:: Recensione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio de Giovanni

5 Maggio 2012 by

«La fortuna non c’entra. È una questione di metodo. Si prepa­ra, semplicemente. Prepara tutto, passo per passo, momento per momento. Il metodo del coccodrillo: si apposta, osserva, aspetta. E quando la preda è a tiro, colpisce. Non può permettersi un erro­re, si muove solo quando è sicuro.»

Il metodo del coccodrillo, nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, edito da Mondadori, è un’opera che segna una svolta rispetto alla sua produzione precedente, e già questo è un atto di coraggio, piuttosto insolito, in un panorama letterario in cui quando si trova un filone di successo, e de Giovanni con il suo Ricciardi non si può dire che non abbia raccolto consensi sia di critica che di pubblico, lo si prosciuga fino al possibile. Un azzardo simile può essere accolto con perplessità, o peggio delusione, dai lettori innamorati del suo personaggio simbolo, o con entusiasmo come sembra stia accadendo con questo libro. Io devo confessare appartenevo agli scettici, amo così profondamente il suo Ricciardi, e la Napoli passata, che è riuscito a fare rivivere con sensibilità e calore, descrivendone suoni, colori, sapori, sensazioni, che quando ho saputo che il suo nuovo libro aveva un nuovo personaggio, e una nuova ambientazione temporale, un po’ ho sofferto. Ricciardi ormai, più che il protagonista di una serie di romanzi, è per me un amico che a cadenza fissa rallegra le mie giornate, per cui ero cosciente di affrontare una lettura impegnativa. Cercherò di non fare troppi paragoni, se no finirei lo so per parlare tutto il tempo di Ricciardi, perché se c’è una caratteristica che accomuna me lettrice a de Giovanni scrittore è che siamo appassionati, viviamo la lettura e la scrittura come degli innamorati e questo è il motivo per cui ci fa essere sulla stessa lunghezza d’onda, stessa percezione, che credo di condividere con la maggior parte dei suoi lettori. Il metodo del coccodrillo è un romanzo duro, realistico, ruvido per alcuni versi, un poliziesco sporcato di noir, in cui assassino e poliziotto che gli da la caccia sono fatti della stessa sostanza, sono due persone dolorosamente molto più simili di quanto ci si aspetterebbe da un poliziesco tradizionale. L’ispettore Giuseppe Lojacono detto Peppuccio, come lo chiama­vano la famiglia lontana e gli amici che non aveva più, da Montal­legro, provincia di Agrigento, è un uomo triste, ferito, privato della sua famiglia, della sua reputazione, del suo territorio. Catapultato, e imprigionato, dalla sua Sicilia a Napoli, commissariato San Gaetano, nel ventre molle di una città in peren­ne decomposizione. Evidentemente non c’era nulla di peggio, im­mediatamente disponibile. Da estraneo vive Napoli, metropoli contemporanea come tante, e il suo sguardo è lucido, imparziale, privo si sentimentalismi. Traffico. Sempre traffico. Lojacono si è abituato a pensare alla città come a un muro. La diffidenza, l’indifferenza, il rumore costante che copre le parole e che rende impossibili i sussurri. Il traffico, la folla silenziosa, gli sguardi di odio. Un muro. Un collaboratore di giustizia, un pentito, ha fatto il suo nome dicendo che dava informazioni alla mafia, e senza prove, senza processo, perché l’accusa non sta in piedi, ora si trova in esilio lontano dal lavoro investigativo ad occuparsi di denunce e a giocare a carte con il computer. Poi un giorno il caso lo pone sulla scena di un delitto: unico ispettore a raccogliere una chiamata. Un ragazzo, mezzo delinquente, viene assassinato con un colpo di pistola, una pistola non da killer, da dilettante, uno dei motivi per cui Lojacono è certo non si tratti di un delitto di camorra, come credono i suoi superiori. Un fazzoletto sporco di lacrime lasciato come firma, tanto basta a far battezzare dalla stampa l’assassino come: Il Coccodrillo, quando altri ragazzi verranno uccisi con le stesse modalità. Lojacono deve stare fuori dalle indagini, i suoi capi non hanno dubbi, ma il magistrato, la Dottoressa Laura Piras, di Cagliari, una trentina d’anni non ci sta, lei sente che quello strano poliziotto dagli cocchi allungati, come un cinese, ci vede chiaro, dove loro annaspano nel buio, e lo vuole nelle indagini.  «Questa storia è fantastica» disse, «in un periodo in cui, a par­te qualche morto di camorra nei soliti quartieri, non succede nien­te d’interessante, all’improvviso spunta un serial killer di ragazzi che lascia tanto di firma, e addirittura piange. Ci pensa, lei? Una cosa da premio giornalistico, una storia che promette di fare epo­ca. E la polizia… pardon, ma è la verità… la polizia che indaga ne­gli ambienti camorristici, mentre i camorristi cascano dalle nuvo­le. Troppo bella!» Lojacono sente che l’assassino è un’ ombra che si confonde in una città dove tutti si fanno i fatti propri, indifferente, fredda, priva di allegria, niente di più lontano dallo stereotipo, pizza, risate e mandolini. «Credimi, Savare’: in questa città è molto più facile di quello che pensi andare in giro senza che nessuno ti veda. E questo semmai ci aiuta. Dobbiamo cercare uno anonimo, un uomo comune da tut­ti i punti di vista.» Poi un’ intuizione, un sogno la veicola, ma questa volta niente fatto ricciardiano, più che altro l’intuito di un padre. Lojacono alzò gli occhi fissando il magistrato. «Io penso che ci sia una sola cosa peggiore della morte: perdere un figlio. Una pena da cui non ci si risolleva più.» Finale terribile. Parlavo di una svolta perché oltre alla deriva noir anche lo stile è nuovo, secco, sincopato, scarno, si accompagna ai personaggi, all’ambientazione, alla luce livida che de Giovanni vuole dargli. Piove, fa freddo, la luce è opaca, torbida. La voce dell’assassino nelle sue lettere testamento è l’unica fonte di calore. Da brividi.

:: Segnalazione di Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord, 2012)

4 Maggio 2012 by

Susana Fortes

IL CAMMINO DEL PENITENTE

titolo originale: La Huella del Hereje

pagine: 288 – prezzo: 16,50 euro

In libreria: 10 Maggio 2012

Una città, un libro, un destino:
Santiago de Compostela e Barcellona nel thriller e nel romanzo storico

Lois Castro è sconcertato. Lavora in polizia da molti, troppi anni, eppure non si è mai trovato di fronte a una scena simile: una ragazza giovanissima, nemmeno ventenne, barbaramente uccisa nella cattedrale di Santiago de Compostela. La vittima viene subito identificata come Patricia Palmer, studentessa di archeologia nonché appassionata attivista per la difesa dell’ambiente. In particolare, Patricia aveva partecipato a una manifestazione contro una grossa fabbrica della zona e la cosa le aveva procurato non pochi nemici. Ma perché assassinarla? E perché farlo in uno dei luoghi più sacri del mondo?
Laura Márquez è al colmo della gioia. Il direttore del giornale per cui collabora l’ha finalmente incaricata di occuparsi di un caso vero: la sparizione di un manoscritto dalla biblioteca dell’università di Santiago. Messi da parte i bollettini del traffico e i necrologi, Laura si getta a capofitto nel suo primo lavoro sul campo, anche perché ha la netta sensazione che, dietro quel furto, si nasconda una storia ben più interessante: quella stessa mattina, infatti, l’arcivescovo ha diramato un appello per esortare il ladro a restituire l’antichissimo testo. E, poco dopo, i sospetti di Laura trovano una drammatica conferma: l’ultima persona ad aver consultato quelle carte è stata Patricia Palmer, la ragazza uccisa nella cattedrale…

Susana Fortes è nata a Pontevedra. Si è laureata in Storia e Geografia presso l’università di Santiago de Compostela e in Storia americana all’università di Barcellona. Tiene conferenze in Spagna e negli Stati Uniti e collabora con riviste e quotidiani, tra i quali La Voz de Galicia ed El País. Si è affermata sulla scena internazionale con Quattrocento (Nord, 2008) e le sue opere hanno vinto numerosi premi letterari, in Spagna e all’estero, tra cui il Premio de Novela Fernando Lara. Attualmente vive a Valencia.

:: Recensione di Un segreto non è per sempre di Alessia Gazzola (Longanesi, 2012)

4 Maggio 2012 by

Seguito de L’Allieva, romanzo d’esordio di Alessia Gazzola pubblicato con notevole successo da Longanesi nel 2011, Un segreto non è per sempre segna il ritorno di Alice Allevi, un curioso miscuglio tra Temperance Brennan, più la Bones televisiva che il personaggio originale della Reichs e la svampita, bislacca e sentimentalmente disastrata Bridget Jones. Innanzitutto è bene precisare che non si tratta di un medical-thriller e tanto meno di un noir, fraintendimento forse anche indotto dal battage pubblicitario del precedente romanzo. Il mondo di Alice Allevi è un universo solare e luminoso in cui si respira un’ atmosfera naif molto più simile a quella che si respira ne Il favoloso mondo di Amélie che in quelle di un giallo tradizionale. I toni sono quelli della commedia brillante, l’umorismo è lieve e delicato mai volgare, lo stile è leggero, frizzante, brioso. La comicità disarmante della protagonista, frivola, goffa, teneramente innamorata cattura la simpatia del lettore nella misura in cui si è disposti a giocare e a passare ore di lettura spensierate. Niente forti emozioni, niente sesso, sangue e violenza per intenderci, se cercate un thriller medico è meglio che vi orientate su autori più ortodossi come Kathy Reich, Tess Gerritsen, o Patricia Cornwell, la Gazzola ha scritto un libro con il chiaro intento di divertire non di spaventare o shockare, la patina gialla, l’indagine, il delitto, perché qualcuno che muore in circostanze misteriose c’è, hanno una funzione marginale, accessoria. La vita sentimentale della protagonista ha un ruolo importante e non trascurabile anche credibile nella caratterizzazione di una ragazza della sua età insicura, romantica e idealista. La parte investigativa è sicuramente originale, scoprire indizi preziosi raccogliendoli dai libri immaginari di Konrad Azais farà la gioia degli appassionati di pseudobiblia. La parte tecnica- medica è accurata e il fatto che la Gazzola sia un medico dà sicuramente autorevolezza ad ogni riferimento. La continua elencazione di marche di profumi, Claudio usa solo Déclaration di Cartier, borse, accessori, prodotti alimentari dal pollo Amadori alla gomma da masticare Brooklyn, titoli di programmi televisivi, personaggi famosi, ha un chiaro intento comico anche se devo ammettere che un uso più moderato dell’espediente sarebbe stato più efficace. Non lessi L’Allieva scoraggiata da alcune recensioni che mi avevano presentato il romanzo troppo rosa per i miei gusti, poi la curiosità e la simpatia dell’autrice mi hanno convinto a leggere questo suo nuovo romanzo e devo dire che mi sono divertita, ho sorriso spesso, con leggerezza, semplicità. Il candore di Alice, il suo mondo pulito, mi hanno fatto tenerezza. Il finale, pur conclusivo, apre la strada ad una continuazione e sarà interessante vedere come evolverà il personaggio, e se l’autrice deciderà di mantenere il registro umoristico o lo lascerà in favore di componenti più decisamente drammatiche e gialle. Un medical thriller con ambientazione italiana, e una punta di cattiveria in più, scritto al femminile non mi dispiacerebbe. 

:: Recensione di L’ora decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

3 Maggio 2012 by

Duro, durissimo, senza pietà. Jack Reacher torna in una nuova avventura, fedele alla formula che gli ha portato fortuna negli anni. In viaggio, sempre senza bagaglio, una meta abbozzata, si ritrova in una situazione di emergenza, coinvolto in un complicato meccanismo che lo schiera in prima linea contro il crimine. E lui, che vorrebbe star fuori dalla lotta, finisce per trasformare in personale ogni battaglia. Forse il segreto del personaggio sta tutto in un frammento di film che Susan Turner, che lo ha sostituito nell’esercito e intreccia con lui una bizzarra ma coinvolgente relazione a distanza, ritrova nelle sue valutazioni. Una reazione di un bambino di sei anni che, mentre gli altri mostrano paura, impugna un serramanico e si prepara ad affrontare un mostro. Non importa che sia di celluloide. È il tratto psicologico di Reacher a stupire. Reagire, combattere, non accettare soprusi. Sempre più eroe western in un’epoca sbagliata. Ma forse Reacher è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. O quello giusto nel posto giusto. Questa volta in una tormenta con solo 61 ore per sventare il piano di un narcotrafficante che ha portato alla luce un segreto vicino a una prigione. Ci sono poliziotti, testimoni, biker, gente comune, gangster messicani e russi. Solo contro tutti, Reacher corre verso il traguardo. Ci arriverà? L’ho conosciuto nel 2006, Lee Child. Molto british, taciturno come il suo eroe. Capace di creare vicende complesse coinvolgenti, ricche di azione ma anche di suspense e umanità. Uno di quei personaggi che compro il giorno stesso in cui li vedo in libreria e me li leggo d’un fiato. Per divertirmi e imparare. Solo, mi rimane  sempre il dubbio che accorciati di una cinquantina di pagine i romanzi di Child potrebbero essere anche più belli, più adrenalinici. Ma se proprio un difetto lo vogliamo trovare. Avercene, cari maestri del thriller italiano…

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro del recensore.

:: Recensione di Wunderkind di G.L. D’Andrea (Mondadori, 2009) a cura di Gianrico Gambino

3 Maggio 2012 by

Quando tre anni fa venne presentata la trilogia del Wunderkind ero scettico. Non so nemmeno bene io dire oggi per quale motivo. Non mi attirava: scrittore ignoto, titolo “tetesko”, insomma per leggere un libro deve crearsi un’alchimia qualcosa nel volume che stuzzichi la curiosità del potenziale lettore. C’è poco da fare. Ci sono libri che amo che ho atteso anni prima di leggere. Con Wunderkind, per gli amici W, non andò così.
Non attesi troppo.Tuttavia da subito questa trilogia dovette scontrarsi con inattesi contrattempi. Conobbi l’autore attraverso una comune amica, una tizia che scrive di ragazze drago e cosaccie del genere, lo conobbi su Facebook, ad oggi non ci siamo mai visti di persona sebbene si chiacchieri spesso del più e del meno, spesso arrabbiandoci. Dicevo dei primi problemi. Mi ricordo ancora quando andai a cercare alla Feltrinellona di Torino come la si chiama di solito il primo dei tre volumi. Sapevo che era un fantasy e così mi misi a cercarlo tra i volumi del settore in questione senza esito. Mi dissi allora: “Siccome è un po’ forte lo troverò tra gli horror”, buco nell’acqua. Dopo un venti minuti nuovi di vana ricerca chiedo alla commessa che con mia somma sorpresa mi indirizza tra i libri per bambini. Insomma trovo W tra i testi per dodicenni. Mio figlio HA dodici anni e MAI gli farei leggere adesso un libro di questo genere. I motivi sono molti: in primis non ha l’età per comprenderlo, secondariamente non è un libro per bambini scene decisamente non adatte a loro. Chiedo all’autore che messo da molta gente in più città a conoscenza di questa situazione mi rivela la sua frustrazione di fronte a questa categorizzazione assurda e assolutamente sbagliata fatta dall’editore.
La trilogia, un breve riassunto, mi perdoni G.L.
Tralasciamo per un attimo questo primo disguido. G.L. D’Andrea è persona chiara, netta, a volte persino fastidiosa per quanto sa essere diretto. Lo stimo per questo. Nella sua chiarezza disse che questa sarebbe stata la prima e l’ultima trilogia di cui si sarebbe occupato. Ciononostante trilogia era e ce la dovevamo sorbire come tale con i relativi lunghi tempi di attesa tra un volume e l’altro e la conseguente perdita di tutta una serie di dettagli. Ecco perché i libri a puntate secondo me sono deleteri.
Di chi e di cosa parla il Wunderkind. Banalmente, se questo termine può essere usato con tanta leggerezza, parla del destino del mondo, parla dell’aspetto magico della vita e del prezzo che impone agli uomini. La magia ha un prezzo. C’è un quartiere a Parigi che non si vede (in questo dissi a G.L. che era stato potteriano, come potteriana, ma solo nel primo libro è la figura di Caius Strauss il protagonista), i tratta del Dent de Nuit, qui vivono i cambiavalute e tutto un popolo decisamente strano. Ci sono mostri i cagoulard (nella mia mente li ho assimilati a una sorta di orco, sebbene credo l’autore li abbia pensati diversi). Ci sono creature incredibili come le Rarefatte. C’è la magia dicevo e i cambiavalute sono i maghi, ma ogniqualvolta il mago esegue una magia deve pagare un prezzo: un ricordo lo abbandona per sempre.
Qui vive Caius che viene avvicinato da un losco figuro Herr Spiegelmann del quale ci verrà narrata la storia nel secondo libro in uno dei capitoli più incredibili che io abbia mai letto in cui si viene proiettati all’inferno senza scomodare per questo i danteschi cerbero e soci. È evidente da subito che la vita di Caius sta per essere ribaltata e infatti nel breve volgere di alcuni capitoli il ragazzo viene a trovarsi avvolto da un turbine di eventi violenti magici inspiegabili e terrorizzanti, vede morire la madre e viene salvato da un gruppo di persone che per lui si battono per salvarlo da Spiegelman.
Cosa vuole costui? Dovrete arrivare alla fine, io posso solo dirvi che siete davanti ad uno dei cattivi più pervicaci e insistenti che io abbia mai trovato in giro. Certo, come tutti i cattivi ha dei limiti che lo portano oltre il limite dell’umano, della carne. Parola cruciale. Carne, specie nel terzo volume.
Il gruppo che salva Caius è guidato dal Barbuto un Apriporta. Come? Che porta? EH, ma se racconto tutto… va beh. Porte su altri mondi, porte sul Mare d’Hidirac al di là del quale vi è la terra in cui vivono i ricordi perduti dai cambiavalute e non altre, molte altre terre, con esseri di ogni genere.
Vi è tra i personaggi più importanti che Caius incontra un cagoulard schiavo di Spiegelmann, cui lui ridà il nome e con esso la libertà. Sì, Spiegelmann toglie i nomi ai suoi schiavi e senza di essi costoro possono solo dimenticare chi siano e diventare servi. L’amicizia tra i due fa capire chiaramente che molti limiti possono essere eliminati, che molte barriere si abbattono con una semplicità che a volte sembra impensabile e Bellis restituirà questa libertà conquistata cercando in tutti i modi di aiutare il suo amico.
La figura del cattivo va affinandosi molto nello sviluppo della storia, dapprima appare come il classico cattivo, quello che è tutto crudeltà, malvagità e bramosia di potere. In realtà egli ha un piano ben preciso, usare Caius, il Wunderkind. Un bambino che non dovrebbe essere, ma che invece è stato lasciato in vita. Nel secondo libro il protagonista scopre quanto sia complesso il mondo, si scontra con realtà che non credeva possibili e proprio in una di queste scopre al contempo l’amore e la morte. Ed è a quel punto che sparisce nel Mare.
Il Regno che verrà
È lo scontro finale in cui tutti i protagonisti e i comprimari debbono affrontare il nodo cruciale della vicenda che per ognuno di loro ha risvolti e implicazioni diverse, c’è chi muore chi prende il suo posto, chi perde e chi vince.
Ma principalmente viene mostrata la cosmologia del W. Vediamo com’è fatto l’universo, L’Albero con al suo centro il Dent de Nuit e sulle radici i Ceterastradivari, suoi custodi, il cui esprimersi orrendo per i più è compreso e può essere guidato solo da un essere. Wunderkind. E i Ceterastradivari mangiano ricordi rendendo così possibile la Permuta e al contempo mantenendo sano e in vita l’Albero. Ma questo sta morendo. Qualcosa in questo meccanismo che rende ciò che esiste stabile s’è rotto. C’è necessità di una nuova Permuta.
Si scoprono parecchie interessanti vicende che precedettero l’avvento di Caius, cioè che prima di lui il Rana era un Wunderkind o qualcosa di simile e che aveva modificato lui stesso la prima Permuta che invece che ricordi richiedeva sangue. Adesso Spiegelman vuole cambiare ancora la Permuta e ha perfettamente in mente la soluzione perfetta. Si debbono usare le Speranze.
Non rivelerò il finale sebbene debbo dire che in questo G.L. è stato un realista, mettendo in luce le debolezze di chi è chiamato a svolgere un ruolo forse troppo elevato per la sua scarsa esperienza, e la pervicacia, quasi il furore famelico, con il quale il suo antagonista persegue il suo obiettivo sfidando la morte stessa, parlando con i Ceterastradivari.
Come ho vissuto questi libri
Non vi è un modo letterario per dirlo, ma la sola immagine che possa spiegare è quella di un trittico pittorico. L’enorme merito di G.L. d’Andrea a mio parere è proprio quello di fare immergere il lettore in immagini talmente forti da lasciare spesso senza fiato. Ho spesso visto tinte rosso fuoco, arancioni caldi misti a nero. Ho letto questo quadro. Ne ho sentito la musica a volte speranzosa a volte tragica, a volte suadente (Ceterastradivari a me ricorda gli archi, non so a voi).
La visione dell’autore è una visione allargata del concetto stesso di scrittura, in essa si fondono oltre alle parole, le immagini e i suoni o i silenzi.
Siamo davanti a un affresco. A una serie di flash visivi. Il risultato generale è davvero potente. Scrissero questo aggettivo mi pare sulla quarta di cover del primo volume suscitando nei soliti noti alcune ire in quanto tale potenza non venne ravvisata. Ognuno è libero di vederla a modo suo per carità, ma se vi immergete in questo romanzo vi accorgerete della sua forza.
Alcune note sulla storia editoriale del W
Alle grandi attese del primo volume sono seguite una serie di traversie ben più gravi e ingiustificabili che hanno creato non pochi problemi. Faccio qui una breve premessa perché è la prima volta che scrivo qui una recensione. Per lavoro mi occupo di informatica, più specificamente mi occupo di editoria digitale nelle sue più svariate forme e sviluppi. Essendo il classico fanatico ho vari lettori di libri digitali, dal Kindle all’iPad. Da quando liuto per me il libro di carta viene preso in considerazione solo nel caso in cui non ne esista la versione digitale.
Non mi sono pertanto stracciato le vesti quando ho saputo che il W3 sarebbe uscito solo in versione e pub, cioè digitale, tuttavia mi sono posto la domanda, perché? Ufficialmente la versione di Mondadori è che i due precedenti avevano venduto troppo poco per giustificare l’uscita del terzo volume in cartaceo. Così con l’astuzia che contraddistingue certa editoria italica, hanno deciso che era meglio uscire col solo digitale (quindi destinato allo 0,2% dei consumatori). Geniali.
Molto probabilmente dietro la vicenda vi è stata una pressione editoriale per far sì che il volume arrivasse a un mercato cui non era stato destinato. Un autore scrive un libro perché è una necessità per lui identica alla respirazione. Che un editore forzi un libro volendolo correggere per arrivare a prendere un mercato cui quel libro non è rivolto, è un fatto che lascia sbigottiti. Probabilmente fa parte del novero delle cose reali, ma non per questo sono giuste. In più se un autore usa il suo cervello anche davanti a mostri sacri come Mondadori, scatta immediata una sorta di ostracismo.
In tale visione il digitale è visto come una sorta di camera di punizione, invece che una enorme opportunità, fatto che denota l’assoluta mancanza di preparazione degli editori su un tema che ormai non è più eludibile e che sta erodendo a poco a poco ma inesorabilmente lo spazio della carta stampata.
Su questa vicenda vi rimando al solito bell’articolo di Lara Manni altra notevole scrittrice dotata di una sagacia che in pochi ho visto.

:: Recensione di Una casa di petali rossi di Kamala Nair (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 Maggio 2012 by

Una casa di petali rossi (edito dalla Nord in Italia) è il romanzo d’esordio della giovane Kamala Nair, nata a Londra da genitori indiani e vissuta tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, senza mai perdere il profondo legame con la propria cultura di origine. Un legame viscerale che ha influenzato la stesura di questo primo lavoro caratterizzato da un linguaggio di piacevole ed elegante lettura e un richiamo a modelli letterari storici, tra i quali la piccola Mary Lennox protagonista del romanzo Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, pubblicato nel 1909.
Protagonista del romanzo della Nair è la giovane donna Rakhee Singh alle prese con un imminente cambiamento della propria vita: il fidanzato le ha regalato un anello e le ha chiesto di sposarlo. Prima che tutto questo accada, Rakhee si imbarcherà su un aereo diretta in India, non – come molti lettori potrebbero magari pensare – per sfuggire al legame d’amore con l’amato fidanzato,  ma per sistemare definitivamente i conti con il proprio passato. Ed ecco un lungo flashback in India, proprio durante quella vacanza estiva che ha cambiato per sempre la vita di Rakhee, di sua madre Amma e di tutti i parenti: la famiglia dei  Varma. Sì perché la vacanza indiana al seguito della madre fatta dalla protagonista bambina non è stato per lei una semplice divertimento, ma si è mutata nella scoperta di un mondo nuovo e di uno scottante segreto che la sua parentela ha custodito gelosamente per tantissimo tempo. Nel Kerala, Rakhee arriva ad Ashoka, la casa con la scalinata d’ingresso coperta da petali rossi  (quelli dell’omonima pianta)  chiamata così da suo nonno e il cui nome in  sanscrito significa “senza dolore”.  Per la piccola protagonista con grossi occhiali da vista sarà il contatto con un mondo sconosciuto, tutto da scoprire e capire, che la spingerà a crescere con rapidità, assumendo in sé la consapevolezza di una donna adulta. I giorni passeranno tra  giochi con le cugine, con la degustazione  di cibi tipici, con l’approccio ad usi, costumi e storie della tradizione molto diverse da quelli che lei ha conosciuto vivendo in America. A rendere ancora più intrigante e coinvolgente questo romanzo di formazione ci sono le  lunghe passeggiate di Rakhee immersa nella folta e selvaggia vegetazione e indiana, che la porteranno a scoprire nel bosco un misterioso giardino circondato da un muro. La curiosità sarà tanta e  Rakhee non crede che dietro a quel muro si nasconda uno spirito maligno come le hanno confessato le cugine. Non a caso spinta dal bisogno di conoscere  e, aggiungerei, di trasgredire le regole, la ragazzina valicherà quell’alta cinta scoprendo una verità sconvolgente che gli adulti della famiglia Varma  hanno salvaguardato per tutti quegli anni. Dietro quel muro non ci sono mostri o creature malefiche,  ma c’è un persona in carne  ed ossa che con il passare dei giorni assumerà una identità precisa, facendo intuire alla piccola Rakhee che forse non è così sola come ha sempre creduto di essere. Tale presa di coscienza trasformerà per sempre Rakhee e tutte le relazioni del suo mondo di affetti e persone, sconvolgendola a livello emotivo e facendole capire che la bellezza delle persone, non corrisponde al loro aspetto esteriore, ma è ciò che si cela nell’animo di ognuno di noi.
Finita la lettura di  Una casa di petali rossi  ci si accorge dei molteplici aspetti riguardanti i sentimenti umani e la famiglia presentati della Nair. In primo luogo c’è una particolare attenzione da parte dell’autrice al mantenimento del  legame con le proprie origini,  grazie alla trasposizione nella  storia narrata di un insieme di tradizioni, di credenze popolari e di saperi della cultura indiana. In secondo luogo ciò che emerge  da Una casa di petali rossi è l’importanza del rispetto dei valori tradizionali della famiglia (rituali di comportamento, i matrimoni combinati, la suddivisione tra le caste) e l’incapacità di accettare il fatto che essi possano essere violati per ragioni di cuore. Il terzo punto, ma non per questo posizionamento  meno importante dei precedenti , è il rapporto tra Rakhee e la madre Amma. Le due sono legate da un profondo legame affettivo, che in certi momenti, a causa della depressione di Amma  potrebbe sembrare sull’orlo del tracollo definitivo, ma esso rimane costante e presente in ogni momento della storia e della vita di Rakhee. Rakhee è  piccola,  non conosce tutto il passato della madre e quando lo scoprirà  questa nuova consapevolezza di essere figlia di una donna che per amore ha compiuto gesti inconcepibili per la sua famiglia – non ha rinunciato al dono del suoi primo grande amore Prem; ha rifiutato il matrimonio combinato fuggendo in America; finita la vacanza in India , la protagonista tornerà sola negli U.S.A. –  la allontaneranno  dalla madre per molto tempo. Un distanza fisica, ma soprattutto emotiva, che la Rakhee  adulta, ormai prossima al matrimonio deciderà di superare – come il muro del giardino segreto – per  rinvigorire l’amore filiale e materno mai del tutto sopito.

:: Segnalazione di Il ritmo del silenzio di Otello Marcacci

3 Maggio 2012 by

Otello Marcacci
Il ritmo del silenzio
Collana: Narrativa – Emozioni di carta
Edizioni della Sera
ISBN: 978-88-97139-14-0
Prezzo: 14 euro
Formato: 14×21
Uscita: 10 aprile 2012

Otello Marcacci è pazzo, ma è uno di quegli
autori che vorresti avere a disposizione
appena terminata la lettura del suo romanzo.
Satisfiction

A Huntsville, Texas, un uomo sta per essere giustiziato. A Roma Marco Rossi ha una vita allo sfascio, sospeso in un’esistenza insoddisfatta sempre più precaria non ha idea di chi sia quest’uomo né del perché sia stato chiamato ad assisterlo negli ultimi giorni prima dell’esecuzione. La storia ci porta così avanti e indietro nel tempo, ricostruendo 30 anni di vita perduta. Fino al momento in cui Marco capisce che deve correre in Texas il prima possibile. “Il Ritmo del silenzio” ci porta dalla Siena anni ’80 al caldo torrido del Texas meridionale. Il come è tutto da scoprire nel mezzo della storia, perché questo è un romanzo di formazione e di riscatto, e insieme un thriller dei migliori. Un romanzo che non tradisce nessuno dei suoi generi e che si fa mangiare pagina per pagina.

Otello Marcacci è un maremmano nato sotto il segno dei pesci. Crede nella immortalità delle biblioteche e, segretamente, ha sempre ambito provare a viaggiare nelle vite degli altri. Non sopporta gli intolleranti e, nonostante si sia laureato in economia con il massimo dei voti, a volte, riesce persino a ricordarsi i nomi di tutti i sette nani. Ha un debole per la letteratura russa ma va a letto tutte le sere con i libri di Joe Lansdale per cui ha un amore viscerale. Ovviamente non ricambiato. E quindi lo tradisce di tanto in tanto con Kurt Vonnegut e qualche altro genio simile, così, tanto per gradire. Ha pubblicato “Gobbi come i Pirenei” con NEO Edizioni nel 2011. “Il Ritmo del Silenzio” è il suo secondo romanzo.

:: Segnalazione di Sacré Bleu di Christopher Moore

3 Maggio 2012 by

Christopher Moore

SACRÉ BLEU

COLLANA SCATTI

pp.320- Euro 18,50

Lo spirito della Parigi fin de siècle e dell’Impressionismo in una storia di intrighi, passione, arte, ragazze can-can e assenzio nel nuovo romanzo di Christopher Moore.

Il titolo del romanzo si ispira al preziosissimo color azzurro, ricavato dai lapislazzuli d’Oriente e utilizzato nell’arte sacra per ornare gli abiti della Madonna. Ambientato a Parigi nel 1880, ne è protagonista Lucien, fornaio e figlio di fornai, ma deciso ad abbandonare farine e impasti per diventare pittore – il sogno di suo padre, amico e protettore di artisti poveri e affamati di nome Renoir, Monet, Pissarro, Cézanne… Anche Lucien dipinge – e ha come “spalla” d’eccezione nel romanzo niente meno che un certo Toulouse-Lautrec – e la sua musa è la bella Juliette dagli occhi color del cielo, che lo pianta in asso salvo ricomparire dopo due anni e mezzo di misteriosa assenza dalla sua vita. Al fianco della ragazza, un venditore di colori, dietro la cui misteriosa apparizione si celano enigmi e retroscena sconvolgenti: la sparizione dell’azzurro da certi capolavori rinascimentali, o il misterioso suicidio – o forse omicidio? – di Vincent Van Gogh…  Dopo il Vangelo e Re Lear, Christopher Moore ci regala la sua rilettura di un momento fondamentale della storia dell’arte e della modernità nel suo complesso, frutto di tre anni di ricerche che lo hanno portato in Francia e in Italia, in un capolavoro di umorismo e riflessioni su quanto di più profondo muove gli esseri umani: la passione, sotto qualsiasi forma essa si manifesti.  

CHRISTOPHER MOORE Nato a Toledo in Ohio, vive a San Francisco. È autore di dodici romanzi, molti dei quali sono best seller negli Stati Uniti, in Inghilterra, Francia, Germania e Giappone. In Italia sono usciti Un lavoro sporco, Il Vangelo secondo Biff, Suck!, Fool, Sesso e lucertole a Melancholy Cove e Demoni. Istruzioni per l’uso, tutti pubblicati da Elliot Edizioni. Ha vinto numerosi premi tra cui il prestigioso Quill Award per due volte consecutive. Il suo sito internet è chrismoore.com.

:: Un’ intervista con Jeffrey Moore a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2012 by

Ciao, Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e bentornato su Liberi di scrivere. La società degli animali estinti è il tuo terzo romanzo, ora pubblicato in Italia da ISBN Edizioni, dopo Una catena di rose (2000) e Gli artisti della memoria(2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Come comincia? Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Comincia con un uomo di città del New Jersey spettacolarmente incasinato, che sta cercando di sfuggire ai suoi problemi, problemi di droga e alcol, emotivi, romantici, finanziari e giuridici, e cerca di trovare un po’ di pace e tranquillità nella natura. Quindi, dopo aver scoperto in vendita su Internet una chiesa abbandonata nel Quebec, si dirige a nord, oltre il confine illegalmente, e arriva nelle Laurentian Mountains a mezzanotte. Lì scopre non la pace e la tranquillità, ma un corpo insanguinato in una palude, avvolto in un sacchetto di tela. All’interno c’è una ragazzina di quindici anni, la cui testimonianza potrebbe mettere dietro le sbarre il leader di una banda locale di bracconieri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La società degli animali estinti ?

La morte di Huxley. Non l’autore britannico, ma il mio gatto che non c’è più. Non ho prove, ma ho il sospetto che la trappola d’acciaio di un cacciatore lo abbia ucciso. Ho trovato parecchie di queste trappole nelle Laurentians tutte illegali e tutte le ho smontate o almeno sabotate. E poi c’era il caso documentato in un noto film del 2004 chiamato Casuistry: the Art of Killing a Cat, in cui un gruppo di studenti di Toronto torturano e infine uccidono un gatto come un esperimento “artistico”. Questo ed altri eventi mi hanno spinto a esplorare il tema della crudeltà umana verso gli animali. Il maltrattamento del golden retriever in La società degli animali estinti, per esempio, può essere correlato a qualcosa che ho osservato nelle vicinanze. Un residente locale, era solito tenere un cane incatenato in una casa tutto l’anno, mai lasciandolo fuori e mai libero. Era la cosa più triste. Così ho lasciato un biglietto minaccioso, contro questo comportamento criminale, nella cassetta postale del proprietario. Il giorno dopo, e nei giorni successivi, ho notato che il cane era libero di vagare senza la sua catena fuori dalla sua prigione. Quindi suppongo che il romanzo sia un tentativo di fare qualcosa di simile, su scala più ampia.

Altri libri ti hanno ispirato a esplorare questo tema?

Sì, dopo aver deciso il tema generale, ho cominciato a leggere i mysteries di alcuni dei maestri del genere, un genere per cui avevo poco rispetto fino a quando non ho letto alcuni dei suoi migliori professionisti del settore, tra cui Elmore Leonard e PD James. E poi ho letto qualche eco-thriller di artisti del calibro di Carl Hiaasen e David Liss (The Ethical Assassin) e romanzi “ambientalistici”, tra cui due grandi: That Old Ace in the Hole di Annie Proulx e Libertàdi Jonathan Franzen.

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?

Quattro lunghi agonizzanti anni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho studiato le attività di bracconaggio in Quebec e in Nord America, e ho letto testi sulle pratiche di caccia in generale e sul mercato illegale di bile dell’orso bruno in particolare. E rapidamente ho scoperto che le leggi sul bracconaggio in Quebec non sono applicate veramente. Che non ci sono abbastanza agenti che lavorano sul campo, né vi è un desiderio reale da parte del Ministero della Fauna Selvatica di contrastare i cacciatori, dato che sono la fonte di reddito maggiore. Dai turisti, da chi vende attrezzature, dalle guide, dai diritti di licenza, questo genere di cose. E c’è corruzione e collusione, naturalmente, quella che vi è in molti ministeri.

Quanto è importante un buon titolo?

Spero che ponendomi questa domanda, stai implicando che  il mio titolo è buono. Penso che i titoli siano estremamente importanti. Anche se molti scrittori li trascurano, o lasciano che sia il loro editore a decidere. Quanti libri hanno titoli atroci, o blandi, come Bob and Jane? Non l’ho mai capito.

Può dirci un po’ di più sui protagonisti, Nile e Celeste?

Celeste è l’eroina  precoce, orfana e che va ancora a scuola del libro e la co-narratrice. Nile è un uomo in fuga proveniente da una misteriosa scuola americana di medicina abbandonato da una ricca famiglia. Egli decide di salvare Céleste quasi morta, un atto che può a sua volta salvarlo.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile è stato sicuramente Céleste. La cosa più difficile per la maggior parte degli scrittori è quella di creare un credibile personaggio in prima persona del sesso opposto. Il problema è stato aggravato in questo caso dal fatto che Celeste è un adolescente, una razza aliena per me. Non solo per me, ma per la maggior parte dei genitori. Così ho provato a fare Celeste un po’ stravagante, che non parla nel modo in cui parlano le altre ragazze della sua età, che non è stata plasmata dalla televisione o di Internet, dalla pubblicità ipersessualizzata, e così via. Il personaggio più semplice da scrivere è stato Nile, dal momento che io e lui abbiamo un paio di cose in comune. La misantropia, per esempio. Inoltre sono affascinato dai narratori inaffidabili nella finzione perché la maggior parte di noi siamo narratori inaffidabili nella vita reale. Con ogni storia che vi raccontano, dovete filtrare gli elementi soggettivi, le emozioni che la agitano, gli elementi personali, gli abbellimenti, le fioriture retoriche, e così via. Una volta che un lettore si rende conto che il narratore in un romanzo non è affidabile, allora come un autore sei introdotto in un regno di drammatica ironia. Un bel posto dove stare.

È per questo che il romanzo è così insolito, e utilizza una doppia voce in prima persona?

Bingo. Per drammatica ironia. Si vede una situazione in un modo, e l’altro la vede in un modo radicalmente diverso. Che cosa ne consegue è la commedia o l’ironia, almeno in teoria.

Da quello che hai detto a proposito di Nile, suppongo che ci siano elementi autobiografici in La società degli animali estinti?

E ‘difficile evitarli, anche se stai scrivendo fantascienza. Nel mio caso, come Nile, ho un grande amore per gli animali e una generale avversione per gli esseri umani. E come la quindicenne Céleste, sono un “evangelico ateo.”

Il tuo stile è molto particolare: un acuto senso del dettaglio, un amore per la semplicità, frasi poetiche, grande attenzione per le descrizioni. È uno stile naturale per te o nasce da numerose riscritture?

A me viene naturale, nel senso che è quello che ho subito ammirato in altri scrittori. Ma certamente non viene subito, completamente formato, la prima volta che scrivo. I miei testi sono rivisti, poi rivisti di nuovo, poi ancora e ancora … praticamente ad infinitum.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o uno in particolare che abbia influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Stranamente, ho spesso detto che il mio stile è cinematografico, ma non ho mai cercato coscientemente di fare così. Tutti e tre i miei romanzi sono stati opzionati per il cinema, quindi ci può essere qualcosa di vero in questo…

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nelle parti di Nile e Celeste?

Ebbene, “l’Hollywood del Nord” ha chiamato, nella forma di un triumvirato che include il primo produttore del Canada, l’uomo dietro a Chicago e altri mega-hits. Vediamo. Per Nile, forse Michael Fassbinder o Clive Owen e Johnny Depp (perché ha bisogno di lavoro). Per Céleste, forse Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e Chloe Moretz (Kick-Ass) e Dakota Fanning.

Come è nato lo stile “poema in prosa” che utilizzi in La società degli animali estinti?

La poesia è di gran lunga la più alta forma d’arte letteraria, per cui la tua domanda è per me un grande complimento, per il quale ti ringrazio. Leggo sempre i grandi poeti, soprattutto quando sono a corto di ispirazione, perché possono fare cose che nessun’altro può fare e non farà mai.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Close Range di Annie Proulx e Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov.

Dal punto di vista artistico, piuttosto che economico, quale libro vorresti aver scritto?

La lista è lunga. The Collected Stories di William Trevor o The Collected Stories di Annie Proulx e Humboldt’s Gift (Bellow) o Pale Fire (Nabokov) o If on a Winter’s Night a Traveler (Calvino) o Cousine Bette (Balzac) o Orgoglio e pregiudizio (Austen).

Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, come scrittore?

Punti di debolezza? Di che cosa stai parlando? Non ho punti deboli. Punti di forza? Un tocco comico, almeno mi piace pensare così.

Verrai in Italia ancora una volta per presentare i tuoi romanzi?

Lo farò certamente. Sarò a Torino per la Fiera del Libro 2012, il 12 e 13 maggio. Non vedo l’ora di visitare il mio paese preferito. E no, non dico questo di tutti i paesi.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

2 Maggio 2012 by

Grazie Giorgio per aver accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberidiscrivere. E’ appena uscito per Hobby & Work il tuo nuovo romanzo Le rose di Axum. Nuovo editore, nuove prospettive. Come è andata? La Hobby & Work comprerà i diritti anche dei precedenti romanzi?

Grazie a te per lo spazio che mi concedi. E’ ancora presto per fare un bilancio, sto appena cominciando il giro delle presentazioni, fra un po’ ci sarà il Salone del Libro di Torino… Per ora l’impressione è che il romanzo stia andando bene, Hobby&Work ha un’ottima distribuzione nazionale e i risultati si vedono. Per quanto riguarda i precedenti romanzi, il nuovo editore ha manifestato interesse, ma è ancora prematuro parlarne.

Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Il maggiore Aldo Morosini, il maresciallo Barbagallo, lo scium-basci Tesfaghì, si trovano alle prese con il ritrovamento di un corpo nelle saline. Ci racconti cosa succede?

Posso raccontarlo fino a un certo punto, ovviamente. Diciamo che il cadavere martoriato di un indigeno sconosciuto si rivela il primo tassello di una storia piuttosto misteriosa che porterà il maggiore nell’antica città di Axum, in Etiopia, al seguito di una spedizione archeologica tedesca. E che l’indagine sull’uomo ucciso nelle saline si intreccia con la guerra in corso fra Italia e Abissinia e con un’oscura trama internazionale che coinvolge l’Europa e il mondo occidentale.

C’è stato un punto di origine che ti ha portato a sviluppare la trama in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Come sempre le idee per un nuovo romanzo prendono spunto da qualcosa che ho letto o visto, magari al cinema, poi però la fantasia va avanti da sola, sia pure sostenuta dalle inevitabili ricerche storiche che devo fare prima di partire con la scrittura. E molto spesso leggendo testi storici mi vengono in mente altre idee, che finiscono per stravolgere il progetto iniziale. Direi che anche in questo caso è stato un work in progress. Quanto alla seconda parte della domanda, direi di no. Anche se ogni volta che rileggo un capitolo, magari a distanza di mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa, più che altro da un punto di vista stilistico.

Che libri o film ti hanno ispirato?

Nessuno in particolare, anche se alcune persone che hanno letto il manoscritto,  a cominciare dall’editor di Hobby&Work Luigi Sanvito, l’hanno subito definito “salgariano”. Anzi, per la precisione salgarian-prattiano, visti i riferimenti, anche diretti, all’opera e alla vita di Hugo Pratt.

Come si sta sviluppando il personaggio di Morosini?

Sta maturando, si sta “irrobustendo”. Pur mantenendo le caratteristiche umane e psicologiche che già erano emerse nel primo romanzo, Morire è un attimo, col passare del tempo mi rendo conto di riuscire a dargli più sfumature, così come agli altri personaggi fissi dei romanzi del ciclo coloniale, Barbagallo e Tesfaghì. E’ naturale, penso: ad ogni pagina si scopre qualcosa in più del passato di Morosini, del suo carattere.

Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Morosini? Massima libertà, anche registi e attori del passato.

Domanda difficile. Ho pensato tante volte a un’eventuale trasposizione cinematografica oppure a una fiction televisiva, ma non ho mai individuato un attore ideale per interpretare Morosini. Forse perché del maggiore ho ben presenti le caratteristiche psicologiche ma non le fattezze fisiche: del resto i romanzi sono scritti in prima persona, per cui il protagonista non si descrive mai… Fra gli attori contemporanei ho sempre pensato che potrebbero essere dei validi interpreti Pierfrancesco Favino e anche Beppe Fiorello, che ha già interpretato molto bene la figura del carabiniere ai tempi della guerra. Fra gli attori del passato, non mi sarebbe dispiaciuto Franco Nero, anche se forse ha un aspetto fin troppo nordico.

Morosini e le donne. Sembra che abbia l’abilità di innamorarsi sempre della donna sbagliata. Riuscirà a trovare quella giusta? O l’hai creato come un personaggio destinato a restare solo?

Nel genere giallo-noir la solitudine dell’investigatore fa un po’ parte del gioco. O quanto meno la sua eccentricità rispetto alla vita normale. Sarebbe strano vedere Marlowe alle prese con l’asilo dei figli o il commissario Montalbano che va a fare la spesa con la moglie il sabato mattina. Maigret ha una vita coniugale abbastanza normale (senza figli, però), ma solo perché può contare su quella santa donna della signora Maigret, che sopporta i suoi ritardi continui, le sue assenze, il suo essere sempre concentrato sulle indagini anziché sulla vita quotidiana. In linea di massima un’indagine avventurosa mal si concilia con un ménage familiare, e Morosini in questo non fa eccezione. Per ora… in futuro vedremo: mai dire mai!

Ci sveli la ricetta del Chai il tè eritreo?

Credo non esista una ricetta “ufficiale”, un amico poco fa mi parlava della variante somala che prevede anche l’uso di latte di cammella. Comunque si tratta di un thé speziato e molto zuccherato, assai diffuso nell’area del Mar Rosso e dell’Africa orientale: thé nero con infusione di zenzero, semi di cardamomo e cannella in stecche. Alcune ricette indicano anche l’uso di chiodi di garofano. Buonissimo!

Hugo Pratt compare in questa avventura. Ce ne vuoi parlare?

Come avverto nella nota finale, l’incontro fra il maggiore e il giovanissimo Hugo Pratt è una piccola forzatura storica, perché il futuro papà di Corto Maltese in effetti visse in Eritrea e poi in Etiopia per molti anni, al seguito della sua famiglia, ma vi arrivò soltanto nel 1937, un anno dopo lo svolgimento dei fatti di Le rose di Axum. Ma la tentazione di far ritrarre Morosini, Barbagallo e Tesfaghì dalla matita del giovanissimo Hugo era troppo forte…

Il colonialismo e gli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensi sia dovuto?

In generale la nostra cultura pecca di amnesia e di provincialismo. Amnesia perché spesso ci dimentichiamo chi siamo e da dove veniamo, e se il passato non ci piace è meglio far finta che non esista piuttosto che tentare di capirlo e provare a farci i conti. Provincialismo perché abbiamo spesso l’idea che una storia raccontata da un autore straniero sia, a prescindere, migliore e più affascinante delle nostre. E questi limiti della nostra narrativa si sono riflessi anche nei due principali veicoli di cultura popolare della seconda metà del Novecento in poi: il cinema e la televisione. Per cui sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera. Poi naturalmente non ci sono solo provincialismo e amnesia, c’è anche una sorta di autocensura, una damnatio memoriae che impone quasi di cancellare tutto ciò che è accaduto durante il ventennio fascista. Dimenticando, fra l’altro, che l’Italia andò in Africa (prima in Eritrea, poi in Libia) ben prima dei tempi di Mussolini.

Massaua aveva un cinema, un ospedale, una caserma, era in molte cose simile ad una tipica città italiana. Cosa abbiamo portato e cosa abbiamo preso a livello culturale, sociale, anche perché no architettonico?

Preso direi poco, a parte un generico “africanismo” (in particolare negli Anni Trenta, periodo di maggior impulso alle colonie) diffuso soprattutto a livello di cultura popolare: pubblicità, fumetti, romanzi, immagini fotografiche, taluni cibi. Tutto ciò che arrivava dalle colonie era esotico e, come si direbbe adesso, faceva tendenza. Portato molto, perché una delle caratteristiche del colonialismo italiano è sempre stata quella di voler riprodurre in Africa lo stile di vita italiano. Un fenomeno ancor più evidente con il fascismo, negli Anni Venti e soprattutto Trenta, quando si progetta di usare le colonie africane (in particolare la Libia) non solo come bacino di materie prime o scalo per gli scambi commerciali, ma come colonie di popolamento per emigranti italiani. Per cui i territori africani devono essere “italianizzati” e “civilizzati”, a partire dall’urbanistica, dalle infrastrutture, dai trasporti. Asmara, che fino agli anni Dieci del secolo scorso non era altro che un grosso villaggio di capanne, negli anni Venti e soprattutto negli Anni Trenta diventa una metropoli di centomila abitanti (molti per l’epoca) e la capitale africana più moderna e all’avanguardia. Ancor oggi l’architettura modernista di Asmara, rimasta pressoché intatta, è studiata dagli architetti di tutto il mondo.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane degli anni Trenta?

Come detto, se prima le colonie erano soprattutto basi commerciali, per cui vi trovavamo soprattutto militari, funzionari pubblici, commercianti e religiosi in missione; dagli Anni Venti in poi si popolano e dall’Italia arrivano un po’ tutte la categorie professionali, a maggior ragione in vista della guerra con l’Abissinia. Nel bene come nel male si riproduce in piccolo la società italiana, magari in modo meno formale e rigido rispetto alla Madrepatria: basti pensare al fenomeno diffuso del concubinaggio più o meno tollerato fra italiani e donne africane.

La musica delle colonie. Che canzoni si ascoltavano, quali erano i cantanti e le cantanti più in voga in quel periodo?

Più o meno la musica che andava in voga anche in Italia, magari con un ritardo di qualche mese. La classica canzone melodica, un po’ di swing italianizzato, molte canzonette patriottiche. Nei miei romanzi cerco sempre di inserire i richiami alle canzoni o ai film dell’epoca, per dare un’immagine di quotidianità che faccia da sfondo alle avventure, alle investigazioni e alle guerre.

Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito?

Mi è solo capitato di presentare il primo romanzo, Morire è un attimo, in una libreria italiana di Bruxelles. Non ho preferenze sulle eventuali traduzioni straniere, anche se è chiaro che una versione inglese darebbe accesso a un mercato enorme, a livello mondiale. Però so che i romanzi italiani, soprattutto del genere giallo-noir, vanno forte in Germania e Spagna, più che in altri Paesi.

Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, dunque Le rose di Axum è la tua terza avventura di Morosini. Stai lavorando alla quarta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo un quarto romanzo del ciclo coloniale. Non posso anticipare molto, sono ancora piuttosto lontano dalla conclusione. Sarà per certi versi un’indagine diversa, forse meno avventurosa e rocambolesca delle altre. Con un Morosini più malinconico e riflessivo.

Non sei solo l’autore della serie Morosini, hai scritto anche Il volo della cicala. Nella nostra precedente intervista mi avevi anticipato che stavi scrivendo la seconda storia con protagonista “lo strano detective privato italo-argentino” Hector Perazzo. Hai avuto modo di terminarla? La vedremo presto pubblicata?

Hector è vivo e lotta insieme a noi. E’ stato solo un attimo accantonato per motivi editoriali. Nel cassetto ci sono un paio di storie che spero di poter tirar fuori al momento opportuno.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Morosini e Perazzo?

Progetti veri e propri no, a parte un racconto che uscirà in autunno per una raccolta in e-book. Idee sì, non necessariamente legate al ciclo di Morosini. Ma ancora molto generiche, nulla di abbozzato.

:: Recensione di Il profanatore di biblioteche proibite di Davide Mosca (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 Maggio 2012 by

Non vi è mai  capitato di voler rompere ogni legame con il vostro passato, cominciando una nuova fase della vostra vita e proprio sul più bello tutto ciò che credevate di esservi lasciati alle spalle ritorna e si impone su di voi costringendovi a fare un passo indietro?  E’ esattamente quello che capita a Lazzari, o meglio al professor Lazzari, protagonista del romanzo Il profanatore di  biblioteche proibite, pubblicato dalla Newton & Compton. Nell’intreccio creato da Davide Mosca, Lazzari è uno tra i maggiori studiosi ed esperti riguardo alle origini di Roma, ma dopo anni e anni di ricerche e di studi, l’uomo decide di cambiare vita aprendo una piccola enoteca, peccato che questo suo tentativo di reinventarsi l’esistenza venga  subito messo in crisi da un losco figuro che si fa chiamare Colonnello e che lavora per una misteriosa Fondazione. Il professore fa di tutto pur di evitare la proposta del Colonnello, ma una serie di eventi lo obbligheranno ad accettare, volente o  nolente,  l’incarico affidatogli: recuperare il Lituo, ossia il bastone sacro con cui Romolo fondò Roma. Lazzari partirà alla ricerca dell’antico bastone, ma allo stesso tempo si risveglierà in lui, una passione, anzi direi una ossessione mai del tutto sopita, che lo indurrà a ricercare il vero nome di Roma, perché lui come altri ricercatori è ben consapevole che Roma non è il vero nome della città eterna. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, Lazzari percorrerà l’intera Italia per assecondare sì le richieste del committente, ma anche per  soddisfare la sua voglia di conoscere una verità che molte persone vorrebbero sapere, ma che in realtà pochi conoscono e custodiscono con ferma gelosia.  A fianco dell’aitante professore  arrivano la bella e misteriosa Artemisia e il corpulento, anzi un po’ “orso” direi, Dino entrambi dipendenti della Fondazione segreta per la quale il prof. è stato assoldato. Il trio si muoverà lesto e rapido sul territorio italiano, facendo scoprire al lettore una realtà del tutto nuova caratterizzata dal contatto con studiosi molto eruditi, con scaltri tombaroli, con antichi reperti archeologici che ogni collezionista vorrebbe possedere, con frammenti di libri perduti e arcani enigmi da risolvere per raggiungere l’ambita verità. Lazzari e Co. non sono però gli unici interessanti al vero nome di Roma e al Lituo, infatti sulla loro strada troveranno strani agenti pronti a tutto pur di fermarli e si imbatteranno in misteriosi omicidi eseguiti secondo modalità specifiche, che richiamano le terribili punizioni riservate ai profanatori del segreto riguardante il nome dell’Urbe.

A parte il titolo scelto che man mano si procede nella lettura si scopre essere un po’ troppo fuorviante rispetto al contenuto, visto che di biblioteche proibite non ce n’è l’ombra, il nuovo romanzo di Davide Mosca è un affascinante viaggio nel passato alla scoperta dell’antica storia di Roma e delle sue origini. Nelle pagine il ritmo è incalzante e c’è la giusta suspense che tiene il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Inoltre, nella trama si mescolano in perfetto equilibrio il passato e il presente, la  mitologia, gli usi e costumi degli antichi, i dati storici e le tante somiglianze esistenti tra cultura pagana e cristiana – per esempio si scopre che  la fondazione di Roma (21 aprile del 753 a.c.) cade nella festa latina analoga della Pasqua, o ancora  la vicenda di Remo e Romolo termina in un luogo della città definito Tescum, ossia Golgota, proprio come il monte dove venne crocifisso Gesù – scatenando in chi legge la curiosità.  Una volta arrivati alla fine oltre a scoprire la risoluzione dell’avventura del nostrano Indiana Jones, si rimane affascinato a tal punto dalla storia antica di Roma, da volerla approfondire con altre letture. Il profanatore di biblioteche proibite è un romanzo storico ben scritto, nel quale l’autore ha messo tutta la sua profonda conoscenza della storia di Roma – non a caso Moscaè laureato in storia antica con una tesi sulla fondazione di Roma – creando una vicenda coinvolgente che indaga il vero nome dell’Urbe, tanto per capirci l’appellativo segreto corrispondente  alla denominazione nascosta del Nume protettore che i Pontifex romani invocavano senza pronunciare.  Non so se capiterà anche ad altri lettori, ma terminata la lettura si la sensazione che l’identità di superficie delle persone e delle cose non sia mai quello che sembra, a dimostrazione del fatto che in tutto c’è sempre qualcosa di nascosto.

:: Intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012 by

Bentornato Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. E’ appena uscito per Einaudi il tuo nuovo romanzo Respiro corto. Nella tua precedente intervista ci avevi anticipato che in questo romanzo, a cui tieni molto, avresti superato le frontiere geografiche e di genere e ci sarebbe stata una donna molto “intensa”. Dunque hai mantenuto le promesse?

Penso di sì. Anzi di donne intense ce ne sono almeno un paio e la storia viaggia in lungo e il largo per il mondo. E anche il genere, a mio avviso, travalica i confini del noir italiano.

Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

Da un lato la consapevolezza che il “sapere” viene applicato all’agire criminale, dato che ora i mafiosi di tutto il mondo iniziano a concepire l’università come luogo di formazione. Dall’altro la percezione della velocità con cui gli affari criminali si innestano con le dinamiche dell’economia legale.

La Marsiglia di Jean Claude Izzo non c’è più. Com’è la nuova Marsiglia?

In mano agli immobiliaristi, infognata in una guerra di bande e saccheggiata da cordate politico-affaristiche con forti legami con il gangsterismo corso-marsigliese. Non a caso la situazione difficile, e per certi versi insostenibile, è diventata una delle bandiere agitate dalla destra  lepenista durante la campagna presidenziale. La Marsiglia di Izzo non esiste più. Purtroppo.

Anche la criminalità sta cambiando. La vecchia mala marsigliese, l’idea stessa di un potere gestito verticalmente con leggi d’onore fisse, ordine, disciplina, vive ancora solo nella mente di alcuni vecchi boss, incarni bene questo in Armand Grisoni. Ora non c’è più niente di romantico, sono solo numeri, conti svizzeri, asettiche transazioni finanziarie, speculazioni in borsa, affari edilizi, traffici illeciti di tutti i generi. I criminali vogliono diventare uomini d’affari a tutti gli effetti?

Esatto. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati agli affari criminali ma ha determinato anche una sorta di rivoluzione necessaria nell’universo dell’illegalità che ha eliminato regole e modelli di comportamento.

Le nuove alleanze, le nuove associazioni criminali, si creano davvero a livello universitario? I nuovi protagonisti sono davvero i figli dei boss arrivati da ogni parte del mondo che studiano economia, vestono alla moda, disprezzano i loro padri e si sentono al di là di ogni legge?

Sì, la corsa al sapere è una necessità vitale perché il crimine è stratificato per livello culturale, appunto. Solo i più “ignoranti” si limitano a gestire solo i vecchi affari come droga e prostituzione  e soprattutto non hanno le conoscenze necessarie per riciclarli e investirli in modo vincente.

In Respiro corto tra tutti emerge il personaggio di Bernadette Bourdet. E’ lei la vera protagonista? Come è nato il suo personaggio?

Osservando il portone del comando della BAC a Marsiglia. Ho visto uscire una signora molto, molto simile, salutata con rispetto dal piantone e mi è scattata l’idea di B.B. Non è la vera protagonista anche se è fondamentale nella narrazione perché ho preferito costruire un intreccio complesso dove i personaggi entrano ed escono con grande velocità e …il respiro corto.

C’è un patto tra il commissario e i suoi superiori: conserva il distintivo solo se non tocca la “cricca Bremond”. Non approfondisci la cosa, lasci nel vago, ma la polizia è complice di questo asfissiante sistema di corruzione che impantana la società? E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere? C’è un messaggio che vuoi trasmettere?

Non sono una novità, soprattutto in Francia, le inchieste insabbiate. Quando il paziente lavoro di un poliziotto rischia di mettere in crisi gli equilibri sociali, economici e politici su cui si regge una città dedita al malaffare, è molto facile che tutto finisca in una bolla di sapone. La storia, quella vera di Marsiglia, può contare su diversi esempi. Anche recenti.

A Marsiglia si combatte ogni giorno una guerra per i territori tra bande criminali. Ogni giorno si muore per le strade di Marsiglia, cadono i piccoli spacciatori, cadono i poliziotti, i giudici, i giornalisti. E’ una guerra silenziosa che si protrae all’infinito. Perché non se ne parla, perché questa situazione non scuote l’opinione pubblica, la cosiddetta gente per bene? Sì ha quasi paura di toccare l’argomento?

In Francia il silenzio è durato fino alla campagna elettorale, nel resto d’Europa continua. Il conflitto criminale di Marsiglia è un effetto collaterale della crisi economica. Parlarne significherebbe provocare allarme in un’opinione pubblica confusa e sempre più ostile alla politica. I governi non fanno altro che difendere se stessi.

E’ un romanzo ma parla di episodi reali, concreti, che presuppongono anche uno studio meno superficiale che il semplice elenco dei fatti. Come ti sei documentato per scrivere questo libro?

Viaggi, interviste, letture, internet. E fonti. Ormai sono indispensabili per raccogliere materiale utile a un plot complesso.

A un certo punto nel romanzo alcuni membri della Dromos gang vanno in un particolare locale dove le prostitute sono donne comuni, casalinghe, mogli di disoccupati, con a casa figli piccoli. Proprio l’altro giorno ho sentito per televisione che aumentano i furti e le rapine e si è diffuso il furto per necessità, se prima rubavano caviale e gioielli ora rubano scatole di fagioli. Quanto incide la crisi economica nella diffusione così capillare della corruzione, del crimine?

Certo. La corruzione sta dilagando grazie alla crisi e al timore di soffrirne le conseguenze. Siamo di fronte a una vera e propria modificazione antropologica sulla percezione sociale dei reati. Alcuni, come la corruzione appunto, sono stati “depenalizzati” nel sentire comune. La Grecia inoltre insegna che la necessità comporta spesso disperazione ma la microcriminalità non è pericolosa…

Respiro corto termina in modo piuttosto improvviso, il finale sembra quasi troncato, molti nodi rimangono irrisolti. Prevedi di scrivere una continuazione? Conosceremo come procede la lotta tra Bernadette Bourdet e la cricca Bremond?

I nodi rimangono apparentemente irrisolti ma non è detto che in futuro non ci sia BB alle prese con Bremond e magari la Dromos Gang…

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?   

Sí e uscirà tra un anno, ambientato a Roma e sarà una vera sorpresa… non vedo l’ora!