:: Intervista con Kim Edwards a cura di Elena Romanello

23 settembre 2011 by

Dopo aver già viaggiato nei meandri dell’animo umano, soprattutto di quello femminile, in particolare negli affetti, Kim Edwards torna con un nuovo romanzo, Un giorno mi troverai, che è venuta a presentare in Italia, al festival di letteratura di Mantova.
Un giorno mi troverai, titolo originale Lake of dreams, edito da Garzanti, racconta la storia di Lucy, una trentenne trasferitasi in Giappone con il compagno Yoshi dopo una giovinezza segnata dalla morte forse accidentale del padre, che torna nella sua casa d’infanzia in un periodo di crisi per fare pace con passato e presente, trovando molte cose cambiate e scoprendo verità remote risalenti a molto prima della sua nascita.
Interessante sondare cosa c’è dietro al romanzo dell’autrice forse più completo ed interessante, dopo i successi di Figlia del silenzio e La madre perfetta.

La grande protagonista della vicenda che narra è la ricerca delle radici del proprio passato e della riscoperta di eventi lontani. Perché l’ha scelto?

Penso che siano più le storie a scegliere l’autore che viceversa. Sentivo di voler scrivere la storia di qualcuno che voleva risolvere alcune cose del suo passato, che doveva tornare nella casa dove era cresciuto per capire qualcosa di più sulla morte di suo padre, ma non avevo previsto che poi sarebbe emersa la storia di questa antenata cancellata dalla famiglia. Scrivendo di Lucy, la mia protagonista, sono arrivata a scrivere anche di Rose, ed ha un certo punto la storia di quest’ultima ha chiesto di essere raccontata.

Nelle pagine del suo romanzo si parla di globalizzazione, uno dei personaggi, Yoshi, il compagno della protagonista, è giapponese, e i personaggi lavorano per un ONG: secondo lei ci può essere una globalizzazione buona?

Ho voluto portare in questo romanzo una mia esperienza: nel 1992 ho passato alcuni mesi proprio in Cambogia, dove andrà anche Lucy, a lavorare per una ONG. Erano le ONG a portare avanti un certo tipo di discorso di supporto ad un popolo che usciva da decenni di dittatura e guerre civili, e rimasi colpita da tante persone disposte a fare sacrifici per i cambogiani. Penso che questa sia una buona forma di globalizzazione, basata sulla solidarietà e sullo scambio.

Un altro tema che emerge è la ricostruzione delle battaglie del movimento delle suffragette: quanto è importante ricordarle oggi?

Il libro è ambientato nella zona dei Five Fingers Lake dello stato di New York, dove a partire dal 1848 si formò il primo nucleo del movimento delle sufragette. Ho studiato e scoperto la storia di queste donne incredibili mentre scrivevo il mio romanzo, e mi sono appassionata a cosa queste donne sono state in grado di fare. Le ho immaginate, ho pensato che hanno consegnato il loro lavoro a tutto il mondo e che in molti casi non sono vissute abbastanza a vedere i frutti. Molti degli eventi e dei luoghi di cui parlo esistono veramente, in ogni caso non dobbiamo dimenticarle, e anche se ci sono stati dei passi da gigante, molti dei problemi che loro avevano ci sono ancora oggi, i salari, la maternità, le discriminazioni.

Gli eroi della sua storia fanno scelte di vita controcorrente dal punto di vista lavorativo: può essere un modo per uscire dalla crisi di oggi?

La zona dello stato di New York era fortemente industrializzata all’inizio del Novecento, ma in tempi più recenti molte delle aziende hanno chiuso, e questo ha portato molti suoi abitanti a reinventarsi e ad essere creativi. Oggi i Five Fingers Lake sono una zona di turismo e di artigianato, come ricordo anche in Un giorno mi troverai.

Quali saranno i suoi prossimi progetti?

Ho in mente un romanzo, un grosso progetto. Ma in questo momento è solo un’idea, sono in giro a promuovere e non riesco a fare le due cose contemporaneamente.

Quali sono i libri e i film che ama?

Leggo moltissimo, e sarebbe troppo lungo elencare tutto ciò che amo. In questo momento sto leggendo un romanzo del vostro Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore e mi piace molto come è costruito. Credo che lo utilizzerò come esempio per il prossimo ciclo di lezioni di scrittura creativa che terrò.

Elena Romanello

:: Recensione di Fuego di Marilù Oliva

22 settembre 2011 by

fuegoEcco a voi Fuego un romanzo davvero caliente di una scrittrice che amo moltissimo, dal suo debutto con Repetita, un noir che mi ha affascinato in modo incredibile e che ancora oggi faccio fatica a staccarmene l’inchiostro delle pagine dalle dita. Ma si sa Marilù Oliva, scrittrice, mamma, insegnate di lettere, salsera, appassionata di Dante e di Gabriel Garcia Marquez, è una donna piena di sorprese e ha voluto dare vita con Tú la pagarás! e ora con Fuego ad un personaggio femminile Elisa Guerra, La Guerrera, che in parte nasce dal suo amore per la cultura sudamericana, e che me la rende molto vicina soprattutto per il suo modo di scrivere che si avvicina molto al realismo magico, contaminato da un sensualità e gioia di vivere tutta bolognese. Perché un po’ di magia c’è, ci sono i sogni rivelatori, c’è Catalina, l’amica di Elisa, che nei tarocchi cerca di capire la vita e l’amore, ma c’è anche tanto realismo, Elisa è una donna concreta, che sfiora il mistero, le credenze indigene, le piccole superstizioni legate ai culti di una cultura altra ma non per questo meno vera e vitale. Certo la Bologna notturna di Elisa fatta di locali underground dove il rum scorre a fiumi, i ballerini di salsa praticano la danza come un culto, e non tutto è luce, droga e prostituzione gestita da personaggi ambigui come il Paolone sporcano le ore di svago di chi di giorno lotta con la vita ma di notte vive una vita parallela fatta di sogni, entusiasmo e tanta musica. Anche Elisa di giorno si trova a fare i conti con un lavoro in nero come pony express di pizza a domicilio su uno scooter sgangherato, con gli studi da criminologa, con le mille incognite di una giornalista precaria che fa di tutto per lavorare in una redazione importante, con le frustrazioni di chi deve fare tutto da sola in un mondo difficile dove falsificare un curriculum o meglio scriverlo creativamente è una necessità più che un inganno. Elisa che adora le patatine, che nasconde con il correttore le imperfezioni del viso segnato dall’acne, che ha un maestro di capoeira brasiliana che  oltre alle mosse di quella danza che non è vera lotta le dispensa lezioni di vita, che apprende da Dante, eredità della donna della donna che l’ha cresciuta con durezza e inflessibilità, come avvicinarsi al Fuego, simbolo alchemico e nome della sua rivista che distribuisce gratuitamente per le vie di Bologna, nei suoi completi con scarpe dai tacchi vertiginosi. Sensuale, ostinata, decisa, Elisa La Guerrera si trova di nuovo invischiata in una storia complicata e investigatrice suo malgrado per aiutare il timido ispettore Gabriele Basilica e perché qualcuno le ha dato fuoco allo scooter e una donna misteriosa travestita da uomo con i baffi finti ed esperta di lotta l’ha aspettata sotto casa per aggredirla senza motivo. E ci scappano anche i morti, il presunto piromane ritrovato senza vita con lo stomaco pieno di droga fucsia, la stessa che Elisa aveva visto alle spalle della barista cubana Ibelis in un attimo di distrazione e ora mi fermo perché sono senza fiato, perché questo libro è così ti prende e ti fa correre svoltando le pagine fino al finale che vi sconsiglio vivamente di andare subito a leggere una volta che avrete il libro tra le mani. Un piccolo cameo per Benito, ho sperato fino all'ultimo che lo sconsiderato che l'aveva chiuso in un congelatore se ne ricordasse.

:: Intervista con Natasa Dragnic

20 settembre 2011 by

Ciao Natasa. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Dicci qualcosa di te. Chi è Natasa Dragnic? Punti di forza e di debolezza.

Grazie, il piacere è tutto mio.
Natasa Dragnic è una piccola ragazza che insegnava alle sue bambole e si esercitava davanti allo specchio mentre riceveva il suo 2° o 4°Oscar e scriveva poesie d’amore con il cuore spezzato, sempre con il cuore spezzato. Ma in qualche modo questa ragazza compirà 46 anni quest’anno, non chiedetemi come questo sia possibile, è un miracolo … Ma avere 46 anni ha i suoi lati positivi: sono molto sicura di me, questa è la mia più grande forza. Non ho mai smesso di credere in me. Anche dopo che alcune persone molto importanti mi ha detto di lasciare perdere. Sapevo che posso scrivere e che posso farlo. E poi quando sento entusiasmo vero, posso gridare di felicità. Questa è la bambina che c’è ancora in me … debolezze. Ne ho un sacco. Posso essere molto pigra. Riesco a malapena a dire di no ad un cioccolatino. Devo ancora imparare a trattare con i soldi …

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia molto felice. Mi sono sentita amato e protetta. Sono sempre stata molto testarda ed essendo la più giovane ottenevo molto spesso quello che volevo. Non ho mai fatto quello che non mi piaceva. Bene ho fatto del mio meglio per non farlo. Ho studiato lingue e letteratura e poi avrei voluto studiare recitazione, ma mi hanno detto che ero troppo vecchia. Recitare era la mia grande passione. E lo è ancora. E poi c’è mio figlio …

Quando hai saputo che avresti voluto diventare una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Ho scritto la mia prima poesia quando avevo 6 anni . Pochi anni dopo il mio primo romanzo. Così si può dire che già da molto presto avevo molto chiaro quello che volevo fare. E ‘diventato un “lavoro vero” quando la mia storia ha trovato un editore. Ma “lavoro” è forse una connotazione negativa, perché ci sono così tante persone che odiano il loro lavoro ed è terribile. Io dico sempre che faccio quello che ho sempre voluto fare. Sono anche pagata per farlo. Cosa si può chiedere di più!

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Cosa siano le qualità tipiche o cosa sia un buon scrittore non lo so. Ma so che uno scrittore deve essere in grado di stare da solo. A lungo, lunghe ore. Deve essere paziente. Deve avere dubbi, ma allo stesso tempo essere sicuro di sé. Sapere sempre quello che vuole. E deve leggere molto.

Quali lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittrice a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Sono stata un’ insegnante per la maggior parte del tempo, e in realtà lo sono ancora. Mi piace insegnare, la condivisione della conoscenza. Due anni ho lavorato nel settore del turismo, che mi ha aiutato molto con questo libro: è così che ho conosciuto Makarska così bene. Un anno l’ ho trascorso presso il ministero degli Affari Esteri, ed è stato molto educativo per me: ho capito quello che non voglio fare. Ma ho incontrato un sacco di gente simpatica e interessante … mio marito, per esempio.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sì e no. Voglio dire, solo ad un editore era piaciuto molto, ma non poteva dire di sì perché non provava  “la sensazione viscerale”. Così non hanno provato sentimenti viscerali numerosi altri editori tedeschi … Così ho tentato la fortuna con gli agenti sperando di saperne di più. Ma trovare un agente è difficile tanto quanto trovare un editore. Ed io ero molto impaziente e così ho fatto una cosa che normalmente non si dovrebbe fare: ho inviato le prime 50 pagine a 6 diversi agenti contemporaneamente! Alcuni di loro dissero di no, alcuni hanno detto no ma poi volevano saperne di più, e Oliver Brauer ha detto sì. Così ci siamo incontrati, abbiamo firmato il contratto e 2 mesi dopo mi ha trovato un editore, uno molto buono, DVA. Sono andata a incontrarli, ci siamo piaciuti l’un l’altro … E così le montagne russe sono cominciate …

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato la tua scrittura?

Ce ne sono così tanti… Ma io adoro Dostojewski, Thomas Mann, André Gide, Austin. Mi piace Milena Agus, Nicole Krauss, Mulisch, Paul Auster … ce ne sono così tanti  …

Cosa ti ha ispirato a scrivere Ogni giorno ogni ora Feltrinelli 2011?

Tutto è iniziato con un breve racconto che ho scritto per un concorso di scrittura. L’argomento era l’ albergo. Così ho scritto di un paio di persone che si incontravano dopo lungo tempo. Questo è il capitolo iniziale del libro. Non ho vinto. Ma il fatto che due persone che, ovviamente, si amano ancora non abbiano trovato il modo di stare insieme mi ha infastidito molto. Volevo capire. Come può accadere! Così ho iniziato dall’inizio. E ho visto dove Dora e Luka mi portavano …

Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie?

Naturalmente. Ma questo non significa che siano autobiografiche. Io uso tutto quello che so e la mia esperienza. E ho sempre scritto qualcosa di cui volevo saperne di più.

Qual è o sono le tue scene preferite nel libro?

L’apertura del capitolo. O forse la scena all’asilo. Mi piacciono molto i bambini. E ‘difficile per me. E ‘come chiedere ad una madre quale è il suo figlio preferito …

Il primo capitolo presenta i protagonisti. Potresti dire al pubblico cosa succede?

Beh, preferisco di no. Vorrei che fosse il lettore completamente da solo a scoprirli. Voglio dire l’ho scritto. Ora tocca al lettore di scoprirli …

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Non posso dire che ci siano stati personaggi più o meno difficile da scrivere, perché essi stessi scrivono. Io sono proprio come un loro segretario. Uno molto sensibile e attento e devoto, pieno di comprensione e compassione e simpatia. Ma non sono io quella che decide su di loro. Loro mi parlano. Devo solo ascoltarli.

Il romanzo ha una struttura inusuale circolare. Perché?

Beh, non lo trovo insolito perché era l’unico modo per me di scrivere la storia. Dovete sapere che la storia e la sua struttura emerge insieme nella mia testa, non posso iniziare a scrivere prima di sapere esattamente come fare. E poi era la storia di Dora e Luka, tutto era secondario e importante solo perché aveva qualcosa a che fare con uno di loro. O di entrambi.

Puoi parlarci un po’ dei tuoi protagonisti, Luka e Dora?

La maggior parte delle persone amano Dora, ma pochi trovano Luka amabile. Per un verso posso capirli per un altro no. Ok, è debole e non può prendere una decisione. E allora? Noi non siamo macchine perfette, siamo noi. Ma è pieno d’amore, lui può dare e accettare, può vivere per amore non ne ha paura – quanti uomini del genere ci sono  lo sai? E poi è molto responsabile. Li amo entrambi, anche se mi fanno impazzire a volte. Ma ancora una volta sono parte di me e io non voglio non amare ogni parte di me.

È il romanticismo nel mondo contemporaneo è un’opportunità?

Per la salvezza, vuoi dire? (Sorride) Sì, può essere. Anche se direi che l’amore è ancora la più sicura via della felicità e della vita equilibrata. Prima di tutto, l’amore per te stesso. Ma ognuno può scegliere per lui stesso: il romanticismo, amore, passione … finché funziona e non fa male a nessuno.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Quando non sto insegnando scrivo di mattina. Mi piace fare tutto al mattino, io non sono un tipo notturno. Vado a letto presto. Quando scrivo ascolto musica, musica per lo più strumentale, jazz o classica. Ma a volte tengo acceso anche il mio televisore, per lo più muto. Tutto dipende da ciò che sto scrivendo e in che parte della storia o del processo sono. Mi capita spesso di fare pause, leggere le mie mail, controllare facebook e twitter. Oppure appena alzata cammino attraverso la casa. Molto spesso rimango seduta al mio tavolo, e guardo attraverso la finestra o verso la mia biblioteca. Adoro essere circondata da libri, a guardarli. Mi sembra che siano sempre lì per me. Ma per tutto questo tempo non ho mai lasciato la mia storia e i miei personaggi.

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Quando sono immersa nella scrittura, in attesa di vedere cosa succederà dopo. Quando il mio cervello è molto più veloce delle mie dita, e ciò mi rende emotivamente e fisicamente malata quindi devo smettere. Ma so che sta andando nel modo giusto. E’ una sensazione incredibile.

Quanto è importante un buon titolo?

Molto. Lo dico come autore e come lettore. Se non mi piace il titolo, io probabilmente non lo leggerò, per non parlare di comprare un libro. Deve dire qualcosa a proposito del libro senza rivelare nulla, credo. E ‘per creare un’immagine in mente ai lettori. Proprio come un coperchio. Ti fa prendere un libro tra tutti gli altri libri nel negozio.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Io scrivo racconti, ma solo perché per lungo tempo non ho avuto tempo per un romanzo. Ma non me ne pento, ora ho un sacco di buoni racconti e mi piace molto.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, quali attori vedresti nelle parti di Dora e Luka?

Oh, arrivassero! Per ora nessuna idea! Non che io non ci stia pensando. Ma nessuna Angelina Jolie, o  George Clooney, questo è sicuro. Vediamo quando ci arriveremo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ignacio Martínez de Pisón, “El tiempo de las mujeres”, in tedesco. Mi piace molto.

Sei femminista?

Cosa vuoi dire con questo? Non penso mai a categorie uomo / donna, non sono stata educata in questo modo, anche se mio padre era piuttosto conservatore. Ma aveva due figlie che voleva fossero forti e di successo. Così ho fatto quello che volevo fare, non pensando al mio sesso come a qualcosa che mi potesse limitare sul mio cammino.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Adoro presentare il mio libro e incontrare i suoi lettori, davvero. Non riesco a farlo abbastanza. E ciò che mi diverte di più è quando i lettori vogliono sapere se c’è un lieto fine oppure no. Essi vogliono essere rassicurati. Come se toccasse a me. Alcuni di loro non capiscono che la storia è loro e che sono autorizzati a fare quello che vogliono: tutto quello che sentono o vogliono è giusto.

Che consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

Se avete dubbi, cercate di non scrivere. Se dovete farlo allora vuol dire che siete scrittori e avrete successo ma forse ci vorrà del tempo. Quindi siate pazienti. E, molto importante, trovare un gruppo di scrittura, un gruppo di autori di fiducia in modo da poter scambiare i vostri pensieri.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Come ho già detto, mi piace il contatto con i miei lettori. Mi piace sapere cosa hanno da dire. E possono sempre contattarmi su facebook (http://www.facebook.com/pages/Natasa-Dragnic-Dora-Luka/128047293940782) o sul mio sito (www.natasa-dragnic.de) e scrivere una email. Ho sempre risposto non appena ho potuto.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

Non posso dire molto. E’ mia  intenzione scrivere una sorta di storia di famiglia, ma non proprio. Si svolgerà in Italia, Germania e Stati Uniti. Per saperne di più si dovrà aspettare (Sorride).

:: Recensione di La stanza del male di Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist

20 settembre 2011 by

la stanza del maleOmicidi brutali di ragazzini insanguinano la Svezia. Il commissario Jeanette Kihlberg e la psicologa Sofia Zetterlund indagano e a poco a poco si evidenziano i contorni di un serial killer. Un serial killer dalla personalità disturbata, vittima nell’infanzia di abusi e molestie e ora carnefice che scatena la sua follia prima su ragazzini provenienti dal terzo mondo e perciò di cui nessuno si interessa e poi su svedesi. Tutte le vittime vengono torturate allo stesso modo, ma nonostante questo legame la ricerca del mostro che ha saputo infliggere tanta sofferenza si presenta difficile o quasi impossibile perché i mostri hanno volti rassicuranti, si insinuano tra la gente come miti individui a volte neanche consapevoli del loro lato oscuro. Ecco in breve la trama di questo psicothriller scandinavo opera prima di una coppia di giovani scrittori Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist di cui sentiremo ancora parlare. A prima vista può apparire scontata: serial killer con infanzia abusata che si mette a uccidere inseguito da una coppia di ligi tutori dell’ordine pronti a tutto per fermarlo. Sullo sfondo la moderna e evoluta Svezia di oggi con i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ne La stanza del male prima di tutto abbiamo una coppia protagonista tutta al femminile la determinata e ruvida Jeanette Kihlberg e la psicologa Sofia Zetterlund e già questo dona alla trama un taglio originale poi abbiamo un singolare modo di descrivere il male nei suoi risvolti più duri e sgradevoli. Diciamolo subito è un thriller per palati forti. Non adatto a chi si impressiona facilmente. Ci sono torture di ragazzini e questa parte devo essere sincera mi ha leggermente angosciato. E’ un libro scritto bene intendiamoci, ben costruito, incredibilmente efficace, ma ti lascia un retrogusto amaro, un ulcerante senso di asfissia. Non è una lettura da fare con leggerezza, ha sicuramente qualcosa in più del classico romanzo di evasione. Un che di sadico, perverso, che fà sentire il lettore ben poco al sicuro. Il finale poi mi ha lasciato disorientata, mai avevo visto niente di simile e fidatevi ne ho letti parecchi di thriller e per lo più scandinavi. Non starò certo a svelarvelo ma sicuramente chi lo leggerà avvertirà il mio stesso sconcerto. Tipi interessanti Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist entrambi con alle spalle mille lavori e ora diventati scrittori con un’ aura che li circonda decisamente inquietante. So che molti nostri lettori amano le storie forti e qui certamente troveranno pane per i loro denti. Dalle notizie in rete e dai lanci di stampa La stanza del male edito in Italia da Corbaccio è descritto come un caso editoriale internazionale, con tirature eccezionali e diritti acquisiti dai più importanti editori europei. Aspetto i vostri commenti naturalmente.     

:: Maurizio De Giovanni vince il premio NebbiaGialla 2011

19 settembre 2011 by

Sono felice di annunciare che Maurizio De Giovanni con il romanzo Il giorno dei morti (Fandango) ha vinto la seconda edizione del premio NebbiaGialla 2011, vinta lo scorso anno da Eugenio Tornaghi con Il Debito dell’ingegnere (Todaro). La votazione dei giurati è stata schiacciante ben 31 voti. Al secondo posto con 9 voti la coppia LanteriLuini con Brüja (Todaro) . Al terzo posto con 5 voti Claudio Paglieri con La cacciatrice di teste ( Piemme ) De Giovanni ha ricevuto in premio un quadro dell’artista mantovana Caterina Borghi (foto). 

Dal sito MilanoNera web press

:: Recensione di L'osservatore di Franck Thilliez

16 settembre 2011 by

thilliez_l_osservatoreTutto ha inizio con il ritrovamento da parte di un collezionista di un vecchio film degli anni cinquanta la cui visione provoca nell’uomo un' improvvisa cecità. Lucie Henebelle una poliziotta sua amica chiamata dal collezionista inizia a indagare e scopre qualcosa di terribile. Il film contiene immagini raccapriccianti di inaudita violenza capaci di avere effetti devastanti e pericolosi su chiunque le guarda. Contemporaneamente l’ispettore Franck Sharko indaga su una serie di orribili delitti dopo che in un cantiere vengono ritrovati dei cadaveri privi di mani e di occhi. Le indagini finiscono per incrociarsi e i due poliziotti si incontrano per proseguire insieme, arrivando a scoprire un abisso di orrore che ricorda gli allucinanti esperimenti condotti nei campi di sterminio nazisti. Può la mente umana arrivare a tanto, sembrerebbe di sì e cosa più inquietante lo scrittore afferma nella recente intervista che ci ha concesso che la maggior parte delle informazioni fornite nel romanzo sono veritiere. Discuterei volentieri dell’argomento ma per evitare spoiler e per non togliere ai futuri lettori il gusto di scoprire le cose sfogliando le pagine mi limito a dire che quello che leggerete fà davvero paura. Fà paura pensare che siamo spesso indifesi e ignari dei pericoli che si celano nelle cose più banali e consuete, fosse anche solo la visione di un film visto comodamente seduti nel salotto di casa nostra. Gli occhi sono una porta aperta, ricordiamolo, tutto può entrare e non sempre siamo consapevoli e coscienti di quello che vediamo. Ricordo che mi aveva colpito la notizia che non so più quando forse negli anni 50 mettevano nei film immagini subliminali di panini e coca cola e la gente si alzava affamata e andava a mangiare. Lo stesso capita negli spot pubblicitari o addirittura nei cartoni animati per bambini. C’è di che riflettere, c’è anche di che arrabbiarsi per la mancanza di morale e di etica di certi scienziati che giocano un po’ troppo con la psiche umana. Frank Thilliez con la sua consueta capacità di vedere il buio, di sondare i meccanismi che generano l’orrore ci porta per mano in una storia cupa, angosciante, al limite dell’ ossessivo, del patologico. Se vi piacciono i libri di Jean-Christophe Grangé e penso soprattutto a L’impero dei lupi, e di Stephen King  vi troverete sicuramente in ottima compagnia. Notizia ghiotta l’autore proprio adesso sta scrivendo una nuova avventura con Lucie Henebelle e Franck Sharko.       

:: Segnalazione di Città Contro di Alessandro Bastasi Eclissi Editrice

15 settembre 2011 by

bastasiIn uscita a fine settembre

Solo il rumore dei nostri passi, qualche parlottio isolato, gruppetti di tre, quattro uomini accucciati sui talloni tra una roulotte e una baracca. Al chiarore fioco che filtra da sotto una porta intravedo qualcosa che assomiglia a delle spranghe di ferro. Non tutti saranno ragionevoli come Khalid, penso.
 
Un campo di immigrati, gestito da un’organizzazione religiosa sospettata di favorire il reato di clandestinità, è oggetto delle mire di imprenditori senza scrupoli, di racket criminali e di torbidi interessi politici. La popolazione è inquieta. Ha paura di ciò che non capisce, di ciò che non sa, di ciò che è diverso: il colore della pelle, la lingua, le abitudini, le storie, la religione. In questo scenario si consuma un duplice delitto. L’intolleranza, a lungo repressa, esplode. I nuovi arrivati diventano una minaccia da allontanare subito, prima che sia troppo tardi. La città si divide, una conflittualità latente si insinua tra gli stessi immigrati. Persino tra la procura e la polizia giudiziaria cresce l’erba maligna della contrapposizione ideologica. 
Attorno ai due delitti si intrecciano rapporti umani e sentimenti, destini già scritti e scelte di vita, tanti misteri, piccole storie, come la vicenda drammatica di Modibo, l’africano del Mali col volto devastato dal fuoco. 
Con il sostituto procuratore collabora Alberto Sartini, il protagonista del romanzo "La gabbia criminale", che nel campo dei migranti insegna la lingua italiana. 
Alberto, nato “alla fine della prima metà del secolo scorso”, non riesce più a riconoscersi in una società nella quale i valori in cui ha sempre creduto non hanno più cittadinanza. Sarà proprio l'incontro con i nuovi “dannati della terra” a dargli la spinta necessaria per superare un difficile momento della sua vita.
 
L'auore: Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. E stato attore e autore di articoli teatrali per varie riviste del settore. Nel 1994 ha scritto il saggio I mezzi di comunicazione di massa: antitrust e pluralismo.
Ha pubblicato due romanzi: La fossa comune (2008) e La gabbia criminale (2010, Eclissi Editrice).
Suoi racconti sono presenti in antologie e siti letterari.
Attualmente vive a Milano ed è amministratore delegato di una società del settore IT.

:: Recensione di Qualcosa di simile di Francesca Scotti a cura di Stefano Di Marino

14 settembre 2011 by

francesca scotti“Il filo spinato non era stato messo per proteggere la torta da me. Ma viceversa”.
Mi conoscete. Sapete ciò che leggo – di solito – e ciò che scrivo. Ma credo sappiate anche che da anni predico la ricerca del nuovo di ciò che solo in apparenza può sembrare lontano e in vece (permettetemi il gioco di parole) mi suggerisce qualcosa di simile, a me. E tra le pagine di questo delizioso libro diviso in racconti solo numerati perché anche se autoconclusivi, seguono un filo, ho trovato più d’un motivo d’interesse. Francesca Scotti. Che altro dire? Mi regala il suo libro di fronte a un piatto di sushi, muovendo occhi e dita con una grazia tutta giapponese che non è casuale. Musicista, esperta di vita e cultura giapponese, una passione per la preparazione del cibo. Ora, spesso mi capita di leggere testi femminili. Non ho niente contro le donne, ci mancherebbe. Ma la narrativa ‘ femminista’ per partito preso, quella che s’avventa sul maschio, piena di rancore, sconforto e tutta una serie di passioni più o meno autodistruttive non mi piace. E invece qui no. Fate uno sforzo, miei cari amici, per una volta regalatevi un libro dove non ci sono botti e spari. Un libro ‘ deliziosamente’ femminile, carico di quel “wa” che in giapponese significa armonia e ti apre un orizzonte. La scrittura è piena, fluisce senza difficoltà, né pretese letterarie. Non ha bisogno di pretese, Francesca, perché la sua pagina semplicemente ‘è’. Racconti brevi, a volte malinconici, curati nel dettaglio, ricchi di sfaccettature psicologiche che, improvvisamente, possono rivelare terrificanti crudeltà. Mi vengono alla memoria i romanzi di Murakami Ryo (Tokyo Soup, Audition), i film di Miike ma anche qualcosa di Kim Ki Duk (Bad Guy e L’Isola) mescolati assieme a uno straordinario arazzo di suggestioni questa volta occidentali. Passione per la musica, il pattinaggio, e, lo ripeto, la cucina praticata come un’arte mortale. Non racconti di genere, ma che flirtano con il mio mondo immaginario. Io non sono un critico ‘letterario’, non faccio parte del ‘salotto buono’. Ma la mia strada non è fatta solo di polvere e deserti. O forse sì. Ma tra le mesas, a volte, crescono piccoli fiori. Sono bellissimi.
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:: Recensione di Gli ingredienti segreti dell’amore di Nicolas Barreau a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2011 by

Nicolas-Barreau.ingredienti-segreti-dellamoreL’anno scorso, a novembre, un libro mi ha salvato la vita. Una cosa alquanto improbabile, lo so. Alcuni potrebbero considerarla un’affermazione esagerata, perfino melodrammatica. Eppure è la verità.

Oggi voglio parlarvi di un libro delizioso che mi è arrivato in un giorno di pioggia, in una bella scatola chiusa da un nastrino a quadrettini bianchi e rossi. Al suo interno oltre al libro c’era un cucchiaio e un forchettone di legno ed è bastato questo per mettermi allegria, per farmi capire che era un libro speciale, un piccolo cadeau che ogni tanto la vita ti riserva.

Quando l’ ho scartato poi è finito tra gli altri, per attirare la mia attenzione, discretamente ma con ostinazione, ieri. Certi libri giungono al momento giusto, ti risollevano la giornata, ti portano una ventata di joye de vivre, di frizzante leggerezza come quella che ti dà una coppa di champagne.

I francesi hanno poi un non so che di speciale quando celebrano la vita e l’amore e francese è il giovane Nicolas Barreau autore di Gli ingredienti segreti dell’amore edito da Feltrinelli.

Parigi poi è lo scenario perfetto per una tenera e delicata storia d’amore, di quelle tranquille storie senza drammatici colpi di scena che però fanno bene al cuore e ti fanno sentire romantica anche se non avevi mai sospettato di esserlo.

Parigi, novembre. Aurelie Bredin ha da poco perso il padre e ora si trova da sola a gestire un piccolo ristorante dal nome promettente: Le Temps des cerises, un piccolo locale con le tovaglie a quadri bianchi e rossi in rue Princesse, a due passi da boulevard Saint-Germain, là dove pulsa il cuore di Parigi. Non immagina che un giorno un uomo passando davanti al suo ristorante l’abbia vista e sia innamorato del suo sorriso tanto da scrivere un romanzo in cui lei e il suo ristorante ne diventano i protagonisti. I casi della vita a volte sono bizzarri e non sempre le coincidenze esistono davvero.

Così accade che un giorno di quel piovoso novembre Aurelie appena abbandonata dal suo fidanzato, vaghi per Parigi e si rifugi in una libreria. Un libro attira la sua attenzione, un romanzo intitolato Il sorriso delle donne scritto da un misterioso autore inglese. Piccolo e buffo miracolo è proprio il libro in cui la protagonista Sophie sembra uscita da uno specchio in cui è lei a guardarsi e il suo ristorante compare citato. Aurelie non riesce a crederci, di colpo la tristezza scompare e ritrova la fiducia nell’esistenza dell’amore. Il minimo che può fare è ringraziare l’autore e così scrive una lunga lettera in cui invita Robert Miller nel suo ristorante e la consegna alla casa editrice.

Ma qualcosa non va, il giovane editor Andrè Chabanais la intercetta e fa di tutto per questo incontro non debba avvenire mai. Perché si comporta così? Che cosa nasconde? Il suo piccolo segreto innescherà una girandola di equivoci e divertenti malintesi fino al romantico finale che solo Parigi può rendere possibile. Gli ingredienti segreti dell’amore, (Das Lacheln der frauen) tradotto dal tedesco da Monica Pesetti, in Germania un vero caso editoriale che grazie al passaparola dei lettori ha già avuto 5 ristampe in soli 6 mesi dalla pubblicazione, racchiude in se una musica, una colonna sonora, in sottofondo non si può non sentire l’allegra musica di La fée clochette.

Ciò che ho amato e forse mi ha divertito di più è vedere lo sguardo che l’autore ha sul mondo dell’editoria, le sue fiere, i suoi reading, i suoi editors eccentrici e fantasiosi capaci di giocare con il mondo delle parole e con l’illusione e poi c’è letteratura, amore, e buona cucina il segreto della felicità.

Tutti i personaggi sono all’altezza, non ce ne è uno che stoni o che strida, tutti anche i minori dall’amica del cuore Bernadette, al libraio che sembra Chagall, all’eccentrica Liz, al cuoco dal cuore d’oro Jacquie, dall’editore Monsignac, alla madre di Andrè e alle vecchie zitelle, alla severa Micelle Auteuil, ad Adam Goldberg e a suo fratello Sam, fino a Silvestro che appare in brevissime scene ma il suo ruolo avrà una certa importanza nella ridda di sotterfugi e inganni perché: “per far girare la fortuna nel verso giusto a volte bisogna darle una spintarella”.

Una parola merita il famoso Menu d’amour, con cui il padre di Aurelie sosteneva, parecchia anni prima di aver conquistato l’amore di sua madre, e alla fine del libro potrete leggerne le ricette.

A questo si aggiunge una simpatica iniziativa della casa editrice a cui le lettrici potranno inviare le loro ricette segrete a questo indirizzo menudellamore@feltrinelli.it, le migliori compariranno in un ebook scaricabile gratuitamente da www.menudellamore.feltrinelli.it sito web dedicato al romanzo.

A breve Gli ingredienti segreti dell’amore diventerà un film, io non ho potuto non immaginarmi Aurelie Bredin che con il volto e lo charme tutto francese della bionda Julie Delpy e Andrè con il volto di Romain Duris. Non resta che aspettare.

Nicolas Barreau è nato a Parigi nel 1980 da madre tedesca e padre francese, motivo per cui è perfettamente bilingue. Ha studiato Lingue e letterature romanze alla Sorbonne, ha lavorato in una piccola libreria sulla Rive Gauche e infine ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Ha una passione per i ristoranti e la cucina, crede nel destino, è molto timido e riservato e non ama mostrarsi in pubblico, proprio come il misterioso scrittore descritto in Gli ingredienti segreti dell’amore (Feltrinelli, 2011; audiolibro Emons Feltrinelli, 2013). I suoi tre romanzi, tutti pubblicati da un piccolo editore tedesco che non ha potuto permettersi di lanciarli con una massiccia campagna promozionale, hanno ottenuto un ottimo successo che, anno dopo anno, è cresciuto grazie al passaparola dei lettori. Gli ingredienti segreti dell’amore è un bestseller internazionale. Feltrinelli ha pubblicato anche Con te fino alla fine del mondo (2012) e Una sera a Parigi (2013).

:: Recensione di Il tribunale delle anime di Donato Carrisi (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2011 by

Il tribunale delle anime“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a  difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.

In una Roma sferzata dalla pioggia, inquietante e misteriosa, fatta di luci e di ombre come un dipinto di Caravaggio, un enigmatico personaggio si aggira per mausolei e chiese con un compito terribile: seguire le tracce, le anomalie presenti nelle pieghe più nascoste del male.
Marcus è un cacciatore del buio, un iniziato, un uomo che non esiste, e quel che peggio non ricorda niente del suo passato, se non un incubo ricorrente che lo accompagna ogni notte in cui muore e con lui muore la persona più importante della sua vita, il suo mentore, il suo maestro. Solo una cicatrice sulla tempia testimonia quel drammatico interrompersi della vita conosciuta. Un grido, degli spari, uno specchio che si infrange in mille schegge. L’orrore.
Ora è passato un anno da quei tragici fatti, ha una nuova guida, Clemente, un uomo dagli occhi buoni, un uomo che incarna il bene in ogni sua forma e gli presenta un caso da risolvere, gli mostra un dossier in un antico caffè vicino a piazza Navona.
Una ragazza è scomparsa. Allontanamento volontario dicono le autorità lavandosene le mani. Ma una serie di anomalie rendono il caso speciale: la ragazza è scomparsa nel cuore della notte dal suo appartamento. Svanita nel nulla e qualcosa non torna. La porta è chiusa dall’interno, alcuni effetti personali mancano.
A Clemente e Marcus basta un sopralluogo per capire che la ragazza è stata rapita.
Inizia la caccia, è una questione di tempo, solo Marcus può trovarla, solo lui ha il dono di vedere nel buio, di vedere cose che la gente comune, la polizia, non può vedere, che nessuno può vedere.
Poi si inseriscono altri personaggi, un serial killer con tatuato sul petto la parola “uccidimi”, una foto rilevatrice della Scientifica di Milano, Sandra, che indaga sulla morte del marito, caso che presenta mille discrepanze, un agente dell’Interpol sulle tracce di una misteriosa organizzazione che non dovrebbe in realtà più esistere, un poliziotto in pensione cieco, con sulla coscienza una colpa che porterà altra morte, altro buio. In un intricatissimo susseguirsi di eventi tra passato e presente  si dipana una storia al limite dell’incredibile ma che se si fa fede all’autore presenta dati reali, la Penitenzieria esiste, la ragazza nello specchio è veramente esistita, un serial killer trasformista tra Ottocento e Novecento è veramente esistito.
Troppe coincidenze, troppe anomalie direbbe Marcus.
Premetto di non aver letto Il suggeritore, colpa grave lo so ma è un libro che per una ragione per l’altra mi è sempre sfuggito, per me Carrisi è una novità assoluta, mi sono avvicinata al libro senza aspettative, senza chiedermi sarà in grado di mantenere le premesse, di sopravvivere ad un successo che a volte ha il potere di rimanere un termine di paragone ingombrante per le opere successive.
Per me Carrisi nasce con Il tribunale delle anime e se mai leggerà questa recensione avrà l’insolita sensazione di considerare le opinioni di qualcuno che vede in quest’opera il suo debutto.
La prima parola che mi viene in mente è inquietante, Il tribunale delle anime è un libro che mette inquietudine, ci si interroga sì sulla vendetta e sul perdono, sulla colpa e sul meccanismo che ha fatto sì che ogni peccato, ogni crimine, meriti un giudizio, una sentenza già in questo mondo, non delegando tutto solo all’aldilà.
L’inferno è qui, è ora dice un personaggio, e in questa frase credo vada vista la chiave di lettura di questo libro.
E’ un thriller, sì, non ci sono componenti esoteriche, o soprannaturali, ma non ostante, il rigoroso realismo, molti interrogativi prendono vita. La mente umana ha davvero delle capacità e una profondità che sarà difficile sondare. Il caso della ragazza messicana che si “nutre” delle persone che ha intorno e le metabolizza come un fungo parassitario non mancherà di far correre qualche brivido sulla schiena anche dei più razionali.
Poi c’è Roma, la città eterna, con le sue vie, i suoi caffè, le sue chiese millenarie, quasi un personaggio altrettanto importante quanto i protagonisti in carne e sangue, oscura, e insolita, con una maledizione che l’avvolge e rende credibile lo scontro tra bene e male, in cui sfugge molto spesso chi sia dei due a prevalere.
Niente è come appare in questo romanzo e il finale avrà la capacità di ribaltare tutte le vostre certezze.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombreL’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.

:: Intervista a Cinzia Mastropaolo

8 settembre 2011 by

1046Grazie Cinzia di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Come devo chiamarti, Cinzia, Osvalda, Pow –how?

Cinzia, grazie. Mi farei chiamare volentieri  madame De pauau immaginandomi in un’altra epoca…Seguendo un ordine cronologico: Cinzia è il nome di battesimo, Pow-how è il soprannome da quando sono ragazzina (l’indianino dei fumetti con la piuma in testa e il culetto da fuori), Osvalda  de Pauau lo pseudonimo usato per pubblicare il mio libro “disobbedire al clan” (un’indiana con le frecce e la coda). Mi diverto molto a giocare con questi 3 personaggi.

Parlami della tua infanzia, dei tuoi studi, dei tuoi pregi e dei tuoi difetti. 

La mia infanzia è stata una tragedia consumata però in un paesaggio idilliaco. Sono nata a Campobasso, da padre molisano e madre romana. Mio nonno materno era abruzzese, più precisamente dei monti marsicani, di Rovere (Robur Marsorum). Così anche l’Abruzzo ha messo uno zampillo di sangue nel mio piccolo triangolo sudista. Mi viene “facile” dire di me che sono una persona che non ha avuto una vita “facile” e continua retta per questa strada. I miei genitori sono morti quando ero una ragazzina e non posso non confermare che un orfano è sempre una persona che non ha avuto una vita facile. Però il contorno era un paesaggio idilliaco fatto di montagne selvagge, città di provincia, nonni amatissimi, amici cari. Un po’ come ora insomma. Dopo la maturità classica mi sono trasferita a Roma. Mi sono iscritta a lettere moderne ma a metà corso mi sono sposata e mi sono trasferita in montagna dove ho aperto un cocktail bar. Poi sono nati i figli e sono rientrata a Roma. In seguito la moda, svariati altri lavori…e poi la pittura, la scrittura. E’ stato un percorso che è maturato all’interno di me un po’ alla volta, anche se disegno e scrivo da sempre, cioè da quando sono bambina. A Campobasso frequentavo “il clan dei ragazzi” di cui mio padre era un cofondatore: era un appartamento  e un’associazione autogestita dove ci riunivamo noi ragazzi e bambini a seguire corsi di disegno, recitazione e canto. Seguivano a questa attività, allestimenti di spettacoli al teatro Ariston di Campobasso, interviste, mostre. Quindi era un’attività che da ludica si trasformava in altamente formativa. Per quegli anni e in una città di provincia era un esperimento assolutamente rivoluzionario, che ha creato alcune premesse e ha stuzzicato la mia creatività. Anche “il clan dei ragazzi” fa parte del paesaggio idilliaco in cui si è svolta la mia drammatica esistenza di allora. Ho sempre avuto un carattere piuttosto volitivo, ma posso asserire con estrema sincerità che Osvalda ha solo moltissimi pregi: è una persona assolutamente affidabile che ritiene l’amicizia il fondamento di tutti i rapporti umani, compresi quelli familiari e filiari. E’ autentica e libertaria. Sincera e schietta. Ma molto esigente, carica di energia che non tutti ben sopportano, donna d’azione, decide con estrema apparente velocità su cose importanti della vita e molti restano sbigottiti solamente perché pur essendo una chiacchierona e una persona molto comunicativa, spessissimo non racconta quello che la tormenta nel fondo del suo cuore o che la preoccupa perché non ama lamentarsi.

Moda, cinema, letteratura, pittura, in che campo ti esprimi meglio artisticamente e umanamente?

Moda, letteratura, pittura. Un’altra passione è la ristrutturazione di immobili e l’arredamento. In realtà credo che tutto, compresa anche la fotografia che amo molto, faccia da substrato al mio senso estetico dell’esistenza, nell’accezione filosofica del termine. Di certo la pittura però è la condizione a me più naturale, quella che mi consente la libertà maggiore di cui non riesco a fare a meno. Al cinema non mi sono mai avvicinata sinceramente e il cinema è collocato in un eremo a parte, su un trono da cui si sprigiona una grande magia  che mi lascia a bocca aperta e a  cui faccio molte riverenze.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Scrivo da sempre, ma non ho mi avuto un ordine mentale idoneo a fare della scrittura il mio unico interesse. Ho incominciato comunque dalla disobbedienza anche da ragazzina, con un diario che intitolava così:“questo non è un diario per un padre”. Poi nei vari traslochi che hanno accompagnato la mia vita era andato perso, e quando è riemerso, adulta ormai, l’ho riletto e strappato . In realtà non aveva alcun valore letterario, era invece un esercizio interiore.

Parlami di una giornata dedicata alla scrittura

Tutto il giorno e anche parte della notte al computer, spesso con musica di fondo, qualcosa da bere. Quando fumavo, sigarette. In realtà scrivo anche a penna. Ho svariati quaderni e quadernoni sparsi per casa. Alcuni hanno delle fodere coloratissime e di stoffa. Uno fucsia è sempre sul mio comodino. Al mare fuori stagione, quando vado da sola, leggo molto, e ho sempre un piccolo blocco con me che uso sia per scrivere che per fare schizzi. In realtà guardare il mare in giornate non troppo affollate né troppo calde mi libera molto la mente soprattutto per la scrittura. Come dire che il vento leggero attraversa la mente oltre che i capelli.
 
Parlami di Roma, descrivimela nell’ora del giorno in cui la luce è più calda, e più suggestiva.

Ama Roma AmaroAmaro-ama-ro-amarò-ah-maro…! Mar
Aro-ma-ama-ro. Ama roma ora. Per sempre. La città eterna.”
Sensazioni doppie, contrastanti, sovrapposte. Ammirazione. Percezione netta di un peso che arriva da un lontanissimo passato pregno di memoria. Frequento Roma da quando sono nata. Mia madre era romana e mia nonna materna era una romana d.o.c. da 7 generazioni, ma mia madre non esitò un attimo ad andarsene da Roma quando conobbe mio padre in Austria. Non so…Roma me la ricordo da bambina quando mi stupiva con le sue tante donne folli coi capelli tinti e stinti assieme, con la sua tolleranza e anche la sua non curanza quindi, con l’immensa solitudine che mi ha sempre suggerito tutto ciò. Ma piazza Navona al mattino col cielo terso e azzurro mozzafiato, deserta all’alba, o Roma  in taxi al risveglio, coi finestrini spalancati, mirando e rimirando il Colosseo, le  Terme di Caracalla, i colori oro che riesce a sprigionare…beh, che dire…forse è davvero la più bella città del mondo.
 
Disobbedire al clan non è una storia di mafia. Parla di una donna, moderna, volitiva, in cerca di indipendenza. Delineaci un ritratto della protagonista. Un po’ ti somiglia?

Disobbedire al clan è la storia di Osvalda che si libra nell’aria, libera da vincoli claneschi che non le si addicono né per storia personale né per educazione e mentalità. Osvalda si è ritrovata in un groviglio da cui si è voluta districare e liberare. Mi somiglia moltissimo. Ho disegnato la copertina del libro, la Osvalda appunto: è riccia, sorride distante, con la sua coda che non si fa acchiappare. Come ho scritto nel catalogo che ho realizzato delle Osvalde “è una donna contemporanea, informale, che sorride alla vita e che leggera, ironica e libera vola verso orizzonti più ampi ogni qual volta la vita e gli avvenimenti, gli accidenti e le vicissitudini la vorrebbero invece immobile e prigioniera dei dolori, dei capricci, degli intoppi, di tutto quanto insomma la vita riserva a tutti noi essere umani”

Quale è la scena più emblematica del racconto, quella che è stata più impegnativa da scrivere? 

La parte più impegnativa da scrivere è stata il prologo, ma quella più emblematica forse è “terzo giorno di vacanza” perché  trovo che lì ci sia un sunto tra la descrizione della situazione, la reazione che sortisce da lì e l’ironia che sfiora quasi il sarcasmo…quasi un pezzo da teatro.

Disobbedire al clan avrà un seguito?

Così dovrebbe essere. Ho scritto “Osvalda si guarda allo specchio” e ho iniziato “Osvalda detective”,  ma non ho avuto molto tempo e scrivere obbliga ad una solitudine ed una concentrazione categorica, almeno per me.

Sei femminista?

Sì, sono per la parità dei diritti, ma non per l’acquisizione dei diritti degli uomini, che spesso non sono né belli, né democratici.

Credi nella solidarietà femminile?

Assolutamente sì e non sopporto chi non mostra solidarietà. Ho perso amici per questo motivo.

Parlando di libri, tema caro al nostro blog, quali sono quelli che ti hanno accompagnato nell’adolescenza e ora nell’età adulta. Ce ne è uno che avresti voluto scrivere tu?

Sono cresciuta con Pavese, Cassola, Sartre, Thomas Mann, Musil. Ora faccio letture più disordinate. Tra gli autori che ho letto di più: Mc Ewan, Jonathan Franzen, Javier  Marias, Arthur Schntizler, James Hillman, e tra i libri che ho amato di più in questi anni c’è “Acqua Di Mare”  di Charles Simmons e “l’enigma dei tre omini” di John Franklin Bardin. Certo, mi sarebbe piaciuto moltissimo scrivere uno di questi due libri. Li trovo entrambi sbalorditivi, se pur in modo del tutto differente. 

Dove tieni i tuoi libri? Hai una stanza che svolge il ruolo di biblioteca o hai pile di libri sparsi per casa? 

Ho più librerie sparse per casa e pile di libri ovunque, ahimè!

Cosa ne pensi degli ebook, sostituiranno mai i libri cartacei?

Mai letto un ebook! Osvalda non ama molto il computer, la snerva. Ti dico solo che per scrivere questa intervista ho fumato una sigaretta, accidenti!!! Il computer mi fa fumare. E stampo spesso le cose. Amo la carta, non c’è niente da fare e credo che molti siano come me, quindi non temo un’epoca senza carta. Inoltre amo anche strapazzare i libri, fargli le orecchie, sottolinearli, sporcarli un po’ e impolverarli.

Il libro più romantico che hai letto. E quello che ti ha fatto più paura.

Uhhhh…di libri romantici, per quanto mi sforzi, non ne ricordo nemmeno uno. Arthur Schnitzler è un autore che trovo romantico, oppure Winfred Watson. Un’autrice che mi ha impressionato molto per la sua crudezza e che quasi mi ha spaventata era Agota Kristof

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

A dire il vero non ne seguo e se proprio devo essere totalmente sincera non seguo neanche quelli di arte. Faccio un mea culpa, ma se mi mettessi anche a seguire i siti e i blog non so quando avrei il tempo poi, davvero, di scrivere e dipingere e di fare tutte le altre numerose e innumerabili cose che faccio. Seguo qualcosa su facebook, compresa la tua pagina, una pagina di poesia, qualche amico scrittore e qualche amico artista o critico d’arte.

Scrivi un diario? E’ un’abitudine magari coltivata fin da ragazzina o non l’hai mai fatto?

 Sì, come ho già detto prima, avevo un diario da ragazzina e ora da adulta ho vari diari sparsi per  tutti gli svariati luoghi che frequento e un po’ abito, comprese le mie borse.

Vai a teatro, magari da sola o in compagnia con le amiche? Quale è l’opera teatrale che ami di più?

Amo il teatro moltissimo, ma non ci vado mai. Roma è quasi impossibile sotto questo profilo, nel senso che è complicatissimo organizzare qualsiasi cosa e andare a teatro o al cinema da sola ho scoperto che è proprio una cosa che non mi piace fare.

Nel panorama letterario, c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito?

No, nel senso che nel mio profondo caos non seguo molto, non sono aggiornata insomma. A Roma ho una piccola libreria di fiducia a Campo de’ Fiori dove Angelo, che lavora lì,  si incontra molto sottilmente con i miei gusti letterari e mi faccio spesso suggerire da lui delle letture, ma sono sempre autori che escono un po’ dalla mischia, né io mi informo troppo su di loro. Lì però una volta ho comprato un libro di un esordiente (che credo poi sia anche diventato famoso), perché c’era il papà che consigliava il libro ad una sua amica…e poi ho scoperto che il libro, che era un giallo, era ambientato a Rovere, il mio paese di adozione. E’ stata una buffa coincidenza.

Parlaci della tua relazione con i lettori. Come possono entrare in contatto con te?
 
Ho un piccolo pubblico di lettori che mi hanno apprezzata e questo mi dà una piccola grande soddisfazione ed è un piccolo pubblico molto tenace e davvero affettuoso, schietto e sincero, insomma verace come in fondo piace a me siano la vita e i rapporti tra gli esseri umani. I miei lettori se vogliono possono contattarmi tramite il mio sito www.cinziamastropaolo.com e scrivermi. Sarà un piacere per me rispondere!

Infine ringraziandoti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere qualcosa dei tuoi progetti per il futuro. Attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo?

Ho provato a scrivere nei ritagli di tempo, ma questo è assolutamente controproducente e improduttivo. Per scrivere devo tagliare col mondo, isolarmi da tutto e solo scrivere, scrivere e leggere. Ecco, è da molto tempo che non riesco più a fare questo. Quindi ci sono stralci di scritti sparsi, come i miei appunti su comodini e in borse da passeggio. In particolare c’è “Osvalda detective” che mi attende impaziente: era iniziato in un modo così surreale che merita di essere continuato! Grazie Giulia per questa intervista, mi è piaciuta molto e trovo di grande stimolo interviste di questo genere. E’ un’epoca dove bisogna saper posare gli sguardi nei punti e sulle persone giuste e tu mi hai dato da sempre una bella impressione!

:: Intervista con Matteo Strukul

6 settembre 2011 by

milaBenvenuto Matteo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Frase di rito anche se sei di casa su Liberidiscrivere. Potrei iniziare con  un’ intervista tradizionale, chiedendoti, chi sei, cosa fai, che studi hai fatto, dove sei nato e invece per spiazzarti un po’, a patto che tu sia “spiazzabile” ti chiedo: ma ne è valsa la pena?

Ciao Giulietta, grazie a Liberidiscrivere per lo spazio, e´un bell’onore considerato quanto popolare e’ il tuo blog fra gli aficionados di noir e crime in genere. Per rispondere alla tua domanda: certo che si’. E’ valsa la pena ordinare ieri il gulasch con la paprika e l’insalata di patate esatto, del resto qui a Friedrichshain nel quartiere beatnik di Berlino lo fanno veramente da Dio il gulasch eh eh. A parte gli scherzi, direi di si’, se ti riferisci al romanzo. Direi che e’ valsa la pena cominciare la saga di Mila, un personaggio che mi prendeva a calci la testa per venir fuori. E non ci fermeremo qui.

Diviso tra Padova e Berlino. Un cittadino del mondo si direbbe. Parlami di queste due città con la passione di un innamorato.

Be’ Padova e’ la citta’ in cui sono nato. Amo la Cappella degli Scrovegni, Giotto, il Palazzo della Ragione, il Prato della Valle, una citta’ cosi’ piena di tesori artistici che non puoi non adorarla.
Pero’ e’ anche una citta’ spaccata a meta’ fra destra e sinistra, fra ricchi e nuovi poveri, e’ una citta’ piena di contrasti e contraddizioni forti, che nel bene e nel male la rendono viva.
Berlino e’ oggi la capitale culturale d’ Europa. Oltre 800 gallerie d’ arte, cinema, teatri, studi di pittori, scultori, fotografi. Locali di ogni tipo e poi tutto il cinema tedesco, e non solo, vive qui. Buddy Giovinazzo, per dire, autore crime americano di successo e regista, vive a un paio di fermate di metro da casa mia. Christoph Waltz – l’ufficiale nazi di Unglorious Bastards – sta a Charlottenburg dove vive anche Francesco Ferracin che ha pubblicato per Fanucci “Una vasca di troppo” ed è produttore cinematografico. Come fai a non edivertirti? E poi c’e’ la Porta di Brandeburgo, l’Unter den Linden, i Berliner Philarmoniker, e viverci non costa nulla. Eta’ media 28 anni, io qui, che ne ho 37, sono un Matusa e se sei un avvocato sei il vero alternativo visto che c’ e’ una concentrazione d’ artisti impressionante. Ci sono tutte le cucine etniche del mondo e una marea di locali per tutti i gusti. Insomma io qui sto come un bambino in un negozio di caramelle.

Critico musicale per diversi quotidiani e svariate riviste musicali, non che autore di due saggi musicali entrambi editi da Meridiano Zero, Il cavaliere elettrico. Viaggio romantico nella musica di Massimo Bubola e Nessuna resa mai. La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero. Parlando di musica, cosa deve scattare, che scintilla deve accendersi per entrare in sintonia con un pezzo musicale? E’ già successo che musica e parole entrassero in simbiosi perfetta?

Mah, alla fin fine qualcuno ha detto che scrivere di musica è come danzare di architettura. Sono in parte d’accordo. La critica musicale serve nella misura in cui riesce a far luce su autori magari meno mainstream, ingiustamente lasciati da parte o magari è utile se può aiutarti a comprendere un genere, una scena musicale, un artista facendone emergere lati nascosti della personalità. Per questo credo nella lezione della critica americana e di Massimo Cotto. Se fai libri su autori fa in modo che siano libri-intervista o che siano comunque basati su lunghe interviste. Solo così quello che dirai sarà credibile e sincero. Perchè quella che ne uscirà sarà la voce del vero protagonista che è l’artista, non già il critico. In Italia troppo spesso è avvenuto il contrario. Per quel che riguarda la scintilla credo che sia diversa per ciascuno di noi: per quanto mi riguarda le canzoni che più amo e per le quali trovo esista splendida armonia – fra musica, parole, suono – sono quelle di Willy De Ville, un grandissimo artista drammaticamente scomparso nel 2009 a nemmeno sessant’anni. “Demasiado Corazon” e “Spanish Stroll” sono due capolavori, ma tutta la sua produzione è straordinaria. Anzi, consiglio di ascoltarlo a tutte le lettrici e i lettori di Liberidiscrivere. Soul, blues, rock, latin e tutto in una stessa miscela musicale. Grande Willy.

A proposito di Meridiano Zero un uccellino mi ha detto che a gennaio lascerai il ponte di comando dell’Ufficio Stampa di Meridiano e curerai le relazioni pubbliche per un altro editore piccolo ma molto aggressivo. Che fai confermi, smentisci? Ti trinceri dietro un diplomatico no comment? Bada bene che siamo molto curiosi.

Nessun problema, ne parlo volentieri. Il nuovo editore con cui lavorerò è una delle case editrici più importanti a livello italiano per il fumetto, parlo di BD. I ragazzi hanno pubblicato opere di Joe Lansdale, Warren Ellis, Alan Moore fra gli altri. Hanno un catalogo da paura. A Meridiano Zero dopo quattro anni sentivo di voler cambiare. Così quando con Marco Schiavone ci siamo incontrati per parlare di un progetto che avviasse sotto la galassia BD (che ha anche i Manga di Jpop) un nuovo marchio editoriale interamente dedicato al crime novel l’entusiasmo mi ha avvolto come miele. E poi Marco ha gusti molto vicini ai miei e mi ha fatto una proposta che non potevo rifiutare. Perciò da gennaio partiamo con un progetto che metterà sul mercato alcuni dei migliori romanzi pop in circolazione. L’idea è di partire dal noir come tavolozza per mescolare il nero con altri colori: quelli del pulp, dell’horror, del gore, insomma vogliamo qualcosa di vivace e scintillante, in grado di portare un po’ di rock’n’roll nel mercato editoriale italiano. Io sono un inguaribile hippy prestato al mainstream: voglio vernice e dondolii lisergici baby!

A Meridiano Zero vi occupavate dei maggiori scrittori noir in circolazione. Fammi un elenco delle opere di culto che non dovrebbero mancare nella libreria di un appassionato di noir e per ogni libro associaci un pezzo musicale.

OK parto da quello che secondo me è il più grande talento pulp noir degli ultimi anni. Dico Victor Gischler (La gabbia delle scimmie) e ci abbino Paradise City dei Guns. Poi Don Winslow – Il potere del cane (Whola lotta love degli Zep). Massimo Carlotto – Arrivederci amore ciao (Rimini di Bubola-De Andrè). Bad City Blues di Tim Willocks (Light my Fire dei Doors). Joe R. Lansdale – Il lato oscuro dell’anima (Simpathy for the Devil – Rolling Stones). David Peace – 1974 (Paranoid – Black Sabbath). Allan Guthrie – La spaccatura (Aqualung – Jethro Tull). Mi fermo qui ma potrei continuare per giorni.

Con Matteo Righetto sei ideatore e fondatore di Sugarpulp, quel ritrovo per barbabietole tossiche metà movimento letterario metà ritrovo per una ciurmaglia di brutti, sporchi e cattivi che prediligono il pulp alla Joe Lansdale e Victor Gischler per intenderci. E se non erro c’è pure un Festival Sugarpulp di cui sei direttore artistico. Ma la terra veneta è davvero pulp?

Moltissimo. In modo inconsapevole e involontario. I veneti sono gente straordinaria, lavoratori incredibili, grande umiltà e ingegno da vendere, basta pensare all’inifinito numero di piccole imprese leader mondiali in qualcosa. Dalle scarpe agli occhiali facciamo davvero impressione. Però è vero anche che collezioniamo spesso cose di pessimo gusto e poi se pensi alle zanzare, alla Bassa, agli ippodromi, alle Crocks fluorescenti, alla grappa e alle sagre del bigolo, a un certo modo quasi retrivo e bestiale di voler rimanere attaccati al proprio microcosmo e a un mondo provinciale be’ questo è dannatamente pulp.

Parliamo subito del tuo debutto letterario La ballata di Mila, un pulp noir guarda caso ambientato in Veneto da barbabietola tossica doc, con protagonista una bounty hunter tostissima che non so perché mi ha fatto pensare alla protagonista dell’Impero dei lupi di Jean Christophe Grangè. Cosa rende il personaggio di Mila speciale?

Mmm… Jean Christophe Grangé… non c’avevo pensato, be’ volendo ci sta tutto. Aggiungo “La Sposa” di Kill Bill e Nikita di Luc Besson. Il personaggio di Mila è destabilizzante, questo per me lo rende speciale. Lei non è solo una killer sexy, senza spessore ma è una donna ferita e maledettamente arrabbiata. Per questo è sanguinaria e spietata. Però è anche piena di contraddizioni, è dolce anche, fragile, ma ha dovuto tirare giù le stelle dal suo cielo per poter superare quello che le è successo. Volevo un personaggio femminile che fosse davvero il PROTAGONISTA del romanzo. Basta vamp e concubine o al massimo anatomo-patologhe. Mi serviva una donna che avesse il fegato di rovesciare le regole. Nel noir-giallo-thriller-pulp italiano, opinione mia ovviamente, le donne sono troppo spesso comprimarie, le Rosencrantz e Guilderstern della situazione. Oppure se sono le attrici principali allora per loro ci sono ruoli comunque rassicuranti: poliziotte, pm, medici legali. Ecco io non volevo questo: volevo una donna che avesse il coraggio di dire “fanculo”, di andare oltre il limite, al di là della legge, volevo rompere un tabù, volevo una donna di cui gli uomini avessero davvero paura. Credo che Mila possa fare qualsiasi cosa e questo spaventa il maschio eh eh.

Raccontami in breve la trama giusto per stuzzicare la curiosità nei nostri lettori, ricordo che il libro sarà nelle librerie a partire dal 24 Agosto.

Be’ la storia è ambientata in Veneto. C’è una guerra fra una gang locale e una cellula affiliata della Triade cinese 14 K. In mezzo c’è una donna guerriera dal passato tragico, straziante. La vendetta è il tema chiave del romanzo, insieme a una ricostruzione dei meccanismi sviluppati dalle cosche cinesi per sbranare il territorio occupato. Insomma l’idea è quella di sviluppare anche l’analisi delle moderne realtà criminali attraverso la forma del romanzo e il genere pulp. In piena linea con il senso della collezione Sabot/Age che sabota il silenzio interessato, pericoloso, assordante. Ci tengo a sottolineare il fatto della Collezione perchè ogni romanzo è numerato. Non può esistere l’uno senza l’altro. Il mio romanzo non avrebbe senso senza quello di Carlo Mazza “Lupi di fronte al mare” fra l’altro bellissimo e che consiglio assolutamente di leggere a tutti gli estimatori di Liberidiscrivere.

Massimo Carlotto e Tim Willocks dicono un gran bene di te  e del libro. Ora dimmi qualcosa tu di loro.

Sono due maestri assoluti, due spiriti guida. Massimo non solo ha dato un contributo essenziale affinchè il libro trovasse la via della pubblicazione ma – a tutt’oggi – mi dà stimoli continui, suggerimenti, idee. Credo che sia una delle persone più generose e di talento che abbia mai incontrato. Il suo recente “Alla fine di un giorno noioso” è la quintessenza del noir. Parlare con lui, confrontarmi, provare a mettere in pratica i suoi consigli, tutto questo rappresenta la miglior palestra che un aspirante scrittore, come me, possa desiderare. Tim Willocks è un’altra forza della natura. In lui trovo il romanziere classico, il perfezionista, l’artista che non si accontenta di convincere ma vuole ghermirti il cuore mentre leggi. Il bello è che ci riesce. I nostri colloqui – via telefono, mail, quando ci vediamo – sono stati fondamentali per approfondire e costruire i personaggi del romanzo.

Domandina tecnica che interesserà sicuramente agli aspiranti scrittori che ci leggono. Che metodo di scrittura hai utilizzato nella stesura di La ballata di Mila. Quale è l’ora del giorno in cui ti senti più creativo? E’ più difficile per te creare i personaggi o ideare la trama?

Non ho un’ora o un giorno. Quando sono nel trip della storia ogni momento libero è buono. Credo convenga ricavarsi ogni giorno del tempo. Non dividerei trama e personaggi, mi spiego: tendenzialmente ho un’idea che ossessivamente mi rotola in testa. Se continua  a rimanerci è probabile che un po’ alla volta divenga lo scheletro di una storia e l’ambiente perfetto per dei personaggi. Quando comincio a scrivere non ho idea di cosa succederà. A volte penso di avere il protagonista e poi magari progredendo con la scrittura mi rendo conto che quel personaggio era solo un comprimario e quelli da tenere d’occhio sono altri. Non faccio nessuno schema o bozza della storia.
Procedo alla giornata o quasi. Ho delle scene davanti, come al cinema, e le batto al computer aspettando che i personaggi mi dicano cosa intendono fare. In questo modo, credo e spero, la storia dovrebbe poter essere un po’ più imprevedibile. Amo documentarmi, com’è avvenuto per la mafia cinese, e come è accaduto per il nuovo manoscritto che ho appena ultimato. Per il sequel di Mila, che sto cominciando in questi giorni, ad esempio, ho una serie di idee e sto sviluppando ricerche per un’ambientazione a Berlino. Staremo a vedere. Comunque, credo nel mescolare le esperienze, i luoghi, i film, i libri, i fumetti e i videogame. Sono una specie di shaker psicolabile che si bombarda di immagini e suggestioni e poi prova a buttare fuori sistemando i mix in una storia plausibile.

Puta caso che ad un pezzo grosso di Hollywood venisse in mente di trasformare La ballata di Mila in un film, a brucia pelo dimmi il regista, la protagonista principale, lo sceneggiatore, il creatore delle musiche. Hai carta bianca. Nessuna limitazione.

Regista: Robert Rodriguez tutta la vita. Sceneggiatore: Buddy Giovinazzo (quello del nuovo film di Tony Scott “Potsdamer Platz” con Mickey Rourke, Javier Bardem e Christhopher Walken). Musiche: Calibro 35. Protagonista: Antje Traue (la guerriera di Pandorum).

Curiosità personale. La ballata di Mila diventerà mai un fumetto?

Lo diventerà eccome e te ne accorgerai presto non appena cominceranno a girare le pin up firmate da Alessandro Vitti, artista per MARVEL e BONELLI. La serie di Secret Warriors, che ha disegnato sui testi di Jonathan Hickman per la MARVEL, è una delle cose che mi ha più sconvolto nell’ultimo periodo. Ale è un genio, una star, uno dei disegnatori più straordinari della sua generazione. Mi ha fatto il grande onore di lavorare con me al progetto. Sceneggerò una storia con Mila protagonista ma che non c’entra con quella del romanzo. Sarà più gore, dark, direi horror. Una cosa alla Rob Zombie. Ma se sarà una figata, come spero, sarà tutto merito suo, poco ma sicuro.

Da esperto di promozione e campagne stampa quanto incide un buon titolo sul successo di un libro?

Abbastanza ma anche la copertina non scherza. Poi serve una gran bella campagna stampa, una distribuzione forte, una promozione d’assalto e – cosa importante – che l’autore si spenda come un pazzo in prima persona per condividere con i lettori la sua storia e i suoi personaggi. Tutto questo deve girare a mille. Ogni parte è necessaria ma non sufficiente per il successo di un libro. Serve ovviamente che il libro abbia qualità ma tutte le parti che ho elencato sono meccanismi essenziali per far funzionare la macchina. Senza quelli non vai da nessuna parte.

Tra gli esordienti in circolazione, quali hanno maggiormente attirato la tua attenzione? A ognuno di loro dispensa un consiglio a seconda dei casi.

Thomas Tono – Il profumo di Emma (Zona editore). Thomas ha una scrittura fantastica, di grande fascino e impatto, ha enormi margini di miglioramento e se saprà ascoltare tirerà fuori un romanzo da urlo. Io ne sono convinto, secondo me fra poco sfornerà qualcosa di meraviglioso.

Senza fare nomi, se non vuoi non voglio certo metterti in imbarazzo, ma raccontami l’episodio più divertente accaduto dietro le quinte, in redazione, al ristorante, ad una presentazione.

La sfida con Victor Gischler all’ultima grappa ormai leggendaria. Io sono crollato a cinque. Lui è andato avanti fino a otto, come se niente fosse. A quel punto l’ho guardato e gli ho detto che andavo a dormire. Lui mi sorride e mi dice “Birra alla spina”. In italiano. Victor è un pazzo, un grande, penso l’amico con cui mi sono divertito di più negli ultimi cinque anni. Oppure quando mi ha chiesto di accompagnarlo al supermarket del giocattolo e ha svaligiato una corsia di Winx perchè doveva portarle alle sue nipoti. Uno scrittore incredibile e una delle persone più divertenti e sincere che conosca. Secondo me il successo che sta avendo da noi se lo stramerita e spero cresca il più possibile.

Se La Ballata di Mila diventasse un successo stratosferico, e te lo auguro,  da scrittore a tempo pieno come gestiresti il tuo tempo? Saresti di quelli che si comprano un’ isola deserta e non mettono più il naso fuori di casa o continueresti la vita di sempre?

Sono tendenzialmente  uno che ha bisogno di fare mille cose. La mia vita è il caos assoluto, non c’è niente e dico niente che vada mai come penso debba andare. Questa cosa mi fa sclerare ma alla fine ho capito che è la mia dimensione. Una specie di frullato costante da cui ogni tanto pesco qualcosa di buono. Credo che questo sia l’unico modo che conosco per andare avanti, voglio dire non credo di avere una scelta, sono condannato ad essere perennemente disorganizzato. No, isola deserto mi suicido dopo due giorni. Piuttosto vivere tutto l’anno a Berlino a fare zizza, questa sarebbe una gran bella prospettiva.

Progetti per il futuro.

Ho appena consegnato il nuovo manoscritto, una commedia nerissima, staremo a vedere se piacerà, mi auguro di sì anche perchè è una cosa molto diversa da La ballata di Mila. Poi sto lavorando al sequel di Mila. Penso cambierò scenario e renderò i toni più cupi e deliranti, magari un horror o un gore. Mi piacerebbe un’atmosfera alla Werner Herzog. Ho in mente una trilogia di quelle supertoste con un personaggio maschile ma aspettiamo a parlarne, devo ancora mettere a fuoco il suo mondo. E poi arriveremo con Ale Vitti al fumetto su cui stiamo lavorando, vorremmo qualcosa di nuovo e dirompente ma sono convinto che ce la faremo a ottenere quello che vogliamo.