:: L’amante giapponese, Isabel Allende (Feltrinelli, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016 by
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Isabel Allende è tornata in libreria con una storia ambientata di nuovo in California, sua patria d’adozione da ormai più di vent’anni, mettendo in scena una vicenda che mette tanta carne al fuoco come tematiche e personaggi, con al centro, come suo solito, i personaggi femminili, in questo caso due.
Da una parte c’è Alma Belasco, ex ragazzina ebrea fuggita dall’Europa minacciata dal nazismo, cresciuta e invecchiata negli States con un unico grande amore, dall’altra c’è Irina, giovane infermiera di origine moldava, con un passato da dimenticare e un presente tra lavoro e fantasie su romanzi fantasy. Due persone diverse, ma che si trovano unite nell’eccentrica casa di riposo in cui Alma ha deciso di passare gli ultimi anni della sua vita,tra ricordi del passato e nuovi spunti per il presente.
L’autrice parla, come suo solito, di tanti argomenti, alcuni scomodi, come la pedofilia nel civile Occidente, o le persecuzioni a cui furono sottoposti i giapponesi durante la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, pagina praticamente assente e su cui non si parla mai in in film e romanzi, se si toglie il film degli anni Novanta Benvenuti in paradiso di Alan Parker e poco altro. Ichimei, l’amore di tutta la vita di Alma, che vivrà un matrimonio insolito con un omosessuale nascosto tra le altre peripezie della sua esistenza, viene infatti rinchiuso con la sua famiglia in un campo di raccolta durante la guerra, vergogna nascosta nella storia americana che toccò tutti coloro che erano originari, anche solo come famiglia ma non loro direttamente, facendo loro perdere tutto e facendo nascere astii e disagi poi non più sopiti, in una variazione sul tema del razzismo che non colpì invece tedeschi e italiani.
Una storia tra ieri e oggi appassionante e non melensa: amore, morte, discriminazioni, razzismo, violenze, possono sembrare tematiche scontate, ma non lo sono se uno vuole trattarle in maniera efficace e senza sbavature e cose già viste. Dopo aver raccontato anni fa l’epopea del suo Cile, Isabel Allende è a suo agio anche in storie presso altre culture, un Occidente europeo e americano di cui tocca alcuni aspetti salienti, positivi e negativi, nell’incontro tra due donne che restano nel cuore, nelle pagine di un romanzo che, a dispetto del titolo, è tutto tranne che una storiella rosa e melensa, ma è una vicenda di formazione, un romanzo storico, una storia di denuncia, il ricordo di ingiustizie da non dimenticare.
In attesa ovviamente della prossima fatica di Isabel Allende, che non sembra intenzionata per ora ad andare in pensione. E che chissà dove ci porterà.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Parente alla lontana di Salvador Allende, ha lasciato il Cile dopo il golpe di Pinochet e si è traferita negli Stati Uniti. Il suo romanzo d’esordio è stato La casa degli spiriti, del 1982, grandissimo successo, e da allora si è affermata come una delle scritttrici più importanti in lingua spagnola. Tra i suoi altri libri ci sono D’amore e ombra, Il Piano infinito storia del marito statunitense, lo struggente Paula, la trilogia per ragazzi La città delle Bestie, Il Regno del Drago d’oro e La Foresta dei pigmei, il thriller Il gioco di Ripper.Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: acquisto della collaboratrice sul mercatino “Il libro ritrovato”, la mostra-mercato dei libri antichi e fuori stampa a Torino.

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:: Straluna, Giuseppe Pompameo (Scrittura & Scritture, 2016) a cura di Valeria Gatti

29 febbraio 2016 by
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“ A Nuvàl, dove tutto, finora, è stato perfettamente plausibile, una fobia incontrollabile, sconosciuta fino a qualche giorno fa, adesso semina il terrore. La peggiore delle fobie, la realtà, invadente, che in un attimo può aprire una crepa nella vita di ognuno, fino a sconvolgerla. “E se capitasse, prima o dopo, anche a uno di noi ?”. Nessuno aveva il coraggio di darsi una risposta.”

La piccola comunità di Nuvàl è un luogo speciale. Lì, infatti, sembra che la realtà abbia un senso meno tragico di quanto ne abbia in altri luoghi. Lì, in quella landa lontana da tutto, una serie di personaggi vive la leggerezza di un esistenza senza troppe fatiche, appagati dalla semplicità e dalla voglia di stare insieme. Una cittadina fondata sul principio che la solitudine, se fruttata al meglio, può essere un regalo, che si può, e si deve, abbandonare un’esistenza triste al fine di cambiare il corso della propria vita. Un principio egregio, un atto dovuto, un simbolo di libertà. Tutto perfetto, insomma. Se non fosse che la realtà non è una pagina che si possa cancellare con un semplice colpo di spugna. Se non fosse che, qualche volta, è più semplice costruirsi un’ immagine del proprio passato lontana da quello che è stato davvero, forse per difesa, forse per comodità. Se non fosse che la vita, ogni tanto, si prende gioco di noi, fregandoci con le nostre stesse mani.
Giuseppe Pompameo nel suo ultimo lavoro “Straluna”, pubblicato da Scrittura & Scritture, da voce a un ironico e pungente narratore che racconta le vicende di Octavio Serna, unico postino di Nuvàl e dei suoi amici concittadini. Un fiume di storie, tra passato e presente, tra realtà e fantasia.
Un romanzo breve (sono solo 122 pagine) ma non per questo povero di concetti e messaggi. La solitudine, appunto, il desiderio umano di ricominciare daccapo, la volontà di stravolgere il passato, la paura di affrontare il futuro.
Un scrittura ricercata e creativa accompagnata da un ritmo incalzante fanno di “Straluna” un romanzo affascinante e simbolico.

Giuseppe Pompameo è consulente editoriale e docente di scrittura creativa.
Insieme allo scrittore Maurizio de Giovanni, tiene un corso di scrittura presso l’Istituto Pontano di Napoli.
Ha pubblicato due raccolte di racconti, Le strane abitudini del caso (2011) e E per dolce mangia un cuore (2012), entrambi editi da Scrittura & Scritture.
Un suo racconto compare nel volume Scrittori per Eduardo (ESI, 2014) accanto a nomi di calibro come Maurizio de Giovanni, Silvio Perrella, Antonella del Giudice, Giuseppe Montesano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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:: Un’intervista con Craig Johnson, autore della serie di Walt Longmire a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2016 by

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Ciao Craig. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Johnson?

Sono l’autore bestseller del New York Times dei libri di Walt Longmire, base per la serie televisiva Netflix Longmire.

Raccontaci qualcosa della tua città e del tuo paese. Qual è il tuo background?

Sono uno scrittore e nello stesso tempo proprietario di ranch del nord del Wyoming, lungo il confine con il Montana, e la città più vicina al mio ranch ha una popolazione di 25 anime. Ora sono essenzialmente uno scrittore, ma ho passato la maggior parte della mia vita lavorativa nei ranch e anche parecchi anni nei rodei.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Quando ti sei interessato alla letteratura crime e western? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono arrivato alla scrittura grazie alla tradizione orale; vengo da una famiglia di cantastorie e per me è stato naturale scrivere le storie che loro raccontavano a voce. L’ interesse per la letteratura poliziesca mi è nato durante il periodo in cui ho lavoro per le forze dell’ordine e ho iniziato a vedere le persone al loro peggio e al loro meglio.

Cosa hai scritto per prima cosa?

The Cold Dish, il primo romanzo della serie è stato il mio primo libro, seguito dagli undici successivi, due novelle, e una raccolta di racconti, tutti con Walt Longmire protagonista, lo sceriffo della contea meno popolata nello stato meno popolato degli Stati Uniti.

Sei stato incoraggiato a scrivere nei primi tempi e se sì, da chi?

Non molto, voglio dire io venivo da una famiglia operaia e quando dicevo che volevo fare lo scrittore era un po’ come se avessi detto che volevo fare l’ astronauta, in modo che nessuno, me compreso, ha mai preso sul serio questo genere di cose. Così è stato qualcosa che ho tenuto chiuso nel mio cuore mentre lavoravo nell’edilizia, o come cowboy tutte cose che ho fatto nei miei primi anni.

Raccontaci qualcosa della tuo debutto.

Ti dirò è stato un po’ come la storia di Cenerentola, ho scritto The Cold Dish, è stato preso da un agente davvero meraviglioso e potente di New York, il quale l’ ha presentato a uno dei cinque editori più grandi del mondo. Un anno dopo che era stato inviato The Cold Dish era sugli scaffali di tutte le librerie degli Stati Uniti.

Pensi che qualche scrittore in particolare abbia influenzato il tuo stile o il tuo approccio alla scrittura?

Assolutamente, e John Steinbeck primo fra tutti. Amo i narratori che dipingono su una grande tela, quelli che non hanno paura di parlare di grossi argomenti, ma lo fanno ad una scala umana con personaggi assolutamente coinvolgenti, che prendono queste idee come verità e giustizia e le rendono accessibili mantenendo la scrittura ad una scala umana.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No. Ho avuto un sacco di attenzione da parte dei media e meravigliose recensioni, ma alla fin fine sono solo opinioni, né meglio né peggio di una e-mail o di una conversazione casuale sul mio lavoro.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Tutto. Sono cresciuto in una di quelle case in cui i libri erano dappertutto. La più grande colpa nella casa dei miei genitori era quella di essere visti senza un libro ed è qualcosa che fa parte della mia vita, ancora oggi.

Cosa ti ha portato alla pubblicazione?

Scrivere un libro, che è sempre la parte più difficile, scrivere qualcosa che possa essere degno di essere pubblicato. Generalmente una possibilità l’otteniamo tutti, ed è meglio non farla scappare, perché non è detto che si possa avere un’altra possibilità. La mia storia, come ti ho già raccontato, è più una storia di Cenerentola, non granché come modello, in quanto ho incontrato un grande agente e un grande editore in meno di un anno.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Brady Udall, Willy Vlautin, Daniel Woodrell, Christopher Moore, James Lee Burke, Cormac McCarthy, Ken Kesey…

Dashiell Hammett o Raymond Chandler?

Hammett, mi piacciono gli aspetti politici della sua scrittura.

E ora parliamo della serie di Walt Longmire. Come è nata?

Kathryn Court, il capo della Penguin, mi disse che dovevo davvero continuare a far vivere i miei personaggi in una serie e io, con l’esperienza di chi aveva pubblicato solo un libro, fui d’accordo con lei. Mi disse di tornare al mio ranch e pensarci su, così ho fatto.

Mi piacerebbe parlare un po’ dello sceriffo Walt Longmire. Chi ti ha ispirato per questo personaggio?

Ho fatto davvero tante cavalcate assieme a tanti sceriffi in Wyoming e Montana e li ho assemblati in Walt, lui è parte di un sacco di quei ragazzi, intelligenti, duri e che hanno cura delle persone delle loro comunità.

Ci sono parti autobiografiche?

Oh, certo, è difficile scrivere un’ intera serie di libri in prima persona e non metterci un po’ di te stesso in tutti i personaggi.

Cosa consigli agli aspiranti scrittori?

Scrivere con il proprio cuore; se stai solo cercando di farti pubblicare non funzionerà mai. Seguire le tendenze è un gioco a somma zero, qualsiasi cosa tu stia cercando di emulare, il treno ha già ha lasciato la stazione.

Se potessi iniziare la tua carriera di nuovo, cambieresti qualcosa?

No, non una sola cosa.

Sei uno scrittore così prolifico. Quale è il tuo libro preferito?

E’ un po’ come chiedere quale è il preferito tra i tuoi figli. Sono tutti preferiti, ma per motivi diversi, alcuni sono più veritieri, altri divertenti, perspicaci, coinvolgenti, impossibile dirlo.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Come hai reagito?

Oh, certo. C’è sempre qualcuno là fuori a cui non piace quello che stai facendo, ma non si può farne una questione personale. Se si vuole si può vedere cosa hanno scritto loro e vedere se hanno qualche merito, se no, solo buttare le critiche nella spazzatura e andare avanti.

Pensi che la tua scrittura stia migliorando?

Assolutamente, se no non scriverei più.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura?

Beh, io ho un ranch il che significa che ho delle responsabilità per prima cosa quando mi alzo al mattino. Allora posso iniziare a scrivere a metà del pomeriggio, poi torno ad essere un rancher per alcune ore e poi scrivo ancora un po’, mi lavo e mi preparo per la cena. Ho una vita molto piena e non sono il primo scrittore a scoprire che barcamenarsi tra lavoro intellettuale e fatica fisica è un ottimo modo di vivere.

Hai molti fan. Che legame hai con i tuoi lettori?

Ho un legame molto stretto. Ho un sito web http://www.craigallenjohnson.com in cui i lettori possono semplicemente scrivermi direttamente. Rispondo a tutte le mie e-mail che ricevo e penso che sia fantastico avere una bella e stretta relazione con le persone che leggono i miei libri. Poi c’è Longmire Days in Buffalo, Wyoming dove giriamo lo show televisivo, io e circa quattordici mila persone partecipiamo – è molto divertente.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Quando Rosey Wayman della polizia stradale del Wyoming viene trasferita nel bellissimo e imponente paesaggio del Wind River Canyon, una zona che gli agenti di polizia chiamano terra di nessuno a causa della mancanza di comunicazioni radio, lei inizia a ricevere chiamate di assistenza. Il problema? Stanno arrivando da Bobby Womack, un leggendario poliziotto Arapaho ferito a morte nel canyon quasi mezzo secolo prima. In un’ indagine che abbraccia questo mondo e il prossimo, lo sceriffo Walt Longmire e il buon amico Henry Orso in Piedi si occupano di un caso che li mette a confronto con una leggenda: The Highwayman.

:: Blogtour, le tappe – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016)

26 febbraio 2016 by

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I Blogtour mi sono sempre piaciuti, un po’ ne ho organizzati, un po’ ho partecipato essendovi invitata. Oggi presento ai lettori di Liberi questo nuovo Blogtour organizzato da Newton Compton per il libro di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere. Se volete dare un’ occhiata da ieri è online il sito http://www.santarsiere.it/. Noi di Liberi lo inugureremo il primo marzo con un’ introduzione al romanzo, scritta da un esperto di avventura come Davide Mana, e una breve intervista all’autore. Qui potete vedere tutte le varie tappe, i blog che parteciperanno, gli argomenti trattati. Enjoy!

:: Il futuro sarà di tutta l’umanità. Voci dal carcere, Antonella Speciale e Emanuele Verrocchi (Dissensi, 2015)

25 febbraio 2016 by
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Non sempre si finisce in carcere per avere davvero commesso un crimine, molti ci vanno da innocenti. Ma innocente o colpevole, chi subisce la privazione della libertà cambia, non è, e mai sarà, più lo stesso. Riflettevo su questo leggendo Il futuro sarà di tutta l’umanità. Voci dal carcere scritto da Antonella Speciale e Emanuele Verrocchi, edito da Dissensi. E questo sottile libretto di poco più di 100 pagine, formato piccolo, invita a riflettere, sulla pena di morte (nel mondo), sul fatto che in Italia non ci sia una legge che regolamenta il reato di tortura, che il sovraffollamento delle carceri impedisce il minimo rispetto dei diritti umani, che ci potrebbero essere forme alternative alla detenzione, forse più efficaci, forse più umane. Insomma questo libro scritto da una volontaria e da un rappresentante sindacale, ci spinge a pensare a cose che di solito preferiamo ignorare, perché sono temi che ci riguardano tutti, perché tutti un giorno potremmo essere accusati ingiustamente di qualche crimine, e finire in carcere. E perché i diritti umani dovrebbero essere un tema di tutti, anche quando si tratta di colpevoli. Il dibattito è senz’altro delicato, ed è difficile che leggendo questo libro si cambino le proprie radicate convinzioni, ma è una lettura che consiglio, un testo che merita attenzione. Ci pone in un punto di vista differente, ci permette di vedere le cose con gli occhi dei volontari che tutti i giorni hanno a che fare con i detenuti, che siano adolescenti, che siano terroristi o mafiosi, o semplici “delinquenti” comuni, (avremo anche modo di leggere le loro testimonianze, vedere le cose dai loro punti di vista). Per quanto possa sembrare paradossale un crimine ha in sé la sua pena, lo stato ha il dovere di tutelare la collettività e la stessa Costituzione lo prescrive, più che punire il compito della giustizia, del diritto, del sistema penale è quello di riabilitare il condannato, dandogli gli strumenti per ridiventare un cittadino attivo, che lavora, che paga le tasse, che non è un pericolo, o una minaccia, per la collettività. E tutto ciò è affidato ai volontari, alle cooperative sociali, agli stessi direttori di strutture detentive, alle guardie carcerarie. Suicidi, violenze, solitudine, separazione dai propri cari, sono pene accessorie, superiori al semplice isolamento e alla privazione della libertà ovvero all’impossibilità di delinquere ancora. La strada sarà lunga, solo l’anno scorso hanno abolito gli ospedali psichiatrici giudiziari, (se vogliamo l’inferno nell’inferno), e forse arriverà il giorno in cui sarà abolito il carcere ostativo, fine pena mai, o il carcere stesso. Si dovranno trovare delle alternative, sarà necessario trovarle. E nel suo piccolo anche questo libro avrà contribuito a questo.

Antonella Speciale, vive in Sicilia e da anni si occupa di Laboratori di scrittura autobiografica e creativa negli Istituti penali per minori e adulti. Laureata in Lingue e letterature straniere, ha pubblicato opere di poesia e narrativa, articoli inerenti alla questione carceraria, ed ha partecipato ai seminari del Progetto Memoria di Sensibili alle foglie sugli anni ’69- 89 (lotta armata, nascita del 41 bis, tortura ecc.). Destini Dentro, 2013, edito da Sensibili alle foglie, è la sua ultima opera di narrativa.

Emanuele Verrocchi, vive a Sulmona, in Abruzzo; sindacalista della CGIL, da novembre 2012 è Segretario Generale della Fillea Cgil della Provincia dell’Aquila. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, si occupa, per il sindacato, anche di immigrazione e di politiche per la legalità.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

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:: Cercami nel vento, Silvia Montemurro (Sperling & Kupfer, 2016)

24 febbraio 2016 by
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Cose da fare: combattere il fottuto bastardo, con tutte le mie forze.
C’è un mondo a parte, tra i corridoi bianchi dell’ospedale. Si entra in un tunnel fatto di camici e termini che uno nella vita normale, non usa mai. Stadio tre. Stadio quattro. Stadio terminale. Allettato. Bende, garze, flebo, aerosol. E’ come essere in un’altra dimensione, come vivere fuori dal tempo. Non importa più che sia domenica, o Pasqua, o festa nazionale. Ci sono i ritmi lenti degli esami di routine, le inservienti che fanno e disfano i letti e puliscono il culo ai pazienti che non sono più in grado di farlo da soli. C’è qualcosa che mi sfugge, in tutto questo vivere lontana dalla realtà. Una volta che ci sei dentro, la normalità sembra una condizione per privilegiati. Non mi sento sfortunata. Faccio parte di quella schiera di persone che ha smesso di guardare verso il basso. Non mi interessano i vestiti che indosso e non voglio sapere che tempo farà domani. Cerco solo di sopravvivere.

Dopo una laurea con tesi in criminologia e un esordio letterario nel noir, (per Newton Compton ha pubblicato L’inferno avrà i tuoi occhi, storia basata su fatti realmente accaduti legati all’omicidio rituale di una suora, più altri racconti in antologia) Silvia Montemurro si confronta con il new adult, genere se vogliamo lontano dal precedente, ma non privo di spunti interessanti se si riescono a evitare i cliché più abusati. E l’anima noir della Montemurro sembra emergere anche quando si parla di una storia d’amore tra due ragazzi ventenni. Se non amate il genere new adult, (sono romanzi che narrano storie appunto per un pubblico più maturo dei young adult – lettori dai 14 ai 21 anni -, non prive di contenuti sessualmente espliciti) forse non lo accluderete alle vostre letture, ma è interessante vedere l’evoluzione di questo genere contaminato con il sick lit, genere assai diffuso in questi ultimi anni che vede se mai il suo capostipite cinematografico in un film di grande successo degli anni ’70 come Love Story, con una splendida Ali MacGraw e un allora giovanissimo Ryan O’Neal. Gli ingredienti c’erano tutti: le differenze sociali, l’amore, la malattia, le lacrime, il dramma. Da allora come si suole dire di acqua ne è passata sotto i ponti, ma il meccanismo narrativo a lungo rodato è stato riproposto in numerose varianti sempre con discreto successo trovando nuova linfa e nuove possibilità espressive. Tutto dipende naturalmente dalla sensibilità dell’autore che tratta questi temi, dall’evitare con cura la pornografia del dolore, e la Montemurro si dimostra un’ ottima indagatrice della psiche, specialmente dei ragazzi alle prese con il primo o per lo meno i primi amori. Il libro di cui parlo è Cercami nel vento, edito da Sperling & Kupfer, romanzo arrivatomi su consiglio dell’addetta stampa che me l’ ha proposto. Ammetto che non è una lettura che avrei scelto spontaneamente, non leggo di norma new adult, pur tuttavia a volte il genere a cui un libro appartiene passa in secondo piano rispetto alla qualità della scrittura, alla capacità di intrattenere e far anche riflettere (e perché no, sorridere), all’ originalità con cui si trattano alcuni temi per certi versi anche usurati. E queste ultime qualità sembrano presenti in questo libro insolito e anche perché no, commovente. Cercami nel vento ci narra la storia di due ragazzi, Teo e Camilla, che casualmente si incontrano, si innamorano, e insieme affrontano le prove della vita (prove che mettono a dura prova il loro amore e la fiducia reciproca). Una storia semplice quindi, classica per molti versi, unita all’amore per la musica, la ragazza studia al Conservatorio (e chiama per nome il suo violino), e a un pizzico di eros, sempre nei limiti del buon gusto e scevro di volgarità. Un libro che tratta argomenti molto dolorosi con sensibilità e dignità, trasmettendo sensazioni e sentimenti positivi: il coraggio e la lotta contro la malattia, l’amicizia, l’amore, la voglia di felicità, la meraviglia, e molto altro.

Silvia Montemurro è nata a Chiavenna la notte di San Lorenzo del 1987. Si è laureata nel 2011 con una tesi in Criminologia, riguardante l’assassinio di suor Maria Laura Mainetti. Ha partecipato nel 2010-2011 alla XIV edizione del corso RAI Script Fiction per sceneggiatori. Oltre ai libri, ama la danza, gli asini e i viaggi: è ancora alla ricerca di un posto da chiamare casa. Insegna teatro nelle scuole, fa la correttrice di bozze e scrive romanzi brevi per una rivista femminile. Il suo romanzo d’esordio, L’inferno avrà i tuoi occhi, pubblicato nel 2013 da Newton Compton, è stato segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: Un’ intervista con Fiammetta Biancatelli

23 febbraio 2016 by

unnamedBenvenuta Fiammetta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei nata a Roma, ti sei laureata in Lingua e Letteratura spagnola, per alcuni anni hai fatto la traduttrice, sei stata una dei cinque fondatori di nottetempo, per più di sei anni sei stata responsabile dell’ufficio stampa della Newton Compton Editori, da poco hai fondato l’agenzia letteraria Walkabout Literary Agency insieme a Ombretta Borgia e Paolo Valentini. Insomma hai “giocato” in quasi tutti i ruoli dell’editoria, che bilancio ne trai, cosa ti ha dato più soddisfazione?

R- Sono state esperienze diverse ma complementari tra loro, tutte molto formative sia da un punto di vista umano che professionale. Impossibile dire quale mi abbia dato maggior soddisfazione. Anzi proprio in virtù di aver operato nei diversi ruoli dell’editoria, ho potuto scommettere su una nuova avventura. La somma di quelle esperienze diverse mi ha portato a a fondare l’agenzia letteraria dove le competenze necessarie sono molto variegate. Tutte le esperienze del passato si sono rivelate preziose e importantissime. Dall’esperienza che un traduttore fa nella profondità di un testo letterario, alla conoscenza a 360 gradi di come opera una casa editrice, fino ad adattare le strategie di addetto stampa alle politiche di un editore molto aggressivo e capace nella promozione e nel marketing. Ciò nonostante, il progetto di Walkabout literary agency non sarebbe stato possibile senza le sinergie con Ombretta e Paolo, siamo un team complementare e affiatato che ci sta permettendo di dare all’agenzia un’identità specifica e solida.

Data la tua variegata esperienza (traduttrice, editore, addetto stampa, agente letterario) si può dire che i libri sono al centro della tua vita e così gli autori. Che legame deve crearsi tra tutte le varie componenti perché un libro sia un successo, o è solo merito del caso? Quando mi faccio questa domanda io penso sempre alle varie Sfumature.

R- Parlare oggi di successi editoriali è un terreno minato, stiamo assistendo a casi letterari che di letterario hanno davvero poco. Lavorando nel settore ne dobbiamo prendere atto senza smettere di lavorare con passione nei libri in cui crediamo. Come agenti siamo molto attenti a intercettare quelle originalità che hanno il potenziale del successo, ma sempre secondo un nostro criterio che non trascende mai dalla qualità. Non riusciamo a innamorarci di un testo che non abbia una forte autenticità nella trama o nello stile, e siamo sempre alla ricerca di voci narrative nuove, declinate naturalmente nei diversi generi destinati a lettori diversi.

In questo particolare periodo perché aprire una nuova agenzia letteraria, in cosa si differenzia la vostra da tutte le altre?

R- Quando due anni fa abbiamo fondato l’agenzia letteraria era un momento delicatissimo, l’editoria stava attraversando una crisi importante e con consapevolezza, abbiamo corso dei rischi. La nostra decisione però si fondava esattamente su un ragionamento che interpretava la crisi come una opportunità. Proprio perché l’editoria attraversava una fase di grande incertezza, con snellimenti di personale all’interno delle case editrici, tagli radicali, ridimensionamenti di ogni genere, abbiamo voluto conformare la nostra agenzia tenendo conto delle molte esigenze che sarebbero emerse tra gli autori, ma anche tra le case editrici. Infatti, non ci occupiamo soltanto di intermediazione dei diritti in Italia e all’estero, ma il nostro lavoro con gli autori comincia molto prima, spesso nelle prime fasi di ideazione, stesura ed editing del testo, lo affianchiamo e ci lavoriamo, spesso anche a contratto già chiuso, e lo seguiamo nei diversi passaggi fino alla pubblicazione, senza trascurare la fase promozionale, attraverso il lavoro di ufficio stampa e promozione.

Il compito dell’agente letterario come è cambiato negli anni? Come selezionate i vostri autori? Prediligete legami più personali, o unicamente professionali?

R- In Italia la figura dell’agente letterario ha faticato a radicarsi e fino a pochi anni fa ancora molti scrittori affermati non avevano un agente, per non parlare degli scrittori emergenti. A torto si è creduto che un agente servisse nel momento in cui uno scrittore si affermava o riscuoteva un certo successo di vendite. Un errore di valutazione che ha pregiudicato e danneggiato molti autori senza esperienza che, pur di essere pubblicati, hanno firmato i loro primi contratti molto sbilanciati a favore dell’editore o hanno esordito con editori che non hanno saputo sfruttare al meglio il loro potenziale. I nostri autori li selezioniamo a partire da un unico criterio: noi dobbiamo credere in loro, nelle loro potenzialità, che siano autori letterari, commerciali, di narrativa o saggistica o varia. Ci dobbiamo credere. Le nostre scelte sono sempre il frutto di un confronto tra noi tre soci e di attente valutazioni.

L’agente letterario, generalizzando vende diritti e tutela l’interesse degli autori. Nella tua esperienza ci sono autori da evitare, così come case editrici?

R- Il rapporto con gli autori è uno degli aspetti più belli del nostro lavoro, perché il sostegno e la tutela che un agente garantisce all’autore non può essere soltanto professionale. Noi rappresentiamo gli autori e le loro opere quindi interagiamo con la loro creatività e con il loro ingegno. E dato che l’obiettivo dell’autore coincide perfettamente con l’obiettivo dell’agenzia, è fondamentale che si crei un legame di fiducia reciproca e di stima. In ultima istanza il nostro è sempre un lavoro di squadra.
Come nella vita, capita sempre qualche brutta esperienza.

Immagina che un esordiente ti mandi in valutazione un testo molto letterario, con una spiccata voce personale, oggettivamente bello, ma di nicchia e poco commerciale. Cosa fai?

R- Ci è capitato naturalmente di ricevere testi molto letterari con poche possibilità di trovare un editore. Ma quando un testo ci seduce, ci scommettiamo comunque, senza mai nascondere all’autore le difficoltà che dovremo fronteggiare. A volte abbiamo fatto centro, a volte no. Non vogliamo abbandonare questa linea, è il nostro stile e non potremmo lavorare diversamente.

In che misura varia il mondo letterario italiano da quello estero? Trovi in realtà grandi differenze? C’è più professionalità all’estero, per meglio dire ognuno è più specializzato nel suo settore?

R- Una delle maggiori differenze che avvertiamo quando ci confrontiamo con gli editori stranieri riguarda proprio il coraggio di scommettere su nuove voci che si discostano dai generi di recente successo. In Italia ci è capitato che ci abbiano detto “questo genere non vende” e dall’estero ci annunciano un nuovo caso editoriale proprio di quel genere. Sicuramente il nostro mercato oggi così compresso è molto condizionato dal risultato economico e chi sceglie i libri deve poter garantire un successo di vendite. Così proliferano libri che imitano i successi. Ovviamente anche in Italia ci sono editori che cercano di tenersi distanti da queste logiche e continuano ad offrire ai lettori testi di qualità con una certa dose di innovazione, ma ovviamente l’obiettivo del profitto è quello che predomina sopratutto nella grande editoria.
Certo, se pensiamo agli editori che hanno fatto l’editoria italiana dagli anni ’50 in poi, e ai grandi scrittori italiani della seconda metà del ‘900 – che oggi faticherebbero a trovare un editore – ci accorgiamo dell’enorme differenza. Ma queste trasformazioni rispondono a una società che ha cambiato ideali, linguaggi e stili di vita a grandissima velocità, e non possiamo non tenerne conto.

Hai appena lanciato una nuova iniziativa editoriale dell’agenzia, ce ne vuoi parlare?

R- In occasione del secondo compleanno di Walkabout literary agency abbiamo aperto un canale di Amazon-Kindle: e-Walkabout nasce con 5 collane in formato digitale a prezzi accessibili. Per tutti i gusti. Dalla narrativa di genere a quella letteraria, dalla saggistica alle short stories. Un catalogo di autori e autrici su cui scommettiamo. Usciranno con cadenza mensile a € 2,99. I primi tre titoli sono già online.

La serietà, l’esperienza, la professionalità sono elementi sempre più difficili da trovare, c’è molto pressappochismo e incompetenza. Questo queste ultime danneggiano l’editoria, e c’è un modo per difendersi?

R- Come nella vita, anche nel settore dell’editoria credo che l’unico modo per difendersi dall’incompetenza è imparare a riconoscere dove c’è veramente onestà e professionalità. E riferendomi agli autori emergenti, consiglierei di non avere fretta di raggiungere l’obiettivo di pubblicare, ma cercare vie e professionisti in grado di contribuire costruttivamente al loro progetto, anche se a volte significa andare incontro a rifiuti e delusioni.

Cosa pensi del mondo dei blog letterari, è un universo che in parte conosci, per i tuoi anni in Newton Compton, che idea te ne sei fatta?

R- Come ufficio stampa ho sempre collaborato volentieri con i blog letterari, anche negli anni in cui non avevano la forza promozionale che hanno adesso. Ora per promuovere i libri è imprescindibile occupare anche questi spazi, spesso in mano a persone competenti e attente. La rete come sappiamo è diventata un luogo di primaria importanza per raggiungere i lettori, così come i social network.

Quando parlano di crisi dell’editoria, testimoniata da studi, sondaggi e statistiche, ci credi completamente? Quali sono i mali maggiori, le cose a cui si può porre ancora rimedio?

R- Come ho detto in una risposta precedente, la crisi, che è innegabile, ha contribuito a tagli e ridimensionamenti, sovraccaricando di conseguenza i professionisti che lavorano nel settore. Gli spazi per le scommesse letterarie si sono notevolmente ridotti, così come la capacità per un editore di promuovere e seguire un libro nei mesi successivi alla sua pubblicazione. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di colmare queste mancanze.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Walkabout literary agency ha soltanto due anni e sta camminando di buon passo. Non ho altri progetti se non far crescere e avanzare l’agenzia. Parafrasando il significato del nome che abbiamo scelto per l’agenzia, direi che continueremo a cercare, per e con i nostri autori, “le vie del canto…”.

:: Girl gang – Ashley Little (Unorosso, 2016) a cura di Micol Borzatta

23 febbraio 2016 by
ash

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Mac, Mercy, Z, Kayos e Sly Girl sono quattro ragazzine di quindici e sedici anni. Tutte con una storia particolare alle spalle. Mac e Mercy sono appena uscite da una gang che voleva farle prostituire, Sly Girl è un’ex tossica pelle rossa con il volto sfigurato da un colpo di pistola, Kayos madre di una bimba di tre anni il cui padre biologico è il suo patrigno e Z una cinesina di buona famiglia che non accettano il fatto che sia una writer, ovvero colei che fa murales in giro per la città.
Insieme però sono una famiglia, insieme sono una banda, insieme sono le Black Roses.
Tutto sembra andare per il meglio, fanno i loro colpi, i loro spacci, non pestano i piedi a nessuno e nessuno sembra dar loro fastidio, fino a quando la vecchia gang di Mac e Mercy non entra nel loro rifugio e si porta via tutto quanto.
Le ragazze si sentono perdute, Mercy decide di compiere un colpo che le farà recuperare tutti i soldi persi, rapire la figlia di Kayos e chiedere un riscatto al patrigno che è ricchissimo.
Purtroppo le cose non vanno come programmate e un triste epilogo aspetta le ragazze. Solo Sly Girl riesce a dare un cambio alla sua vita.
Un romanzo molto intenso che anche se ricorda molto i film Diamante Nero e Foxfire – ragazze cattive riesce a raccontare le vicende di strada con uno stile tutto nuovo.
Appena si inizia la lettura si può notare subito la suddivisione della storia; infatti ogni capitolo è raccontato in prima persona da una delle ragazze, facendo uscire così allo scoperto il loro pensiero, il loro carattere, la loro personalità e la loro psiche. Ogni tanto, tra una serie di capitoli e un’altra, c’è un capitolo dove la voce narrante è Vancouver. Esattamente, proprio la città, che narra alcuni fatti importanti, alcune scenografie utili per capire il mondo in cui si muovono le ragazze, come se vivesse di vita propria.
Il tema raccontato è un tema sempre molto odierno e presente, il tema della violenza delle strade, la vita nei sobborghi americani, la droga, la delinquenza. Un mondo spesso invisibile anche se molto presente. Un mondo che tutti sfuggono e a cui nessuno interessa, un mondo a cui voltiamo sempre le spalle e spesso con aria schifata, ma un mondo che purtroppo esiste.
La narrazione all’inizio del libro sembra quasi lenta, si inizia a conoscere le ragazze, iniziano a conoscersi tra di loro, ma sembra che non avvenga nulla di avvincente, sembra come se il tutto non avesse fine, ma è solo una sensazione errata causata da un pregiudizio intrinseco in ognuno di noi, che ci porta a pensare subito che trattandosi di ragazze perdute allora deve scapparci subito il morto o qualche altro guaio. Invece niente di tutto questo, per lo meno all’inizio, ma la lettura è comunque avvincente proprio perché ci porta ad avvicinarci piano piano e sempre più intensamente alle ragazze, ci porta ad amarle, a conoscerle, quasi fossimo anche noi una parte di loro e loro una parte di noi.
Un romanzo assoluto, appassionante, commovente, che sa rapire e lasciare alla fine un amaro e un vuoto accompagnati a un’estenuante voglia di piangere.

Ashley Little è nata in Canada, Calgary, Alberta, nel 1983. E’ un’autrice di libri per bambini e adulti. Ha conseguito una laurea in scrittura creativa e cinematografia presso l’Università di Victoria. Il suo primo romanzo , PRICK: Confessions of a Tattoo Artist (Tightrope Books, 2011) è stato finalista per il ReLit award e opzionato per il cinema.  The New Normal ( Orca , 2013) ha vinto il Sheila A. Egoff Children’s Literature Award. Terzo romanzo di Ashley, Anatomy of a girl gang ( Arsenal Pulp Press , 2013 ) , ha vinto il Premio Fiction Ethel Wilson, è stato finalista nell’importante Vancouver Book Award 2014 ed è stato opzionato per la televisione. Ashley vive attualmente nella Okanagan Valley (British Columbia, Canada) dove sta completando i suoi studi. Ambientato nelle strade della downtown East Side di Vancouver, Anatomy of a Girl Gang  segue le tragiche gesta di un gruppo di ragazze di strada, profondamente turbate.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Unorosso.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Stella, babbo e papà, Miriam B. Schiffer (Gallucci editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

22 febbraio 2016 by
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Di prossima uscita per Gallucci editore, Stella, babbo e papà, scritto da Miriam B. Schiffer, illustrato da Holly Clifton-Brown, è un libro che con delicatezza e intelligenza spiega le unioni civili ai più piccoli. La trama ha per protagonista la piccola Stella, una bambina dai capelli tra il biondo e il rosso, simpatica, vivace e spensierata che vive con il suo babbo e il suo papà. La coppia le dà tutto l’amore di cui lei ha bisogno, ma per la piccola la situazione si complica quando nella sua classe si organizza la Festa della mamma. Carmen, Leo e Jonathan sono certi che le loro mamme saranno felici di partecipare all’evento ma, Stella è un po’ triste, perché lei la mamma non ce l’ha. Questo scatena la curiosità dei compagni di classe che le domandano chi la aiuta a fare i compiti, chi le rimbocca le coperte, chi la accudisce quando è malata e chi le legge le fiabe della buona notte, visto che una mamma lei non ce l’ha. Grazie alla simpatica combriccola di parenti, formata dai nonni, dagli zii e dai suoi due bei papà, Stella riuscirà a far capire a tutti quanti i suoi compagni di scuola che, accanto alle famiglie “tradizionali” dove ci sono una mamma e un papà, esistono altri nuclei familiari, dove i genitori possono essere due mamme o, come nel suo caso, due papà. Il libro della Schiffer racconta con una purezza cristallina e garbo il tema della diversità e lo fa attraverso la vicenda di una bambina – Stella – che con intelligenza e simpatia dimostra come anche nelle famiglie dove i genitori sono dello stesso sesso, c’è tanto amore. La cronaca italiana di questi giorni ci racconta gli infiniti dibattiti e accese discussioni, dentro e fuori dal Senato della Repubblica Italiana, sul disegno di legge riguardante le unioni civili, presentato dalla relatrice PD Monica Cirinnà. Questo primo libro l’infanzia della Schiffer è importante, perché vuole raccontare ai lettori bambini e, aggiungerei, anche agli adulti, come si vive in una famiglia dove i genitori sono dello stesso sesso, nell’intento di aiutare a comprendere e a rispettare la diversità del prossimo. Stella, babbo e papà, grazie anche alle immagini di Holly Clifton-Brown, è un libro che vuole guidare le persone alla tolleranza e al rispetto del prossimo diverso da noi, e lo fa dimostrando che l’amore donato alla piccola Stella dai suoi due papà è identico a quello che riceve ogni altro bambino, nato e cresciuto in una famiglia dove ci sono una mamma e un papà.

Miriam B. Schiffer, scrittrice newyorkese, si è laureata in Scrittura creativa alla Columbia University. Vive a Brooklyn con il marito Simon, dal quale ha avuto due gemelli. Stella babbo e papà è il suo primo libro per bambini.

Holly Clifton-Brown è cresciuta nella campagna inglese. Da piccola amava guardare i disegni nei libri. A un certo punto ha messo in valigia le matite colorate ed è andata a studiare Illustrazione alla University of West England. Oggi vive a Londra e pubblica libri per l’infanzia.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci Editore.

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:: Omicidio in Darsena, Fiorenza Giorgi e Irene Schiavetta, (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Micol Borzatta

22 febbraio 2016 by
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Savona. Vigilia di Ferragosto. Un cadavere viene ritrovato in mare mentre la popolazione immerge i tradizionali lumini. Poche ore dopo una Mercedes in retromarcia, guidata da un uomo e una donna, finisce sulla pensilina di uno yacht. A causa dell’urto il bagagliaio si apre e si scopre un cadavere, mentre i due conducenti spariscono subito dopo l’impatto. L’auto risulta a noleggio e il nome a cui è stata noleggiata è quello del primo cadavere: Miguel Espinoza, un noto trafficante di cocaina.
Il sostituto procuratore Ludovica Sperinelli, insieme al tenente dei Carabinieri Niobe Bassani e al Dirigente della Squadra mobile Giulia Rosello, si ritroverà a indagare su entrambi gli omicidi.
Un romanzo che ha tutte le caratteristiche del noir, anche se le autrici hanno avuto l’ottima inventiva di non usare la canonica scaletta.
Gli eventi infatti non sono raccontati nel solito modo a cui siamo abituati, il ritrovamento dei cadaveri avviene subito all’inizio, insieme alla scoperta dell’identità e del collegamento tra i due casi. Subito nelle prime pagine si scopre anche chi è il colpevole del primo cadavere, ma questo non toglie assolutamente la curiosità del lettore e la voglia di andare avanti nella lettura. Tutto questo grazie ai misteri nascosti che le autrici hanno mantenuto, pur dando subito molte informazioni che normalmente verrebbero alla luce solo a fine libro.
Le descrizioni sono talmente dettagliate che sembra di essere fisicamente a Savona e nella Costa Azzurra, anche senza esserci mai stati davvero.
L’escalation di suspance e colpi di scena rendono la lettura avvincente, rapendo il lettore a tal punto che gli risulta difficile staccarsi dalle sue pagine, e la scelta di formato avuta dagli editori, ovvero un formato tascabile, aiuta il lettore che può portarselo sempre con sé e approfittare di ogni momento per immergersi nella lettura.

Fiorenza Giorgi nasce e vive a Savona. Da molti anni lavora in magistratura e attualmente ricopre l’incarico di Giudice per le Indagini Preliminari. Appassionata di musica lirica e tradizioni liguri, ha al suo attivo tre raccolte di modi di dire savonesi. Insieme a Irene Schiavetta ha già scritto Morte al Chiabrera e La sala nera.

Irene Schiavetta vive a Savona. Musicista e pianista ha svolto attività concertistiche per poi approdare come docente al Conservatorio. Ha al suo attivo diverse commedie brillanti, racconti e libretti. Ha scritto libri di didattica pianistica e opere di letteratura italiana. Insieme a Fiorenza Giorgi ha già scritto Morte al Chiabrera e La sala nera.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Fratelli Frilli.

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:: La via oscura, Ma Jian (Feltrinelli, 2015) a cura di Andrea D’Angelo

19 febbraio 2016 by
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Ricordo che da bambino mi spiegarono che scientificamente, o per meglio dire, secondo una certa visione scientifica, lo scopo della vita sarebbe la riproduzione, in altre parola la conservazione della specie stessa.
In questo senso, se l’uomo è visto nel suo essere anch’esso animale, condividerebbe con tutte le altre specie lo stesso unico scopo. Per chi invece vede l’uomo diverso dalle altre specie l’esistenza dell’essere umano sarebbe votata ad altro, un qualcos’altro di indefinito, che quasi si definisce nel divenire stesso.
Quale sarà allora poi veramente il quid che identifica l’importanza per l’uomo di avere figli e quanti se ne vuole? La vicenda di Meili e Kongzi ne La via oscura (Feltrinelli 2015) di Ma Jian mi è sembrata articolarsi su questa domanda. Lo spirito bambino che li guarda da fuori non sembra voler sapere altro.
Il contesto è la ben nota politica del controllo delle nascite nella Repubblica Popolare Cinese. Su questo sfondo si scontrano i bisogni materiali di un Paese dal pugno duro, che propaganda la necessità di essere di meno per essere tutti più ricchi e quelli dell’uomo in quanto uomo, oltre tutte le sue specificazioni e desideri del singolo. È un’entità singola e plurale allo stesso tempo, che a volte si avvale degli ideale della tradizione confuciana e a volte solo delle idee di un presunto buon senso, che a volte predilige il bisogno di un figlio maschio e a volte di un figlio, che anche se figlia, realizzi il sogno di un appagamento presente e futuro. La via oscura è però anche la storia di un viaggio, pieno di riferimenti simbolici tra antico e moderno, che finisce spesso per trasfigurare inferni d’inquinamento in paradisi artificiali.
Sul finire della politica del figlio unico Ma Jian si interroga, attraverso questo viaggio, sul senso materiale e astratto dei bisogni umani, lasciandosi dietro di sé più domande che risposte.

Ma Jian è nato in Cina, a Qingdao, nel 1953. Ha lavorato come riparatore di orologi, pittore di poster di propaganda e fotoreporter per una rivista diretta dallo stato. A trent’anni, abbandona il lavoro e viaggia per tre anni attraverso la Cina, un viaggio poi descritto nel suo libro Polvere Rossa (Neri Pozza, 2002). Nel 1987 pubblica la raccolta di racconti sul Tibet Tira fuori la lingua (Feltrinelli, 2008), libro che gli costa la condanna pubblica del governo cinese, il bando delle sue opere e lo spinge all’esilio a Hong Kong. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, si trasferisce in Europa, prima in Germania e poi a Londra dove vive tuttora. Malgrado le sue opere non possano essere pubblicate in Cina, Ma Jian ci torna regolarmente. Per Feltrinelli sono usciti: Spaghetti cinesi (2006), Tira fuori la lingua (2008), Pechino in coma (2009) e La via oscura (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Feltrinelli.

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:: Era la Milano da bere – Morte civile di un manager, Alessandro Bastasi (Fratelli Frilli, 2016)

18 febbraio 2016 by
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Che Milano non sia più la Milano da bere della pubblicità dell’Amaro Ramazzotti, emblema dei craxiani e rampanti anni Ottanta, sembra un dato di fatto, quasi un mantra da ripetere in questi anni di recessione e di crisi economica, che sembrano travolgere tutto e tutti, diffondendo la povertà in strati sociali un tempo immuni. Disoccupazione, licenziamenti, ditte che falliscono, imprenditori che si suicidano, ormai non si contano sui giornali episodi di questo tenore, che a ben vedere non fanno neanche più notizia tanto sono la normalità. E proprio da quel vecchio slogan pubblicitario entrato nell’uso comune  Alessandro Bastasi ha preso spunto per il titolo del suo nuovo noir, Era la Milano da bere – Morte civile di un manager, edito da Fratelli Frilli editore.
Un noir insolitamente duro, cattivo, per certi versi anche sgradevole nel caratterizzare gli aspetti sgradevoli di una società sempre più gretta e in declino. Il materialismo edonista, il carrierismo rampante, l’usare come trofei i beni di lusso di una società vuota e patinata, tutt’apparenza come uno spot pubblicitario di Adrian Lyne, sembrano realtà che continuano ad esistere nei loro aspetti più deleteri, deprivate e svuotate dalla ricchezza e dall’ottimismo che tali cose ancora possedevano negli anni del boom, nell’Italia degli yuppie, modello sociale rubato oltre oceano.
La crisi ha lasciato in piedi solo i fondali di carta pesta della Milano da bere, le ombre di un’ impalcatura ormai arrugginita, come in un’ immensa terra desolata senza speranza di riscatto. E Bastasi in questo scenario mefitico, e per certi versi tragicamente grottesco che è ormai la realtà di tutti i giorni, ambienta la storia tragica e disperata di Massimo Gerosa, ex-manager in carriera, pieno di quei vecchi sogni e valori, anacronistici e ormai inutili. Vive in una Milano che non c’è più Massimo Gerosa e quando un tragico giorno la sua azienda, un colosso dell’informatica, lo mette alla porta, licenziandolo senza motivo apparente, per lui è la fine, l’inizio di una discesa, non solo economica, verso il baratro, perché non si limitano a licenziarlo ma mettendo in circolazioni un video in cui fa uso di cocaina, gli pregiudicano ogni possibilità di trovare lavoro altrove.
Perderà quindi il lavoro, la casa, la famiglia (moglie e figlia), le illusioni di ricchezza e di successo, finirà a dormire nel suo SUV (un tempo status symbol per eccellenza) come un barbone, finirà per diventare tutto ciò che aveva sempre disprezzato, l’ultimo ingranaggio della scala sociale, il fallito per eccellenza. Poi un giorno una specie di ancora di salvataggio gli arriva da chi non se l’aspetta, un’ offerta di lavoro come guardiano notturno nella sede di un movimento di estrema destra. Finalmente un tetto di nuovo sulla testa e un odio condiviso fatto di razzismo e di antisemitismo. Vendicarsi, già vendicarsi sarebbe una buona ragione per vivere ancora se lui fosse un guerriero, ma già fatica a capire come tutto ciò sia potuto succedere, fatica a capire chi possa averlo odiato tanto da architettare la sua morte civile e soprattutto perché Roberto Modigliano, il padrone della sua ex azienda, si sia prestato a questa farsa del licenziamento. Scoprirà tutto Massimo Gerosa, anche le ragioni più inconfessabili, i ricatti, il marcio dietro le reputazioni più irreprensibili, e naturalmente gli servirà a poco.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia ha recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri, ha continuato in seguito a calcare le scene fino all’ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (“Sipario”, “La Ribalta”). Tra il 1990 e il 1993 ha vissuto a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli hanno dato materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito ha dato alle stampe: La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice 2010), Città contro (romanzo, Eclissi Editrice 2011), Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni 2012), La caduta dello status (racconto pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” 2012), Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni 2012), La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore 2013), Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore 2014). Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Fratelli Frilli.

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