Giovanni Tizian, criminologo e giornalista d’inchiesta, ruba al grande partigiano antifascista, Primo Levi, l’ultimo verso del canto estrapolato da Partigia per definire il suo lavoro letterario pubblicato da Mondadori, nella collana Strade blu. Prima di iniziare la lettura, mi soffermo sulle dediche. Frammenti di una canzone di Roberto Vecchioni: “Sogna, ragazzo sogna”. Con le note in testa e il testo, carico di speranza, sulla bocca, mi appresto ad ascoltare la storia che Tizian racconta. La sua storia. La nostra storia.
È la prefica scanzonata della comunità di Bovalino ad impadronirsi dell’incipit; un corteo funebre per dare l’addio a Cola. Cuore nomade ma felice. Cordiale nei ricordi malinconici di Giovanni. La ‘ndrangheta lo ha ucciso nel tentativo di rimarcare i confini tra l’onore e il disonore. La stessa ‘ndrangheta che, il 23 ottobre 1989, ha freddato Peppe Tizian, suo padre, a cui Giovanni, nel giorno della sua laurea, offre la sua corona di alloro promettendo giustizia. La nostra guerra non è mai finita ripercorre, passo dopo passo, pagina dopo pagina, quel calvario che Giovanni ha vissuto e lo ha reso Uomo. Un uomo con il cuore carico di coraggio e gli occhi onesti di un bambino. Lo stesso al quale, troppo in fretta, hanno cercato di rubare l’infanzia. Ricordi nitidi e confusi si mescolano per delineare la sua sofferenza e, al contempo, la rabbia. Una rabbia covata per troppi anni, per l’attesa vana di una verità inabissata nei fondali dell’indifferenza della giustizia italiana. La vita di Giovanni si snocciola, come chicchi di melograno dal sapore aspro e dolce, tra le righe di un romanzo che denuncia la violenza e il potere di quell’organizzazione criminale che è riuscita a penetrare e metastatizzare territori vergini. Si è impadronita della Calabria e ha stretto amicizia con le regioni del nord oltrepassando i confini nazionali. LEI che, senza fare rumore, pungia o getta in pasto ai corvi vite umane. Un romanzo che rispolvera documenti e fascicoli sepolti da cuori incivili e accusa l’assenza di uno Stato che anziché porsi come ente supremo di esercizio della legalità, troppo spesso, vigliaccamente, ne rimane colluso. Un romanzo che chiede, esige, verità in nome della vita recisa di Peppe e del vuoto incolmabile che la sua morte ha provocato nel suo cuore, in quelli della sua famiglia e dei suoi amici. In nome di quei profumi di basilico e menta, di quei legami che la famiglia Tizian è stata costretta ad abbandonare per una città dai suoni più dolci. In nome di Lollò, Celestino, Gianluca, Fortunato, Francesco. In nome di quel sentiero che conduce a Pietra Cappa, nato da un canestro di amicizia, per ricordare che l’Aspromonte appartiene alle persone oneste. In nome di tutte le vittime della ‘ndrangheta e di tutti coloro che sono stati umiliati davanti alle fiamme che hanno ridotto in cenere il lavoro onesto di una vita. In nome di una terra paralizzata, la Calabria. In nome di un Paese anestetizzato, l’Italia. “Sogna, ragazzo sogna. Non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu…”.
Giovanni Tizian, giornalista, scrive per ‘L’Espresso’ e ha collaborato con ‘La Repubblica’. Laureato in criminologia presso l’Università di Bologna, ha iniziato pubblicando sulla Gazzetta di Modena le sue prime inchieste, con cui nel 2012 ha vinto il Premio per i giornalisti di provincia “Enzo Biagi”. Ha collaborato con il mensile Narcomafie e il portale Stop ‘ndrangheta.it Sempre nel 2012 gli sono state assegnate la menzione speciale al “Premio Biagio Agnes” e la Colomba d’oro per la pace. È autore del saggio-inchiesta “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” pubblicato da Round Robin Editrice nel 2011. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, fa parte di daSud, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. Dal 2011 vive sotto scorta.
Marco Tiano
Succede nella vita di incontrare delle persone delle quali ci si innamora in modo profondo. Il problema sorge quando l’altra metà si porta dentro traumi vissuti in passato che tormentano il presente, impendendo alla persona stessa di vivere la quotidianità lasciandosi andare alla felicità, per riscoprire i sentimenti di gioia dimenticati da tempo. Anna è una giovane infermiera svizzera che ha perso la testa – in senso figurato intendo- per Kriss Daska, un fotoreporter silenzioso, taciturno che prova ad amare, ma qualcosa di oscuro nel suo animo gli impedisce di farlo in libertà. Anna ama Kriss e sembrerebbe che anche lui ami lei, ma qualcosa non va. Non a caso lei è travolta dalla passione a tal punto che è pronta a tutto pur di coronare il suo sogno di matrimonio con Kriss, ma lui è misterioso, cupo e un bel giorno sparisce dalla Svizzera dove era approdato nel tentativo di lasciarsi alla spalle quel passato che lo tormenta. Anna non si dà per sconfitta e approda, un po’ spaesata, nel bresciano per ricercare l’uomo che ama grazie all’aiuto di un detective in pensione. In parallelo, il lettore assiste al ritorno all’ovile di Kriss nella sua città di origine (Brescia), dove con l’aiuto di Walter cercherà di dare ordine e un nuovo senso alla sua vita, riacquistando forse in modo definitivo la sua identità. E proprio Walter con la sua terapia d’urto cercherà di smuovere il macigno di senso di colpa e dolore che affligge Daska. Un cammino di rinascita non facile, pieno di difficoltà e insidie dovute alla paura e ai rimorsi che tormentano da tempo Kriss. Rosso Tulipano è una storia su due binari paralleli nei quali, da un alto, c’è una donna alla ricerca dell’uomo amato e dall’altro, c’è Kriss che a sua volta si sta muovendo su rotaie personali per ritrovare sé stesso. Il lavoro di esordio di Eliana Bordogna è un misto di sentimenti che vanno dall’amore, alla gioia, alla sofferenza e alla voglia di provare a vivere meglio, ma non sono. Non a caso accanto al sentire emotivo c’è un pellegrinaggio tra presente e passato – grazie ai ricordi che mergono durante la narrazione- nei posti dove i protagonisti hanno vissuto, amato e sofferto. A lettura finita posso dire che Rosso tulipano non è solo un storia d’amore in fase di formazione. Il libro della Bordogna è anche è un’indagine nelle pieghe più oscure e dolenti dell’animo umano e in quelle pagine della storia recente, non troppo geograficamente lontana da noi, che non tutti conoscono. Daska è sopravvissuto ad un eccidio avvenuto durante la guerra bosniaca ed è scampato ad un altro tragico evento che gli ha portato via per sempre i suoi amati tulipani rossi. Kriss Daska è la figura attorno alla quel si sviluppa la narrazione, anzi è lui il motore di Rosso tulipano e dal suo agire concreto ed emotivo nascono quei legami con gli altri personaggi che restituiscono a chi legge un frammento dei reale umanità. I protagonisti del libro di Eliana Bordogna sono sì letterari, ma la loro complessità emotiva e psicologica li rende vivi e reali, soli e fragili come ognuno di noi. Come accade spesso nei romanzi la finzione si mescola con la realtà e anche in Rosso tulipano il vero c’è, e corrisponde alla testimonianza di un fotoreporter sopravvissuto ad un eccidio che ha dato ad Eliana Bordogna lo stimolo per scrivere una storia di vita nella quale l’invenzione letteraria e la realtà si amalgamano alla perfezione, restituendo a chi legge una pezzetto di vita vissuta, fomentando una riflessione sul senso della vita, alla scoperta che forse non tutto è perduto.
La notte tra il 25 e il 26 Settembre 1970, intorno alle 23, 25, sull’autostrada del Sole, nei pressi di Ferentino, cinque giovani anarchici persero la vita in un presunto incidente stradale, che ancora oggi per dinamiche e sviluppi suscita numerosi interrogativi. Si chiamavano: Gianni Aricò, Angelo Casile, Annelise Borth, Franco Scordo e Luigi Lo Celso. Da Vibo Valentia erano diretti a Roma per portare ai compagni della Federazione Anarchica Italiana un dossier di controinformazione da pubblicare sul giornale Umanità Nuova, e qui la vicenda già tragica di per sé, Annelise Borth era al tempo incinta, quindi anche un’ altra vita fu sacrificata, assume contorni ancora più oscuri. Il dossier sparì misteriosamente dal luogo dell’incidente, per non essere più ritrovato. Qualcuno se ne appropriò, per nasconderlo, distruggerlo. Non è difficile ipotizzare un collegamento tra queste morti e la scomparsa di quella cartella contenente fotografie e fogli dattiloscritti. Anche il responsabile della Direzione Antimafia Calabrese, Salvo Boemi, lo fece, però per non giungere a nulla. Se quell’incidente non fu un incidente, ed è quasi indecente definirlo incidente, ma una vera e propria strage politica, mandanti ed esecutori materiali sono tutt’oggi impuniti. La giornalista e scrittrice Nicoletta Orlandi Posti nel suo Il sangue politico – Storia di cinque anarchici e di un dossier scomparso edito da Editori Riuniti, prefazione di Erri De Luca, ha ricostruito questa vicenda, portandola così a conoscenza del grande pubblico, lontano dai circoli anarchici che finora erano tra i pochi a conservarne memoria. Ne aveva già parlato nel 2001 Fabio Cuzzola in Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, città del Sole edizioni, ma se vogliamo il libro dell’Orlandi Posti contiene uno scavo, uno studio dei documenti, dai dossier di interrogatorio agli opuscoli ciclostilati dei circoli anarchici, ancora più approfondito e sconcertante. Cosa conteneva quel dossier? Cosa avevano scoperto quei cinque ragazzi di così esplosivo da provocarne la morte? Quali prove possedevano, e di quali crimini? Una copia era stata già spedita tre settimane prima al compagno Veraldo Rossi, ma ancora non era arrivata. Per questo motivo avevano deciso di partire, e consegnarla a Roma di persona. Criminalità organizzata, eversione nera, servizi deviati, sono al centro di questa storia, una verità storica, poi ricostruita ad anni di distanza dalle testimonianze dei pentiti dell’ndrangheta e non solo. Lascio comunque a voi leggere questo libro e trarre le vostre conclusioni. Nicoletta Orlandi Posti sceglie una narrazione romanzata, facendo rivivere i colloqui e le vite dei cinque anarchici, la loro passione politica, il loro impegno. E’ uno studio storico, ne conserva il rigore scientifico, e l’ approfondita documentazione, ma si legge come un testo narrativo. Corposa la bibliografia. In appendice stralci dei verbali di interrogatorio.
Jim Nisbet
Il fatto di cronaca all’origine del libro che ha ispirato il film Oltre le colline di Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes, accade nel 2005, in Romania. Un ambizioso prete, con velleità di esorcista, esercita il potere sulle monache e sui fedeli seguendo un retrivo e agghiacciante prontuario dei peccati. Infelici ragazzi sopravvivono agli orfanotrofi ma non a se stessi, tra pedofilia d’importazione, corruzione autoctona, associazioni umanitarie benefiche e per delinquere. Ingenue suore si prodigano zelanti al servizio di un’interpretazione mistificatoria del senso religioso. Maldestri medici di ospedali fatiscenti sono alle prese con un caso che supera la loro preparazione professionale. Irina, ventitreenne che ha trascorso l’infanzia tra brefotrofi e affidamenti temporanei, approda al monastero di Tanacu. Che cosa è successo nella sua vita per comportarsi come un’indemoniata e che colpe ha per meritarsi la violenza degli scongiuri e dei supplizi con catene per cani? Un episodio che ha scosso il mondo. Accade nell’Europa del terzo millennio. Mai come in questo caso l’esacerbata ortodossia appare come sinonimo di una mentalità da Medioevo.
E’ da pochi giorni uscita, unicamente in formato digitale, una raccolta di tre racconti brevi di Luigi Bernardi, per Doppiozero, intitolata Avvoltoi e composta da Voglio te, A morte scoperta e Madre mia di morte nera. Giunge essenzialmente inattesa, solo a marzo è uscito dell’autore il suo ultimo romanzo, Crepe, che abbiamo avuto modo di recensire su queste pagine virtuali. Luigi Bernardi ci ha abituati alle sorprese e non è autore costretto a sfornare opere per logiche di marketing, a volte non rispettose dei ritmi della creatività. Se ha pubblicato questa raccolta e perché ne sentiva la necessità, perché si sentiva pronto a parlare di due temi, solo apparentemente slegati e quasi contrapposti. La morte e il legame tra genitori e figli. Nella nota finale è tutto spiegato, la genesi dei racconti e chi sono gli “avvoltoi” del titolo, oltre a contenere una verità, una riflessione stessa sulla narrazione, che ci avvicina di più al modo con cui gli scrittori osservano la vita.
Enzo Antonio Cicchino è un artista poliedrico. Lui ha lavorato per il cinema cinema, nella produzione documentaristica, scrive libri di storia, romanzi e come dimostra Prima dello specchio si occupa anche di teatro e lo fa dando vita a dei testi nei quali emerge in maniera immediata la volontà di riflessione sull’uomo e sul suo agire. Cicchino raccoglie tre testi teatrali nei quali è facile riconoscere tre tipologie di genere (tragedia, commedia e monologo) che rappresentano le molteplici percezioni esistenziali del vivere da parte degli esseri viventi, come a dire che la vita di ogni individuo è caratterizzata da drammi, da gioie e da riflessioni personali sul senso del vivere. Tre storie e allo stesso tempo tre frammenti di vita che fanno riflettere sul sottile legame esistente tra l’agire umano e il contesto sociale nel quale gli individui vivono. Tre vicende molto diverse tra loro, dove persone in carne ed ossa si alternano ad oggetti con funzione metaforica con l’intento autoriale di compiere un’ indagine sull’uomo, sull’importanza del ricordo, sulla comprensione dell’io e del mondo che lo attornia. La prima è la tragedia de Gli ombrelli nella quale i protagonisti della scena non sono esseri umani, ma degli ombrelli posseduti da quest’ultimi. Cicchino prende gli oggetti che ci riparano dal sole e della pioggia e li mette a dialogare tra loro in modo tale che da ogni frase detta emerga qualcosa, in questo caso relativa alla dolorosa verità del dramma dell’Olocausto. Non a caso il loro possessore, il borghese Franco, non è l’emblema della santità anzi, battuta dopo battuta verranno a galla i suoi legami con il Nazismo, l’origine dei proprietari legittimi degli ombrelli e i reati dei quali l’uomo si è macchiato durante la guerra. I pugilatori invece sono una commedia amara nella quale un uomo, il pugile Buck, è così travolto dagli allenamenti per raggiungere la forma perfetta per battere Roger, che la moglie Mary sentendosi trascurata e abbandonata si allontanerà da lui lasciandolo. L’ultimo componimento è Sentenza il monologo compiuto da Penelope,una donna esperta di sezioni autoptiche alle prese con l’autopsia del corpo di una donna anziana morta suicida, non un semplice cadavere, ma una persona con la quale lei scoprirà avere un profondo legame di sangue. Cicchino usa il teatro come mezzo di indagine dell’io umano e di uno dei sentimenti che caratterizzano da sempre la nostra specie: il male. Nei tre testi il male è presente in diverse forme. C’è il male fisico, come ne Gli ombrelli, causato dalla violenza insensata verso persone innocenti punite con la morte, perché non appartengono alla razza pura. C’è poi il male o dolore emotivo e del distacco percepito quando è ormai troppo tardi in I pugilatori, dove l’egoismo di Buck lo porta a concentrarsi solo su se sé stesso fino alla negazione completadel rapporto con la consorte. Infine, in Sentenza, c’è un dolore fisico ed emotivo, quando una donna vivisezionando il cadavere della madre enuncia a parole tutta la sofferenza vissuta da entrambe. Enzo Antonio Cicchino in Dietro lo specchio passa da una coro di voci, ad un dialogo fino ad un serrato monologo, tre modalità espressive dalle quali si capisce quanto per l’uomo di ieri e oggi sia difficile relazionarsi agli altri attraverso la socializzazione e, allo stesso tempo, quanto per una singola entità umana si difficoltoso portare a termine i propri progetti di vita facendoli convivere con un mondo non sempre disposto ad accettarli. Ma allora cosa c’è in Dietro lo specchio di Cicchino? Credo ci sia la volontà di un uomo – l’autore – di ricercare attraverso la rappresentazione teatrale il senso del comportamento umano e di trovare parti di verità esistenziali. L’immagine prima dello specchio non è solo quella di un singolo individuo, ma credo sia il ritratto di un io in rapporto ad altri, nella speranza di trovare in questa relazione di incontro, scontro e confronto una qualche certezza alle tante domande che l’affascinate e misterioso andamento della vita ci riserva.
Polvere di diamante
La chiamata tipica per un poliziotto è in situazione ignota. Al corso ci istruivano a considerare tutte le chiamate così. Il pericolo si nasconde ovunque. Sono tutti sospetti, e tutti i sospetti mentono.
Camilla Grebe e Åsa Träff, le ho conosciute e apprezzate attraverso il loro secondo lavoro letterario, “Trauma”, un thriller psicologico di notevole spessore, ignara del loro capolavoro d’esordio, “Nel buio”, entrambi editi da Piemme e tradotti da Renato Zatti, in quest’ultimo con la collaborazione di Gabriella Bonalumi. Leggere “Nel buio” è stato come percorrere la longitudine di un fiume a ritroso, dal delta alla sorgente; approfondire un’amicizia sfogliando pagine di diari che raccontano ciò che, comunemente, è più facile nascondere sotto rostri di acciaio.
























