Grazie Romano per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Romano De Marco? Definisciti in tre aggettivi e presentati ai nostri lettori.
Ciao Giulia e grazie a voi per l’ospitalità. Definirmi in tre aggettivi? Beh, come lettore direi “appassionato”, come autore “rispettoso” e come persona… “sincero”.
Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.
Sono nato e cresciuto in Abruzzo, ho un percorso di studi prevalentemente tecnici e ho lavorato per dieci anni nel campo dell’edilizia come progettista e direttore di grandi cantieri. A metà degli anni novanta il passaggio in una banca, dove mi sono occupato del settore tecnico, per poi diventare esperto di sicurezza. Attualmente sono Chief Security Officer in un Istituto di credito collegato a un grande gruppo bancario. La mia infanzia è stata un lungo, ininterrotto viaggio nella fantasia, coltivata dalla lettura di libri e fumetti e dalla visione di tanti film, in un continuo elaborare di storie che non avrei mai immaginato, un giorno, di poter raccontare.
Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?
Sinceramente fatico ancora a definirmi tale. L’attimo in cui ho deciso di misurarmi in qualcosa che potesse essere rivolto a un ipotetico pubblico di lettori, è stato quando un grande scrittore contemporaneo, Raul Montanari, ha espresso apprezzamento per un mio racconto. Un testo nato quasi per gioco, nell’ambito di un esperimento condotto da me e altri amici su un forum di lettori che frequentavo una decina di anni fa. Il forum si chiama Emozionalia e, anche se non lo frequento più, rimane una tappa fondamentale del percorso che mi ha condotto fino a qui.
Parlaci del tuo debutto. Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione. Hai fatto fatica a trovare un editore?
Tutto sommato devo dire di non aver fatto molta fatica, perlomeno al debutto. Mandai il mio primo romanzo (in realtà era il secondo, perché il primo finì dritto in un cassetto dove ancora si trova…) al premio Alberto Tedeschi, il concorso che il Giallo Mondadori organizza ogni anno in memoria del fondatore della storica rivista. Non vinsi, ma ricevetti, dopo un paio di mesi, la telefonata di Sergio “Alan D.” Altieri, all’epoca editor delle collane Mondadori da edicola. Sergio era ed è uno dei miei autori preferiti e inizialmente pensai a uno scherzo di qualche amico… Invece era proprio lui. Mi disse che aveva letto e apprezzato il mio romanzo e mi propose di pubblicarlo nel Giallo.
Hai esordito nel 2009 nel Giallo Mondadori, con il romanzo “poliziottesco” Ferro & fuoco, ripubblicato proprio quest’anno da Pendragon. Cosa hai provato appena hai firmato il tuo primo contratto?
La firma del contratto fu una esperienza indimenticabile, una emozione grandissima, soprattutto per un lettore “forte” come me (all’epoca leggevo almeno 50 libri l’anno). Provai la sensazione tangibile di passare “dall’altra parte”, peraltro in una collana che aveva ospitato, negli anni, tutti i più grandi autori mondiali di genere. Fu davvero una gioia indescrivibile
Affronti un genere molto particolare che mischia l’action più pura, tipica di tanta letteratura americana, con influenze tipicamente italiane come il poliziottesco anni 70, un genere più cinematografico ma anche letterario, mi viene in mente Giorgio Scerbanenco e il suo I milanesi ammazzano al sabato e non solo. Quali sono le tue influenze letterarie, gli scrittori da cui hai più imparato?
Per molti anni ho letto moltissimi romanzi di genere “mistery” (una definizione che, all’estero, raccoglie tutti i nostri “noir”, “giallo”, “thriller” ecc..) prediligendo gli stranieri. Oggi le mie preferenze di lettura sono cambiate completamente, ma devo riconoscere che autori come Harris, Crais, Child, ma anche classici come Stark, Spillane, Chandler, hanno avuto una fondamentale influenza sul mio immaginario e sul mio modo di raccontare.
Molto devi anche al cinema, ad una parte della produzione televisiva che privilegia una angolatura molto realistica dell’azione, un ritmo sincopato, dialoghi secchi e incisivi, una certa durezza ma priva di volgarità. Cosa hai imparato dalle sceneggiature cinematografiche?
Sono un grandissimo appassionato di serie televisive (soprattutto quelle americane dell’ultimo ventennio, ma anche i “cult” degli anni 60 e 70), nonché cultore del cinema poliziesco, italiano ed estero. I miei romanzi nascono più da suggestioni visive che narrative, forse per questo spesso mi sento dire che leggere le mie cose equivale a guardare un film. Qualche addetto ai lavori mi ha anche assicurato che i miei romanzi sembrano vere e proprie sceneggiature, già belle e pronte per essere trasformate in fiction…
Per esperienza che differenza c’è tra le pubblicazioni da edicola e da libreria? Hai la percezione che gli scrittori che pubblicano in edicola siano ghettizzati o penalizzati?
Sicuramente poter esordire nel Giallo Mondadori è stato per me un vantaggio. La tiratura (mai inferiore alle quindicimila copie) e la distribuzione pressoché capillare in tutta la penisola, assicurano una immediata popolarità. D’altra parte, c’è l’handicap che il romanzo resta visibile per un solo mese, dopodiché scompare e lo si può reperire solo al servizio arretrati o, magari, su qualche bancarella. Conosco personalmente alcuni bravissimi autori italiani che sono tuttora effettivamente penalizzati dal pubblicare abitualmente in edicola. Per alcuni editori, infatti, l’eccessiva identificazione dei lettori in un circuito diverso da quello delle librerie, costituisce un limite.
Nel 2011 è uscito Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in Giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. Ce ne vuoi parlare?
Beh, un romanzo che, senza falsa modestia, definirei particolarmente ispirato. Rispetto a Ferro e fuoco ho voluto dare più spazio alla psicologia dei personaggi, cercando di esplorare la cosiddetta “seduzione del male” intesa come spinta, da parte del lettore, a immedesimarsi con un personaggio negativo. Un romanzo che deve molto a una serie televisiva statunitense di grande successo, THE SHIELD, andata in onda dal 2002 al 2007 e che ha cambiato profondamente il mio modo di intendere il genere poliziesco.
Il romanzo è stato scelto da Eraldo Baldini per la collana di narrativa da lui diretta per l’editore Foschi di Forlì. Ho avuto l’onore di avere la prefazione di questo grande autore e di ricevere personalmente da lui parole di grande apprezzamento. Un riconoscimento che mi porterò per sempre dietro come un bagaglio prezioso nella mia esperienza di narratore.
Purtroppo la distribuzione del romanzo è stata molto scarsa (ne sono state stampate solo mille copie) e la promozione praticamente nulla. E’ un limite della micro editoria che penalizza spesso opere che meriterebbero un maggior risalto. Una bella soddisfazione, comunque, è stata vincere il premio Lomellina in giallo, nella sua seconda edizione svoltasi a settembre del 2012.
Partecipi a numerose presentazioni, incontri, rassegne. C’è un aneddoto particolarmente curioso legato a questi avvenimenti che ti va di raccontarci?
Per un autore alle prime armi, abituato a misurarsi con gli scarsi mezzi delle piccole case editrici, impegnarsi in prima persona nella promozione è praticamente un dovere. Per questo partecipo a qualsiasi evento mi propongano girando l’Italia in lungo e in largo a mie spese. Lo considero una sorta di investimento su me stesso.
Riguardo all’aneddoto… beh, forse quella sera che, dopo il lavoro, partii alla volta di Forlì per una presentazione di Milano a mano armata condotta da Eraldo Baldini. Tre ore di macchina per arrivare e scoprire che… Baldini aveva dato forfait. Nonostante la delusione, la presentazione, condotta dalla editor della Foschi, andò ugualmente molto bene. E le tre ore di macchina del ritorno furono, tutto sommato, accettabili…
Collabori con il blog Thriller Magazine. Cosa pensi del fenomeno dei blog letterari? Quali segui più spesso?
Considero i blog una bella occasione di confronto e di informazione e una valida alternativa ai canali “istituzionali” (stampa e TV) a disposizione degli autori che vogliano farsi conoscere e propagandare le proprie cose. Seguo Thriller Magazine da anni e ho accolto con grande piacere la proposta di collaborazione avanzata, circa un anno fa, dall’amico Lucio Teini, grandissimo esperto di letteratura di genere e cinema (praticamente una enciclopedia vivente).
Ci sono degli autori esordienti che segnaleresti e che ti hanno particolarmente colpito?
L’anno scorso rimasi folgorato dal romanzo Tiratori scelti di Emmanuele Bianco (Fandango) consigliatomi dall’amico Mauro Marcialis. Quest’anno ho molto apprezzato Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi, che ho trovato molto nelle mie corde. Ma in questo caso, la garanzia del laboratorio di scrittura Sabot age e di Massimo Carlotto lasciavano già presagire un prodotto di grande qualità.
Romano De Marco e il mondo del fumetto. Cosa leggi? Cosa ti infastidisce?
Quello col fumetto è un amore nato quando ancora frequentavo le elementari. Ho letto e collezionato di tutto, da Topolino a Zagor a Diabolik, a Skorpio e Lancio Story che portarono in Italia i grandi autori sudamericani. Ma la mia passione è stata e rimane quella per i supereroi statunitensi. Al top delle mie preferenze ci sono il Nick Fury di Jim Steranko, lo Shang Chi di Paul Gulacy, il Batman di Neal Adams e il Punisher di Garth Ennis.
Una cosa che sopporto poco è il tipo di serialità della Bonelli (con tutto il rispetto per quello che questo editore ha fatto e fa per il fumetto in Italia). Penso che, alla lunga, molti personaggio interessanti siano stati “fagogitati” da una visione limitata della continuity che ha impedito di innescare un meccanismo di sana evoluzione che forse avrebbero giovato a “mostri sacri” come Tex, Zagor o Dilan Dog
Il 7 gennaio 2013 sarà la volta di A casa del diavolo per Fanucci, che, tra l’altro, inaugura una nuova collana che si chiamerà Nero Italiano. Puoi anticiparci qualcosa della trama?
A casa del diavolo è la mia grande occasione. E’ il passaggio dalla micro editoria a un editore medio grande molto intelligente e lungimirante, ovvero Sergio Fanucci, che investe sugli autori e sui romanzi in cui crede. La storia si discosta da quelle che ho raccontato fino ad ora perché non è poliziesca. Si tratta di un “noir”, ma forse è più giusto definirlo una sorta di “thrilling” Argentiano. Un giovane bancario in carriera subisce un trasferimento punitivo in un piccolo paese di montagna dove dovrà gestire, da solo, la filiale più piccola della sua banca. Ben presto, quello che sembrava un paese tranquillo e sonnolento, si rivelerà essere un vero e proprio covo di vipere che cela inquietanti misteri e spaventosi segreti. Segreti che il protagonista della vicenda proverà a svelare, ritrovandosi irrimediabilmente invischiato in una trappola mortale. E’ un romanzo che riserva sorprese clamorose che sfido qualunque lettore ad anticipare prima dell’ultima pagina…
Nella primavera del 2013 uscirà con Pendragon Codice di ferro, il seguito Ferro & fuoco. Ce ne vuoi parlare?
Codice di Ferro è nato nel 2008, come secondo capitolo di una serie che avrebbe dovuto soggiornare stabilmente sul Giallo Mondadori, secondo un progetto dello stesso Altieri. Purtroppo le cose andarono diversamente, le collane da edicola della Mondadori subirono vistosi tagli, molti titoli esteri già acquisiti furono dirottati sul Giallo e, a farne le spese, furono una ventina di titoli italiani fra i quali il mio. Nel 2011, l’editore Pendragon di Bologna ha voluto acquisire entrambi i romanzi per rilanciare la serie in libreria. Codice di Ferro, quindi, uscirà questa estate, anche se a Ferro e Fuoco non sono stati riservati la promozione e la visibilità che speravo. Dal riscontro che avrà la pubblicazione di Codice di Ferro dipenderà il proseguimento o meno di questa serie che amo molto ma che preferisco interrompere piuttosto che relegare a un semi-anonimato.
Hai pubblicato anche alcuni racconti su antologia, l’ultima è Le prince noir di Aìsara dedicata allo scrittore André Helena. Ispirarsi a Helena per uno scrittore deve essere un esperienza affascinante e nello spesso tempo impegnativa e che incute un po’ di paura, almeno a me l’ha fatta quando mi sono cimentata. Tu come ti sei regolato per il tuo racconto? Quale romanzo di Helena hai scelto?
Il romanzo di Helénà, in realtà, mi è stato assegnato. Si tratta di Divieto di soggiorno che ho letto in due giorni e molto apprezzato. Il curatore della raccolta, Alessandro Greco, ha scelto di lasciare ampia libertà di “manovra” agli autori coinvolti, non ponendo limiti di collocazione spazio-temporale ai racconti, chiedendo solo di salvaguardare lo “spirito” e alcune suggestioni di base presenti nei romanzi originali. Grazie a questa premessa, ho potuto muovermi in un ambito a me molto congeniale, ovvero quello del poliziesco d’azione ambientato a Milano nell’attualità. Ciò che ho riportato fedelmente, nel mio racconto, è stata la visione di Hélenà del rapporto fra poliziotto e informatore, un legame che nasce da un presupposto negativo, quello del ricatto, e che spesso sfocia in conseguenze drammatiche.
Anticipo, comunque, che i personaggi del racconto mi sono rimasti talmente nel cuore da diventare i protagonisti del mio prossimo romanzo (quello che, se tutto va bene, vedrà la luce nel 2014). E la storia narrata in Divieto di soggiorno fungerà proprio da antefatto al romanzo stesso.
Scrivi articoli per le riviste Action, diretta da Stefano Di Marino e Writer’s Magazine Italia, diretta da Franco Forte, entrambe edite da Delos Books. Ci vuoi parlare di queste esperienze?
Oltre ai romanzi, provo molta soddisfazione nello scrivere articoli e brevi saggi sugli argomenti dei quali mi ritengo esperto, ovvero il cinema, le serie televisive, la narrativa di genere, i fumetti. Per Action grazie all’amico Stefano Di Marino, ho scritto un saggio sull’attore Maurizio Merli, indimenticata icona del genere “poliziottesco”, mentre su Writer’s Magazine intervisto gli autori dopo aver recensito i loro ultimi romanzi. Fino ad oggi è stata la volta di Mauro Marcialis, Raul Montanari e Enrico Pandiani. Collaboro anche con le collane del Giallo Mondadori, sulle quali, fino ad ora, sono stati pubblicati tre miei articoli. Il primo sullo scrittore Richard Stark (pseudonimo di Donald Westlake) il secondo sulla nascita del genere cinematografico poliziesco in Italia e il terzo sulle differenze fra la serie di romanzi di Dexter, di Jeff Lindsay e la omonima serie televisiva.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Ho appena finito Esercizi sulla madre di Carrino e sto per iniziare Chiamate telefoniche di Roberto Bolano.
Infine per concludere questa intervista, ringraziandoti della disponibilità, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Ho appena ultimato l’editing del romanzo di cui ti accennavo sopra. Ora sto scrivendo un racconto per una antologia che uscirà a marzo della quale non posso anticiparti nulla, se non che tratterà un tema di grande e drammatica attualità e che conterrà contributi di scrittori veramente importanti (cito solo De Cataldo, Montanari, De Giovanni, Verasani, ma i nomi illustri sono davvero tanti!). Grazie a te, di cuore e a presto!
Quella di Lev e Sveta Miščenco è un storia che è riuscita a trionfare sulla guerra, sulla deportazione e sulla crudeltà, durando nel tempo. La coppia è la rappresentazione concreta di quanto possa essere potente e invincibile il sentimento d’amore che unisce due persone. Lev e Sveta sono il segno concreto dell’eroismo quotidiano, del coraggio, della brama di vivere e di essere liberi. Questa non è fiction, ma è la magnifica scoperta fatta da Orlando Figes nel 2007, quando recatosi agli archivi del KGB comincio a leggere i documenti presenti in tre vecchi bauli appena consegnati al Memoriale. Le casse erano piene zeppe di lettere. Non atti o trattati politici, ma migliaia e migliaia di lettere private che i Miščenco si scambiarono tra il 1946 e il 1954. In realtà la storia tra Lev e Svetlana incominciò con il loro incontro all’università di Mosca nel settembre del 1935, dove tra i due studenti fu subito attrazione sincera e rispettosa. I due giovani cominciarono a trascorrere le loro giornate dividendosi tra gli studi, i pranzi in mensa, le lunghe passeggiate per le vie di Mosca e la lettura delle poesie della Achmatova e di Blok. Sveta fu una delle poche donne ad essere ammessa alla facoltà di fisica presso la prestigiosa università dell’Unione sovietica negli anni Trenta del Novecento e questo scatenò l’orgoglio di Lev. Lo stesso sentimento riempì l’animo di lei, quando Lev venne nominato assistente dell’Istituto di Fisica Lebedev nel 1940. Poi, lo scoppio della Seconda guerra mondiale e il precipitare convulso degli eventi li allontanerà. Lev arruolatosi volontario sarà catturato dai militari tedeschi e internato a Buchenwald. Nel 1945 finita la guerra il protagonista maschile di questa storia sarà liberato, ma le forze militari di Stalin lo arresteranno. Lev verrà processato con l’accusa di spionaggio e alto tradimento verso lo Stato e condannato a 10 anni di prigione da trascorre nel gulag di Pečora. La lontananza non riuscirà a scalfire il sentimento che lega Sveta e Lev e tra i due comincerà un fitto scambio di lettere e azzardate incursioni segrete della donna dentro al campo di lavoro forzato. Le lettere tra Lev e Sveta sono ricche di particolari sulla vita nel campo di lavoro dove in inverno le temperature arrivavano fino a – 47°C, dove si lavorava a contatto con la neve e l’acqua gelida e dove, a causa di un alimentazione non corretta, c’era il proliferare di malattie di vario genere. La lunga prigionia, le sofferenze fisiche e psicologiche – frequenti nei deportati era il manifestarsi di gravi stati depressivi dovuti all’impossibilità di sapere con precisione la data della liberazione- non scalfiranno mai e poi mai il misterioso sentimento, che è un qualcosa in più dell’amore tanto è intenso e tenace, che porta Lev e Sveta a rimanere vicini e uniti nonostante la separazione forzata. La vicenda – e tengo a precisare che è vera- che emerge da Qualcosa di più dell’amore è una reale testimonianza dei sentimenti, delle paure, dei dolori e delle gioie che hanno animato la vita di Lev e Sveta. Ogni pagina racconta le emozioni e i sentimenti che hanno travolto i due protagonisti, ma allo stesso tempo ci permettono di conoscere le grandi tensioni socio-politiche che animavano la Russia negli anni di governo stalinista. Qualcosa in più dell’amore di Orlando Figes è un importante documento storico grazie al quale la piccola storia quotidiana della duratura passione tra Lev e Sveta vince sulla crudeltà e sulla sopraffazione che hanno caratterizzato spesso la Storia.

Per tutti gli amanti del brivido, della suspense e del viaggio nelle menti oscure degli esseri umani sta arrivando la XXII edizione del Courmayeur Noir in Festival. Da lunedì 10 a domenica 16 dicembre al Courmayeur Noir Festival saranno presenti scrittori e film dedicati la genere noir, per permettere al pubblico di scoprire le novità e i maestri del genere noir. La direzione è affidata a Giorgio Gosetti e Marina Fabbri che hanno deciso di aprire l’edizione del 2012 dedicandola ad un artista cinematografico massimo esperto del genere: Alfred Hitchcock. L’intera manifestazione dedicata al noir mostrerà, grazie alla vasta gamma di appuntamenti in calendario (per dettagli
“Mica male farsi ricoverare in ospedale prima che scoppi una rivoluzione, starsene a letto mentre la rivoluzione viene repressa e tornare a casa per la convalescenza. Così il destino ti protegge da eventuali decisioni sbagliate nei giorni critici, anzi da qualsiasi decisione, e soprattutto evita che chi decide della vita degli altri prenda decisioni sbagliate sul tuo conto durante e dopo la rivoluzione”
E’ uscito il 29 novembre nelle sale un film che subito ha attirato la mia attenzione grazie al trailer decisamente potente. Si intitola Lawless ed è diretto da John Hillcoat, nel cast Shia LaBeouf, Tom Hardy, Amy Adams, Jessica Chastain, Jason Clarke, Gary Oldman, Mia Wasikowska e Guy Pearce. Dopo la segnalazione di Stefano Di Marino, che spende parole lusinghiere soprattutto per la sceneggiatura di Nick Cave e l’interpretazione di Guy Pearce, nei panni di un feroce e corrotto agente speciale proveniente da Chicago per debellare il contrabbando clandestino di alcol durante il Proibizionismo, ho fatto una rapida ricerca e ho trovato il romanzo da cui il film trae ispirazione: The Wettest County in the World, scritto da Matt Bondurant. Con il titolo La contea più fradicia del mondo è uscito in aprile di quest’anno con la Baldini Castoldi Dalai, traduzione Paolo Falcone. In attesa di leggerlo vi presento la segnalazione.
L’ambientazione è nel Medioevo, nel 1188 per la precisione. Il luogo è un convento. Al centro dei questo thriller ad ambientazione medievale c’è una misteriosa pergamena con strani segni che tutti vogliono leggere e capire, però l’enigmatico documento è pericoloso, perché lascia dietro di sé un lunga scia di misteriose morti. Attenzione non c’è Guglielmo da Baskerville protagonista de Il nome della rosa – anche se la trama dal mio è punto di vista ricorda molto da vicino lo scritto di Eco-, ma una perspicace e coraggiosa donzella – Elysa da Bergheim- che indaga nel giallo storico La pergamena maledetta di Heike Koschyk. Tutto comincia un po’ per caso quando in una notte buia e tempestosa tal Fratello Adalbert ,dell’abbazia di Zweifalten, si presenta al monastero benedettino di Eibingen. Lui è stato un amico e confidente delle mistica Ildegarda fondatrice del monastero dove è appena giunto, ma il suo volto violato da un espressione di atroce terrore e l’agitazione perpetua, non fanno altro che incutere preoccupazione nelle suore che gli danno ricovero. L’uomo verrà ritrovato cadavere la mattina seguente con una misteriosa pergamena tra le mani e da quel momento in poi la pacifica vita di Eibingen non sarà più la stessa. La tranquillità del monastero fondato dalla mistica Ildegarda sarà scossa da inspiegabili incendi che distruggeranno la chiesa, e non solo, perché il male si insidierà sempre più tra le mura del luogo sacro, scatenando una rapida spirale di brutali omicidi, improvvisi suicidi ed episodi di avvelenamento ai danni delle monache del convento (ed ecco che ritorna Eco). Ad indagare sui fatti incomprensibili che tormentano il posto si presenta, sotto le mentite spoglie di novizia – della serie: “a volte è necessario dire qualche bugia a fin di bene”-, la giovane nobildonna Elysa da Begheim, accompagnata nel convento dal religioso Clemente. La pergamena maledetta è un coinvolgente thriller storico nel quale Elysa si fingerà quello che non è, il tutto per guadagnarsi la fiducia delle monache al fine di smascherare il colpevole dei brutali misfatti e magari riuscire pure a tradurre e comprendere il senso del misterioso alfabeto di Ildegarda. Intrighi di Stato, esponenti del mondo religioso che non sono esattamente l’esempio della santità, suore dalla fede incorruttibile sottoposte a dure prove fisiche – direi più adeguatamente torture – per testare la verità delle loro affermazioni e tanta suspense, caratterizzano il nuovo romanzo di Heike Koschyk. Il ritmo frenetico e la suspense sono un continuo crescendo che appassiona e spinge chi legge a voltare pagina per scoprire cosa accadrà ai diversi personaggi attivi sulla scena, ma soprattutto il lettore avrà modo di avvicinarsi ai misteriosi significati che si nascondono tra le parole della Lingua ignota di Ildegarda. Una buona lettura ideale per gli appassionati del genere per i neofiti, dove i diversi protagonisti – da Elysa, a Clemente, passando per le varie monache – dimostrano di essere figure sì letterarie, ma con una profonda sensibilità d’animo che evidenzia la loro fragilità e il sentirsi perennemente in bilico tra le passioni umane del cuore e quelle di fede. La pergamena maledetta è un giallo storico nel quale la realtà e la finzione si amalgamano con equilibro e dove non manca la giusta dose di intrighi, congiure, legami di sangue sconosciuti, colpi di scena sensazionalistici e realtà enigmatiche che tutti vorrebbero conoscere, ma che per il bene dell’umanità è meglio rimangano segrete.
In uno scenario apocalittico, a seguito di una crisi non precisata, la rendicontazione dei disastri non lascia spazio alla speranza. Il mondo è in preda all’isteria. Scoppiano nuove guerre, gli attacchi terroristici sono sempre più mirati, tecnicamente perfetti. La violenza dilaga, come direbbe un cronista a corto di parole, un uomo, una donna e un cane vivono isolati in una casa sul mare. L’isolamento, la solitudine sembrano le uniche cose a garantire la sopravvivenza in un mondo incrudelito in cui spadroneggiano bande armate. Il pianeta è ormai punteggiato di enclavi nelle quali insiemi vagamente omogenei inseguono la permanenza in vita. Ogni gruppo prova a isolarsi dal resto del mondo, costituisce la propria comunità in luoghi il più possibile appartati.
Dal 30 novembre in libreria
Una notte di Natale a New York di Henry Kane
Il catalogo di letteratura al femminile della Leggereditore si è arricchito di una nuova voce italiana, quella di Anna Bulgaris, che ne La notte del vento e delle rose racconta una storia d’amore, passione, rimpianto sullo sfondo della repressione dei moti rivoluzionari fatta dai Borboni e dagli inglesi tra Napoli e Palermo nel 1799. Un romance storico ma non solo.
























