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:: Recensione di L’uomo dei sogni di Jean Christophe Rufin (E/O, 2012) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2012

Il romanzo storico è un genere che risulta tra quelli più ever green, quello che cambia nel corso degli anni è l’interesse per le singole epoche: dai tempi de I pilastri della terra di Ken Follett è aumentato in maniera esponenziale l’interesse per il Medio Evo, epoca per decenni snobbata come simbolo di oscurantismo e repressione, in realtà molto variegata e coinvolgente.
Ne è una prova L’uomo dei sogni novità E/O di Jean Christophe Rufin, noto per essere uno dei fondatori di Medici Senza frontiere, ma capace di esprimere i suoi talenti anche in campo letterario, come in queste pagine, dove racconta la vicenda di un personaggio realmente esistito, Jacques Coeur, che nella Francia degli ultimi decenni del Quattrocento decide di fare qualcosa per migliorare il mondo intorno a lui. Da semplice figlio di artigiani, Jacques sale la scala sociale, diventando banchiere al servizio dei Re di Francia, favorendo mercanti e borghesi, per creare una classe media tra l’aristocrazia chiusa nei suoi privilegi e i poveracci in grado di far recuperare al suo Paese e al mondo allora conosciuto, sconvolto dalla Guerra dei Cent’anni prosperità, benessere, voglia di vivere. Tutto questo porta a Jacques grandi onori e gloria, finché non si innamora, ricambiato, della bellissima Agnés Sorel, favorita di Carlo VIII, la dama ritratta sulla copertina del libro, e per questo è costretto a fuggire tra Italia e Grecia, per tutti gli anni che gli restano da vivere.
Una storia vera, raccontata con la passione del romanzesco ma senza mai perdere di vista l’erudizione storica, capace di trasportare in un mondo ormai lontano, ma dove sono nati tutti gli elementi della modernità, tra lavoro e psicologia di chi non voleva più sottostare a privilegi e imposizioni. L’uomo dei sogni racconta tra l’altro una pagina poco nota della Storia europea al di fuori della Francia (e poi ancora, visto che oltralpe si preferiscono celebrare altri momenti storici), quella di un Medio Evo che diventava Rinascimento e che guardava al mondo intorno non più con avversione ma con curiosità.
Nelle pagine del libro rivive la vita di Jacques Coeur, storicamente documentata ma appassionante come una storia romanzesca, coinvolgente come le storie di tutti gli esseri umani che, in qualche momento della Storia, hanno provato a guardare avanti, a guardare oltre gli steccati del mondo in cui erano nati e cresciuti, inventandosi nuove prospettive, creando nuove possibilità intorno a loro. Affascinante e soprattutto su cui riflettere in un mondo in crisi come quello attuale.

:: Recensione di L’inverno del mondo di Ken Follett (Mondadori, 2012)

28 novembre 2012

Premetto di aver da sempre apprezzato molto l’opera di Ken Follett arrivando a giudicare La cruna dell’ago uno dei più bei romanzi di spionaggio mai scritti. Lo stile semplice e diretto, che scorre sulla pagina con una naturalezza che sembra prodotta senza sforzo, il pizzico di erotismo, il gusto anarchico e il senso dell’umorismo tutto gallese, la ricerca storica quasi ossessiva che risulta evidente nella miriade di dettagli, anche apparentemente insignificanti, con cui ricrea le ambientazioni sono state sempre caratteristiche che mi hanno reso questo autore letterariamente simpatico, ancor di più quando si occupa di spy story.
Detto questo, che mi sembrava doveroso, veniamo alla The Century Trilogy ambizioso e quasi inumano progetto con cui Follett vuole condensare la storia del Novecento, romanzandola attraverso le vicissitudini di alcune famiglie le cui vicende si intrecciano indissolubilmente passando da generazione in generazione. Se nel primo capitolo La caduta dei Giganti l’autore narrava gli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione Russa, ne L’inverno del mondo, secondo capitolo della Trilogia, è il turno della Seconda Guerra Mondiale. Anticipo che il terzo e ultimo capitolo della trilogia uscirà nel 2014 con il titolo provvisorio di Edge of Eternity e tratterà il periodo della Guerra Fredda e non stento a pronosticare che sarà il più interessante dei tre, vuoi perché è più vicino a noi e le fonti da cui attingere sono più recenti e molte volte ancora sconosciute, vuoi perché Follett come dicevo è un maestro nella guerra di spie.
Ma torniamo a L’inverno del mondo edito da Mondadori, la cui traduzione in italiano è stata affidata ad una squadra di traduttrici: Roberta Scarabelli, Paola Frezza Pavese, Adriana Colombo, Nicoletta Lamberti alle quali va il merito di essere riuscite a rendere fluida e fruibile un’ opera decisamente impegnativa. In 950 pagine verrete ad avere a che fare con decine e decine di personaggi, tra storici e inventati, e probabilmente vi affezionerete ad alcuni e un po’ meno ad altri, ma pur tuttavia dovrete avere la pazienza di ricordare le loro azioni precedenti e come si concatenano con la narrazione. Se non ve la sentite di fare questo sforzo cimentatevi in una lettura più agevole.
Come ogni opera ha pregi e difetti e anche in questo molto incide il gusto personale. Dal punto di vista storico molte semplificazioni sono state fatte per cui non aspettatevi un saggio storico cosa che naturalmente, essendo un romanzo, non è. Opinabile anche la scelta di dare maggiore risalto ad alcuni avvenimenti, trascurandone altri di pari o maggiore importanza, ma probabilmente sono state fatte delle scelte precise, anche scomode come narrare l’appoggio dato ad Hitler da alcuni industriali americani o le tracce di fascismo presenti nella società inglese, a discapito di altre. Avrei apprezzato un punto di vista italiano e giapponese e una maggiore rilevanza data all’Olocausto ebraico e ai Gulag di Stalin.
La narrazione si snoda in un arco temporale che va dal 1933 al 1949, dall’ascesa di Hitler e del nazismo in Germania all’esplosione della prima atomica sovietica, inizio della Guerra Fredda. Uno schema iniziale fa luce sui principali personaggi coinvolti divisi per nazionalità. Gli americani: i Dewar, i Peskov e Rouzrokh. Gli inglesi: i Fitsherbert e i Leckwith- Williams. I tedeschi e austriaci: i von Ulrich, i Franck, i Rothmann e i von Kessel. I russi composti da membri della famiglia Peskov. I gallesi: Williams e Griffiths. Due le storie d’amore principali: quella tra Carla von Ulrich e Werner Franck e quella tra Lloyd Williams e Daisy Peskov, cugina di Volodja Peskov che ha un ruolo fondamentale nel presente romanzo e che vedremo sicuramente con un ruolo cardine anche nel terzo episodio della saga.
L’inverno del mondo vede le storie personali dei personaggi, grande  risalto è dato al lato sentimentale, intrecciarsi agli avvenimenti fondamentali della Storia e vede appunto l’amore, il coraggio, la lealtà combattere con la crudeltà, l’oppressione e la barbarie. I personaggi positivi forse sono troppo senza macchia e senza ombre ma è evidente che Follett schiera il bene da una parte e il male dall’altra in modo quasi manicheo. Forse è un po’ irrealistico ma l’impatto sulla carta è di grande effetto. Sicuramente a mio avviso il personaggio più bello e drammatico è quello di Carla von Ulrich, con il suo sogno di diventare medico, infranto dalla mentalità maschilista dell’epoca che al massimo vedeva una donna nel ruolo di infermiera e il suo amore struggente e appassionato per Werner Franck, figlio di un ricco industriale nazista, e anch’egli coraggioso almeno quanto Carla.
Scopo principale di Follett è quello di far vivere il lettore in un mondo che non c’è più, portandolo con sè in una particolare macchina del tempo, e la sua capacità evocativa è indubbia. Attendo quindi Edge of Eternity e vi confesso che la curiosità e le aspettative sono alte.

Ken Follett è nato a Cardiff, nel Galles, nel 1949. Laureato in filosofia, poi cronista in un quotidiano, è diventato uno dei più popolari autori di best-seller con La cruna dell’ago (Eye of the needle, 1978). I suoi romanzi, che hanno trame ben congegnate e ricche di suspense, combinano avventura, ricostruzione storica, spionaggio e thriller: fra i molti, spesso portati con successo sullo schermo, si ricordano Il codice Rebecca (The key to Rebecca, 1980); L’uomo di Pietroburgo (The man from St. Petersburg, 1982); Sulle ali delle aquile (On wings of eagles, 1983); I pilastri della terra (The pillars of the earth, 1989); Una fortuna pericolosa (A dangerous fortune, 1993); Il terzo gemello (The third twin, 1996); Il martello dell’Eden (The hammer of Eden, 1998, premio Bancarella); Codice a zero (Code to zero, 2000); Il volo del calabrone (Hornet flight, 2002).

da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Un anno su WordPress!

27 novembre 2012

Dunque oggi è il nostro compleanno. Un anno sulla piattaforma WordPress. Se non fosse stato per il messaggino che mi è arrivato non me ne sarei accorta. Comunque è bello festeggiare ringraziando i collaboratori, gli scrittori e tutti voi che ci  leggete. Un anno è tanto tempo, ma infondo è volato. Grazie!

:. Recensione di “Anime Impure” – La Rivelazione e l’Asilo delle ombre di Cristiano Signorino a cura di Barbara de Carolis

27 novembre 2012

La Rivelazione e L’Asilo delle ombre sono due volumi appartenenti alla saga Anime Impure firmata dall’autore Cristiano Signorino. I romanzi narrano le vicende di Gabriel, giovane problematico, la cui vita scorre tra inerzie, una dipendenza chimica alla quale il suo miserabile lato umano cede e un lavoro che non gli appartiene affatto. Il passato, segnato da un tragico episodio, ritorna senza sosta tormentando incessantemente un animo malato. Una ragazza rappresenta l’unica luce in una dimensione immersa in un oblio senza fine, ma qualcosa sta mutando e brutalmente la verità si rivelerà agli occhi del ragazzo. Gabriel, stanco di vivere e prigioniero della sua stessa inquietudine, attraverserà una fase di profondo mutamento fino ad abbandonarsi all’accettazione del vero e oscuro “io”.
Strane percezioni, sussurri sinistri, figure inquietanti si alternano al suo cospetto. La trasformazione diverrà inarrestabile e il destino al quale è impossibile sottrarsi si paleserà nelle vesti di una creatura femminile; sarà proprio lei a condurre Gabriel in un nuovo mondo nel quale la fratellanza e l’appartenenza al gruppo segneranno il definitivo allontanamento dalla sua esistenza terrena.
La storia tarda un po’ a decollare e alcuni passaggi appaiono più come virtuosismi stilistici piuttosto che un concreto tentativo di raccontare una storia al di là del reale. La scelta del contesto andava “diluita” forse con una narrazione più fluida che in questo caso procede, comunque, evidenziando una buona dialettica e una sensibile capacità all’introspezione. Il carattere del protagonista è complesso e il conflitto interiore che lo affligge continua ad evolversi lasciando al lettore la sensazione che questo personaggio muterà ancora il suo cammino. La prova narrativa dell’autore ne ha mostrato la propensione verso il genere fantastico, difficile, tuttavia, da gestire quando un’eccessiva volontà descrittiva appesantisce la storia stessa. Le ambientazioni sospese tra reale e immaginario costituiscono un terreno arduo da attraversare, un terreno facilmente deteriorabile che necessità del suo equilibrio, da stabilire tra la vicenda e il modo di raccontarla. Per le storie che dovranno ancora essere immaginate, confidiamo in uno stile più armonioso, suggerimento che va inteso come un modesto e rispettoso augurio a questo giovane e fantasioso scrittore.

Ebook liberamente e gratuitamente scaricabili sul blog dell’autore: http://www.cristianosignorino.it/

:: Recensione di Il caso Rembrandt, Daniel Silva, (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 novembre 2012

104 cm X 86 cm. Una misura che ritorna in modo ossessivo dentro al nuovo romanzo dello scrittore Daniel Silva, Il caso Rembrandt, edito dalla Giano. Dimensioni che accompagnano l’oggetto del desiderio di alcuni dei protagonisti, ma sono una vera e propria maledizione per altri. Tutti lo vogliono quel reperto storico. Qualcuno per arricchirsi, altri per venderlo e non vederlo mai più, in quanto fonte di estremo dolore. Cosa è? Il dipinto Ritratto di giovane donna realizzato da Rembrandt nel ‘600. La stessa tela che Christopher Liddell, importante restauratore britannico, stava risanando con amorevole cura poco prima di essere brutalmente assassinato con un colpo di pistola al cuore. Il dipinto ha attraversato i secoli passando di mano in mano e lasciando dietro di sé scie di terrore e quest’ultima morte ne è la conferma. Per la polizia i colpevoli, dopo aver preso il quadro, non hanno avuto altra scelta che ammazzare Liddell, ma per il gallerista d’arte londinese Julian Isherwood – all’anagrafe Julian Isakowitz di origini tedesche, con educazione francese, religione ebraica,  britannico solo per nazionalità e passaporto dal 1942 –, la morte di Liddell nasconderebbe una verità oscura e dolorosa. Per scoprire la verità Julian ricorre all’aiuto del suo protetto Gabirel Allon, anche lui esperto restauratore affiliato come Isherwood all’Agenzia spionistica israeliana guidata da Ari Shamron. Quadri trafugati, conti bancari svizzeri intestati ad ebrei rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale, pseudofilantropi che in realtà si destreggiano con abilità in giri economici loschi, circolazione facilitata di materiale nucleare altamente pericoloso sono i fatti che indurranno Allon a lasciarsi coinvolgere in questa nuova missione.  Ad aiutarlo oltre a Shamron, la bella giornalista Zoe, così intrepida da partecipare attivamente all’indagine, mettendo a repentaglio la propria vita pur di aiutare l’agente segreto a smascherare definitivamente i colpevoli. Il nuovo romanzo di Silva si rivela uno giallo avvincente e ricco di suspense, caratterizzato dai tratti narrativi tipici della spy-story – e chi ha letto il precedente libro Le regole di Mosca, ed. Giano, ne sa qualcosa- con al centro il furto di un importante dipinto, fatto che si intreccia alle dolorose vicende umane delle tante vittime dell’Olocausto– in questo caso l’autore fa riferimento al tragico destino degli ebrei olandesi-, il tutto condito da colpi di scena e cambiamenti così inaspettati da lasciare chi legge a bocca aperta. Il lettore viaggerà in un arco temporale di settant’anni a zonzo tra l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera e l’Argentina alla scoperta di intrighi politici ed economici che si nascondono dietro una realtà di equilibrata apparenza. Nelle pagine de Il caso Rembrandt si alternano, come in una danza frenetica, i buoni e i cattivi, ma anche superstiti ai campi di sterminio che intravedono sul loro cammino i figli dei loro aguzzini, che pagano per gli errori dei padri e altri che seguono le corrotte orme degli avi per arricchirsi sempre più. Quella de Il caso Rembrandt è un’avventura frenetica nella quale l’autore dona alla sua creatura, Gabriel Allon, la perspicacia e il coraggio per smascherare il colpevole, con l’amara consapevolezza che non sempre le persone sono quello che sembrano.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. La sua carriera di giornalista è cominciata nel 1984 United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo Le regole di Mosca (Giano 2010, Beat 2011) e Il disertore (Giano 2011). Vive con la moglie ei figli a Washington.

:: Segnalazione – Mezzotints Ebook: Queen Anne’s Resurrection – I Demoni del Mare

22 novembre 2012

Nasce Mezzotints Ebook, una nuova realtà dedicata alla editoria digitale, nata da un’idea di Alessandro Manzetti (Il Posto Nero, Edizioni XII), in collaborazione con Fabrizio Vercelli (Edizioni XII, La Tela Nera) e Daniele Serra(Il Posto Nero e altri).

Mezzotints Ebook pubblica titoli ebook di narrativa e saggistica di genere, con la presenza di grandi autori nazionali e internazionali e illustrazioni realizzati da grandi talenti dell’artwork.
Cinque le collane editoriali: Buio (narrativa horror, weird e dark fantasy), Ombre (noir, thriller e crime story), Raggi (fantascienza), Riflessi (saggistica) e Luci (arte, poesia e artwork). Si aggiunge Il Posto Nero, collana dedicata alle opere di narrativa e saggistica “free download”.

Mezzotints Ebook è caratterizzata dalla alta qualità e cura delle opere e da una filosofia fortemente web-oriented, in termini di promozione, distribuzione e web marketing. I titoli saranno distribuiti tramite la piattaforma Stealth di Simplicissimus Book Farm, collegata alla principali librerie online.

Il primo titolo – Yesterday Was 2012 – Storie e Colori della fine del Mondo – sarà pubblicato, per la collana Buio, a febbraio 2013, con opere di Danilo Arona, Paolo di Orazio e illustrazioni di Daniele Serra.

Attualmente sono in uscita due titoli ebook free download per la collana Il Posto Nero, Queen Anne’s Resurrection – I demoni del Mare (19 dicembre 2012) e Talking About Horror (23 gennaio 2013). Tutte le informazioni su Mezzotints Ebook sono disponibili sul sito web www.mezzotints.it

“Queen Anne’s Resurrection – I Demoni del Mare“, una raccolta a cura di Alessandro Manzetti, con una prefazione di Edoardo Rosati e la cover di Daniele Serra, contenente racconti horror e dark fantasy fantasy di venti grandi firme nazionali e internazionali: Danilo Arona, Jeff Strand, Claudio Vergnani, John Everson, Cristiana Astori, Michael Laimo, Samuel Marolla, Tim Waggoner, Alberto Custerlina, Daniel Keohane, Alda Teodorani, Benjamin Kane Ethridge, Paolo di Orazio, Scott Nicholson, Lorenza Ghinelli, Lisa Morton, Nicola Lombardi, Allyson Bird, Daniele Bonfanti e Giancarlo Marzano. 

DOWNLOAD – dal 19 dicembre 2012

:: Segnalazione di Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo – I Mastini, 2012)

22 novembre 2012

Dopo Il passato si sconta sempre, la traduzione riveduta e ampliata
classico di Ross Macdonald, il cui film è ora in lavorazione da Warner Bros.

Ross Macdonald, IL RAGAZZO SENZA STORIA
Traduzione: Giovanni Viganò
(1959, The Galton Case)
I Mastini n. 13 – 272 pagine – Euro 14,90

Questo romanzo del 1959, una rivisitazione in chiave moderna della tragedia greca a detta dello stesso autore, fu di cardinale importanza per il genere poliziesco e per la carriera di Macdonald che lo considerava il suo preferito. Sono trascorsi vent’anni da quando Anthony Galton, giovane rampollo di una ricchissima famiglia californiana, si è dileguato con la novella sposa invisa ai genitori e con parecchie migliaia di dollari sottratti dalla casa paterna. Ora l’anziana madre, vedova e malata, è fermamente intenzionata a rivedere il suo “figliol prodigo” e, tramite l’avvocato di famiglia, ingaggia il detective privato Lew Archer per rintracciarlo. Questi sa bene che le speranze di ritrovare l’uomo sono pressoché nulle, tanto più che analoghe ricerche erano già state condotte anni prima senza alcun risultato, ma in fondo si tratta solo di compiacere una vecchia signora che vuole morire in pace con la coscienza e di guadagnare un po’ di soldi facili. Il detective dovrà però ricredersi quando, seguendo le tracce di Anthony, s’imbatterà in uno scheletro senza testa, in un ragazzo che sostiene di essere il figlio dell’uomo scomparso e in uno strano omicidio. Sulla New York Times Book Reviewil critico e scrittore Anthony Boucher definì il romanzo “emozionante, magistralmente costruito e scritto con classe, sensibilità e compassione”.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Oltre a The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., i suoi romanzi più celebri sono The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre – I Mastini n. 4), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Recensione di L’omicidio Carosino – Le prime indagini del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Cento Autori, 2012)

21 novembre 2012

Come è nato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, amatissima creatura letteraria dello scrittore napoletano Maurizio de Giovanni? La leggenda, qui confermata sia nel saggio introduttivo di Aldo Putignano che di proprio pugno nella nota d’autore a fine antologia, narra di un caso, di un curioso concatenarsi d’eventi quasi slegato dalla volontà dell’autore. Maurizio de Giovanni fu infatti iscritto a sua insaputa da alcuni amici, che evidentemente sospettavano possedesse un certo talento per la scrittura, ad un concorso letterario indetto da Porsche Italia e dedicato ai giallisti esordienti.
Così una mattina di giugno del 2005, seduto ad un tavolo del rinomato e ricco di ori e di velluti Gran Caffè Gambrinus, de Giovanni si trovò davanti ad un computer a cercare ispirazione e idee per il suo racconto e vide attraverso il vetro del locale una zingarella, che diventerà la bambina che lo stesso Ricciardi vede attraverso il vetro del Caffè all’inizio del racconto L’omicidio Carosino, appunto il racconto che sta scrivendo, e proprio questa specie di visione – come una porta che si apre e fa entrare una folla di personaggi che si evolveranno, cresceranno, si arricchiranno di sfumature, con sempre al centro gli occhi verdi come l’acqua di un uomo triste e solo, irrimediabilmente condannato a subire il Fatto-  darà vita ad un piccolo grande caso letterario.
Ora per la prima volta questo racconto assieme a I vivi e i morti e Mammarella – già pubblicato nell’ antologia San Gennoir a cura di Gennaro Chierchia (Kairos, 2006) e di cui esiste anche una versione a fumetti: Mammarella. Una storia a fumetti del Commissario Ricciardi, con sceneggiatura di Alessandro Di Virgilio e disegni di Claudio Valenti, (Cagliostro E Press, 2010)-  è possibile leggerlo nell’antologia L’omicidio Carosino –  Le prime indagini del commissario Ricciardi (Cento Autori, 2012).
Per i fan di Ricciardi leggere questi racconti è un’ occasione irrinunciabile, ma anche per gli appassionati di letteratura che amano scoprire le origini e le vie misteriose che un personaggio, quasi dotato di una volontà sua propria, di un proprio passato e di un proprio futuro, prende per manifestarsi al suo autore. In nuce infatti sono presenti già tutte le tematiche, i personaggi, le ambientazioni che daranno vita alla saga ricciardiana. Poco importa se un senso di deja vu inevitabilmente si insinua nella lettura, chi ha gia letto i romanzi non ne sarà esente, ma l’aspetto rilevante è che da questi racconti tutto è iniziato. Che questi racconti sono stati la scintilla del fuoco creativo che ne è seguito.
L’antologia meriterebbe uno studio approfondito fatto di rimandi e di richiami, e il saggio di Putignano già fa un egregio lavoro, ma dato lo spazio ristretto di questa recensione mi limito a sottolineare l’importanza di Napoli, città almeno rilevante quanto il personaggio Ricciardi, affresco che racchiude perfettamente lo spirito di un’ epoca seppur lontana mai così vivida e vitale.
La città era già sveglia e viva, quel lunedì mattina: i tram passavano sferragliando, facendo alzare in volo disordinato i piccioni di piazza Plebiscito. Gli ambulanti avevano già disposto i propri banchetti, attirando i passanti verso trippa, pizza e semenze, mentre i lustrascarpe picchiavo le spazzole sulle piccole pedane per richiamare le mezze maniche e i colletti bianchi alla necessità di avere lucide estremità.

:: Segnalazione Fiabe per leoni veneziani a cura di Andrea Storti (Studio LT2, 2012)

19 novembre 2012

Domani, 20 novembre, uscirà nelle librerie e negli shop online un libro speciale, per una piccola casa editrice veneziana, Studio LT2. E’ un libro di fiabe indicato ai ragazzi dai 7 ai 90 anni e oltre. La raccolta curata da Andrea Storti, da sempre impegnato alla diffusione di libri per bambini e ragazzi, e impreziosita dalle illustrazioni di Vincenzo Sanapo, è composta da 10 fiabe famosissime rivisitate e calate in ambito veneziano da un gruppo d’autori davvero eterogenei: Francesca Ruggiu Traversi rivisita La bella addormentata nel bosco, Claudia Tonin – Il principe ranocchio, e a seguire Fulvia Degl’Innocenti sarà impegnata a far rivivere Cappuccetto Rosso, Cristina Marsi – La principessa sul pisello, Barbara Fiorio – Biancaneve e i sette nani, Deborah Epifani – La regina delle nevi, M.P. Black – Il gatto con gli stivali,  Fabiana Redivo – Vardiello, Aquilino – Hansel e Gretel e infine Daniele Nicastro – Il pifferaio magico. Oltre alle fiabe ci saranno anche filastrocche e ninnananne scritte da Roberto Piumini, Antonia Romagnoli, Gabriella Sanapo e Mario De Martino.
Si avvicina il Natale e tutti abbiamo un figlio, un nipote, un fratello, un amico capace di apprezzare le fiabe e la fantasia. Lo so viviamo in un mondo difficile e molto spesso i bambini sono le prime vittime dell’idiozia dei grandi. Per cui quando c’è qualcosa di positivo ritengo sia giusto apprezzarlo. Segnalo anche che è per una buona causa, il prezzo è di 15,00 Euro e i diritti d’autore , ossia (al momento) il 10% del prezzo di copertina, verrà devoluto alla UILDM, Unione italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, sezione di Mestre.

Esiste un sito, www.fiabeperleoniveneziani.com, una pagina facebbok (https://www.facebook.com/FiabePerLeoniVeneziani) e un profilo twitter (https://twitter.com/Marcianoilleone). C’è anche un book trailer (ma ne seguiranno altri): http://www.youtube.com/watch?v=-sRFSDrz8Qc&feature=share

FIABE PER LEONI VENEZIANI

A Venezia è scoppiato il finimondo. Le statue dei leoni hanno improvvisamente preso vita, svegliandosi dal loro sonno di pietra. Ora corrono per campi e calli facendo scherzi e dispetti alle persone. Rubano i dolcetti ai pasticceri, spingono in acqua i poveri turisti e ruggiscono in faccia ai vecchietti.
Tutti sono spaventatissimi dalla loro presenza e ai bambini viene persino proibito di giocare all’aperto! Di restare tutto il giorno al chiuso, però, è fuori discussione! E così, il piccolo Marco e i suoi amici, inventano un piano brillante: raccontare ai leoni delle fiabe della buonanotte. Solo così potranno riaddormentarsi!
Eccoli dunque rincorrere i grossi gattoni e narrar loro le fiabe che tutti conoscono, riambientandole però a Venezia, l’unico luogo che i leoni conoscano.
Biancaneve diventa allora Spumiglia, La bella addormentata finisce a dormire in gondola e la Regina delle Nevi ghiaccia il Canal Grande. Tutto viene reinventato ma rimane una domanda: i leoni si addormenteranno?
Dodici inedite riletture di famose fiabe.
Una raccolta per ritornare a sognare destinata a grandi e piccini.
Un progetto a scopo benefico i cui ricavati saranno destinati all’associazione Uldm, sezione di Mestre.

:: Recensione di Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Perdisa, 2012)

18 novembre 2012

I morti sono bianchi o grigi o gialli, hanno gli occhi tumefatti e la lingua secca. I morti non sentono la mancanza, non hanno pretese e non danno risposte. I morti sono tutti diversi, sono tutti uguali.

Dunque vediamo, potrei iniziare questa recensione scrivendo che Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico, edito da Perdisa Editore nella Collana Corsari diretta da Antonio Paolacci, secondo romanzo dopo Io non sono esterno e la racconta di racconti Dita amputate con fedi nuziali, è un romanzo corrosivo e tragico, fatto della stessa sostanza malsana e torbida di cui sono fatti gli incubi e i traumi che invadono e prendono possesso della mente di coloro che, come Mimino il protagonista, non riescono a fare i conti con la realtà senza perdere parte del loro io più profondo, della loro capacità di affrontare il male, il dolore, la separazione, la morte senza affogare nel fango dell’ incapacità di distinguere la normalità, la sanità dalla fissazione patologica per l’oscurità che li sovrasta. Sì, potrei ed è certo vero, ma forse non sarebbe sufficiente.
Mimino mangia i morti per metabolizzare la morte del padre, per venirne a patti, per comprendere o meglio compensare quel vuoto affettivo che lo divora e lo spinge a costruirsi una famiglia di fortuna radunando altri diseredati, altri diminuiti come lui, altri esclusi: Mirko, il bambino con disturbi psichici eletto a figlio, e Carmela, la prostituta del paese, la donna che vuole come compagna.
In un Salento sinistro e doloroso, gotico nei toni, difficile nelle situazioni,  cuore di un Sud privato di ogni speranza e luce e deturpato da mafia, povertà, ignoranza, si muovono i personaggi che danno vita a questo dramma, apparentemente agghiacciante parabola nichilista, ritorta in complicate volute, in realtà tessuto ben più complesso e sfaccettato da cui emerge un quadro desolante ma non vinto: Merico, con grande sensibilità e intuizione, non permette ai suoi personaggi di compiangersi o  peggio assolversi, la fame di vita emerge più feroce purificata dal dolore e dalla morte. Mimino rivendica il suo diritto ad essere felice, ad essere realizzato, rivendica il suo diritto ad amare, (e sembra che proprio in questo lo voglia colpire Salvatore) a combattere contro i mafiosi che spadroneggiano e depredano il suo ambiente, il suo territorio, la sua casa. Lui, uomo quasi tutt’ossa, minato nel fisico e  nella mente, si innalza e si eleva e quasi trasfigurato diventa un eroe, un coraggioso, un perfetto.
Non è un libro facile da leggere, mi è costato anche a livello emotivo un giusto impegno,  un po’ per le venature horror, per la ripugnanza di alcune scene,(la violazione e profanazione, dei cadaveri, lo stupro), di alcune sfumature dei personaggi, che l’autore staglia in controluce, con uno stile quasi necroscopico, ma pur tutta via conserva una sua tragica e profonda bellezza. Una sorta di poesia che si eleva come un canto muto, e rende semplice e naturale accompagnare Mimino nel suo percorso esistenziale, ovunque alla fine lo porti.
Non dite che è un noir, l’autore non condividerebbe, Il guardiano dei morti è una voce che si alza nel brusio di sottofondo della vita, è una speranza di riscatto contro ogni logica, è la luce che si spegne alla fine del giorno e pur tuttavia, per assurdo, ci ricorda, anche rabbiosamente, che dopo tutto la vita è più potente della morte. Emblematico il finale quando alcuni personaggi non possono altro che guardare quella striscia di cielo azzurro che nasce dal grigio perchè è da lì che viene la luce, è lì che è custodito il segreto.

:: Un’ intervista con Sara Bilotti

15 novembre 2012

Ciao Sara. Benvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo col parlare di te. Descriviti ai nostri lettori come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Grazie a te, è un vero piacere!

“Gli istanti erano centuplicati dalle voci che urlavano nella testa, frammenti di vita che dovevano essere raccontati, o l’avrebbero perseguitata persino nel sonno. Così viveva, non bastava che fosse già senza pelle, doveva persino subire il sentire dei suoi personaggi.”

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Dell’infanzia preferirei non parlare.
Ho studiato tanto nella mia vita, e non sempre per conseguire un “foglio di carta”. In particolar modo, ho studiato i linguaggi: lingue occidentali e orientali, filologia, linguistica, musica, pianoforte, violino, danza. Cercavo un modo per liberarmi di un Io ingombrante, attraverso una qualsiasi forma di comunicazione, artistica e non.

E’ vero che hai fatto la ghostwriter? Come sceglievi i lavori? Mi spiego meglio: doveva scattare un feeling particolare con chi ti commissionava il lavoro per accettare un incarico? C’è una dote particolare che richiede questa professione?

Un feeling… magari! Scrivo da quando ero una bambina, e siccome non ritenevo i miei scritti degni di pubblicazione, quando mi proposero di guadagnare (pochi) soldini scrivendo per altri accettai. Per fare la ghostwriter credo serva principalmente una certa flessibilità, oltre alle capacità linguistiche. Devi riuscire a buttar giù qualcosa su qualsiasi argomento, scrivere spesso senza alcuna ispirazione, dunque la creazione dev’essere un atto assolutamente naturale,  avvenire senza sforzo.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono le doti principali per diventare un bravo scrittore?

Il mio amore per la scrittura è nato con me. Appena ho acquisito un minimo di padronanza della parola scritta, intorno ai nove anni, ho cominciato a scrivere storie. Ho sempre letto tantissimo, e più leggevo più scrivevo.
La dote principale dello scrittore è il talento per la comunicazione, quel dono che ti permette di provare e causare profonda empatia. Naturalmente il talento non basta. Bisogna riuscire a guardare la realtà in modo personale e profondo, e riuscire a raccontarla con efficacia. Per fare questo, è necessaria una certa disciplina, bisogna mettersi in discussione, affidarsi a chi ha esperienza, e soprattutto leggere, leggere, leggere.

Hai pubblicato da alcuni mesi, con Termidoro, la raccolta di racconti Nella carne. Che bilancio ne hai tratto? Ti senti soddisfatta?

La piccola editoria, se da una parte permette all’autore di esprimersi senza dover tener conto delle regole di mercato che oggi sembrano imperare, dall’altra rende praticamente impossibile (tranne alcuni casi clamorosi) una distribuzione adeguata dei libri pubblicati. Questo è l’unico dispiacere che ho ricevuto dalla pubblicazione di Nella Carne. Per il resto, questo piccolo libro mi ha regalato soddisfazioni enormi: il supporto incondizionato da parte di autori di grande spessore umano e professionale, e quello di un gruppo di lettori appassionati che ha fatto l’impossibile per far arrivare Nella Carne in libreria. E’ nato ciò che chiamiamo passaparola, secondo me la più grande soddisfazione di uno scrittore. Si tratta, tra le altre cose, di un’antologia di racconti, un genere solitamente non molto amato. Quindi: doppia gioia!

Il tuo noir nasce dalla quotidianità. Cosa ti fa più paura del mondo violento che ci circonda?

Il costante tentativo di negazione del male. Bisognerebbe accettare le zone d’ombra della nostra complessa umanità, per riuscire a controllarle. Il male si nutre della negazione, per poi scoppiare nei momenti più impensabili, e spesso con violenza inaudita, non controllabile. La classica frase: era una persona tanto per bene spiega questo concetto meglio di quanto possa fare io con la mia psicologia spicciola.

I luoghi dove ambienti le tue storie, dove l’orrore, il male, la follia emergono più dolorosi sono luoghi assai vicini: le rassicuranti mura domestiche, il vicinato, la scuola, gli istituti per la cura dei disabili. Come sottolinei questo contrasto?

Perché è proprio tra le mura domestiche, o in generale nelle piccole comunità, che si tende a indossare una maschera, a proporsi agli altri “senza macchia”, per poter soddisfare le aspettative altrui, poter dimostrare di essere la madre perfetta, il marito ideale, il figlio riconoscente, la sorella amorevole, il cittadino modello. Queste maschere, indossate così a lungo, generano nevrosi che, negli individui psicologicamente più fragili, possono trasformarsi in patologie.

C’è un profondo realismo nei tuoi racconti. Una continuità tra vita vissuta e creazione letteraria. Non è doloroso questo processo? Quanto ti esponi quando scrivi?

Mi espongo troppo. Per quanto io non abbia, fortunatamente, vissuto le esperienze dei protagonisti dei miei racconti, c’è molto di me in ognuno di loro. Vivo la scrittura in modo viscerale, spesso come catarsi, e capita che la stesura diventi un fatto doloroso. Finché vivrò la scrittura come bisogno, immagino sia inevitabile: gli istinti non hanno nulla a che fare con il controllo.

I finali spiazzano per la loro inevitabilità. Sembra che sorgano come conseguenze naturali della complessità e stranezza dell’animo umano. Come sono nati? Da un’ intuizione, li avevi già in mente quando il racconto era solo imbastito?

I miei racconti nascono sempre dall’osservazione di un’anomalia. Accade che, in situazioni normali, alcune persone facciano un gesto inaspettato, come se fossero completamente alienati dalla realtà che li circonda. Come un uomo che tace, immobile, tra la folla agitata. Una spettatrice che, invece di guardare il palcoscenico, tiene il viso rivolto verso i palchi. O, come nel caso di uno degli ultimi racconti che ho scritto, una babysitter che conta i bambini che ha portato in gita sempre nello stesso ordine, in modo maniacale, ogni cinque minuti. Una volta cominciato a scrivere, e solo durante la stesura, capisco cosa accadrà alla fine. E’ anche questo il motivo per cui non riesco a scrivere le sinossi prima di buttar giù almeno tre quarti dei miei romanzi.

Il noir è un genere prevalentemente maschile, in quanto donna, quale valore aggiunto ritieni di avere apportato?

Forse un punto di vista diverso, una maggiore empatia. E’ tipica delle donne, questa intelligenza emotiva che attraverso il pensiero laterale ci permette di trovare quasi sempre una risoluzione a problemi che sembrano irrisolvibili.

Nei tuoi racconti dai voce a personaggi fragili, inusuali in un noir, come i bambini, penso a L’uomo nero, le ragazze vittime di abusi, come in Pozzo verde, i disabili mentali, come Margherita in Farfalle. Quanta dolcezza e sensibilità è nascosta dentro l’ apparente durezza del romanziere esterno e impassibile?

Sembra un paradosso, ma ritengo che proprio chi scrive le storie più crude sia capace di grandi slanci di dolcezza. E’ una questione di sensibilità e coraggio: se si trova la forza di raccontare tali crudeltà, si riesce ad essere molto generosi con il prossimo, anche quando non lo merita.

Parlaci del tuo processo di scrittura?

E’ molto semplice: i personaggi che ho in mente mi ossessionano. E’ come se continuassero incessantemente a raccontarmi la loro storia, finché non mi decido a scriverla. Mi piacerebbe poter dire: questo mese non scrivo, ho bisogno prima di trovare una trama forte. Purtroppo non mi è possibile. Quando un personaggio mi frulla nella testa, è capace di svegliarmi in piena notte e costringermi a scrivere sul primo foglio di carta che trovo in casa. E’ come se le storie esistessero già da qualche parte, chiuse in un edificio di un universo parallelo. Poi accade che uno dei personaggi apra una porticina e le sue vicende mi invadono la vita. Letteralmente.

Ci sono scrittori a cui ti senti vicina per sensibilità, comunanza di temi, passione con la quale ti avvicini alla scrittura?

Sono una spugna: imparo da tutti gli autori che leggo, e da tutti traggo ispirazione. Al momento sto rileggendo i romanzi di Elfriede Jelinek, un premio nobel della letteratura, perché ho bisogno di un aiuto importante. Di un binario rigoroso, su cui far viaggiare il treno della mia creatività.
Ma l’autore che mi ha dato di più è sicuramente Luigi Romolo Carrino. Prima di leggere il suo Pozzoromolo, avevo una paura enorme della Sara che veniva fuori da quello che scrivevo. Lui mi ha liberata.

Hai letto le recensioni del tuo libro? Come affronti le critiche, se ben motivate e a patto che ci siano e la cattiveria gratuita?

Ah, io quando so che c’è una recensione corro a leggerla! Con un misto di ansia ed eccitazione. Non guardo le stelline, dei voti mi interessa poco. Il fatto è che i lettori mi hanno “spiegata”. Il mio processo creativo è molto istintivo, dunque fino a poco tempo fa non ero consapevole della maggior parte delle tecniche di scrittura, utilizzate appunto in maniera non cosciente, naturale. E’ divertente e piacevole venire a conoscenza delle modalità della mia scrittura attraverso i lettori. Ho imparato tanto, leggendo le recensioni.
Per quanto riguarda le critiche, non posso dire di accoglierle con piacere, ma sicuramente mi servono e le leggo con attenzione. Ovviamente parlo di critiche costruttive: la cattiveria non serve all’autore, ma solo a chi sfoga le sue frustrazioni demolendo a prescindere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho da leggere le ultime dieci pagine del Cacciatore di Occhi di Sebastian Fitzek, interrotto perché avevo bisogno di alcune lezioni di scrittura dalla Jelinek.

Infine per concludere, ringraziandoti della disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai attualmente lavorando ad una nuova raccolta. Eventuali altri progetti?

Scrivo continuamente, per lo stesso motivo per cui mangio e dormo. Usciranno alcuni miei racconti, l’anno prossimo, all’interno di antologie molto interessanti e insieme ad autori che stimo moltissimo. E poi ci sono i romanzi, che devo rileggere e sistemare, visto che sono stati scritti in un momento della mia vita in cui l’ultima cosa a cui pensavo era la pubblicazione. Vanno riscritti nel rispetto di chi mi leggerà, senza vicoli ciechi, personaggi che scompaiono e riappaiono, trame inutilmente complesse. Un lavorone!

Grazie a te, e a presto.

:: Recensione di Eddy il santo di Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Michela Bortoletto

15 novembre 2012

L’universo dei libri è infinito e multicolore. Al mondo vi si trovano libri di ogni genere, nazionalità, forma, lingua e contenuto. Ci sono esemplari la cui lettura implica profonde riflessioni, libri per i quali ci vogliono minuti e minuti per leggere e capire una singola pagina. Libri che ti fanno cambiare opinione. Libri che sono pietre miliari della letteratura mondiale.
E ci sono libri che definirei “leggeri”. Attenzione: leggeri, non frivoli. Leggeri perché lo stile è fluido e la storia procede liscia senza intoppi fino alla fine. Sono quei libri che si leggono tutto d’un fiato in un paio d’ore. Forse non ti cambiano la vita, non ti aprono la mente a una nuova e inattesa visione del mondo, ma ti fanno semplicemente compagnia.
Eddy il santo
di Jakob Arjouni è uno di loro.
Eddy è un musicista berlinese che sbarca il lunario esibendosi in un duo col suo amico Arkadi. Ma i soldi guadagnati con la musica spesso non bastano ad arrivare a fine mese, così Eddy è “costretto” ad arrotondare truffando i passanti.
La sua vita procede così tra un’esibizione e un furtarello finché scontrandosi con un uomo quest’ultimo inciampa, cade, sbatte la testa e muore. Il tutto potrebbe essere liquidato come un semplice incidente: basta andare dalla polizia e spiegare la faccenda. Ma non è così semplice: l’uomo in questione è Horst König, ricco e potente imprenditore rientrato a Berlino per chiudere e vendere ai cinesi un’importantissima fabbrica cittadina, creando così migliaia di disoccupati. Si tratta forse dell’uomo più odiato di Berlino! Nessuno crederà mai che la sua morte sia stata accidentale! Eddy quindi decide di occultare il cadavere e sperare che la verità non venga mai a galla. Ma il corpo viene presto scoperto e l’ignoto omicida viene acclamato come un eroe, un santo dai berlinesi. La morte di König è quasi un sollievo per la città. Ma non per la famiglia e, soprattutto, non per la figlia Romy, che Eddy cerca in tutti i modi di conoscere. Ma conoscere la figlia della sua vittima avrà per Eddy conseguenze inaspettate..Mi fermo qui, non vorrei rovinarvi il piacere della lettura!
Eddy il santo è quindi un libro godibilissimo, leggero, che strappa più di un sorriso durante la lettura. Insomma, l’ideale per passare un paio d’ore seduti in poltrona durante un pomeriggio di relax!