Benvenuta Cristina su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Nata a Zaragoza nel 1968, hai studiato giornalismo all’ Universidad Autónoma de Barcelona. Scrittrice, giornalista, hai lavorato in radio e televisione. Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupavi prevalentemente, per quali giornali hai scritto, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare la scrittrice?
Come giornalista ho ricoperto quasi tutti i ruoli esistenti. Sono stata redattrice, reporter, editorialista, cronista, caporedattrice e vicedirettrice, sceneggiatrice radiofonica, opinionista televisiva, ho creato redazioni. Ho scritto soprattutto sul quotidiano El Mundo, ma sono passata in un modo o nell’altro per la maggior parte dei media del paese. Col tempo mi sono resa conto che ciò che più mi piace è uscire in strada e raccontare quel che succede.
Certo, 25 anni di giornalismo influisono inevitabilmente sulla scrittura. All’inizio, affronti l’atto di scrivere con meno rispetto, dopo centinaia di articoli frettolosi che moriranno il giorno dopo. In seguito l’esperienza giornalistica mi obbliga a star molto dietro al linguaggio e converte ciò che è letterario, la volontà letteraria, in esigenza costante.
Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?
Non saprei determinare con esattezza cosa sia la verità in letteratura, anche se naturalmente, ciò che chiami “dire la verità” nel giornalismo non ha nulla a che vedere con la letteratura. Quando scrivo narrativa cerco di essere onesta, non so se ti riferisci a questo.
Dirigi il sito web Sigueleyendo. Raccontaci questa esperienza.
Sigueleyendo nasce dalla paralisi feroce che sta distruggendo il mio paese, dalla radicale trasformazione della comunicazione e dall’irruzione di internet nelle nostre vite. Con vari colleghi senza lavoro decidemmo di creare un sito web che ci permettesse di pubblicare articoli, recensioni e e-book. È come una creazione artificiale che prosegue modificandosi. Non so bene in che direzione stia andando, né voglio saperlo, per fortuna. Come anche pubblicare libri o recuperarne di quelli che considero fondamentali e che per qualche ragione muoiono, senza che nessuno li recuperi dal pozzo profondo dei fuori catalogo.
Raccontaci della tua infanzia. Da bambina ti piaceva leggere? Come è stato crescere nella Spagna degli anni ‘70?
Credo di aver sempre letto e scritto. Leggevo tutto ciò che mi capitava nelle mani e scrivevo molto. Ricordo che a otto anni decisi che avevo terminato il mio primo libro di poesia. Aveva la lunghezza di un quaderno di scuola ed era orribile. Però mi insegnò a copiare, in quel caso copiare Juan Ramón Jiménez.
Gli anni ’70 e ’80 sono stati per la Spagna un periodo di progresso, anni gioiosi. Nel 1975 morì il dittatore Francisco Franco e la democrazia portò quella che potrei chiamare una valanga di festa culturale. Poi, con l’arrivo dei socialisti al potere nel 1982, s’aggiunsero sanità ed educazione pubbliche. La donna guadagnò spazio e diritti, e un’idea dolce di sviluppo sociale e culturale sembrò pervadere tutto. La mia generazione crebbe quindi con la sensazione che tutto stava migliorando e che vivevamo in un paese moderno. Recentemente mi sono resa conto che si trattava, in una certa forma, di un miraggio, e che non erano stati saldati a dovere i conti con i responsabili di quarant’anni di dittatura. Per quanto mi riguarda, a diciott’anni scappai di casa e iniziai a correre, perché desideravo divorare tutto. A volte penso di non essermi ancora fermata.
Parlaci di Barcellona, la città in cui vivi. Cosa ti piace di più? Vi sono luoghi a cui sei più affezionata?
Arrivai a Barcellona nel 1986, da poco maggiorenne, con la scusa di studiare giornalismo all’università. Scelsi Barcellona perché era la migliore città di Spagna: una grande capitale, mare, cultura, cosmopolitismo… Una volta andai a vivere a Madrid, e ritornai in cerca del mare. Mi sento parte della Ciutat Vella, del Casco Antiguo, e ho cercato di abitare sempre lì, dove la storia e le sue pietre convivono con i turisti, gli immigrati, le prostitute e la maggior parte delle attività culturali che mi interessano. Il luogo che preferisco, dentro questo nucleo, è la Barceloneta, il vecchio borgo dei pescatori.
Come è stato il tuo cammino letterario? Come sei arrivata alla pubblicazione? Hai consigli per i giovani scrittori in cerca di editore?
Facile, in questo senso il mio cammino letterario è stato molto facile. Nono ho mai incontrato problemi per pubblicare un libro, nessuno dei sette che ho scritto. Dei quattro romanzi, tre hanno vinto premi che per me sono risultati importantissimi, benché economicamente irrilevanti.
Non ho molti consigli da dare. Difendere la propria opera con le unghie e con i denti. Se siete convinti che ciò che state offrendo è ciò che avete voluto creare, non dovete cambiarlo, non dovete farvi convincere a fare qualcosa di diverso. E non aspettatevi di far soldi.
Hai scritto quattro romanzi e due saggi: Rupturas, No acaba la noche, Así murió el poeta Guadalupe, Las niñas perdidas, Últimos días en el Puesto del Este e A la puta calle. Come nascono le idee per un romanzo?
Stanno lì. Ognuno dei miei romanzi è nato da un’idea che è apparsa e che avevo già dentro. Allora mi aggrappo a quest’idea e la distruggo, cerco cosa nasconde, di cosa parla, perché è dentro di me e che storia può racchiudere. Poi ci costruisco una trama.
Parliamo adesso del tuo romanzo Las niñas perdidas, edito in Italia da Feltrinelli con il titolo Innocenti e tradotto da Marco Amerighi, un noir molto particolare per struttura narrativa e temi trattati, vincitore in Spagna di numerosi premi.
La storia di una investigatrice privata, quasi al termine di una gravidanza, che indaga sulla scomparsa di due bambine e si trova in una situazione estrema, dolorosa, costretta a scendere nelle parti più buie della sua vita. Come è nato il personaggio di Victoria?
Poco dopo essere arrivata a Barcelona, nel 1988, creai con quattro colleghi un giornale gratuito in una delle zone operaie più povere, senza assistenza e conflittuali della città: Nou Barris. Ci lavorai per quasi un decennio. Il contatto con quelle persone, le loro lotte sociali, la loro rabbia e la loro precarietà, mi insegnò moltissimo e mi cambiò. Victoria González è frutto di tutto ciò, una detective nata in quel luogo, di famiglia povera e comunista, piena di rabbia di classe. È anche frutto della vita che ha passato una parte importante della mia generazione, legata al consumo di droghe e a una insoddisfazione idiota e indeterminata.
Puoi dirci qualcosa della trama di questo romanzo, senza rivelare il finale ?
Scompaiono due bambine, di tre e cinque anni. Una di loro riappare cadavere: violentata, squartata e filmata in un video. La madre delle piccole, Adela, una giovane donna di classe agiata, vive come homeless nei giardini dell’ Hospital de Sant Pau. Le venne tolta la custodia delle figlie per droga. Qualcuno, non sappiamo chi, incarica la detective Victoria González di scoprire cosa è successo e di trovare la bimba che manca. La detective, donna della classe operaia con un passato duro legato all’abuso di molti stupefacenti e alcol, è incinta al quinto mese. Le vite di Adela e Victoria si incrociano in una Barcellona violenta e nera, in cui un sicario assunto dalla prima si unisce alla ricerca della bambina ancora scomparsa.
Il romanzo è ambientato a Barcellona, cui dedichi numerose pagine parlando delle sue vie, dei suoi quartieri anche popolari, dei suoi parchi. Che ruolo ha questa città nell’economia del romanzo? Capitoli brevi, stile destrutturato, flashback, pensieri, il passato e il presente che si sovrappongono. Com’è nato il tuo stile, così particolare?
Racconto la mia città, quella che conosco e che non ha nulla a che vedere con quella che si vende negli opuscoli turistici. Amo questa Barcellona canaglia, umana e sporca che si cerca di nascondere e che la maggioranza degli stessi barcellonesi ignorano.
Riguardo allo stile del romanzo, è quello che richiedeva la storia. Non ho uno stile omogeneo, anche se è riconoscibile. Credo sia imprescindibile dare ad ogni storia il linguaggio e la sintassi che merita. Sarebbe una barbarie costruire la storia di due bambine violentate e squartate, madri senza futuro e violenza dura con un linguaggio dolce e una prosa soave.
Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile? Nel tuo romanzo affronti temi seri come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, specialmente madri, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga. Era tuo intento portare l’attenzione del lettore su temi di denuncia sociale?
Tutto ciò che leggo mi influenza, in ogni romanzo che scrivo. Pensandoci bene, non trovo un’opera in particolare che abbia ispirato Las niña. Riguardo all’interesse per i temi sociali, non si tratta di un’intenzione a priori, non mi sono detta “voglio scrivere di questo”. Semplicemente è qui, nella mia costruzione, nella mia impalcatura. Ognuno ha delle risorse che immagazzina nella memoria e fuoriescono quelle che più ci hanno insegnato o turbato o impressionato. Mia madre è solita chiedermi perché scrivo sempre cose tanto terribili, e mi angustia un po’ risponderle che il mondo mi pare un luogo terribile. C’è già tanta gente che scrive d’amore e di misticismo, a me non interessa. Mi interessano il dolore, la violenza e l’intimo conflitto dell’essere umano.
Molti lettori sono stati scossi dai capitoli in cui descrivi in maniera semiseria i modi per uccidere piccoli animali. Qual è la funzione di questi capitoli nel romanzo?
Sono lì per far “colare” qualcosa di umoristico in una trama molto dura, ma anche per giocare col paradosso: dopo la pubblicazione del romanzo alcune associazioni mi hanno accusato di promuovere la violenza e i maltrattamenti sugli animali. Nessuno mi ha accusato di violentare e maltrattare fino a ucciderle due bambine piccole.
Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi? Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Mi piace l’Italia, quel poco che conosco: il Veneto, Firenze. Devo molto alla cultura italiana, da Dante a Pasolini. Sicuramente mi piacerebbe molto girare l’Italia a presentare il libro. Puoi dire a Feltrinelli che sono a loro disposizione.
La cosa più impressionante in un tour promozionale mi è successa nella provincia di Granada, poco fa, dopo la pubblicazione del mio ultimo libro, A la puta calle, che narra la cronaca del mio sfratto. Mi si sono avvicinate due ragazze per dirmi che avevano visto un mio intervento in televisione, in cui denunciavo gli abusi che comportano le migliaia di sfratti che avvengono in Spagna. Dopo avermi ascoltata, decisero di organizzare il comitato Stop Sfratti nel loro paesino. Avevano portato con loro una donna, per presentarmela. Avevano impedito il suo sfratto. Mi emozionai, ovvio.
Cosa stai leggendo in questo periodo?
Sto leggendo La banda que escribía torcido, una storia sugli autori del nuovo giornalismo americano: Wolfe, Breslin, Talese, Hunter S. Thompson, Didion…
Che relazioni hai con i tuoi lettori? Come possono contattarti?
Possono scrivermi a info@sigueleyendo.es. Mi piace che mi pongano domande, che commentino e anche che mi critichino. È bello quando, per esempio, mi si avvicina una lettrice e mi dice “Ho dovuto smettere di leggere Las niñas perdidas, perché non sono riuscita a reggerlo”. Se do fastidio, ho centrato l’obbiettivo.
Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Altri progetti?
Sto lavorando alla seconda avventura della detective Victoria González, che siccome non è più incinta, è bestiale. E allo stesso tempo, sto scrivendo un romanzo sulla vigliaccheria, molto legato alla mia storia familiare.
[Traduzione a cura di Luca Rinarelli]
Avete presente la tipica immagine della Svizzera con la sue verdi montagne, le mucche al pascolo e fantastici paesaggi nei quali tutto sembra dipinto da un abile artista? Ecco dimenticatevi questa immagine e leggendo Dietro la stazione, il piccolo capolavoro nostalgico dedicato al passato scritto dallo svizzero Arno Camenisch, scoprirete un insolita e a dir poco impensabile terra elvetica. Tutto un micro mondo di un villaggio montano – 40 abitanti compresi cani e gatti – è narrato nel nuovo libro di Camenisch che usa uno sguardo lucido e puro come quello di una bambino per raccontare i luoghi delle sue origini. Una storia dove la vita di ogni abitante si sviluppa attorno alla stazione ferroviaria, un punto di riferimento che rappresenta il ponte di collegamento con il mondo esterno alla valle protagonista della narrazione. Accanto a chi ci racconta la storia – ambientata in un paesello senza nome, ma collocabile nella catena montuosa dei Grigioni – si innestano tanti altri personaggi che fanno di Dietro la stazione una vicenda corale, dove ognuna delle persone agenti apporta il proprio contributo alla costruzione della storia di vita quotidiana. Nel libro del giovane Camenisch, edito da Keller e tra i finalisti del Premio Salerno Libro d’Europa, compaiono tanti tipi umani che evidenziano, da un lato, quanto sia varia la nostra specie e, dall’altro, quanto questa diversità di tipologie comportamentali riescano a convivere in uno stesso spazio. Ecco arrivare sulla scena la nonna dell’io narrante con il marito costruttore di bare colpito da acciacchi vari dovuti all’età che avanza. Accanto a loro irrompono Gion Baretta che molla al padre del primo personaggio dei conigli da allevare. Poi compare Giacasep con il suo un negozio dove vende motoseghe e chiodi, un posto che il protagonista e il fratello frequentano spesso prendendo di nascosto chiodi che nascondono nei pantaloni e che una volta finiti nella lavatrice danneggiano irreparabilmente la lava panni di famiglia, causando le ire della madre di chi racconta. E non mancano altri personaggi originali come la vicina di casa di italiana, il maestro di sci sempre vestito uguale che porta in dono squisite tavolette di cioccolato e la bella – e qui si capisce subito la particolare attrazione del narratore per la ragazzina – bambina Silvana. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di microcosmo a sé filtrato attraverso l’innocente sguardo di un bambino che ci racconta la realtà dove è nato e cresciuto. Chi legge ha quindi l’impressione di trovarsi davanti a personaggi grotteschi, comici e a volte troppo strampalati per essere reali, ma questa non è un’impressione errata. Essa è figlia dell’immediata prima impressione di una visione fanciulla che vede il mondo circostante in maniera pura, senza gli schermi imposti dall’età adulta. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di museo con tanti esseri strani e Camenisch non ci racconta nulla di quello che sta oltre la stazione, perché il suo è un viaggio indietro nel tempo alla riscoperta e alla salvaguardia di un passato ormai trascorso per sempre. Il lettore entra nel microcosmo di Camenisch grazie allo sguardo in soggettiva dell’io narrante e all’originale scelta linguistica – fate attenzione che non sono errori grammaticali i modi in cui certe parole vengono tradotte e scritte – che attraverso una mescolanza di italiano, tedesco e romancio esprime le diverse entità umane presenti in uno stesso piccolo ambiente in fase di trasformazione. L’importanza di salvaguardare i tempi andati è una costante dei Dietro la stazione e la scelta compiuta alla fine dal protagonista ci fa capire che la vita nel suo villaggio è sì un’ epoca trascorsa, ma in lui c’è il bisogno di mantenerla viva per ricordare le persone, i gesti e le cose che hanno caratterizzato la sua infanzia. Ottima la traduzione dal romancio di Roberta Grado.
Ancora deserto sporco di pubblicità non degradabili, cartelloni stradali in inglese e arabo, con nomi di hotel, ristoranti, locali per turisti. Il mare sfregiato dalle costruzioni dei verdi, gialli, rossi villaggi turistici; una curva, una barca da pesca lasciata in un vicolo sterrato a bloccare il traffico, un dedalo di viuzze sporche, motorini, bambini che chiedevano la carità, e ancora uno stradone impolverato percorso da decine di pulmini scarburati. Case lasciate lì a marcire, costruite fino al primo piano e poi abbandonate, odore di mafia, cartelli politici. Infondo alla strada la moschea.
Martedì 09-07-2013 ore 19:40, è il momento esatto in cui decido di sfogliare le pagine del nuovo libro di Cristina Zagaria, Veleno, curato da Sperling & Kupfer. È mia abitudine, prima di affrontare una nuova lettura, leggere dedica, indice, ringraziamenti, quarta di copertina, senza una vera ragione se non per percepire e tingere i miei pensieri dello stesso colore delle storie che inizierò a vivere. Così come è mia abitudine attendere che un libro mi cerchi per essere letto. È accaduto anche in questo caso. Veleno è rimasto adagiato tra la pila di libri, in attesa di compiere con me il lungo viaggio da nord a sud, il viaggio che mi conduce ad abbracciare quei ciuffi sfavillanti di ginestra lungo le strade, quel canto stridulo di grilli e cicale, quei profumi di fichi bolliti da cui si ricava il miele che, di ambra, intinge e insaporisce turdiddri e palati. Siamo giunti a casa insieme, nella mia casa, che poco dista dalla terra tarantina, e nel frattempo ho percepito altre emozioni fino a quando ho sentito la necessità di accarezzare quelle 334 pagine, come atto dovuto, come atto voluto.
Ciao Beda piacere averti qui a Liberi di scrivere dove ci occupiamo di libri a 360 gradi. Prima di addentrarci dentro al mondo della tua raccolta poetica L’abisso è alle porte, raccontaci qualcosa di te.
Gli anni belli di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, ci porta nella Roma tra le due guerre, nel quartiere popolare di San Lorenzo, dove vivono i due protagonisti, Elena e Benedetto. E’ una storia d’amore la loro, una semplice e delicata storia di sentimenti, una storia minima sullo sfondo della Storia, narrata come si narravano una volta le storie d’amore, fermi sui ballatoi delle case di ringhiera, affacciate sui cortili, o sui tetti pieni di corde tese a cui appendere la biancheria da asciugare.
Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».
Il silenzio della neve (Cover of snow, 2013), romanzo di esordio di Jenny Milchman, tradotto da Lucio Carbonelli ed edito in Italia da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, ci porta in una piccola cittadina di provincia, persa tra le nevi dei monti Adirondack, nello Stato di New York. Nora Hamilton, restauratrice di case d’epoca, sposata con Brendan, poliziotto in forze al distaccamento locale, conduce una vita felice, tranquilla. Ha una bella casa, un lavoro che le piace, una bella famiglia: un padre e una madre presenti e disponibili, una sorella, Teggie, ballerina di danza professionista, dalla lingua forse un po’ troppo lunga ma simpatica.
Salve a tutti, oggi vorrei dare spazio sul blog ad un’esordiente, Vanessa Roggeri, autrice di Il cuore selvatico del ginepro, che uscirà a fine agosto per Garzanti. Non è un’ intervista, è una lettera che Vanessa mi ha inviato da condividere con i lettori di Liberi di scrivere. Il cuore selvatico del ginepro è la storia di due sorelle e del loro legame speciale, forte e indistruttibile come il ginepro della sua terra, la Sardegna. Vi lascio dunque alle sue parole.
Animali domestici
























