:: Un’ intervista con James Grady, autore de I sei giorni del Condor a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2016 by

j-grady-2006Caro Signor Grady, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non so dirle quanto siamo onorati di poterla ospitare, quindi lascerò perdere e andrò dritta al punto.
Lei ha preso parte al movimento contro la guerra in Vietnam; ha mai pensato a se stesso come a un modello, qualcuno in cui la generazione che è cresciuta all’ombra del Watergate si potesse riconoscere? O forse sente di essersi semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto?

Domanda interessante, ma difficile. Nella primavera del 1969, nel corso del mio secondo anno di college a Missoula, Montana, entrai a far parte del movimento. Non che si trattasse di un’organizzazione, era più un sentimento, un impegno condiviso: si andava alle manifestazioni, si raccoglievano firme ecc. Poi, nella primavera del 1970, ci fu la sparatoria alla Kent State [il 4 maggio, nel corso di una manifestazione contro l’invasione statunitense della Cambogia, la Guardia Nazionale sparò sulla folla uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove; n.d.t.]. Ancora a Missoula, presi parte alle proteste. Nelle vacanze tornai a Shelby, la mia città, un posto piccolo, molto più piccolo di Missoula; per pagarmi gli studi, d’estate lavoravo per il comune (riparazioni all’acquedotto, asfaltature, insomma, lavori manuali). Sapendo delle mie attività pacifiste, un membro del consiglio comunale e il direttore di un giornale locale, gente d’estrema destra, cercarono di farmi licenziare. Ma il mio capo, che pure non era d’accordo con le mie idee politiche, non volle cedere alle pressioni dei superiori. “Questa è l’America, e James può credere quello che cavolo gli pare”, disse. E fu così che il capo, un operaio ultraconservatore e che per di più non aveva studiato, divenne il mio eroe.
Poi, nell’inverno del 1971 ero a Washington. Lavoravo come stagista per un Senatore (non ero ancora laureato, ma ero entrato in un programma di tirocinio per gli studenti di giornalismo). Fu allora che mi venne in mente l’idea di Condor. A quei tempi, pareva che il paese fosse avvolto in una nebbia di misteri e pericoli – la guerra, la nascita  di uno stato di polizia, il passaggio dalla sperimentazione psichedelica all’eroina, la Mafia- in Montana come a Washington. Con Condor ho cercato di affrontare tutto questo. E il mio tempismo è stato perfetto. Le notizie sul Watergate e sul ruolo della CIA si stavano appena affacciando sui giornali quando il romanzo è arrivato all’editore, e, subito dopo, a Dino De Laurentiis. Penso che se il libro fosse uscito un anno prima, o magari un anno dopo, non avrebbe funzionato. Insomma, ho scritto il romanzo giusto al momento giusto. Ho avuto fortuna.

Oltre ad essere un romanziere, ha lavorato anche come giornalista e sceneggiatore. Quali di queste esperienze le ha dato di più?

Be’, per quanto ami i film, e ora anche i nuovi prodotti per la tv, comici o drammatici, dei quattro anni in cui ho lavorato come giornalista investigativo per l’editorialista Jack Anderson (all’epoca Anderson era syndicated columnist e i suoi pezzi venivano ripresi su 1000 giornali diversi) ho un ricordo stupendo; e poi le esperienze fatte in quel periodo hanno avuto un’enorme influenza sulla mia narrativa. Volevo scavare, un po’ come Leo Sisti, presente? Sempre alla ricerca della storia dietro i titoloni, attento ai passaggi di potere, puntare il dito su chi sfruttava i meno fortunati. Per questo avevo momentaneamente accantonato la mia carriera di romanziere (in parte danneggiandola): speravo di poter fare qualcosa di buono. Ancora oggi, nella mia vita di narratore, attingo alle cose che ho imparato allora, per strada, e dietro le porte chiuse, lì dove il pubblico non arriva.

Per lei, il successo è arrivato prestissimo: subito dopo aver pubblicato I sei giorni del Condor. Che può dirci dell’America di allora? Com’era essere un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione negli anni ’70? E che ne pensa di questa definizione? Era davvero come la immaginiamo, “un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione”?

Il mio successo con Condor, be’, in quel periodo l’America si è risvegliava dal conservatorismo dei ’50, rifiutavamo il dominio della generazione dei nostri genitori, che avevano fatto la Seconda Guerra Mondiale, e be’, il Vietnam. Era eccitante, un momento di apertura, in cui potevi inseguire i tuoi sogni e avevi qualche possibilità di realizzarli.
E io il più grande dei miei sogni personali (certo, non di quelli politici) l’avevo già realizzato: il mio romanzo d’esordio aveva avuto successo, e ne avevano tratto un film destinato a diventare un classico, avevo un meraviglioso secondo lavoro come reporter investigativo (un fatto di coscienza, non avevo bisogno di soldi). Ero davvero convinto che se avessi gestito come si deve la mia vita e il mio talento, e se non mi fossi fatto spaventare, avrei potuto fare la differenza. Forse sarei riuscito a scrivere della narrativa che davvero ripagasse in parte tutta la fortuna che avevo avuto.
Non mi rendevo conto che non tutti, neanche nella mia generazione, mettevano la stessa passione nella ricerca della giustizia e della verità. Non tutti volevano davvero cambiare le cose, ma d’altra parte quei pochi che lo volevano davvero sono riusciti a fare la differenza. Mai abbastanza, certo, ma d’altronde è sempre così: la lotta per la giustizia e l’onore non finisce mai. È questo che ci rende umani.
A livello più personale, ero deciso a non sprecare l’opportunità che avevo. Dovevo fare quello che dovevo fare: scrivere romanzi. Non potevo buttare all’aria la mia fortuna, per cui facevo una vita morigerata, sostentandomi con lo stipendio da reporter e mettendo da parte il resto per poter scrivere. Mi vestivo e vivevo da studente universitario, blue jeans e camicie economiche, giacche di pelle e scarpe da ginnastica. Spendevo solo per libri, i film e la musica (rock ‘n ‘roll). Per il resto ascoltavo la radio. Di solito mi alzavo alle 6.30 e andavo a dormire alle 11, ed evitavo i bagordi (non che fosse difficile, all’epoca, nella triste Washington). Certo, non potevo dirmi esattamente monogamo, come potrebbero testimoniare diverse ragazze con cui all’epoca ho avuto relazioni di lunga durata, ma non sono mai stato un festaiolo, né un artista del rimorchio. Lavoravo 40 o 50 ore a settimana, andavo a correre per tenermi in forma, e ci davo dentro per imparare a scrivere meglio. C’erano talmente tanti modi in cui potevo bruciarmi: avrei potuto cominciare a drogarmi pesante, sperperare tutto quello che avevo, diventare presuntuoso o lanciarmi in relazione sessuali dall’esito disastroso. Ma ero troppo ingenuo e timido per cadere preda di queste opportunità di autodistruzione.
Ero (sono) un idealista, ma un idealista nato da genitori piccolo borghesi e cresciuto in una cittadina proletaria, uno che ha seguito i detective della omicidi in azione nel corso delle guerre tra bande per il controllo dello spaccio, che ha parlato con criminali piccoli e grandi e conosciuto l’eroismo della gente comune.
Per me ormai liberale non significa più molto. Un po’ come conservatore. Diciamo che voglio la maggior libertà possibile – libertà dalla paura, dalla violenza e dall’ingiustizia- per tutti i cittadini del mondo. Certo, sono un idealista, ma senza la luce degli ideali come faremmo a muoverci in questi tempi bui?

Nel 1975, il suo romanzo è diventato un film di Sidney Pollack, I tre giorni del Condor, e lei è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura. Nel cast c’erano, tra gli altri, Max von Sydow, Robert Redford e Faye Dunaway. Può raccontarci qualche aneddoto sulla produzione del film? E c’è qualcosa che secondo lei dovremmo assolutamente sapere sulla sceneggiatura?

In effetti non l’ho scritta io, quella sceneggiatura: avevo 25 anni, all’epoca, e mai e poi mai mi avrebbero lasciato mettere le mani in un progetto multimilionario. Devo dire, però che Dino, Redford, Sydney Pollack, sono stati tutti gentilissimi con me. Potevo andare sul set quando volevo, e loro mi mostravano tutto mi spiegavano il funzionamento delle cose, ecc.
Ma una cosa curiosa, su quella sceneggiatura la so, almeno a grandi linee: hanno continuato a scrivere e riscrivere il testo man mano che le notizie sul Watergate e sugli scandali della CIA e della politica saltavano fuori. Era il 1973, o forse l’inizio del 1974, e Nixon lottava per tenersi il posto.
Per quanto riguarda la sceneggiatura in generale, quello che gran parte delle persone non considera mai, è che una sceneggiatura è un po’ come uno schema tecnico, o un progetto per un edificio alla cui costruzione partecipano molte persone, e in circostanze che cambiano di secondo in secondo. È raro che lo sceneggiatore veda riprodotta su pellicola la sua idea proprio com’era sulla carta, anche perché tradurre la teoria nella pratica non è sempre così facile: tanto per dire, che succede se al momento di girare piove sempre e si finisce il budget per le riprese in esterno?

Recentemente, oltre a rivedere il film, ho riletto i Sei giorni del Condor. Era un po’ che non lo facevo. Che dire? Il suo libro ha la bella capacità di non annoiarmi mai, ed è una cosa molto rara. Posso chiederle come le è venuta l’idea? E si aspettava di avere tutto questo successo?

Grazie! Quello del 1971 è stato un inverno freddo. Io lavoravo al Campidoglio, e ogni giorno, arrampicandomi su per Capitol Hill, passavo davanti a un edificio d’angolo con le pareti imbiancate. In quella zona c’erano solo villette o bassi condomini, questo, invece era un palazzo alto tre piani. C’era una targa sulla porta, eppure non avevo mai visto nessuno entrare o uscire. Così pensai: e se fosse una copertura della CIA? Forse bastò qualche passo, o forse ci volle qualche giorno, ma mi venne una seconda idea: e se fossi rientrato in ufficio dalla pausa pranzo e avessi trovato tutti morti?
Due belle domande. Cercando di immaginare una risposta, con tutto quello che stava succedendo in quel periodo. Sapevo solo che Condor doveva essere un uomo comune, non un supereroe alla James Bond. Così è nato il mio romanzo. Chissà, forse tutta l’arte nasce da questo genere di domande.
Non avevo idea che Condor avrebbe avuto successo! Non ero neanche sicuro di riuscire a trovare un editore. Ma la scrittura mi aveva sempre attratto, fin da quando avevo sei anni, e questa storia la dovevo proprio scrivere. Tra tutte quelle che mi erano venute in mente, questa di Condor era la prima abbastanza forte da diventare un romanzo.

A un certo punto, Maronick dice a Condor che farebbe meglio a continuare a leggere, perché la sua fortuna è finita, e quando succede un uomo non vale poi molto. Ogni volta che arrivo a questo punto… B’e, non posso fare a meno di pensare che è fantastico.
Comunque, come ha detto lei, Joe Turner/Ronald Malcolm è un uomo comune, un accademico diventato spia. Pensa che questo tipo di relazione sia rappresentativo del modo in cui i giovani si rapportavano con l’establishment, e cioè essendone oppressi ma ribellandosi allo stesso momento?

In America, questo modo particolare di ribellarsi al controllo e all’oppressione, di contestare l’autorità e l’establishment è emersa negli anni ’60, tra il movimento per i diritti Civili, le proteste contro il Vietnam, e la paura di chi vive sotto la guerra fredda, sapendo che, con l’atomica, il mondo avrebbe potuto autodistruggersi in quindici minuti. L’idea era sì, ribellarsi, ma per creare “qualcosa di meglio”, come direbbe Camus. Volevamo essere costruttivi, non semplicemente distruttivi. Questo atteggiamento mi piacerebbe tanto ritrovarlo tra i giovani d’oggi.

Sul finale del film, di fronte agli uffici del Times, c’è un senso di solitudine, un certo malessere che nel romanzo mi pare meno palpabile. A questo punto del libro, Condor ha scoperto certe cose su di sé, cose che non sospettava; è cresciuto e maturato, e si è scoperto più portato di quanto credesse per lo spionaggio. In quanto autore del romanzo e del film, lei è forse l’unica persona al mondo che possa rispondere a una domanda così diretta: film o romanzo, I tre giorni o i Sei giorni del Condor, quale dei due ha il finale migliore?

Accidenti, bella domanda. Penso che per rispondere sia necessario prendere in considerazione le differenze tra due lavori. E penso che entrambi i finali abbiano una risonanza importante all’interno sia del testo, che del contesto in cui sono apparsi.
E sarà pur vero che sono l’unico al mondo che possa rispondere alla domanda, ma davvero non so cosa dire: mi piacciono sia il libro che il film. Il finale del film lascia forse più speranze a livello generale, mentre il romanzo è più incentrato sulla dimensione personale.

Come si sente a parlare ancora del suo libro, dopo tutti questi anni?

Fortunato. Mi sento incredibilmente fortunato a sapere che il mio lavoro è ancora vitale, ancora vivo. Come le ho detto, ogni tanto ancora mi stupisco.

In qualche modo, I tre giorni del Condor si allontana dai Sei giorni del Condor; nel film trovo tracce di una disillusione politica che nel libro è meno evidente. Pensa che questa differenza sia dovuta al confronto con il regista? E posso chiederle se e come ha collaborato a rivedere la trama originale?

Il disincanto e la prospettiva più ampia che si trovano nel film sono opera di Redford, di Pollack e di Dino; volevano fare un film importante, il più onesto e profondo possibile riguardo a quello che stava succedendo ai tempi. Probabilmente erano influenzati dai grandi film francesi e italiani degli anni ’60. Sentivano di avere delle responsabilità nei confronti del pubblico, la nazione, il mondo. Ci sembrava, a tutti noi, di correre dei grossi rischi politici e sociali, proponendo intrattenimento di questo genere: e se Nixon non fosse caduto? E se la CIA avessero prevalso sulle forze della giustizia e della verità? Nel momento in cui scrivevano e giravano il film queste possibilità non sembravano affatto remote. Condor è uscito prima di Tutti gli uomini del Presidente. Ma come ho già detto, io non ho partecipato direttamente alla scrittura del film.

I sei giorni del Condor è il primo capitolo di una serie; può dirci qualcosa degli altri romanzi? Quanti sono? E come sono stati accolti dal pubblico?

All’epoca delle riprese, e cioè nel momento in cui il libro stava per essere pubblicato, ho pensato di scrivere una serie di romanzi con Condor come protagonista, cinque in tutto; nell’ultimo lui sarebbe morto o impazzito. Gli agenti, l’editore, tutti quanti, cavolo: tutti gli esperti mi hanno consigliato di fare così. A metà della scrittura del secondo romanzo, però, mi sono reso conto che non avrei potuto competere con il Condor nella versione di Redford, e allo stesso tempo, che se insistevo a proporre una serie di storie, un certo numero di romanzi di questo tipo, avrei finito per essere etichettato, e pubblicare altri generi di storie che volevo scrivere sarebbe stato più difficile. Ovviamente non è né giusto né logico, ma è così che vanno le cose. Insomma, ho finito il secondo romanzo (L’ombra del Condor), e poi ho lasciato perdere il personaggio fin dopo l’11 settembre. Allora ho scritto un romanzo breve con un Condor “moderno” per esprimere la mia rabbia, tristezza, e preoccupazione per quello che stava succedendo. In seguito, ho pubblicato altri tre o quattro racconti o romanzi brevi, questi però con il Condor “originale”. E poi Condor appare anche in un cameo nel mio romanzo Mad Dogs. In fine, l’anno scorso, ho pubblicato il primo vero e proprio sequel, Il ritorno del Condor, in cui il protagonista cerca di sopravvivere allo stato di massima allerta seguito all’11 settembre.
Tutte le storie e i romanzi sono stati ben accolti dal pubblico. Il commento che preferisco lo devo al Washington Post: nella loro recensione si legge che Il ritorno del Condor fa pensare a Orwell e a Bob Dylan.

In chiusura, una domanda sulla situazione attuale: che ne pensa degli Stati Uniti di oggi? Nel giro di pochi mesi potreste ritrovarvi con il primo presidente donna, oppure…

Per me la cosa più importante, più ancora del rischio che Trump diventi presidente, è tutto il seguito che ha avuto. Il consenso nei suoi confronti ha rivelato la presenza di certe forze pericolose. Trump si è servito dei suoi averi per far leva sull’ignoranza, la paura, le bugie, l’odio, e la forza dei personaggi televisivi. E Se perde, be’, questo non significa che la verità, la giustizia, la razionalità, l’umanità e lo stile di vita americano hanno trionfato. Signfica solo che abbiamo scampato la catastrofe, e che ci aspetta un enorme lavoro di reinvenzione politica e sociale. Più che ottimista direi che sono speranzoso. E sì, sarebbe bello avere un presidente donna. Sarebbe ora che le donne venissero trattate davvero come pari, e che avessero la possibilità di realizzarsi appieno.

Che altro posso dirle? Grazie per avermi risposto. Se mi avessero detto, solo un paio di anni fa, che avrei avuto l’occasione di intervistarla, non ci avrei mai creduto. Ma be’, probabilmente è anche questa la forza del blogging e della stampa libera.

[Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni]

Nota: recensione di I sei giorni del Condor, qui.

:: La bambina col falcone, Bianca Pitzorno, (Salani, 2016) a cura di Micol Borzatta

16 settembre 2016 by
cvg

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Minervino Murge, paesino pugliese vicino ad Altamura. Siamo negli anni che vanno dal 1215 al 1230. Messer Rinaldo Rufo è il falconiere imperiale del re di Sicilia, Re Federico, e lo sta seguendo in Germania per essere incoronato Imperatore dall’Arcivescovo di Magonza. Con Messer Rufo c’è al seguito anche la figlia Costanza, nata durante il viaggio, e la moglie, Madonna Yvette, che però non potrà assistere all’incoronazione perché proprio quel giorno, il 25 luglio 1215, partorirà Melisenda.
Ritornati alla loro terra natia, la famiglia Rufo passa il tempo a gestire le proprie terre e allevare falconi mentre le bambine crescono e la famiglia si allarga, infatti presto arriverà anche Sibilla e in seguito Alice e Violante.
Costanza e Melisenda però hanno due sogni molto importanti, per Costanza è un sogno nato il giorno dell’incoronazione di Re Federico, mente per Melisenda è nato e cresciuto seguendo il padre nel suo compito di falconiere: vogliono partecipare alla crociata, la prima per liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli e la seconda per imparare nuove tecniche di falconeria per poter seguire le orme del padre.
Purtroppo gli anni passano e la crociata è sempre più lontana, ogni volta che arriva il momento della partenza Re Federico ha un nuovo motivo per rimandarla, fino a quando nel 1227 finalmente si parte. Costanza e Melisenda si travestono da ragazzi e si dirigono a Brindisi per partire, ma un’epidemia le ferma e ferma tutte le partenze. Anche l’Imperatore si è ammalato e non può partire.
Viene quindi nuovamente rimandato tutto e le due ragazze sono deluse e amareggiate e ritornano a casa con Costanza gravemente malata.
Riescono a curarla, ma il suo umore rimarrà nero per la delusione, ma non sa che molti altri avvenimenti dovranno accadere e cambieranno per sempre la loro vita.
Un romanzo davvero spettacolare, uno dei migliori letti quest’anno che sa unire storia e fantasia in una narrazione leggera e avvincente, senza appesantimenti creati da descrizioni troppo lente o da parti storiche troppo saggistiche.
L’autrice descrive la vita della famiglia Rufo vista dal punto di vista di ogni membro della famiglia dando così al lettore una visuale completa e la possibilità di affezionarsi al personaggio con cui ha più empatia.
I personaggi sono molto diversi tra loro ma tutti mossi da una grande passione e da una grande forza di volontà che è un ottimo esempio per i ragazzi, infatti questo romanzo oltre a far sognare gli adulti è adatto anche per un target molto più giovane, dove il lettore giovane può trovare insegnamenti importanti, come l’amore per la famiglia, la forza di volontà nel voler realizzare i propri sogni e il buon senso di portare sempre a termine i propri compiti anche quando non corrispondono alle proprie volontà, ma quando si ha un dovere da compiere va compiuto.
La storia è avvincente e il fatto che ripercorra svariati anni permette al lettore di capire perfettamente la motivazione che spinge ogni singolo personaggio a fare determinate scelte.
Una saga familiare davvero tenera e intensa scritta con maestria che alla fine del libro ti lascia quel senso di malinconia che solo i grandi libri sanno fare.

Bianca Pitzorno nasce a Sassari nel 1942.
Dopo essersi laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari si trasferisce a Milano dove studia alla Scuola Superiore delle Comunicazioni specializzandosi in cinema e televisione.
Finiti gli studi ha lavorato presso la RAI di Milano seguendo programmi culturali e programmi per ragazzi. Ha anche lavorato come archeologa presso il Museo Nazionale G. A. Sanna a Sassari.
Autrice di testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e televisive, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta opere di saggistica e narrativa, sia per bambini che per adulti.
Traduttrice di molte opere straniere, tra cui anche Tolkien, ha permesso la diffusione in Italia di autori spagnoli e inglesi.
Nel 1998 ha ricevuto il premio dell’Unione Scrittori e Artisti Cubani La Rosa Bianca per la sua collaborazione con la Biblioteca Ruben Martinez Villena dell’Avana a Cuba.
Nel 1996 le viene conferita la laurea honoris causa dall’Università di Bologna in Scienze della Formazione e nel 2012 è stata fnalista al premio internazionale Hans Christian Andersen Award conferito dall’International Board on Books for Young People e considerato il premio nobel per la letteratura dell’infanzia.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Vallardi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Come il colore della terra, di Marco Gastoni e Nicola Gobbi, (Eris Edizioni, 2015), a cura di Elena Romanello

16 settembre 2016 by
colterra0

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Solo pochi ottusi pensano ancora che i fumetti siano robetta di pura evasione e di bassa qualità: da anni molte case editrici propongono storie, seriali o singole, le famose graphic novel, dove si riflette sull’oggi e il ieri in tutte le sue forme, presentando storie anche poco note attraverso immagini e parole.
Come il colore della terra, storia in salsa messicana ideata da due italiani, porta in un mondo diviso tra magia e realtà, il Chiapas, regione del Messico dove negli anni Novanta ci fu la rivoluzione zapatista, relegata sui mass media italiani a a poche righe amargine di altri fatti, tentativo di creare una società più giusta rispetto a quella imposta dagli interessi della criminalità e delle multinazionali.
Tutto viene raccontato, in tavole a colori pastello particolarmente suggestive, attraverso gli occhi di due bambini, José e Juana, che poi crescono, assistendo agli attacchi al loro villaggio, alla paura degli animali, con cui convivono come con degli amici, alle proteste per avere una vita dignitosa, loro, eredi dei Maya, popolo ridotto in schiavitù dai Conquistadores spagnoli e in cerca di un’identità e cultura, all’esperimento delle comunità zapatiste di una vita in armonia con i cicli naturali e l’ambiente.
A fare da voce narrante ci sono una volpe e un corvo, che discutono e osservano i comportamenti degli esseri umani in un piccolo paradiso terrestre che può diventare facilmente un inferno, ma il tutto è pervaso da un’atmosfera da favola e da magia, anche se la gravità di certi fatti non è certo nascosta.
Come il colore della terra si inserisce nella tradizione delle graphic novel di impegno sociale e su fatti di Storia contemporanea, con però una lievità in più, che rende la storia godibile e leggibile anche per il pubblico più giovane, che si troverà immerso, come anche il pubblico adulto, in un mondo tutto da scoprire e conoscere, per capire cosa succede in luoghi lontani ma nello stesso tempo interessantissimi,forse perché si sperimentano nuovi modi di vivere.
Tra le righe, c’è anche molto del realismo magico caro agli autori e autrici sudamericani, da Gabriel Garcia Marquez a Isabel Allende, che racconta in maniera efficace un mondo dove si sono mescolate, spesso in maniera tragica, culture diverse, ma dove questa visione fantastica della realtà e della natura ha dato un senso a tutto. Un’opera per tutta la famiglia quindi, spunto di approfondimenti sull’oggi ma in una prospettiva diversa, dove gli animali parlano e alcuni esseri umani provano a credere, nonostante tutto e contro tutto, in un mondo che può essere migliore.

Nicola Gobbi, di Ancona, è disegnatore di graphic novel su tematiche sociali per svariate case editrici oltre ad Eris. Appassionato di culture latino americane, ha avuto modo di visitare il Messico, e usa come strumento principe per i suoi disegni le buone vecchie matite colorate. Tra le sue fonti di ispirazione ci sono i fumetti argentini, con autori come Alack Sinner, Muñioz e Cyril Pedrosa.

Marco Gastoni, sceneggiatore, si occupa da anni del movimento zapatista in Messico e collabora con la fondazione Caffè Malatesta che importa il caffè coltivato nelle cooperative del Chiapas in un’ottica di commercio equo e solidale.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notte più buia, Monika Held, (Beat, 2016) a cura di Viviana Filippini

15 settembre 2016 by
bnhk

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Heiner e Lena. Una coppia che vive la propria vita alla ricerca della tranquillità. Lena e Heiner sono i protagonisti di La notte più buia di Monika Held, e Heiner ha un’ossessione particolare: un vasetto con dei sassolini. Appena qualcuno gli fa visita, Heiner prende il vasetto, invita l’ospite a mettere le due dita dentro ai sassolini e poi chiede cosa siano. Le tante persone che hanno fatto questo gesto hanno dato diverse risposte, ma la verità, una volta scoperta, è quella che li ha lasciati più sbalorditi. Heiner è un sopravvissuto ad Auschwitz e per lui il passato nel campo di concentramento è divenuto una vera e propria fissazione che non gli da’ tregua, anzi ne è diventata la parte integrante della sua vita e di quella di Lena. Il legame tra il sopravvissuto e la donna è iniziato nel 1964, quando Heiner Rosseck, superstite di Auschwitz si trova a Francoforte, in tribunale per deporre al processo in corso contro i crimini compiuti dai Nazisti. L’uomo che, come emerge in ogni pagina, non ha mai superato del tutto il trauma dell’internamento, è costretto non solo a rivedere i perfidi aguzzini che aveva incontrato nei campi negli anni Quaranta, ma è obbligato a raccontare il passato, proprio per incastrare i colpevoli, per smascherare il ruolo, le responsabilità e le atroci azioni compiute dagli imputati nei campi di prigionia. Rivivere il dramma delle giornate della deportazione scatenano in Heiner un grave stress psicofisico ed emotivo che lo debilita in modo profondo. Proprio in tribunale una giovane donna, Lena, si accorge dello shock che tormenta l’uomo e lo soccorre. Questo gesto di solidarietà scatenerà tra i due una vera e propria amicizia che si trasformerà in storia d’amore. La notte più buia è un viaggio dentro alla vita passata di Heiner, dalla quale emerge quanto le sofferenze vissute nel campo di prigionia siano per lui dei segni incancellabili che hanno condizionato molto anche il suo rapporto con la ex moglie e con la figlia. Heiner ha visto fallire il suo matrimonio ma, nonostante tutto il soffrire, grazie all’incontro con Lena, è riuscito ancora ad innamorarsi. La nuova compagna del protagonista, come noi lettori, diventa testimone della vita di Heiner. Allo stesso modo, come molti altri sopravvissuti, Heiner torna ad Auschwitz dove porta Lena. Qui, nel luogo del dolore e della morte, come altre persone scampate al massacro, il sopravvissuto racconterà il suo dramma descrivendolo in ogni singolo e minimo dettaglio. Il bisogno di Heiner di esprimersi e di far conoscere quel passato è così grande che si ha come l’impressione che lui si senta quasi a proprio agio nel posto dove ha patito così tanto dolore e dove ha lavorato trascrivendo i nomi di centinaia di migliaia di innocenti uccisi dal regime, la cui unica colpa era di essere ebrei. La notte buia è una testimonianza molto intensa sullo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale ma, allo stesso tempo, la storia della Held diventa un monito per tutte le nuove generazioni a non dimenticare mai il passato, per non compiere, ancora, gli errori che costarono la vita a milioni di innocenti. Traduzione di Riccardo Cravero.

Monika Held è nata nel 1943 ad Amburgo. Per molti anni è stata corrispondente per il magazine Brigitte, scrivendo su Italia, Albania, Buthan, Paraguay, Guatemala e Mongolia. Ha ottenuto numerosi premi per i suoi articoli e per il suo impegno politico, tra cui il German Social Prize, l’ELisabeth-Selbert. Preis, il Reporting Prize e la Polish Medal. Attualmente vive in Germania, a Francoforte sul Meno.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Scrivere è un mestiere pericoloso, Alice Basso (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

15 settembre 2016 by
bnh

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Torna con una nuova avventura, tra giallo e gustose riflessioni sulla vita e la scrittura, Vani, la ghost writer protagonista de L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome e già entrata nel cuore dei suoi lettori e lettrice per il suo humour e per il suo non essere perfetta, ma molto empatica con le persone al posto del quale deve scrivere, al punto di svelare le loro anime e i loro segreti più nascosti.
Vani continua ovviamente a fare il suo lavoro di dare voce e scrittura a persone famose ma senza capacità nella gestione della parola scritta, nel suo mondo fatto di libri, musica e vestiti dark, che la rendono tanto simpatica alla sua giovanissima vicina di casa simpatizzante del movimento gotico in cui Vani si rivede giovanissima. Un lavoro non disprezzabile, quello di ghostwriter, visto che per riuscire a scrivere le storie di altri come fossero scritte dal diretto interessato o interessata, Vani deve entrare nella loro mente e capire come pensano e cosa hanno dentro da raccontare, quasi come una detective. Stavolta a Vani viene affidato il compito di scrivere le memorie tra piatti e vita vissuta di un’anziana cuoca, in servizio da anni presso una famiglia di imprenditori torinesi, visto che i libri di cucina vanno per la maggiore oggi.
Peccato che Vani sia negata per l’arte di fare da mangiare e si trovi affiancata per questo da una food blogger a dir poco insopportabile: per fortuna in suo aiuto corre il commissario Berganza, che l’ha eletta collaboratrice della polizia, ama la letteratura come lei, ma nel frattempo l’ha costretta a seguire un corso di arti marziali che Vani detesta quasi quanto la cucina.
A questo va aggiunto il ritorno in scena di Riccardo, ex di Vani, ma soprattutto la sconvolgente rivelazione della cuoca, che tra una ricetta e l’altra, si accusa di un delitto avvenuto prima nella famiglia. Per Vani è di nuovo tempo di indagare, scoprendo altarini e segreti, oltre che la verità su un fatto commesso anni prima, e rischiando anche non poco.
Tra giallo e commedia, si leggono con piacere queste nuove avventure di una ghostwriter acuta, a tratti pasticciona ma capace di sondare animi e sentimenti, in una Torino tra vie e collina abbastanza inedita sia per chi ci abita sia per chi l’ha scoperta come città turistica ma anche per chi, non torinese, ne è rimasto conquistato e ci è venuto a vivere, come l’autrice.
Alice Basso mescola bene gli elementi gialli con quelli di costume, raccontando tanto dell’Italia di oggi, tra mode culinarie e personaggi famosi usciti dal nulla e senza arte né parte, a differenza di Vani, che ha molto talento ma che è costretta a nascondere. Senz’altro le sue avventure non sono finite, anche perché il lavoro di ghostwriter offre possibilità infinite di incontri e di analisi. Una storia che si legge d’un fiato, in cui si ritrova molto dell’oggi e anche dell’ieri, con il richiamo alle dinastie di ricchi torinesi che forse qualche segreto che una cuoca potrebbe svelare ce l’hanno.

Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni e canta in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Dialogo per la città (Edizioni Viverein, 2008), Giovanni Pellegrino, Adriana Poli Bortone, Cosmo Francesco Ruppi, a cura di Daniela Distefano

15 settembre 2016 by
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Un uomo di Chiesa e due politici: nasce da quest’incontro di voci, ben modulate, un dialogo che emana profumo di saggezza e urbanità. Trascritto nel 2008, il confronto di idee e pensieri tra insigni personalità –  per esperienza umana e professionale –  si concentra sulle condizioni dell’Italia di oggi, sui valori della vita e della persona, sui traguardi di civiltà e di pace. L’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi è salito in Cielo nel 2011, molte cose sono cambiate sul pianeta anche per gli altri due protagonisti di questo libro che non manca di lambire questioni scottanti e cruciali per il nostro Paese. Si comincia dalla Transizione, la crisi dei partiti, Mani Pulite: tutto ciò era già ben visibile otto anni fa, adesso si è acutizzato.
La gente gira al largo dalla politica e continua ad avere quasi nausea dei politici, convinta che essi siano uniti solo dall’interesse di parte. Ma è così oscuro il palazzo del potere?

<<L’uomo è fallibile: cerco di non dimenticarlo mai>>,

ammette Poli Bortone.
Un cancro per le istituzioni ha invaso i polmoni della loro credibilità, questi interrogativi sono stati affrontati nel 2008, quando il federalismo era il pane che si masticava a pranzo e a cena. Oggi abbiamo compiuto un passo indietro, e siamo sprofondati nella melma dei ripensamenti che non portano mai bene. La caduta del muro di Berlino, la rivoluzione giudiziaria, l’11 Settembre, la questione mediorientale, il fondamentalismo islamico, il terrorismo, l’Oriente (Cina e India entrambe in possesso dell’arma atomica, come Israele e Pakistan) sono processi in movimento da molto tempo. Come affrontarli? Si chiedono i tre interlocutori cercando di individuare, specificare l’uscita dal tunnel della caducità. In cinquant’anni la politica italiana e quella mondiale è totalmente mutata. Uomini come De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, Almirante, Malagodi.. si dice non ci sono più. Tutto è cambiato, tutto è capovolto. Tutto vero? Tutto sbagliato?
Come delineare il futuro? Per Pellegrino, la demagogia si accentuerà col tempo; per Poli Bortone, non esiste un sistema rappresentativo perfetto, ma dovrà essere il più possibile trasparente. Un dato da segnalare è l’esplosione del giudiziario. Sostiene Poli Bortone:

<<Come Paese civile, dobbiamo rifiutarci di cadere nella spirale della sfiducia>>.

Ma non si può cambiare il presente dell’Italia tralasciando grandi questioni che abbracciano il mondo intero, partendo non da lontano ma da vicino, vicinissimo. E poi non solo l’Africa, ma anche l’Asia, molte aree dell’America Latina, vivono ancora nel sottosviluppo: come agire in fretta per colmare questa voragine di sofferenza umana?
Per Pellegrino,

<<le ricchezze del mondo non sono infinite; l’allarme è sulla condizione generale del pianeta>>.

Per Poli Bortone,

<<la presenza di tante culture, etnie e religioni sul nostro territorio pone certo problemi di corretta convivenza: ma, per quanto ci riguarda, noi del Salento, credo che sappiamo da sempre destreggiarci con la comprensione nell’accoglienza>>.

Forse il problema è peggiorato con gli anni morsi dalla crisi globale, i confini del mondo sono diventati terra invasa dal fiume straripato. L’Europa finora ha partorito un topolino come la montagna inconsapevole di aver così recintato la speranza di uscire dal guado non solo economico.

Giovanni Pellegrino è un giurista e politico, ex Presidente della Commissione stragi, amministrativista, ex Presidente della Provincia di Lecce.

Adriana Poli Bortone, per molte legislature parlamentare nazionale ed europeo, docente universitaria di Lingua e Letteratura latina, ex Sindaco della Città di Lecce (in carica dal 1998 al 2007)

Cosmo Francesco Ruppi (1932-2011) è stato Arcivescovo metropolita di Lecce dal 1988 al 2009.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Madre Benedetta.

:: Il volo della famiglia Knitter, Guia Risari, (Bohem editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

9 settembre 2016 by
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Quanti di voi piccoli e grandi lettori avete mai pensato di volare? Credo che almeno una volta nella vita, tutti lo abbiamo immaginato e ne Il volo della famiglia Knitter, il nuovo libro per bambini di Guia Risari edito da Bohem, questo accade davvero ai protagonisti della trama. Al centro della storia c’è la famiglia Knitter composta da papà Knitter, mamma Knitter, figlio 1 Knitter, figlio 2 Knitter, una cane, una gatto e un canarino. Una famiglia tranquilla che ha solo un problema a sopportare il grande caldo della città dove vive. Tutto finisce nel momento in cui il canarino giallo spicca il volo e insegna a volare a tutta la famiglia. All’inizio sembra che i Knitter abbiano serie difficoltà di volo, ma appena avranno appreso dal canarino tutti i trucchetti per librarsi nell’aria, inizieranno a compiere mirabolanti viaggi alla scoperta di mondi nuovi. La storia creata da Guia Risari, arricchita dalle immagini delicate e colorate realizzate da Anna Castagnoli, è avventurosa e insegna ai piccoli lettori quanto sia importante non smettere mai di fantasticare e di stupirsi delle piccole cose che la vita riserva. Volare nel cielo blu con le ali piumate e con le proprie braccia è quello che permette ai protagonisti di questa vicenda di trovare mondi sconosciuti e di continuare a muoversi liberi nell’orizzonte infinito, scoprendo nuove dimensioni naturali, animali, persone, usi e costumi, dei quali non si conosceva l’esistenza. Uno degli aspetti che mi ha incuriosito de Il volo della famiglia Knitter di Guia Risari è il fatto che i personaggi non abbiano nomi propri e non a caso noi li conosciamo come papà e mamma Knitter, figlio 1 e figlio 2. Potrebbe sembrare un dettaglio irrilevante, ma il fatto che i membri della famiglia Knitter non abbiano nomi di persona specifici, dal mio punto di vista rende ancora maggiore il processo di immedesimazione del piccolo lettore con la famiglia creata dalla Risari, facendolo sentire ancora più partecipe e coinvolto nell’emozionante volo sulla ali della fantasia e della vita.

Guia Risari (Milano, 1971) è laureata in Filosofia morale all’Università Statale di Milano. È specializzata in Studi ebraici moderni in Inghilterra e in Letteratura comparata in Francia, dove ha vissuto per qualche tempo e ha collaborato con diverse università francesi. Ha lavorato come educatrice, giornalista e traduttrice. Scrive racconti, libri per bambini, testi teatrali, saggi, testi surrealisti, poesie. Tiene laboratori, conferenze e corsi di scrittura e lettura. Fra i suoi libri si citano: Jean Améry. Il risentimento come morale sul risentimento nella filosofia occidentale (Franco Angeli 2002), vincitore di cinque premi letterari, L’alfabeto dimezzato. Storie di coccodrilli scottati e scimpanzé in piscina (Beisler, 2007), Il cavaliere che pestò la coda al drago (EDT-Giralangolo, 2008), Gli occhiali fantastici (Franco Cosimo Panini, 2010), Il Decamerino (Mondadori, 2015), La porta di Anne (Mondadori, 2016), Il viaggio di Lea (Einaudi Ragazzi, 2016).

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

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:: Quando finiscono le ombre, Cristina Rava (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

9 settembre 2016 by
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Torna, nella sua terza avventura, godibile anche se non si sono lette quelle precedenti, il medico legale dell’entroterra ligure Ardelia Spinola, donna non più giovanissima, alle prese con un nuovo amore per l’apicultore Arturo, con i suoi gatti e con i casi che incrocia nel suo lavoro.
Stavolta si occupa della morte di Spartaco Guidi, anziano conosciuto in paese come una persona tranquilla e un po’ solitaria, che un giorno scompare per essere ritrovato morto alcuni mesi dopo in un campo. Ardelia inizia ad indagare, scoprendo il passato non limpido di Spartaco, tornato da poco ad Albenga, suo luogo di origine, dopo anni passati in un ospedale psichiatrico per aver ucciso un suo amico quando era giovane. Il tutto viene complicato dal fatto che la casa di Guidi, non certo una persona ricca, viene messa sottosopra da qualcuno, che forse non aveva gradito il suo ritorno in città e che può essere dietro a quello che è successo.
Ardelia dovrebbe limitarsi a capire le circostanze della morte e da quanto questa è avvenuta, ma il suo intuito da investigatrice la porta ad indagare, tenendo conto che comunque si è trattato di una fine violenta, in contrasto con una vita tranquilla ma con un richiamo a cosa era successo anni prima. Per scoprire cosa è accaduto Ardelia dovrà scavare nel passato ma anche scoprire cosa è successo nel presente, anche perché il suo interesse per il caso può diventare molto pericoloso.
Una storia avvincente, con al centro un’eroina moderna, una professionista reale e non una specie di wonderwoman che scopre subito tutta la verità, interessata a capire il come e il perché di un fatto che l’ha coinvolta personalmente, tra passato e presente, perché per lei i morti che arrivano sul suo tavolo per l’autopsia non sono semplici cadaveri inanimati, ma hanno tutti una storia da raccontare, verità da svelare e forse anche una giustizia da essere portata a termine.
Ardelia è una delle due protagoniste del romanzo, con la sua dedizione e il suo carattere un po’ fuori dalle righe, tra lavoro e ricerca di una dimensione personale. L’altra protagonista è la Liguria, fuori stagione rispetto alle estati da cartolina che in tanti ricordano, magari per esserci stati da bambini, ma non per questo meno affascinante. Tra luoghi di mare come Albenga e l’entroterra scosceso e molto contadino, da cui provengono varie eccellenze gastronomiche famose in tutto il mondo, si scoprono lati poco noti di una regione che si divide tra mare e montagna, tra marinai e contadini, e che risulta perfetta come sfondo anche per un giallo, dove è il presente, che non riesce a fare a meno e a superare il passato, a fare più paura.

Cristina Rava, classe 1958, è nata e vive ad Albenga, sulla Riviera di Ponente, dove sono ambientati i suoi libri. Dopo aver iniziato gli studi in medicina ha fatto tutt’altro, lavorando nel settore dell’abbigliamento e successivamente in campagna, ma sempre con la scrittura come efficace salvagente per galleggiare nella vita. Già autrice di due raccolte di racconti e di una memoria storica, tutte legate al territorio ligure, dal 2007 ha intrapreso la via del noir con cinque romanzi. Con Garzanti ha già pubblicato Un mare di silenzio con protagonista il medico legale «molto speciale» Ardelia Spinola.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Avevamo ragione noi – Storie di ragazzi a Genova 2001, Domenico Mungo (Eris, 2016) a cura di Elena Romanello

8 settembre 2016 by
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Sono passati quindici anni dal G8 di Genova: per molti è uno dei tanti ricordi sbiaditi dei telegiornali, poco prima che le Torri Gemelle crollassero, altri erano troppo giovani all’epoca per ricordarselo se non attraverso forse qualche discorso dei grandi, altri ancora ricordano quei giorni come uno spartiacque tragico e il prologo di una società in cui gli esseri umani hanno contato sempre meno di fronte agli interessi e ai profitti delle multinazionali.
Per ricordare quei giorni, Eris edizioni,che già si è fatta conoscere per le sue graphic novel di qualità, propone questo libro sottile come pagine ma forte nei contenuti, con storie raccolte da Domenico Mungo e le illustrazioni di Paolo Castaldi, che racconta quei giorni concitati a ritroso, dalla macelleria della scuola Diaz al corteo festoso e ignaro del primo giorno.
Nelle pagine del libro rivivono le voci di tante persone, di un ragazzo che sta riprendendo gli scontri con la telecamera per documentare e che viene preso a manganellate dalle forze dell’ordine, di un altro giovane che urla lanciando pietre contro un blindato sotto i lacrimogeni, di un’infermiera che assiste impotente alla mattanza nelle celle di Bolzaneto, dopo che era andata a Genova per quello che per lei era un semplice lavoro di assistenza di routine, un manifestante giapponese che viene attaccato, un reporter inglese imprigionato e picchiato con tanto di strascichi giudiziari.
Sono storie vere, raccontate come un romanzo ma con la veridicità dei fatti, in un libro che riprende il genere, poco praticato ultimamente almeno in Italia, del giornalismo di inchiesta, per raccontare quella che è stata e resta una vergogna da non dimenticare, iniziata come una manifestazione alternativa ad un modello che si voleva contestare e finita con quella che è stata definita la più grave sospensione dei diritti civili in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale.
Un libro da leggere indubbiamente per chi ricorda quei giorni con precisione, magari perché era a Genova o perché aveva lì cari amici e parenti, come alcuni genitori che seguirono in diretta cosa stava accadendo ai propri figli. Ma un libro anche da leggere per chi era troppo giovane all’epoca dei fatti, nell’ottica di una preservazione della memoria che ormai deve comprendere tutto, non solo i fatti della Seconda guerra mondiale, ma anche quello che è successo dopo, fino ad oggi, tra terrorismo, mafia e attacchi ai diritti. E soprattutto un libro da leggere per chi c’era e se ne è dimenticato, magari perché troppo preso da altre cose o perché ha sottovalutato quello che stava accadendo come l’ennesimo casino provocato da quei tizi dei centri sociali che già bloccano le città e non mi fanno trovare parcheggio con i loro cortei. Perché purtroppo problemi come la precarietà lavorativa e la distruzione del welfare sono cominciati proprio lì, e solo capendo e ragionando si può pensare a come reagire.

Domenico Mungo, nato nel 1971, è ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Torino, giornalista e scrittore. Nei suoi scritti ha parlato di controculture, fatti scomodi, movimenti alternativi. Era a Genova a manifestare e il libro parte anche dalla sua esperienza personale e da quella dei suoi amici.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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:: Il piccolo albergo della felicità, Lucy Dillon (Garzanti, 2016), a cura di Elena Romanello

8 settembre 2016 by
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Dopo una serie di problemi lavorativi che li hanno costretti a ridimensionare tenore di vita e aspettative, Libby e suo marito si sono trasferiti a Longhampton, nella campagna inglese, per gestire e rinnovare il piccolo albergo ricoperto di edera della suocera, che a questo punto può essere una chanche, forse l’unica, per ricostruirsi un futuro.
I problemi non sono pochi, a cominciare dal dover adeguare e ristrutturare l’albergo per le esigenze del pubblico del XXI secolo, peccato che manchino i soldi e quindi occorre fare i salti mortali per ristrutturare e vivere. Libby non è contenta della sua nuova sistemazione, dove c’è anche Bob, il cane della suocera, sempre tra i piedi: all’inizio la protagonista, non molto avvezza agli animali, ha poca simpatia per lui, ma poi scopre che l’animale ha la dote di far ritrovare il sorriso alle persone, e infatti è impegnato nella pet therapy nell’ospedale locale. Pian piano Libby si affeziona a questo buffo e tenero ospite, ma poi accade qualcosa.
Un giorno, davanti all’albergo, una giovane donna viene investita da un’auto e perde la memoria: non ha con sé documenti, solo un foglio con l’indirizzo del posto, e Libby si sente responsabile, accogliendola come ospite tra ristrutturazioni e squadre di operai che vanno e vengono a seconda dei fondi. Bob corre in soccorso anche della nuova ospite, che pian piano riacquista la memoria, anche se rimangono dei buchi. Un giorno arriva un uomo che si presenta come il fidanzato dell’ospite di Libby, ma a Bob non piace a naso e Libby decide di fidarsi di lui.
Lucy Dillon riprende in mano i suoi cavalli di battaglia, le storie al femminile nella campagna inglese e l’amore per i cani, raccontando una storia in cui non manca un mistero da risolvere (in Inghilterra tra l’altro non è obbligatorio andare in giro con i documenti, per cui cose come queste possono capitare) ma dove si parla soprattutto di nuovi inizi e di nuove cose da scoprire, argomenti che piacciono sempre, oggi più che mai. Un libro lieve ma che parla anche di cose importanti, come i maltrattamenti in famiglia e la crisi economica, dove gli umani sono importanti, ma dove il grande mattatore resta Bob, musetto canino capace di dispensare affetto e gioia e di saper indicare nuovi orizzonti e prospettive di vita.

Lucy Dillon, inglese, divide la sua vita fra Londra e la Wye Valley, dove ama passeggiare con i suoi basset hound Violet e Bonham. Con Garzanti ha pubblicato con successo anche Lezioni di ballo, Il rifugio dei cuori solitari, La libreria degli amori inattesi, Quando nascono i desideri, Piccoli passi di felicità.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Cento passi ancora. Peppino Impastato, i compagni, Felicia, l’inchiesta, Salvo Vitale (Rubbettino, 2014), a cura di Daniela Distefano

7 settembre 2016 by
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Il suo lavoro più noto è “Nel cuore dei coralli” (Rubbettino 1996), una biografia su Peppino Impastato, alla quale si è ispirata la sceneggiatura del film “I cento passi”(il libro è stato ripubblicato in una nuova edizione del 2008 con il titolo “Peppino impastato. Una vita contro la mafia”); due anni fa è stato pubblicato, sempre dalla casa editrice Rubbettino, un suo diario che ripercorre ventidue anni di lotta.
Parliamo di Salvo Vitale, testimone d’eccezione di un martirio registrato senza concessioni ad uno svenevole stile letterario.
In una forma asciutta e senza fronzoli, viene rivissuto il momento della sofferenza dopo il tragico rinvenimento del corpo di Peppino Impastato. I successivi eventi sono pagine aderenti ad un copione già troppe volte visto in Sicilia: il depistaggio delle indagini, la controinchiesta dei compagni, il processo, la vita di Radio Aut, la lunga notte di Felicia, la sua inestinguibile sete di giustizia.
Ma chi era veramente Peppino Impastato?
Era nato a Cinisi, un piccolo paese vicino Palermo, andò via di casa cacciato dal padre, e forte della sua formazione comunista avviò un’attività politico-culturale contro il silenzio e le infiltrazioni mafiose. Dalla protesta in piazza ai giornaletti volanti, alle improvvisate manifestazioni, il giovane arrivò all’uso politico di una radio libera autofinanziata, Radio Aut: è da qui che partirono i nomi e cognomi innominabili e ignominiosi.
Messo alle spalle al muro, il boss Tano Badalamenti per ritorsione lo fece uccidere. Il 9 maggio 1978 a Cinisi venne ritrovato il cadavere di Peppino: la fine di una vita e l’inizio di quella eterna.
Forse la mafia finirà per affogare da sola, forse è finita quella più eclatante delle stragi spettacolari, forse rinascerà più pervasiva, di certo non potrà mai cancellare il Male che ha attivato in tutto il mondo partendo molto spesso da piccoli paesi siciliani dove il tempo balbetta e le ore incespicano.
Non importa se tutto ancora tace, nonostante i social, le connessioni, la modernità, qui si vive per far morire la speranza. La Sicilia si vuole rialzare, ma è troppo imponente il giogo criminale che la tiene al guinzaglio, e se c’è crisi ovunque, qui non c’è mai stata la coscienza di cives dediti alla collettività.
E’ la civiltà (che manca), bellezza!
Cinisi ha creduto al briciolo del Cielo, poi il Diavolo l’ha fatto sgretolare, ma

<< Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo>>.

Nota: la prefazione è affidata a Marco Tullio Giordana

Salvo Vitale è nato a Cinisi, ha insegnato Filosofia e Storia nei licei sino al 2003, ha organizzato con Peppino Impastato alcune iniziative continuandone l’attività dopo la sua morte. Collabora con << Antimafia Duemila>> e con altri giornali, riviste e blog. Si occupa di educazione alla legalità, di educazione antimafia nelle scuole, cura il sito http://www.peppinoimpastato.com e lavora, come collaboratore esterno, nell’emittente Telejato.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

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:: Lancio Blogathon: i classici della letteratura

6 settembre 2016 by

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Tema scelto per questo Blogathon di settembre: i classici della letteratura mondiale. Ogni blog che aderirà, (potrete segnalare l’adesione qui sotto nei commenti), sceglierà un romanzo che l’ha particolarmente colpito o influenzato e condividerà le sue riflessioni con voi lettori. Il giorno di uscita degli articoli sarà in contemporanea il 30 settembre. Questo è il terzo Blogathon a cui partecipo, il secondo che lancio, per chi volesse maggiori informazioni sulle sue modalità, ecco un breve riassunto.

Un blogathon è una maratona di blog, che seguendo un tema scelto vede la pubblicazione in un dato giorno di tutti i post dei blog partecipanti. Quasi un blogtour, insomma, ma più esteso. Più blog partecipano e più la maratona ha successo.

 

Le regole:

  • Ogni blogger può scrivere un articolo in cui parla del romanzo che maggiormente l’ha colpito tra i classici della letteratura mondiale. Sono compresi i libri fino a tutto il ‘900.
  • Ogni blogger è invitato a parlare di un libro diverso.
  • Nel post che si pubblicherà sarà inserito un link a questo post di lancio.
  • Il Blogathon avrà luogo il 30 Settembre. Ogni blogger posterà il suo articolo in quella data.
  • Siete ancora in tempo a partecipare, lasciate un commento con il nome del vostro blog, l’url e libro scelto, sarete aggiunti nel nostro elenco. Più siamo insomma e più sarà divertente. Se volete maggiori informazioni potete contattarmi al mio recapito email: liberidiscrivere@gmail.com.

 

Roster con l’elenco dei blog partecipanti, in rigoroso ordine alfabetico:

L. Cassie – Blog: L’alchimista, Paulo Coelho

Liberi di scrivere: La signora delle Camelie, Alexandre Dumas figlio

Milioni di particelle: Incompreso di Florence Montgomery

Otiumentis: Il processo, Kafka

Over the hill and far away: Sulla strada, Kerouac

Questione di Libri: Lo straniero, Albert Camus

Strategie evolutive: Il Circolo Pickwick, Charles Dickens