Posts Tagged ‘letteratura americana’

:: Benedizione, Kent Haruf (NN Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2015
haruf

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La retorica della morte ha in sé qualcosa di dolciastro e sgradevole, più ancora della assenza che inevitabilmente crea intorno a sé. In questa trappola di pietismo e conformismo non cade Kent Haruf nello scrivere Benedizione, ultimo volume della “Trilogia della pianura”, edito da NN Editore e tradotto con ascetica partecipazione da Fabio Cremonesi.
Un testamento morale per alcuni, forse il suo capolavoro per altri, senz’altro un libro che devasta nella sua semplicità e perfezione. Nei libri, per lo meno a me succede, si cercano sempre scampoli di verità, di autenticità scevra da compromessi e espedienti di bassa lega, e a volte, se si è particolarmente fortunati, capita di leggere pagine illuminate da una luce chiara e trasparente. In Benedizione ne troverete numerose di pagine così, pur non narrando niente di eccezionale, niente di grandioso, niente di straordinario. E l’effetto, paradossalmente, è proprio l’opposto. Un effetto non voluto, si direbbe, non ricercato, e nello stesso tempo, inevitabile.
Cremonesi, nel tradurlo, sembra oscillare tra due estremi, come confessa nella nota finale, la sobrietà e l’esattezza. Si può restare fedeli a un testo, (e questo testo lo pretende) rispettando lo stesso severo rigore con cui Haruf ha scelto ogni parola, scarnificandola da frivolezze e barocchismi di sorta? Cremonesi si tormenta, ma l’effetto sembra riuscito. Ho provato a cercare sinonimi per molte parole da lui usate, pur non avendo sotto mano il testo originale, gioco che faccio spesso con testi che mi abbiano colpito in modo particolare, e devo dire che per questo libro mi sono trovata in difficoltà. Lascio a voi le debite conclusioni.
Ma diamo un breve sguardo alla storia. Benedizione inizia con un breve viaggio di un uomo Dad Lewis, proprietario di una avviata ferramenta nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Assieme alla moglie Mary apprende di avere pochi mesi di vita. Ha un cancro incurabile, la sua vità finirà con il termine dell’estate. In autunno di lui non resterà che la tomba nel cimitero cittadino.
Il tutto narrato in modo sereno, inevitabile, senza apparente disperazione, o scomposta angoscia. La moglie arrivata a casa si sente male, sfibrata dalla fatica di assistere un malato terminale, così si rende necessario chiamare Lorraine, la figlia che lascia il lavoro e la sua città per compiere il suo dovere, per accompagnare il padre nei suoi ultimi giorni. C’è anche un altro figlio, Frank, un coflitto non risolto, forse il più doloroso. L’arrivo della morte non lascia tempo, non lascia forse la capacità di riflettere lucidamente, ma si vorrebbe sistemare tutto, appianare i propri errori, lasciare un bel ricordo di sè. E non a caso Dad ripensa al dipendente sorpeso a rubare nel negozio, e da lui cacciato. Questo gesto di inflessibile rigore morale non sarà privo di conseguenze e rimediarvi sarà per lui necessario. L’assenza di Frank ha un nucleo se vogliamo ancora più oscuro. Scoprirne l’omossessualità fu l’inizio della fien del loro rapporto. Un dolore che si trascina come una condanna, e una certezza. Non è sempre possibile rimediare, ci sono strade senza compromessi, e benedizioni a doppio taglio, come la pioggia.
Alla storia di Dad Lewis, si affiancano altre vite, (soprattutto) quella del reverendo Lyle e della sua famiglia, le due Johnson (madre e figlia), Berta May con la piccola Alice. E intanto qualcosa si rompe, una piccola frattura che si diffonde con le sue mille crepe nel sottotesto della nararzione. E’ un addio. Si, probabilmente lo è, ma con il tocco lieve di una benedizione.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015
punto di non ritorno

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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il ricercato, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2015

il-ricercato-674x1024Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia, come invecchiamo noi, ma in fondo resta sempre lo stesso, e soprattutto è sempre rassicurante e sicuramente il tipo che si vorrebbe incontrare quando si è davvero nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare ora in giro per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto.
E Karen Delfuenso è davvero nei guai quando Reacher la incontra all’inizio di Il ricercato (A Wanted Man, 2012) diciassettesimo romanzo della serie di Jack Reacher, scritto da Lee Child, pubblicato in Italia da Longanesi e sempre tradotto dall’ instancabile sua traduttrice ufficiale, la milanese Adria Tissoni. Anche se non così nei guai come le apparenze farebbero pensare, ma certo l’aiuto di Reacher le fa comodo e caso vuole che proprio lui si trovi sul ciglio della strada a fare l’autostop, una notte in una desolata contea del Nebraska, quando sfreccia e si ferma l’auto su cui anche Karen è a bordo.
Assieme a lei altri due uomini, tutti con indosso un’ anonima camicia di denim. Reacher ormai disperava di trovare un passaggio, e il naso rotto mal curato certo non aiuta, quando sale a bordo deciso ad arrivare in Virginia. In un primo tempo scambia i tre per colleghi in viaggio di lavoro ma qualcosa non torna. Il comportamento della donna soprattutto lo mette sul chi vive e quando lei riesce a comunicare utilizzando ingegnosamente il solo sbattere delle palpebre, Reacher capisce che è stata rapita e che i due uomini a bordo sono armati.
Vari posti di blocco gli danno la conferma che i due uomini sono ricercati dalla polizia. Ma non solo: FBI, CIA, Dipartimento di stato, tutte le forze disponibili sono impegnate in una caccia all’uomo senza esclusioni di colpi, perché c’è in ballo qualcosa di grosso. E quando Reacher durante una sosta in una stazione di servizio riesce a comunicare con l’FBI dandogli almeno le sue coordinate, l’indagine di Julia Sorenson, che indaga sulla morte di un uomo in una stazione di pompaggio, obbiettivo sensibile perché via per le falde acquifere della zona, prende la giusta direzione.
Un romanzo on the road dunque per Jack Reacher, pieno di sorprese, e repentini cambi di prospettiva. Un lungo inseguimento per le interminabili ‘highways’ americane, o meglio un viaggio nel paesaggio americano stesso, fatto di stazioni di servizio sperdute nel più assoluto nulla, motel, drive il tutto visto dagli occhi di un inglese ormai americano a tutti gli effetti.
E poi c’è Jack Reacher, eroe solitario ma dal cuore d’oro, con il suo fascino sgualcito, e stropicciato come le camicie da poco prezzo che indossa, pronto a riprendere la sua strada senza meta, finita un’avventura, che non ostante passino gli anni non perde il suo smalto.
Non ci si annoia poi leggendo i romanzi di Lee Child, questo è certo, l’azione non manca, come le false piste, gli improvvisi colpi di scena, le persone che non sono quello che sembrano e nascondono la loro vera identità cambiando pelle come i serpenti fanno alla muta. Solo Reacher resta sempre quello che è, punto fermo in storie sempre diverse che ormai si adeguano ai tempi proiettando lo spettro del terrorismo, del pericolo nascosto in casa propria.
Ah, dimenticavo: sapete dire un’ intera frase senza dire la lettera “a”? Il trucco c’è ma non sarò certo io a svelarvelo, lascio fare a Reacher.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Adria Tissoni Laureata presso la Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, Adria Tissoni si è inizialmente dedicata alla traduzione di testi medico-scientifici e all’insegnamento della lingua inglese a livello universitario.
Ormai da molti anni traduce narrativa contemporanea, in particolare thriller medici e d’azione, spaziando talvolta anche in altri generi quale quello storico. Tra gli autori da lei tradotti figurano James McBride, Tracy Letts, Lee Child, Tess Gerritsen e Mo Hayder.
Nata a Milano nel 1962, vive tra la sua città natale e le Dolomiti.

:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).

:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: La verità non basta, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2014

la-verità-non-bastaLa vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Che dire non ostante gli anni passino e le avventure si succedano ad avventure, il personaggio non perde di smalto né l’autore denota segni di affaticamento e questa è senz’altro una cosa singolare e un’ottima notizia per tutti i lettori che negli anni hanno seguito le avventure dell’ultimo eroe americano, Jack Reacher (non so voi ma io più che in Tom Cruise, lo vedrei bene interpretato da Max Martini, quello di The Unit).
Forse leggendo le avventure precedenti, molti lettori si sono chiesti cosa era potuto succedere per spingere un uomo come Reacher a lasciare l’esercito in un congedo forzato, e a dire il vero abbandonare tutto, per vagabondare tra autobus e autostop, in giro per l’America cacciandosi inevitabilmente in guai più grandi di lui, ma dai quali sempre elegantemente, (beh a volte non proprio elegantemente) si tira fuori. Innanzitutto il suo istinto investigativo, il suo addestramento militare, il suo senso di giustizia non sono scemati col tempo, ma qualcosa successe, qualcosa di grave che in un certo senso lo deluse, e forse uccise parte dei suoi ideali, senz’altro la certezza che le leggi militari non sempre coincidono perfettamente con la giustizia. E per Reacher giustizia e libertà sono valori insindacabili, più forti del senso di appartenenza a un corpo o a una comunità.
Nel marzo del 1997, nel cuore profondo del sud degli Stati Uniti, una sperduta cittadina del Mississippi di nome Carter Crossing, accanto a una ferrovia e a una base militare,  il nostro eroe si trovò tra i piedi un senatore degli Stati Uniti d’America e una scelta. Nessuno di noi dubita che fece la scelta giusta, per lo meno l’unica possibile, per salvare parte dei suoi ideali, parte di cosa l’esercito significava per lui, dando un calcio a compromessi, carriera, e insabbiamenti.
Perché è in realtà un insabbiamento quello che i suoi superiori vogliono da lui, quando lo spediscono sotto copertura a Carter Crossing ad indagare, o meglio a nascondere le prove di un delitto. Infatti la prima cosa che gli chiedono e di distruggere prove, (la targa di un’auto polverizzata da un treno in corsa) cosa che in un certo senso lo mette subito sul chi vive. Non è lì per trovare la verità, ma per parare il culo a qualcuno, qualcuno della base militare, probabilmente. O forse no, o forse tutte le prove, (si scopriranno altre morti, un po’ di qualche mese prima un po’ fresche fresche intorno al perimetro della base) portano dritto dritto verso una sua nuova conoscenza, Elisabeth Deveraux, sceriffo della sperduta cittadina, ex marine, e donna affascinante con la quale vive una breve relazione.
A parte la parte puramente investigativa, se vogliamo gialla, resta uno spaccato dell’America fine anni 90, pre 11 settembre, pre Obama, un America rurale, attraversata nella notte da treni ad alta velocità, fatta di cittadine intorno alle basi militari con i suoi spacci, i suoi ristoranti dove si serve cheesburger e torte di pesche oltre a litri di caffè, i suoi pub, con la sua povertà, i suoi cantieri abbandonati, i suoi boschi, le sue truppe di mercenari improvvisati, fatta di giovani che vedono nell’arruolarsi nell’esercito o nei marine, l’unica forma di riscatto, se non di mera sussistenza, di pregiudizi razziali, di faide scatenate da futili motivi (e Reacher se ne troverà proprio in mezzo a una).
Insomma è sempre un piacere leggere Lee Child, sempre un piacere ritrovare Jack Reacher al suo posto di eroe fuori dagli schemi, per alcuni versi eccezionale, per altri specchio di una normalità o per lo meno quotidianità con l’etica e la coscienza che dovrebbe essere di tutti. Che sia un inglese a parlarci così dell’America è singolare, ma forse chi meglio di un osservatore esterno può vedere cose che ad un americano potrebbero sfuggire, nascoste sullo sfondo monotono della realtà. Segnalo solo una manciata di refusi, non invasiva, ma senz’altro evitabile.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

:: Il mistero della cripta sepolta, Mark Pryor, (TimeCrime, 2014)

1 luglio 2014

TimeCrime_IlMisteroDellaCriptaSepoltaDopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Se ne Il libraio di Parigi si scavava nel passato sulle tracce di cacciatori di nazisti nella Francia del dopoguerra, ne Il mistero della cripta sepolta tutto torna ai giorni nostri, con sullo sfondo una delle minacce più ricorrenti di questi anni, ovvero il terrorismo islamico. Minaccia che porta in campo Tom Green, amico di Marston e agente della CIA. Ma andiamo con ordine perché la storia è più complessa di quanto sembri.
Tutto ha inizio con la morte del figlio di un senatore degli Stati Uniti, ucciso in compagnia di una ragazza pachistana con legami non si sa quanto stretti con Mohamed al Zakiri, presunto estremista islamico giunto a Parigi non si sa bene per far cosa. I due vengono freddati da alcuni colpi pistola, una notte di luna, nel cimitero di Père-Lachaise, davanti alla tomba di Jim Morrison. Ad ucciderli, lo Sacarabeo, un killer che lascia al suo passaggio piccoli scarabei di vetro.
Per il senatore, Norris Holmes, è sicuramente al Zakiri, e grazie alla sua influenza infatti arriva la cavalleria: CIA, antiterrorismo, comunicati stampa di caccia all’uomo, estromissione dalle indagini dei pur solerti poliziotti francesi. Per Marston invece il terrorismo non centra per niente, anzi il killer imprendibile, che attraverso cunicoli sotterranei (le antiche catacombe sotto Parigi) si muove come un fantasma da un cimitero all’altro, ha un piano ben preciso ben diverso dal dominio del mondo. A lui interessano le ossa di alcune ballerine del Mouline Rouge, tra cui Jane Avril, che faceva furore ai tempi di ToulouseLautrec. Perché? Si chiede Marston. Che se ne fa delle loro ossa? E perché per perseguire questa sua ossessione, uccide senza pietà chiunque si trovi sul suo cammino? (Sparando anche contro di lui e ferendo gravemente Tom).
Penso che un’idea della storia ve la siete fatta, dunque tutto il romanzo è una doppia caccia all’uomo in una Parigi estiva, vista da un americano che infondo la ama. Strade, caffè, ristoranti, luoghi turistici e quartieri più degradati, tutto scorre come scenario tra le pagine, caratterizzate da scrittura sincopata e suspense. La bella Claudia, giornalista intraprendente, darà una mano a trovare nuove piste (e sul finale farà qualcosa di o oltremodo stupido o dannatamente coraggioso); Tom dovrà vedersela con il suo attaccamento al bere per fugare i suoi fantasmi personali; Garcia, il poliziotto francese amico di Marston, darà anche lui una mano e chi non centra niente finirà per rimetterci le penne.
Un po’ di ironia, un personaggio eroe infondo simpatico in aggiunta. Una storia da seguire insomma. Forse solo il titolo può trarre in inganno. No, non è un thriller esoterico, alla Dan Brown per intenderci. Niente monaci assassini, libri maledetti, congiure di sette segrete, anche se la follia del serial killer può essere condotta in un certo qual modo a qualcosa di trascendente (già lo scarabeo dovrebbe condurvi nella giusta direzione). In America è già uscito il terzo episodio, The Blood Promise, prossimamente nelle nostre librerie. Buona lettura.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra, e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D. A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con il suo romanzo d’esordio, Il libraio di Parigi, (Timecrime, 2013). Il mistero della cripta sepolta è il secondo romanzo che vede protagonista Hugo Marston e sarà seguito da The Blood Promise.

:: La bella addormentata, Ross Macdonald, (Polillo, collana I Mastini, 2014) a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2014

rossProbabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Da lettrice, pur confessando la mia assoluta venerazione per Raymond Chandler, autore che, a forza di rileggerlo, ha inesorabilmente cambiato il mio stile di scrittura, devo ammettere che pur conoscendolo meno, per cui è ancora fonte per me di novità e stupore, Ross Macdonald e la sua nerissima assolata California sono parte del mio immaginario, e parte considerevole pure. Dei tre forse è Dashiell Hammett quello che ho colpevolmente trascurato, sebbene conservi gelosamente parecchi dei suoi libri da Piombo e sangue, Il bacio della violenza e Il falcone maltese. Raymond Chandler ha dalla sua uno stile letterario strepitoso, da ultimo romantico, sebbene tratti nei suoi libri di crimini e delitti. Ross Macdonald invece dei tre è il più attento alle dinamiche sociali, oltre che il più giovane, (morì nel luglio del 1983, all’età di 67 anni, mentre Hammett e Chandler nacquero a fine ottocento) per cui per interessi e sensibilità è quello che mi è più vicino.
Marito di Margaret Millar, (leggete se vi capita Quando chiama una sconosciuta, originalmente pubblicato nel 1955, sempre edito da Polillo nella collana i Mastini), Ross Macdonald è un autore che merita attenzione e merita di essere letto, per lo meno più di quanto oggi si faccia. Per cui ringraziamo la Polillo, che ha dedicato il suo 18° Mastino a La bella addormentata (Sleeping Beauty, 1973), tradotto da Giovanni Viganò, penultimo romanzo dedicato al ciclo di Lew Archer. (L’ultimo sarà The Blue Hammer, Lew Archer e il brivido blu, edito originalmente nel 1976.)
La trama non si discosta dai canoni classici del hardboiled, né brilla per eccessiva originalità, ma sarebbe un errore farsi scoraggiare, è la qualità della scrittura dell’autore a fare la differenza e a rendere questo libro uno dei capolavori del genere. La famiglia è un tema cardine della narrativa di questo autore, legami tra padri e figli, mogli e mariti (e amanti), intrighi, macchinazioni, tradimenti, insomma tutto l’arsenale che entra in gioco quando il denaro ci si mette di mezzo, trascinando i personaggi in un vortice (e per l’appunto Il vortice, (The Drowning Pool) è un titolo della serie) di menzogne e vendette, che lasciano quasi sempre ben poco scampo. La critica sociale ha un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, unita a un disincantato sguardo su vizi e (poche) virtù di una generazione per lo più allo sbando, per lo più incapace di trovare un proprio baricentro, morale soprattutto.
Lew Archer (a differenza di un Philip Marlowe, apparentemente cinico “fustigatore” ma in realtà personaggio “interno”) è soprattutto un osservatore, seppur non privo di debolezze, una voce fuori dal coro, un testimone, ecco il termine giusto, di questa disgregazione e degenerazione della società americana. Consideriamo anche solo la differenza tra un carismatico Humphrey Bogart (gentiluomo vecchio stile, con una rigida seppur personalissima moralità) e uno scanzonato e dissacrante Paul Newman, (capace di telefonare in piena notte alla moglie, mettendo in scena uno dei suoi soliti scherzi) attori che portarono rispettivamente i due personaggi di detective privati sullo schermo.
In La bella addormentata abbiamo un padre facoltoso, una figlia ribelle e un presunto rapimento. Il padre crede di comprare tutto con i soldi, i segreti di famiglia si moltiplicano, spuntano delitti commessi anni prima e intanto il lettore si trova catapultato in un’ epoca apparentemente luminosa e sfolgorante, in cui il marcio è nascosto nelle pieghe delle ombre. E Lew Archer, eroe fondamentalmente onesto e incorrotto, scava e indaga, non lasciando che il fango (o la marea nera di petrolio, del simbolico incipit) lo sommerga, restando più un uomo che un personaggio letterario, proprio come era nelle intenzioni dell’ autore. Da riscoprire, non ve ne pentirete.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, assunse uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia — I Mastini n. 13), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre — I Mastini n. 4) e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Un passo di troppo, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2014

patropgrandeMaestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la Delacorte Press, ramo della Random House, e in Italia quest’anno per Longanesi e tradotto dall’ormai traduttrice storica di Child, Adria Tissoni), ma che non accusa il passare degli anni. Come il buon whiskey anzi il tempo lo migliora, e se anche l’ordine di pubblicazione in Italia non è stato cronologico, (ne ignoro i motivi, forse questioni di diritti) poco ne risente il lettore sempre felice di accompagnare Jack Reacher nei suoi vagabondaggi senza meta in giro per l’America.
Questa volta siamo a New York, Jack se ne sta per i fatti suoi a sorseggiare un caffè in un bicchierino di polistirolo in una di quelle tavole calde, immortalate da Edward Hopper (immagine tra l’altro ripresa dalla copertina americana). Fuori seduto ai tavolini in una piacevole notte estiva vede dall’altra parte della strada un uomo che si avvicina a una Mercedes e qualcosa scatta nella sua mente. Il suo spirito di osservazione registra un’anomalia, che sfuggirebbe a chiunque ma non a lui. E non si sbaglia. Il giorno seguente ritorna nello stesso bar e un uomo si avvicina al suo tavolo. Lavora per Edward Lane, proprietario di un’agenzia di contractor, e cerca testimoni.
L’uomo visto la sera prima da Reacher non era altro che un rapitore che andava a ritirare un riscatto. Infatti moglie e figliastra di Edward Lane sono apparentemente state rapite e la trattativa per il rilascio sembra andare per le lunghe. Sempre nuove richieste di soldi e la liberazione degli ostaggi sempre più lontana. Reacher è consapevole che i casi di rapimento quasi mai vanno a buon fine, ma quando Lane gli chiede aiuto, proponendogli di assumerlo e promettendogli un milione di dollari, accetta. Il suo senso del dovere e della giustizia supera l’antipatia che prova per l’uomo che senza dubbio nasconde qualcosa. E di cose poco chiare su Edward Lane Reacher ne scoprirà parecchie. Aiutato da un’ex agente del FBI, che dirigeva il caso del rapimento della moglie precedente di Lane, ora diventata investigatore privato, arriverà alla verità, in un finale alla Jack Reacher naturalmente.
Dunque è la storia di un rapimento, tipica di molti plot giocati sulla suspense, (la domanda che ci accompagnerà fino alla fine è: riuscirà il protagonista a salvare madre e figlia?) ma caratterizzata dallo stile inconfondibile di Child che alterna azione pura, alla Robert Crais per intenderci, (altro autore che, per chi piace il genere, è sempre una conferma), a un ottimo ritratto di luoghi e personaggi, anche i minori, su cui naturalmente spicca Jack Reacher di cui finalmente abbiamo un ritratto fisico: alto, massiccio, capelli corti biondi, occhi azzurri, aria un po’ sgualcita di chi ama fare a botte. Questa volta coinvolto, per caso, in un rapimento anomalo, se vogliamo.
Naturalmente il nostro eroe non se ne può stare con le mani in mano quando c’è una donna e una bambina in pericolo, e a suo modo farà di tutto per salvarle, anche se significa mettersi nei guai e avere a che fare con ex militari, rapitori, poliziotti, insomma gente pericolosa, armata fino ai denti e che conosce la violenza. Lee Child comunque non si smentisce e imbastisce un thriller adrenalinico, serrato, in cui lo scorrere del tempo accresce la tensione verso un finale spiazzante, (anche se naturalmente che un certo personaggio fosse un bastardo è un sospetto che viene già dalla sua prima apparizione). Quindi dimenticate la noia e i tempi morti, Lee Child in questo campo è il migliore. Unico punto debole, è che i suoi romanzi si leggono troppo in fretta e subito sono già finiti.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com  Sito ufficiale (in inglese)

:: L’assassino scrive di notte, Elizabeth Daly (Polillo, collana I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2014

assassinoL’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Con credenziali simili un po’ di curiosità è lecita, sebbene il suo nome non sia tra i più conosciuti, almeno in Italia. Per farsene un’idea la Daly esordì nel 1940 con Unexpected night edito in Italia nei classici del Giallo Mondadori con il titolo Notte d’angoscia n 812-1998, in cui per la prima volta apparve il personaggio di Henry Gamadge, giovane e coltissimo appassionato di libri antichi, detective dilettante alle prese con casi bizzarri che vedono protagonisti personaggi del bel mondo, ricchi e annoiati.
L’assassino scrive di notte ci porta a Underhill, vecchia villa di campagna poco lontana da New York, dove è ambientata la vicenda che coinvolge la proprietaria Florence Hutter Mason e lo stretto circolo di amici e conoscenti suoi ospiti. Qualcuno, sicuramente uno dei suoi ospiti, o dei suoi dipendenti, non escludendo tra i sospettati pure il giovane e sfaccendato marito, inserisce nella notte all’interno del dattiloscritto che sta scrivendo, (un romanzo d’amore), frasi minacciose che ben presto si scopre sono citazioni di autori famosi: Poe, George Herbert, John Ford e Christopher Marlowe.
Spaventata si rivolge al nipote Sylvanus Hutter, il quale contatta al suo club il vecchio amico Henry Gamadge invitandolo a Underhill per qualche giorno, per svolgere l’indagine e scoprire chi è il misterioso burlone, sempre che di una burla si tratti. Gamadge accetta, e subito capisce che lo scherzo non è così innocuo come sembra, e ben presto i suoi sospetti vengono confermati: Sylvanus viene trovato morto nel suo studio. La sua morte, svincolando il patrimonio, lascia Florence erede di un ingente patrimonio, mettendola ancora più in pericolo.
Ormai è chiaro che c’è un assassino in azione, una assassino spietato e deciso ad ottenere quello che vuole, che forse si nasconde tra i beneficiari dei sempre nuovi testamenti di Florence. Gamadge si ingegna, interroga i probabili sospetti, aiutando la polizia che brancola nel buio, ma non fa in tempo a scoprire qualcosa che l’assassino colpisce ancora, questa volta con il cianuro.
Tra testamenti, moventi riconducibili al denaro, (ma sarà solo il denaro il vero motore di questa storia assai intricata?), litigi, accuse, Gamadge si districa con la sua solita eleganza e nella conclusione classica per ogni mystery con tutti riuniti in una stanza a pendere dalle labbra dell’investigatore, scopriremo chi è l’assassino e tutti i retroscena del suo diabolico piano in cui anche la pazzia ci ha messo lo zampino.
Con stile scorrevole e una certa semplicità espressiva la Daly tesse una storia di faide familiari e intrighi, complessa e piena di vicoli ciechi, che si stempera in un finale piuttosto tradizionale. Punti forti del romanzo la simpatia di Gamadge, e lo spaccato sociale di un mondo in piena Seconda Guerra Mondiale, un mondo di ricchi naturalmente con appartamenti in città e ville in campagna, legati e lasciti, a volte vittime di matrimoni di interesse e quasi sempre di noiose conversazioni con cocktail in mano. Un mondo vano, inutile, in cui qualcosa stride ma mai abbastanza. Sempre avvolto da una nuvola rosa di leggerezza e superficialità. La Daly evidentemente parla di un mondo che consce bene e lo fa con una certa benevolenza, senza picchi di critica sociale, caratteristica che in un certo senso la accomuna alla stessa Christie, specie per l’attenzione alle strutture sociali dell’alta borghesia inglese di quest’ultima, accettate e mai messe in discussione.
Pur tuttavia la lettura è piacevole, scorre senza intoppi, divisa in capitoli preceduti da titoli ironici e esplicativi. Che il delitto non paga, è il tipico messaggio sotteso alla trama, che il denaro, a volte la vendetta, sono i moventi più comuni che spingono ad uccidere, persone anche apparentemente innocue e inoffensive, e un altro messaggio tipico di questi romanzi, in cui la figura positiva dell’investigatore si erge contro il crimine senza zone d’ombra tipiche del noir. Lieto fine naturalmente incluso, ristabilitatore di quell’ordine che il delitto incrina, anche se funestato da un senso di inevitabile tragedia che l’eroe protagonista non riesce ad evitare. Dunque sì affidabile, ma non infallibile. Buona lettura.

Elizabeth Daly (1879-1967) nacque a New York da una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia americana dell’epoca. Dopo la laurea alla Columbia University, a partire dal 1904 insegnò per alcuni anni al Bryn Mawr College, che già aveva frequentato da studentessa. Il suo interesse principale fu il teatro, per il quale lavorò come autrice, produttrice e regista di compagnie amatoriali. Da sempre accanita lettrice di detective stories — uno dei suoi autori preferiti fu Wilkie Collins — intorno al 1930 cominciò a cimentarsi, inizialmente senza successo, nella stesura di gialli. Solo nel 1940, quando aveva già compiuto sessant’anni, diede alle stampe il suo primo romanzo, Unexpected Night (Notte d’angoscia), al quale fecero seguito altre quindici opere. Il personaggio principale, presente in tutte le sue storie, è Henry Gamadge, un raffinato bibliofilo con l’hobby delle investigazioni. Nel 1960, a poco meno di dieci anni dalla sua ultima fatica letteraria (The Book of the Crime, 1951), l’associazione dei Mystery Writers of America le assegnò il premio Edgar per l’insieme della sua produzione. Tra i grandi estimatori della Daly va ricordata Agatha Christie.

:: Sette piccioni sporchi di sangue, Anthony Abbot, (Polillo, I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2014

Sette-piccioni-rossi-di-sangueNew York, vigilia di Natale. Geraldine Foster, una bella ragazza prossima alle nozze, segretaria in un rinomato studio medico in Washington Square, scompare. Dopo alcuni giorni, Betty Canfield, coinquilina della ragazza, decide di informare la polizia e si rivolge a Thatcher Colt, amico di famiglia e capo della polizia di New York. Così inizia Sette piccioni sporchi di sangue (About the Murder of Geraldine Foster, 1930) pubblicato a marzo, su licenza della Mondadori, da Polillo editore nella collana i Bassotti e tradotto da Igor Longo. Primo romanzo degli otto mystery scritti da Anthony Abbot, già editi tra il 2005 e il 2008 nei Classici del Giallo, o nei gialli Mondadori. About the murder of Geraldine Foster, fu pubblicato infatti nel maggio del 2005 con il titolo L’omicidio di Geraldine Foster – I Classici del Giallo n. 1060, poi seguirono L’amante del reverendo, La signora dei nightclub, La regina del circo, Il mistero di Madeline, forse il più famoso, L’uomo che temeva le donne, La soglia della paura, e per ultimo Killer 2.
Anthony Abbot certo è un nome meno famoso di S. S. Van Dine, creatore di Philo Vance, o Ellery Queen, o John Dickson Carr, ma è un autore da riscoprire, un degno esponente della Golden Age della Detective Story e del giallo deduttivo, in questo caso di ambientazione americana. Sette piccioni sporchi di sangue, titolo forse scelto per non anticipare il primo dei colpi di scena, evidente nel titolo originale del romanzo, presenta per la prima volta al pubblico il personaggio di Thatcher Colt, elegante e arguto capo della polizia di una New York anni ’30, toccata dalla Grande Depressione, popolata da commesse e segretarie della buona borghesia, e avvocati e medici di grido eredi di patrimoni da milioni di dollari, la cui planimetria, oltre alle vie, i parchi, i grattacieli, contiene ancora colline boscose, quasi in pieno centro.
Un giallo vintage quindi, in piena tradizione pulp, sia per i temi trattati che per le tecniche narrative, prima tra tutte la moltiplicazione delle tracce per allontanare il lettore da quelle risolutive che portano al colpevole, pur giocando onestamente come prevedono le regole di Van Dine. Dunque sappiamo che un caso di scomparsa si trasforma in un delitto, con un primo sospettato (che subirà in ordine un durissimo terzo grado – senza neanche essere arrestato, solo come testimone reticente – la macchina della verità, e il siero della verità, tutti metodi polizieschi non regolamentari, o umani, nel primo caso – si arriva a giustificare la violenza negli interrogatori con individui che considerano la violenza normale e comprendono solo il dolore fisico!), perseguito accanitamente dal procuratore distrettuale, Merle Dougherty, arrampicatore sociale che punta a diventare Governatore, quasi deciso a mandare sulla sedia elettrica il primo che passa, (ancora meglio se un ricco medico come Humphrey Maskell, capace di garantirgli le prime pagine di tutti i giornali), personaggio quasi grottesco che fa risaltare invece le doti investigative e umane del protagonista.
Gran parte del romanzo sarà occupato da questa vicenda, mentre l’intuizione che porterà il capo della polizia ad escludere tutti i sospettati e orientarsi in un’ unica direzione, resta un po’ fumosa e verrà spiegata solo nei capitoli finali, anche se va detto, ho individuato l’assassino già dai primi capitoli, quindi l’autore non fa nulla per depistare, nascondere indizi, imbrogliare il lettore.
Tornando alla trama, Thatcher Colt con l’aiuto del suo segretario e assistente Anthony Abbot, (voce narrante del romanzo, espediente narrativo già usato per esempio da Ellery Queen), inizia a indagare sulla scomparsa della ragazza e si reca nell’appartamento dove viveva. Qui scopre alcuni frammenti di una lettera scritta da Geraldine che ipotizzano un eventuale ricatto: la ragazza infatti richiede la somma di 4000 dollari (il padre della ragazza se non ricco è sicuramente benestante disponibile ad aiutarla anche economicamente) ad un misterioso destinatario per non rivelare alcuni particolari compromettenti. Poi un altro particolare incongruo, insospettisce il capo della polizia: l’inchiostro usato per scrivere questo messaggio è diverso dall’inchiostro solitamente usato dalla ragazza, e qui ad una sola occhiata Thatcher Colt capisce la marca dell’inchiostro, confermata poi da Betty Canfield, che gli porta la boccetta appena comprata da Geraldine. Inoltre cosa apre la chiave trovata in una giacca della ragazza? La Canfield non sa dare spiegazioni.
Poi altri particolari non tornano: qual è il motivo del litigio con il suo fidanzato, che ha portato alla rottura del fidanzamento? Qual è il motivo del litigio con il suo datore di lavoro avvenuto il giorno stesso della scomparsa? E chi è la donna misteriosa che il dottore dice di aver visto nel suo ufficio alla ricerca di Geraldine Foster, poi scappata via in taxi e soprattutto perché borsa e pelliccia della ragazza si trovano in uno sgabuzzino dello studio, quando sicuramente il giorno della scomparsa era una giornata fredda e la ragazza non poteva di certo uscire senza? La vicenda ha uno sviluppo drammatico quando Betty Canfield trova altri frammenti della lettera ricattatoria, che citano una misteriosa casa in Peddler’s Road. Qui Anthony Abbot e Betty Canfield fanno una macabra scoperta, anticipata dal rinvenimento di sette piccioni morti imbrattati di sangue umano.
Un libro davvero interessante, scorrevole, capace di coinvolgere il lettore nella sfida alla ricerca dell’assassino. Cercherò di recuperare anche gli altri sette di Abbot.

Anthony Abbot (1893-1952), pseudonimo di Charles Fulton Oursler, nacque a Baltimora, nel Maryland. Abbandonata la scuola in giovanissima età, svolse svariati mestieri – impiegato in uno studio legale, imballatore in un grande magazzino, prestigiatore nei night-club – prima di scoprire la vocazione per la scrittura. Dopo aver lavorato come reporter per il Baltimore American, nel 1918 si trasferì a New York dove, di lì a poco, venne assunto dalla McFadden Publications, una casa editrice di riviste popolari. Sotto lo pseudonimo di Anthony Abbot pubblicò otto gialli che risentono dell’influenza di S. S. Van Dine e del primo Ellery Queen. Nel romanzo d’esordio, About the Murder of Geraldine Foster (Sette piccioni sporchi di sangue) introdusse il personaggio ricorrente di Thatcher Colt. Nel 1949, quando ormai le sue storie poliziesche erano solo un ricordo, conquistò vasta fama con The Greatest Story Ever Told, il racconto della vita di Cristo, un bestseller da oltre due milioni di copie da cui nel 1965 venne tratto un kolossal cinematografico. Viaggiatore instancabile e uomo dai molteplici talenti, Oursler fu anche responsabile editoriale del Reader’s Digest, conduttore radiofonico, sceneggiatore, critico, ventriloquo, investigatore dell’occulto e agente sotto copertura per l’FBI. La sua autobiografia, Behold This Dreamer, uscì postuma nel 1964.

:: Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, Dale Furutani (Marcos, Y Marcos, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2014

imagesDavvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori[1], coordinato da Paola Mazzarelli.
Che il personaggio di Sherlock Holmes abbia ispirato schiere di apocrifi non è una novità, originale invece è senz’altro lo scenario scelto da Dale Furutani, già autore di una raffinata trilogia, edita sempre da Marcos Y Marcos, con al centro le indagini di un samurai, tale Matsuyama Kaze, sullo sfondo di un quanto mai suggestivo Giappone feudale.
Dunque siamo in Giappone, tra il 1892 e il 1893, in pieno periodo Meiji, periodo in cui era imperatore Mutsuhito, famoso come fautore della progressiva occidentalizzazione del paese. Sherlock Holmes, sotto le mentite spoglie di un quanto mai fantomatico esploratore norvegese di nome Sigerson, (nel racconto L’avventura della casa vuota sarà lui in persona a svelare a Watson, la sua identità occulta), per sfuggire alla banda del professor Moriarty, dopo l’incidente alle cascate di Reichenbach, dove aveva inscenato la propria morte, vaga per l’Asia, toccando la Persia e il Tibet. E a quanto pare anche… il Giappone, stando all’affermazione che fa Holmes su un tipo particolare di arti marziali, informazione a quanto pare confermata dai taccuini di un medico, un certo dottor Junichi Watanabe, che l’autore (espediente letterario già noto al Manzoni) dice di aver ricevuto in dono da una simpatica vecchia obaasan di Karuizawa, villaggio turistico a nord di Tokyo, in cui, singolare coincidenza è possibile trovare in un giardino pubblico vicino alle scuole superiori una statua di un uomo con indosso una mantellina e un cappello ben noti.
La segretezza quindi è la maggior priorità del nostro, che appunto giunto a Yokohama fugge grandi alberghi e luoghi pubblici e trova ospitalità nella casa del dottor Watanabe, presentato dal solerte colonnello inglese Montague Ashworth, misterioso personaggio che gravita intorno alla ambasciata britannica. Sarà l’inizio di una bizzarra convivenza, (Sigerson –san sembra affatto interessato a usi e costumi giapponesi, con grande rammarico del suo ospite, quanto ad indagini e delitti), che porterà i due molto vicini ad una vera e sincera amicizia.
In otto racconti, che vanno da L’avventura dell’henna gaijin a Il caso del cuore infranto, Sigerson –san avrà modo di mettere alla prova il suo acume e il suo talento investigativo, (tenendosi lontano dalla cocaina, a quanto pare suo unico strumento per combattere la noia), in compagnia della sua guida e traduttore, sorta di Watson con gli occhi a mandorla, che del precedente assistente di Holmes conserva la qualifica di medico, le iniziali di nome e cognome e ben poco altro.
Junichi Watanabe è un perfetto giapponese del suo tempo, affascinato dall‘Inghilterra, (ma non dalla Germania), dalla medicina “olandese”, dalle modernità portate dall’occidente, ma fedele a un codice antico, appartenuto ai samurai, e all’usanze di buona educazione e discrezione, peculiari del suo popolo. Solo un bambino rende palesi i suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giapponese adulto e beneducato, evita la volgarità dell’esibizione di cose che debbono restare private e nascoste. E Holmes questo sembra stranamente capirlo, uniformandosi, forse grazie alla sua estrema sensibilità, a questo modo di comportarsi non del tutto estraneo al suo essere più profondo. E questa è senz’altro l’intuizione, più originale e compiaciuta, di Dale Furutani, che con uno stile semplice e pulito, ci accompagna in questo viaggio nel Giappone antico sulle tracce di un incontro che tramite la stima reciproca e la curiosità, si trasforma inaspettatamente in qualcosa di più, capace di avvicinare oriente e occidente.
Per chi già conosce lo stile di Furutani, sicuramente una piacevole conferma, per chi come me si avvicina per la prima volta a questo autore, una scoperta davvero gradita.         

Dale Furutani. Originari dell’isola di Oshima, a sud di Hiroshima, i Furutani si stabiliscono alle Hawaii quando Dale è ancora in fasce. L’esercito americano confisca al nonno — sospettato di essere una spia — il peschereccio di famiglia, e i Furutani si trovano in condizioni precarie. A cinque anni, Dale viene adottato da una famiglia americana e si trasferisce in California. Nonostante i pregiudizi razziali di cui è vittima durante gli anni scolastici, Dale si mette in luce e si laurea brillantemente. Fonda una propria società di consulenza, poi entra nella grande industria, diventando un alto dirigente della Nissan Motors Usa. Passa più tempo che può in Giappone, intanto: la terra d’origine di cui cerca di cogliere l’essenza rendendola materia delle sue storie. Nel 1993, pubblica con successo Death in Little Tokyo, è finalista in numerosi premi, ed è il primo scrittore asiatico a vincere il prestigioso Anthony Award. Con Marcos y Marcos ha pubblicato la fortunata trilogia che ha per protagonista il samurai Matsuyama Kaze: Agguato all’incrocio, Vendetta al palazzo di giada e A morte lo shogun.


[1] Traduzione dall’inglese realizzata dagli allievi della scuola di Specializzazione in traduzione editoriale Tuttoeuropa, Torino – corso 2012- 2013, lingua inglese: Flora Arone, Alessia Borin, Paolo Cocco, Chiara De Bernardi Simona Depaoli, Serena Fabris, Marta Formagnana, Ilaria Gentile, Chiara Longo, Sofia Mangano, Manuela Mastroianni, Sara Monsurrò, Roberta Sapino, Agnese Scarpa, Mariangela Scrimaglio, Elisabetta Spediacci, e Angela Tursi.