:: Torino che legge 2017, a cura di Elena Romanello

18 aprile 2017 by

125Dal 19 al 23 aprile torna sotto la Mole Torino che legge, la settimana della lettura che si è diffusa ormai in varie città europee e non solo su modello della festa dei libri per San Jordi a Barcellona, dove ci si scambiano libri e rose, soprattutto per le donne.

In programma ci sono incontri con autori, reading, mostre, mercatini dei libri, in tutta la città con un focus nel centro, a cominciare dall’inaugurazione il 19 alle 17 alla Biblioteca Civica centrale in via della Cittadella con vari saluti istituzionali.

Tra gli ospiti ci sono i nomi di Giuseppe Culicchia, scrittore ma prima di tutto libraio per anni a Torino, Stefania Bertola, Stefania Miretti, Francesco Carofiglio, Marco Malvaldi, Bruno Gambarotta, Margherita Oggero, Margherita Giacobino, che parleranno in particolare delle loro ultime fatiche letterarie, anche oggetto di gruppi di lettura come quelli promossi dal progetto Leggermente.

Gli eventi in programma sono tantissimi e coinvolgono tantissimi posti, dal Circolo dei lettori alla Biblioteca Villa Amoretti, dalla Biblioteca Primo Levi al Campus Luigi Einaudi, dalla Fondazione Tancredi di Barolo al Mausoleo della Bela Rosin, oltre a tantissime librerie, come la Bodoni di via Carlo Alberto, la Gang del Pensiero di corso Telesio, la Borgo San Paolo di via di Nanni, la Piola di Catia di via Bibiana, la Borgo Po di via Ornato, la Therese di corso Belgio, a coprire davvero tutta la città.

Tra gli argomenti di cui si parlerà, in incontri tutti a ingresso gratuito, ci sono Matera capitale della cultura, la caduta di Gheddafi, Dylan Dog e la riedizione di Mater Dolorosa, i trent’anni della morte di Primo Levi, le Storie della buonanotte per bambine ribelli, la letteratura scandinava di ieri e di oggi, Jung, Carlo Cassola e il suo La ragazza di Bube.

Sabato 22 e domenica 23 ci sarà il grosso degli eventi, con bancarelle delle librerie aderenti con rose e libri, e nella giornata di domenica letture sul tram storico dai romanzi di Camilleri e dei racconti vincitori del concorso Lingua Madre, con storie di donne straniere residenti in Italia.

Per ulteriori informazioni visitare il sito ufficiale http://www.torinochelegge.it

:: Fair Play, Tove Jansson, (Iperborea, 2017), a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2017 by
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Vi siete mai chiesti cosa sia davvero l’amore? Di certo un sentimento, ma in quanto tale esso può essere vissuto in modo molteplice. A dimostrarlo ci pensano Jonna e Mari le due donne di mezza età, protagoniste di Fair Play, romanzo di Tove Jansson edito da Iperborea. La prima (Jonna) è un’artista regista, appassionata di film western di serie B, mentre la seconda (Mari) è scrittrice e illustratrice dal cuore così sensibile da accogliere un burattinaio russo, pronto a tutto – compreso a sacrificare il sonno- per l’amore viscerale verso l’arte. Le due donne, anche se spesso bisticciano, sono amiche e complici, perché assieme vivono diverse avventure. Mari e Jonna hanno personalità caratteriali molto forti e i momenti di vita di cui sono protagoniste sono caratterizzati da dialoghi pacati, alternanti a momenti di accese discussioni e lunghi silenzi che non spaventano nessuno, nemmeno il lettore, il quale comprende come i momenti vuoti di parole siano indispensabili alla due amiche per ritrovare il giusto equilibrio della convivenza. Leggendo il libro della Jansson si ha come l’impressione che ogni capitolo sia una specie di racconto a se stante ma, in realtà, ogni parte narrata è unita alla altre dall’empatia emozionale che lega le due protagoniste nel cammino di scoperta dei quello che le circonda. Ed ecco che si nota l’accuratezza e la precisione con la quale Jonna sistema i quadri appesi al muro, secondo una sua ottica del tutto personale, ma la casa non è sua, è quella di Mari. Affasciante e inquietante è il viaggio che la coppia in barca caratterizzato da un senso di perdita scatenato dalla nebbia che tutto ammanta, nasconde e cela. Un agente atmosferico dal valore metaforico che fa riferimento alle verità da indagare e conoscere. Ogni pagina è animata da una dirompente creatività che porta le due donne, amiche, complici a “fare” e “creare” e condividere (vita, lavoro, casa, viaggi) il più possibile, con il fine di scoprire le piccole gioie inaspettate che si nascondo nella vita di ogni giorno. Ad unire Jonna e Mari, protagoniste di Fair Play, però c’è un legame molto intenso e solido che non è solo amicizia. Esso è qualcosa di più. È l’amore profondo e vero per l’altro/a e per il proprio lavoro. È quel sentimento così intenso e palpitante, che ti fa capire che per poter raggiungere la meta a volte il distacco dall’altro/a, anche se lo si ama e lo si amerà per sempre, è sì doloroso, ma necessario per l’armonia delle parti. Postfazione di Ali Smith. Tradizione AA. VV. Volume a cura di Katia De Marco.

Tove Jansson è nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, apparsi per la prima volta nel 1946, tradotti anche in Italia e portati sullo schermo con grande successo negli Stati Uniti. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

Source: inviato al recensore dall’ editore. Grazie a Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

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:: Un’ intervista con Rena Olsen

16 aprile 2017 by

nonCiao Rena. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Scrittrice, terapeuta, insegnante. Chi è Rena Olsen? Punti di forza e di debolezza.

Questa è una gran bella domanda. Vediamo … Sono nata in un freddo pomeriggio di gennaio, pochi giorni prima che una tempesta di neve gigante colpisse …
Ha! Stavo solo scherzando. Se dovessi scegliere una sola parola per riassumere me stessa, sarebbe eclettica. Mi piace provare un sacco di cose diverse, indossare un sacco di cappelli diversi. Provo quasi tutto almeno una volta (tranne quando si tratta di cibo … non sono molto avventurosa in questo caso). Canto in chiesa con la mia band, sono un terapeuta a tempo pieno, ho tenuto corsi universitari, e mi piace scrivere qualsiasi cosa, dai thriller alla fantascienza, sia per ragazzi che per adulti.
Quanto a come questo si traduca in punti di forza e di debolezza, penso che sia un punto di forza essere in grado di adattarsi a cose diverse. Sono molto flessibile e abbastanza facile da accontentare. Sono una persona semplice e sempre pronta ad aiutare. Punti deboli? Ho una scarsa capacità di attenzione, che dovrebbe essere ovvio da tutto ciò che ho detto finora. Procrastino. Vivo in uno stato di caos organizzato, che spinge molti miei amici più organizzati di me a ritenermi un po ‘folle. Diciamo solo che la mia creatività è debole in tutti gli ambiti della vita, il lavoro, le amicizie, le pulizie di casa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho vissuto in cinque diverse città in tre diversi stati prima di andare al college. Mio padre decise durante il mio anno di scuola materna a New York di andare in seminario per diventare pastore, così ci siamo spostati in Iowa, e poi ci siamo trasferiti diverse altre volte dopo pochi anni. Ho imparato molto su me stessa e sulle altre persone in questi spostamenti. Sono andata al college a Sioux Falls, Dakota del Sud, e ho conseguito la laurea triennale in Psicologia. Ho frequentato poi un master in matrimonio e terapia familiare. Ora sono un supervisore per un programma di assistenza che invia i terapeuti nelle scuole in tutta la città di Des Moines, nello Iowa, al fine di raggiungere i bambini che non potrebbero ottenere tali servizi altrimenti. Scrivo la sera e nei fine settimana.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Mi è sempre piaciuto scrivere. Ero solita sognare ad occhi aperti costantemente, creare storie nella mia testa circa le persone che conoscevo e le persone che creavo. Quando ero in terza elementare, ho scritto una storia su un dente antropomorfo che cade dalla bocca di una ragazza e inizia un’avventura nella scuola. Quella storia vinse quell’anno il concorso di scrittura dello stato dello Iowa. Ho vinto un paio di gare durante la scuola, ma non ho preso sul serio la scrittura fino a dopo la scuola di specializzazione. Nel 2009 ho tentato il National Novel Writing Month per la prima volta, e mi sono resa conto che avevo dentro di me quel qual cosa per creare un intero romanzo. (Questo primo romanzo devo dire era orribile, ma tra l’altro, il maggior numero di primi romanzi lo sono, ma ho imparato molto!)

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio romanzo di debutto, Non dirmi bugie (The Girl Before), era il quarto romanzo completo che ho scritto, e in un secondo tempo che ho mandato agli agenti sul serio. (Il primo che scrissi l’ ho inviato brevemente prima di capire quanto orribile fosse). Mi ci sono voluti due anni e un sacco di rifiuti poi ho firmato con il mio agente. Penso che chiunque si metta nel business dell’editoria abbia bisogno di accettare il fatto che il rifiuto è una parte del processo, su tutti i fronti. Trattare con il rifiuto è una vera prova della vostra determinazione. Per fortuna, il mio libro è stato venduto abbastanza rapidamente ad un editore, ma ciò non è frequente.

Il tuo romanzo d’esordio The Girl Before è ispirato ad una storia vera? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

The Girl Before non è ispirato da una sola storia. I personaggi e le situazioni sono completamente inventati. Ma ho fatto un sacco di ricerche sulla tratta di esseri umani partecipando a molti seminari. Ho anche usato un sacco di mie conoscenza psicologiche e sulla natura umana per dare risposte realistiche nelle diverse situazioni. La mente umana è incredibile e cercherà sempre di proteggere se stessa.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Avevo imparato molte cose sul traffico di esseri umani in America, e su quello che accade in tutto il resto del mondo. Penso che quando si ha l’occasione di conoscere queste cose ci si sente impotenti, e allora mi sono chiesta che cosa si potrebbe fare di fronte a una realtà così tragica. Da parte mia sapevo che ne avrei potuto scrivere. Ho iniziato a chiedermi come sarebbe qualcuno cresciuto in quel mondo, se tutto quello era la sola realtà che aveva conosciuto. Fu allora che Clara ha cominciato a parlare con me, raccontandomi la sua storia. L’ho scritta come lei l’ ha detta a me. So che mi fa sembrare un po’ pazza, ma penso che concorderete con me che la maggior parte degli scrittori lo sono. 😉

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo romanzo?

Il libro è incentrato su Clara, che viene separata dal marito e dalle figlie durante un raid nel loro complesso abitativo. Viene presa in custodia e interrogata da degli agenti sugli affari del marito. Mentre in un primo momento si rifiuta, poi con riluttanza inizia a condividere la sua storia, e vediamo scene della sua vita prima, come è cresciuta, come è arrivata ad essere quello che è. Non ci sono capitoli, solo sezioni che alternano la linea temporale tra presente e passato.

Puoi dirci un po’ di più dei tuoi protagonisti?

Clara è il personaggio principale. Si presenta un po ‘ingenua, a volte, ma lei è incredibilmente forte e leale. Ha un grande cuore, e parte della sua difficoltà nel ricordare il suo passato consiste nel suo orrore per la consapevolezza che tutto ciò che sapeva essere reale e vero potrebbe essere una bugia. Glen è il marito di Clara. Sono cresciuti insieme. Clara è stata allevata dai genitori di Glen insieme a molte altre ragazze, e l’amore tra Glen e Clara era proibito. Glen è costantemente diviso tra l’amore per Clara e il suo desiderio di compiacere il padre e di essere all’altezza delle aspettative dei suoi genitori. Connor è l’agente che lavora con Clara per convincerla a raccontare la sua storia. Egli è in un primo momento il nemico, ma nonostante Clara lo percepisca in questo modo, ne fa notare la gentilezza. Connor si prende cura di Clara non solo come un testimone, ma anche come una persona che è stata vittima di una situazione terribile per la maggior parte della sua vita, anche se non se ne accorgeva.

Ti capita mai di usare le tue paure personali o esperienze nelle tue storie?

Non in questa storia, ma a volte uso una conversazione divertente o un aneddoto curioso che poi inserisco in un libro. Cerco tuttavia di stare lontana da questo per quanto è possibile, tanto più che si tratta di altre persone. E se metto troppe mie paure in un libro, mi preoccupa il fatto che mi sentirei troppo vulnerabile. Tuttavia, è impossibile non lasciare frammenti di se stessi nelle pagine quando si scrive un libro. E’ inevitabile.

Quale ruolo gioca Internet per la scrittura, la ricerca, e la commercializzazione dei tuoi libri?

Faccio la maggior parte delle mie ricerche su Internet, sia leggendo articoli o interviste o anche solo facendo domande sui social media per un aiuto su un argomento specifico da parte degli esperti. Non credo che la commercializzazione sarebbe andata altrettanto bene senza Internet. E ‘un modo fantastico per connettersi direttamente con i lettori. Compro la maggior parte dei miei libri sulla base delle raccomandazioni sui social media. Se qualcuno di cui mi fido ha letto e amato un libro, probabilmente lo leggo anche io, e la maggior parte delle mie vendite sono on-line.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi autori preferiti?

Questa è una domanda incredibilmente difficile. Leggo sempre e sono sempre alla ricerca di nuovi autori. Il mio obbiettivo di lettura è probabilmente vicino ai 200 libri attualmente. Ho bisogno di un anno di pausa da tutto ciò solo per leggere. I miei autori preferiti attuali sono Maggie Stiefvater, Nicola Yoon, Victoria Schwab, e Gillian Flynn. Ho letto un sacco di libri. Tale elenco è molto breve, ma potrebbe richiedere fino un’intera pagina con i grandi autori.

E quali sono i tuoi film preferiti, e le serie tv?

Un’altra domanda difficile! Come ho detto prima, sono molto eclettica. Amo Orgoglio e pregiudizio, Ever After, Cinderella, e While You Were Sleeping, ma amo anche Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Star Wars, Star Trek, e tutti i film di supereroi Marvel. Mi piacciono i film d’animazione Disney, nonché in particolare avendo sei nipoti li guardo con loro. Non guardo molta TV, quindi per quanto riguarda gli spettacoli televisivi guardo principalmente vecchie serie. Sono una grande fan delle maratone su Netflix. Mi piacciono Gilmore Girls o Psych e i crime come White Collar, Criminal Minds e Leverage. Sono sempre alla scoperta di nuovi preferiti.

Quale parte hai preferito durante la scrittura?

Con Non dirmi bugie quello che ho apprezzato di più è stato guardare il mio personaggio principale crescere e prendere coscienza della sua situazione. Fui sollevata quando arrivammo alla quota di rimborso del libro, perché la storia è abbastanza forte di tanto in tanto. Si tratta di un argomento difficile, ma importante.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro?

Nulla fino ad ora, ma se conosci qualche grande regista, invitalo sulla mia strada!

Come i lettori possono mettersi in contatto con te?

Controllate il mio sito web all’indirizzo renaolsen.com. Sono anche su Twitter @originallyrena.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sono attualmente in fase di revisione del mio secondo romanzo, che è ancora senza titolo. Ha un titolo in realtà, ma proprio non mi piace, quindi sarà cambiato. E ‘quello che io chiamo una “favola inversa”, dove al felici e contenti inizia la storia, e le cose vanno in discesa da lì in poi. E ‘un altro thriller psicologico che ha a che fare con i culti e la religione e su quando qualcuno vi rinuncia per amore. Allegro, no? Grazie per avermi invitata!

:: Un incontro con Sveva Casati Modignani in occasione della presentazione di “Un battito d’ali”, a cura di Lucrezia Romussi

15 aprile 2017 by

5L’aria fresca accarezza il volto delicatamente, soavemente e pettina i capelli con la stessa cura di una madre premurosa, le foglie danzano al ritmo simbiotico della melodia cittadina costituita da voci, motori, suonerie, risate e passi, il sole mostra le sue braccia lucenti e tinteggia il luogo, come un pittore, mentre dipinge la sua tela. Al quinto piano della sede di Mondadori Electra è presente l’angelo delle parole, l’agrifoglio dei cuori, la guerriera della letteratura, il diamante per i giovani; le sue parole delicate come la rugiada del mattino, precise come la natura pura e, infinite come la sabbia nel deserto, sono state tradotte in venti paesi. Ecco, quindi, Sveva Casati Modignani. Durante il primaverile 11 aprile è presentato, per la prima volta ai futuri lettori, ‘’Un battito d’ali’’, un’autobiografia nella quale l’Autrice dattiloscrive ricordi che la trasportano alla fine degli anni cinquanta a Milano, quando è una ragazza che si sta avventurando, come il Genovese con il Nuovo Continente, nell’inesplorato mondo del lavoro. Approda, prima, in un ufficio di rappresentanza commerciale come segretaria, poi, giunge in una prestigiosa galleria d’arte per scoprire, infine, il giornalismo. Decide, però, di ritornare in patria diventando una casalinga e, successivamente, riparte per un nuovo viaggio dal quale non è ancor oggi tornata: la stesura di opere straordinarie. Come sfondo è incredibilmente descritta una Milano prosperosa, traboccante di piccole botteghe, echeggianti d’immensa passione, in cui lo spettacolo viene, però, interrotto da un vile maschilismo. Il vento che guida la caravella, sempre nella direzione giusta, è papà Achille, un uomo sensibile, premuroso, amorevole che spesso, in silenzio, solamente con sguardi e gesti, riesce a farle conoscere la perfetta perfezione dell’affetto.   “Un battito d’ali’’ grida, armoniosamente, al lettore di imparare dagli errori, di conservare costantemente l’umiltà e inseguire per ogni scelta il miglior segugio del mondo: l’istinto, significando un esempio, presente e futuro, del passato ‘’Trattato del Sublime.’’ Nella sala riunioni di Mondadori Electra la rappresentante della letteratura moderna italiana nel mondo, dialoga con gli invitati e raffinatamente dice

“Io avevo un padre al quale, fino a un certo punto, raccontavo tutto; poi crescendo, come credo succeda spesso, non dicevo più molto. Ormai, però, sono anni, che ho ripreso il colloquio con lui perché ho compreso che, nonostante la dipartita terrena è ancora qui e, fortunatamente, non mi lascerà mai’’.

Fornendo una dettagliata analisi sulla nostra ‘’doxa’’ spiega ’’

“Penso che la Milano degli anni sessanta fosse diversa rispetto a quella di oggi. All’epoca, era una città ricca economicamente e culturalmente perché, in generale, l’Italia viveva una situazione differente. Il periodo del dopo guerra ha rappresentato un vero e proprio momento di boom economico: il lavoro si trovava facilmente e, la serenità, apparteneva alla quotidianità. Temo, purtroppo, che, adesso, i giovani non potranno più assistere a questa situazione dato l’imperversare della crisi e delle serie difficoltà economiche. Il minimo comune denominatore di questa realtà è sicuramente la corruzione che ormai, da decenni, coinvolge in nostro Paese ’’

– continua, poi, con voce aggraziata come l’acqua che scorre in una sorgente di montagna –

‘’Per la stesura del libro ho ricordato dolorosamente alcuni episodi, soprattutto, quelli legati al lavoro. Infatti, il pregiudizio verso le donne, in quegli anni, era molto diffuso e in redazione al giornale erano tutti uomini. Ho, però, avuto la fortuna di incontrare un caporedattore che non mi ha chiesto, curriculum o referenze, ma più semplicemente, mi ha invitato a intervistare la cantante Joséphine Baker dicendomi che, se l’indomani, avessi letto il mio articolo sulla nuova copia del quotidiano potevo considerarmi meritevole ed entrare a far parte del gruppo di giornalisti: l’articolo andò molto bene. Colgo, quindi, l’occasione per dire che, la miglior scuola per imparare un lavoro è la pratica”.

Quando la farfalla prima, pettirosso poi, sembra apparire e, sfumare l’attimo successivo, lasciando, però, l’ousia platonica, Sveva Casati Modignani per non infrangere l’emozionalità sussurra:

“Nel momento in cui fui scelta dal giornale, come invitata al Festival del Cinema di Venezia, lo riferii ai miei genitori e mamma disse: “Aspettando di andare al Festival, va al supermercato a fare la spesa”. Grazie a lei ho imparato a essere umile, atteggiamento che mi ha salvata, in più di un’occasione’’. 

Con la stessa eccellenza di quello che, per Cicerone, fu il «padre della storia» rammenta:

“Prima di lavorare nella redazione de ‘’La Notte’’, mi ha assunta un noto gallerista. Grazie a lui ho conosciuto grandi artisti come Lucio Fontata che mi regalò un suo quadro”. 

Ora, la copertina del capolavoro vessillifera d’una meraviglia del Fontana, sventola con fierezza la tridimensionalità che taglia l’intero quadro umano. Impiegando il medesimo pathos di Antioche della Scizia dichiara:

“Mi spaventa molto il concetto odierno di donna oggetto eretto da un sistema maschilista che oggi vede la femmina semplicemente come una cosa da possedere e comandare. Fenomeno, questo che conduce, poi, inevitabilmente, all’ agghiacciante pulsione delle aggressioni e delle violenze verso le donne. Carneficine a opera di chi, probabilmente, in precedenza, era stato, a sua volta, vittima di episodi violenti, magari, in famiglia. Infatti il rispetto in generale, ma in particolare, la considerazione per le fanciulle si impara in casa”.

Gettando lapilli della sua intimità afferma:

“Prima di iniziare a comporre effettivamente un romanzo, svolgo ricerche approfondite sul tema che intendo trattare e provo la massima soddisfazione quando, terminato di scrivere, so già cosa stenderò il giorno dopo. Amo tutti i personaggi che invento, non potrei vivere senza nessuno di loro, sono per me come figli. Fondamentalmente ritengo che la scrittura sia terapeutica”.

Il profumo della lingua italiana si allontana, ma l’uditorio custodirà per sempre le vesti impregnate della Somma Fragranza e le anime saranno rianimate dal suo soffio.

:: Mute, bianche e stupende, Tod Robbins, curato e tradotto da Francesco Cappellini, (Via del Vento edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

13 aprile 2017 by
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Un giovane artista squattrinato trova accoglienza presso due donne, madre e figlia, assatanate di moine e voluttà. Per loro solo disprezzo e senso di insondabile obbrobrio. La madre, la padrona di casa,

“era come un vaso polveroso e incrinato in cui giacciano sepolte le foglie di rosa calpestate della primavera scorsa. Una volta ricettacolo del desiderio, ora risultava ormai risucchiata fino al midollo”. 

La figlia procace e languida sarebbe presto diventata anche più inguardabile.                     La fortuna aveva smesso di bussare alla porta dell’artista che giorno dopo giorno covava il desiderio di evadere da quella gabbia di antiestetiche futilità. Una forte malinconia lo faceva zittire nei momenti di riposo.

 “Tutto scompariva sugli stupidi sorrisi della gente che mi passava davanti. Avevano fretta, tutte queste persone; fretta di attraversare il tunnel della loro vita in modo anonimo, guardando in alto e in basso, semplicemente immerse nei loro sogni  luminosi e indisposte a contemplare le austere e severe espressioni dell’arte. Avrei potuto andare avanti per secoli nella mia soffitta, sforzandomi, creando  per rimanere poi del tutto anonimo, se non fosse stato per quel gruppo: “La famiglia felice”. (..) Una mite famiglia felice che non aveva bisogno di parole per raggiungere una completa unione d’animo”.

Ben presto s’ impossessa di lui un progetto diabolico sotto le sembianze di un’opera di carità, cioè rendere puri quei volti che durante la giornata lo pungolavano come uno spillo.

“E poi, nella mia immaginazione, le vidi come statue; le vidi sedute là, silenziose, bianche e stupende; le vidi poste sul loro piedistallo, unite e ormai in pace, purificate…”.

L’idea era di sbarazzarsi di loro per rendere le loro vite  eterne e oggetto di ammirazione universale.

“Siamo così certi della nostra immortalità, che raramente mettiamo in dubbio lo sguardo di coloro che ne possono disporre. Louise e sua madre non sospettavano nulla”.

Il piano viene eseguito con scrupolo e metodo. Il finale lo rivela l’incipit di questo racconto breve con il quale l’autore, Tod Robbins, omaggia il genere pulp inanellando colpi di scena, fiato corto, suspense e voglia di saperne di più…  senza mai scadere nel trash o nella pattumiera delle storie fallite. Si avverte un perfetto connubio di surrealismo e cruda realtà, un dipinto macchiaiolo, un sentore di rancida soffitta dove si consuma la fiammella di un’anima che  non conosce pentimento né rimorso, ma solo consapevolezza della propria fatalità.  Prendere a morsi l’esistenza  non ci salva dal giudizio che non solo nell’aldilà viene alla ribalta schiacciando come vermi i nostri più turpi deliri.

Clarence Aaron “Tod” Robbins (1888 – Saint-Jean-Cap-Ferrat, 10 maggio 1949) è stato uno sceneggiatore statunitense. Noto per aver scritto la sceneggiatura del film scandalo Freaks (1932), diretto da Tod Browning, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer.

Source: Libro inviato dall’Editore, ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice  “Via del Vento edizioni”.

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:: Casa Lampedusa. Semplicemente eroi, Antonio Ferrara, (Einaudi Ragazzi, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 aprile 2017 by
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Casa Lampedusa è il libro di Antonio Ferrara edito da Einaudi Ragazzi. La storia è ambientata proprio sull’isola italiana dove, ogni giorno, arrivano e naufragano centinaia di migliaia di persone in fuga dei loro Paesi afflitti da guerra e povertà.  A Lampedusa però ci vive anche Salvatore, con la mamma e con il babbo, e un giorno tornando da scuola il ragazzino scopre che a casa loro ci sta Khalid, un omone alto, scuro di pelle.  Il profugo è un “dono” portato a loro tre dal mare. La famiglia di Salvatore si troverà a convivere con questo uomo in fuga e non sempre i rapporti con lui saranno facili a causa di una lingua diverse e di usi e costumi differenti. Salvatore e la famiglia faranno il possibile per aiutare Khalid, ma non sempre i loro gesti verranno compresi dall’uomo che, per esempio, non capisce e accetta molto il fatto che la madre del piccolo protagonista vada a lavorare o che si trucchi. Salvatore non comprende Khalid, lo ritiene burbero e a volte non vorrebbe averlo in casa, poi però – durante le loro camminate sull’isola- il ragazzino scopre il grande dolore che si nasconde nel cuore del loro ospite amico. Salvatore capisce che lo straniero prova un profondo senso di colpa e di fallimento per non essere riuscito a salvare la moglie e la figlia annegate durante l’attraversata. Lo stesso senso di impotenza che prova Salvatore per la sua incapacità di nuotare. A fare da sfondo alle due vite in trasformazione ci sono la scuola, il lavoro, l’arrivo di nuovi naufraghi dai soccorrere e la creazione di una biblioteca di volontari. Tra il ragazzino e l’adulto nascerà pian piano una profonda amicizia fatta anche dallo scambio di saperi e competenze che permetteranno a Khalid di sentirsi parte di una famiglia e a Salvatore di superare la sua paura (il non saper nuotare) aiutando chi è in difficoltà. Casa Lampedusa è un romanzo per ragazzi molto attuale nel quale l’autore affronta l’arrivo sulle coste italiane dei tanti naufraghi in fuga delle loro terre minate da guerre e povertà. Donne, bambini, uomini, giovani e vecchi, pronti a tutto pur di raggiungere una nuova terra, nella speranza di ricostruirsi una vita migliore. Casa Lampedusa di Antonio Ferrara è una storia di coraggio, di amicizia, di una conoscenza e comprensione reciproca tra mondi e culture diverse, che imparano a convivere per trovare pace e armonia per tutti, dimostrando che ognuno di noi, indipendentemente dalla lingua parlata, dalla fede religiosa o dal colore della pelle, può diventare un eroe della propria quotidianità. Età di lettura: da 10 anni.

Antonio Ferrara vive a Novara. Ha lavorato per sette anni presso una comunità alloggio per minori; durante questo periodo si è accostato sempre più intensamente alla psicologia dell’età evolutiva e alla scrittura come strumento per narrare il disagio. Alcuni suoi racconti sono stati rappresentati da compagnie teatrali. Tiene laboratori di scrittura creativa presso scuole, biblioteche, librerie, carceri, associazioni culturali, ospedali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni.

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:: Sette navi, Nanni Cristino, (Parallelo45, 2017) a cura di Micol Borzatta

13 aprile 2017 by

settenavi-cristinoParigi.
Armand ha chiuso con la polizia, ora gestisce un giornale fondato da lui e che distribuisce gratuitamente nella metropolitana parigina, in cui racchiude tutte le storie e i racconti raccolti in metropolitana da clochard e passeggeri.
Un giorno però la sua vita viene colpita da un tremendo déjà-vu, infatti fuori dalla metropolitana di Saint Paul vede sette barchette, fatte con mezzi fogli di carta di giornale, posizionate sui gradini che scendono verso il sottosuolo.
Due giorni dopo Armand viene contattato da Le Mouel, comandante della polizia francese e suo vecchio collega, perché è stato ritrovato il corpo di Cyprien Malou sgozzato e circondato da altre sette navi di carta.
Il sospetto di Armand è confermato, il serial killer a cui ha dato la caccia per tantissimo tempo, Il marinaio, è tornato, e le sue doti di ex criminologo vengono richieste nuovamente per catturarlo, però questa volta la sua squadra non saranno poliziotti ed esperti, ma semplici clochard che vivono nella metropolitana abbandonata di Saint Martin.
Romanzo completamente fuori dalle righe che trasporta il lettore in una Parigi sconosciuta, fatta tutta di vicoli, sotterranei e angoli scuri.
Descrizioni molto particolareggiate riescono a creare intorno al lettore l’atmosfera giusta, trasportandolo nello spazio fino a depositarlo tra i mattoni delle case parigine, e nello stesso danno corpo e tridimensionalità ai personaggi che si riesce a percepire concretamente.
La storia è molto ben sviluppata e coinvolgente, piena di attimi di suspance e colpi di scena che lasciano con il fiato mozzato.
Un romanzo brioso e adrenalinico che sa tenere sempre viva l’attenzione, portando il lettore a indagare in prima persona.

Nanni Cristino è nato a Chieri, nella provincia di Torino, nel 1959.
Allenatore e giocatore di pallacanestro, musicista jazz e mercante di giocattoli, ora insegna Lettere a Chieri e ha un altro paio di progetti a Parigi e a Zanzibar.
Dal 2004 scrive manuali scolastici di Storia per le scuole superiori per l’Editrice Petrini.
Nel 2010 ha scritto l’opera teatrale Una bella malinconia dedicata a Nino Rota.
Nel 2013 ha pubblicato il suo primo romanzo Gli abitanti del sottosuolo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: La viaggiatrice di O – Nel labirinto, Elena Cabiati (Watson edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

11 aprile 2017 by
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Torna Gala, la strega viaggiatrice nel tempo protagonista già di un’altra avventura uscita presso un altro editore, stavolta per i tipi della Watson edizioni, editori indipendenti che vogliono dare spazio al fantastico in tutte le sue forme.
Sotto la superficie di Torino, città italiana che ha saputo cambiare pelle e vocazione, si nascondono i maghi e le streghe viaggianti di O, che saltano da un’epoca all’altra per cercare di salvare situazioni e risolvere problemi. Al centro di tutto c’è Gala, quindici anni, una dei più giovani membri della collega, con un grande potere bilanciato da una grande pigrizia che le crea non pochi problemi, che deve viaggiare nel tempo per difendere dai negromanti, i maghi oscuri, le opere d’arte che custodiscono i segreti magici per le vie della conoscenza degli iniziati.
Su di lei veglia Kundo, il suo maestro, persona lontanissima da lei come preparazione e vita, visto che è un vecchio monaco medievale sopravvissuto alla sua epoca e che si trova in un mondo non suo, con un oscuro sospetto a gravare su di lui.
Stavolta la missione che devono affrontare è decisamente pericolosa, perché bisogna salvare la cattedrale gotica di Notre Dames a Chartres, uno dei simboli esoterici più potenti di sempre, dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: da qui nascerà un viaggio che porterà Gala e Kundo oltre il tempo e lo spazio, in un altro universo parallelo, la terra delle fate, dove tutto è ambiguo, il bene e il male non sono definiti ed è molto difficile scegliere da che parte stare. Forse solo il labirinto della cattedrale di Chartres potrà far capire a Gala da che parte stare.
Il fantasy e il fantastico si continuano a coniugare in molte storie, anche rivolte al pubblico più giovane, che purtroppo per troppo tempo si è trovato alle prese con raccontini melensi dove l’elemento fuori dalla realtà era solo un pretesto per raccontare una storiella non certo appassionante.
Non è questo il caso dei libri di Elena Cabiati, rivolti agli adolescenti ma godibili da tutti, in cui l’autrice mette al centro il suo amore per l’arte a tutto tondo, presentando alla fine opere realmente esistenti anche se in contesti fantastici. Interessante anche il ripresentare l’archetipo del viaggio nel tempo, utopia per chiunque abbia pensato una volta sola di poter cambiare qualcosa nel passato che non gli è andata bene, tema già trattato in opere che spaziano da Wells con il suo La macchina del tempo al serial cult britannico Doctor Who.
Qui il tema è risolto in maniera più fantasy, con richiami alla magia e al folklore, come il regno delle fate, luogo non certo rassicurante come ricordano certe leggende, ma il tutto funziona bene, e c’è da rimanere in attesa di nuove avventure di Gala, protagonista non eroica e molto umana, che ai fan dei serial cult potrà ricordare a tratti Buffy, alle prese con l’eterna lotta tra bene e male.

Elena Cabiati è nata e vive a Torino, città magica che fa da sfondo alle sue storie. È specializzata come storica dell’arte e si interessa soprattutto al significato dei simboli nascosti nelle immagini artistiche e ai loro rapporti con la sapienza esoterica e magica. Ha collaborato con alcuni dei maggiori musei piemontesi e scrive testi di storia dell’arte destinati a adulti e ragazzi. Insegna lettere in una scuola media. La viaggiatrice di O è il suo primo romanzo.

Source: omaggio dell’autrice all’articolista che ringraziamo.

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:: Guida ai super robot – L’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980, Jacopo Nacci (Odoya, 2016) a cura di Elena Romanello

10 aprile 2017 by
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Il 5 aprile del 1978, in pieni anni di piombo, andava in onda su Rai due, allora secondo canale, il primo episodio di Ufo robot Goldrake, il primo di una lunga e prolifica serie di cartoni animati giapponesi di genere fantascientifico incentrati su robot guerrieri che mescolavano archetipi culturali del Paese del Sol levante a tematiche di genere fantastico dalla distopia alla guerra galattica.
A quella breve ma intensa stagione di personaggi, rimasta nel cuore dei suoi appassionati ormai cresciuti con la loro passione che oggi si estrinseca in altro modo ma non più in tv da dove i robot sono praticamente spariti, Jacopo Nacci dedica la Guida ai super robot: l’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980.
Non è il primo libro ad uscire in tema, da quando i fan di quei giganti d’acciaio hanno potuto iniziare a riflettere non più da bambini sugli anime come contenitori di cultura e passione sono usciti tanti libri, ma si distingue per come si focalizza su un genere e su alcuni personaggi, uniti da un filo rosso ma non certo tutti uguali e ripetitivi come sostenevano i detrattori che all’epoca li accusarono di tutti i mali della società.
L’autore fornisce per tutti i robottoni dal 1972 al 1980 una scheda in cui racconta la trama, svelando in qualche caso il finale a chi magari se l’era perso allora ed è sempre rimasto con la curiosità di come erano andate a finire le cose in un universo in cui il lieto fine non era scontato e nemmeno assoluto, e un’analisi tematica su quelli che sono i punti forti di queste serie. Ci sono tutti i robottoni di quegli anni da Astroganga a Baldios, dai due Mazinga a Jeeg, da Daitarn 3 a Godam, da Goldrake ovviamente a Daltanious, da Gaiking a Ideon, fino ad arrivare a Gundam, che è stato un vero e proprio spartiacque, perché ha introdotto il concetto di robot non più come guerriero mistico e invincibile ma come macchina da combattimento normale nelle fila di un esercito.
Un libro per appassionati e nostalgici, ma non solo, visto che racconta in maniera non solo all’insegna del rimpianto delle icone e delle storie svelandone il valore e l’interesse, in relazione alla cultura giapponese ma anche ad archetipi come il viaggio nell’abisso e nella morte per poi risorgere a nuova vita che sono al centro di ogni vicenda. Poi, chiunque era ragazzino allora o magari ha scoperto dopo questi giganti d’acciaio con dentro eroi con problemi troverà il suo beniamino e il suo microcosmo preferito, magari scoprendo qualcosa di nuovo o che non aveva notato.

Jacopo Nacci è nato nel 1975 e abita a Pesaro. Scrittore, recensore, blogger, è autore dei romanzi Tutti carini, uscito per Donzelli nel 1997 e Dreadlock (Zona, 2011). Ha inoltre partecipato al progetto collettivo Lo zelo e la guerra aperta della Cooperativa di narrazione popolare 2012. Il suo blog è yattaran.com

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia Paola Papetti di Odoya.

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:: Review Party – I guardiani dell’isola perduta, Stefano Santarsiere, (Newton Compton, 2017)

7 aprile 2017 by

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Eppure, come recita un famoso adagio, conosciamo più della superficie di Marte che degli abissi dei nostri oceani. Le creature in gran parte sconosciute che li popolano rappresentano l’ultima vera frontiera della nostra nozione di biodiversità.

Nuova avventura per l’ intrepido giornalista e indagatore del mistero Charles Fort, dopo La mappa della città morta, eccolo protagonista de I guardiani dell’isola perduta, nuovo romanzo di Stefano Santarsiere. Una storia che parte da un principio scientifico affascinante, che trova le sue origini nelle origini stesse della vita sul nostro pianeta e ci porta a indagare nelle profondità degli abissi. Se la vita in superficie racchiude misteri e enigmi insoluti, non è difficile supporre quanti siano ancora i segreti degli abissi, i segreti nascosti nei punti tutt’ora inesplorati degli Oceani, luoghi occulti per definizione, e quali misteriose creature li abitino.
Se amate l’avventura insomma I guardiani dell’isola perduta è un romanzo insolito e piacevole sia per lo stile chiaro e scorrevole, sia per la capacità dell’autore di far sembrare credibili, o per lo meno molto vicine al vero, molte situazioni e veri e propri colpi di scena.
Charles Fort è a Bologna, passeggia tranquillamente dopo aver visto il suo neurologo, che lo cura per problemi di memoria, e una telefonata gli comunica che un suo collaboratore della rivista online che dirige, Luca Bonanni, è morto in un incidente stradale sulla statale Jonica, in provincia di Cosenza. A Charles Fort tocca riconoscere il cadavere. Se non fosse che l’assoluta certezza delle forze dell’ ordine che si tratti di un incidente non è condivisa dalla compagna di Bonanni, Selena Corelli, che avvicina Charles Fort e gli esprime i suoi dubbi.

La donna incrociò le braccia e avanzò di un passo. «Mi aveva confessato di sentirsi in pericolo. Si stava occupando di una ricerca, qualcosa che aveva a che fare con il mare, con l’oceano. Sapeva
che è stato per tre mesi alle isole Fiji?»
«No, non lo sapevo».
«Aveva raccolto del materiale e stava lavorando a un video».

Sul momento Charles Fort non le dà grande retta, se i carabinieri non la prendono sul serio, dandole della mitomane, perché dovrebbe farlo lui? Ma poi una misteriosa valigia, e un’ intuizione, un ricordo nella notte lo spingono a darle credito o per lo meno ad ascoltare la sua storia.

«Però mi disse anche che aveva trovato qualcos’altro», riprese la donna rientrando in corsia; il camion strombazzò furiosamente a quella manovra. «Poteva essere l’inizio di una nuova indagine.
Il suo amico pescatore gli aveva parlato di una leggenda che si tramandava nei paesini costieri del Jalisco». Gettò un’occhiata al giornalista. «La chiamavano el hermano del mar. Qualcuno o qualcosa che veniva dai luoghi più remoti dell’oceano e aiutava i pescatori a prendere il pesce nei periodi di magra».

E’ l’inizio di un’ avventura che li porta nelle isole Fiji non a caccia di tesori, ma di misteri, di misteri nascosti nei fondali dell’Oceano, inseguendo miti ancestrali tanto affascinanti e antichi quanto pericolosi. Perché c’è chi è disposto a uccidere, a commettere crimini in nome di un folle piano che bisogna fare di tutto per sventare.
Ecco in breve la trama de I guardiani dell’isola perduta, senza svelare troppo dei punti nodali, e dei numerosi colpi di scena che si susseguono per tutta la narrazione. Tra scienza e invenzione, Santarsiere ci parla di come l’evoluzione avrebbe potuto realizzarsi, oltre a indagare sui misteri della mente umana e della memoria. Insomma quando l’avventura si coniuga con la fantascienza, possono nascere libri come questo. Interessante.

Stefano Santarsiere è nato nel 1974, vive e lavora a Bologna. Ha diretto il cortometraggio Scaffale 27, aggiudicandosi il primo premio nel contest Complete Your Fiction 2012. Ha pubblicato i romanzi L’arte di Khem, Ultimi quaranta secondi della storia del mondo, e con la Newton Compton La mappa della città morta. Per saperne di più: www.santarsiere.it

:: Washington. Fondazione della repubblica degli Stati Uniti d’America, Francois Guizot, curato da Maurizio Griffo, (Rubbettino, 2004), a cura di Daniela Distefano

6 aprile 2017 by
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Ci sono avvenimenti che la Provvidenza cela alla comprensione dei contemporanei. Eventi così grandi, così complessi che superano per molto tempo lo spirito umano, e che, anche manifestandosi in maniera eclatante, rimangono per lungo tempo oscuri in quelle profondità dove si preparano i mutamenti importanti che decidono dei destini del mondo.

A volte cade sulla Terra un meteorite, a volte ha il volto umano, impassibile, amletico di George Washington, oggetto di studio di un eclatante intellettuale prestato alla politica, cioè Francois Guizot.
Non ci vogliono trattati interminabili per abbozzare la figura di un servo di Dio.
Non serve tratteggiare una sagoma con maestria leonardesca per comprendere che tanto il biografo quanto il personaggio approfondito siano sparsi in un un’unica porzione di cielo, confusi tra le nubi della fama mondiale e la pioggia di riconoscimenti ultrasecolari.
Due uomini e basta. Uno vive, agisce, si eclissa nella notte della vittoria, l’altro ne ricostruisce il cammino predestinato.
Sullo sfondo l’America in cui le colonie crescevano rapidamente in popolazione, ricchezza, importanza all’estero.
Invece di pochi insediamenti oscuri, si veniva formando un popolo che con l’agricoltura, il commercio, gli scambi, le relazioni prendeva il suo posto nel mondo.
Intanto, assieme alle fortune del paese cresceva lo spirito pubblico, e il sentimento di appartenenza alla comunità si elevava. Così quando il re Giorgio III e il suo parlamento, più per orgoglio e per impedire la prescrizione del potere assoluto che per raccoglierne i frutti, pretesero di tassare le colonie senza il loro consenso, un partito numeroso, forte, ardente, il partito nazionale si sollevò d’improvviso, pronto a resistere in nome del diritto e dell’onore del paese.
Questione di diritto e d’onore, non di benessere e di interesse materiale.
Le tasse erano leggere e non imponevano alcuna sofferenza ai coloni.
Questo era, all’inizio della contesa, il pensiero dello stesso Washington e il sentimento pubblico.
Sentimento politico e morale.
Washington era convinto che la causa per conquistare l’indipendenza fosse giusta.
Nei giorni peggiori, quando doveva difendersi dalla sua propria tristezza diceva:

“non posso non sperare e credere che il buon senso del popolo alla fine prevarrà sui suoi pregiudizi … Non riesco a immaginare che la Provvidenza abbia fatto tanto per nulla … il grande sovrano dell’universo ci ha condotti troppo a lungo e troppo avanti sulla via della felicità e della gloria, per abbandonarci a metà del cammino … Ho fiducia che ci resti abbastanza buonsenso e virtù perché possiamo riprendere la strada giusta prima di essere del tutto perduti”.

Genio regolare, più fermo che fecondo, giusto, benevolo verso gli uomini, ma grave, un po’ freddo, nato per comandare più che per combattere, George Washington nell’azione amava l’ordine, la disciplina, la gerarchia e preferiva l’impiego semplice e potente della forza di una buona causa alle complicazioni sottili e alla discussioni appassionate del pulpito.
Rimase federalista, avversario delle pretese locali e popolari, partigiano dell’unità e del potere centrale.
Fece le due cose più grandi che in politica sia dato all’uomo di tentare: mantenne, con la pace, l’indipendenza degli Stati Uniti conquistata con la guerra; fondò un governo libero, in nome dei principi d’ordine e ristabilendo il loro dominio.
Scusate se è poco; quando un simile astro sorge nel manto celeste non resta che seguirne la scia, ben visibile ancora oggi basta rivolgere lo sguardo in su, oltre le nubi della decadenza, laddove placidi sogni si uniscono al regno dell’immortalità e nascono desideri realizzati per gli uomini di ogni tempo.

Francois Guizot (1787-1874) è stato uno storico e uomo politico.
Di famiglia protestante, partecipò alla vita pubblica francese a partire dalla Restaurazione, come membro influente del gruppo dei cosiddetti “dottrinari”.
Dopo la rivoluzione di Luglio fu ministro della Pubblica istruzione, poi ministro degli esteri, e da ultimo presidente del consiglio.
La rivoluzione del 1848 mise fine alla sua carriera politica.
Fra le sue opere più importanti, “La Storia della civiltà in Europa”, la “Storia della civiltà in Francia”, e la “Storia della rivoluzione d’Inghilterra”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: Primo Levi al Polo del Novecento, a cura di Elena Romanello

6 aprile 2017 by

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Trent’anni fa, l’11 aprile 1987, Primo Levi scompariva tragicamente dopo essere stato uno dei primi testimoni ad avere avuto il coraggio di raccontare la Shoah, persona schiva ma carismatica, rimasta nel cuore di chi era della sua generazione o poco più giovane, ma anche di chi l’aveva conosciuto negli anni Settanta e Ottanta grazie alle letture scolastiche. Una fine e una vita che sono ancora oggi emblematiche di una delle massime tragedie del Novecento.

Il ruolo di testimone della Shoah non è mai venuto meno a Primo Levi nemmeno dopo la sua morte, perché ancora oggi è molto letto e studiato: dopo le letture al grattacielo San Paolo, per commemorare la sua morte nei giorni dell’anniversario, il Polo del Novecento presenta due giorni di letture e riflessioni in collaborazione con il centro studi Primo Levi, uno dei suoi partner principali nel racconto e ricordo degli eventi del Secolo breve.

Sabato 8 e domenica 9 aprile, a Palazzo San Daniele in via del Carmine 13/14, ci saranno due giornate dedicate a Primo Levi nella sua interezza, non solo come narratore dei lager, ma anche come autore di fantascienza, resistente, chimico, viaggiatore.

Sabato si inizierà alle 10 e 30 fino alle 12 e 30 e poi di nuovo dalle 15 e 30 alle 23 e 30 e si parlerà dell’esperienza nella Resistenza di Primo Levi con Alberto Cavaglion, Anpi, Fondazione Nocentini, Istoreto, delle opere di Primo Levi tradotte all’estero, de La chiave a stella con Ernesto Ferrero, del racconto di Auschwitz con Anna Bravo, l’Aned, la Comunità ebraica e il Museo diffuso

Domenica 9 aprile dalle 10 e 30 alle 12 e 30 e poi dalle 15 e 30 alle 21 e 30 ci si confronterà con il racconto del viaggio ne La tregua con Giovanni Tesio, con le poesie, con Primo Levi e la chimica de Il sistema periodico, con il racconto di fantascienza con Piero Bianucci.

L’ingresso è libero, per ulteriori informazioni visitare il sito del Centro internazionale di studi Primo Levi http://www.primolevi.it