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:: Recensione di Narcopolis di Jeet Thayil (Neri Pozza, 2012) a cura di Michela Bortoletto

17 gennaio 2013

NarcopolisCi sono molti motivi per cui scegliamo un libro da leggere.  A volte lo scegliamo per il titolo, altre semplicemente perché ci attira l’immagine scelta per la copertina. Spesso decidiamo di dedicarci alla lettura di un romanzo su consiglio di un amico. A colte capita di prendere un libro a caso da uno scaffale, leggerne la quarta di copertina, trovare interessanti le parole di critica ad esso rivolte, dare una lettura veloce alle alette e decidere che quel libro potrebbe piacerci. È questo quello che è successo a me quando ho deciso di leggere Narcopolis.
Annunciato come “un classico di culto”, “un’opera che unisce il meglio di Trainspotting alla selvaggia commedia di un Goya o all’intenso struggimento di un Keats””un debutto adrenalinico”  Narcopolis si è rivelato per me come la prima grande delusione del mio anno da lettrice appena cominciato.
Nel riassunto della trama si presentano personaggi che sulla carta sembrerebbero interessanti, avvincenti, degni di nota:  il rifugiato scappato da New York dopo aver combinato una serie di guai, il pittore il cui senso di colpa cattolico produce effetti devastanti sulle sue opere, il borsaiolo, Rashid,  il proprietario della fumeria d’oppio più rinomata di Bombay, Dimple, l’eunuco che ora è una splendida donna che prepara le pipe d’oppio nel locale di Rashid e Bombay, la città dell’oppio, del sesso, della notte, delle droghe chimiche.
I presupposti per un ottimo romanzo ci sono tutti: una città ancora poco conosciuta, una serie di personaggi che potrebbero costruire un intreccio brillante in cui ognuno di loro potrebbe dirci qualcosa, una tematica, quella dell’oppio e delle droghe, che da secoli regala alla letteratura grandi capolavori.
Purtroppo la realtà di Narcopolis è tutt’altra. Il pittore è presente giusto per qualche paragrafo, il fuggitivo, Dom Ullis compare giusto all’inizio come narratore per sparire fino alle ultime pagine in cui si ripresenta per tirare le fila del discorso. Alcuni personaggi appaiono improvvisamente e improvvisamente scompaiono.
Dimple, l’unico vero personaggio del libro ad un certo punto viene abbandonata a sé stessa a morire.  Dopo l’oppio e la droga è lei il secondo fulcro della narrazione: i personaggi si muovono attorno a lei,  la fumeria è il suo regno, un regno fatto di oppressi,  di depressi, di emarginati, di criminali, di drogati.
Sarebbe stato interessante se il narratore ci avesse permesso di seguirla fino alla sua morte, se la sua fine fosse stata narrata attraverso la stessa Dimple, tramite le sue impressioni, sensazioni, ricordi ed emozioni e non venisse quasi liquidata in poche righe attraverso il racconto di Rashid.
L’unico aspetto che non è stato lasciato al caso e che anzi è stato più che approfondito è il tema della droga e degli effetti devastanti che ha sulle persone. Nel romanzo si passa dal consumo di oppio all’eroina e alle droghe chimiche. Suggestive le descrizioni del rituale dell’oppio prima e dell’eroina poi.  Gli effetti cambiano ma l’esito finale è sempre lo stesso: rovina e morte.
È un romanzo la cui lettura ho trovato piuttosto difficile, spesso ho dovuto combattere la tentazione di mollarlo prima di arrivare alla fine.  Da un’acclamazione al capolavoro come quella che presenta Narcopolis mi sarei aspettata molto di più.  Non sono qui a discutere la grandezza di Jeff Thayil come poeta e intellettuale, non ho né le competenze né la presunzione per poterlo fare, dico solo che il suo primo romanzo non è poi questo grande capolavoro come è stato descritto. Forse, in questo caso, nel presentare al pubblico quest’opera ci si è fatti trascinare dal nome dell’autore e non dal vero e proprio risultato. I capolavori e i grandi debutti, per me sono altri.

:: Segnalazione di L’industria della carità di Valentina Furlanetto (Chiarelettere, 2013)

16 gennaio 2013

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QUANTI SOLDI ARRIVANO A CHI HA DAVVERO BISOGNO?

LE CONTRADDIZIONI, LA CONCORRENZA, IL BUSINESS,

L’INDUSTRIA DELLA CARITÀ

di Valentina Furlanetto

Prefazione di Alex Zanotelli

“Abbiamo il diritto di chiedere dove vanno a finire le donazioni e il dovere di farlo nei confronti di chi vogliamo aiutare.”

“La bontà disarmata, incauta, inesperta e senza accorgimento non è neppure bontà, è ingenuità stolta e provoca solo disastri.”
Antonio Gramsci.

“Per salvaguardare oceani, balene, foreste, ambiente Greenpeace Italia ha utilizzato 2 milioni 349.000 euro, meno di quanto spenda per pubblicizzarsi e cercare nuovi iscritti: 2 milioni 482.000 euro.”
Dati bilancio 2011.

“Dalla vendita delle azalee Airc (Associazione italiana ricerca sul cancro) ha ricavato 10 milioni di euro. Per organizzarne la vendita ne spende quasila metà, circa 4 milioni.”
Dati bilancio 2011.

“Ho capito che la povertà è un prodotto, che viene venduto come altri prodotti, promuovendo costose analisi di mercato, organizzando campagne stampa, sbattendo spesso il volto di un bambino, preferibilmente affamato o sfigurato o impaurito, sullo schermo di un televisore o a tutta pagina su un quotidiano.”

“Il 66 per cento di tutte le donazioni che sono state fatte nel mondo non sono state investite per la gente di Haiti, ma per il funzionamento delle ong. Alcune hanno comprato fuoristrada da 40-50.000 dollari e il 20 per cento delle donazioni e andato in stipendi del personale delle organizzazioni.”
Evel Fanfan, presidente di Aumohd (Action des unités motivées pour une Haiti de droit), organizzazione di avvocati che dal 2002 si occupa della difesa dei diritti umani e civili della popolazione di Haiti.

“Sarà un caso ma in occasione delle settimane della moda a Milano ai giornalisti accreditati arrivano decine di inviti a serate che promuovono villaggi scuola in Burundi, ospedali per l’infanzia in Mali, ma mai una volta che sui cartoncini siano impressi nomi come l’Opera di san Francesco, dove ogni mattina si mettono in fila i senzatetto… Quella ai poveri locali sarebbe una specie di carità a km zero, ma sfortunatamente non tira.”

“Questo è un sistema assurdo, ci sono tantissimi soldi che girano senza che cambi nulla.Le organizzazioni sono tutte in lotta fra loro, lotta spietata per i fondi.”
Viviana Salsi, trentenne milanese con diverse esperienze come cooperante internazionale.

Valentina Furlanetto è giornalista. Ha lavorato per “Uomini & Business” e “Affari e Finanza”. Da più di dieci anni fa parte della redazione di Radio 24 – Il Sole 24 Ore occupandosi prevalentemente di economia e temi sociali. Ha condotto alcune trasmissioni radiofoniche dedicate al non profit come SENZA FINE DI LUCRO (2003–2006), ASCOLTO (2006– 2008) e FIGLI DI UN DIO MINORE (2008–2010), oltre alla rubrica PAESE SOMMERSO sull’evasione fiscale. È autrice del libro SI FA PRESTO A DIRE MADRE (Melampo Editore 2010), un’inchiesta narrativa sulla maternità in Italia.

:: Liberi di Scrivere terza edizione – La premiazione

16 gennaio 2013

Primo classificato:

Occhi viola di Fabio Mundadori (Ego edizioni, 2012)

Secondo classificato:

Roma per sempre di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera, 2012)

Terzo classificato:

Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby&Work, 2012)

Menzione speciale per la migliore traduzione:

Fabio Gamberini

per la traduzione di

The prestige – Christopher Priest  – (Miraviglia ed., 2012)

:: Recensione di Luther di Neil Cross (Rizzoli, 2013) a cura di Stefano Di Marino

15 gennaio 2013

lutherCredo che la serie televisiva britannica Luther sia tra le preferite degli appassionati di ‘nero criminale’ moderno. Io l’ho adorata. Il romanzo di Neil Cross (che è anche sceneggiatore dei testi nonché romanziere di suo) lo avevo letto questa estate in originale. La combinazione prezzo allettante, Cover che ripropone piacevolmente lo stile delle locandine disegnate con una efficace rappresentazione dell’eponimo protagonista interpretato da Idris Elba, e la indiscutibile constatazione che di buono sta uscendo davvero poco mi hanno convinto all’acquisto. Sono purtroppo passati da molto i tempi in cui avevo tempo di rileggere i libri ma, complice un uggiosissimo week end, ho cominciato a sfogliare il volume… e l’ho riletto sino in fondo con estremo  piacere. Prima di tutto è un  prequel, viene cioè prima dell’inizio della serie tv. Senza spoilerare la cosa è evidente dal ruolo di alcuni personaggi chiave nella vita del  protagonista sin dalle prime pagine. Ma il meccanismo è molto più complesso, perché la storia prende corpo autonomamente, avvincente, terribile se vogliamo e solo nelle ultimissime pagine troviamo il nesso con quanto visto in televisione. In breve un romanzo da assaporare anche se non si è vista la serie  e godibilissimo per chi ha preso confidenza con i personaggi. La scrittura è secca, al presente, fatta di frasi brevi. Essenziale. Pochissime le annotazioni sui pensieri dei personaggi. Si qualificano per quello che dicono e che fanno. Intanto la vicenda va avanti seguendo rivoli differenti che s’intrecciano poi in un unico fiume. Il senso del Destino, benché non invocato incombe. Luther è quello che è in virtù di se stesso, dell’ambiente che lo circonda e del caso che segue. Intorno una Londra non certo swinging, cupa, umida e dolente. Emergono realtà disperate, depravate a fianco di altre benestanti, borghesi ma non certo al sicuro da quella noirceur che pervade l’intera storia. Dialogi serrati e realistici, azione rapida, descritta con proprietà di linguaggio, scenica ma non scevra dalla cura che va messa in un  libro. Non una novelization, un romanzo vero. Intenso. E’ la Londra degli sbirri,quelli ossessionati dal proprio dovere, quelli stanchi, quelli corrotti, quelli contaminati dal lerciume in cui camminano. Gangster, combattimenti clandestini, centri sociali, mille depravazioni ,l’aspirazione a qualcosa di migliore che sembra sempre, dannatamente, fuori portata. Curiosamente nel testo non vi sono connotazioni razziali. Che Luther sia nero lo sappiamo dalla cover, dal suo interprete televisivo, prima che l’autore lo dica, quasi distrattamente, passano molte pagine. Perché, fondamentalmente, Luther è uno sbirro. Uno che vuole giustizia a tutti i costi. E questo è proprio il problema.

Neil Cross è autore di diverse e fortunate serie televisive tra cui Luther, trasmessa in Italia da Fox Crime. Per Rizzoli ha pubblicato I resti di lei, ora disponibile in BUR.

:: Segnalazione di La porta del paradiso di Alfredo Colitto (Piemme, 2013)

14 gennaio 2013

image002“Colitto è uno degli autori italiani di romanzi storici più interessanti.”
La Repubblica

“La porta del paradiso è una porta su una storia appassionante, intelligente e divertente.
I personaggi storici di Colitto respirano davvero”.
Don Wislow

“Un’avventura che profuma di oceano e di luoghi lontani,
un magistrale affresco d’intrighi e d’amore”.
Marcello Simoni

Dal 1300 al 1600, dalle calli e dai canali dell’oscura Venezia medievale de Il libro dell’angelo, a una Napoli splendida e sordida a cui fa da contraltare tutta la suggestione del Messico coloniale nel periodo in cui in Europa infuria la guerra dei Trent’anni.Lasciato indietro il medico bolognese Mondino de’ Liuzzi e la sua serie (prima de Il libro dell’angelo 2011, Cuore di ferro 2008 e I discepoli del fuoco), Alfredo Colitto torna con La porta del paradiso.
Non un thriller questa volta – se già il genere thriller stava stretto al precedente, come scrisse l’Unità, “un libro al crocevia tra avventura, religione, amore, politica, spionaggio” secondo Il Giornale -, ma un romanzo storico che strizza l’occhio all’avventura nella migliore tradizione dei grandi romanzieri francesi, incalzato com’è da appassionanti vicende tra Europa e Sudamerica, l’incontro tra culture diverse e rocamboleschi viaggi per mare.  Un intreccio – anzi due, quello napoletano e quello messicano – che abbraccia un decennio di storia e di emozioni, positive e negative: l’amore, l’affetto, l’amicizia, la vendetta, l’avidità, il rancore. E se il thriller medievale ha fatto di Colitto uno scrittore sempre più amato dalla critica e dai lettori, oltre che un autore internazionale tradotto in sette lingue e pubblicato in ben ventuno paesi (dall’Inghilterra all’Irlanda alla Francia alla Germania alla Spagna, arrivando fino in Brasile, Serbia e Turchia, più Messico, Argentina, Cile, Perù e Canada, e poi ancora Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, India, Indie Occidentali, Giamaica, Hong Kong e Singapore), La porta del paradiso – romanzo autonomo rispetto ai precedenti-, nasce proprio dal desiderio di raccontare una storia di più ampio respiro per scrivere la quale Colitto si è trasferito a Napoli, città che più di altre ha vissuto il peso della dominazione coloniale. “Mi affascinava la possibilità – racconta lo scrittore -, di far vivere i miei personaggi nella cornice di splendore e miseria della Napoli del XVII secolo, dove i nobili vivevano al di sopra delle loro possibilità e il popolo era schiacciato dalle tasse imposte dagli spagnoli per finanziare la cosiddetta Guerra dei Trent’Anni”. Condizione che Leone Baiamonte, il giovane nobile protagonista, così come altri personaggi, vive sulla sua pelle trovandosi a interagire anche con personaggi storici reali, come Masaniello e don Giulio Genoino. Baiamonte attraverserà poi l’oceano a bordo di un galeone spagnolo della Flota de Indias approdando in Messico con l’intenzione di sfruttare una miniera d’argento scoperta da uno zio missionario. È la genesi delle due storie parallele, quella messicana e quella napoletana, che per un certo tempo si svolgeranno in parallelo per poi riunificarsi nei capitoli finali…  Mentre in Europa infuria la guerra dei Trent’anni, a Napoli il giovane nobile Leone Baiamonte scopre che la sua famiglia è stata rovinata da un perfido usuraio, Giorgio Terrasecca. Leone si assume il compito di risollevarne le sorti, ma macchiatosi di una grave colpa è costretto a lasciare la futura sposa Lisa e imbarcarsi su un galeone spagnolo diretto in Messico con una condanna a morte per omicidio che pende sulla sua testa. Laggiù, uno zio missionario ha scoperto una preziosa miniera d’argento e, pur inesperto, Leone ha accettato il suo invito a gestirla, confidando così di poter dare sostegno alla sua famiglia e serbando in cuore la segreta speranza di riabbracciare Lisa. Ma nel Nuovo Mondo l’odio della bella e potente Socorro, l’amore per un’indigena dagli occhi profondi e gli intrighi della Chiesa interferiranno con i suoi progetti, rendendo l’impresa molto ardua.

Alfredo Colitto è nato a Campobasso e vive a Bologna. È noto al grande pubblico soprattutto per i thriller storici pubblicati con Piemme che hanno come protagonista il medico Mondino de’ Liuzzi: Cuore di ferro, I discepoli del fuoco (vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di letteratura poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del premio Azzeccagarbugli 2011).

:: Recensione di Il mondo di Downton Abbey di Jessica Fellowes (Rizzoli, 2012)

13 gennaio 2013
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Giunta alla terza stagione, ma è già stata confermata la quarta, che si inizierà a girare a febbraio, e si parla anche di una quinta, Downton Abbey, serie tv in costume di culto in puro old british style, che ha raccolto ampi consensi sia di critica che di pubblico – e ben poche critiche negative, sebbene anche queste ci sono come è naturale che sia – è sicuramente un fenomeno di portata, e non sono ridicola nel dirlo, planetaria. Merito di tutto ciò va senz’altro alla strepitosa sceneggiatura di Julian Fellowes, alla bravura degli attori, su tutti l’ impareggiabile Maggie Smith nella parte di Lady Violet contessa madre di Grantham, alla certosina ricostruzione storica, dagli ambienti, Highclere Castle è sicuramente uno scenario di grande impatto, ai vestiti, ai cibi serviti, alle auto, tutte d’epoca e alcune davvero rare e di valore quasi inestimabile, e a quel pizzico di anarchica giustizia sociale che pone i personaggi dei piani alti allo stesso piano della servitù. Già in Gosford Park Julian Fellowes aveva dato prova di questa sua visione egualitaria delle classi sociali in barba al ceto e al censo, dando a volte le battute migliori ai personaggi più modesti e defilati. Lo scorso novembre Rizzoli ha pubblicato Il mondo di Downton Abbey – Dietro le quinte della serie TV ( The World of Downton Abbey – The Secrets and History Unlocked, 2011) tradotto da Ada Arduini, un dietro alle quinte delle prime due stagioni scritto dalla nipote di Julian Fellowes, Jessica Fellowes. Un libro davvero da collezione, impreziosito da centinaia di foto, sia del backstage che d’epoca, aneddoti, curiosità, commenti degli attori, frammenti dei dialoghi. Un piccolo tesoro, che è piacevole sfogliare e potrà interessare sia ai fan della serie che a coloro che amano la storia inglese. Il volume è diviso in nove parti: vita domestica, in società, trasformazioni, un destino da servitori, questioni di etichetta, la casa e la tenuta, amore e passioni, la Grande Guerra, e infine dietro le quinte. Che dire oltre ad essere piacevole da guardare, per le foto raccolte, e anche interessante da leggere. Tra le curiosità segnalo i menù dei tempi di guerra, le canzoni che si cantavano, la ricetta per lavare i capelli della signora Beeton (1861), un giorno nella vita di Daisy, la sguattera, e tanto altro. Il secondo volume The Chronicles of Downton Abbey – A New Era sempre scritto da Jessica Fellowes e questa volta da Matthew Sturgis, che narra il dietro alle quinte della terza stagione, è già uscito in Inghilterra edito dalla Harper Collins il 13 settembre 2012. Per chi volesse leggere un’ intervista a Jessica Fellowes rimando al sito Edwardian Promenade, un piccolo scrigno per chi ama l’epoca edoardiana.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Federica dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione di Quando lei era buona, Philip Roth (Einaudi, 2012)

13 gennaio 2013

quando leiQuando lei era buona, Philip Roth
Traduzione di Norman Gobetti

In questo romanzo tanto divertente quanto terrorizzante, assoluta protagonista è, caso unico nei romanzi di Philip Roth, una donna. Lucy Nelson reagisce alle ferite dell’infanzia con una rabbia ferocemente moralista: il suo desiderio di essere «buona», anzi di essere la piú buona di tutti, condurrà lei e chi la circonda al disastro.
Da bambina Lucy Nelson vede il padre alcolista finire in galera. Da quel giorno ha cercato di redimere qualunque uomo le capitasse intorno, per la rovina sua e dei suoi amanti. Quando Roy e Lucy iniziano a uscire insieme, lui lo fa perché sta cercando se stesso, lei perché non sopporta più una madre remissiva e un padre ubriacone. Si innamorano, o cosi credono. Quando Lucy cede alle estenuanti insistenze, alle canzoni romantiche e alle parole rassicuranti di Roy e “va fino in fondo”, rimane incinta. Da quel momento in avanti, come in una tragedia greca in cui, qualunque cosa si faccia, non si può sfuggire al destino, tutto precipita. Lucy non vuole ripercorrere le orme della madre, non vuole diventare la moglie di un uomo egoista, debole e fallito, ma si convince di essere già quel tipo di donna, trascinando il matrimonio – e se stessa – alla rovina. Uscito subito prima del Lamento dì Portnoy, questo terzo romanzo di Philip Roth contiene già tutto il sarcasmo, l’ironia tagliente, l’inquietudine morale delle opere della maturità. Ma possiede una caratteristica che lo rende una stella preziosa: è l’unico romanzo del maestro di Newark ad avere per protagonista una donna. Con Lucy, Roth consegna alla storia della letteratura un personaggio agghiacciante e commovente, incarnazione di una donna che lotta per non sprofondare nella propria follia.
Con i ritratti infallibili e precisi di Lucy e di Roy, il marito infantile e sfortunato, Roth ha creato un grande quadro della vita americana e dei suoi sentimenti, dei suoi desideri e dei suoi rancori, una visione allo stesso tempo spietata e piena di compassione.
Il terzo romanzo di Philip Roth, pubblicato nel 1967 e proposto oggi in una nuova traduzione, procede con la stessa ineluttabilità della tragedia greca.

«Quando lei era buona è un passo avanti rispetto alla maggior parte dei romanzi usciti in questi anni. Roth è uno scrittore serio, uno di quelli che volge le spalle alle mode e alle aspettative, uno capace di prendersi dei rischi. Per questo e per altri motivi Roth è uno dei pochi scrittori di oggi di cui valga la pena occuparsi in futuro».

Recensione originale del «New York Times»

«Una grande, poderosa tragedia, terribile come la vita».

Stanley Elkin

Un estratto

:: Recensione di Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson, Lyndall Gordon, (Fazi editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2013

emilyHo sempre sentito parlare di Emily Dickinson. Ho visto qualche volta il suo volto nei libri di letteratura, ma di questa poetessa, considerata una dei maggiori lirici del XIX secolo, non ho mai letto nulla. Di lei ne ho sempre sentito dire come di una figura femminile depressa, reclusa dal mondo e infelice. Poi, come una luce nel buio- e meno male –  è arrivato Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson di Lyndall Gordon. Il volume edito dalla Fazi è un’intensa biografia dedicata alla poetessa americana e al mondo nel quale visse. Il lavoro della Gordon avvicina noi lettori alla poesia e al senso intimo dei versi di Emily. I suoi componimenti poetici sono formati da un linguaggio semplice, essenziale che non si perde in inutili fronzoli, perché nella purezza delle parole scelte la poetessa americana metteva il ribollire magmatico delle sue emozioni. Da un lato, Lyndall Gordon ci racconta la storia di una figura femminile sensibile e innovativa nel suo modo agire e pensare, un carattere umano che trovò nella poesia lo strumento più adeguato per esprimere il suo profondo sentire. Dall’altro lato, l’autrice ci accompagna nell’universo privato di Amherst, dentro agli Evergreens, per scoprire gli intricati legami di parentela, amicizia e conoscenza tra Emily e gli altri abitanti della tenuta. C’è l’intenso rapporto di Emily con il fratello Austin, accanto ad esso si sviluppa l’intima – per qualcuno anche troppo-  relazione di amicizia e confidenza con Susan, moglie di Austin, cognata della poetessa e destinataria di alcune poesie composte da Emily stessa. E che dire di Mabel Todd, una donna colta che irrompendo nella famiglia Dickinson provocherà una irreparabile crisi  tra Austin e Susan – nota anche come Sue- e seminerà zizzania tra i vari membri di casa Dickinson. Proprio Mrs Todd (ossessionata dalla clan Dickinson e dalla poetessa) riuscirà grazie al sostegno di Lavinia – l’altra sorella di Emily – a dare il via nel 1890 alla pubblicazione delle poesie della scrittrice, mettendo in circolazione interpretazioni poetiche e fatti relativi al vissuto della autrice di Amherst non del tutto corrispondenti al vero. Ciò che colpisce di Come un fucile carico è il tramandarsi nel tempo delle lotte per i diritti di pubblicazione e di possesso dell’ immensa produzione di Emily (circa 2000 poesie alle quali vanno aggiunte le lettere e i frammenti in prosa). Una vera guerra legale-editoriale che si trasmetterà di generazione in generazione, fino agli anni ’50 del XX secolo. Eventi e false dicerie architettate con una cinica furbizia, che alimentarono l’immagine di una Emily passiva, sconfitta in amore ed esclusa dal mondo. Questa nuova e ricca biografia di Lyndall Gordon riscatta Emily. Il libro è il frutto di un accurato lavoro di ricerca e indagine compiuti per fare un po’ di chiarezza e sfatare i falsi miti lasciati in eredità dalla storia. Le pagine di Come un fucile carico scorrono via veloci facendo entrare chi legge nelle intricate e continue faide tra i parenti e le persone vicine ad Emily, assumendo in questa maniera la natura di un vero romanzo giallo.  Inoltre, queste parole biografiche ci permettono di avere informazioni utili sul materiale affettivo e umano dal quale presero vita le tante poesie di Emily. Saranno anche 531 pagine, ma la lettura è così fluida e avvincente da renderci partecipi dei sentimenti che ribollivano come lava incandescente nell’animo di Emily Dickinson e che hanno riempito la sua vita di emozioni così intense da renderla simile ad un fucile carico. Prefazione di Nadia Fusini. Traduzione di Marilena Renda.

Lyndall Gordon è originaria di città del Capo. Ha studiato Storia e Letteratura Inglese nella sua città natale e Letteratura Americana del XIX secolo alla Columbia University di New York. Oggi insegna Letteratura Inglese ad Oxford. È autrice di importanti biografie letterarie amata da pubblico e critica, tra le quali si ricordano quella dedicata a Virginia Woolf (Virginia Woolf: A Wrtier’s Life) e Charlotte Brönte (Charlotte Bronte:A Passionate Life) vincitrici di premi letterari. Da ricordare anche nel 1999 la pubblicazione dedicata a T.S. Eliot dal titolo T.S. Eliot, An imperfect Life, scritta dopo aver raccolto e ricercato materiale per venti anni. Per conoscere meglio Lyndall Gordon e la sua produzione http://www.lyndallgordon.net.

:: Segnalazione di Limonov di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2012)

11 gennaio 2013

limonovLimonov, Emmanuel Carrère
Traduzione di Francesco Bergamasco

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro. E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre. Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall’amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il «duro metallo di cui è fatta la sua anima», Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che suscitano rispetto. Ed è senza mai chiudere gli occhi che Emmanuel Carrère attraversa questa esistenza oltraggiosa, e vi si immerge e vi si rispecchia come solo può fare chi, come lui, ha vissuto una vita che ha qualcosa di un «romanzo russo».

Emmanuel Carrère è nato il 9 dicembre del 1957 a Parigi e si è diplomato all’Istituto di Studi Politici di Parigi. È il figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d’Encausse, e fratello di Nathalie Carrère e Marina Carrère d’Encausse. I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per Positif e Télérama. Il suo primo libro, Werner Herzog, è stato pubblicato nel 1982. Il suo esordio come romanziere risale al 1983: è L’amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo, invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti. Sceneggiatore e regista, nel 2005 ha tratto un film da un suo romanzo degli anni ottanta, Baffi. Nel 2011 la sua opera biografica Limonov ha ottenuto il Prix Renaudot.

:: Segnalazione di Il sospetto di Chris Pavone (Piemme, 2013)

8 gennaio 2013

566-2238-6 fascettaIl sospetto – Chris Pavone
Traduzione di Alfredo Colitto
Piemme, 2013

I segreti sono sempre stati la specialità di Kate. Il suo mestiere. Ma ormai sono diventati un carico troppo ingombrante, un peso ingestibile. E così, quando suo marito Dexter le annuncia di avere accettato un impiego in Lussemburgo, Kate decide di dare le dimissioni e trasferirsi insieme a lui e ai figli in un altro continente. È convinta di potersi lasciare il passato alle spalle, di non dover più nascondere a nessuno – marito compreso – la verità sul suo lavoro, fatto di missioni in America Latina, false identità, messaggi in codice. Ed esecuzioni a sangue freddo. Nella vecchia Europa, le giornate trascorrono tranquille e un po’ monotone, tra incombenze da casalinga a tempo pieno e pause caffè con ricche espatriate. Intanto, Dexter brilla per la sua assenza, assorbito in quel progetto che avrebbe dovuto essere poco impegnativo, per un cliente che a Kate non è dato conoscere. E mentre lui è sempre più distante ed evasivo, nella loro vita entra un’altra coppia di americani: molto affascinanti e molto espansivi. Troppo espansivi, forse, per essere sinceri. Lentamente, il dubbio s’insinua nella mente di Kate. Il dubbio che il passato sia tornato a cercarla. O che si tratti addirittura del passato di Dexter: l’uomo che lei aveva ritenuto al di sopra di ogni sospetto e che ora sembra invece avvolto da un misterioso cono d’ombra. Kate, che si credeva maestra indiscussa del doppio gioco, si rende conto che qualcuno la sta sfidando nel suo territorio.

Leggi un capitolo gratis

Chris Pavone, cresciuto a Brooklyn, si è laureato alla Cornell University e ha lavorato per quasi vent’anni come ghostwriter e come editor. Insieme alla sua famiglia, è tornato recentemente a vivere a New York, dopo un breve periodo trascorso nella Città di Lussemburgo. È proprio nei caffè della piccola capitale europea che ha iniziato a scrivere Il sospetto, il suo primo romanzo: bestseller negli Stati Uniti, è ora in corso di pubblicazione in molti altri paesi.

:: Segnalazione di L’angelo Esmeralda di Don DeLillo (Einaudi, 2013)

8 gennaio 2013

deLilloDon DeLillo – L’angelo Esmeralda
Traduzione di Federica Aceto
Einaudi, 2013

Dopo quindici romanzi, Don DeLillo raccoglie in un unico, prezioso volume tutti i racconti scritti negli ultimi trent’anni. Nove gemme che indagano i temi a lui piú cari, con una prosa impeccabile e la capacità inconfondibile di leggere in anticipo i cambiamenti piú inquietanti della nostra società.
Nel racconto che dà il nome alla raccolta due suore fanno volontariato lungo le strade di una New York degradata e senza speranza, in cui i bambini vivono soli e muoiono prima di diventare adulti. Quando su un muro, dipinto da alcuni writer in omaggio ai bambini scomparsi, appare il volto di Esmeralda, una ragazzina violentata e uccisa, decine di persone accorrono per assistere a quello che pare essere un vero e proprio miracolo.
Con una prosa sobria e inconfondibile – come i rettangoli di colore di Rothko o gli schizzi di Pollock – i racconti di DeLillo spaziano nelle ambientazioni e nei personaggi (dal «suo» Bronx allo spazio siderale in cui orbitano due astronauti, dalla Grecia ai Caraibi), ma toccano tutte le tematiche che, nel corso degli anni, hanno acquisito l’inconfondibile gusto «delilliano»: il nostro desiderio di violenza, l’attrazione per i disastri, il potere del linguaggio di ridefinire il mondo e il cuore degli uomini. Nove pezzi brevi e magistrali che confermano DeLillo come il maestro dell’oggi.

Recensione di Martin Amis su The New Yorker

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner.

:: Recensione di Il libro dei sussurri, Varujan Vosganian, (Keller editore, 2011) a cura di Viviana Filippini

7 gennaio 2013

sussurriLa memoria è fondamentale. L’atto del ricordare gli eventi del tempo trascorso è un’importante azione per non dimenticare chi ha vissuto, lottato e agito. La memoria e il tramandarla ai posteri è l’essenza de Il libro dei sussurri di Varujan Vosganian, una vera  e propria perla letteraria del catalogo dell’editore indipendente Keller di Rovereto. Vosganian è uno scrittore dalle attività molteplici e oltre a quella di politico, economista e docente universitario è anche autore di vari libri. Il libro dei sussurri  è un romanzo intimo che restituisce al lettore la vita degli armeni nella Romania negli anni ’50, ma allo stesso tempo ci conduce in un salto temporale a ritroso nel tempo, grazie ai ricordi d’ infanzia trasmessi all’autore dal nonno Garabet attraverso  i tanti racconti di vita sussurrati. Il lavoro di Vosganian è una storia ricca di fatti e persone all’interno del quale si mescolano l’esistenza di un io singolo e della sua famiglia e quella di un popolo – gli armeni – vittime di una diaspora e del tremendo genocidio che li travolse nel 1915. La storia nasce nelle viuzze della piccola città rumena di Foçsani quando lo sguardo innocente di un bambino – Varujan Vosganian – osserva il mondo attorno a sé respirandone gli aromi, guardandone i colori, ascoltandone i suoni e le parole delle tante persone che frequentavano la sua casa. Senza ombra di dubbio un ruolo fondamentale nella narrazione sussurrata oltre a quello dell’autore – il cui sguardo si evolve e cresce con lo svilupparsi temporale degli anni narrati – è quello di nonno Garabet e degli anziani che con lui parlano del mondo di ieri e di oggi (nel quale i protagonisti vissero), nascosti dentro ad una cripta per potersi scambiare liberamente le proprie opinioni e giudizi sulla società dove abitavano e sul mondo a loro contemporaneo. Pareri detti sottovoce, lontano da occhi indiscreti per il timore delle conseguenze derivanti da essi. Il libro dei sussurri è la storia di una famiglia e allo stesso tempo quella di un popolo- gli armeni- alla ricerca dell’autonomia e della libertà. Una popolazione purtroppo finita vittima di raggiri e intrighi sociali, economici e politici  derivanti da alleanze che promettevano la libertà, ma che poi non la concessero mai (vedi per esempio le conseguenze dei legami con i regime bolscevico prima e nazista poi). Le voci, le storie, i personaggi dei quali Vosganian ci narra sono un vero e proprio viaggio nella Storia e nelle umili e quotidiane esistenze vissute dei tanti uomini che oltre a fare la grande storia la subirono. Nel corposo volume dell’autore di origine armena si alternano donne, contadini, commercianti, militari, generali, tutti uniti nella ricerca fervente della libertà e dell’adeguato vivere. Il libro dei sussurri è un romanzo corale e sussurrato a noi con delicatezza da Vosganian, nel quale il passato rivive con la sua umanità eroica e sconfitta (il capitolo VIII fa un elenco tragico di alcune delle vittime del brutale genocidio armeno) facendo compiere al lettore un viaggio nella sfera spirituale e pubblica di una famiglia e di un popolo che hanno vissuto, agito e sofferto in nome della libertà e della desiderata indipendendenza. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia.

Varujan Vosganian è nato nel 1958 a Craiova da una famiglia di origine armena emigrata in Romania dall’antico Impero ottomano dopo il genocidio contro gli armeni del 1915. Personalità complessa, Vosganian è scrittore, politico, economista, matematico, professore universitario. È stato Ministro dell’Economia e delle Finanze, è presidente dell’Unione degli Armeni di Romania e primo vicepresidente dell’Unione degli Scrittori di Romania. Tra il 2006 e il 2008 è stato Ministro dell’Economia e del Commercio e, attualmente, è membro del Parlamento come senatore. Tra le sue opere si annoverano tre volumi di poesia Lo sciamano blu (1994), Il bianco occhio della regina (2001), Gesù dalle mille braccia (2004) e la raccolta di racconti La statua del Comandante (1994) che ha ricevuto il Premio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest. Il romanzo Il libro dei sussurri, in fase di traduzione in numerose lingue, lo ha consacrato come scrittore sia per il successo di critica e vendite in libreria sia per l’interesse suscitato sul piano internazionale. Numerosi sono i riconoscimenti concessi al romanzo e all’autore tra cui il Premio Libro dell’anno (2009) della rivista «România literară», il Premio “Mihail Sadoveanu” per la prosa della rivista «Viaţa Românească» (2009), il Premio per la prosa e il Premio dei lettori della rivista «Observatorul Cultural» (2009), il Premio della rivista «Convorbiri literare» (2010), il Premio BestSeller della Fiera del Libro “Librex” di Iași (2010) e il Premio per la prosa della rivista spagnola «Niram Art» (2010).