La retorica della morte ha in sé qualcosa di dolciastro e sgradevole, più ancora della assenza che inevitabilmente crea intorno a sé. In questa trappola di pietismo e conformismo non cade Kent Haruf nello scrivere Benedizione, ultimo volume della “Trilogia della pianura”, edito da NN Editore e tradotto con ascetica partecipazione da Fabio Cremonesi.
Un testamento morale per alcuni, forse il suo capolavoro per altri, senz’altro un libro che devasta nella sua semplicità e perfezione. Nei libri, per lo meno a me succede, si cercano sempre scampoli di verità, di autenticità scevra da compromessi e espedienti di bassa lega, e a volte, se si è particolarmente fortunati, capita di leggere pagine illuminate da una luce chiara e trasparente. In Benedizione ne troverete numerose di pagine così, pur non narrando niente di eccezionale, niente di grandioso, niente di straordinario. E l’effetto, paradossalmente, è proprio l’opposto. Un effetto non voluto, si direbbe, non ricercato, e nello stesso tempo, inevitabile.
Cremonesi, nel tradurlo, sembra oscillare tra due estremi, come confessa nella nota finale, la sobrietà e l’esattezza. Si può restare fedeli a un testo, (e questo testo lo pretende) rispettando lo stesso severo rigore con cui Haruf ha scelto ogni parola, scarnificandola da frivolezze e barocchismi di sorta? Cremonesi si tormenta, ma l’effetto sembra riuscito. Ho provato a cercare sinonimi per molte parole da lui usate, pur non avendo sotto mano il testo originale, gioco che faccio spesso con testi che mi abbiano colpito in modo particolare, e devo dire che per questo libro mi sono trovata in difficoltà. Lascio a voi le debite conclusioni.
Ma diamo un breve sguardo alla storia. Benedizione inizia con un breve viaggio di un uomo Dad Lewis, proprietario di una avviata ferramenta nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Assieme alla moglie Mary apprende di avere pochi mesi di vita. Ha un cancro incurabile, la sua vità finirà con il termine dell’estate. In autunno di lui non resterà che la tomba nel cimitero cittadino.
Il tutto narrato in modo sereno, inevitabile, senza apparente disperazione, o scomposta angoscia. La moglie arrivata a casa si sente male, sfibrata dalla fatica di assistere un malato terminale, così si rende necessario chiamare Lorraine, la figlia che lascia il lavoro e la sua città per compiere il suo dovere, per accompagnare il padre nei suoi ultimi giorni. C’è anche un altro figlio, Frank, un coflitto non risolto, forse il più doloroso. L’arrivo della morte non lascia tempo, non lascia forse la capacità di riflettere lucidamente, ma si vorrebbe sistemare tutto, appianare i propri errori, lasciare un bel ricordo di sè. E non a caso Dad ripensa al dipendente sorpeso a rubare nel negozio, e da lui cacciato. Questo gesto di inflessibile rigore morale non sarà privo di conseguenze e rimediarvi sarà per lui necessario. L’assenza di Frank ha un nucleo se vogliamo ancora più oscuro. Scoprirne l’omossessualità fu l’inizio della fien del loro rapporto. Un dolore che si trascina come una condanna, e una certezza. Non è sempre possibile rimediare, ci sono strade senza compromessi, e benedizioni a doppio taglio, come la pioggia.
Alla storia di Dad Lewis, si affiancano altre vite, (soprattutto) quella del reverendo Lyle e della sua famiglia, le due Johnson (madre e figlia), Berta May con la piccola Alice. E intanto qualcosa si rompe, una piccola frattura che si diffonde con le sue mille crepe nel sottotesto della nararzione. E’ un addio. Si, probabilmente lo è, ma con il tocco lieve di una benedizione.
Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.
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Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia, come invecchiamo noi, ma in fondo resta sempre lo stesso, e soprattutto è sempre rassicurante e sicuramente il tipo che si vorrebbe incontrare quando si è davvero nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare ora in giro per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto.
Nella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
La vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Dopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Probabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Maestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la
L’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
New York, vigilia di Natale. Geraldine Foster, una bella ragazza prossima alle nozze, segretaria in un rinomato studio medico in Washington Square, scompare. Dopo alcuni giorni, Betty Canfield, coinquilina della ragazza, decide di informare la polizia e si rivolge a Thatcher Colt, amico di famiglia e capo della polizia di New York. Così inizia Sette piccioni sporchi di sangue (About the Murder of Geraldine Foster, 1930) pubblicato a marzo, su licenza della Mondadori, da Polillo editore nella collana i Bassotti e tradotto da Igor Longo. Primo romanzo degli otto mystery scritti da Anthony Abbot, già editi tra il 2005 e il 2008 nei Classici del Giallo, o nei gialli Mondadori. About the murder of Geraldine Foster, fu pubblicato infatti nel maggio del 2005 con il titolo L’omicidio di Geraldine Foster – I Classici del Giallo n. 1060, poi seguirono L’amante del reverendo, La signora dei nightclub, La regina del circo, Il mistero di Madeline, forse il più famoso, L’uomo che temeva le donne, La soglia della paura, e per ultimo Killer 2.
Davvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori
























