Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: Deserto americano, Claire Vaye Watkins (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016
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In un futuro prossimo, una temibile siccità ha colpito la California, trasformandola in un deserto, e creando nuove forme di vita, molto inquietanti, nella fauna e nella flora. Luz, ex modella che ha visto sfumare la sua carriera nonostante sia ancora molto giovane, e Ray, reduce da una delle tante guerre nel mondo che ha visto la sua città natale distrutta da una duna di sabbia incandescente, vivono all’interno di questo inferno, giovani ma già rassegnati.
Un giorno i due fanno un giro in una Los Angeles post apocalittica, dove incontrano una bambina sola, ignorata se non maltrattata dal branco di sballati e che abitano in quella che una volta era una delle capitali morali dell’Occidente e decidono di prenderla con loro. A questo punto diventa fondamentale cambiare luogo, e la piccola famiglia riunita parte per il Wisconsin, dove forse la siccità non è ancora arrivata. Sulla strada troveranno una comunità parareligiosa, dominata dal presunto rabdomante Levi, che plagia i suoi seguaci, e dal quale sarà difficile liberarsi, mentre nuove catastrofi incombono.
Inquietante, senza pietà, senza speranza, avvincente: sono tanti gli aggetttivi che possono venire in mente leggendo le pagine di Deserto americano, in cui la giovane autrice mette dentro le esperienze della sua infanzia, figlia di un guru di una setta che anni prima aveva seguito anche un’anima nera come Charles Manson, protagonista di uno dei più terribili fatti di cronaca nera a stelle e strisce.
A prima vista e non solo Deserto americano si pone nella tradizione della distopia fantascientifica, raccontando un futuro prossimo totalmente negativo, basato sul disastro ecologico che dopo la guerra atomica è diventato la nuova emergenza reale. Come in molte storie del genere distopico, le metafore dell’oggi sono evidenti, in una realtà alterata ma in parte già presente oggi, tra sette, emarginati, nevrosi. Questioni molto diffuse in California, Stato da un lato all’avanguardia come libertà civili e cultura, ma dove serpeggiano inquietudini e ingiustizie. Un libro interessante sia come romanzo di genere che come specchio della realtà, paragonato da qualcuno a Steinbeck e a Cormack, senza speranza forse perché in certe situazioni non esiste speranza.

Claire Vaye Watkins è nata a Bishop in California nel 1984 ed è cresciuta in comunità alternative tra il deserto del Mojave e il Nevada. La sua raccolta di racconti d’esordio, Battleborn, ha vinto nel 2012 lo Story Prize, il Rosenthal Award, il National Book Foundation «5 Under 35» e una borsa di studio della Guggenheim Fellowship. Le sue storie sono apparse su «Granta», «One Story», «The Paris Review». Attualmente è assistant professor alla University of Michigan e coordina insieme al marito, lo scrittore Derek Palacio, la Mojave School, un workshop di scrittura creativa per ragazzi.
Il sito ufficiale è http://clairevayewatkins.com/

Source: libro scelto dal gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Il canto del ribelle, Joanne Harris (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016
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Tutto si può dire di Joanne Harris, tranne che non sia un’autrice eclettica, che ha provato e sperimentato vari generi, dal romanzo storico al thriller, dalla commedia sociale al fantasy.
Ne Le parole segrete e Le parole di luce ha tracciato un intreccio ispirato alla mitologia norrenica, gli Dei del nord, in un mondo fantastico alternativo in un futuro remoto dove si scontrano due personaggi femminili magici e interessanti. In Il canto del ribelle Joanne Harris invece racconta una sorta di antefatto della sua storia precedente, con la ribellione di Loki ma anche l’aiuto che porta agli altri dei, Odino e Thor in testa. Una storia eterna, raccontata dal punto di vista dell’antagonista, dell’outsider, scelta non nuova per Joanne Harris che nei suoi romanzi ha sempre messo al centro personaggi maschili e femminili fuori dalle regole, stravaganti, insoliti, in anticipo sui loro tempi.
Loki, d’altro canto, sta vivendo un periodo di grande interesse nella cultura popolare e nerd, dopo la sua comparsa decisamente carismatica nei due film ispirati alle avventure di Thor secondo il fumetto della Marvel, e non è un caso che sia stata citata proprio la casa editrice di supereroi come lancio per un romanzo anomalo, interessante, eclettico, come la sua autrice.
Tra gli altri a cui Il canto del ribelle può piacere ci sono i lettori della saga del Ghiaccio e del Fuoco, meglio nota come Game of thrones di George R.R. Martin, il cui autore sta tenendo da anni sulle spine visto che non si decide a terminare gli ultimi due libri della saga, creando problemi anche alla serie tv. D’altro canto, il fantasy si rifà come genere a miti, leggende, fiabe, epica, e molti intrecci tornano nelle sue storie, e per motivi di vicinanza culturale dei tanti autori e autrici anglosassoni il mondo degli dei e degli eroi nordici risulta essere di grande ispirazione.
A chi si rivolge un’autrice come Joanne Harris? Le storie che ha raccontato sono talmente diverse tra di loro che possono, volta per volta, accontentare pubblici diversi o comunque gente curiosa, che ha voglia di cambiare e essere stimolata. Il canto del ribelle è senz’altro per questi ultimi, ma è un libro che non può mancare nelle biblioteche dei cultori del genere fantasy, e si distingue comunque per originalità, in un ambito dove spesso si trovano cose un po’ ripetitive.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove v ive tuttora.. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno. Fino al 1999 ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds. Tra i suoi libri di maggiore successo vanno ricordati ovviamente Chocolat, trasposto anche al cinema, il seguito Le scarpe rosse, il romanzo storico La donna alata, il thriller Il ragazzo con gli occhi blu e il gotico Il seme del male.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Librerie, Jorge Carrión (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016
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Chi ama i libri e la lettura ha, fin dall’infanzia, un suo luogo di elezione, anzi due: la libreria e la biblioteca. I bibliofili, quando sono in altri luoghi, anche distanti da casa, per svago o lavoro, tendono a cercare un luogo dove ci sono i libri, con alcuni incontri folgoranti soprattutto quando si va in città di un certo tipo, come Londra, Parigi, New York, Tokyo e non solo.
Alle librerie del mondo è dedicato questo saggio, non una guida turistica ma utilizzabile come tale, in cui l’autore racconta i suoi giri per il mondo in cerca di templi dei libri, imperdibili se si sente la passione per la carta stampata. Un percorso con aneddoti, storie, salti tra passato e presente, per raccontare una passione e una ricerca, che non può mancare in chiunque dica di amare i libri, e che rende il libro interessante e curioso, anche se non esaustivo sull’argomento, ma per quello ci volevano molte più pagine.
Un saggio, certo, ma a tratti appassionante come un romanzo, con cose anche poco note nelle sue pagine, illustrate da foto in bianco e nero di diversi di questi luoghi, giusto per far venire un po’ di acquolina in bocca.
L’autore porta comunque non solo in luoghi aulici, come le librerie di Londra e Parigi, ma anche in America latina (una delle più belle librerie del mondo è appunto a Buenos Aires, in un ex teatro), a Atene, città sulle prime pagine dei giornali non certo per i libri ma dove questi non mancano certo, nel Maghreb, in Oriente, mescolando anche aneddoti su intellettuali e scrittori, in una storia forse un po’ stringata ma che dà buoni spunti di giri e riflessioni. Tra le righe si parla anche di censura e lotte, di storie di autori e autrici non solo libresche e di tanto altro ancora, e c’è da sperare in future integrazioni sul tema.
Del resto, se si pensa bene, ci sono libri su tutti gli argomenti e con tutti i tipi di storie, ma di libri sui libri e sul mondo legato a loro non ce ne è poi così tanti. Certo, può apparire una libreria in un romanzo (o in un film), ma un libro che racconti come e perché ci sono le librerie, luoghi fondamentali per la diffusione della lettura non è così frequente. I libri parlano di tutto ma raramente di loro stessi e del loro mondo. Curioso, ma con le Librerie di Jorge Carrión si può cominciare a compensare una mancanza.

Jorge Carrión (Terragona, 1976) insegna letteratura contemporanea e scrittura creativa preso l’Universidad Pompeu Fabra di Barcellona. Collabora come critico per varie testate tra cui El Pais e Letras Libres.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Senza nome, Wilkie Collins (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016
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La casa editrice Fazi continua la sua proposta di classici ottocenteschi tutti da riscoprire con questo titolo di Wilkie Collins, autore all’epoca popolare quanto il più celebre oggi Charles Dickens, prolifico e capace di alternare romanzi di ambientazione realistica ad altri a tematica fantastica e gotica.
Senza nome, ottocento pagine raccontate attraverso le voci vive di personaggi, tra peripezie, lettere, articoli, con uno schema molto moderno, racconta la vicenda di Magdalen e Norah Vanstone, due giovani donne di ottima famiglia, cresciute senza che a loro mancasse niente, che devono confrontarsi con la morte improvvisa dei genitori, il padre in un incidente, la madre di parto. Le due ragazze scoprono di essere figlie illegittime, perché i genitori si sono sposati molto tempo dopo la loro nascita, e per la legge vittoriana non hanno diritto a niente e sono costrette a stravolgere le loro vite. Norah accetta di abbracciare una delle poche carriere concesse alle donne, quella di governante, rassegnandosi ad una vita di rinunce in tutti i campi, compreso quello sentimentale, mentre Magdalen diventa attrice, ma vuole alla fine riconquistare il suo posto in società, arrivando a valutare un’offerta di matrimonio da un uomo che detesta.
Senza nome racconta una storia di denuncia sociale, ambientata non in mezzo ai bassifondi cari a Dickens, di cui Collins era ottimo amico e collaboratore sul suo giornale letterario, ma in quell’alta società vittoriana da cui si poteva venire esclusi perché non rispettosi delle sue regole, a cominciare da quella sui figli illegittimi. L’autore, usando i toni della narrativa popolare ma non certo scadente, racconta una storia di caduta agli inferi e di risalita, mostrando le storture sociali e la psicologia di due personaggi femminili, doppiamente discriminati in un Paese governato da una donna come la regina Vittoria che però non fece molto per aiutare le sue simili.
Senza nome è quindi una storia appassionante che si divora, ma anche una riflessione impietosa su regole sociali disumane e sulle discriminazioni a cui sono soggette le donne, con al centro due dei tanti personaggi femminili interessanti della letteratura dell’epoca, da scoprire o riscoprire, visto che il libro manca da parecchio nelle nostre librerie.

Wilkie Collins (1824-1889), londinese, figlio del pittore di paesaggi William, è considerato il padre del genere poliziesco. Studiò Legge e divenne avvocato, senza praticare mai la professione legale, ma utilizzando la conoscenza del crimine nei suoi scritti. Amico di Charles Dickens, fu uno dei più prolifici tra gli scrittori vittoriani e collaborò alla rivista “All the year round”. Ha scritto venticinque romanzi, più di cinquanta racconti, numerose opere teatrali Tra le sue opere più famose ci sono La donna in bianco e La pietra di Luna, uno dei primi romanzi gotici.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fazi.

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:: L’amante giapponese, Isabel Allende (Feltrinelli, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016
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Isabel Allende è tornata in libreria con una storia ambientata di nuovo in California, sua patria d’adozione da ormai più di vent’anni, mettendo in scena una vicenda che mette tanta carne al fuoco come tematiche e personaggi, con al centro, come suo solito, i personaggi femminili, in questo caso due.
Da una parte c’è Alma Belasco, ex ragazzina ebrea fuggita dall’Europa minacciata dal nazismo, cresciuta e invecchiata negli States con un unico grande amore, dall’altra c’è Irina, giovane infermiera di origine moldava, con un passato da dimenticare e un presente tra lavoro e fantasie su romanzi fantasy. Due persone diverse, ma che si trovano unite nell’eccentrica casa di riposo in cui Alma ha deciso di passare gli ultimi anni della sua vita,tra ricordi del passato e nuovi spunti per il presente.
L’autrice parla, come suo solito, di tanti argomenti, alcuni scomodi, come la pedofilia nel civile Occidente, o le persecuzioni a cui furono sottoposti i giapponesi durante la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, pagina praticamente assente e su cui non si parla mai in in film e romanzi, se si toglie il film degli anni Novanta Benvenuti in paradiso di Alan Parker e poco altro. Ichimei, l’amore di tutta la vita di Alma, che vivrà un matrimonio insolito con un omosessuale nascosto tra le altre peripezie della sua esistenza, viene infatti rinchiuso con la sua famiglia in un campo di raccolta durante la guerra, vergogna nascosta nella storia americana che toccò tutti coloro che erano originari, anche solo come famiglia ma non loro direttamente, facendo loro perdere tutto e facendo nascere astii e disagi poi non più sopiti, in una variazione sul tema del razzismo che non colpì invece tedeschi e italiani.
Una storia tra ieri e oggi appassionante e non melensa: amore, morte, discriminazioni, razzismo, violenze, possono sembrare tematiche scontate, ma non lo sono se uno vuole trattarle in maniera efficace e senza sbavature e cose già viste. Dopo aver raccontato anni fa l’epopea del suo Cile, Isabel Allende è a suo agio anche in storie presso altre culture, un Occidente europeo e americano di cui tocca alcuni aspetti salienti, positivi e negativi, nell’incontro tra due donne che restano nel cuore, nelle pagine di un romanzo che, a dispetto del titolo, è tutto tranne che una storiella rosa e melensa, ma è una vicenda di formazione, un romanzo storico, una storia di denuncia, il ricordo di ingiustizie da non dimenticare.
In attesa ovviamente della prossima fatica di Isabel Allende, che non sembra intenzionata per ora ad andare in pensione. E che chissà dove ci porterà.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Parente alla lontana di Salvador Allende, ha lasciato il Cile dopo il golpe di Pinochet e si è traferita negli Stati Uniti. Il suo romanzo d’esordio è stato La casa degli spiriti, del 1982, grandissimo successo, e da allora si è affermata come una delle scritttrici più importanti in lingua spagnola. Tra i suoi altri libri ci sono D’amore e ombra, Il Piano infinito storia del marito statunitense, lo struggente Paula, la trilogia per ragazzi La città delle Bestie, Il Regno del Drago d’oro e La Foresta dei pigmei, il thriller Il gioco di Ripper.Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: acquisto della collaboratrice sul mercatino “Il libro ritrovato”, la mostra-mercato dei libri antichi e fuori stampa a Torino.

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:: Fiabe in rosso, Lorenzo Naia, Roberta Rossetti (Verba volant, 2015) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2016
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Quante volte si è sentito dire che certi stereotipi sessisti contro le donne nascono proprio dalle fiabe classiche, o meglio da come sono state tramandate, che presentano l’altra metà del cielo come sottomessa, passiva e in cerca sempre e solo di un Principe azzurro che la salvi? Tante, troppe volte.
Per fortuna, molte fiabe sono state rilette in tal senso, ma si è trattato praticamente sempre di progetti rivolti ad un pubblico adulto, come il lavoro che fece per esempio Angela Carter nel suo Le fiabe delle donne.
Fiabe in rosso, uscito per Verba Volant con i testi di Lorenzo Naia e i disegni di Roberta Rossetti si rivolge invece ad un pubblico di bambini e bambine, anche se non fa male leggerlo se si ha qualche anno in più. Tra le pagine del libro si ritrovano una serie di fiabe della tradizione, con protagoniste femminili e da sempre icone di sottomissione e conformismo, rivisitate nel finale. Per cui Mignolina troverà qualcosa di meglio di un principino come lei, Cappuccetto rosso si salverà senza l’intervento del Cacciatore, Biancaneve salverà lei il principe, Rosaspina, cioè la Bella Addormentata, si sveglierà con l’aiuto di qualcuno di imprevisto e Raperonzolo non attenderà in eterno chiusa nella torre.
1Un modo efficace per scardinare gli stereotipi di genere e per rappresentare eroine che dicano ai bambini e alle bambine che non ci sono ruoli preordinati e che ognuno è padrone del proprio destino e di cosa vuole essere e diventare. Il tutto aiutato dai testi di Lorenzo Naia, che ha ideato il progetto la Tatamaschio, in cui vuole lottare contro luoghi comuni che perpetuano violenza, sopraffazione e stereotipi.
Interessanti anche i disegni di Roberta Rossetti, lontani dall’iconografia che vuole le principesse delle fiabe tutte perfette nella loro eterna attesa, con disegni più vicini alla sensibilità dei bambini e bambine più piccoli, con all’interno inserti di carta di giornale come aggancio alla realtà e alla cronaca.
Il richiamo al rosso, non certo un colore zuccheroso, rende omaggio ad uno dei più importanti progetti per i diritti delle donne portato avanti in questi anni, Zapatos Rojos di Elina Chauvet, per non dimenticare le donne morte in Messico nella zona di Ciudad Juarez e con loro tutte le donne vittime di violenza, una cosa che non è certo una fiaba.
Fiabe in rosso è un libro doveroso per i più piccoli e piccole, ma da leggere anche se si è più grandi, anche perché certi stereotipi inculcati a forza sono duri a morire, e anche in età adulta possono creare non pochi problemi.

Lorenzo Naia è educatore e parent coach e coordina un centro educativo per bambini e ragazzi dai 2 ai 16 anni. Ha conseguito una laurea in psicologia della comunicazione ed ha approfondito le tematiche della psicologia dell’educazione e del disegno infantile.

Roberta Rossetti è illustratice e scenografa, laureata presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con anche un diploma presso la sabauda Accademia Pictor in Illustrazione per l’infanzia. Gestisce laboratori di educazione all’immagine per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Verba volant.

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:: La guerra delle Rose – Bloodlin, Conn Iggulden (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2016
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Dopo aver raccontato pagine non così note della Storia di Roma e dell’epopea di Gengis Khan, l’autore inglese Conn Igguldenn ha immerso i suoi lettori in una trilogia ambientata durante la Guerra delle Rose, periodo cruciale, remoto e forse un po’ ostico per i neofiti della Storia inglese.
Dopo Stormbird e Trinity la saga arriva alla fine con Bloodline, ultimo capitolo di una storia così lontano, il Quattrocento britannico (che comunque in patria è stata trattata da vari autori, non ultima Philippa Gregory), in cui le due famiglie rivali anche se con legami di parentela dei Lancaster e degli York si contesero il trono inglese in una lotta all’ultimo sangue.
Bloodline inizia dove Trinity era finito, con la decapitazione di Riccardo di York, mentre Enrico VI è ancora prigioniero e la regina dei Lancaster, la francese Margherita d’Angiò, è in marcia verso il sud, in testa ad un esercito di temibili guerrieri scozzesi, quelli che nemmeno l’Impero romano riuscì a piegare. Edward, figlio di Riccardo, si proclama re e giura vendetta, e ci saranno ancora scontri tra le due casate, perché alla fine solo un re può cingere la corona, a qualsiasi costo.
Si diceva che non è un’epoca che si conosce molto, soprattutto fuori dalla Gran Bretagna, ma niente paura: l’autore sa portare per mano in questo mondo spietato, tra battaglie, intrighi, lotte di potere, morte, che poi ispirò alcune tragedie a Shakespeare oltre a influenzare la Storia non solo inglese per i secoli successivi.
Conn Iggulden sa far appassionare a questa pagina terribile ma ricchissima di fascino, raccontando una vicenda che si dispana man mano riservando colpi di scena e sviluppi che sono stati reali ma che diventano puro romanzesco. A differenza di altri autori, anche pregevoli, di romanzi storici, Iggulden sceglie di raccontare non personaggi inventati ma persone reali, svelandone splendori e nefandezze, rendendoli alla fine umani nelle loro debolezze e riuscendo ad appassionare chi legge ad una vicenda dove comunque non ci sono né eroi né cattivi, perché tutti sono in quanto modo stati corrotti da questa ricerca del potere.
Non è un caso che ci sia stato chi ha paragonato questo mondo reale e remoto a quello fantasy di George R.R Martin nella saga del Trono di spade, del resto più di una volta il un po’ lento Martin ha detto di avere come fonti di ispirazione proprio la storia inglese di quel periodo. Per cui la saga della Guerra delle Rose, disponibile anche in un cofanetto con i tre libri, è ottima per chi ama il romanzo storico non stucchevole ma realistico, ma è da consigliare anche a chi attende in modo spasmodico le prossime avventure dei non certo eroici abitanti di Westeros e dintorni.

Conn Iggulden è uno dei più famosi autori contemporanei di romanzi storici. Nato a Londra nel 1971 ha esordito con la serie dedicata alle imprese di Giulio Cesare (Le porte di Roma, Il soldato di Roma, Cesare padrone di Roma, La caduta dell’aquila), seguita da quella su di Gengis Khan (Il figlio della steppa, Il volo dell’aquila, Il popolo d’argento, La città bianca e Il signore delle pianure). Bloodline è il terzo episodio della nuova serie dedicata alla Guerra delle due Rose, dopo Stormbird e Trinity.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: Primi passi verso il Salone del Libro 2016, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016

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Dal 12 al 16 maggio ci sarà la ventinovesima edizione del Salone del libro al Lingotto di Torino, dopo mesi di illazioni, fango, notizie contraddittorie. La conferenza stampa ufficiale sarà ad aprile, ma ci sono già le prime anticipazioni, sotto la guida di Giovanna Milella.
Si parla di Visioni quest’anno, in parallelo tra cultura umanistica e scientifica, mentre tra i sostegni al Salone si aggiungono quelli dei MIUR e del MIBAC. Il logo del Salone è realizzato dall’artista Mimmo Paladino, mentre si confermano le presenze dei grossi gruppi editoriali e i biglietti non aumenteranno, con in più una nuova tariffa di cinque euro per chi entra dopo le 18.
Ci sono due mostre già confermate, una sui Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e l’altra sullo storico Piero Melograni e la Grande Guerra. Dopo le polemiche sulla presenza dell’Arabia saudita, il Paese ospite quest’anno sarà l’insieme delle culture del mondo islamico, dal Nord Africa all’Iraq, con ospiti quali il direttore del Museo del Bardo di Tunisi, Moncef Ben Moussa, il poeta siriano-libanese Adonis, considerato l’autore contemporaneo più significativo della lirica in lingua araba, ma anche un lucido osservatore delle derive dell’Islam radicale e il narratore algerino Yasmina Khadra (nome d’arte di Mohamed Moulessehoul), che nel suo ultimo libro ha ricostruito le ultime ore di Gheddafi.
Poi ci sarà spazio per alcuni importanti anniversari: il 2016 è il centenario della morte del poeta piemontese Guido Gozzano, cantore delle buone cose di pessimo gusto, ma anche il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, autrice che a Torino ambientò tra gli altri il suo celeberrimo Lessico familiare. Ma nel 2016 sono anche cinquecento anni dalla prima uscita di Orlando furioso di Ludovico Ariosto, poema epico cavalleresco e antenato del moderno fantasy, oltre che il mezzo millennio delle morti di Shakespeare e Cervantes, a pochi giorni di distanza, ancora amatissimi oggi.
Ci sarà insomma molto da seguire, leggere, su cui riflettere, per cui non resta che iniziare il conto alla rovescia e aspettare.

:: Addio a Juliette Benzoni, decana del romanzo storico francese, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016

julieIn Italia fu pubblicata, solo parzialmente, tra gli anni Sessanta e Settanta sul’onda di altre storie del genere, con alcuni dei suoi romanzi, che comunque si possono ancora trovare sulle bancarelle: in Francia, invece, Juliette Benzoni, morta l’8 febbraio scorso a 95 anni, anzi quasi 96 anni, visto che era nata nel 1920, è considerata una gloria nazionale, oltre che una delle autrici più prolifiche di sempre di romanzi a sfondo storico.
La sua produzione, molto eclettica, con diverse miniserie e senza mai fossilizzarsi più di tanto su un unico personaggio, si è incentrata sul genere storico, spaziando su varie epoche, con eroine al femminile ma non solo, scrivendo un totale di 85 libri a partire dagli anni Cinquanta, quando approdò alla letteratura dopo aver lavorato come giornalista.
L’ultimo libro di Juliette Benzoni è stato pubblicato il 28 gennaio 2016 con il titolo  “Le Vol de Sancy”  ed è la quindicesima avventura del principe Aldo Morosini, da Venezia alla Francia; l’autrice è rimasta in contatto con i suoi fan tramite i social network e Internet.
La sua serie più famosa è quella di Catherine, ambientata nella Francia del Quattrocento, durante la guerra dei Cent’anni e l’epopea di Giovanna d’Arco. Tra gli altri romanzi che ha scritto, ci sono la saga di Marianne, durante l’epoca di Napoleone, quella di Le Gerfaut des brumes, che ricostruisce l’epopea della Rivoluzione francese, Marie, che racconta la vita della realmente esistita Marie de Chevreuse, dama di Luigi XIII, e La Florentine, rimasta inedita da noi stranamente, perché è ambientata a Firenze sotto Lorenzo il Magnifico.
Juliette Benzoni ha anche scritto alcuni libri di saggistica storica divulgativa, come Le roman des chateaux de France, dove racconta alcuni aneddoti inediti di castelli poco noti, e Dans les lits des reines, sugli amori delle sovrane dall’antichità al Novecento.
Un’autrice di narrativa popolare, certo, ma molto amata: alcuni suoi libri sono stati trasposti al cinema o in tv, ma di questo molto poco è trapelato al di fuori dalla Francia, ed è un peccato, perché i suoi libri si inseriscono nella tradizione romanzesca alla Dumas senza troppe sbavature sentimentali e possono essere una piacevolissima lettura se si ama il genere.
Si trova qualcosa su Catherine e Marianne nelle vecchie edizioni Garzanti, altrimenti occorre rivolgersi al mercato francese, magari approfittando di una vacanza, dove i romanzi di Juliette Benzoni sono tutti disponibili, in edizione economica.
Per sapere di più su di lei si può anche visitare il suo sito ufficiale: http://www.bibliojbenzoni.unblog.fr

:: I nazisti della porta accanto, Eric Lichtblau (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
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Sono molti i libri che continuano ad uscire su Shoah, nazismo e dintorni, soprattutto in concomitanza ogni anno con la Giornata della memoria del 27 gennaio. Tra i molti titoli, tutti decisamente validi, spicca il saggio con toni da romanzo appassionante I nazisti della porta accanto, del giornalista investigativo Eric Lichtblau, che racconta una pagina inquietante e anche imbarazzante della Storia del dopoguerra.
Partendo da documenti inediti Lichtblau, con un piglio da detective in cerca della verità, rievoca la fuga di gerarchi e responsabili di efferratezze subito dopo la fine della guerra, parlando non tanto delle vicende note di nomi come quelli di Eichmann e Mengele che ripararono in Argentina, con la complicità di alleati insospettabili come il Vaticano, ma di quella che è stata un’onta per gli Stati Uniti.
Sotto il nome di Operazione Paperclip, un’etichetta da serie complottista alla X-Files (dove era citata peraltro) ci fu una fuga di scienziati nazisti negli States, persone che si erano macchiate di complicità in eccidi e esperimenti, che furono inseriti e acclamati nella comunità scientifica a stelle e strisce e che solo anni dopo e in alcuni casi furono diplomaticamente messi da parte.
Accanto a questo, a fronte del nuovo pericolo sovietico, ci furono CIA e FBI che reclutarono noti criminali nazisti come agenti, infiltrandoli nei Paesi del blocco sovietico ma anche in Medio Oriente, dove per anni furono al servizio del governo americano, godendo poi di uno stato di protezione una volta tornati oltreoceano. Molti di questi criminali videro il loro curriculum ripulito per ordine espresso di J.E. Hoover, il fondatore del Federal Bureau.
Altri ancora diedero false generalità, raccontando spesso storie strappalacrime di persecuzioni in cui cambiavano il loro ruolo da vittima a carnefice, e vissero vite tranquille per decenni, nascosti dietro a lavori normali. Se in Sud America fu molto difficile se non impossibile ottenere estradizioni e per incastrare Eichmann ci fu bisogno di rapirlo, negli Stati Uniti, all’apparenza più democratici, non fu più facile, e anche se negli anni ci furono comitati di cittadini, investigazioni e giornalisti che cercarono di far venire alla luce la verità e di far punire i colpevoli, furono molto poche le condanne. Tra le pagine del libro, un saggio appassionante come un thriller, emergono varie storie, quelle dei molti criminali che trovarono rifugio sotto la bandiera americana, come Ivan Demjanuk, meglio noto ai sopravvissuti del campo di concentramento di Sobibor come Ivan il Terribile, Otto von Bolschwing, già ufficiale delle SS e stretto collaboratore di Adolf Eichmann, Jakob Reimer, noto per aver partecipato alla «liquidazione» del ghetto di Varsavia, ma anche altre, spesso incredibili. Come quella di Joe Eszterhas, sceneggiatore di origini ungherese di Music Box di Costa Gavras, uno dei pochi film a trattare la questione, che scoprì di avere un padre criminale come quello dell’eroina della sua storia o quelle di chi negli anni non si è mai arreso per trovare giustizia, non vendetta.
Un libro di Storia degli ultimi anni, che racconta la ricerca della verità e di giustizia e le contraddizioni anche delle democrazie, svelando, mai troppo tardi, come sono andati certi fatti e come per una delle massime tragedie dell’era moderna troppi la fecero franca. Da leggere per gli amanti di Storia e per chi vuole comunque conoscere e riflettere.

Eric Lichtblau è un giornalista investigativo e lavora nella sede di Washington del New York Times. Nel 2006 ha vinto il premio Pulitzer grazie a una serie di articoli dedicati alle registrazioni telefoniche illegali autorizzate da George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Ha lavorato per il «Los Angeles Times», ed è autore di Bush’s Law. The Remaking of American Justice. Per la scrittura di questo libro , che è il primo dell’autore tradotto in italiano, è stato Professore ospite presso lo United States Holocaust Museum di Washington.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Bollati Boringhieri.

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:: La ragazza con la bicicletta rossa di Monica Hesse (Piemme, 2016) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
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Hanneke non ha nemmeno diciott’anni, ma ha dovuto crescere in fretta nella Amsterdam sotto l’occupazione nazista: dopo aver visto morire il suo piccolo grande amore, Bas, arruolatosi volontario e spazzato via dall’invasore, mantiene la sua famiglia procurando oggetti al mercato nero e girando per la sua città in bici per rivenderli. Si sente dura e mille volte più vecchia, ma un giorno una delle sue clienti, la signora Janssen, la supplica di trovarle qualcosa di un po’ diverso a profumi, calze di nylon, caffè: Mirjam, una ragazzina ebrea che si nascondeva da lei dopo il massacro della sua famiglia, che è misteriosamente sparita.
Hanneke, non molto convinta, comincia a cercare, scoprendo un mondo che ignorava, quello dei giovani impegnati nella Resistenza ma anche quello degli ebrei ammassati in attesa della deportazione, dei troppi orrori nascosti ma anche di chi continua a vivere, a sperare, a essere umano.
L’argomento non è nuovo ma senz’altro è sempre meglio ribadire, tra l’altro su Amsterdam durante la guerra, tolto un classico come il Diario di Anna Frank non c’è poi moltissimo. Gli appassionati troveranno echi di Storia di una ladra di libri e di La chiave di Sarah, ma soprattutto si può conoscere un personaggio come Hanneke, ragazza disillusa e cinica, indurita dalla vita e dalla guerra, capace però di rischiare per un qualcosa di più importante e di ritrovare se stessa scoprendo che si può sempre avere una seconda possibilità, anche quando la tua vita sembra finita, tra grande amore morto, genitori assenti, migliore amica che ha sposato un invasore nazista.
Il libro è raccontato in prima persona e al presente dalla voce di Hanneke, immergendo bene nell’atmosfera dell’epoca, con una storia dove non ci sono gratuità e patetismi, ma solo una cronaca reale e anche avventurosa di una ricerca di una persona ma alla fine di un ritrovare se stessi. I personaggi della storia sono inventati, ma l’autrice si è basata su molti fatti reali, dalle retate degli ebrei alla Resistenza olandese, e vite come quelle della nostra eroina, che faceva contrabbando nonostante la giovanissima età o anche aiutata da quello erano molto comuni.
La ragazza con la bicicletta rossa è un libro per tutte le generazioni, per chi non si stanca di sapere, per chi vuole sapere, per chi pensa che comunque, in ogni tempo e luogo, l’importante è restare umani.

Monica Hesse è americana e questo è il suo primo romanzo, in corso di pubblicazione in tutti i principali paesi; in Olanda, dove l’autrice ha ambientato la storia, è uscito in anteprima mondiale. Monica scrive anche per il Washington Post, occupandosi di quasi tutto – dai matrimoni reali alle campagne politiche alla cerimonia degli Oscar. È originaria dell’Illinois, ma vive a Washington, DC.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Jo Rebel, a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2016

indexJo Rebel è una giornalista specializzata nel settore automotive, ma anche un’appassionata lettrice, con come libro di culto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen di cui adora il personaggio di Darcy. Torinese, gattofila in particolare per la sua micia Mya, amante dei viaggi e della musica, Jo Rebel ha pubblicato presso Golem edizioni il suo primo romanzo, l’urban fantasy Craving, storia di due vampiri eternamente giovani, Gregorio e Victoria, che si trovano, nella loro ricerca eterna di nutrimento ma anche d’amore, nel capoluogo piemontese. Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle qualcosa in più sul suo libro e non solo.

Come nasce il tuo interesse per i vampiri?

Quando ero ragazzina ho visto il film Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski, l’ho trovato geniale e ho cominciato a interessarmi alla figura del vampiro. Ho letto molto, dai classici alla letteratura contemporanea, e sono rimasta colpita da come la figura dei bevitori di sangue si sia evoluta e trasformata nel tempo. Il concetto di vampirismo esiste da millenni, già nelle antiche culture greche e romane alcune figure demoniache, per le loro peculiarità, potevano essere considerate come i precursori del moderno vampiro, anche se le leggende sulle creature soprannaturali che si nutrono di sangue, così come le conosciamo oggi, sono nate in tempi ben più recenti per lo più nell’Europa dell’est. Oggi alcuni addirittura splendono come diamanti, ma questa è un’altra storia.

Chi sono i tuoi maestri, del settore fantastico e non?

Come dicevo ho letto molto, dal racconto breve di Polidori a Bram Stoker e Van Helsing, ma l’amore vero e proprio per la letteratura dark fantasy con protagonisti i vampiri è nato grazie a Anne Rice e alle sue Cronache, soprattutto i primi libri. Lei per me resta la vera regina della scrittura di genere. In epoca più recente ho apprezzato parecchio Scott Westerfeld e Cassandra Clare. Ammetto di leggere poco che non sia fantasy, ma esulando dal genere mi piacciono molto gli scrittori sudamericani, Allende e Coelho soprattutto. Trovo 11 minuti un libro pregno di significati. Altre opere che sono state fondamentali nella mia crescita come lettrice sono stati Mattatoio n°5 di Vonnegut, Sulla Strada di Kerouac e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, che rileggo almeno una volta l’anno.

Che rapporto hai con Torino, città in cui ambienti la tua storia?

Amo Torino, è una città ricca di storia e di mistero. A metà del Cinquecento Nostradamus passò del tempo a Torino, dove fecero la loro comparsa anche Cagliostro, il Conte di Saint-Germain, Paracelso e Fulcanelli, tutti personaggi di grande rilievo nell’ambito dell’occulto. Gli esperti di esoterismo dicono che Torino sia parte di due triangoli magici, quello bianco (insieme a Praga e Lione) e quello nero (con Londra e San Francisco) vivendo perciò una lotta perenne tra la luce e le tenebre. Possiede una splendida collina da cui è possibile ammirare la metropoli e le montagne non distanti, è attraversata dal grande fiume Po, e porta con sé un fascino storico e barocco a cui è difficile resistere. È stata definita da Le Corbusier come la città con la più bella posizione naturale del mondo e Jean-Jacques Rousseau descrisse il panorama dalla vetta collinare di Superga come il più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano. Come non amarla? 😀

Cosa pensi della situazione attuale in Italia per quello che riguarda la letteratura di genere fantastico?

Non è una domanda facile a cui dare risposta. Credo che per quanto riguarda il numero di potenziali lettori di genere fantastico siamo messi bene, ma manca un po’ la cultura. Per tanto, troppo tempo i lettori italiani sono stati poco recettivi verso questo tipo di letture, spesso non per colpa loro, ma a causa della visione comune circa il genere, qui da noi sovente inteso come fantasia fatta galoppare senza una meta. Così non è. Faccio alcuni esempi di opere straniere che hanno avuto (giustamente) grande successo: La storia infinita di Michael Ende è un romanzo di formazione, la storia di un’indimenticabile avventura, uno dei più grandi libri dell’epoca moderna; la saga di Harry Potter, che ho rivalutato di recente dopo averla stupidamente snobbata per troppo tempo (amo ammettere i miei errori) è una lettura sagace, ricca di contenuti e metafore, adatta sia ai bambini che agli adulti e scritta da una penna sapiente e colta come quella della Rowling; e poi Stardust di Gaiman dove tutto comincia in una fredda sera di ottobre quando una stella cadente attraversa il cielo e il giovane Tristan promette a Victoria, per conquistarla, di andarla a prendere, iniziando una incredibile e coinvolgente avventura. La lista è lunga, passa da Tolkien a Orwell, da Brooks alla Rice, senza dimenticare anche i successi di massa (che forse però con il fatto che si tratti di fantasy contemporaneo c’entrano poco) come Twilight.
Abbiamo tanti ottimi scrittori made in Italy che scrivono libri fantasy (e vari sotto generi) ma che fanno fatica a emergere, forse anche un po’ per colpa delle grandi case editrici che hanno sempre considerato il fantastico come un genere di nicchia (per non dire di serie B) buono per far soldi con la traduzione di autori stranieri già affermati. Questo spiace. Ciò che mi auguro, in quanto amante da sempre del genere fantasy (soprattutto contemporaneo), è che in Italia, così come avvenuto in altri Paesi, si possano aprire nuovi orizzonti verso la letteratura di genere fantastico, che è anche una lettura per adolescenti, ma non solo. Anzi, spesso può contribuire ad aprire la mente di chi la maggiore età l’ha superata da un pezzo, portandolo oltre la realtà quotidiana e, con l’aiuto della fantasia, aiutandolo almeno in parte a superarla.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo il sequel di “Craving”, il mio primo romanzo urban fantasy (2015, Golem Edizioni), che è stato l’inizio di una trilogia. Per adesso mi concentro esclusivamente su questo progetto e sulla promozione della storia dei due protagonisti, i fratelli immortali Victoria e Gregorio 🙂