritto:

«Se il Novecento è il secolo dell’invenzione della gioventù, Pier Vittorio Tondelli nella sua parabola breve e bruciante ne è stato in Italia uno dei testimoni terminali».

Altri libertini di questa testimonianza è il vertice più alto. È proprio in questo libro che Tondelli racconta e descrive il presente non da una prospettiva distaccata, ma vivendoci dentro e mettendoci le mani e il corpo. Lui stesso diventa quel presente al quale non cede e allo stesso tempo apre le porte a un futuro che non riuscirà a vedere.
La lingua nuova di Altri libertini è linfa vitale per la letteratura italiana di quegli anni.
La breve e bruciante parabola di Pier Vittorio Tondelli ha consegnato alla postmodernità l’ultimo grande scrittore del nostro Novecento con cui per molto tempo ancora dobbiamo fare i conti.

:: Mi manca il Novecento – Le storie ferraresi e italiane di Giorgio Bassani a cura di Nicola Vacca

15 gennaio 2018

Bassani

Giorgio Bassani è nato a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia ebraica di Ferrara, città dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza e dove ha ambientato le sue storie.
A centodue anni dalla nascita Bassani con le sue meravigliose storie ferraresi resta uno dei più grandi scrittori italiani. Un autore fondamentale e imprescindibile.

«Con Bassani – scrive giustamente Bàrberi Squarotti – siamo al centro della narrativa (non solo italiana) di questi anni: la problematica ideologica –strutturale dello scrittore ferrarese è costituita infatti dalla possibilità di esprimere una società, una visione generale dei problemi storici e sociali con strumenti liberi dai modelli ottocenteschi, del grande realismo borghese, utilizzando tutte le ricerche, le sperimentazioni, le esperienze novecentesche, da James a Proust, da Joyce a Kafka».

All’origine della narrativa di Bassani non c’è una ricerca di strutture e di prospettive nuove, ma uno scandalo, un trauma tragico ( l’umiliazione razzista) che ha portato lo scrittore a una posizione di negazione radicale della società borghese.
Bassani attraverso la poesia e la prosa racconta il suo mondo in un volgere di anni intensi di avvenimenti che non possono non incidere nella sua formazione: la Resistenza, il carcere, la violenza della Storia che si era abbattuta sugli uomini e su una generazione.
Gia con le Cinque storie ferraresi (1956) emergono i temi centrali e più interessanti della narrativa di Bassani: la sua pietà, la sua religiosità laica, il suo ebraismo, il suo rapporto realtà – memoria tutto da leggere e interpretare in chiave esistenziale e storica.

«Non è uno scrittore artefice – scrive Geno Pampaloni – ma uno scrittore compagno, che non ha l’ambizione della scoperta ma solo quella di notificare la qualità degli eventi, il loro familiare segreto La sua prosa ha una grazia un po’ faccendiera nel senso domestico del rassettare, del dare un tocco più personale a un arredo quotidiano minacciato dall’abitudine».

Gli occhiali d’oro, Dietro la porta, Il giardino dei Finzi- Contini e tutto il magistrale Romanzo di Ferrara con i suoi personaggi simbolo rappresentano l’affresco in cui la memoria e la storia si incontrano. Qui Giorgio Bassani è il testimone narrante delle vicende disumane e della decadenza del suo tempo. Lo scrittore nella sua Ferrara dà voce allo straziato rimprovero dell’uomo, vittima del di un tempo feroce, contro una società e le sue convenzioni accomodanti che aprono la strada a un epilogo tragico.
La grandezza dello scrittore Giorgio Bassani risiede in questo straordinario rapporto intimo con la sua Ferrara: il rapporto Bassani –Ferrara è viscerale e in questo senso emergono contraddizioni e complicanze. Il rapporto dello scrittore con Ferrara nasconde numerose complicità.
Leggere la sua opera attraverso il fantasma di Ferrara è utile per comprendere un altro lato della personalità di Bassani. Così accanto all’autore del monumentale ed epico Romanzo di Ferrara, si scopre anche il volto di uno scrittore che sa diventare interprete del proprio tempo attraverso gli scritti legati all’analisi di problematiche letterarie, polemiche culturali e considerazioni che riguardano in modo specifico correnti di pensiero, opere e personaggi che hanno accompagnato il dibattito sul romanzo italiano, sulla sua fortuna e sui suoi limiti.