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:: Le fragili attese, Mattia Signorini, (Marsilio, 2015) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2015
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Nella periferia di Milano sorge la pensione Palomar, gestita dal signor Italo, che tanti anni prima, quando arrivò a lavorare nel capoluogo lombardo dal Polesine sconvolto dalle alluvioni, soggiornò in un dormitorio che poi trasformò nella pensione, ma che ora ha deciso di chiudere i battenti, non prima di aver scoperto chi è la misteriosa mittente di alcune lettere d’amore che ha ricevuto negli anni Sessanta. I suoi ultimi ospiti sono Guido, professore d’inglese travolto da uno scandalo non voluto, che cerca di insegnare a parlare a una bambina muta, Lucio Ormea, in cerca del padre scomparso dalla sua vita quando era piccolo, il generale in sedia a rotelle Adolfo Trento, vittima dimenticata della guerra in Bosnia, Ingrid ex arpista che fa la commessa e si butta in fugaci avventure, e Emma, la domestica braccio destro di Italo, che forse ha anche lei qualche segreto da svelare.
Le fragili attese è un romanzo non lungo ma denso di tematiche, personaggi, questioni, sospeso tra lievità e tragedia, tra i primi anni Cinquanta e la fine del Millennio, microcosmo che riflette il mondo, tante storie di vinti non patetici che commuovono, dove il lieto fine non è per tutti, non sarebbe realistico, ma che non disturba quando avviene.
Ogni personaggio rappresenta un pezzo di umanità, l’immigrato giunto nella grande città sbalestrato e poi capace di trovare un suo spazio, anche se al margine di un mondo, l’intellettuale di belle speranze che si trova coinvolto in cose più grandi di lui, la bambina che non riesce a comunicare fino alle estreme conseguenze, il figlio in cerca di un padre, l’invalido in cerca di un senso della vita, la delusa che ritiene di non avere più prospettive, l’anima discreta del micromondo della Palomar capace di dare speranza. Non macchiette, ma personaggi emblematici, di una commedia umana che porta per mano pagina per pagina, tra colpi di scena, colpi allo stomaco, momenti di poesia pura, fino ad una conclusione che apre e chiude tante pagine.
Evidente anche l’omaggio a Italo Calvino, con uno dei protagonisti che si chiama come lui e la pensione che prende il nome, è vero, di un famoso osservatorio statunitense, ma che ispirò anche Calvino per un suo famoso romanzo.
Le fragili attese è un romanzo psicologico, sociale, sentimentale, di formazione e capace di colpire, sia raccontando un’improbabile ma non impossibile storia d’amore, anzi due, sia costruendo tante vite tragiche ma in fondo non disperate, surreali ma molto umane, ed è consigliato per chi ama gli universi che si aprono dalle pagine di un libro. Effettivamente, quando si apre la copertina del romanzo, è davvero come se si spalancassero per i lettori i battenti della pensione Palomar, altra protagonista del libro, anzi la grande protagonista del libro, porto sicuro in cui le anime inquiete sempre in attesa degli antieroi di questa storia trovano conforto. E che è un posto talmente toccante da restare nel cuore, e da far desiderare che possa esistere una pensione Palomar, per tutte le eterne e fragili attese che costellano la vita di ognuno, attesa di un incontro, di un amore, di una speranza, di una possibilità.

Mattia Signorini è nato a Rovigo nel 1980. Ha pubblicato Lontano da ogni cosa (Salani 2007; TEA 2011) e Ora (Marsilio 2013). Ha fondato la scuola di scrittura creativa Palomar. I suoi romanzi sono tradotti in otto paesi. Il suo sito ufficiale è http://www.mattiasignorini.it

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:: Reykjavík Café, Sólveig Jónsdótti, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

16 luglio 2015
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Le storie al femminile contemporanee sono una costante della narrativa, presenti in tutti gli angoli del mondo dove si scrive, con toni più leggeri o più impegnati a seconda dei casi: vicende non incentrate su una storia d’amore, come la narrativa rosa tout court, ma sulla vita di una o più donne in un determinato tempo e luogo vista in vari aspetti.
Stavolta ci si sposta nell’estremo Nord, in Islanda, Paese di estremi e che d’inverno è gelido e quasi sempre buio, perché come suggerisce il titolo, Reykjavík Café è una storia di donne in questa capitale così lontana da tutto (eppure è Europa), dove però si può ridere, scherzare, innamorarsi, lasciarsi, vivere le proprie vite, disperarsi, dare una svolta a se stesse e tanto altro ancora.
L’autrice, Sólveig Jónsdóttir, racconta la storia di quattro giovani donne sui trent’anni, che durante un inverno si incontrano nel caffè che dà il titolo al libro. Hervòr sogna grandi cose, ma si trova a dover fare la cameriera al caffè dopo una laurea e ad avere una storia con un suo professore molto più vecchio, Silja è un medico che vede la sua vita andare in frantumi tornando a casa un giorno prima dal lavoro e trovando il marito con un’altra donna, Mia non si capisce più con il brillante fidanzato che la lascia, Karen vive con i nonni, dopo una vita di abbandoni e lutti, non ha un lavoro e si butta in varie relazioni, tra cui con il marito di Silja.
Quattro storie esemplari, immerse nell’atmosfera di un posto dove a gennaio il sole sorge alle 11 del mattino e tramonta alle 16, ma che per certi aspetti potrebbero essere anche di altri luoghi, che rivelano comunque le difficoltà oggi di trovare la propria strada, anche in Paesi in cui c’è un wellfare ben diverso da quello mediterraneo, la difficoltà ad elaborare lutti, la solitudine, il vivere relazioni difficili, ma anche la gioia di incontrarsi e essere amiche.
Reykjavík Café non è né un chick lit classico né un libro ultraimpegnato, ma una piacevole via di mezzo per scoprire la vita in un posto lontano ma vicino, che è fuori dalle rotte turistiche tradizionali rispetto ad altre Nazioni europee e non, e per appassionarsi alla vita di quattro ragazze nordiche, ai loro problemi e ai loro momenti felici. Non è nemmeno la versione in salsa islandese di Sex and the city, le quattro ragazze di qui non sono omologhe delle quattro di New York, non sono straricche e modaiole, ma molto più umane e alle prese con problemi più realistici, alla fine solo Silja ha un lavoro di un certo livello, le altre tre si arrangiano senza molte prospettive, per abitudine ma anche per problemi personali e esistenziali, di disagio che rendono impossibile tentare nuove strade. Comunque, le quattro protagoniste sono anche lontane da certi stereotipi sul Nord Europa che ci sono ancora, non sono biondissime e ultra disinibite, ma simili a tante altre, e intorno a loro emerge un ritratto di società islandese con vari punti in comune con noi, sia nel bene che nel male, tra problemi legati all’immigrazione, agli anziani, al lavoro e non solo.
Un ritratto vivace e non banale di quattro esistenze femminili, un romanzo che scorre, con questi nomi così strani, per una lettura d’evasione sì ma non certo scontata e stupida. In attesa dei prossimi libri dell’autrice Sólveig Jónsdóttir, qui al suo esordio come romanziera.

Sólveig Jónsdóttir ha studiato scienze politiche e vive a Reykjavík, dove lavora come giornalista alla redazione di «Lifestyle Magazine». Reykjavík Café è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’ Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: Un’ intervista con Alice Basso, a cura di Elena Romanello

15 luglio 2015

1Alice Basso ha esordito con Garzanti con lo spumeggiante L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, un po’ giallo un po’ commedia, ambientato a Torino e che rivela la vita misteriosa dei ghost writers, coloro che scrivono al posto di chi non sa scrivere ma vuole pubblicare un libro per magari raccontare altri campi in cui eccelle. Le abbiamo chiesto alcune cose sul libro, su Torino, dove si svolge, e non solo.

Nel tuo libro si respira molto l’aria di Torino; che rapporto hai con questa città?

Aaah, Torino! Dunque, io vengo da Milano, anzi, per l’esattezza dall’hinterland milanese, e a Torino ci sono arrivata per lavoro nel 2006. Lì è iniziata la parte più avventurosa e soddisfacente della mia vita, anche perché arrivare a Torino nell’inverno del 2006, ossia durante le Olimpiadi Invernali, ha significato farci conoscenza proprio nel momento del suo massimo fulgore: tutta illuminata a festa, tirata a lucido, piena di attività, e pulita che mancavano soltanto dei camerieri con crestina a spazzare gli angoli delle strade. In pratica, è stato un colpo di fulmine, e di quelli che durano, perché io Torino la amo ancora adesso con la stessa intensità, ad anni di distanza. Ma la cosa che farà ridere (be’, i miei amici ci ridono un sacco) è che, nonostante tutto questo amore, io di fatto Torino ancora la conosco pochissimo! Il problema è che io sono imbranatissima come autista e totalmente priva di senso dell’orientamento, nonché di memoria geografica. Il che significa che i miei amici autoctoni devono spiegarmi sempre tutto, spesso mi scarrozzano loro (e mai che io impari strade o nomi di posti quando è qualcun altro a fare da guida), e in sostanza, quando ho annunciato che avevo scritto un libro ambientato a Torino e in cui la città appariva anche un po’, la loro reazione è stata, come dicevo, una gran risata. Poco male: spero che i torinesi prendano il mio libro come un omaggio sincero alla loro bellissima città!

Tu ti occupi di editoria nella vita: che differenze ci sono tra la tua vita e quella della tua protagonista?

Fortunatamente, molte. E lo dico perché mi sa proprio che vivere come Vani, e facendo il suo lavoro, rischi di essere piuttosto difficile. Sempre nell’ombra, sempre subordinata a qualcun altro… Io non sono una ghostwriter ma una redattrice e traduttrice, e, per quanto a un redattore possa capitare molto spesso di “ghostwritereggiare” un po’, abbiamo vita molto più facile. Si lavora sempre su libri altrui, ma c’è dialogo con gli autori, e c’è il piacere di un lavoro che mira a fare di un libro buono un libro ottimo. Devo dire che il mio mestiere mi piace molto!

Nel libro si parla di cultura dark anche con cognizione di causa: hai seguito questa cultura e moda?

Ah ah, no, non io direttamente, ma una delle principali muse ispiratrici della mia protagonista – una mia amica che si chiama Vani anche lei – l’ha fatto in gioventù e di conseguenza il tutto s’è trasferito al mio personaggio di carta. Nel libro ci sono anche molti accenni alla cultura metal (che è un po’ diversa: lo dico perché i miei amici metallari sono precisi!), e quella invece la conosco un po’ di più di prima mano, perché, appunto, ho amici che mi portano con loro e si occupano attivamente della mia cultura sociale e musicale! E devo dire che è un ambiente molto interessante: intanto, non è affatto ostile e cupo come i non addetti ai lavori pensano, semmai è ironico, gioca molto con questa identità fintamente aggressiva ma in realtà è popolato da persone amichevolissime. Nel libro c’è una scena in cui Vani e la sua giovane amica Morgana vanno in un locale metal malconcio e malfamato, ma si tratta di un piccolo scherzo dedicato ai miei amici, che sanno benissimo che si tratta di un cliché che nella realtà trova pochissimo fondamento, e che gioca con l’immagine poco raccomandabile che questi luoghi si divertono a inscenare.

Come è nata l’idea del tuo libro?

C’è un aneddoto che ogni tanto racconto durante le presentazioni in libreria, ma solo quando l’audience mi sembra sufficientemente spiritosa da prenderlo bene. Ci provo anche qui? Dunque. Io ho una carissima amica che scrive a sua volta, specialmente sceneggiature, e dunque tiene d’occhio con interesse quello che tv e cinema propongono. Un giorno mi chiama inorridita. “Non hai idea di cosa ho visto alla televisione.” Le chiedo cosa. “Una foca. C’era una foca che prendeva i cattivi.” Dice proprio così. Io indago, e scopro che effettivamente esiste un telefilm, una sorta di Commissario Rex, in cui vicende che talvolta in fine di puntata si concludono con la sconfitta di qualche cattivone ruotano attorno ad un personaggio che è una foca. Cioè, proprio una foca, un pinnato del Polo, che per qualche ragione mi pare sia l’animale domestico di qualcuno dei protagonisti umani.
Dopo la scoperta, ho riflettuto. Nel panorama della fiction italiana e internazionale, letteraria e televisiva, ci sono un sacco di personaggi che non fanno gli investigatori che però si trovano al centro di casi da risolvere, giusto? Solo in Italia abbiamo, per dire, una prof (quella della Oggero, che peraltro adoro), svariati preti e suore… e giù giù fino al cane, appunto, del Commissario Rex. E adesso, anche le foche. Be’, io sapevo di avere in canna una figura che poteva avere più dignità di una foca di presenziare in un poliziesco: la figura di un ghostwriter, che sarebbe stato perfetto per riciclarsi come profiler in un’indagine che si fosse svolta nel mondo editoriale. Così ho pensato: se lo fa una foca, lo posso fare anch’io! E mi sono decisa a scrivere di Vani.

Prossimi progetti?

Sono più che felice di dire che le avventure di Vani e del commissario Berganza proseguiranno. L’accoppiata creatasi nel primo libro è pronta per cimentarsi in nuove indagini, e il secondo libro è già finito. Se tutto va bene, dovrebbe uscire l’anno prossimo. In questi due mesi dall’uscita del libro un sacco di persone mi hanno chiesto un sequel e hanno gioito quando ho confermato che ci sarebbe stato: ma ti assicuro che nessuna di loro è più felice di me, che passerei la vita a scrivere di Vani e del suo amico commissario!

:: Al via il Festival ‘Il Libro possibile’ di Polignano a Mare, a cura di Elena Romanello

10 luglio 2015

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Dall’8 al 13 luglio torna a Polignano a Mare, in Puglia, il festival letterario Il libro possibile, giunto alla tredicesima edizione.
Ogni sera, alle 20 e 30 sono previsti incontri a ingresso gratuito con varie personalità letterarie, nell’ottica di mettere il libro in piazza: quest’anno si prevedono 100mila visitatori, italiani e stranieri, con 350 ospiti e 150 interventi, per coinvolgere un borgo a strapiombo sul Mediterraneo, in piena estate, con un modo per completare la propria vacanza partendo dai libri e proponendo incontri, conferenze, reading, spettacoli, lection magistralis, tavole rotonde sugli argomenti più disparati.
In questa nuova edizione sono previste alcune novità, come la presenza di carri del Carnevale di Putignano che celebrano il mondo dei libri, lo spazio Libri verdi dedicato ai bambini con laboratori creativi, interventi e un reading con Geronimo e Tea Stilton
Tra gli ospiti ci sono Luca Bianchini, Pietrangelo Buttafuoco, don Luigi Ciotti, Carlo Freccero, Nino Frassica, Gabriella Genisi, Michela Marzano, Paolo Mieli, Ferzan Ozpetek, Federico Rampini, Lidia Tavera, Katia Ricciarelli, Farian Sabahi, Vittorio Sgarbi, Luca Telese, Marco Travaglio, Roberto Vecchioni. Tra gli eventi da segnalare l’11 la presenza del segretario della CGIL Susanna Camusso e il reading su Pasolini di Nichi Vendola.
Per il programma completo visitare il sito www.libropossibile.com

:: Intervista a Helga Di Giuseppe, responsabile della collana Monstra di Scienze e Lettere, a cura di Elena Romanello

8 luglio 2015

sireneSu Liberi di scrivere abbiamo già parlato della collana Monstra di Scienze e Lettere, che presenta libri illustrati sui miti classici rivolti ad un pubblico di bambini ma non solo. Helga di Giuseppe è autrice di questa serie, e le abbiamo chiesto alcune cose su questa interessante proposta editoriale.

Come è nata l’idea di Sirene e di Monstra?

L’idea parte dalla mia formazione di archeologa e dalle notevoli esperienze accumulate sul campo che mi hanno portata, in varie occasioni, ad incontrare esseri particolari della mitologia classica. Con lo scavo della villa dell’Auditorium a Roma, ad esempio, ho avuto a che fare con il dio-fiume Acheloo, con lo scavo delle pendici settentrionali del Palatino ho imparato a conoscere Hecate, con gli studi sulla produzione tessile Aracne, figure che hanno fortemente colpito la mia fantasia per l’attualità dei temi che proponevano con le loro storie. Così, alcuni anni fa, cogliendo l’occasione offertami dal lavoro presso la casa editrice Scienze e Lettere ho voluto dar voce a questi personaggi, creando la collana Monstra, dedicata agli ibridi della mitologia classica che uniscono in sé le caratteristiche degli uomini, degli animali e, a volte, anche delle cose. Mi sono voluta prendere cura di questi esseri, perché nonostante ‘tecnicamente’ parlando siano dei mostri, ovvero esseri inesistenti in natura, in realtà sono figure estremamente positive e interessanti e sono diventati quel che sono per via di punizioni subite per la loro ‘esuberanza’. Li ho voluti mettere in scena anche perché meno noti o mal noti rispetto al grande panorama degli dèi dell’Olimpo. Pensiamo ad Acheloo il primo ad aprire la serie, che nessuno sa chi sia e che invece è un bene che venga conosciuto, in quanto simbolo delle acque locali che scorrono e che necessitano rispetto da parte dell’uomo o le Sirene, figlie del precedente che in origine non sono affatto donne-pesce come tutti pensano, ma uccelli, alquanto cattivelli.

Perché c’è ancora tutto questo interesse per la cultura classica e secondo lei ci sono stati cambiamenti di percezione e di seguito?

Il continuo interesse per la cultura classica credo sia un fatto antropologico, legato all’innato interesse dell’uomo per il suo passato e per quello dell’umanità in genere. La cultura classica non è qualcosa di statico e inamovibile ma va scoperta e riscoperta in continuazione attraverso la lettura critica delle fonti letterarie, epigrafiche, archeologiche, buona parte delle quali attendono ancora di essere esplorate: il fascino della scoperta dunque e l’attesa di essa sono un catalizzatore irresistibile di interessi. Una volta la cultura classica e la conoscenza del passato in genere erano appannaggio delle classi più elevate della società; nel tempo l’istruzione, il benessere economico, il moltiplicarsi delle forme di comunicazione hanno generato una sensibilità verso il passato sempre più diffusa, che ora però stiamo rischiando di perdere di nuovo per molte ragioni, primo fra tutti il disagio economico che ci ricorda che la cultura è un lusso che non tutti se lo possono permettere.

Lei ha seguito un percorso accademico nella cultura classica: cosa le ha dato e come e perché lo consiglierebbe a dei giovani?

Il mio percorso accademico mi ha lasciato moltissime belle acquisizioni che non smetto mai di scoprire, come l’elasticità mentale, la disciplina, la tolleranza nei confronti del diverso, la capacità di analisi e di giudizio, l’affinamento della sensibilità. Studiare il passato in tutte le sue forme e geografie è come vivere più vite e uscirne ogni volta più ricco. Per non parlare del fatto che gli studi classici in sé implicano il confronto continuo con altre discipline, con studiosi di tutto il mondo, insomma aprono la mente come pochi altri campi del vivere quotidiano. Lo consiglierei certamente ai giovani, ma con un’accortezza oggi fondamentale: affiancare gli studi classici con qualcosa di pratico che consenta la sopravvivenza. un corso di taglio e cucito, di cucina, di grafica, di informatica, di idraulica ecc. Infatti gli studiosi di scienze umanistiche non sono minimamente riconosciuti dalla società: un ingegnere che progetta ponti o un architetto che progetta case e monumenti viene pagato moltissimo, uno studioso che progetta collane editoriali, scavi archeologici, iniziative di ricerca, programmi di comunicazione, allestimenti museali, mostre non ha nessun tipo di riconoscimento se non, raramente, nei ristretti ambienti in cui opera.

Come la cultura classica può migliorare la vita?

La cultura classica, ti migliora la vita come te la migliora la cultura in genere, fornendoti una capacità di giudizio superiore che non sempre coincide con la felicità, ma certamente con una maggiore consapevolezza della storia in cui siamo. La cultura classica in particolare, ti offre l’opportunità di fare un salto nel passato che è come fare un salto nella propria infanzia, quindi sempre con un po’ di nostalgia, un mezzo sorriso, una tenerezza per le cose che sappiamo sono passate per sempre e che possiamo quindi guardare con il giusto distacco, la giusta ironia.

Prossimi progetti?

Continuerò a far parlare i ‘vulnerati’ della mitologia antica, nella speranza che suscitino l’interesse dei più giovani, ma anche degli adulti, e che facciano scattare in loro quel bisogno di combattere le ingiustizie e di difendere gli ‘abusati’ che ci renderebbero più umani, un’umanità di cui in questo momento di grandi movimenti di popoli disperati si sente particolare bisogno.

:: Padiglioni lontani, M. M. Kaye, (E/O, 2015) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2015
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La casa editrice E/O ripropone come lettura estiva ma non solo un famosissimo romanzo degli anni Settanta e Ottanta, Padiglioni lontani, di Mary Margaret Kaye, autrice inglese nata e vissuta in India, uno dei ritratti più fedeli e appassionati dell’India sotto la dominazione britannica, assente da troppi anni dalle librerie italiane dopo essere stato un grande successo, come purtroppo capita spesso con i libri.
Senz’altro qualcuno ha ancora in casa l’edizione Sperling & Kupfer, che ogni tanto si trova anche nei mercatini dell’usato e nei bookcrossing, o magari qualcuno lo ricorda anche come titolo, grazie anche al bel sceneggiato anni Ottanta con Ben Cross, Amy Irving e Christopher Lee, anche questo purtroppo non più replicato. Ma molti non lo conoscono e questa è un’occasione per immergersi nelle oltre mille pagine di un’epopea avventurosa, storica, romantica, mai melensa, crudele, appassionante, colorata.
Tutto parte nell’India della rivolta dei Sepoy del 1857, quando Ash, bambino inglese, vede morire i suoi genitori uccisi dai rivoltosi e viene salvato dalla sua balia indiana, che lo nasconde al nord, verso le montagne, dove conosce il giovanissimo Marajà di cui entra al servizio, stringendo amicizia con Anjuli, la sorellastra di questo, il grande amore della sua vita. Costretto a fuggire perché in pericolo di vita, Ash torna in seno alla società britannica e fa carriera nel copo delle Guide, ma sarà per sempre diviso tra due culture e due anime, indiana e inglese, finché dopo anni reincontrerà Anjuli in una situazione imprevista.
Un romanzo che è storia d’amore, Storia di una pagina poco nota, ritratto di una cultura che oggi si affaccia sui destini del mondo e dove molte delle cose narrate ci sono ancora, tra tradizione, folklore, crudeltà. Padiglioni lontani è considerato il romanzo migliore mai scritto da un autore occidentale sull’India, un mondo che Mary Margaret Kaye conosceva bene, visto che ci era nata nel 1908, ci è tornata a varie riprese, anche aiutata dal successo editoriale di Padiglioni lontani, che ha venduto in tutto il mondo diciotto milioni di copie.
Mary Margaret Kaye è autrice anche di diversi gialli, alcuni usciti negli anni nella collana del Giallo Mondadori, spesso ambientati in Sud Africa, altro Paese in cui ha soggiornato, vari libri per ragazzi e il romanzo storico esotico L’ombra della luna
L’autrice è morta nel 2004, a 96 anni, e le sue ceneri sono state disperse nel lago Picola, nei pressi di Udaipur, nei luoghi indiani di Padiglioni lontani.
Quindi, un’ottima occasione per leggere o rileggere un classico e per immergersi in un mondo che non può non conquistare.

M.M. Kaye nasce in India, a Shimla, nel 1908, in una famiglia con stretti legami con l’apparato militare britannico (ne fecero parte il nonno, il padre, suo fratello e infine suo marito). Dopo l’indipendenza indiana segue il marito in giro per il mondo nei suoi spostamenti per ragioni di servizio. Pubblicato nel 1978, Padiglioni lontani è stato un caso editoriale senza precedenti. Autrice di più di quindici opere fra romanzi e memorie, dopo la morte, avvenuta in Inghilterra nel 2004, le sue ceneri sono state disperse nel lago Pichola, nei pressi di Udaipur, in India.

Source: libro del recensore.

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:: Il passato è una bestia feroce, Massimo Polidoro, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 luglio 2015
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Da alcuni anni prolificano storie di genere thriller ascrivibili ai cosiddetti cold case, i casi di anni prima mai risolti, oggetto anche di una popolare e struggente serie di telefilm statunitense, ma anche di fatti reali: un po’ le nuove tecniche di indagine scientifica permettono di cercare di dare una risposta a crimini di anni fa rimasti irrisolti, un po’ perché il dolore per ogni perdita non si esaurisce mai e si cerca di dare una risposta comunque.
A questo filone appartiene il giallo d’esordio come autore di narrativa di Massimo Polidoro, Il passato è una bestia feroce, storia di una ricerca su una scomparsa di decenni prima di una ragazzina da parte del suo miglior amico, tra pericoli, nostalgia, disincanto per quello che non è stato e non ci sarà più.
Bruno Jordan, cronista di nera in un giornale specializzato, appena lasciato dalla fidanzata e con un papà ex cantante pop ora malato di demenza senile che non gli fa riconoscere il figlio e lo fa inveire contro la moglie che sarebbe fuggita con un amante quando in realtà è morta di cancro da anni, riceve una strana lettera che gli riporta alla mente la scomparsa di Monica, sua compagna di scuola e amica, in una lontana estate di oltre trent’anni prima, quando sparì senza lasciare tracce e lasciando nella costernazione lui e altri due amici.
Bruno torna nel paesino della bassa Padana in cui è cresciuto, scoprendo cosa ne è stato, spesso in negativo, di persone che erano sue amiche e conoscenti anni prima, e si butta a capofitto alla ricerca di Monica, scoprendo false piste e coincidenze inquietanti, fino al finale imprevedibile.
Il passato è una bestia feroce ha dentro di sé due anime che convivono perfettamente: una è ovviamente la trama thriller, abbastanza ben congegnata, forse con qualche eccesso nel finale e con un ultimo capitolo che apre nuove avventure per Bruno. L’altra è la riflessione sulla generazione che era adolescente negli anni Ottanta, Monica sparisce nel 1982, la sera in cui l’Italia sta stracciando la Germania ai Mondiali di calcio e tra le righe sono citati cantanti e programmi tv. Una generazione che poi si è confrontata con un mondo sempre più precario e assurdo, che ha perso molte delle certezze che aveva in quelle lontane estati, che ha dovuto confrontarsi con una realtà che ha deluso e disilluso e che oggi, non più giovane, campa tra lavori non sempre entusiasmanti e problemi familiari e personali vari. Bruno, che ha perso i suoi sogni con la sua amica trent’anni prima, cerca di recuperare quel momento, di scoprire la verità per ritrovare quel se stesso, ma certe cose sono andate per sempre, come un amico morto di cancro, come una vicina di casa finita malissimo.
Chiunque ha più o meno l’età di Bruno ritroverà qualcosa di se stesso, si appassionerà alla sua ricerca e alla sua discesa agli inferi di qualcosa che non era immaginabile, ma soprattutto sentirà un groppo in gola pensando a quello che si pensava che potesse essere la vita e cosa è diventata. A tutto questo si aggiunga l’enigma e le ferite sempre aperte delle persone che spariscono nel nulla per non tornare mai più e non essere mai ritrovate né vive né morte, un qualcosa che destabilizza e inquieta chiunque rimanga.

Massimo Polidoro è crittore e giornalista ed è considerato uno dei maggiori esperti internazionali nel campo del mistero e della psicologia dell’insolito. Conduttore e consulente scientifico di trasmissioni televisive di successo, ha scritto saggi come Enigmi e misteri della storia e di Rivelazioni. Ha fatto dell’indagine sui misteri la sua professione. IL passato è una bestia feroce è il suo primo libro di narrativa.

Source: libro del recensore.

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:: Un’ intervista con Domenico Quirico, autore de Il Grande Califfato (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2015

DoOgni giorno i mass media parlano degli orrori dell’Isis, l’esercito totalitarista islamico che minaccia vari Paesi, dall’Africa al Medio Oriente. Una situazione esplosiva e in continuo precipitare: per cominciare a capirla, è utile leggere un libro di alcuni mesi fa, scritto da un diretto testimone, il giornalista italiano Domenico Quirico, che ne Il grande califfato parte dai suoi due sequestri del 2011 in Libia e nel 2013 in Siria per raccontare una situazione che non è esplosa adesso, ma che arriva da lontano. Domenico Quirico ha parlato varie volte di questo libro, ricordando innanzitutto la peculiarità della situazione.

Ne Il paese del male, l’altro mio libro, parlavo della mia prigionia, mentre Il grande califfato racconta della nascita e dell’espansione di un progetto di impero che ricalca quelli dell’Impero ottomano e romano. Un qualcosa di cui ho sentito parlare durante il mio sequestro, ben prima che diventasse argomento delle nostre cronache”.

Ma di cosa parla questo libro, non poderoso come pagine ma efficace nei contenuti?

“Io sono un giornalista e i miei libri, compreso questo, sono sempre i libri di un giornalista. Per me il giornalismo è anche scrivere un libro, come un grido contro l’orrore. Il mio libro racconta l’orrore, in luoghi che vanno dal Vicino Oriente all’Africa, dove ho incontrato degli uomini, canaglie e eroi, puri e impuri, banditi e rivoluzionari, profeti veri e profeti finti. Lo scopo di questi uomini è costruire uno Stato totalitario islamico.  Per fare questo il califfato utilizza un nuovo tipo di uomo, che è stato costruito azzerando l’identità precedente. I vari gruppi che ho visto sono formati da ragazzi dai 15 ai 30 anni, il cui unico orizzonte è combattere, pregare, uccidere, morire. Non c’è niente al di fuori di questo, per loro la vita comincia con la guerra santa. Incontrandoli, ho ricordato le parole di George Orwell in Omaggio alla Catalogna, che ricorda che nelle Brigate Internazionali c’erano persone che avevano azzerato il loro passato e che combattevano con eroismi ma anche con crudeltà.

Ma quello che succede è dunque simile a cose già viste?

“Tutti sono al servizio di una causa totalitaria, molto diversa dalle dittature che abbiamo conosciuto, perché più grande e complessa. I totalitarismi hanno in comune la terribile semplicità di dividere gli esseri umani in base ad un criterio. Il nazismo si basava sulla razza, partendo dal fatto che esisteva una stirpe ariana, gli ebrei potevano essere eccellenti cittadini tedeschi, ma non si salvavano dall’eliminazione fisica. Lo stalinismo invece partiva dall’appartenenza di classe, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cosacchi e dei proprietari terrieri non potevano essere puri, non erano le azioni che contavano ma quell che si era.

Il califfato traccia la sua riga in base all’appartenenza religiosa e alla religione vissuta secondo un criterio rigoristico, l’unico lecito. Fuori da questo è tutto impuro, gli ebrei, i cristiani, i turcomanni, gli yahzidi, i musulmani non rigoristi, sono tutti da eliminare ”.

Ma in che modo il califfato si pone rispetto a Bin Laden e come si differenzia?

“Qui non c’è più un discorso terroristico, ma c’è uno Stato totalitario, ricalcato su qualcosa di antico, sul califfato abasside tra VI e VII secolo. Sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel libro si parla di Paesi in cui il califfato del XXI secolo esiste già, ci sono luoghi già amministrati da questa realtà. Da Bin Laden e dai suoi ideologi hanno preso alcune idee, di ispirazione marxista (pur detestandone il materialismo), come quella delle Basi rosse di Mao, messe in zone periferiche per destabilizzare il potere centrale, per poi unirsi e andare all’attacco. La prima cosa che fa il califfato appena conquista una zona è di obbligare i funzionari a tornare al lavoro e riaprire i forni, riorganizzare la polizia e far applicare ai giudici la Sharia. Un meccanismo per creare consenso e disgregare ordini preesistenti, se guardiamo il tutto da un punto di vista geografico, la Siria e l’Iraq non esisteranno mai più come erano prima, è stato tutto disgregato”.

Ma non è totalmente fuori dal tempo questa idea del califfato?

“Per noi occidentali sì, è come se qualcuno volesse ricostruire l’Impero romano, ma per il mondo del califfato un progetto del genere è concreto, la loro percezione del tempo e dello spazio è diversa. Il califfato si rivolge ad un mondo per cui il passato è presente, in cui cose remote, come l’Egira del 622 d.C. sono percepite come contemporanee, e in cui si cerca una rivalsa contro un Occidente che vince e fa arretrare. Anche questo contribuisce alla fascinazione che porta tanti giovani ad arruolarsi sotto queste bandiere”.

Che rischi ci sono per l’Occidente?

“La Spagna, per esempio, fa parte del progetto del califfato, mentre dire che l’esercito fondamentalista può arrivare con le barche dei migranti in Italia è assurdo, i combattenti in certi casi sono già qui, gente nata qui, cresciuta qui, come il boia di Foley, studente di informatica in Inghilterra, con modelli fino ad un certo punto occidentali. Questo è un problema della nostra società se ci sono tanti ragazzi sedotti dal totalitarismo islamico, e non poveracci, ma giovani borghesi”.

La situazione è paragonabile a quella vissuta al tempo del fascismo?

“No, la situazione ricorda piuttosto cosa succedeva ai tempi di Torquemada e dell’Inquisizione, i seguaci del Califfato non sentono comunque di essere criminali, loro sono convinti di essere nel giusto applicando la fede religiosa. Chi aderisce a questo viene spersonalizzato, e il rimorso è stato cancellato dai loro orizzonti.”

Ma esiste un Islam moderato?

“Certo, l’islamofobia è una cosa assurda. La situazione ha dei parallelismi con quella della Germania nazista, i nazisti non erano la maggioranza, ma oppressero tutti gli altri, e questo sta succedendo nel califfato, e non si può pretendere dai moderati eroismo e martirio. Sono anche loro spesso vittime degli integralisti”.

Ma da dove nasce tutto questo?

“Per decenni i movimenti politici nei Paesi islamici erano di ispirazione laica, se non atea. Poi dagli anni Settanta dall’Arabia saudita la corrente wahabista ha iniziato a finanziare progetti di diffusione di un Islam radicale: basti pensare a cosa sta succedendo in Bosnia, dove ci sono cittadine che si sono islamizzate.”

Ma non c’è davvero niente che si possa fare?

La situazione è precipitata, l’eliminazione del califfato avrebbe dovuto essere fatta quattro anni fa, se ci fosse stata una forza laica contro Assad in Siria la situazione oggi sarebbe diversa. Una soluzione sembra essere quella di aiutare chi contrasta il califfato: i curdi, gli sciiti, il governo egiziano, che per ora sembrano solo contenere il fenomeno, e comunque l’Occidente deve saper scegliere i suoi alleati. Va comunque detto che le frontiere del Medio Oriente erano artificiali, decise nel 1916 dalle potenze occidentali. In ogni caso il mio mestiere non è indicare soluzioni, ma raccontare la realtà, una realtà che cambia e mi ha cambiato quando sono entrato in contatto con lei.

:: Un’ intervista con Amélie Nothomb, a cura di Elena Romanello

24 giugno 2015

aLibri non spessi come pagine, ma pieni di contenuti, autobiografici ma universali, storie al femminile ironiche e surreali: tutto questo è la letteratura di Amélie Nothomb, un’icona della narrativa europea, di cui è uscito recentemente in italiano Petronille, mentre al cinema c’è Il fascino indiscreto dell’amore, ispirato al suo romanzo Né di Adamo né di Eva.
Amélie viene ogni tanto in Italia e l’abbiamo incontrata in una di queste occasioni, alcuni mesi fa.

Come nasce il rapporto tra Amélie e la casa editrice italiana Voland?

Daniela, la titolare di Voland, ha scoperto i miei libri in una libreria francese e mi ha contattata, ho 45 editori nel mondo che pubblicano i miei libri, ma lei resta la mia preferita, ho avuto offerte da altri in Italia, nomi grossi, ma io voglio restare con Daniela e la Voland.

Nel romanzo Petronille si parla di un’amicizia tra due autrici dove lo champagne è la cosa più importante…

Quando sono arrivata come giovane scrittrice a Parigi ho capito l’importanza di bere champagne, e che non si può bere da sole ma nemmeno con chiunque. Per cui diventa importante pensare con chi si può bere lo champagne. Il personaggio di Petronille esiste veramente, e penso che sì, si possa anche avere un’amica con cui non si beve champagne insieme, ma se lo si fa è meglio.

Quando hai capito che la tua passione per lo scrivere sarebbe diventata un lavoro?

È una risposta lunga. Scrivere per me è una cosa che viene da lontano, io appartengo ad una famiglia di letterati e amante della letteratura, e questo può essere anche un handicap. In casa mia gli scrittori sono sempre stati visti come dei. Per anni ho scritto senza pubblicare, mentre facevo altro, a 21 anni ho lavorato in una grossa azienda giapponese in cui in pratica pulivo i gabinetti. Poi ad un certo punto ho sentito di fare il grosso passo.

Nei libri citi opere di autori come Mishima, Stendhal, Marguerite Duras: quali letture ti hanno influenzato?

Ho passato la mia adolescenza a leggere, e tutti i libri che ho letto sono stati importanti. A 13 anni Mishima, con il suo Il padiglione d’oro mi colpì e mi fece stare male, parla di bellezza e bruttezza in maniera sublime. Ma potrei dire anche di altre letture.

Come autrice, sappiamo che hai un metodo di lavoro ferreo. Ce lo puoi raccontare?

Per me la disciplina è importante, in questo sono rimasta molto giapponese. Scrivo tutti i giorni dalle 4 alle 8 del mattino, ogni anno completo tre o quattro libri e poi scelgo quale di questi pubblicare. Scrivo su quaderni e non sul pc, e metto i manoscritti inediti in scatole da scarpe che poi conservo nel mio appartamento di Bruxelles. Sono entrati più di una volta i ladri in casa, ma non hanno toccato le mie scatole con manoscritti.

La scrittura è una vocazione o una disciplina?

Entrambe. Jacques Brel diceva che il talento non esiste, il talento è aver voglia e bisogna imporsi una disciplina. Non credo all’ispirazione dell’artista romantico, bisogna essere tiranni con se stessi, quando non scrivo sono tutta risate e champagne, ma quelle quattro ore sono per me ferree.

Come fai a non essere ripetitiva nelle tue storie?

L’argomento comune dei miei libri sono i rapporti tra gli esseri umani, e c’è sempre qualcosa di nuovo da dire in tema.

Nei tuoi libri torna molto il tema della solitudine. Come la vivi?

Dai 10 ai 20 anni sono stata molto sola e solitaria, e la cosa positiva è che ti confronti in continuazione con te stessa. La scrittura poi non ti fa sentire sola, e comunque il successo che ho avuto con i miei libri mi ha fatto integrare in Europa, continente dove sono arrivata dopo vari giri.

Petronille sei tu?

Petronille esiste, non sono io, e sia io che lei ci siamo ribellate al nostro ambiente, io avrei dovuto fare la diplomatica come la mia famiglia e sposarmi, mentre Petronille, che si chiama Stephanie in realtà, ha fatto la borghese dopo essere nata in una famiglia comunista e proletaria. Del resto, capita che fin da bambino non ti riconosci nei valori della tua famiglia, io fin da piccola sapevo che non avrei avuto figli e non avrei fatto quello che facevano i miei genitori.

Ma non hai mai avuto paura di fallire con la scrittura?

Tutti i giorni ho paura di non riuscire a scrivere, ma tratto il mio corpo come una macchina per scrivere. E i lettori per me sono come specchi, mi piace che mi dicano che li ho resi felici.

Quali sono i tuoi punti di riferimento tra letteratura e altri media?

Leggo di preferenza i classici, sono reduce da una maratona di Balzac, ho letto tutto quest’ultimo anno. Come registi adoro Hitchcock, ogni tanto mi dicono che sembro un personaggio di Tim Burton, e devo dire che trovo i suoi universi mostruosi, fantasiosi, gradevolissimi. Non seguo mode, nemmeno nel vestirmi, e questo manda sempre in crisi la mia editrice francese. E lo champagne con le bevute in compagnia mi ricarica poi per le mie ore di disciplina a scrivere.

:: Finché sarò tua figlia, Elizabeth Little, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 giugno 2015

FinJanie era una volta una ragazza bella, ricca e famosa, una protagonista della vita mondana di Beverly Hills tra feste ed eccessi vari, finché non fu accusata di aver ucciso la madre Marion, filantropa e miliardaria con cui non andava particolarmente d’accordo, e rinchiusa in carcere. Dieci anni dopo, il suo avvocato riesce a farla uscire per un vizio procedurale del suo processo (cosa possibile negli States) e Janie decide di scoprire la verità su questa madre perfetta e sulla sua morte, di cui lei non è comunque colpevole.
Nascondendosi sotto una falsa identità e inseguita tra gli altri da un blogger implacabile, Janie inizia a fare un viaggio in incognito, ricordando alcuni particolari della morte della madre e qualcosa che le aveva sentito dire poco prima di morire, e arriva nella cittadina mineraria di Adeline, nel South Dakota, dove scoprirà la storia di Tessa, ragazza ribelle e insofferente come lei, che trent’anni prima sparì per nuovi lidi e che è qualcuno che lei ha conosciuto in altri tempi e con un altro nome.
Il genere thriller funziona sempre, con il suo tema di fondo della ricerca della verità, e qui il libro è originale come atmosfere, personaggi, punto di vista del narratore. Di solito il detective della situazione è un poliziotto o una figura simile, non un diretto o diretta accusato/a di omicidio, che ricostruisce la storia in prima persona, un’ottima scelta perché si seguono in tempo reale i progressi dell’indagine, con inframmezzati pezzi di giornale, mail, interrogatori, diari.
Finché sarò tua figlia, traduzione non fedelissima dell’originale Dear daughter, cara figlia, mette in scena anche il lato oscuro del bel mondo di Beverly Hills, protagonista di tanti romanzi, film, serie tv, ed è incentrato su una protagonista comunque poco simpatica, ragazza viziata e piena di vizi caduta all’inferno, che cerca di riscattarsi in maniera poco ortodossa, indagando sul passato di una madre che ha per lo più detestato, ma a cui scoprirà di assomigliare molto.
Storia senza eroi ma basata sulla ricerca della verità e sulla riscoperta di rapporti familiari e sentimenti, con un finale che suona come un colpo netto, Finché sarò tua figlia presenta una buona variante sul genere thriller oltre che un viaggio nell’animo dei poco simpatici della società, fortunati ma anche loro vulnerabili, e una riflessione sul rapporto madre figlia, da due punti di vista che non potranno più incontrarsi.

Elizabeth Little è nata e cresciuta a St. Louis e si è laureata a Harvard. Scrive per il «New York Times» e il «Wall Street Journal». Finché sarò tua figlia è il suo romanzo d’esordio.

:: La specialista del cuore, Claire Holden Rothman (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

10 giugno 2015

phLe prime donne medico ufficialmente riconosciute nella società moderna furono alcune pioniere nei Paesi anglosassoni nell’Ottocento, come Maude Abbott, dottoressa a Montreal, vissuta tra il 1869 e il 1940, tra le prime a studiare medicina e a seguire la sua strada in un Paese poco noto a livello storico e sociale, rispetto al suo più famoso vicino gli Stati Uniti, ma dove trovarono spazio sperimentazioni e figure femminili d’avanguardia.
Alla vita della Abbott è liberamente ispirato il romanzo La specialista del cuore, di Claure Holden Rothman, che racconta la vita di Agnès, anticonformista fin dall’infanzia, da quando il padre, medico lui stesso e accusato di aver ucciso la sorella disabile Marie, la saluta prima di scappare. Agnés crescerà nel ricordo di quest’uomo incapace di affrontare la realtà ma di cui raccoglierà l’eredità accademica, capo famiglia tra una nonna sempre più anziana  ma che non la ostacolerà e una sorella minore, Laure, incapace di vivere nella realtà e chiusa in una specie di eterna infanzia come molte donne della sua epoca, portando avanti una vita fuori dagli schemi e per questo intrigante e insolita.
Nelle pagine del libro emerge la condizione femminile dell’epoca, ma anche la storia della scienza e della medicina dell’epoca,  campi di sperimentazione e studio ancora di più allora, oltre che gli eventi e i fatti di un mondo tra l’Ottocento e il dramma della Prima guerra mondiale. Il tutto è incentrato su Agnès, bambina, poi ragazza e poi donna, con una missione nel cuore che la porterà a trascurare il resto e il desiderio di ritrovare chi se ne è andato, anche a distanza di decenni, a costo di rimanere delusa e di capire ormai come la sua vita e la sua strada siano un’altra cosa, che riguarda solo lei.
Un romanzo storico e femminista, oltre che un tributo a chi, uomo o donna, da sempre cerca di aiutare gli altri: La specialista del cuore è una storia che avvince e appassiona, un modo per dare voce a tutte le donne che si sono ribellate alle convenzioni sociali e per tutti coloro che si sono dedicati alla scienza e alla ricerca. Tutto il romanzo è interessante, ma la parte per certi aspetti più godibile è quella relativa all’infanzia di Agnès, bambina che studia la natura e che salvaguardia le ricerche di questo padre imperfetto ma essenziale nella costruzione della sua vita.
Il tutto con una ricostruzione storica efficace e senza cadere in facili trappole sentimentali, costruendo con Agnès, bambina abbandonata e curiosa, e donna sempre in cerca di qualcosa e qualcuno, un personaggio che resta nel cuore, emblema della scienza e del suo eterno cercare di migliorare il mondo mettendosi sempre in discussione e anche di tutte quelle persone, donne in testa ma non solo, che non hanno saputo e voluto accontentarsi.

Claire Holden Rothman vive a Montreal. Ha conseguito la laurea in filosofia alla McGill University e in letteratura inglese alla Concordia University. Per tredici anni ha insegnato letteratura inglese al College di Marianopolis e scrittura creativa alla McGill. È inoltre autrice di due raccolte di racconti. Il suo primo romanzo, La specialista del cuore, è stato eletto tra i sei migliori romanzi del 2009 dalla rivista Quill and Quire.

:: Dimmi di che segno sei, Alessia De Luca, (Rizzoli, 2015) a cura di Elena Romanello

6 giugno 2015

3L’espressione chick lit porta con sé essenzialmente due icone, anche se non più recentissime: da un lato Bridget Jones, giornalista londinese in cerca del grande amore tra diete e serate con gli amici e dall’altro Carrie Bradshaw, stesso lavoro ma a New York, a caccia di uomini con le migliori amiche in Sex and the city.
Ma negli anni sono emersi nuovi personaggi, anche in casa nostra, nelle nostre città che si scoprono altrettanto spumeggianti che Londra e New York. Come la Roma riscritta da Alessia De Luca, in una miniserie di quattro romanzi dove amore, sesso, party, segni zodiacali sono gli elementi di una ricetta che funziona, in corso di pubblicazione per Rizzoli e già opzionati per un adattamento televisivo.
L’eroina della situazione è Francesca, tornata nella sua città natale, la Città eterna, dopo una delusione d’amore, pronta a rinnamorarsi ma anche a incasellare le persone in base al segno zodiacale, dopo che lei, Scorpione, è stata delusa da un Bilancia. Ovviamente le cose saranno anche più complesse, in una serie di avventure in cui la nostra eroina si confronta con Marianna, del Toro, sua amica di sempre che come lei adora Roma, Massimo La Notte, forse una Bilancia, affascinante direttore di una rivista di moda, il redivivo ex Gianni della Bilancia, il bellissimo Lorenzo, vicino di casa di Francesca e dell’Acquario, il buon partito Stefano del Toro che abita nella stessa casa dei genitori di Francesca, l’astrologo Gabriele dello Scorpione, i due musicisti Jack (dell’Ariete) e Claude (dei Pesci), il principe Alessandro del Leone e altri ancora.
La serie è composta da Dimmi di che segno sei e Un segno dal destino che sono già usciti e gli imminenti Nel segno di una passione e Il segno perfetto. Quattro romanzi che presentano una via italiana ad un genere non certo solo di appannaggio della narrativa anglosassone, mescolando il tutto con elementi tutti nostrani quali la passione per l’oroscopo e l’esaltazione di Roma.
Senz’altro divertenti per gli amanti, o si dovrebbe dire le amanti del genere, e curiosi per i nomi nostrani e le atmosfere, da cui emerge l’amore per Roma, città che per decenni fu vista come un simbolo pop, aspetto che andrebbe recuperato.

Alessia De Luca è di Roma come la sua Francesca, ma vive e lavora a Roma, dove tra le altre cose scrive oroscopi per il portale Alfemminile.com.