Traduzione di Anna Vivaci
“Dickens voleva insegnare la poesia della vita quotidiana a tutti coloro che erano legati a un’esistenza modesta. Egli ha mostrato a migliaia di uomini fino a quale profondità della loro misera vita giungeva l’eterno […] Voleva essere d’aiuto ai più piccoli e poveri”.
Charles Dickens conosceva bene la povertà. Aveva conosciuto la fame e le rinunce. Fin da bambino aveva avuto freddo e mai nessun “gentiluomo” lo aveva accolto e salvato dalla miseria.
Le sue opere rappresentano in qualche modo il riscatto della sua infanzia, di quella negata, maltrattata, dimenticata. Oliver Twist, David Copperfield o il giovane Pip dalle grandi speranze sono un esempio di quel riscatto. Bambini derubati dell’infanzia diventano uomini di gran cuore e di speranze ritrovate.
C’è tutto questo nell’autore delle famiglie, come ce lo descrive George Orwell nel suo saggio Inside the Whale del 1940: si tratta di uno di quei grandi scrittori che vengono propinati in “dosi massicce” sin dall’infanzia (si pensi a Canto di Natale) e che, per tale ragione, non sono suscettibili di critiche di sorta.
Insomma che ci piaccia o no, Dickens è un’istituzione, un esempio assoluto di grande prosa, capace di imprimersi nella mente dei suoi lettori per sempre. Chi ha letto almeno un libro di questo autore conserverà dei suoi personaggi delle immagini nitide come illustrazioni.
Stefan Zweig ripercorre in questo brevissimo ed efficacissimo saggio – uscito nel 1920 e ripubblicato da Elliot nel 2013- i romanzi di Charles Dickens attraverso un’epoca, quella vittoriana, che in essi più che altrove ha trovato la sua degna rappresentazione.
“La sua narrativa soddisfa alla perfezione il gusto dell’Inghilterra dell’epoca, il suo lavoro diviene a tutti gli effetti l’emblema della tradizione inglese” e dentro i confini di quella tradizione si compie la sua opera, senza voli pindarici o cadute di stile. Si mantiene onesta, fedele a se stessa, specchio di un’Inghilterra ormai “sazia”, come la definisce Zweig, diversa da quella elisabettiana e shakespeariana. Un scrittura lontana da modelli più arditi quali quelli di Shelley, Lord Byron, Balzac o Dostoevskij.
“Gli eroi di Balzac sono avidi e prepotenti, ardono di un’orgogliosa brama di potere, non si accontentano di nulla, sono letteralmente insaziabili. […] Anche gli eroi di Dostoevskij sono arditi e intransigenti, la loro volontà rifiuta il mondo e tenta, con un’incontenibile superbia, di afferrare la vita vera che soggiace alla vita reale. […] L’eroe di Balzac vuole conquistare il mondo, l’eroe di Dostoevskij arriva a considerarsi al di là delle leggi […]. I personaggi di Dickens al contrario sono tutti modesti. […] non vogliono sovvertire l’ordine sociale, non vogliono essere né ricchi né poveri, ma stare nel mezzo, che è una strategia molto utile per il commerciante ma davvero pericolosa per l’artista”. E nel mezzo c’è il mondo borghese che tanto piaceva a Dickens, quella sfera media “che sta tra la casa dei poveri e la piccola rendita”.
Zweig ci spiega come l’opera di questo autore sia certamente democratica, ma non socialista. Dickens non sapeva essere radicale. Si accontentava di stare nel mezzo, come i suoi personaggi si accontentano di una vita modesta: una casetta con giardino, un lavoro onesto e dei bambini.
Quella vita viene descritta con precisione e con dovizia di particolari, quelli che il suo occhio attento sapeva cogliere perfettamente nella realtà circostante.
“Prima di fare lo scrittore, egli aveva lavorato come stenografo per il parlamento e si era allenato a rendere dei particolari con brevi note, a condensare una parola in un tratto di penna, un’intera frase in un ghirigoro”.
Quei particolari ricadono nei suoi romanzi rendendoli una rappresentazione fedele e quindi credibile della realtà. David Copperfield, per tutti, “è una sorta di autobiografia romanzata” scrive Zweig. “Sono presenti ricordi di un bambino di due anni, di sua madre e della cameriera, i loro profili sono così dettagliati che sembrano emergere dal fondo”. La sua scrittura non lascia spazio ad interpretazioni: “costringe alla precisione”.
Quella fedeltà al particolare era ciò che rendeva le sue opere – per suoi contemporanei – un porto sicuro in cui rifugiarsi: impossibile non affezionarsi ai suoi personaggi. Ecco, quindi, che le uscite mensili dei romanzi a puntate erano attesa con grande fermento: “il giorno in ci arrivava la posta sembrava impossibile restare tranquilli in casa ad attenere che il postino consegnasse finalmente il fascicolo azzurro […]. L’attesa era durata un mese intero, trascorso a sperare e a scommettere sulla scelta di Copperfield tra Dora o Agnese, oppure a rallegrarsi della nuova crisi di Micawer […] E tutti, vecchi e bambini, anno dopo anno, nel giorno fatidico percorrevano a piedi chilometri per raggiungere il postino a metà strada e ricevere così più velocemente il fascicolo”. Un vero e proprio successo in patria e nell’intero mondo anglosassone.
Lo scrittore e poeta Stefan Zweig ci offre un’analisi accattivante e molto interessante di colui che rappresentò per il suo tempo un vero e proprio fenomeno letterario e per la storia uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento. Per nulla rivoluzionario, ma con un occhio sempre rivolto alla normalità e alla quotidianità: più interessato all’uomo che alle dinamiche politiche e sociali, mai veramente critico nei confronti della ricchezza, ma fiducioso negli uomini e nel loro ravvedimento.
Il suo approccio è sempre di tipo morale e i suoi personaggi sono l’esempio eccellente che tutti possono cambiare (in meglio ovviamente). Le sue opere infatti non sono mai veramente tragiche: il lieto fine è sempre dietro l’angolo.
Zweig ci ricorda che proprio il perbenismo di un’epoca e della sua tradizione rappresentarono in qualche modo il limite più grande di questo grande autore e che solo l’humor, “quel suo umorismo lieto e geniale” impedirono a Dickens e alla sua opera di impantanarsi nella più scontata mediocrità.
Un saggio di straordinaria raffinatezza, capace di cogliere aspetti profondi e insoliti dell’opera di Dickens. Una lettura sensata per tutti gli amanti della letteratura e della lettura in generale, anche se non particolarmente affezionati all’autore di Oliver Twist.
Consigliatissimo.
Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petropolis, 1942). Di origini austriache ma naturalizzato britannico, fu critico, poeta e romanziere. Il saggio su Dickens fu pubblicato nel 1920 all’interno del volume Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij. Dello stesso autore sono apparsi per Elliot Amerigo e Brasile.
Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A, serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso. Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.
Inaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.
Jane Austen è una delle scrittrici anglosassoni più amate e conosciute. I suoi romanzi hanno raccontato e ci raccontano ancora oggi le tresche amorose, gli intrighi di coppia e la routine della vita quotidiana della nobiltà inglese nella campagna del ‘700 e chissà quale sarebbe oggi la sua impressione se scoprisse di essere diventata lei stessa la protagonista di un romanzo. Ebbene sì, in Una Carrozza per Winchester la scrittrice Giovanna Zucca si immagina una possibile – perché a dire il vero i due protagonisti non si incontrarono mai nella realtà – storia d’amore tra la Austen e il medico Thomas Addison, accorso al suo capezzale nella speranza di trovare una cura all’oscuro male che la attanagliava da tempo. Una volta giunto a destinazione il dottore scoprirà una donna forte, coraggiosa che non ama molto le regole delle società dove è nata e questo creerà da subito tra i due un intenso e inaspettato feeling. Il romanzo è una perfetta mistura tra realtà e finzione che servono a chi scrive a raccontare a noi lettori la relazione tra l’autrice di Orgoglio e Pregiudizio e l’eminente medico- scienziato, due personalità che emergono pagina dopo pagina in ogni loro sfaccettatura caratteriale, a differenza dei comprimari che per il loro modo di porsi nella trama richiamano spesso alla mente molti degli stereotipi comportamentali che la Austen stessa rese protagonisti delle sue opere. Una carrozza per Winchester è allo stesso tempo un viaggio dentro ad un’epoca passata, un microcosmo campestre che affiora con forza in tutte le sue forme di rispetto morale e sociale alle quali la Austen non amava molto sottostare. Questo atteggiamento di ribellione volontaria ci mostra quindi una Jane Austen in netta opposizione alla sua famiglia e alla comunità troppo legata alla rigidità formale . L’immagine restituitaci da Giovanna Zucca è quindi ben lontana da quella che spesso è ricorsa nella storia e che ci ha mostrato Jane come una donna debole, “impegnata” a trascorrere le sue giornate tra feste, balli o a ricamare. La Zucca con questa narrazione ci aiuta a capire la vera indole dell’autrice di Mansfield Park, dimostrandoci la sua tenacia, il suo fare di testa propria andando spesso contro il parere dei familiari e la poca propensione al rispetto di dettami d’etichetta ormai obsoleti per i suoi tempi e che lei seguiva solo per non mettere in cattiva luce la famiglia d’origine. Non a caso la scrittrice firmava i suoi libri con “A Lady” proprio per evitare dicerie attorno al suo conto e perché era impensabile che ai suoi tempi una donna si guadagnasse da vivere con la scrittura (una riflessione sul ruolo della donna in letteratura la potete trovare anche in Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove tra l’altro si parla della Asuten stessa). Attorno a Jane ci sono tanti altri personaggi, tutti ammaliati dal suo io debilitato della malattia, ma impavido nell’affrontare la vita. Addison travolto dai sentimenti per questa donna farà tutto il possibile per sterminare lo sconosciuto nemico che la tormenta, chiedendo consiglio anche all’amico e collega Hodgkin. I due intuiranno la possibile origine del malanno, ma la questione principale rimarrà capire se le eventuali cure proposte avranno efficacia o no. In Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca racconta con garbo l’amore tra la Austen e Addison, un rapporto che da medico-paziente, si trasforma in una relazione d’amore vero tra una donna e un uomo. Una rapporto che è la rappresentazione di un amore maturo fatto di ragione e sentimento puro tra persone adulte che si amano, rispettano e accettano per quello che sono, in barba agli ottusi pettegolezzi di villaggio.
Dare voce alle donne vittime di violenze, violenze di tutti i generi non solo fisiche, ma anche morali e psicologiche, è l’obbiettivo che si è prefissato Libreriamo (
Curiosi di sapere come si vive in Giappone? Ricordo che c’era un blog molto bello, di un’italiana che raccontava la sua vita nella terra del Sol Levante, con ironia e leggerezza, non mi ricordo come ci finii, e maledetta vecchiaia, non mi ricordo neanche più neanche come si chiamasse. Mi ha fatto passare ore divertenti, lo cercherò, sempre che sia ancora online. Comunque di blog scritti da italiani trasferitisi in Giappone per studio o lavoro, o perchè hanno li trovato, l’uomo o la donna della loro vita, ce ne sono parecchi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Trai più popolari c’è
Truman Capote
Natalina S.
La collana di saggistica, Grandangolo, del Corriere della Sera è in edicola. A partire da martedì 11 Febbraio, e per tutti i martedì successivi fino al 7 Ottobre, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 35 volumi contenenti il cuore del pensiero Occidentale. Ogni volume, assolutamente inedito, (circa 160 pagine, brossura alettata 12,2cm x 18,5cm, con introduzione curata da Armando Torno) sarà dedicato a un pensatore, filosofo, scienziato che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo e all’evoluzione del mondo come lo conosciamo: dai grandi padri della filosofia come Socrate, Platone e Aristotele, ai pensatori cristiani come Sant’ Agostino e San Tommaso, per poi passare a Cartesio, Galileo, Newton. Non mancheranno i padri della psicanalisi Jung e Freud, per arrivare poi a Hegel, Marx, Kirkegaard, Nietzsche e infine a Popper, Sartre e Einstein e molti altri. Un’ opera divulgativa insomma di grande respiro, completa e di facile consultazione, che ha coinvolto professori e filosofi contemporanei, capaci di trasmettere con linguaggio semplice e immediato il loro sapere alle nuove generazioni e a tutti coloro che per studio o curiosità si avvicinano anche per la prima volta alla filosofia. Ogni testo è composto da una parte biografica, da una parte monografica, in cui è trattato il cuore del pensiero dei vari filosofi, arricchito dalle citazioni più celebri. Ricca anche la parte grafica e bibliografica alla quale si aggiungono le recensioni di alcuni dei massimi pensatori contemporanei. La prima uscita dedicata a Platone sarà venduta al prezzo lancio di € 1,00 + il costo del quotidiano. Dal secondo volume in poi il costo sarà di €5,90 + il prezzo del quotidiano. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 206 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link:
D. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti, per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle?
Ad un certo punto della lettura di Rosa Candida, il romanzo dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir, mi sono chiesta se fosse una favola. Forse questo libro ha un che di favolistico, ma l’autrice riflette su quanto possano essere importanti per il corso del destino le scelte che compiamo nella nostra vita. Protagonista del romanzo edito dalla Einaudi è il ventiduenne Lobbi che ha lasciato la sua terra d’origine in direzione del’Europa del Nord dove ha accettato di lavorare in un monastero come giardiniere, accudendo le specie molto rare di rose che lì crescono. L’arte del culto e della coltura floreale il protagonista l’ha ereditata dalla madre, morta in un drammatico incidente d’auto. Lobbi parte alla ricerca si sé lasciandosi alle spalle l’anziano padre Thoir, intento a riprodurre le ricette ereditate dalla moglie, e Josefun fratello gemello autistico con il pallino dell’ordine. In realtà non c’è solo questa famiglia d’origine, perchè il giovane partendo abbandona anche il frutto di una fugace notte d’amore passata con Anna: la piccola di sette mesi chiamata Flóra Sòl. Lobbi parte, nessuno riesce a fargli cambiare idea, e con sé prende alcune piantine di Rosa candida, una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre. In un primo momento pensavo che il protagonista avesse deciso di scappare da alcuni imprevisti che il destino gli aveva riservato, ma procedendo nella lettura mi sono resa conto che Lobbi inizia un viaggio per trovare il senso della sua esistenza. Ad aiutarlo nel tortuoso cammino di scoperta di sé in una prima fase ci penserà padre Thomas, un monaco con la passione sfrenata per il cinema, il quale sosterrà il ragazzo con parole, ma soprattutto con una efficace terapia a base di film. Poi, sarà l’arrivo quasi inaspettato di Anna, ma soprattutto quello della piccola Flóra Sòl, identica a lui che ne è il padre, che stravolgerà l’animo e il cuore di Lobbi facendogli capire cosa vuole davvero: una famiglia tutta sua. Rosa candida è un romanzo di formazione dove all’inizio si ha la netta sensazione che il protagonista non abbia la minima idea di cosa fare della propria vita. Le atmosfere di questo percorso umano sembrano fatate e appartenenti ad una dimensione fuori dalla realtà, ma grazie ad un linguaggio delicato la Ólafsdóttir ci accompagna con garbo dentro alla vita di un giovane padre. La partenza di Lobbi verso un luogo del tutto sconosciuto, il lungo e complicato viaggio per arrivare alla meta e il lavoro, cominciano a insidiarsi in ogni fibra dell’animo di Lobbi. Anna, la madre della piccola Flóra Sòl, inizia a diventare per il nostro protagonista un qualcosa di più che la ragazza semisconosciuta di un rapido incontro d’amore. La convivenza li porterà ad essere vicini e a conoscersi meglio, tanto che ad un certo punto sembra che nella coppia possa scoppiare la vera scintilla. A dire il vero però, ciò che determinerà in Lobbi la presa di coscienza di quanto sia importante assumersi le proprie responsabilità saranno due forme di amore che lui mette in atto: il prendersi cura con passione costante delle delicate piantine di Rosa Candida e primo su tutti, l’amore incondizionato nell’accudire la figlia Flóra Sòl, perché è solo grazie a questo frugoletto dai capelli rossi che Lobbi riuscirà a scovare il proprio – anzi il loro – posto nel mondo. Traduzione di Stefano Rosatti.
























