È sempre un piacere scovare il libro di un amico e collega che si cimenta in un genere differente da quello che gli ha portato fortuna. Romano De Marco lo conosco sin da Ferro e Fuoco, esordio al calor bianco seguito poi da Milano a mano armata, entrambi ben inseriti in quel filone hard-boiled italiano che in un’altra epoca, se ancora esistesse il cinema di genere nel nostro paese, avrebbero trovato, chissà…, una trasposizione cinematografica. Forse non con Maurizio Merli che poi è il viso che viene subito in mente quando si leggono i primi capitoli ma con qualche attore più giovane e adatto al ruolo ai giorni nostri. A casa del Diavolo si preannuncia sin dalla suggestiva cover come un passo in una differente direzione. L’influenza del cinema popolare italiano è evidente, e conferma la mia intuizione già più volte espressa, che i migliori narratori d’intrattenimento di questi anni, abbiano nella memoria il nostro cinema più che la narrativa. Restava, però, un piccolo dubbio, giustificato proprio dal mutamento di atmosfere e ritmo. Il ‘thrilling’ italiano, o forse quel gotico che sicuramente ha radici nell’opera di Pupi Avati quando (letterariamente) negli scritti di Eraldo Baldini, rifugge da sganassoni e sparatorie, inseguimenti in auto e battute a effetto simili al western. Si cammina su una lastra di ghiaccio più sottile. Ce l’avrebbe fatta Romano a mantenere le promesse’ A casa del diavolo mi ha preso, e molto anche tanto che, una volta cominciato l’ho terminato in poco tempo. Una prima osservazione. Questa volta Guido Terenzi, il protagonista, eh be’, me lo son visto proprio con il viso del suo autore. Scanzonato e simpatico, seduttore e ‘filone’ quanto basta per caratterizzare un personaggio vero, insolito, lontano dai duri del poliziottesco. Perché il thrilling richiede un personaggio forte nel carattere ma, per sua natura, non abituato alla violenza. Il protagonista dei precedenti romanzi di Romano avrebbe trasformato una vicenda d’atmosfera in un paesino d’Abruzzo dove un giovane direttore di banca viene trasferito per scontare scappatelle di letto in una sorta di ‘Lo straniero senza nome’. Non ci voleva un cavaliere pallido ma un uomo normale, con debolezze e fragilità, intimamente buono altrimenti non si preoccuperebbe così di Albino, l’inquietante bimbetto che disegna immagini sataniche, unico infante di un posto isolato e deprimente. Il romanzo si avvale di una trama gialla con meccanismi che lascio valutare al lettore. Recensire un libro è difficile, soprattutto se la trama riserva delle soprese. Non spoileriamo e lasciamo a chi legge il gusto di seguire la vicenda. Piuttosto mi soffermo sulla capacità di creare nel nostro territorio un microcosmo isolato, angosciante. Riecheggia di antiche leggende, di oscenità consumate dietro una verniciatura di normalità il paese dove Giulio viene mandato ‘in castigo’. Di chi può fidarsi? Se l’appassionato di gialli magari la sa lunga e vede lontano il racconto non è mai banale, disseminato di indizi e false piste, domande e sentimenti. Perché, non dimentichiamolo, Giulio Terenzi si definisce come uomo anche per le sue umanissime pulsioni e con il lettore l’identificazione scatta proprio nei suoi rapporti con le donne. La collega MILF, la fidanzata alla moda, il nuovo amore che, ‘malgrado l’accento’, lo coinvolge. Ma non sono decamerotiche avventure le sue. Quei segni rossi sulle porte dei vecchi scomparsi, quelle tendine che si muovono suggerendo occhi da spia dietro magioni avite e pure le precise e ottimamente raccontate manovre bancarie costituiscono tasselli di un unico mosaico. Un bel thrilling di quelli che davvero meriterebbero una versione filmata. Scritto con disinvoltura ,capacità di raccontare senza perdersi ma con la puntuale capacità di caratterizzare protagonisti e comprimari finalizzandoli al racconto.
A CASA DEL DIAVOLO- Romano De Marco-nero italianoTimecrime-218pp-9,90euro
«Arriverai in America, certo, e magari, proprio come me, otterrai ciò che vuoi. Qualsiasi cosa sia. Ma, se ancora non l’hai fatto, dovrai cedere qualcosa in cambio… Nulla è gratis nella terra della libertà».
Leggendo L’acustica perfetta di Daria Bignardi mi sono chiesta quanto conosciamo e ascoltiamo le persone che vivono con noi. Poi, continuando nella lettura ho cominciato a riflettere sul comportamento che spesso abbiamo verso gli altri e a quanto il nostro modo di fare ed essere possa influire sulle relazioni umane della nostra vita. L’acustica perfetta, il nuovo romanzo di Daria Bignardi è questo: una riflessione intensa sul rapporto di coppia e sul fatto che non sempre la sintonia tra le parti sia così armonica come la si crede. Dal mio punto di vista il libro coinvolge chi legge portandolo direttamente dentro alla storia, a fianco dei protagonisti, scatenando nel lettore una serie di domande che ci inducono a valutare come agiamo e viviamo nella realtà. Dopo due libri incentrati sul mondo femminile (Non vi lascerò orfani e Un karma pesante, entrambi editi da Mondadori), la giornalista e conduttrice de Le invasioni barbariche torna in libreria con una storia raccontata attraverso uno sguardo maschile. Il narratore in questione è Arno Cange, violoncellista alla Scala di Milano, figlio di una tedesca e di un toscano, impegnato nella ricerca di Sara – ma anche di sé direi – che gli permetterà di conoscere quella parte della vita della consorte a lui del tutto ignota. Arno e Sara sono marito e moglie e genitori di tre bambini. Vivono a Milano e la loro esistenza domestica è il ritratto prefetto della felicità, ma è solo apparenza. Non a caso a spiazzare l’equilibrio di cui è convinto il musicista è l’improvvisa e immotivata sparizione volontaria della moglie. Arno non capisce perché Sara abbia lasciato lui e i loro tre figli. Non riesce a farsi una ragione dell’accaduto fino a quando incomincerà un solitario cammino di indagine alla ricerca della sua amata metà. Il “detective” Arno si muoverà in pellegrinaggio formativo alla scoperta di luoghi e persone familiari, ma anche di realtà paesaggistiche e umane a lui –ma non alla moglie Sara – del tutto sconosciute, compiendo un percorso di indagine psicologia che cambierà per sempre la sua vita e quella del loro focolare domestico. Il rancore scatenato in Arno dall’allontanamento volontario di Sara si trasforma in una nuova viscerale curiosità mai dimostrata in precedenza verso l’universo esistenziale trascorso della donna. Il motivo del disinteresse passato? Arno è sempre stato troppo assorbito dal suo lavoro di musicista alla Scala di Milano per accorgersi di quello che accadeva attorno al lui. Solo l’appassionata ricerca di Sara indurrà l’uomo a conoscerla davvero e a capire cosa lui vuole fare dalla propria vita, scoprendo durante questo tortuoso cammino di formazione in crescendo quale sarà la sua acustica perfetta. Sara – moglie, madre e amica – non è presente fisicamente, ma la sua essenza si percepisce attraverso i ricordi e le parole che fluiscono nel racconto attraverso un coro di voci che rivelano ad Arno e a noi chi è davvero la donna. Quella che emerge è l’immagine di un persona con un bagaglio emotivo ipersensibile, che si è acutizzato a causa di traumi profondi che Sara ha subìto in gioventù e dei quali Arno non sa nulla. La scoperta di questi drammi porteranno Cange a rivalutare in maniera radicale l’amata moglie, la loro vita matrimoniale e i legami con i figli. L’acustica perfetta è un romanzo appassionate da leggere perché ci induce a riflettere, dimostrando quanto l’esistere quotidiano di una famiglia possa diventare un avventuroso viaggio alla scoperta di sé nel momento in cui un calcolato evento imprevisto fa vacillare ogni presunta certezza.
Dopo Chocolat, il romanzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, e Le scarpe rosse, è arrivato con Il giardino delle pesche e delle rose il terzo capitolo delle avventure di Vianne Rocher, alter ego e non solo dell’autrice Joanne Harris. Abbiamo incontrato la scrittrice al Circolo dei lettori di Torino, intervistata da Bruno Gambarotta.
In una Varsavia notturna, desolata e decadente, ma ancora vitale popolata di insegne al neon di sex shop, peep show, bar aperti 24 ore, rivendite di liquori e di kebab, che conserva malinconicamente le antiche vestigia delle grandi capitali dell’Europa orientale sopravvissute alla dittatura comunista ma ormai in mano alle mafie dell’est che ne hanno cambiato irrimediabilmente il volto e la fisionomia, Luke Case, giornalista freelance, che lavora per uno di quei giornali di merda che portano a galla ogni sorta di squallide storie relative alla Polonia e le vendono ai tabloid inglesi come sconvolgenti storie dell’orrore o per lo più scrive affascinanti articoli che parlano di magazzini e di centri commerciali, disilluso e malandato, passa i suoi giorni tra alcool e amori a pagamento. Lasciata l’Inghilterra vive da esule in terra straniera una vita sospesa frequentando i quartieri malfamati di una città in cui la criminalità ormai spadroneggia, in cui i piccoli delinquenti fanno i soldi con locali notturni di infimo ordine, smerciando droga o rivendendo vestiti usati presi dai centri di raccolta delle ricche e opulente città del nord Europa. Ma Luke Case infondo è un sentimentale, ha un debole per Tatiana, prostituta ucraina dalla pelle bianchissima, almeno finché non incontra Jola, la bellissima e insoddisfatta moglie di un gangster “di medio livello”, ed è così preso da lei da sognare di fuggire assieme, lontano verso una nuova vita. Ma naturalmente il destino si mette di mezzo e tra coincidenze e bizzarri imprevisti, la beffa sarà ancora più amara. In questa short story dalle cupe atmosfere noir come un film americano in bianco e nero degli anni 50, Paul D. Brazill ci porta in un mondo possibile e pieno di vita, dentro una storia dalle sfumature amare e beffarde in cui i crudeli scherzi del destino incidono a sangue la vita del protagonista. Amore, violenza, crudeltà, egoismo, speranza di riscatto si intrecciano dove tutti cercano un’ occasione indifferenti e noncuranti dei destini degli altri. In questo breve racconto venato anche da un sottile umorismo, in cui il fascino maggiore sta nel potere evocativo delle atmosfere che sa creare, ci troviamo a parteggiare per il protagonista, un uomo simpatico seppur pieno di debolezze, gravato da una vita squallida e precaria ma capace anche di atti di grande coraggio, come quando si spinge a mettersi contro un gangster per amore di una donna. Sfortunato, gentile, forse anche imprudente si lascerà piegare dal destino, conservando pur tuttavia una certa dignità e un pizzico d’orgoglio. Luke Case è un bel personaggio, ben caratterizzato, dotato di un’ aura dannata e romantica ma fondamentalmente simpatico che ritroveremo in altri 4 racconti della collana Atlantis. Seppure ancora non molto conosciuto in Italia Paul D. Brazill è un autore che vi consiglio di seguire. E’ inglese e da dieci anni vive in Polonia. Ha un blog in cui intervista i più interessanti ed emergenti nomi della letteratura noir e hardboiled
“Sia sbranato al Colosseo
Con sottofondo di Raghupati, Ananda Shankar
Un bosco, un casa sperduta in mezzo ad esso, due donne che cercano di ricominciare a vivere e in inquietanti pericoli che destabilizzeranno la ricerca dell’armonia. Il tutto permeato in modo costante da un’atmosfera di ansia e di pericolo imminente. Una sensazione di angoscia che si percepisce dalla prima all’ultima pagina di questo romanzo proveniente dal Nord Europa – per la precisione da Gröndal – dove vive Björn Jakobsson, autore di Alla fine della strada. Questo è il thriller mozzafiato d’esordio dell’autore svedese che con la sua penna trascina noi lettori dentro ad un inquietante mondo e nelle menti dei diversi personaggi presenti sulla scena (pochi, ma accuratamente definiti). Suspense, tensione, colpi di scena spiazzanti e improvvisi mantengono sempre viva l’attenzione di noi lettori, suscitando forte emozioni e un timore continuo per la sorte delle due protagoniste capitate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una è Polly, ragazza profondamente segnata dalla scomparsa del padre morto a causa di un terribile incidente. L’altra è Ivona, la sua matrigna. Il tragico evento che le ha toccate da vicino non le ha unite, anzi le ha allontanate sempre più. Ivona non demorde e vuole recuperare il rapporto con la figliastra, sperando allo stesso tempo di far rinascere la voglia di vivere in Polly, la quale non ha fatto altro che chiudersi sempre più in se stessa, recidendo i rapporti con il mondo esterno. Il soggiorno forzato – niente tv, niente accesso ad internet, niente telefoni- nella casa nel bosco si trasformerà ben presto in un vorticoso incubo di paura, quando le due donne verranno a conoscenza dei brutali omicidi avvenuti in zona. Quello che incuriosisce in questo romanzo oltre a certe atmosfere tetre e claustrofobiche che richiamano Stephen King è la fine indagine introspettiva che ci porta alla scoperta dell’ambiguità costante delle persone. I personaggi presenti accanto alle prime attrici sono inquietanti, perché a livello superficiale si atteggiano in un certo modo, ma in realtà nel loro io più profondi nascondono impulsi e istinti primitivi impensabili e pure incontrollabili. Indefinibili sono l’ottantenne Karsten e suo figlio Adrian, il giovane ex galeotto al quale Polly e Ivona chiedono – per cause di forza maggiore – aiuto. La coppia di nemiche-amiche desidera fa ripartire quel catorcio di automobile con il quale sono arrivate, perché è l’unico mezzo che hanno per fuggire da quella prigione di ghiaccio nella quale si sono ficcate. Oscuro è anche Conny, il poliziotto che dovrebbe rappresentare per le due donne il gancio giusto per la via di fuga e invece con quello che dice e fa, mette in discussione la sua figura di uomo impegnato a far rispettare la legge. Ma allora di chi si dovrebbero fidare Polly e Ivona? Questo non posso svelarvelo per non togliervi il piacere della lettura, ma di sicuro il primo giallo di Jakobsson è ben costruito nel suo impianto narrativo e la storia scorre via veloce pagina dopo pagina tenendo chi legge con il fiato sospeso sempre. L’altro aspetto che ci tengo a sottolineare è che Alla fine della strada sarà sì un thriller a tinte fosche, ma allo stesso tempo ha un po’ del romanzo di formazione psicologica, perché oltre all’evoluzione del rapporto tra donne – per la precisione tra una figliastra e la sua matrigna- prima nemiche, poi amiche, espone il difficile cammino di rinascita di un’adolescente molto provata dai traumi esistenziali subiti nella sua giovane esistenza. Da leggere per provare un brivido di tensione in questo gelido inverno e capire un po’ cosa si nasconde nell’animo umano. Traduzione di Mattias Cocco.
Segnaliamo tre ebook appartenenti alla Collana 99 curata da Diego Bortolozzo.
























