:: “Ustica, ultimo volo”, il libro di Daniele Biacchessi (Jaca Book – Collana Contastorie) di Patrizia Debicke

23 febbraio 2025 by

“Ustica, ultimo volo”, il libro di Daniele Biacchessi (Jaca Book – Collana Contastorie) si fa carico di riprendere le  fila  e di riordinare i tanti tasselli di una storia mai davvero finita, mai del tutto chiarita.
“Ustica, ultimo volo” è anche e soprattutto un libro che Biacchessi,  nella sua inquietante rappresentazione, ha voluto dedicare  alla memoria di  un amico e grande  giornalista Andrea Purgatori.  Ma anche la puntuale ricostruzione di una tragedia che mira a  riportarne  minuziosamente i  fatti, proponendosi di incasellare le scottanti  tessere di un puzzle reso caotico da  depistaggi, occultamenti di prove, strane morti di testimoni, verità storiche e giustizia incompleta.
Spiega Biacchessi nella sua introduzione: l’unico collega che fin dall’inizio non si lasciò mai ingannare dalla versione ufficiale, ovverosia: cedimento strutturale dell’aereo, fu Andrea Purgatori, perché la sera stessa della tragedia, il 27 giugno, 1980  quando il DC-9 Itavia si inabissò tra Ustica e Ponza, un suo amico militare di Ciampino intorno alle 22:00 gli telefonò dicendo: «Andrea, hai sentito? È caduto un aereo. Non farti fregare, è stato abbattuto un areo civile.» Non si trattava quindi di un incidente ma il fortuito e disgraziato coinvolgimento di un aereo di linea in uno scenario bellico. Purgatori perciò sapeva e lo scrisse nel suo primo articolo pubblicato sul Corriere già la mattina  del 28 giugno 1980.
Oggi, ben  45 anni dopo, Daniele Biacchessi con minuziosa puntualità e accurato rigore riparte da quelle prime valutazioni  e le conferma, avvalendosi del corposo  materiale in suo possesso documenti giudiziari, sentenze civili e penali, perizie, controdeduzioni, relazioni delle varie commissioni d’inchiesta, e molto altro ancora. Ma soprattutto fa con questo suo libro una meticolosa ricostruzione punto per punto dell’esatto percorso dell’ultimo volo del DC-9 IH870 da Bologna a Palermo, via Firenze, Grosseto, lago di Bolsena, Roma, Ponza, Ustica, fino al “Punto Condor”, il luogo aeronautico in cui l’aereo è stato colpito. 
Già 25 anni fa,  nel 2000, Biacchessi e l’amico e collega Fabrizio Colarieti, avevano deciso di mettere in rete il primo sito su Ustica stragi80.it.
Il loro scopo era raccogliere e  pubblicare tutto ciò che sarebbe emerso dalle indagini, a partire  dalle registrazioni audio dei colloqui tra piloti e i vari centri di controllo, valutando accuratamente le riprese video delle successive operazioni di salvataggio e recupero  dei pezzi dell’aereo nei fondali del mar Tirreno, e tenendo conto  delle fitte telefonate tra operatori di Ciampino, Marsala, Licola e lo stato maggiore dell’Aeronautica e dell’ambasciata americana, conseguenti al disastro aereo.
Da questo materiale risulta chiaramente il fatto: tutti loro conoscevano la verità ma erano coinvolti in un’azione di depistaggio per nascondere le reali motivazioni di quella  strage. Quindi già precise prove, non indizi. 
I successivi capitoli ripercorrono il lungo cammino dell’inchiesta sulla strage di Ustica condotta da  Rosario Priore,  nella sua autorevole veste di Magistrato di cassazione. Priore  per le finalità di quell’inchiesta, aveva costituito ben  tre reparti di Ufficiali di Polizia Giudiziaria, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (circa venticinque persone), che operavano alle sue dirette dipendenze  e hanno stilato dall’agosto del 1990 3.681 rapporti, hanno sentito 3 050 persone, hanno eseguito 576 decreti di esibizione, 411  di sequestro e quasi altrettante perquisizioni, oltre ad aver dato appoggio in 138 commissioni rogatorie internazionali e per circa 400 missioni in Italia. L’inchiesta ha totalizzato 1.600.000 fogli, avvalendosi di 120 perizie e consulenze di parte. L’80% degli atti a contenuto tecnico-scientifico a disposizione sono in inglese e la maggior parte delle riunioni peritali sono state in inglese, come gli incontri con la NATO a Bruxelles e Glons per le necessità di indagini radaristiche. Il tutto riportato alla fine in ben 5mila pagine, oltre a migliaia di allegati.
Un’ inchiesta che ha messo insieme un corposo atto di accusa sulle cause dell’abbattimento del DC-9, sul ritrovamento del Mig libico sulla Sila, sulla gravità dei depistaggi, delle omissioni.  Le indagini di Rosario Priore si conclusero il 31 agosto 1999, con l’ordinanza di rinvio a giudizio-sentenza istruttoria di proscioglimento. Priore escludeva le ipotesi di una bomba a bordo del DC-9 e di un cedimento strutturale, circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al velivolo civile. Non si indicava tuttavia un quadro certo. E purtroppo mancavano gli elementi per individuare  con sicurezza i responsabili.  
Il libro riporta anche il relativo processo del 2005 a Roma contro i vertici dell’Aeronautica, dei servizi, terminato con l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Ma dopo altre sfibranti e negative vicende giudiziarie – e Biacchessi cita, esaltandone il costante impegno: l’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica presieduta da Daria Bonfietti, significativo e commovente modello di importante impegno civile  che ha avuto il suo peso-  finalmente il 10 settembre 2011 arrivò invece una vera svolta. La sentenza del giudice civile di Palermo, Paola Proto Pisani, condannò i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di centinaia di milioni di euro in favore di 81 familiari delle vittime della strage. Le conclusioni del giudice di Palermo escludevano l’esplosione di una bomba a bordo del DC-9, affermando invece che l’aereo civile era stato abbattuto durante un’azione di guerra. «Tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato che l’incidente occorso al DC-9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del DC-9 viaggiavano parallelamente a esso, di un velivolo militare precedentemente mimetizzato nella scia del DC-9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile, lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto, oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto e il DC-9», Un sentenza  quindi a conferma di ciò che già si sapeva: l’aereo fu abbattuto in uno scenario di guerra… 
Ma in Italia la verità storica non sempre viene accompagnata da una verità giudiziaria. “Ustica ultimo volo” ci spiega che pur conoscendo  la verità, la giustizia civile, nel 2013 nonostante i ricorsi ministeriali , ha condannato definitivamente il ministero dei Trasporti e della Difesa a risarcire i parenti delle vittime perché  “non hanno visto, hanno depistato e hanno distrutto le prove”. 
 Ma per la  vera verità  forse «Manca l’ultimo miglio»  come diceva Andrea Purgatori in una puntata di Atlantide.  E manca anche il coraggio . Dopo le dichiarazioni  infatti di Giuliano Amato  nel 2023 alla Repubblica su  una responsabilità francese della strage non risultano nuove rogatorie presentate dal Governo di Giorgia Meloni rivolte al suo omologo Emmanuel Macron.
Ci sarebbero nuovi indizi che portano a ipotizzare anche una mano francese, nell’incidente.  Ma spesso in Italia per arrivare alla verità… È ancora tutto sempre troppo in salita”.

:: La notte ha il suo profumo di Marco Azzalini, (Editore Laurana, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

23 febbraio 2025 by

Il 12 dicembre del 1974, nel quinto anniversario della strage di Piazza Fontana, una bomba esplode nell’Aula Tre dell’Università di Padova, provocando parecchie vittime, fra cui l’attentatore stesso. Quasi 50 anni dopo, una runner trova, lungo l’argine di un canale, il cadavere di quello che sembra essere un clochard. L’uomo, in realtà, si chiama Piergiuseppe Gallini e ha lasciato un testamento che lo ricollega all’attentato del 1974. Del caso viene incaricata la squadra diretta dal vicequestore Carlo Oriani, professionista serio e tenace, abituato a non mollare di un centimetro. L’inchiesta si rivela subito complicata, perché sono tanti a non voler riesumare il passato, in particolare un gruppo di ex studenti del prestigioso collegio universitario Patavium, di stampo cattolico. Oriani si trova davanti a un vero e proprio muro di gomma e, inoltre, riceve pressioni da parte di un ambiguo funzionario del Ministero dell’Interno. Neppure un viaggio lampo in Sardegna, dove Gallini aveva aperto un ristorante, serve a qualcosa. Il vicequestore si focalizza allora sul Patavium e sugli ex frequentanti, coadiuvato da Sara, giovane e ambiziosa giornalista.

Fra passato e presente si snoda questo bel romanzo di Marco Azzalini, vincitore del Premio NebbiaGialla 2024 nella categoria degli inediti. La morte ha il suo profumo non è un giallo politico, come precisa in una nota l’autore stesso. Contiene sì elementi del genere crime, ma è incentrato soprattutto sulle esistenze dei personaggi e su come un avvenimento possa cambiare i destini di tante figure. Padova è ben più di un semplice sfondo: una città di provincia che non riesce a scendere a patti con il passato, in particolare con i cosiddetti anni di piombo. L’Università locale è stata un laboratorio, una fucina d’idee, alcune non proprio meritorie, anzi spesso dannose. Quella in cui si trova a indagare Oriani è una Padova svuotata dall’esodo estivo, ma non per questo meno oscura e pericolosa. Si verificano strani “incidenti” e vengono a galla tradimenti, di cui è vittima lo stesso vicequestore. La verità, o meglio le verità non possono non lasciare di stucco il lettore e ciò grazie alla bravura dell’autore. Quanto al titolo del romanzo, non dovrebbe essere difficile riconoscere un verso del meraviglioso brano Cara del compianto Lucio Dalla.

Marco Azzalini vive a Treviso con la sua famiglia. Professore all’Università di Bergamo, è autore di numerose pubblicazioni e di racconti gialli e noir. Ha vinto i premi I sapori del Giallo 2023 e Spoleto Noir 2023, ha ottenuto il secondo posto al premio Scerbanenco Lignano 2023, il secondo posto al premio Spoleto Noir 2024, ed è stato finalista al premio Gran giallo città di Cattolica. La notte ha il suo profumo ha vinto il premio NebbiaGialla 2024, sezione romanzi inediti.

:: La ragazza dei Tarocchi di Anna E. Pavani (Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

19 febbraio 2025 by

Con Verona  in festa per la ricorrenza  del patrono e  Piazza San Zeno  invasa dai banchetti della Fiera, in un vicolo del centro viene ritrovato il cadavere di Carlo Bonfati. Bonfati  è un industriale e  un nome noto  per aver rilevato salvato dalla bancarotta una storica azienda di dolciumi cittadina. A prima vista la sua morte parrebbe un infarto, ma i successivi accertamenti medico legali sul cadavere diranno che l’industriale è morto  per avvelenamento da digossina, un farmaco derivato dalla digitale, usato da  chi soffre di insufficienza cardiaca.
La faccenda è misteriosa, le circostanze del crimine appaiono poche, avvolte nella nebbia e a prima vista difficilmente interpretabili. Anche e soprattutto perché dall’alto tutti pretenderebbero una rapida soluzione del caso. Bonfati infatti era un caro amico del Questore.  Avrebbe dunque assunto una dose fatale di digossina un farmaco destinato ai malati di cuore. Ma lui non aveva di questi problemi e allora come e perché?
Il caso,  che si sta rapidamente  trasformando in un’insidiosa patata bollente, verrà affidato  al commissario Giovanni Russo della Squadra Mobile di Verona.
Russo dovrà impegnarsi per  seguire  e portare avanti un’indagine che presenta molti punti oscuri,  nonostante i problemi domestici  che gli gravano sulle spalle. Sua moglie Claire infatti, un tempo persona acuta, brillante e  l’anima della sua vita,  da anni è vittima di una progressiva e inarrestabile sintomatologia  legata alle depressione. E per di più reagisce male, accetta malvolentieri  l’aiuto medico e psicologico,  e dimentica di prendere le medicine, tenendolo in costante apprensione sulle sue mosse spesso imprevedibili e che teme pericolose. Il commissario che l’ama, rendendosi conto di questo suoi progressivi isolamento e  allontanamento,  si addolora e si colpevolizza.
Per sua fortuna, almeno sul lavoro può contare su un’ottima squadra  composta da  fedeli  collaboratori che l’appoggiano in tutto e per tutto. E sarà soprattutto con il loro aiuto che riuscirà a rintracciare l’ultima persona ad aver visto vivo Bonfati. L’industriale  infatti aveva in tasca della giacca un volantino pubblicitario con il nome di  una cartomante: Madame Ambra  e  un indirizzo di posta elettronica, che aveva piegato e conservato. Cosa poteva voler dire?  Intanto  con la Fiera in corso per la festa del patrono vale la pena di controllare se quell’indovina  stia lavorando in Piazza San Zeno.  
Il commissario  proverà a passare  di là di prima mattina e troverà subito  il suo stand. È ancora chiuso ma esposto fuori dalla tenda un cartello recita; INTERROGA I TAROCCHI DI MADAME AMBRA e il proprietario dello stand  di dolciumi poco lontano gli dirà che abitualmente la cartomante  arriva in mattinata e poi tiene aperto fino a sera.   Al suo ritorno,  nel pomeriggio, scoprirà che questa madame Ambra, non è, come pensava, una prosperosa donna di mezz’età vestita da zingara. Si troverà invece davanti  a  una ragazza dal trucco pesantemente dark che pare quasi uscita dal film Il corvo.  Si chiama  però davvero Ambra, ha ventun anni  ed è una studentessa universitaria che si mantiene agli studi con la sua capacità di leggere i tarocchi.  Lei, interpellata in merito,  ricorderà  subito il signore alto bene vestito che era venuto a farsi leggere le carte. Ignorava la sua identità che aveva scoperto solo più tardi, quando avevano annunciato alla televisione il suo ritrovamento  per strada, ormai privo di vita . Ricordava bene che le carte,  lette su sua richiesta,  erano assolutamente  negative e  indicavano: Tradimento, Inganno, Morte.  Ma al commissario riferirà soltanto di avergli detto: che lo aspettava un cambiamento drastico. Riferirà anche che, come fa  sempre con  i clienti, gli aveva offerta una tazza della sua  solita tisana alla menta. Lui l’aveva bevuta con piacere,  pareva…
Carlo Bonfati aveva, un padre Arturo Bonfati, un anziano signore ancora vivace e in piena attività lavorativa, era sposato con Veronica  una vecchia amica d’infanzia  con la quale da tempo i rapporti si erano guastati e aveva una figlia adolescente.  Aveva anche un socio in affari, Fabio Busso, che di recente aveva scoperto essere l’amante della moglie e con il quale negli ultimi giorni  secondo la segretaria aveva cominciato a  discutere sempre più spesso e  animatamente. E poco prima di morire aveva preso appuntamento con il suo avvocato. Pare  volesse cambiare il suo testamento.
Si appurerà presto  che Ambra, l’ultima persona a incontrarlo, ha seri problemi cardiaci e assume abitualmente la digossina. Dunque avrebbe  avuto il mezzo e la possibilità di uccidere.
Ma perché e per quale motivo, una ragazza normale, una studentessa, avrebbe dovuto avvelenare uno sconosciuto?
Ambra ha un padre che la adora, mentre con sua madre i rapporti sono freddi. La donna  appare stranamente  e crudelmente indifferente nei suoi confronti, cosa che da sempre la fa soffrire. Cosa ha mai fatto di male? Perché  sua madre non riesce ad amarla?
A conti fatti tuttavia poiché  nella storia tutti  i personaggi  si trincerano dietro un vortice di non detto e di segreti, la situazione si complica, fino al punto di precipitare, tanto che  al Commissario  basterà solo grattare via il velo di bugie  dalla vita di Bonfati per rendersi conto cosa nasconde  e  che  in tanti, forse troppi hanno solo guadagnato con la sua morte…
Un giallo tradizionale a tratti indolente con  molti accenti  che evidenziano la  competenza  di un vero professionista, il commissario Giovanni Russo, uomo intelligente e capace, solo angustiato  dai suoi problemi.
Ci sono le  indagini, le diverse piste,  i sospetti, i sospettati,  i cambi di direzione con tutti i personaggi  che risultano plausibili  e  vengono descritti minuziosamente.  Una trama strutturata, per una storia complessa , ingarbugliata ma  mai violenta e che  si evolve continuamente in un’intrigante incastro a scatole cinesi.

Anna E. Pavani, veronese, ama la natura e gli animali. Appassionata di pittura, nel tempo libero dipinge e realizza quadri e trompe-l’oeil con soggetti ispirati ai paesaggi che la circondano e al mare, che ama sin da bambina. È autrice di romanzi d’avventura, pubblicati sotto pseudonimo. Voci nella nebbia (2020) è il suo romanzo d’esordio con la Narrativa Italiana Mondadori.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho

18 febbraio 2025 by

“Veronika decide di morire” si apre con la storia di Veronika, una giovane donna che, nonostante abbia una vita apparentemente normale, si sente insoddisfatta e priva di scopo. Dopo un tentativo di suicidio, si risveglia in un ospedale psichiatrico, dove le viene diagnosticata una condizione che le dà solo pochi giorni di vita a causa dei danni causati dal suo tentativo. All’interno della struttura, Veronika incontra vari pazienti, ognuno con le proprie storie e lotte. Attraverso queste interazioni, inizia a esplorare il senso della vita e le pressioni sociali che la circondano. Scopre che molti dei suoi compagni di soggiorno affrontano le proprie crisi esistenziali, e questo la porta a riflettere sulle sue scelte e sul significato della libertà. 

Uno dei temi centrali del romanzo è la relazione tra follia e normalità. Coelho invita il lettore a considerare cosa significhi veramente essere “normale” e come le convenzioni sociali possano influenzare il nostro modo di pensare e agire. Veronika, attraverso il suo percorso di auto-scoperta, si rende conto che la vita è piena di possibilità e che anche nei momenti più bui è possibile trovare una nuova luce e un nuovo scopo. 

Il romanzo è anche una meditazione sulla bellezza e sull’importanza di vivere pienamente, affrontando le proprie paure e abbracciando la vulnerabilità. La trasformazione di Veronika nel corso della storia è un messaggio di speranza e rinascita, mostrando che ogni giorno può portare a nuove scelte.

:: Nella spirale di Fermat di Gianfranco Tondini (Fernandel 2025) a cura di Massimo Ricciuti

17 febbraio 2025 by

L’improvvisa morte del notissimo artista Reinhard Bohrst mette in moto una serie di avvenimenti che riguardano anche Wainer e Sara, i protagonisti di questo romanzo. Il primo è un piccolo gallerista che ha investito tutti i suoi averi in un’installazione del defunto Bohrst e ora si trova nei guai. Sara, invece, è una funzionaria dell’ICOM, un organismo dell’Unesco che si occupa, fra l’altro, della restituzione di opere d’arte sottratte e rubate, specialmente quelle depredate dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. I due hanno intrattenuto una lunga relazione, ma poi si sono lasciati a causa di una malattia che ha colpito la donna; nonostante ciò, il legame fra loro è ancora forte. Adesso vivono entrambi un momento difficile in ambito lavorativo. Wainer, in particolare, è sull’orlo del fallimento e si affida a personaggi equivoci che gravitano intorno al mondo dell’arte contemporanea. Dal canto suo, Sara è alle prese con il furto di un quadro di Rembrandt: questa vicenda la destabilizza al punto che decide d’intraprendere un lungo viaggio per tornare nella casa in cui ha vissuto con Wainer. Si ritroveranno oppure no?

Nella spirale di Fermat è il primo romanzo di Gianfranco Tondini. Al centro dell’opera c’è l’arte contemporanea, argomento che l’autore dimostra di padroneggiare. Attraverso le vicissitudini lavorative dei protagonisti, entriamo in contatto con un ambiente pieno di sfumature, non sempre piacevoli. Falsificazioni e contraffazioni sono quasi all’ordine del giorno, così come la presenza di figure alquanto discutibili. Anche le esistenze di Wainer e Sara sono tratteggiate in profondità, con tutte le debolezze, fisiche e non solo, che li contraddistinguono. Nel romanzo si avverte chiaramente il legame che li unisce, attraverso i loro pensieri e alcune loro azioni. Quello che appare soffrire di più è Wainer, anche se poi tocca a Sara compiere qualcosa di concreto che, forse, li aiuterà a ricongiungersi. Per concludere, una curiosità: il titolo del romanzo prende il nome da una scoperta del matematico francese Pierre de Fermat, vissuto nel XVII secolo.

Gianfranco Tondini, pigro per vocazione, ha lavorato per trent’anni come attore, regista e autore. Negli ultimi anni è entrato in confidenza col mondo dell’arte contemporanea. Vive a Ravenna. Nella spirale di Fermat è il suo primo romanzo.

:: “Fratel Cosimo e la forza della preghiera” (Edizioni Segno) di Patrizia Cattaneo, a cura di Daniela Distefano

16 febbraio 2025 by

Il fulcro umano che incatena le pagine di questo delizioso  libretto è un terziario francescano che vive e opera a Santa Domenica di Placanica, in Calabria. Dotato di carismi straordinari, fratel Cosimo si ispira direttamente al grande San Francesco ed è conosciuto non solo per suoi doni di veggenza e guarigione, ma anche per le apparizioni della Beata Vergine Maria che nel 1968 si manifestò presso lo Scoglio roccioso attiguo alla sua abitazione, alle falde dell’Aspromonte, per chiedergli di trasformare quella terra segnata dal dolore in un angolo di paradiso.

Fratel Cosimo non è un sapiente di questo mondo, ma è un sapiente secondo Dio. Quando si ricorre a lui per grazie materiali, per quanto nobili e necessarie, invita a concentrarsi prima sui beni spirituali e a rimettersi completamente al volere di Dio, perché, da vero sapiente, sa che il nostro vero bene consiste solo nel compiere la volontà divina, anche quando ci sembra follia, perché passa dalla croce. Ma questa è la sapienza dei santi. Essa può dimorare in fratel Cosimo, perché in lui sono presenti le sette colonne descritte da san Bonaventura: umiltà e castità, innocenza della mente, moderazione nel parlare, bontà di cuore, maturità di giudizio, semplicità di intenzione. E giunti a questo punto della riflessione, occorre fare una digressione sul concetto di scienza.

Il dono di scienza consente di analizzare la realtà alla luce della Verità.

La luce dell’anima è conoscenza(scienza), mentre l’oscurità dell’anima è ignoranza. La luce della scienza filosofica, secondo l’opinione degli uomini mondani, è grande, dice san Bonaventura. Ma tuttavia essa è piccola in confronto alla luce della conoscenza cristiana. La scienza teologica è considerata minima dai mondani, in realtà è grande secondo verità. La luce della scienza gratuita è ancora maggiore, ma lo splendore della scienza gloriosa è massimo. E’ questo splendore che ha sperimentato San Paolo. Ci soffermeremo sulla scienza gratuita che è una santa conoscenza della verità, come credibile e amabile, ed è la scienza dei santi. Essa insegna che non è importante conoscere molto, ma è importante il modo di conoscere. Ci sono infatti persone che vogliono conoscere solo per farsi conoscere, e questa è curiosità. Ci sono quelli che vogliono conoscere per vendere il loro sapere per denaro o per onori, e questo è commercio. Ci sono altri che vogliono conoscere per edificare gli altri, e questa è carità. E ci sono quelli che vogliono conoscere per essere edificati, e questa è prudenza. La scienza gonfia, la carità edifica: per questo motivo l’uomo deve possederle entrambe, scienza e carità, per comprendere con tutti i santi, come dice san Paolo, “quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.  Questo è il “dono” di scienza che viene dallo Spirito Santo. La scienza gloriosa è la conoscenza sempiterna della verità come desiderabile, in essa è la radice  dell’immortalità: inizia in terra nella contemplazione e si perpetua nell’eternità con Dio. Se il dono della Sapienza porta a conoscere le creature a partire da Dio, il dono di scienza conduce a fare esperienza di Dio partendo dalle creature. E’ un dono particolarmente spiccato nel carisma francescano. Pensiamo al “Cantico di frate Sole”, composto da san Francesco all’apice della sua sofferenza fisica. Anche Fratel Cosimo possiede questo dono in grado elevato. Non è infatto importante “quanto” egli conosce, ma “come” egli conosce, perché tutto rapporta a Dio nella Verità e contempla incessantemente la divina presenza in tutto e in tutti.

Chi è Fratel Cosimo per chi gli vive accanto, per chi lo incontra?

Imma appartiene alla sua Comunità ed ha l’incarico di raccogliere le testimonianze  delle guarigioni che avvengono allo Scoglio. Ma Imma un tempo era atea. Chi è per lei Fratel Cosimo?

Ecco la sua risposta.

 “E’ l’uomo del Vangelo. E’ umile e obbediente alla Chiesa, anche nei momenti più difficili. Vive di preghiera e passa parte della notte in adorazione, come mi hanno confidato dei sacerdoti e un fratello della Comunità che trascorre molte ore della giornata aiutandolo. Quando ci raduniamo per fare le pulizie settimanali allo Scoglio, è sempre il primo a lavorare, malgrado cerchiamo di convincerlo a risparmiarsi. Soffre molto durante la Quaresima e prima di incontrare le persone, soprattutto prima dei grandi raduni di folla. E’ un uomo di Dio, è semplice, piange per le sofferenze altrui, in particolare per quelle dei bambini. Stare vicino a lui è una continua scoperta e un cammino sempre nuovo”.

Ed ora una testimonianza sui carismi di Fratel Cosimo.

Un pellegrino del nord Italia, che vuole mantenere l’anonimato, racconta di aver recitato la coroncina della divina Misericordia al capezzale del padre morente, confidando nella promessa di Dio a Santa Faustina Kowalska:”Nell’ora della morte difenderò come mia gloria ogni anima che reciterà questa coroncina, oppure altri la reciteranno vicino a un agonizzante, e otterranno per l’agonizzante lo stesso perdono. Quando  vicino ad un agonizzante viene esercitata questa coroncina, si placa l’ira di Dio e l’imperscrutabile Misericordia avvolge l’anima e si commuovono le viscere della Mia Misericordia, per la dolorosa Passione di mio figlio.”

Dopo la morte del padre, il giovane prende appuntamento con Fratel Cosimo, che appena lo vede – senza neppure dargli tempo di formulare la domanda – lo informa che il genitore si è salvato grazie alla coroncina della divina Misericordia recitata mentre era in fin di vita. Poi gli dice che si trova in purgatorio e che ha bisogno di preghiere. L’episodio straordinario conferma, oltre ai carismi di Fratel Cosimo, anche le promesse di Dio, annesse alla recita della coroncina.

Concludiamo con una preghiera alla Madonna

Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te, nata nel mondo, tra le donne, figlia e ancella dell’Altissimo Sommo Re il Padre Celeste, Madre del Santissimo Signore nostro Gesù Cristo sposa dello Spirito Santo; prega per noi con San Michele Arcangelo e con tutte le potenze dei Cieli e con tutti i Santi, presso il tuo Santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro.

“Vieni Spirito Santo, vieni per Maria!”. Il Bene non fa notizia, che siano viventi santi non ancora saliti in Cielo dovrebbe stimolarci a imitarne i passi affrettandoci come le vergini sagge che con l’olio delle lampade in mano attesero fiduciose l’arrivo dello Sposo, Nostro Signore. Tutto il resto è solo un soffio che non smuove le lapidi.

Aggiornamento

15 febbraio 2025 by

:: Il richiamo del sentimento, Fabrizio Guarducci (Lorenzo De’ Medici Press) A cura di Viviana Filippini

13 febbraio 2025 by

“Il richiamo del sentimento” è il romanzo di Fabrizio Guarducci edito da Lorenzo De’ Medici Press che ruota attorno alla ricerca di una profonda verità esistenziale dal passato. Protagonista è Elvira alle prese con un’ indagine sui Catari, antico movimento religioso scomparso. L’intento della sua ricerca, che lei vuole trasformare in un libro, è quella di capire quanto ancora i principi e valori dei Catari siano validi al giorno di oggi. Il movimento dei Catari era un gruppo ereticale cristiano che si radicò in diverse zone dell’Europa (Linguadoca e Occitania in Francia, Italia, Bosnia, Bulgaria e impero bizantino) nel Medioevo e attivo dal X al XIV secolo. Tra i valori cardine del movimento dei Catari per esempio la contrapposizione tra il bene spirituale e il male materiale, ma anche il rifiutare le ricchezze, la corruzione del clero e i Sacramenti della chiesa cattolica. Per queste ragioni il movimento venne duramente attaccato e preso di mira, poi l’arrivo della crociata albigese e dell’Inquisizione portarono il movimento alla scomparsa. Attorno a questo enigmatico gruppo Elvira, nata dalla penna di Guarducci, muove i suoi passi per trovare tutte le informazioni e contenuti sul movimento religioso. La ricercatrice, che non sarà sola ma avrà degli aiutanti (amici, ricercatori, professori), oltre ad analizzare testi antichi trovando relazioni impensabili tra i essi, si recherà da Firenze nei luoghi della Francia dove il movimento si radicò. Torniamo agli scritti, perché trovarli, leggerli e capirli per Elvira è un vero e proprio bisogno, una ossessione. Tra gli antichi testi in cui la studiosa si imbatte c’è la “Kephalaia”, un trattato gnostico; poi tocca alla “Pistis Sophia”, una vangelo gnostico dove Gesù, dopo la sua morte, rimase per un po’ di anni (11) con gli apostoli, spiegando loro cosa ci sarebbe e accadrebbe all’uomo dopo la morte. Accanto a questi testi, compare anche un Vangelo apocrifo di Giovanni e quello della Maddalena. In realtà c’è una altro elemento, che piano piano mostrerà la sua importanza. È  un giovane che ogni tanto compare nella vita di Elvira proprio mentre lei sta volgendo al sua ricerca sui Catari. Sarà questo ragazzo – tra il suo essere terreno, ma forse non del tutto- con le sue parole durante i dialoghi con Elvira, che la condurrà ad una importante scoperta sui testi esaminati e sulle dottrine dei Catari e  sul quel loro pensare ad una società dove uguaglianza è fondamentale. Certo nella trama non mancano ostacoli, colpi di scena, parti di documenti trafugate o fatte sparire per non far emergere il vero, ma l’obiettivo della protagonista è sempre lo stesso: trovare la verità e il senso del vivere che i Catari cercavano e che si rivelerà attuale ancora ai tempi di oggi , proprio per quei principi universali che vanno oltre il tempo e lo spazio. In “Il richiamo del sentimento” di Fabrizio Guarducci, Elvira vive un percorso, anzi un cammino nella Storia del passato, nel Medioevo, per conoscere, capire e dare un senso a quello in cui i Catari credevano. Allo stesso tempo, la ricercatrice sperimenta un cammino di formazione umana e spirituale profondo che la porterà a mettere in discussione il senso del vivere e ad analizzarlo con i valori e gli insegnamenti che apprenderà durante questo cammino di ricerca che dal passato possono aiutare ad affrontare il tortuoso presente.

Fabrizio Guarducci, scrittore, saggista e autore, regista e produttore cinematografico. La sua formazione avviene con i principi della dottrina politica e sociale e umana del giurista Giorgio La Pira. G. ha vissuto il movimento Underground alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti e poi fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze e ha insegnato Mistica, Estetica e Tanatologia e si è dedicato alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. Tra le sue opere i saggi “La parola ritrovata” (2013), “Theoria. Il divino oltre il dogma” (2020) e i romanzi “Il quinto volto” (2016), “La parola perduta” (2019), “La sconosciuta” (2020), “Duetto” (2021), “Amor” (2022), “Il villaggio dei cani che cantano” (2022) ed “Eclissi” (2022).

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Perché leggere Dostoevskij, Antonio Schlatter Navarro (Graphe.it Edizioni, 2024) A cura di Viviana Filippini

7 febbraio 2025 by

“Perché leggere Dostoevskij” è un saggio di Antonio Schlatter Navarro, con prefazione di Valerio de Cesaris, rettore dell’Università degli Studi di Perugia, dedicato al grande scrittore russo che ha l’intento di indagare i temi presenti all’interno delle sue opere, i quali sono ancora oggi attuali. Non so se sia vero che tutti leggono o hanno letto Dostoevskij, ma questo saggio che lo analizza in modo dettagliato è la  dimostrazione che i temi affrontati dall’autore russo e che hanno al centro il vivere quotidiano, il rapporto con Dio, la fede, sono ancora radicati nella nostra quotidianità e noi, lettori odierni, possiamo confrontarci ancora con essi e, se non lo abbiamo ancora fatto, provare a leggere i libri di Dostoevskij, senza tanto pensare al numero di pagine, ma ai possibili elementi utili che da esso potremmo trarne. Schlatter Navarro si concentra su alcune opere dello scrittore russo considerando i personaggi protagonisti sui quali Dostoevskij proiettava i sentimenti, le emozioni e le riflessioni che lui stesso visse in prima persona e sulla propria pelle. Tra di essi ci sono il senso di colpa, il giudizio e il pregiudizio, il senso del divino che si manifesta nel quotidiano e nel reale che circonda. Trovano però spazio anche quelle tenebre costanti e perenni, presenti anche con la luce, nelle quali i personaggi si muovono quasi sempre nell’attesa della rivelazione o verità che salva. C’è un senso di libertà che ognuna delle singole creature letterarie  cerca e desidera, ma c’è anche il senso di un insieme di persone che formano il  popolo come forza viva e motrice. Queste sono alcune delle tematiche che Navarro analizza, perché esse erano fondamentali per lo scrittore russo che le metteva nei suoi romanzi e nei diversi personaggi impegnati in un lungo processo di ricerca di redenzione e salvezza. Schlatter Navarro sottolinea ed evidenzia poi altri argomenti costanti per Dostoevskij come la fede in Dio, la figura di Cristo e della sua grande capacita di perdonare tutto, il ricercare i suoi/loro insegnamenti nel quotidiano che lo spingevano  all’analisi e all’indagine della realtà che lo circondava e nel suo animo in rapporto a essa. Altra fonte di ispirazione per Dostoevskij furono le sue visioni, quelle che lo affliggevano e tormentavano quando aveva gli attacchi di epilessia e che lo conducevano in una sorta di mondo altro, tutto da comprendere e decifrare. Questi elementi, uniti alle esperienze drammatiche di vita quotidiana minata dai problemi economici, dolori familiari dovuti alla morte prematura della madre, quelli di alcolismo del padre, la morte della moglie, il secondo matrimonio parecchio lontano dalla felicità, e i suoi problemi con il gioco d’azzardo, affiancati a traumi di diverso genere, colpirono Dostoevskij che poi li esorcizzò (o almeno di provò) mettendoli  nelle sue opere letterarie. Quello che emerge dal saggio di Navarro è che la scrittura, inventare trame e intrecci, dare forma a personaggi dall’animo tormentato e in subbuglio, furono per Dostoevskij una vera e propria valvola di sfogo per analizzare la sua dimensione più profonda, il suo  animo e  i tormenti che lo caratterizzavano. Suoi sì, ma comuni anche a tutti gli altri esseri umani del suo tempo e, come ci dimostra Navarro in queste pagine, del nostro. Interessante alla fine del libro anche un “Epilogo” con le indicazioni dell’ipotetico e ideale ordine di lettura degli scritti di Dostoevskij. Con “Perché leggere Dostoevskij”, tradotto in italiano da Natale Fioretto, Navarro ci prende per mano e ci accompagna alla lettura delle opere di dell’autore di “Delitto e castigo” (per citarne uno), proprio per aiutarci a comprendere i suoi testi che a volte paiono cupi e criptici, quasi difficili da decifrare, ma che nascondo illuminanti verità esistenziali per non avere più timore e affrontare il domani.

Antonio Schlatter Navarro, nato a Siviglia, è un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei. Ha esercitato il ministero in diverse diocesi della Spagna: Murcia, Valencia e Saragozza e attualmente a Cordova. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Jaén, dove ha esercitato la professione di avvocato, ha conseguito la laurea in Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma e il dottorato in Filosofia all’Università di Navarra. Tra le sue pubblicazioni : “Mero Catolicismo” (Palabra); “A la mesa con Dios”  e “Trabajo del hombre, trabajo de Dios” (entrambe per Rialp); “Murillo con ojos nuevos” (Eunsa); “Miguel Mañara” (Sinergia). “Por qué leer a Dostoyevski” (Eunsa) è il suo ultimo libro e il primo a essere tradotto in italiano.

Source: grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Non già ieri, non ancora domani di Antonio Tricomi (Marcos y Marcos 2024) a cura di Valentina Demelas

5 febbraio 2025 by

Non già ieri, non ancora domani di Antonio Tricomi edito per i tipi di Marcos y Marcos, è un’opera che si muove tra poesia e prosa, un prosimetro che sfida le convenzioni narrative, costruendo, e al tempo stesso disgregando, una trama tenue, sfuggente, come un frammento di memoria. L’opera si compone di brevi testi – un patchwork di poesia, racconto, diario, partitura teatrale, libretto d’opera; una variazione jazzistica di generi, appunti e citazioni, concatenati tra loro – che, pagina dopo pagina, seguendo un filo conduttore, non si limitano a narrare una vicenda, ma ne esaltano la discontinuità, trasformandola in un racconto autobiografico volutamente incerto.

L’autore affronta la scrittura con uno spirito spregiudicato, mischiando generi e trasgredendo strutture con un’urgenza lirica che non si riduce mai a puro esercizio di stile. Ogni parola è scelta con precisione chirurgica, ogni frase si muove tra il lirismo e la riflessione critica, generando un testo che non è mai solo racconto, mai solo poesia, ma una continua metamorfosi tra i due registri.

Questo approccio rende il libro un oggetto letterario difficilmente classificabile, un esperimento che si colloca a metà tra la ricerca formale e l’indagine esistenziale. L’autore non si limita a descrivere, ma osserva e destruttura il reale con uno sguardo che alterna attonimento e sarcasmo, testimoniando l’incapacità del nostro tempo di lasciarsi alle spalle un abbrutimento ormai cronico, pur lasciando emergere accennati, ma persistenti, desideri di rinnovamento e speranza.

Il titolo stesso suggerisce una sospensione temporale che non è solo personale, ma collettiva. Non già ieri, non ancora domani è la fotografia di un’epoca in bilico, un viaggio per lettori audaci e curiosi. Un’opera che interroga il presente attraverso le incertezze della memoria e del contemporaneo, in cui il passato è già dissolto e il futuro ancora inaccessibile. È in questo spazio intermedio che la scrittura di Tricomi trova la sua forza, trasformandosi in una coscienza critica capace di illuminare le crepe del nostro tempo.

Non è un libro che concede appigli facili, né un testo da leggere con leggerezza: richiede attenzione, complicità, disponibilità a perdersi tra le sue pagine e i suoi intrecci testuali. È un’opera che sfida il lettore, lo costringe a interagire con il testo, a cercare un significato che non è mai univoco né immediato, ma che – tra storia autobiografica e storia collettiva – in un percorso a tappe tra miserie, contraddizioni, dialoghi, frenesie, rassegnazione e speranza, amore, sogni, riflessioni, resoconti, porta ad accorgersi, inevitabilmente della bellezza – non scontata, non banale – che fa da sfondo a ogni vita.

Con questo testo Antonio Tricomi compone un’opera inclassificabile e necessaria, un viaggio nella parola e nella coscienza, che si offre come specchio deformante del nostro presente. Un libro per chi ama la letteratura che inquieta, interroga e, soprattutto, resiste alle definizioni.

Antonio Tricomi è nato a Catania nel 1975. Vive nelle Marche, dove insegna discipline letterarie in un istituto tecnico. È stato a lungo docente a contratto nelle Università di Macerata e Urbino. Ha pubblicato una sola raccolta di versi: la polvere (Stamperia dell’Arancio, Grottammare 2006). Numerosi, invece, i suoi volumi di saggistica. Tra questi: La Repubblica delle Lettere. Generazioni, scrittori, società nell’Italia contemporanea (Quodlibet, Macerata 2010); Fotogrammi dal moderno. Glosse sul cinema e la letteratura (Rosenberg & Sellier, Torino 2015); Pasolini (Salerno Editrice, Roma 2020); Epidemic. Retroversioni dal nostro medioevo (Jaca Book, Milano 2021); Macerie borghesi. Genealogie letterarie del presente (Rogas, Roma 2023).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Marcos y Marcos.

:: Rubagalline di Giulia Mammana

3 febbraio 2025 by

“Non ti vergogni, alla tua età, di fare ancora questi furtarelli?” Le aveva appena mostrato la refurtiva, facendola scivolare sul tavolo della cucina: qualche borsa firmata, un paio di gemelli d’argento, dei contanti per il valore di trecento euro.

“Guarda Gino, da lui dovresti prendere esempio”. Gino Russo, il capetto del quartiere da scarsi cinque anni, aveva fatto una scalata notevole. Da topo di appartamento a boss della microcriminalità di Parco San Felice. Correva voce che avesse stretto accordi con i Bonalumi per governare quella parte di città.

Perciò, quando ricevette una chiamata da Uccio Bonalumi in persona, Peppe lo considerò un segno del destino. Le stelle gli stavano offrendo un’opportunità di crescita professionale. “Sei Peppe Martelli?”

“In carne ed ossa”

“Ho un lavoro per te, se ti vuoi mettere in gioco”

“Di che si tratta?”

“Conosci Service Plus?” non aspettò che rispondesse “Quel pezzo di merda del gestore non ci vuole pagare. Gli abbiamo messo un paio di bombe ma bisogna fare di più. Fatti venire in mente qualcosa, va bene?”

Così si riunì col suo socio in affari, Mauro Gancitano, e insieme pianificarono di rubare un’ambulanza e, perché no, fare qualche danno serio. Quei macchinari costavano migliaia di euro. “Darà un segnale più incisivo” decisero.

L’ambulanza era sempre parcheggiata fuori dalla postazione del 118. Quella sera non c’era anima viva. Mauro si accostò con la macchina, Peppe scese e cominciò ad armeggiare con l’aggeggio per tagliare il block shaft. Ne aveva rubate di macchine. Quando finalmente riuscì a liberare il volante, Mauro scese dalla macchina per dargli una spintarella e dopo qualche minuto l’ambulanza partì. Mentre la portava in un posto sicuro, ai margini del borgo, Peppe era radioso. Era andato tutto liscio, più del previsto. Presto sua madre non si sarebbe più azzardata a chiamarlo rubagalline. Accostò in uno spiazzo abbandonato e Mauro, che l’aveva seguito a bordo della cinquecento, si piazzò lì accanto.

Spense il motore e prese il martello dalla sacca che si era portato dietro. Con estrema perizia, prese a vandalizzare uno ad uno i macchinari medici. Mentre si accaniva sull’armadietto delle medicine, il telefono squillò. Era il numero di sua madre. Interruppe il lavoro per rispondere.

“Mamma?”

“Lei è il figlio della signora Martelli?”

“Sì, sono io”

“Sono un paramedico. Sua madre ha avuto un infarto e abbiamo dovuto trasferirla in ospedale, in rianimazione. Mi dispiace molto. Se non ci avessero rubato un mezzo di soccorso stanotte saremmo potuti arrivare prima…”

Peppe riattaccò.

“Dobbiamo andare in ospedale” disse a Mauro

“Perchè?”

“Mia madre ha avuto un infarto”

“Cazzo..mi dispiace”

Si mise alla guida della cinquecento. Nella sua testa risuonava come un mantra la voce di sua madre: “Non sei altro che un rubagalline”.

Giulia Mammana è nata a Foggia nel 1989, da madre leccese e padre siciliano. Dopo la laurea alla University of St Andrews, ha vissuto da nomade tra Londra, Bruxelles, Milano e Cardiff. Ha lavorato come copywriter in tre lingue diverse, e oggi scrive racconti e poesie in italiano e in inglese. E’ appassionata di thrillers e mistery novels, che divora famelicamente.

:: Avanzi americani di Vittorio Parlanti (Ali Ribelli 2025) a cura di Patrizia Debicke

3 febbraio 2025 by

Vermont, 1986, domenica 11 giugno, Elizabeth Barrow, una ragazza carina, studentessa modello che frequenta la biblioteca, di diciassette anni, è scomparsa nell’East End della cittadina di Burlington, Vermont. L’adolescente, dopo avere sbrigato delle commissioni per conto di sua madre, avrebbe dovuto raggiungere alcuni amici sulle sponde del fiume Winooski per festeggiare la fine dell’anno scolastico. Ma purtroppo non è mai giunta a destinazione, anzi è sparita nel nulla dopo aver lasciato la sua bicicletta, apparentemente di sua volontà, a circa cento metri dal fiume, in una strada secondaria fiancheggiata da alberi di pino.
Con l’allarme lanciato dalla famiglia in poche ore, padre, madre, fratello, i vicini e tutti i volontari della contea si sono messi in moto impegnandosi in una vasta battuta a tappeto nella zona circostante… Ma la loro iniziale grande battuta andrà a vuoto, benché proseguita per tutto il pomeriggio.
Alle sette di sera il padre, Jim Barrow, ha persino rilasciato una intervista alla televisione locale contenente un appello alla figlia nel caso di un inspiegabile allontanamento volontario e allo stesso tempo una richiesta di aiuto alla popolazione.
In una piccola città quasi tutti conoscono i vicini e tutti, ma proprio tutti, compreso chi ha a che vedere con quella scomparsa, accorreranno in massa pronti a darsi da fare.
Le ricerche proseguiranno anche di notte, coordinate dall’ufficio dello sceriffo locale Ross e con l’ausilio delle unità cinofile venute a dare man forte. Fino ad allora il rappresentante della polizia, ovverosia il detective Jack Morgan veterano della guerra del Vietnam ed ex membro dell’FBI, il detective al quale sono state affidate le ricerche, non ha rilasciato comunicati ufficiali.
Ciò nondimeno Morgan, che ha già scartato l’ipotesi di un incidente e teme il peggio, dopo due giorni di inutili ricerche contatterà a Saratoga Springs l’ufficio dell’investigatore Richard, Rick Collins, un vecchio amico e collega anche lui ex membro dell’FBI e soprattutto un ottimo e collaudato profiler. Vorrebbe farsi spalleggiare da un esperto in quello che ritiene un caso difficile e inquietante. La prima reazione di Collins di fronte a quella richiesta sarà di rifiuto. Non ha dato le dimissioni e lasciato il suo gravoso compito a Quantico, per l’eccesso di pressione psicologica che l’ha praticamente indotto a una fuga, per trasformarsi in un tranquillo detective privato e poi lasciarsi trascinare di nuovo da un amico nei casini…
Solo l’imprevista e tragica conclusione del suo ultimo caso a Saratoga , apparentemente una normale diatriba da sbrogliare tra una moglie e un marito un po’ manesco, trasformata dall’uomo in un barbaro omicidio, lo spingerà a confrontarsi con se stesso e le proprie scelte. Ha sottovalutato alcuni segni del caso e i possibili rischi e invece non poteva e non doveva. Se avesse preso più sul serio i timori e le parole di quella poveretta, forse avrebbe potuto salvarla. La sua tardiva presa di coscienza lo indurrà a cambiare idea, ad accettare la richiesta di Morgan e a impegnarsi di nuovo di persona.
“Arrivo in macchina in giornata” , gli promette infatti.
Mentre Richard Collins è in viaggio, a Burlington la situazione precipita perché Elisabeth Barrow verrà ritrovata morta, dai cani,in una radura. Secondo il medico aggredita e colpita alla nuca con un oggetto contundente. Poi, priva di sensi, è stata legata ai polsi e alle caviglie. Ipotesi formulata in virtù dei segni marcati riscontrati sulla pelle. In seguito, visti gli ematomi sparsi sul corpo, è stata picchiata selvaggiamente, anche in faccia, violentata e infine strangolata. Le unghie spezzate delle dita provano infatti che fino all’ultimo aveva tentato un’inutile difesa.
Un’aggressione evidentemente messa a segno da qualcuno che forse conosceva la vittima o almeno aveva studiato le sue abitudini. Qualcuno che sapeva e voleva uccidere. Uno stupro e un delitto quindi in apparenza premeditati in tutti i particolari. Con un assassino che aveva buone probabilità di cavarsela, a meno che…
Ma Collins decide di restare nel Vermont, per rimettere alla prova le sue capacità di profiler per aiutare il vecchio amico e provare a incastrare il colpevole.
Fin dai primi capitoli del romanzo scopriamo , per volontà dell’autore, che il punto di vista dell’assassino, si incrocia e si sovrappone spesso con quello dei cittadini e degli inquirenti. E non sarà facile individuare in un personaggio anonimo, apparentemente normale, il crudele e distaccato pazzo cosciente, un serial killer animato solo da un viscerale spirito di rivalsa, che riesce a controllare tutto e tutti. Un essere mostruoso, sempre attento a valutare le sue scelte, fatte e da fare , e a misurare minuziosamente i suoi movimenti e quelli dei potenziali testimoni in modo da fuorviarli in ogni modo.
Sarà un corsa contro l’orologio della morte, con i due ex agenti dell’ex Fbi costretti a scontrarsi addirittura con il pubblico ludibrio, offerto sull’orrendo altare da un locale scoop giornalistico, e che tenteranno di individuare e incastrare il responsabile dell’omicidio di Elizabeth Barrow , un essere bramoso di sangue e intento a circuire subdolamente e far cadere nel suo agguato una seconda preda. Insomma è già pronto a colpire ancora .
Opera prima di un giovane autore che, pur peccando di qualche ingenuità e ridondanza, riesce a sviluppare in modo convincente una trama molto complessa e articolata.
Le motivazioni e gli sviluppi emozionali e caratteriali dei diversi protagonisti sono ben motivati nel corso della trama e ricostruiti con dovizia di particolari.

Vittorio Parlanti, nato a Pistoia il 18 marzo 2004, ha conseguito la maturità presso il liceo classico Niccolò Forteguerri e attualmente frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze. Appassionato di letteratura, classica e moderna, fin da bambino nel tempo libero si diletta in scrittura creativa. Patito di recitazione, melodramma, viaggi e trekking, Avanzi Americani è la sua prima produzione e nasce come esito delle influenze e degli interessi che l’autore ha sviluppato nel corso della sua vita.